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Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.
Aggiornato: 2 giorni 10 ore fa

Alcune suggestioni su Bleger e l’istituzione della psicoanalisi

Mar, 10/05/2016 - 12:25
di Lorenzo Sartini

Nel 1969 Josè Bleger scrive un articolo, “Teoria e pratica in psicoanalisi: la prassi psicoanalitica”, nel quale cerca di evidenziare alcuni problemi relativi al rapporto tra teoria e pratica nella psicoanalisi. L’analisi di Bleger inizia affrontando la questione da un punto di vista epistemologico, sottolineando l’ingenuità di un pensiero (che definirà naturalista) che sancisca la netta separazione tra soggetto ed oggetto, per il quale “i fatti sono lì” e semplicemente osservandoli, in modo decisamente s-vincolato, si ha la possibilità di formulare ipotesi o teorie sull’oggetto di studio. Una questione, sottolinea lo psicoanalista argentino, che riguarda tutte le scienze umane e che la disciplina psicoanalitica ripercorre. Nello specifico della psicoanalisi questo si evidenzia anche con la differenza esistente tra la teoria sviluppata ed esplicitata, la teoria ufficialmente accettata dall’istituzione psicoanalitica (riferendosi all’IPA, International Psychoanalytic Association), e la teoria implicita, quella che effettivamente si utilizza nella pratica clinica. Bleger evidenzia tre punti che sostengono questo divario:
1) la teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica, ossia si fonda sulla ricostruzione della biografia del paziente, mentre la teoria implicita è situazionale, ovvero si fonda su ciò che accade nel “qui ed ora” della seduta attraverso l’analisi degli elementi transferali e controtransferali. Il lavoro archeologico, di ricerca dei fattori disposizionali, viene sviluppato, e superato, dal lavoro che si fonda sulla relazione attuale, partendo dall’analisi della dinamica transfert-controtransfert. Il soggetto, in analisi, smette di essere considerato un sistema chiuso e il transfert non viene più considerato come un fenomeno ‘unipersonale’ bensì come un fenomeno che si innesta sul vincolo che si costituisce tra soggetti (soggetto-oggetto) in relazione.


2) la teoria esplicita è dinamica, facendo derivare i processi psichici da un intergioco di forze, mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica, intendendo con questo termine “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”. “La dinamica - scrive Bleger nel suo articolo – è una rappresentazione o modello della drammatica ma non la sua causa”. Bleger si ispira, qui, a Politzer, per cui “il dramma implica l’uomo preso nella sua totalità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (cfr. Liberman, 2013). Lo scopo è di dare concretezza ai fondamenti della psicoanalisi, aggiungendo che “per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958).
3) la teoria esplicita si organizza attorno alla logica formale mentre quella implicita vede l’utilizzo di una logica di tipo dialettico. Bleger sostiene che certe teorie dinamiche rispondono ad una logica di tipo formale postulando una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sarebbero, attraverso una sorta di reificazione, i processi psichici. Considerare l’accadere umano costringerebbe a fare i conti con una logica di tipo dialettico forse rendendo superfluo l’utilizzo di concetti esplicativi astratti. Quei “personaggi sconosciuti e che non ci assomigliano: rappresentazioni, immagini, istinti”, come scrive Politzer (1934).

Questi tre punti si imperniano sul concetto di alienazione, concetto che Bleger usa per intendere che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958). L’alienazione conduce ad una frammentazione di ciò che dovrebbe essere integrato, fa presente Ariel Liberman (2013), così la relazione tra soggetti si reifica e diventa una rapporto cristallizzato tra cose. Nell’alienazione della relazione, o nella de-dialettizzazione della drammatica, seguendo sempre Bleger, si ha a che fare con elementi dissociati, con la perdita di contatto tra i termini in gioco, dunque con la paralisi del processo dialettico. Una dissociazione che è propria di un approccio di tipo naturalistico, che considera il ricercatore (o l’osservatore) come assolutamente estraneo, distaccato, s-vincolato appunto, dall’oggetto di studio, che nel caso della psicoanalisi è un altro soggetto. Diversamente da un approccio di tipo fenomenologico che considera, invece, il fenomeno, ovverosia il modo di percepire ed esperire ciò che accade da parte del soggetto. Freud, ci fa notare Bleger, dichiarò esplicitamente che il suo progetto per la costruzione di una psicologia scientifica era basato su un modello naturalistico”, ma nello stesso tempo creò un approccio che guardava anche alla fenomenologia.

Fachinelli, ne “Sul tempodenaro anale” (1965), pare proporre simili interrogativi sulla psicoanalisi. Biasima Freud che, per uno dei suoi lavori, si avvalse in maniera eccessivamente entusiastica delle osservazioni dei bambini, dunque necessariamente esterne, da parte di Lou Andreas Salomè, affermando che quel procedimento si poneva fuori dal metodo analitico. Freud stesso, dunque, si lasciò certamente tentare dalla possibilità di confermare naturalisticamente, ovvero “in modo esatto”, ipotesi desunte dal contesto analitico. Fachinelli fa notare, però, che si tratta di due tipi di dati non direttamente confrontabili e che si corre il rischio di semplificare eccessivamente una serie di comportamenti complessi, riducendoli a livelli di “regolarità e univocità istintivo-biologica” fuori luogo per lo stesso metodo freudiano. Aggiunge che Freud sapeva “come soltanto i dati interni di una vicenda, quali emergono nella situazione di neutralità dell’analisi, siano in grado di assumere un significato, di costruire una storia. Il resto è sovrappiù, rientra legittimamente nei canoni del misurabile e del confrontabile, che sono quelli dell’osservazione naturalistica”.

Sembrerebbe che questa contrapposizione tra un naturalismo alienante ed una fenomenologia vincolante abbia percorso tutta la storia della psicoanalisi e in effetti Freud, già nel 1895, in “Progetto di una psicologia” affermava l’intenzione di fare della psicologia una scienza: “L’intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili”.  L’obiettivo fondamentale di Freud era di dare una spiegazione della meccanica della mente, ciò che doveva avvenire mediante un linguaggio costituito da dinamiche di forze e strutture: ovverosia, per mezzo di un paradigma quantitativo. Allo stesso tempo, però, Freud ritenne che avrebbe potuto spiegare il funzionamento della mente solo attraverso lo studio, e la cura, dei casi clinici e subito iniziarono le difficoltà poiché si rese conto che le informazioni che emergevano dai casi di cui si occupava non corrispondevano alle ipotesi precedentemente formulate: “Sento ancora io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche che scrivo si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta rigorosa della scientificità. Devo consolarmi pensando che di questo risultato si deve evidentemente rendere responsabile più la natura dell’oggetto che le mie preferenze” (“Studi sull’isteria”, 1892-1895). Sottolinea Bauleo, a questo proposito, che quelle storie cliniche sono “una narrazione romanzata della psicopatologia”, le cui fantasie vanno scoperte nella relazione analitica per poter dar loro un senso: perché, in definitiva, ci si confronta con storie di pazienti e non di malattie (1999).

Ne “Il Mosè di Michelangelo” Freud parla di Ivan Lermolieff, un esperto d’arte russo, che scoprì un modo per distinguere con sicurezza le imitazioni dei quadri dagli originali. In realtà si venne a sapere che sotto lo pseudonimo russo si nascondeva un medico italiano, Giovanni Morelli. Morelli invece che concentrarsi sui tratti fondamentali dei dipinti e sull’impressione generale, così come si faceva allora, sottolineò l’importanza dei dettagli secondari, di come venivano dipinte le unghie, i lobi auricolari, di come venivano rese le mani, elementi cui, in genere, si poneva poca attenzione, passando così inosservati. Freud ritenne che questo metodo fosse “strettamente apparentato con la tecnica della psicoanalisi medica” (1914), laddove particolari considerati di scarsa importanza, marginali, che proprio per tale motivo venivano sottratti al controllo della coscienza, permettevano di avere informazioni estremamente significative sul soggetto. La psicoanalisi, sullo stesso filone della medicina ippocratica, è una disciplina semeiotica o indiziaria, rileva lo storico Carlo Ginzburg che scrive: “Solo osservando attentamente e registrando con estrema minuzia tutti i sintomi – affermavano gli ippocratici – è possibile elaborare ‘storie’ precise delle singole malattie: la malattia è, di per sé, inattingibile” (2004).

Questa sembra essere la croce e la delizia della psicoanalisi che, in quanto disciplina indiziaria, non può rientrare nei criteri di scientificità proposti dal metodo sperimentale galileiano. La psicoanalisi è una disciplina qualitativa, che si occupa di casi o situazioni individuali[1], e che, proprio a ragione di ciò, può arrivare a risultati che hanno un elemento ineliminabile di aleatorietà. Il metodo scientifico galileiano, mirando a cogliere solamente l’aspetto quantitativo dei fatti, si proponeva lo studio di quei fenomeni che potevano essere misurati e tradotti in formule matematiche, permettendo di arrivare alla conoscenza per tramite di un ragionamento certo che Galilei comparava alla “sapienza divina”. Riteneva, di conseguenza, che di ciò che fosse caratterizzato dal particolare, dall’individuale, non si poteva parlare.
In sostanza, si ha a che fare sin dall’inizio con una cesura tra teoria e pratica in psicoanalisi e l’obiettivo di Freud, fare della psicologia una scienza, si scontra, come egli stesso rileva nel passo tratto da “Studi sull’isteria” sopra citato, con la particolarità dell’oggetto di studio che non consente di rispondere totalmente ai criteri richiesti (esperimento e dimostrazione) dal metodo scientifico proposto dal fisico e matematico italiano.

Una tensione, quella tra approccio naturalistico e fenomenologico, che mi pare resa evidente dalle vicissitudini che hanno accompagnato diversi concetti cui il movimento psicoanalitico ha fatto ricorso nella sua storia. Tra questi concetti una nota particolare merita certamente quello di controtransfert poiché, oltre ad avere una forte valenza simbolica (con la scoperta della dinamica del controtransfert che coinvolge anche l’analista, si inizia a ritenere che non sia solamente il paziente, con i suoi portati psichici e comportamentali, a incidere sul colloquio, ma, appunto, che il campo del colloquio possa essere ‘sporcato’ anche dal terapeuta), sembra essere stato anche una causa determinante della costituzione dell’istituzione psicoanalitica per eccellenza, l’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA).
La prima volta in cui Freud parla di controtransfert è nel 1910. In quello stesso anno si tiene il secondo Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Norimberga e Freud lesse una relazione sullo stato della disciplina psicoanalitica (“Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, 1910) nel quale parla del controtransfert, allora controtraslazione, “che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla”. Si esprime anche sulla necessità dell’autoanalisi affinché il medico possa approfondire le sue resistenze interne. È in quello stesso anno che viene fondata l’Associazione Psicoanalitica Internazionale che, scriverà Freud in “Psicoanalisi selvaggia”, sempre del 1910, considerate le difficoltà che comporta l’applicazione della terapia psicoanalitica, avrebbe il compito di differenziare tra chi aderisce all’associazione, seguendo le norme di formazione dispensate, e chi invece non lo fa, e potendo così “respingere le responsabilità dell’operato di coloro che, pur non essendo dei nostri, chiamano i loro procedimenti medici ‘psicoanalisi’”. È nel 1912 che Freud, seguendo le impostazioni della scuola psicoanalitica di Zurigo, consiglierà ai medici che si vogliono occupare di psicoanalisi la necessità di sottoporsi ad analisi presso un esperto.
Questa è la concezione cosiddetta ‘classica’ del controtransfert, che viene inteso come ostacolo nello sviluppo di un processo analitico nel quale il paziente viene visto come oggetto da conoscere da un’analista neutrale. Ciò che sembra accadere è che, ritenuto il controtransfert un ostacolo alla comprensione del paziente da parte del terapeuta, si decide di stabilire delle norme che fissino il percorso formativo che il futuro psicoanalista dovrà seguire per poterlo superare: si fonda così l’istituzione psicoanalitica.

Dagli anni ’20, e per circa 30 anni, il controtransfert sembra passare in secondo piano, ed è intorno agli anni 50, con Heinrich Racker e Paula Heimann, che il controtransfert inizia ad essere maggiormente valorizzato, allorché si comincia a ritenere la relazione tra paziente ed analista un vincolo tra due persone e non più semplicemente una situazione nella quale una persona osserva l’altra, ossia un soggetto osserva un oggetto. All’analista, ai cui sentimenti ed emozioni ora si dà molta importanza, viene richiesto di imparare a dissociarsi: da un lato deve riuscire a fare attenzione alle sue reazioni, a ciò che sente, e dall’altra deve riuscire a mantenere una parte osservante, così da poter sostenere ed elaborare le fantasie ed i sentimenti che prova nella relazione con il paziente invece di scaricarli. Una concezione che richiama una mentalità di gruppo poiché si ritiene che transfert e controtransfert si generino all’interno di una relazione, non potendo più ben determinare dove inizia il materiale di una persona e dove finisce quello dell’altra.
Questa seconda concezione pare ancora occupare una posizione marginale all’interno dell’istituzione psicoanalitica che sembra riconoscersi maggiormente attorno alla prima, quella classica.

Una terza concezione, che si spinge ancora più in là, è quella proposta da autori quali Searles, Winnicott, Little e Tower che enfatizzano l’interazione nella situazione analitica, che viene ad essere definita da una continua e reciproca comunicazione inconscia tra i due soggetti della relazione. Se precedentemente l’enfasi era posta sulle potenzialità che permettevano di conoscere parti del mondo interno del paziente, ora viene suggerita una visione più simmetrica della relazione analitica, nella quale vengono incluse tutte le fantasie e i sentimenti che l’analista può provare nei confronti del paziente, tanto che si giunge a parlare di interazione tra transfert del paziente e transfert dell’analista.
Anche questa concezione, sebbene registrata, non viene propriamente appoggiata dall’istituzione psicoanalitica che, a tutt’oggi, parrebbe continuamente ragionare sul controtransfert, anche problematizzandolo, assumendo come posizione privilegiata quella della concezione classica.

Per quanto riguarda Bleger, il suo bagaglio teorico si fondava su una concezione gruppale della soggettività, sulla scorta di quanto proponeva il suo maestro, Enrique Pichon-Rivière. L’idea di base postula che la soggettività si organizza partendo dai vincoli che coinvolgono l’essere umano che, in continua relazione dialettica con il mondo circostante, non può che costruirsi costantemente. Una soggettività che si fonda ed evolve partendo dalle necessità che vive l’essere umano, ed il cui soddisfacimento può avvenire solamente all’interno delle relazioni che lo definiscono. Allo stesso tempo, però, si tratta anche di un soggetto prodotto, emergente dell’interazione con i gruppi cui partecipa (primariamente quello familiare) e le istituzioni sociali che lo attraversano.  Centrale, in questa concezione, è il concetto di vincolo, inteso come una struttura relazionale che include il soggetto, l’oggetto e le reciproche interrelazioni, consce e inconsce. Pichon-Rivière, sostituendo al concetto di istinto quello di esperienza, giunge a sostenere che “tutta la vita mentale inconscia, cioè il dominio della fantasia inconscia, deve essere considerato come l’interazione tra oggetti interni (gruppo interno) in permanente interrelazione dialettica con gli oggetti del mondo esteriore” (1971).
Partendo da questo presupposto, Bleger considerava già l’introduzione del concetto di transfert come un cambiamento radicale nel panorama psicoanalitico poiché si cessava di pensare all’essere umano come a un sistema chiuso, aprendo ad una concezione che, per conoscere l’oggetto di studio, iniziava a considerare la relazione, il vincolo. Considerare il transfert permetteva di ripensare un fenomeno che precedentemente veniva inteso come ‘unipersonale’, consentendo ora di considerarlo come un campo attivo e originale, un fenomeno che coinvolge dinamicamente due o più persone in una situazione particolare. Conseguentemente, Bleger pensa che “il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958).

Penso che la questione del controtransfert possa certamente essere considerata un emergente del processo di sviluppo della psicoanalisi, in quanto rappresentativa degli ostacoli che Bleger evidenzia nel suo articolo a proposito del rapporto tra teoria e pratica. Sebbene le concezioni successive del controtransfert, già da circa 60 anni, abbiano messo in discussione la concezione classica del controtransfert, quella che prevede un’analista oggettivamente neutrale e impermeabile, nel senso di arbitrariamente distaccato, alle sollecitazioni del paziente, pare che quella concezione ‘unipersonale’ continui ad esercitare una certa attrazione e dunque sempre con quella si debbano fare i conti. La discriminante, a mio modo di vedere, è la concezione del controtransfert come strumento: se all’inizio il controtransfert veniva inteso come ostacolo, successivamente si è iniziato a coglierne gli aspetti positivi, di risorsa, dunque l’aspetto strumentale. Ora la questione è che questo aspetto, le cui potenzialità sono state accettate dalla comunità psicoanalitica, viene però alienato dalla relazione analitica: in altri termini, il controtransfert viene inteso come uno strumento che l’analista può decidere se usare o no, viene oggettivato. Se riesco ad elaborarlo e mi serve lo uso altrimenti non lo espongo, non lo faccio vedere. Non pare considerarsi il controtransfert come implicazione ineluttabile del campo analitico (bipersonale, come dicevano M. e W. Baranger), che coinvolge inevitabilmente l’analista, ma come uno strumento che entra in gioco solamente allorquando l’analista ritiene di poterlo usare poiché è stato in grado di elaborare la dinamica cognitiva ed emotiva che lo vede coinvolto. L’idea di fondo, dunque, è che il controtransfert, a discrezione dell’analista, possa essere reso muto e inoperante. Al di là dell’asimmetria della relazione analitica, stabilita partendo già dalla richiesta di aiuto del paziente e sancita con la predisposizione del setting, e dunque con la differenziazione dei ruoli e la formalizzazione del contratto analitico, questa concezione sembrerebbe legittimare la convinzione che l’analista possa mantenere sempre e comunque una posizione oggettiva, imperturbabile, una posizione di assoluta neutralità e forza, nella quale gli si riconosce implicitamente la possibilità di controllare tutto ciò che accade in seduta, incluso, dunque, ciò che avviene in lui anche inconsciamente. Sebbene il discorso istituzionale predominante affermi di mettere in discussione questa concezione tesa all’oggettività della posizione dell’analista, la sensazione è che, di fatto, questa posizione sia ancora quella che ne sostiene l’identità. Questa credo fosse anche la posizione sostenuta da un importante psicoanalista nordamericano, Merton Max Gill, che, in uno scritto dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, “Prospettiva intrasoggettiva e prospettiva intersoggettiva: ‘Osservazioni sull’amore di transfert’”, così si esprimeva: “Probabilmente il maggior ostacolo che impedisce agli analisti di riconoscersi partecipi della situazione analitica è il presumere di poter scegliere se partecipare o meno. Il punto è che l’analista partecipa che gli piaccia o no. La sua partecipazione sarà avvertita dal paziente in tutte le sfumature della soddisfazione e della frustrazione.”

Tornando all’articolo che ha mosso queste riflessioni, si rileva che, nella parte conclusiva del suo scritto, Bleger, sempre riallacciandosi al rapporto tra teoria e pratica psicoanalitica, pone attenzione alla questione istituzionale. Se da un lato, avendo molto lavorato e teorizzato sull’ambito istituzionale, afferma di comprendere, al fine dell’autoconservazione, l’inevitabilità di un movimento istituzionalizzante all’interno delle istituzioni, dunque anche all’interno di quella psicoanalitica, dall’altro ritiene che, se l’obiettivo fondamentale di questa istituzione è quello di “diffondere, insegnare e approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica”, questo venga inevitabilmente ostacolato da quello stesso presupposto di base. Infatti, per non mettere in pericolo l’istituzione garantendole al contempo una continuità, accade che i vari membri dell’istituzione possano pervenire ad accordi, impliciti od espliciti, per definire ciò che è psicoanalisi, focalizzandosi su aspetti di minore rilevanza, non ritenuti pericolosi per l’istituzione. Se l’istituzione psicoanalitica per poter sussistere deve fondarsi su degli accordi di minima, su degli assiomi condivisi, allora, nell’istituzionalizzazione quegli assiomi vengono dati per scontati e, considerati dimostrati a priori, spariscono dal tavolo delle discussioni. In sostanza, questo comporta che per continuare ad esistere, l’istituzione deve limitare la ricerca, spostandola su elementi che non tocchino gli assiomi basilari. L’obiettivo fondamentale dell’istituzione viene tralasciato per dedicarsi al proprio mantenimento: in altre parole, conclude l’analista, il consolidamento interno dell’istituzione psicoanalitica viene perseguito attraverso l’utilizzo di pratiche ortodosse, burocratizzate, connotate dalla resistenza al cambiamento, e mettendo in discussione solamente ciò che si trova all’esterno, dunque proponendosi come agente di cambiamento verso il fuori.
Credo sia importante ricordare che Bleger puntualizzi che, con questo suo lavoro, intende fare una diagnosi, o meglio un inventario della situazione della psicoanalisi la quale, se considerata nella sua totalità di teoria e pratica, dunque come prassi, necessariamente porta a scontrarsi con divergenze e contraddizioni.  Ciò che si propone di fare Bleger è, allora, di “illuminare possibili vie in funzione di quelle che sono già state delineate nello stesso processo di prassi, in modo tale che la ricerca successiva possa essere compiuta o tentata con maggiore chiarezza di obiettivi o correre lungo i sentieri della ricerca con meno cecità”. Bleger faceva parte dell’APA (Asociación Psicoanalítica Argentina) e, nonostante le perplessità che accompagnavano le sue considerazioni sull’operato dell’istituzione psicoanalitica, non si risolse mai ad uscirne.

A proposito del rapporto tra l’istituzione psicoanalitica dominante e i nuovi modelli concettuali emergenti, lo psicoanalista statunitense Jay R. Greenberg (2012), soffermandosi sui recenti sviluppi della psicoanalisi in Nord America, sostiene che dopo anni di privilegio della tecnica psicoanalitica ‘classica’, oggi la situazione è un po’ cambiata poiché nel secolo scorso si è assistito all’emergere di nuove correnti teoriche, oltre a quella pulsionale classica, che hanno avuto un certo riconoscimento: psicologia dell’Io, psicoanalisi relazionale e psicologia del Sé. Nota inoltre come, a fronte dell’intenzione di Freud di creare un’autorità centrale che avesse il compito di presiedere alla pratica della psicoanalisi, oggi ci si trova di fronte a diversi modelli teorici che, seppur affermando di imperniarsi su aspetti clinici differenti, sembrano condividere un panorama comune condividendo alcune idee di fondo: la pratica psicoanalitica come campo dinamico, la partecipazione conscia e inconscia dell’analista nella seduta, l’importanza della comunicazione verbale e non verbale. Conclude ipotizzando che sia la comune fiducia nel valore della “cura della parola” che tiene uniti gli psicoanalisti che si riconoscono nelle diverse correnti teoriche.
Certamente la questione è molto complessa ma, almeno questa è la mia impressione, il tentativo di spiegazione di Greenberg della situazione in cui versa il movimento psicoanalitico nordamericano pare abbastanza frettoloso. Il livello della discussione più ‘scottante’, in effetti, sembra venir liquidato con poche parole lasciate in sospeso. Premette che il problema della corrispondenza tra teoria e pratica in psicoanalisi è stato per lungo tempo evitato e che, a metà anni ’50, la posizione dominante sembrava postulare un’inevitabile connessione tra la pratica della tecnica standard e la teoria. Il pensiero implicito era che attraverso la tecnica psicoanalitica corretta si sarebbero potuti raccogliere dati psicoanalitici, che dunque avrebbero confermato la teoria; se invece la teoria non veniva confermata ciò significava che non si era utilizzata una tecnica giusta, ovvero non si era riusciti ad andare a fondo nell’analisi dell’inconscio. Un rapporto tautologico. Questa pratica, continua Greenberg, è andata avanti per molto tempo rendendo difficile l’affermarsi di nuove teorie o nuove metodologie, che non trovavano la considerazione e l’appoggio degli psicoanalisti classici: “Le strutture organizzative e politiche della psicoanalisi dominante sostenevano e perpetuavano il collegamento ipotizzato e forse desiderato tra metodo e risultanze. La certificazione degli analisti in training presso l’American Psychoanalytic Association e il relativo controllo delle analisi di training e delle supervisioni consistevano proprio in questo, cioè garantiva che gli analisti approvati avrebbero seguito le tecniche approvate e che sarebbero arrivati a risultati approvati. Le variazioni potevano essere causa di esclusione, una pratica che in una certa misura continua anche oggi”.
La constatazione con cui chiude il periodo, “una pratica che in una certa misura continua anche oggi”, espressa in modo così fugace, sebbene possa assurgere a posizione realistica, mi pare piuttosto inquietante. Nonostante lo psicoanalista statunitense concluda il suo intervento con toni di soddisfazione, registrando la presenza sulla scena psicoanalitica nordamericana di altri modelli teorici oltre a quello classico, viene da chiedersi qual è il prezzo da pagare all’Associazione Psicoanalitica Americana (aderente all’IPA), ossia che cosa venga escluso e perché.

Scrive Kaës che una funzione assolutamente fondamentale dell’istituzione è quella di “fornire rappresentazioni comuni e matrici identificatorie: dare uno statuto alle relazioni tra la parte e il tutto, legare gli stati non integrati, proporre oggetti di pensiero che hanno un senso per i soggetti ai quali la rappresentazione è destinata e che generano pensieri sul passato, il presente e il futuro, indicare i limiti e le trasgressioni, assicurare l’identità, drammatizzare i movimenti pulsionali…” (1988). In altri termini l’istituzione comunica ciò che vorrebbe che il soggetto cui è rivolta pensasse di essa; anche se la comunicazione non ne rispecchia lo stato reale. Un sorta di propaganda ante litteram. L’istituzione si preoccupa di dare un’immagine di sé che possa raccogliere l’interesse della comunità sociale e che possa avere un significato per l’utenza-target. Per fare questo si richiama a quell’immagine sociale stereotipata con la quale è stata riconosciuta, che ha sancito la propria costituzione potremmo dire, al costo, però, della perdita di contatto con l’organizzazione concreta che la caratterizza nell’attualità. Si crea, così, una dissociazione tra ciò che viene trasmesso e ciò che viene effettivamente proposto, tra la teoria, ciò che viene formalmente comunicato, e la pratica, ciò che viene effettivamente fatto.
Un semplice esempio potrebbe essere quello della SPI (Società Psicoanalitica Italiana, anch’essa partecipante all’IPA)  che, attraverso il suo sito ufficiale, fa presente che un percorso di psicoanalisi comporta il rispetto di una precisa serie di regole (dalle tre alle cinque sedute a settimana, l’uso del lettino, il pagamento delle sedute saltate, ecc.) che fanno riferimento ad un tipo di psicoanalisi, classica/ortodossa/mitica, che oggi, nei fatti, non sembra più essere così tanto sostenuta e, soprattutto, praticata. Se mai lo fosse stata (cfr. Cremerius, 1995). In effetti, eminenti esponenti della stessa organizzazione psicoanalitica, in alcune interviste rilasciate negli ultimi anni a varie importanti testate giornalistiche[2], sembrano sconfessare la necessità di una pratica tanto rigida, mostrando una diversa apertura rispetto alle esigenze emergenti ed ai cambiamenti sociali avvenuti nel corso del tempo[3].

Nel 2015 a Bologna si è svolto un convegno organizzato dalla SPI, dal titolo “La relazione analitica”. Il convegno si concludeva con un intervento dell’attuale presidente dell’IPA, nonché past-president della SPI, Stefano Bolognini, che stilava una lista delle ‘certezze’ acquisite dal movimento psicoanalitico contemporaneo: e, tra queste, la prima, che aveva effettivamente occupato molto spazio durante le due giornate del convegno, era l’inclusione del concetto di enactment. Un concetto del quale, almeno all’interno della psicoanalisi nordamericana, si è iniziato a parlare nel 1986 quando venne introdotto dallo psicoanalista Theodore J. Jacobs del New York Psychoanalytic Society & Institute (NYPSI). L’enactment, che dovrebbe indicare “un evento analiticamente rilevante, che coinvolge contemporaneamente paziente e analista […] un episodio relazionale a reciproca induzione che si evidenzia attraverso un comportamento”, ci dice Maria Ponsi (2013) della SPI fiorentina, viene legato ad una psicoanalisi di impostazione relazionale che si differenzia da quella classica, legata agli aspetti pulsionali ed intra-psichici, che lo considera come “una collusione transfert-controtransfert, da imputare essenzialmente a un mancato controllo del controtransfert: è dunque in qualche modo un errore, o una smagliatura nella relazione analitica”. Questa, dunque, è, o dovrebbe essere, la posizione ufficiale della psicoanalisi istituzionale.
Voglio rilevare che, all’interno del panorama psicoanalitico attuale un modello di cui si parla spesso è quello del campo analitico, portato avanti, in Italia, dal gruppo di Antonino Ferro, attuale presidente della SPI, e Giuseppe Civitarese, anch’egli socio SPI. Questo modello trae espressamente spunto dalle formulazioni concettuali di Bion e propone l’idea di una relazione analitica fondata sul “campo inteso come narrazione in/conscia a due” (Civitarese, 2013). Formulazioni che appartengono, invero, a molta tradizione psicoanalitica gruppale e che, a mio parere, come abbiamo precedentemente accennato a proposito della concezione vincolare della soggettività di Bleger, riprendono molte intuizioni che fanno parte del bagaglio della concezione dei gruppi operativi di Pichon-Rivière. Devo dire che, sebbene la mia non estesa conoscenza di questa nuova proposta, mi colpisce che questo modello venga ritenuto così innovativo, appunto perché si fonda su concetti piuttosto noti per chi si è avvicinato agli autori testé citati. Al di là del mio stupore, è però interessante notare che nell’introduzione del suo libro, “I sensi e l’inconscio”, nel quale viene delineato il suo modo di intendere la relazione analitica facendo diversi accenni alla teoria del campo analitico, Giuseppe Civitarese rifiuti la nozione di enactment perché legata ad una concezione individualistica della relazione analitica. Una posizione in assoluta contrapposizione rispetto a quella formalizzata dal presidente dell’IPA, massimo esponente dell’istituzione psicoanalitica contemporanea, e menzionata precedentemente.

Da un certo punto di vista, tanto nel caso italiano (che vede coinvolti esponenti certamente importanti della psicoanalisi contemporanea) quanto in quello nordamericano descritto da Greenberg, si potrebbe vedere la difformità di idee ed il cambiamento di opinioni come prova dell’humus democratico del movimento psicoanalitico. Un ambiente in cui si possono manifestare apertamente opinioni discordanti, si dirà, e nel quale c’è spazio per tutti.
È lo stesso Greenberg, però, come precedentemente riportato, a sottolineare che all’interno dell’IPA le variazioni dalla norma istituita, ossia dalle direttive impartite, potevano, e possono, costare l’esclusione. La differenza può essere bandita e chi si trova nella posizione del più forte, nei fatti chi è riconosciuto ed interno all’istituzione, decide. Da questo punto di vista, invece, l’idea di democrazia viene messa piuttosto in discussione. Qui siamo al cospetto di un’altra contraddizione, che però non viene esplicitata: si rimane nell’ambiguità. Un qualcosa che verrebbe da definire inevitabile, se solamente si pensa alla rigida gerarchizzazione presente all’interno delle associazioni di psicoanalisi ed a tutta la complessa struttura organizzativa che guida il percorso da intraprendere per diventarne membri.

Affrontare il tema dell’istituzione psicoanalitica è molto complesso; autorevoli psicoanalisti che si sono occupati dell’ambito istituzionale hanno trattato l’argomento solamente in maniera marginale, ritenendo di non approfondire la questione. Vien da pensare che, anche per essi, scottasse il problema della propria implicazione, ovvero della propria appartenenza a quella istituzione. Certamente qualche critica è stata fatta, soprattutto riguardo al percorso formativo richiesto per poter essere riconosciuti come psicoanalisti. Per esempio, è ancora Fachinelli (1973) a criticare con decisione l’istituzione psicoanalitica quando, ricordando l’iter da sostenere per diventare analisti, e in particolar modo rivolgendosi alla cosiddetta analisi didattica, sostiene che esso favorisca una rigida ripetizione del modello istituzionale piuttosto che uno sviluppo ed un arricchimento della personalità: “… il processo analitico non favorisce qui l’autonomia e lo svincolamento dagli arcaici legami di dipendenza. Anzi, al contrario: proprio perché è legato all’istituzione, esso promuove la assimilazione di un nuovo e robusto sistema di regole, di norme, di procedure, che rafforza gli antichi legami anziché scioglierli”. E, a proposito di contraddizioni, nota che “il periodo più fecondo dell’analisi è stato quello in cui Freud era circondato da ‘selvaggi’, cioè da analisti che agli occhi degli attuali tutori dell’istituzione non sarebbero neanche analisti; la produttività analitica più interessante dei giorni nostri si situa fuori o ai margini dell’istituzione, mentre all’interno il sapere è istituzionale, cioè svolge un compito definito di affiliazione, conferma e riconoscimento”.
Si tratta di un aspetto critico che, in anni più recenti, è stato evidenziato in diversi lavori anche da altri autorevoli esponenti della stessa IPA, quali il già citato Johannes Cremerius e Otto Kernberg.
Fachinelli, comunque, faceva parte del ristretto gruppo di psicoanalisti che nel 1969, quando si tenne il congresso internazionale dell’IPA a Roma, all’Hotel Cavalieri Hilton, organizzarono un controcongresso in un ristorante lì vicino, “Carlino al Panorama”. Di quel gruppo[4] facevano parte molti nomi noti: oltre al già citato Elvio Fachinelli, c’erano Pierfrancesco Galli, Marianna Bolko, Berthold Rothschild, Armando Bauleo, Hernan Kesselman, Mauro Mancia ed altri ancora. Alla protesta di questi allora giovani candidati si unirono anche analisti più anziani e di chiara fama come Paul Parin, Alexander Mitscherlich e altri analisti didatti della società psicoanalitica di Zurigo; e poi Marie Langer, Emilio Servadio e Ralph Greenson, solo per fare alcuni nomi. Furono più di 200 le adesioni di psicoanalisti provenienti da diversi paesi, non solamente europei. Il gruppo si diede il nome di Plattform (Piattaforma) e aveva l’obiettivo di “attaccare a fondo l’ideologia delle società psicoanalitiche che si manifestava nella loro struttura gerarchica di potere, nel loro allontanamento dal pensiero freudiano radicale, nella ricerca, nella formazione, ecc., incompatibile con l’idea di una psicoanalisi con potenzialità eversive e rivoluzionarie” (Bolko M., Rothschild B., 2006). Il gruppo decise di proseguire anche dopo il controcongresso, con l’idea di rimanere eterni allievi in formazione permanente all’interno della società di psicoanalisi. Questa idea costituì il punto di rottura con l’IPA poiché da un lato si enfatizzava il valore culturale, lo studio, l’impegno personale non finalizzato ad un riconoscimento istituzionale e, dall’altro, rimanendo eterni allievi, si squalificava il valore della carriera all’interno dell’istituzione. Un valore, quest’ultimo, considerato strettamente collegato alle mire di potere personale all’interno del meccanismo burocratico messo a punto dall’istituzione psicoanalitica e che, proprio per tale motivo, costituiva un motore propulsivo per molti aspiranti analisti. Una presa di posizione che non piacque alla SPI, dalla quale partirono minacce di espulsione dall’iter formativo analitico per i candidati partecipanti al gruppo Plattform. Il risultato fu che alcuni di questi candidati, e tra questi anche qualcuno che aveva partecipato direttamente alla progettazione del controcongresso, ritirarono la propria adesione al gruppo.

Il terzo giorno del controcongresso intervenne anche Jacques Lacan, in aperta polemica già da qualche anno con l’IPA, rispetto alle direzioni teoriche prese dall’associazione e al metodo formativo utilizzato al suo interno. Lacan, inizialmente membro della “Société psychanalytique de Paris”, sarà protagonista di una prima scissione nel 1953 quando fonderà la “Société française de psychanalyse”, che, sempre legata all’IPA, non fu riconosciuta dall’associazione internazionale se non come “Study group”. Dopo dieci anni, nel 1963, venne praticamente escluso e decise di fondare una sua propria scuola, l’“Ecole freudienne de Paris”, che successivamente decise di sciogliere nel 1980. A livello istituzionale è interessante riportare anche il fatto che fino alla fine degli anni ’90, Lacan, o meglio i suoi allievi, non potevano ‘teoricamente’ godere del titolo di psicoanalista, essendo ritenuto questo di esclusivo appannaggio dell’IPA. È soltanto nel 1998, quando avvenne un incontro tra Horacio Etchegoyen (anch’egli allievo di Pichon-Rivière), allora presidente uscente dell’IPA, e Jacques-Alain Miller, presidente dell’AMP (Associazione Mondiale di Psicoanalisi), che, in virtù della declamata “essenza pluralistica” della disciplina analitica, avvenne l’“esplicito riconoscimento da parte del Presidente dell’IPA del pieno diritto di cittadinanza di Lacan nel variopinto consesso della dottrina analitica e con la conseguente rinuncia da parte dell’IPA alla prerogativa di dispensare tale formazione in via esclusiva” (Licita-Rosa, 2006)[5].

Penso che quando si ha a che fare con l’istituzione ci si trovi a confrontarsi con un rapporto sempre carico di ambiguità, nebuloso, e non si può pensare di affrontare un tema così intricato ritenendo di arrivare alla netta differenziazione di termini antinomici puri.
Armando Bauleo, nell’intervento proposto nel seminario “Psicoanalisi e istituzioni” (i cui interventi sono stati raccolti in un libro pubblicato nel 1983, “Il gioco impari”), sostiene che il vincolo tra soggetto ed istituzione è sempre costituito da una duplicità: una dissociazione, da un lato, e l’illusione di poter pervenire ad un unione, dall’altro. I due termini in gioco non sono in relazione per la loro corrispondenza, bensì per la loro diversità, dunque all’inizio c’è una non-relazione: “c’è carta carbone”, dice Bauleo. Il soggetto si muove all’interno di una situazione già decisa e cercherà di produrre un discorso, evidentemente caratterizzato anche da una certa aggressività, visto che ogni bisogno emancipativo si gioca sull’aggressività, con l’intento di discriminare l’Io da quel non-Io depositato nell’istituzione (cfr. Bleger, 1967) che, d’altra parte, gli consente di proteggersi dalle ansie psicotiche. Si tratta, utilizzando i termini proposti dall’analisi istituzionale, dell’istituzione intesa come costante movimento tra l’istituito e l’istituente: attraverso le fessure istituzionali le tensioni, gli affetti e i desideri cercano la scarica che la burocrazia tenta di fermare e impedire. Horacio Foladori (2008), partendo proprio dalla proposta di Castoriadis che considera l’istituzione come rapporto tra l’istituito e l’istituente, parla di teoria dell’incrinatura (teoria de la fisura) e sostiene che, affinché nell’istituzione si possa pensare ad un cambiamento, si deve registrare un’incrinatura, ossia, in seguito al movimento istituente, teso al cambiamento dello status quo, deve emergere uno stato di sofferenza, più o meno marcata. Se si crea questa incrinatura allora l’istituente può agire in due modi differenti sull’istituito al fine di determinare un cambiamento: un primo caso, detto di cambiamento riformista, è quello che René Lourau chiama dell’istituente nell’istituito e che ha a che fare con un cambiamento previsto, un cambiamento normato, il minimo indispensabile affinché l’istituzione non diventi anacronistica. Quasi fossimo al cospetto di un tipo di cambiamento, in un certo qual modo, già istituito. Un secondo caso, invece, è quello del cambiamento di rottura, che richiede la dissoluzione dell’istituito esistente per istituire qualcos’altro, per creare una nuova istituzione. Si tratterebbe di un atto rivoluzionario mirante alla creazione di una controistituzione.
Ma, nota Foladori, in molti casi l’unico cambiamento possibile parrebbe essere quello riformista poiché la corrente istituente fallisce. In effetti, la situazione di ‘pericolo’ registrata dall’istituito fa sì che esso riattivi le proprie difese, determinando una situazione di chiusura che, accettando alcuni cambiamenti minori, copre l’incrinatura, ovvero la tensione verso il cambiamento, manifestatasi. Alla fine, continua Foladori, è come se tutto questo movimento costituisse una trappola che l’istituito tende all’istituente per farlo manifestare e poterne prendere le contromisure.

Torna subito alla mente l’annotazione di Bleger, e ripresa anche da Kaës, per cui un’istituzione riesce a mantenere se stessa laddove vengano preservati gli assiomi fondamentali sui quali si erige, potendosi discutere solamente questioni di secondaria importanza, che non mettono in pericolo l’impalcatura condivisa dell’edificio istituzionale. E quale sarebbe, in questo caso, l’impalcatura condivisa della quale non si può parlare? Che cos’è che non si può mettere in discussione? Che cos’è che resta fuori? Perché è di questo che si occupa la psicoanalisi, come sottolineava Freud riprendendo l’esperto d’arte Morelli, di ciò che viene marginalizzato e non cade sotto l’attenzione della coscienza.
Penso che il concetto di enactment, oggetto di contrapposte opinioni all’interno della stessa SPI, se inteso come emergente dell’istituzione, possa aiutare ad ipotizzare una risposta. Formalizzando l’adozione di questo concetto, si istituzionalizza qualcosa che non appartiene all’istituzione. L’enactment, come abbiamo visto, indica un comportamento inconscio che coinvolge ambedue i protagonisti della relazione analitica, mettendo, di fatto, in forte discussione la possibilità dell’analista di mantenere una posizione neutrale. È un’infrazione della norma istituita, propria del modello psicoanalitico classico, che intende la relazione terapeuta-paziente come una relazione che si organizza tra un soggetto/terapeuta ed un oggetto/paziente (modello unipersonale) in maniera dissociata, svincolata, con il terapeuta come campo chiuso al riparo da qualsiasi implicazione[6]. Il taglio costituito dalla nozione di enactment, al contrario, riferisce di una relazione tra due soggetti, che hanno certamente ruoli differenti ma anche implicazioni personali che influenzano la relazione medesima (modello bipersonale, relazionale). Una concezione che, però, non viene estesa a tutto l’incontro analitico bensì solamente ad un singolo frammento dello stesso. Paradossalmente, il concetto di enactment fatto proprio e formalizzato da un’istituzione psicoanalitica nella quale è ancora predominante il modello definito classico, mitico, e che, come ricordava Greenberg, è ancora dominante nel panorama analitico istituzionale internazionale, le permette di non modificare le proprie concezioni profonde, i propri assiomi di base, rimanendo identica a se stessa.

Adriano Voltolin in “Grand hotel: o dell’immaginario”, scrive che “la trasgressione, in quanto difformità dalla regola, non implica di per sé un pericolo per l’istituzione, ma sottolinea invece solamente la sua potenza” (1983). L’istituzione, istituzionalizzando l’infrazione, la assorbe e la sottomette eludendo il principio di non contraddizione: considerandola estranea a sé, si permette di tollerarla ma non di confrontarcisi, sino a poterla, piano piano, espellerla.
Una sorta di granuloma istituzionale, si potrebbe dire. Ricorda, infatti, un processo simile a quella reazione immunitaria dell’organismo che, in termini medici, viene chiamata granuloma: quando l’organismo soffre per lesioni dovute a infiammazioni croniche di natura infettiva o da corpi estranei, può accadere che le cellule producano una sorta di capsula per rivestire l’agente infettivo/estraneo e renderlo innocuo. Infine il granuloma può evolvere verso la necrosi, con il focolaio infiammatorio che si estingue. Se l’infiammazione è dovuta ad un corpo estraneo, può accadere che il granuloma si sposti sempre più verso la superficie cutanea fino a rilasciarlo all’esterno. Il corpo estraneo viene espulso e tutto torna come prima. Anzi, tutto è stato sempre come prima, visto che l’agente estraneo, ad eccezione della lesione iniziale che ha provocato l’infiammazione e di un breve periodo susseguente, nel quale si sono prese delle contromisure per tenerne monitorata la presenza affinché non producesse un aggravamento dell’infezione, non ha avuto più alcun contatto con il resto dell’organismo.
Accade come nelle personalità ossessive che, per difendersi rispetto ad un contenuto disturbante, utilizzano il meccanismo di difesa dell’isolamento: l’elemento estraneo, affettivo, disturbante, viene isolato, slegato dal resto della personalità, per meglio controllarlo non facendosene influenzare. Lo stesso sembra poter avvenire nelle istituzioni dove, al fine di monitorare i contenuti considerati estranei e pericolosi, vengono formalizzati e strettamente sottoposti a procedure burocratiche che, come suggeriva anche il Foucault di “Sorvegliare e punire”, ne permettono il controllo.

È il tema del controllo in ambito psicoanalitico su cui Bleger si focalizza nel lavoro che ha dato il là a queste riflessioni. Un tema che, con sfumature diverse, ha convogliato l’interesse, le riflessioni e le azioni anche di molti altri psicoanalisti. Questa preoccupazione per il controllo non solo è emersa con evidenza in diverse fasi della vita dell’istituzione psicoanalitica, ma sembra averla contraddistinta sin dagli albori. Come abbiamo visto, la psicoanalisi è sempre stata attraversata da una tensione che metteva di fronte un approccio naturalistico, per il quale la disciplina freudiana poteva e doveva addivenire allo stesso statuto delle scienze naturali, come se fosse una comune attività da laboratorio nella quale un soggetto può porsi in maniera neutra e imperturbabile rispetto al suo oggetto di studio, e un approccio fenomenologico, nel quale la separatezza tra il soggetto e l’oggetto viene messa in discussione ritenendo che l’unica possibilità di studio dell’oggetto sia la focalizzazione sul vincolo esistente tra i due termini, ovvero esaminando il fenomeno percepito. Penso che anche nella differenza tra queste due diverse concezioni si giochi la questione del controllo, che a ha che fare, altresì, con il tema del riconoscimento sociale e del potere: una questione estremamente scottante per il movimento psicoanalitico istituzionale.
Come si è riportato all’inizio di questo lavoro, Freud ha esplicitamente ritenuto di dover fondare l’istituzione psicoanalitica per poter distinguere un noi da un loro, al fine di poter controllare chi aderiva all’allora giovanissimo movimento psicoanalitico e chi, invece, spacciava per psicoanalisi una modalità di intervento che, par di capire leggendo le considerazioni freudiane, aveva poco a che fare con la cura della parola messa a punto dal neurologo viennese. E, a quanto si evince, credo che la preoccupazione di Freud fosse più volta a proteggere lo sviluppo della sua giovane creatura dalla possibilità di essere criticata socialmente, piuttosto che a proteggere gli eventuali pazienti da interventi terapeutici mal condotti. Comunque sia, com’è noto, già allora Freud dovette affrontare diverse difficoltà, ritrovandosi ad allontanare chi, anche tra i suoi più fidati collaboratori, non si mostrava d’accordo con le sue posizioni. È proprio rispetto alla fondazione dell’istituzione psicoanalitica che avvenne l’allontanamento di Adler. La fondazione dell’Associazione è mossa da una fondamentale preoccupazione di Freud, che scrive: “Sapevo fin troppo bene quali errori attendevano chiunque affrontasse i problemi dell’analisi e speravo che si sarebbe riusciti ad evitarne molti erigendo un’autorità disposta a istruire e vigilare”. Nel dichiarare formalmente gli scopi dell’Associazione Psicoanalitica si decide di tradurre tale motivazione di fondo con questi termini: “Coltivare e promuovere la scienza psicoanalitica fondata da Freud, sia come psicologia pura sia nella sua applicazione alla medicina e alle scienze morali; garantire ai membri dell’Associazione il sostegno reciproco in tutti gli sforzi intesi ad acquisire e diffondere le conoscenze psicoanalitiche”. L’intenzione di Freud venne letta in chiave critica da Adler che “espresse con appassionata animazione il timore che si mirasse ad una censura e restrizione della libertà scientifica” (1914): il risultato fu che Adler venne allontanato. Alla base dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, dunque, c’è il desiderio di controllo, il cui soddisfacimento viene realizzato mediante la fondazione dell’istituzione psicoanalitica. Adler venne allontanato perché non era d’accordo con questa idea che interpretava come castrante, come limitante la libertà di ricerca scientifica: e forse non si sbagliava di molto visto che, successivamente, seguirono gli allontanamenti di altri nomi illustri come Stekel, Jung, Rank, Reich e Ferenczi.

Di fatto, il riconoscersi istituzionalmente ha permesso a Freud di separare il dentro dal fuori, l’interno dall’esterno, appropriandosi totalmente della disciplina psicoanalitica. Facendo coincidere l’istituzione fondata, l’IPA, con la psicoanalisi, si è ritenuto di poter decidere ciò che perteneva a quel campo di studi da ciò che non gli era proprio. L’istituzione è venuta così a coincidere con la totalità: dentro c’è il sapere assoluto, la verità (psicoanalitica), fuori l’errore, il travisamento (della psicoanalisi). In altre parole, sembra che l’aver assunto una forma istituzionale abbia permesso l’illusione di poter controllare totalmente l’oggetto di interesse, potendo autonomamente decidere che cosa far rientrare nel campo della psicoanalisi e cosa no. I pensieri e le opinioni non coincidenti con quelli dell’istituzione sono stati considerati ‘eretici’, non inerenti la verità già promulgata. Pur riconoscendo, senza alcun dubbio, l’atteggiamento scientifico che Freud ha mostrato lungo tutto il corso della sua attività professionale (perlomeno a livello di ricerca individuale), proponendo ipotesi esplicative e poi superandole per dar corso ad altre idee o ad altri modelli teorici sulla base della sua attività clinica, non si può non registrare che, in genere, quando ci si trova di fronte alle posizioni prima ricordate si parla di dogmatismo. Sappiamo che questo è un pericolo sempre presente in ambito istituzionale ed è un aspetto del quale è difficile liberarsi. L’IPA è un’istituzione che, nel corso del suo secolo di vita, è riuscita a conquistare un notevole riconoscimento sociale ed una solida credibilità professionale, nonostante i molti aspetti contradditori che hanno accompagnato la sua storia ed il suo proporsi all’esterno. Prima ho accennato a ciò che viene definito percorso psicoanalitico individuale da un punto di vista teorico e a quanto sembra venir svolto, in modo molto diverso, nella pratica. Un altro aspetto interessante è quello che riguarda il lavoro con i gruppi e con le istituzioni: fino a qualche decennio fa l’intervento su questi ambiti non poteva assolutamente essere considerato di natura psicoanalitica (nonostante eminenti psicoanalisti avessero già iniziato a lavorare con setting gruppali), non considerando psicoanaliticamente rilevanti le attività proposte su quei piani dai professionisti che le praticavano, mentre ora le pratiche di lavoro gruppali e istituzionali sembrano essere entrate nel regime della liceità, ovverosia le istituzioni psicoanalitiche paiono riconoscere la possibilità di svolgere lavori di carattere psicoanalitico anche in quegli ambiti.

Parrebbe che fondante l’istituzione psicoanalitica sia stata la preoccupazione per ciò che poteva legittimamente rientrare nell’alveo della psicoanalisi, con l’intento di rendere riconoscibile la disciplina a livello sociale da un punto di vista medico e scientifico: per raggiungere tale scopo si è ritenuto di erigere un’autorità che potesse controllare gli sviluppi della psicoanalisi. Lourau, sosteneva che un’istituzione per essere riconosciuta come equivalente alle altre istituzioni presenti all’interno di una comunità sociale, deve istituzionalizzarsi, stabilizzarsi. Solamente così è possibile un confronto. Da questo punto di vista, l’istituzione di un’associazione psicoanalitica potrebbe essere considerata un primo passo verso l’agognato riconoscimento sociale del carattere scientifico della disciplina. Un passo che, però, ha comportato anche risvolti meno positivi: inizialmente, le esclusioni eccellenti, e successivamente, una burocratizzazione dell’istituzione che parrebbe aver suscitato una sorta di paranoia generalizzata imperniata su un controllo interno che ha ostacolato le possibilità espressive e creative del movimento (cfr. Cremerius, 1995, e Kernberg, 1996).

L’idea di chi scrive è che la questione relativa al riconoscimento di scientificità non abbia ancora trovato una soluzione all’interno dell’associazione psicoanalitica e che sempre con quel dilemma stiano ancora facendo i conti le istituzioni di psicoanalisi odierne. Ancora oggi, continuando a sussistere il bisogno di essere riconosciute socialmente, la preoccupazione parrebbe legata al timore di perdere legittimità medica e scientifica[7], quella stessa legittimità cui aspirava Freud sin dall’inizio. Credo un segno ne sia il fatto che la domanda “la psicoanalisi è morta?” riemerga con costante frequenza dagli interstizi dell’umana società.
Di fatto, il pensare la relazione analitica come costituita da termini, analista/soggetto e paziente/oggetto, non nettamente disgiungibili, porta ad avere conseguenze non propriamente desiderabili per l’istituzione psicoanalitica, su due livelli: quello propriamente istituzionale e quello individuale dello psicoanalista che dell’istituzione è parte.
A livello individuale tale concezione comporta una ferita narcisistica per l’analista: accettando l’idea che nella relazione analitica vengano messi in gioco aspetti inconsci dell’analista (sembra tautologico affermarlo ma: anche e soprattutto quando egli stesso non se ne rende conto), dunque non immediatamente gestibili, si crea una situazione che chiede all’analista di fare un passo indietro, di scendere dal piedistallo di colui che tutto sa e che tutto vede, di colui che si riconosce un potere, e pensarsi come non totalmente in controllo della situazione analitica. Credo non sia una considerazione irrilevante poiché, al di là dell’eventuale ferita narcisistica, mette in discussione l’idea dell’analista come scienziato/osservatore che può raccogliere dati in modo oggettivo, ossia misurare in maniera neutra il proprio oggetto di studio e rendere pienamente conto della situazione analitica.
A livello istituzionale, questo presupposto rende più ostico il confronto con le cosiddette ‘scienze dure’ o esatte, imperniate sulla possibilità di fornire dati il più possibile oggettivi, quantificabili e ripetibili. E questa difficoltà mette in pericolo il riconoscimento sociale fino ad ora acquisito dalla psicoanalisi. Una ricerca di scientificità, forse, mossa anche dal dover confrontarsi con la psicologia cognitiva e comportamentale che, facendo proprio della rigida distinzione tra soggetto ed oggetto il suo tratto fondamentale, parrebbe permetterle di connotarsi come disciplina scientifica e di proporsi come disciplina credibile, cioè funzionale e spendibile, agli occhi del mondo medico-sanitario contemporaneo. In realtà, da questo punto di vista, al di là del confronto con la psicologia cognitiva e comportamentale così in auge in questi tempi, la ricerca della scientificità attraverso la netta distinzione tra soggetto ed oggetto sembrerebbe attualmente un paradosso poiché, occorre sottolinearlo, la scienza contemporanea, soprattutto nel campo della meccanica quantistica, teoria a base probabilistica, sta fortemente mettendo in discussione l’idea di poter considerare il ricercatore/osservatore di un evento come neutrale rispetto al proprio oggetto di studio, ovverosia l’idea di poter addivenire ad una conoscenza pura, oggettiva e totalmente verificabile. L’esattezza della fisica quantistica si fonda sulla ripetibilità del fatto studiato e definito, e sul riuscire a prevedere il proprio errore piuttosto che sulla convinzione di produrre dati certi.
In definitiva, parrebbe che la psicoanalisi, forse fuori tempo, sia ancora alle prese con la difficoltà di darsi uno statuto scientifico che vorrebbe essere della stessa natura di quelli delle scienze considerate esatte, una natura quantitativa, invece che qualitativa come sarebbe più agevole riconoscere alla materia psicoanalitica. Timore dell’istituzione psicoanalitica sembra sia che il non riuscire a definire chiaramente, rendendoli oggettivamente evidenti, i presupposti sui quali si fonda il metodo psicoanalitico, possa mettere la psicoanalisi a rischio di essere considerata una disciplina irragionevole, priva di fondamenta certe, ed essere così sospinta nell’alveo delle attività fideistiche, magiche o aleatorie.

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Note:

[1] Scrivo di ‘situazioni individuali’ per semplicità, per non rischiare di complicare il discorso sul metodo: oggi, ma non da oggi, le applicazioni della psicoanalisi coprono ambiti molto variegati e si estendono ai gruppi, alle istituzioni e alle comunità sociali.

[2]Qui è possibile reperire gli articoli cui ci si riferisce, apparsi nel 2011 sul “Corriere della sera”: http://www.corriere.it/cultura/11_febbraio_14/messina-giu-lettino_9c54f2e4-3818-11e0-9d0e-ca1b56f3890e.shtml?refresh_ce-cp
e nel 2013 su “La Stampa”, cui ci si riferisce:
http://www.spiweb.it/rassegna-stampa/538-italiana-ed-estera/rassegna-stampa-italiana-2013/3034-portero-da-noi-la-psicanalisi-low-cost-e-le-sedute-via-skype-la-stampa-3-marzo-2013

[3] Le contraddizioni, interne alle stesse istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA, suscitate dal cercare di definire che cosa possa essere inteso per ‘psicoanalisi’ e quali criteri la caratterizzano sono tante: lo scritto di Cremerius, “Il futuro della psicoanalisi”, approfondito e molto articolato, in cui si esprime una critica serrata e su più piani alla psicoanalisi istituzionale, ne propone una panoramica molto interessante.

[4] L’idea del controcongresso, evento che sembra venire lasciato cadere nel dimenticatoio, partì dal gruppo degli italiani e da quello di Zurigo: a questi si unirono via via gli altri.

[5] Oggi, in Italia, sono riconosciute dal MIUR diverse scuole di psicoanalisi lacaniana: istituzioni che possono riconoscere il titolo di ‘psicoanalista’ ai propri allievi. La questione è particolarmente interessante poiché le istituzioni di psicoanalisi lacaniana, rispondendo ad una diversa concezione nel considerare la relazione analizzando-analizzante, propongono, a quanto mi è dato sapere, una modalità di pensare e strutturare i percorsi con i pazienti molto diversa da quella che si esprime nel setting classico proposto dalle associazioni di psicoanalisi aderenti all’IPA.

[6] È la concezione naturalistica cui fa cenno Bleger nel suo articolo.

[7] È chiaro che la questione della legittimità scientifica dell’istituzione psicoanalitica (come, per altri versi, facevano notare gli aderenti al gruppo Plattform, ma anche come sottolinea Cremerius nell’articolo citato) va oltre, avendo implicazioni a livello personale, ovvero comportando dei risvolti utilitaristici e convenienti per i membri dell’istituzione: il far parte dell’istituzione psicoanalitica permette l’acquisizione di uno status professionale riconosciuto socialmente e, man mano che si scalano le gerarchie, come in tutte le istituzioni, si ha la possibilità di confrontarsi con la gestione del potere che viene riconosciuto all’interno di un’istituzione organizzata in maniera estremamente burocratica. Con i vantaggi sociali ed economici conseguenti. A questo proposito, Cremerius nota che, almeno nella Germania di fine anni ‘60, gli analisti didatti e chi occupava posizioni preminenti all’interno dell’istituzione psicoanalitica tedesca vivevano una condizione di vantaggio economico rispetto agli altri. Non so come stiano le cose attualmente ma una delle critiche che maggiormente vengono rivolte alle istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA è che, prevedendo un sistema formativo chiuso, ossia il candidato analista potendo svolgere la propria analisi didattica solamente con analisti didatti, dunque appartenenti all’istituzione (da questo punto di vista non considerando le implicazioni cui soggiacciono il candidato e lo stesso analista didatta), si realizza un sistema che crea e assicura direttamente opportunità di lavoro per questi ultimi. Freud faceva ‘indirettamente’ presente già questa dinamica nel 1937, in “Analisi terminabile e interminabile”, dove scrive: “Una volta avevo a che fare con un numero piuttosto considerevole di pazienti, i quali, com’è comprensibile, puntavano a cavarsela rapidamente; negli ultimi anni le analisi didattiche presero il sopravvento e rimase in cura da me un numero relativamente esiguo di soggetti gravemente ammalati, il cui trattamento, se pure intervallato da pause più o meno lunghe, si protrasse nel tempo”.

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SOTERIA: TRA ESODO E APPARTENENZA Dalla Comunità…verso una “clinica della comunità”

Lun, 11/04/2016 - 22:30

di Gilberto Maiolatesi (Responsabile Comunità “Soteria”)
e Marzia Pennisi (Coordinatrice Comunità “Soteria”)

PREMESSA

 “Ricordo di aver pensato che gli schizofrenici sono i poeti strangolati della nostra epoca. Forse per noi, che dovremmo essere i loro risanatori, è giunto il momento di togliere le mani dalle loro gole.”

Con questa frase di David Cooper abbiamo a che fare ogni giorno, quando iniziamo il nostro lavoro di terapeuti e di operatori psichiatrici, queste righe sono all’entrata della nostra comunità  quotidianamente ci dobbiamo fare i conti.

Ma la nostra riflessione parte da lontano e il modo di intervenire oggi e la storia e i perché del progetto della “Comunità Soteria”, forse hanno a che fare con la storia del movimento antipsichiatrico e antiistituzionale in Italia, a cominciare dalla Riforma psichiatrica e dalla cosiddetta “rivoluzione basagliana”.

Il 13 marzo del 1978, nasceva in Italia la L. 180 che di fatto concludeva, con un atto legislativo, l’esperienza della custodia manicomiale, imponendo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici (OP).

Possiamo tranquillamente sostenere che in Italia, gran parte degli interventi psichiatrici si sviluppano all’interno delle cosiddette strutture intermedie.

Dopo quasi 30 anni dall’attuazione della Legge 180, che poneva fine alla pratica e all’utilizzo dei manicomi, si sono sviluppate sempre di più servizi, dove il “folle”, viene inserito per iniziare percorsi di risocializzazione e programmi riabilitativi psico-sociali.

In realtà tutto questo, si traduce troppo spesso in delega pressochè totale dei familiari e della società alle strutture istituzionali.

Il rischio di creare nuovamente piccoli e moderni manicomi è evidente e non basta avere piscine, campi da tennis, saune…per non essere una istituzione chiusa e totale. Non è sufficiente fare psicoterapia, attività riabilitative e laboratori occupazionali, per costruire identità fortemente alternative e antagoniste al manicomio.

Ogni istituzione totale toglie dignità, reprime, estorce diritti, nega democrazia, contribuisce alla formazione di sintomi, produce malattia. Nel manicomio (istituzione totale per eccellenza insieme al carcere) non esiste né passato né futuro, esiste solo il presente, sempre lo stesso, giorno dopo giorno, immobile presente senza tempo, dove non c’è “vita” e cambiamento, bensì “morte” e staticità. Il manicomio, insomma, non si pone  il problema della trasformazione.

 

COMUNITA’ COME LABORATORIO DELLA TRASFORMAZIONE

Il nostro orizzonte  ideale, che ha determinato e determina l’intervento terapeutico quotidiano, si colloca in piena continuità con  quello storico movimento che negli anni ‘60-’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche custodialistiche e le istituzioni manicomiali.

La Legge 180, è stato lo strumento legislativo che ha permesso, nel lontano 1978, il progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica.

Si stava abbattendo una delle più vergognose e violente opere del genere umano: i manicomi, che andavano chiusi, e in alternativa aperti luoghi di “cura” e di socialità, dove l’intervento terapeutico si coniugava, e si coniuga, con la battaglia per i diritti di cittadinanza, contro lo stigma sociale e il pregiudizio.

Dentro questa cornice si esprime il nostro lavoro.

Ore, settimane, mesi, vissuti insieme ai nostri utenti, sempre più convinti che l’utilizzo e l’affinamento delle più moderne tecniche riabilitative non sarebbero mai sufficienti a restituire “abilità sociali”, voglia di vivere, autonomia, dignità a uomini e donne che hanno trascorso troppo tempo “prigionieri”  all’interno del loro mondo, isolati dagli altri mondi possibili.

In questi anni abbiamo capito che essere dei “bravi tecnici  specialisti” non può bastare.

E’ NECESSARIO “ESSERCI”. Perché “…l’affetto è prassi di essere presente, cioè pratica costante dello stare insieme come ci ricorda Massimo Marà nel suo libro “Comunità per psicotici”.

All’interno del nostro programma di attività settimanale abbiamo in effetti diversi gruppi (funzione dell’abitare, di convivenza, di ascolto e organizzativi, espressivi, terapeutici, multifamiliari…).

L’importante però, è fare le cose insieme e trovare dei momenti per discutere e ascoltare, anche con i pazienti più gravi e regrediti.

Indubbiamente un elemento  fondamentale del nostro agire è il rapporto con il sociale, con la città: l’intervento socio-riabilitativo dentro la nostra realtà territoriale.

Purtroppo nulla di tutto questo è scontato, anzi molta strada abbiamo ancora di fronte a noi per una oggettiva cittadinanza del disagio mentale e per un reale rispetto della diversità.

La lotta allo stigma e al pregiudizio, la battaglia per i diritti, l’integrazione, si raggiungono con la visibilità, con la rivendicazione della propria diversità, della propria storia, della propria intima sofferenza.

Detto questo, dovremmo “vivere” e utilizzare la comunità come luogo dove si sperimenta la trasformazione, ma anche come luogo e strumento della trasformazione.

In entrambi i casi per TRASFORMAZIONE dobbiamo sempre intendere modificazione delle relazioni interpersonali, della comunicazione patologica, metamorfosi dei propri stati interiori intrapsichici; ma anche TRASFORMAZIONE come processo di liberazione, come superamento e stravolgimento dei rapporti sociali alienati i quali producono inevitabilmente  malattia e sofferenza.

TRASFORMAZIONE quindi come riappropiazione del potere decisionale da parte di chi, mistificato e sottomesso, per una intera vita ha dovuto chiedere sempre il permesso a qualcuno, anche per comprare un semplice pacchetto di sigarette.

 

COMUNITA’ COME SETTING E SPAZIO PROGETTUALE

Soteria è un servizio gestito dalla Cooperativa Sociale Cooss Marche. in convenzione con il Dipartimento di Salute Mentale di Jesi. Il 3 maggio 1999 nasce come  struttura socio-riabilitativa di tipo residenziale che accoglie 12 pazienti di diverse patologie psichiatriche con evidenti difficoltà nella sfera relazionale e un basso livello d’autonomia, con una significativa potenzialità evolutiva e capacità di recupero a livello relazionale e sociale. In effetti, gli obiettivi principali dell’attività riabilitativa sono la riappropriazione della propria soggettività da parte del paziente  e  il miglioramento generalizzato della qualità della vita, accanto al raggiungimento del massimo livello d’autonomia possibile, limitando contemporaneamente il rischio di “crisi involutive”.

La Comunità intera può essere vista come un unico setting, nel quale viene praticato un intervento multifattoriale ( farmacologico, assistenziale, riabilitativo, di sostegno psicologico, psicoterapico) prevedendo una serie di attività, a livello individuale e gruppale, strutturate a loro volta come sottosetting. Gran parte della vita della Comunità è pensata e organizzata in sottosetting con precisi confini spazio-temporali-metodologici (tempo, spazio, ruoli e compito)  ciò per tre importanti ragioni: 1)contenere l’ansia, l’angoscia e l’aggressività dei pazienti (e degli operatori); 2)osservare i complessi fenomeni psichici e relazionali che si verificano all’interno della vita  comunitaria; 3)costruire una “realtà condivisa”.

Ma poichè la costruzione e conservazione di setting si basa sulla adesione e sul rispetto delle regole concordate, è necessario prevedere alcuni momenti di confronto con i pazienti (e altri solo tra operatori) per discutere, condividere, ribadire, ridefinire, eventualmente modificare, regole, programmi, organizzazione e metodi di lavoro.

 

Strategie terapeutico-riabilitative

L’istaurarsi di rapporti “affettivi” significativi tra pazienti e tra paziente e operatore rappresentano il primo vero elemento terapeutico. Il “fare insieme” permette di sperimentare comportamenti più adeguati e nel frattempo il riemergere di fattori motivazionali assopiti, interrompendo la spirale dei fallimenti. Il lavoro del gruppo-comunità tende quindi a:

  • rafforzare l’autonomia e l’autodeterminazione soggettiva,
  • far riemergere le capacità motivazionali e espressive,
  • riscoprire la socialità e lo star bene con gli altri,
  • rafforzare l’autostima e la capacità di subire frustrazioni,
  • gestione della propria impulsività ed emotività,
  • favorire l’autogestione dei propri spazi vitali,
  • supportare quando ci sono le condizioni, un avvicinamento al mondo del lavoro.

 

Il lavoro terapeutico-riabilitativo può essere suddiviso in due macro aree: una più strettamente psicologica e l’altra di tipo sociale.

Attività psicologica:

  • colloqui individuali (sempre più limitati),
  • incontri di gruppo (gruppo terapeutico settimanale, gruppo di convivenza giornaliero, Assemblea di Comunità settimanale, gruppo multifamiliare mensile ),
  • incontri periodici con il paziente e i propri familiari,

Attività di tipo sociale

  • cura di se e dei propri spazi,
  • web radio,
  • giardinaggio e verde,
  • inseriementi lavorativi e sociali,
  • inserimenti in gruppi sportivi,
  • attività ricreative,
  • attività espressive e artistiche

 

L’ETICA DEL CAMBIAMENTO E DISPOSITIVO MULTIFAMILIARE: DALLA LEGGE DELLA FAMIGLIA ALLA LEGGE DELLA CITTA’

L’esperienza del Gruppo Terapeutico Multifamiliare (GMF) nasce all’interno della Comunità Socio Riabilitativa “Soteria” di Jesi nel settembre del 2000, esattamente dopo un anno dal’apertura della Comunità, grazie agli stimoli provenienti dalla supervisione clinica condotta dal Prof. Alfredo Canevaro sin dall’apertura del servizio.

Di seguito, in modo sintetico e schematico, gli aspetti fondamentali per una riflessione collettiva.

 

  1. Il setting

Gli incontri si tengono all’interno della Comunità a frequenza mensile (il terzo lunedì del mese) con una durata di 90 minuti, preceduti da un momento conviviale di circa 20 minuti. Alla fine di ogni gruppo l’equipe di lavoro si incontra per circa 45 minuti per rielaborare i vissuti e la molteplicità dei transfert, controtransfert e identificazioni proiettive sviluppatisi all’interno della seduta gruppale appena conclusa.

Il gruppo per il primo anno e mezzo è stato condotto (senza un co-conduttore) dal Dott. Gilberto Maiolatesi, Direttore Responsabile della Comunità con una supervisione mensile all’equipe del Prof. Canevaro, utilizzando anche le registrazioni degli incontri ai quali partecipavano gli ospiti della Struttura con le loro famiglie e gran parte del gruppo degli operatori (non solo quelli in turno).

Uno dei limiti evidenziati in quella fase era legato alla modalità di comunicazione “a stella”, cioè diretta solo dagli integranti del gruppo verso il conduttore; limite di partenza di tutti gli incontri, probabilmente amplificato dall’ambivalenza del ruolo coordinatore del gruppo/ Direttore della Comunità.

Nel 2002 si decide, all’interno della supervisione, di modificare il setting terapeutico con l’ingresso del Prof Canevaro come conduttore del gruppo e il Dott. Maiolatesi come co-terapeuta.

Questa seconda fase ha posto una rottura con il passato e ha portato ad un cambiamento molto positivo grazie all’esperienza del Prof Canevaro, ma anche perché la coterapia è fondamentale per una buona riuscita di un gruppo come il multifamiliare e, inoltre, in quel momento era fondamentale  avere più chiarezza nel ruolo del coordinatore gruppale.

Dal 2005 ad oggi il gruppo è condotto in co-terapia dal Dott. Maiolatesi e dalla Dott.ssa Marzia Pennisi.

Tutti gli operatori presenti possono intervenire all’interno del gruppo per evitare una comunicazione “radiale”, non circolare e quindi bloccata. In alcune occasioni utilizziamo delle tecniche esperenziali e di drammatizzazione attraverso la comunicazione non verbale e gli aspetti emozionali per facilitare l’incontro affettivo tra gli integranti. L’utilizzo di “io ausiliari” o tecniche tipo quella dello “zaino” (specie se si affrontano i temi legati allo svincolo dalla famiglia d’origine)  sono molto utili perché  a volte la comunicazione e l’interpretazione verbale non sono sufficienti al cambiamento.

Oltre alla coppia (sempre complementare) di coterapeuti, il dispositivo prevede un operatore con il ruolo di osservatore partecipante la cui funzione è quella di raccogliere gli emergenti gruppali.


  1. Origini: la definizione della situazione ambientale

 Il  contesto interno

Il GMF nasce  per uscire da una crisi interna al gruppo  di lavoro e per correggere quindi una comunicazione disfunzionale dell’equipe “giovane”, formata da operatori con poca esperienza in psichiatria che si trovavano ad intervenire e  supportare un utenza molto grave. Questo produceva tensioni interne, manifeste e latenti e una comunicazione entropica, confusiva e ansiogena.  Nello stesso tempo c’era il bisogno di definirsi, di trovare un percorso costituente identitario, tenendo in considerazione una naturale “vocazione antipsichiatrica” della Comunità. Gli operatori si sentivano  troppo isolati e “chiusi” oltre il cancello della Comunità, lontani dal tessuto urbano jesino. Questo portò al bisogno di uscire e di scendere dal colle in cui è situata la Struttura ed entrare all’interno della Città (nelle piazze, negli spazi di aggregazione, nelle scuole…) con progetti di promozione della salute mentale. Nasce così, insieme al gruppo multifamiliare, la Rassegna “Malati di Niente”. Possiamo dire oggi, in maniera (anche) provocatoria, che c’è stato un passaggio dalla “legge della famiglia” alla “legge della città”.

Le difficoltà riguardo alla comunicazione erano anche rispetto al rapporto operatori-famiglie in quanto quest’ultime all’inizio facevano molta difficoltà ad incontrarsi tutti insieme e discutere delle proprie problematiche, mentre nel tempo è diventato quasi naturale. E per dirla con le parole di una madre del gruppo: “…mi rendo conto che oramai non vengo per mio figlio, vengo per me, per curare la mia solitudine…mi fa bene incontrarvi…”

       Il  contesto esterno

La nostra città è situata in un territorio che ha visto uno sviluppo industriale e manifatturiero importante dagli anni ‘50 – ’60, che ha modificato strutturalmente l’economia  da agricola ad industriale (tanto da definire Jesi la piccola Milano delle Marche). Storicamente la nostra è stata una città con forti connotazioni democratiche e antifasciste, provenienti direttamente dalla guerra di liberazione, determinando un “humus culturale” proficuo a strutturare senso di comunità e forti legami sociali. Rispetto allo stigma e al pregiudizio nei confronti del disagio mentale, Jesi presentava due facce della stessa medaglia; una città dove  il pregiudizio verso il “matto” era abbastanza forte anche a causa di un fatto grave avvenuto nel 1979 ad un anno dalla legge Basaglia:  l’uccisione di un carabiniere da parte di un paziente seguito dai servizi. Dall’altra una città  indignata per un fatto accaduto nel 1999 nei confronti di un paziente, aggredito e malmenato per noia da alcuni giovani della “jesi-bene” nella sua abitazione.

Sempre in quel momento storico il Dipartimento di Salute Mentale era in fermento e in fase di cambiamenti istituzionali. Infatti nel 1995 iniziano i primi gruppi riabilitativi e di incontro con i familiari e pazienti e nel 1998 nascevano le prime strutture intermedie della riabilitazione psicosociale.

 

  1. Il cambiamento e la rottura di un paradigma

Nella nostra esperienza clinica abbiamo potuto constatare che il dispositivo multifamiliare non ha rappresentato soltanto una tecnica o uno strumento in più, magari più appropriato,  ma un vero e proprio cambiamento epistemologico, una cesura storica con il paradigma medico psichiatrico novecentesco, non solo nella relazione terapeuta-paziente.

In tutti questi anni abbiamo potuto osservare dei notevoli processi di apprendimento e cambiamento rispetto a vari aspetti. Ad esempio per quanto riguarda la comunicazione disfunzionale ed entropica sia della famiglia che dell’equipe di lavoro. Le famiglie e gli operatori sono molto più capaci di comunicare in maniera orizzontale senza doversi sempre e solo riferire al Responsabile della Comunità come leadership unica.

Rispetto alla  necessità di creare una rete sociale e di interagire IN e CON essa, negli anni abbiamo imparato a pensare alla cura come un intervento reticolare multidisciplinare e, quindi, a riferirci costantemente con istituzioni, enti pubblici, associazioni di volontariato, cooperative sociali.

Per quanto riguarda l’esigenza di modificare i dispositivi organizzativi interni del servizio e le metodologie di lavoro, siamo riusciti a strutturare anche dei gruppi comunitari come l’assemblea di comunità settimanale dove si discute in maniera democratica dei problemi anche pratici del vivere in comune. Questo diventa un luogo di recupero della soggettività nell’esercizio di una comunicazione non gerarchica ma orizzontale.

Altro elemento da sottolineare, ad esempio, è quello della discussione e condivisione di alcuni progetti terapeutici riabilitativi (per esempio anche le dimissioni di un paziente) all’interno dell’incontro multifamiliare. Quindi la discussione gruppale si dimostra vera, propositiva e decisionale.

Inoltre abbiamo notato dei notevoli cambiamenti rispetto ad una maggior consapevolezza nel correggere onnipotenza e narcisismo del paziente e  dell’operatore specularmente intrappolati nel delirio e nella sua interpretazione (“…sono il figlio di Dio…”; “ho capito…ci penso io e ti guarirò”)

 

DAL SETTING-COMUNITA’ AL SETTING-CITTA’  

Noi, operatori psichiatrici, che lavoriamo quotidianamente nel settore della riabilitazione e dell’inserimento sociale dei pazienti, denunciamo troppo spesso una intolleranza e una diffidenza verso il diverso, verso l’escluso, ed è per questo che istituzioni, associazioni, strutture operative del settore, cooperatori, dovrebbero farsi carico di una vera e propria promozione culturale della salute mentale nei territori; dove riversare idee ed esperienze, mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza, lo smarrimento di una collettività sempre più in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

In effetti i presupposti della Riforma psichiatrica tendenti a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale, attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione, sono rimasti troppo spesso sulla carta, non realizzati. Ma con tutti i limiti che possiamo trovare alla Legge 180 (più che altro per la sua non applicazione), certo non possiamo e dobbiamo tornare indietro, perché nulla è più come prima, perché abbiamo appena iniziato a restituire a quelle persone ridotte a “matti da legare”, lo statuto di cittadini, il diritto di esistere dentro quel contratto sociale da cui erano stati definitivamente espulsi in modo del tutto improprio.

Anche per questo la battaglia contro lo stigma e il pregiudizio verso la persona sofferente è, e rimarrà, l’obiettivo primario per quanti credono che ogni essere umano ha il diritto di migliorare la propria qualità di vita e che il disturbo mentale è un “male oscuro”, dove i termini relazionali e socio-culturali rivestono una importanza cruciale, a volte drammatica.

 

La “clinica della comunità”: il laboratorio permanente di “Malati di Niente”

Nel lontano settembre 2000 nasce il progetto “Malati di Niente”.

In quel periodo a Jesi un gruppo di operatori della Comunità “Soteria” aveva iniziato ad interrogarsi sul senso del proprio lavoro nei servizi psichiatrici, sulla natura del mandato sociale, sull’etica e sul significato della riabilitazione psicosociale a più di vent’anni dall’emanazione della Legge 180. Ci si chiedeva, tra dubbi e stati di ansia confusiva, se la famosa e tanto discussa  “rivoluzione basagliana”, non avesse completamente esaurito la propria spinta propulsiva.

Sicuramente la Legge 180, aveva rappresentato lo strumento legislativo che  permise il progressivo smantellamento degli Ospedali Psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica. Si era chiusa una delle più vergognose e violente opere del genere umano, l’esperienza manicomiale, con la possibilità e la speranza di aprire luoghi di cura e di socialità dove l’intervento terapeutico esce fuori dal setting tradizionale, per entrare in quello comunitario, coniugando terapia e battaglia per i diritti di cittadinanza.

Proprio noi, operatori psichiatrici, essendo i soggetti più esposti, dovevamo mandare un segnale alla comunità e alle istituzioni. Nelle lunghe discussioni, emergeva sempre più nitidamente l’idea di un progetto di promozione culturale della salute mentale nei territori, nelle comunità. Un progetto “etico-politico-terapeutico” l’avevamo poi definito e nominato nel tempo, dove riversare idee ed esperienze mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza e lo smarrimento di una collettività sempre più chiusa, autistica, in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

Feste, concerti, spettacoli teatrali, mostre, cinema, dibattiti seminari…la città e le sue piazze vengono invase e “occupate” da iniziative ed eventi che determinano progressivamente una nuova sfera politica pubblica.

Dopo 15 anni di lavoro, di progressi e crisi regressive, almeno due degli obiettivi progettuali originari, ci sembrano ancora molto stimolanti ed attuali: 1)promuovere la salute mentale attraverso processi di  contaminazione culturale e l’intervento sociale sul territorio,  in maniera specifica e approfondita all’interno delle scuole cittadine grazie all’attivazione dei Laboratori di cittadinanza (con gli studenti del Liceo Classico e delle Scienze Umane,Liceo Artistico, IIS-Liceo Scienze Sociali); 2)costruire e attivare  un reale lavoro di rete con i movimenti sociali, l’associazionismo, i servizi, le istituzioni, il mondo della cooperazione e del volontariato.

Anche per l’anno 2016 i Laboratori di cittadinanza comprenderanno gli stage formativi all’interno della nostra Comunità, inizieranno nei mesi di maggio, giugno e novembre, dove gli studenti faranno tirocinio pratico, interagendo direttamente con i nostri ospiti, attraverso le varie attività gruppali terapeutico-riabilitative affiancando gli operatori in servizio.

 

Jesi, 6 aprile 2016

 

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Linee operative per le istituzioni

Lun, 22/02/2016 - 22:59

Il Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” organizza il seminario

LINEE OPERATIVE PER LE ISTITUZIONI

venerdì 18 marzo 2016 dalle ore 16.00 alle ore 19.00

presso l’Hotel Imperial Beach in via Toscanelli 19, Rivabella – Rimini

In questo periodo si sta esaurendo la spinta che ha portato all’accreditamento, alla produzione di numerosissimi protocolli ed all’accentramento delle linee di comando in una dimensione verticale. E’ arrivato il momento di dimostrare che i gruppi, le equipe di lavoro e il piano orizzontale sono pienamente operativi.
Il seminario si propone di presentare e discutere gli schemi concettuali di riferimento e operativi (ECRO) che stanno funzionando nelle istituzioni.

Relazioni di:
Loredana Boscolo (Responsabile dell’Unità Operativa Disabilità della Asl 14 Chioggia)
Massimo De Berardinis (Responsabile del reparto di Psichiatria dell’Ospedale Nuovo del Mugello di Borgo San Lorenzo, FI)
Massimo Mari (Responsabile del Centro di Salute Mentale, ASL 10 Camerino, MC)
Marella Tarini (Responsabile dell’Unità Operativa Dipendenze Patologiche Area Vasta n. 2 – Asur Marche)

Coordina Laura Buongiorno

Le relazioni occuperanno una ora e mezza, a seguire una ora e mezza di discussione.

Non sono previsti, e né saranno richiesti, crediti ECM.
Si richiede interesse per il tema e volontà di partecipare alla discussione.
Il seminario è gratuito e, a seguire, ci sarà l’occasione per godere di un aperitivo insieme.

Partecipate e fate partecipare:
https://www.facebook.com/events/1720894751476481/

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Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

Gio, 28/01/2016 - 12:19

La Scuola di prevenzione “José Bleger”, in collaborazione con l’associazione di etnopsicanalisi Esodo, organizza il seminario:

Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

L’incontro si terrà venerdì 12 febbraio
dalle ore 16,00 alle ore 19,00
presso la Sala RM 25, a Rimini, in Corso d’Augusto 241.

Questo il programma:

16.15- 16.25 Introduzione, Leonardo Montecchi

16.30-16.50 Ayahuasca, la liana degli spiriti- botanica, farmacologia, effetti neurofisiologici e psicologici, Massimiliano Geraci

16.55-17.10 Un’esperienza con Inipi e Gruppi Operativi con gli utenti del Cod di Vallecchio, Luca Bersani

17.15-17.35 Etnografia dell’ayahuasca, Annalisa Valeri

17.35- 19.00 Dibattito

 

Non sono stati richiesti, ne lo saranno crediti ECM.
Il seminario è gratuito. Si richiede l’interesse al tema e la volontà di partecipare.

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Charles Peirce nostro contemporaneo

Mar, 19/01/2016 - 21:51

Il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita – Università di Bologna,

e la Scuola José Bleger di Rimini,

invitano al seminario su Charle Sanders Peirce, il più importante filosofo americano e fondatore della semiotica:

Su Perice. Interpretazioni, ricerche, prospettive

(Bompiani, 2015)

a cura di Massimo A. Bonfantini, Rossella Fabbrichesi e Salvatore Zingale

Il seminario si svolgerà venerdì 22 gennaio dalle ore 16.00 alle ore 19.00
presso la Sede Universitaria Valgimigli, via Santa Chiara 40 

Ne dialogano, assieme ai partecipanti,

Massimo A. Bonfantini,
Leonardo Montecchi
Giampaolo Proni

 

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Il pensiero dialettico di José Bleger

Sab, 12/12/2015 - 12:47

di Ariel Liberman

La sezione sui lavori chiave dell’International Journal of Psychoanalysis che verrà pubblicata (agosto 2012, vol. 93, Issue 4, p. 819-1100) tratta di un lavoro di José Bleger, del (1969) 1970, che è commentato da due riconosciuti psicoanalisti contemporanei: Haydée Faimberg e Jay Greenberg. Questa sezione della rivista mira a riportare sulla scena della riflessione della psicoanalisi contemporanea alcuni lavori e/o autori che, in qualche modo, possiamo arrivare a considerare dei classici della storia della psicoanalisi. José Bleger, psicoanalista argentino, nacque nel 1922 e morì molto giovane nel 1972. Nonostante questa prematura scomparsa presentò un lavoro, un pensiero, all’interno del fertile contesto della psicoanalisi rioplatense degli anni 50, 60 e 70, che lo ha reso creditore di un meritato riconoscimento.

La sezione inizia con il lavoro di Haydéè Faimberg, “Il pensiero dialettico di José Bleger”, continua con il lavoro di Bleger che si intitola “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”, e termina con il commentario che Jay Greenberg realizza su questo articolo. Noi opteremo per un altro ordine di esposizione perché pensiamo che sarà più chiaro per il lettore: inizieremo esponendo il testo di Bleger, dopo quello di Faimberg e sotto il commentario di Greenberg.

Nell’esporre il testo di Bleger cercheremo di definire, con i termini dello stesso Bleger, o con i nostri, alcune espressioni-concetti che Bleger trae da altre discipline e che, molto probabilmente, non risulteranno familiari al lettore contemporaneo.

Bleger: “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”

Il proposito del testo è occuparsi di alcuni problemi relativi alla teoria e alla pratica della psicoanalisi, alle sue interrelazioni e alle sue contraddizioni.

Bleger parte dagli sviluppi epistemologici che evitano, già nel momento in cui scrive, l’ingenuo schema di supporre che i fatti “sono lì”, e che deduciamo le ipotesi-teorie dalla loro osservazione e studio. Questo problema epistemologico non riguarda solo la psicoanalisi ma tutte le discipline. Per Bleger la psicoanalisi approfondisce la crisi di questo schema nelle scienze.

Portato allo specifico psicoanalitico questo presuppone, secondo Bleger, che la teoria sviluppata ed esplicitata –la teoria ufficiale, quella che si formula pubblicamente e che guiderebbe la pratica della psicoanalisi- non sempre coincide con la teoria implicita nell’esercizio clinico medesimo, ovvero, nella pratica clinica. Nella psicoanalisi si dà questa divario tra la teoria esplicitata e la teoria implicita. Questo divario può, secondo Bleger, essere all’origine dei nuovi sviluppi teorici e pratici. In un libro pubblicato nel 1958, Bleger formulò una diagnosi di questa situazione che basava su una tripla divergenza:

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica –la ricostruzione della biografia del paziente- mentre la teoria implicita, ciò che si fa nella pratica, è fondamentalmente situazionale poiché il lavoro psicoanalitico si centra su ciò che accade nel transfert-controtransfert.

 

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente dinamica –cioè, “che fa derivare i processi psichici da un intergioco di forze” (1958, p. 111)- mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica. Poi ci concentreremo su quest’ultimo concetto che è nodulare nel pensiero di Bleger. In questa enumerazione ci teniamo a precisare che il termine dinamica ha due usi abituali in psicoanalisi che, secondo Bleger, è necessario differenziare poiché generalmente si confondono e non si riferiscono allo stesso tipo di problema. Da un lato, Freud parla di dinamica per riferirsi allo sforzo teorico di far derivare i processi psichici dal gioco di forze che questo presuppone nella sua origine –questa è la concezione che Bleger fondamentalmente discuterà. Dall’altro lato, si suole usare il termine “dinamico/a” per segnalare, ci dice, “lo studio della comportamento nel suo sviluppo, nella sua evoluzione” (1958, p. 111-112).

 

  1. La “teoria esplicita” si organizza intorno alla logica formale mentre la “teoria implicita” nella pratica, che si esprime nel suo stesso esercizio, risponde alla logica dialettica.

Andiamo al primo punto. Delle serie complementari freudiane, sostiene Bleger, si è posta molta enfasi sulla seconda serie, ossia, sulla predisposizione per fissazione libidinale (articolazione di fattori costituzionali e vissuti infantili). La finalità terapeutica, di monitorare gli eventi infantili, cerca di modificare la disposizione superando le fissazioni e la compulsione alla ripetizione attraverso una rettificazione dell’esperienza. L’analogo freudiano è l’investigazione archeologica. Parallelamente, afferma Bleger, l’introduzione del concetto di transfert ed il lavoro sistematico sullo stesso ha portato a che si gerarchizzi nel lavoro la relazione interpersonale sulla situazione presente, ciò che non implica lo scartare il lavoro archeologico bensì che venga superato-incluso. Quest’ultima cosa ha portato a sottolineare le relazioni d’oggetto “sopra o almeno alla pari” delle tendenze istitntive. Bleger pensa che le relazioni oggettuali stanno cercando di colmare questo divario, questo vuoto, tra la teoria esplicita e la teoria implicita. In Freud, se non erano totalmente assenti le relazioni oggettuali, si enfatizzò maggiormente gli aspetti istintivi storico-genetici. Ricorderemo che per Bleger l’introduzione del concetto di transfert ha presupposto un “cambiamento radicale” poiché l’essere umano cessa di essere studiato come un “sistema chiuso” e passa ad esserlo come una relazione interpersonale nella quale il dialogo e la comunicazione umana sono posti in primo piano. Il transfert, ci diceva già nel 1958, non può essere più visto come un fenomeno “unipersonale” (Rikman) “ma come un campo attivo, originale e particolare, come quello che è ciascuno dei vincoli che si stabiliscono tra due o più persone in qualunque situazione [… e questo porta a che] il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958, p. 114).

Il punto due della diagnosi era la opposizoine tra dinamica e drammatica. La “drammatica” è definita in questo testo come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”, mentre la dinamica riduce la drammatica ai giochi di forze istintive che determinano gli avvenimenti umani. Per Bleger non si è percepito o considerato sufficientemente che la tecnica e la pratica psicoanalitica non fanno ricorso alla dinamica bensì che lavorano e operano totalmente nella drammatica.

Il concetto di drammatica proviene dall’opera di Georges Politzer, un pensatore unghero-francese che nel 1928 scrisse un libro intitolato “Critica dei fondamenti della psicologia”, nel quale sostiene ciò che chiama una Psicologia Concreta, ossia, una psicologia priva della zavorra del meccanicismo e dello spiritualismo, che questo autore ritiene abbiano dominato nel campo della psicologia in generale e anche nell’opera di Freud. Questo non impedisce che sostenga “il carattere rivoluzionario della psicoanalisi”, poiché apporta, grazie a un lavoro critico di lettura, “nuovi fondamenti” per la “costruzione della psicologia”. Per Bleger Politzer realizza uno stusio epistemologico della psicoanalisi che porta a ciò che denomina, ispirandosi probabilmente a Spinoza, una “riforma della comprensione” o, come dice Bleger, di ciò che oggi chiamiamo “modelli concettuali” (1958, p. 196). Bleger la definisce come la “critica più lucida e valente della psicologia e della psicoanalisi” (p. 197). Politzer intende, lo citiamo, che “Il dramma è originale […] Allora il dramma implica l’uomo preso nella sua totlaità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (1928, p. 250). E continua: “l’originalità stessa del fatto psicologico è data dall’esistenza medesima di un piano propriamente umano e della vita drammatica dell’individuo che si sviluppa” (p. 250). Ma è necessario chiarire che per Politzer il dramma, la sua originalità, risiede nel fatto che non è né “interno” e né “esterno”. Richiede un luogo e uno spazio per svilupparsi, ma non è lo spazio della vita fisiologica o biologica, bensì è “… il luogo della mia vita drammatica, e, inoltre, le azioni, i crimini e la pazzia hanno luogo in uno spazio…” (p. 251). “La psicoanalisi, sostiene Bleger, studia la vita umana nel suo senso umano. Questo è ciò che Politzer chiama Drammatica: termine che accettiamo totalmente per la sua esattezza e capacità descrittiva” (1958, p. 219). Bleger si era riferito, anteriormente, a Drammatica come cio “che è, in ultima istanza, la descrizione, comprensione e spiegazione del comportamento in funzione della vita del paziente, in funzione di tutto il suo comportmaento” (1958, p. 90). “Dramma e significato, sostiene Bleger, hanno il vantaggio e la particolarità che orientano e centrano la ricerca sugli esseri umani concreti; e per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958, p. 220).

Il terzo punto della diagnosi era l’opposizione tra laogica formale e logica dialettica. Per Bleger la drammatica del campo analitico si sviluppa ed è compresa a partire dal pensiero dialettico. Un pensiero dialettico non postula la lotta di opposti formali tradotti in entità [reificate, ossia, convertite in cose esistenti]. Ovvero, per Bleger, certe teorie dinamiche, che postulano una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sono i processi psichici, è il risultato dell’“abbandono di una certa drammatica, una trasposizione, una sostituzione del fatto o dell’accadere umano da parte di forze gestite come entità o cose, al posto dei fatti umani” (1958, p. 112). Questo presuppone attribuire il fenomeno a ciò che si manifesta nell’esperienza, un “doppio ontologico” (Sartre, in Bleger, 1958, p. 112), cioè, dargli uno statuto di cosa, di una entità del mondo naturale. Come afferma Bleger nel lavoro che commentiamo “molto probabilmente uno sviluppo teorico formulato dialetticamente rende inutile la contrapposizione tra, per esempio, fenomeni coscienti da un lato e inconsci dall’altro, tra il processo primario e quello secondario, tra approccio topografico, approccio dinamico ed economico, ecc.”.

Conclude Bleger che le tre contraddizioni che ha diagnosticato tra teoria e pratica potrebbero ridursi e comprendersi in forma unificata come “un riflesso della teoria dell’alienazione che porta sempre implicita una de-dialettizzazione della drammatica, dell’essere umano come totalità”. Chiariamo un po’ questa sintesi estrema che Bleger formula in questo testo programmatico. Bleger intende per alienazione il fenomeno che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958, p. 152). Perché l’alienazione presuppone la de-dialettizzazione della drammatica? Perché frammenta ciò che dovrebbe essere articolato, disperde ciò che dovrebbe essere integrato, e perché “le relazioni umane si sovvertono in modo da diventare rapporti di cose nelle quali si ‘cristallizzano’ questi rapporti, e alle quali gli esseri umani sono subordinati come potenze straniere; le relazioni umane si reificano, perdono la qualità di comunicazione diretta e piena. Nella misura in cui l’uomo si ‘reifica’ (si trasforma da essere umano in cosa perché si esteriorizzano le sue qualità umane, si svuota, si impoverisce, si trasforma in un ‘altro’) in quella stessa misura gli oggetti si animano, acquistano proprietà umane e sono dotati di un potere che sfugge al controllo degli uomini…” (1958, p. 148). La teoria si costruì, secondo Bleger, rispecchiando la struttura stessa dell’alienazione e della de-dialettizzazione propria del processo nevrotico: una disarticolazione dell’accadere della drammatica umana in elementi dissociati e, come conseguenza, la paralisi del processo dialettico, ciò che psicoanaliticamente si chiama dissociazioni, secondo Bleger.

Quindi Bleger tratta il punto epistemologico della sua diagnosi generale. Oppone l’approccio naturalista a quello fenomenologico. Secondo il primo, i fatti-fenomeni che studia lo scienziato, trasformati in cose, sono alieni al soggetto che li studia. Al contrario, l’approccio fenomenologico studia i fenomeni così come sono percepiti e sperimentati tanto dal soggetto che li studia come dal soggetto studiato. Secondo Bleger in Freud sono convissuti ambedue questi approcci in contraddizione. Il punto di vista dinamico presuppone un approccio naturalista poiché spiega l’essere umano con entità totalmente aliene a che le studia e a che è studiato. Per Bleger, la conoscenza dei fenomeni trasferali e controtrasferali, così come la configurazione del campo che presuppone la situazione analitica, dovrebbero avere rettificato la teoria medesima. Questa è una delle idee centrali della riformulazione blegeriana. Oppone, pertanto, una comprensione unipersonale-dinamica della situazione analitica ad una comprensione bipersonale o relazionale (sic) che ha come campo i fenomeni trasferali e controtrasferali. O sia che, da un lato, vede una teoria impulsivista, unipersonale e anoggettuale e, dall’altro, una teoria che enfatizza le relazioni oggettuali e che è bipersonale.

Afferma Bleger: “Il processo di alienazione e de-dialettizzazione che concepisco come soggiacente e comune denominatore delle contraddizioni che sto segnalando tra teoria e pratica…”, è presente nel carattere elementarista e non gestaltico della teoria psicoanalitica – e lo equipara con il processo stesso della nevrosi. Il processo di alienazione è, per lui, un processo di de-totalizzazione (separare in elementi, elementarismo). L’idea di de-totalizzazione è un altro modo di parlare della de-dialettizzazione. L’idea di totalità o configurazione dinamica (usando dinamica nel senso del movimento) presuppone che la modifica di uno degli elementi altera la struttura totale del campo di cui si tratta poiché tutti i suoi elementi sono interdipendenti. Porta, come esempio di questo, la sessione analitica, alla quale dedica un lavoro (1958, p. 107). Lì sostiene, per illustrare quest’idea di totalità nel campo clinico, che paziente e analista “formano una Gestalt nella quale niente è occasionale e ciò che succede nei due è condizionato da ciò che succede tra i due e dalla totalità della Gestalt in un momento dato” (p. 116-117)

Sostiene che nell’opera di Melanie Klein vediamo inoltre coabitare l’approccio naturalista-impulsivista con un intento di comprensione in termini di relazioni oggettuali e di gestalt.

Quindi, prende l’assunto della sessualità e dell’aggressività per illustrare la necessità di un movimento di “de-totalizzazione” della teoria così com’è. O sia, non prendere un aspetto parziale e far dipendere da quello la totalità di ciò che accade psichicamente. Per Bleger l’errore sta nell’aver preso ambedue i parametri come elementi privilegiati che strutturano la totalità dei fenomeni “quando dobbiamo capire che tanto l’aggressività quanto la sessualità sono fenomeni inclusi in una totalità”. La visione attuale, secondo Bleger, intenderà la sessualità, per esempio, come una delle vicissitudini di una Gestalt “nella quale privilegiamo le ansietà psicotiche”. Tanto le erpversioni quanto gli altri comportamenti sessuali non devono essere compresi come fenomeni originari bensì come difese e anche, sostiene, come restituzioni psicotiche.

Termina questa parte affermando che la sua diagnosi pretende essere un inventario di problemi e non una critica. La totalità della prassi psicoanalitica, come tutte le prassi, è un processo pieno di contraddizioni e divergenze. Chiariamo che Bleger usa il termine prassi per riferirsi al “processo del conoscere, nel quale coincidono pensiero e azione, la teoria e la pratica, e nel quale si ha un superamento dell’antitesi tra –come diceva Hegel- ‘la unilateralità della soggettività e la unilateralità dell’oggettività’” (1958, p. 111).

Conclude il lavoro con il punto istituzionale, con il come si insegna e si apprende psicoanalisi nelle associazioni. Se comprende che l’istituzionalizzazione è necessaria pensa che anche in questo campo si dà una contraddizione tra gli obiettivi primari di queste istituzioni e alcuni dei suoi risultati. Se l’obiettivo primario della stessa è diffondere, insegnare ed approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica, pensa che questo obiettivo abbia sofferto uno spostamento e che la preservazione dell’istituzione, la necessità della continuazione dell’organizzazione come tale rimpiazzi l’obiettivo primario. Questo porta i membri delle istituzioni a pervenire ad accordi, espliciti o impliciti, su ciò che si intende per psicoanalisi, come la si pratica e la si insegna, ecc., ciò che porta a privilegiare quello che non è pericoloso per l’istituzione. Questa enfasi entra in contraddizione, secondo Bleger, con quella caratteristica, che mette sempre e necessariamente in questione lo stabilito, che presuppone ogni ricerca. L’istituzione comincia a limitare la ricerca o riduce la libertà a quegli aspetti che non toccano gli assiomi accordati. Si ha, nelle istituzioni, un incremento molto grande della formalizzazione che sfocia in burocrazia. Così, afferma Bleger, “… l’organizzazione psicoanalitica nel suo complesso soffre da lungo tempo quel processo di ortodossia, di resistenza al cambiamento, di ricerca di un maggior consolidamento interno promuovendo i cambiamenti verso il fuori”.

 

Haydée Faimberg: Il pensiero dialettico di José Bleger

Haydée Faimberg ritiene che Bleger combini due caratteristiche che non si ritrovano frequentemente in psicoanalisi: essere un pensatore creativo e, allo stesso tempo, rigoroso nelle sue ricerche. Commenta che sebbene l’autore sia poco conosciuto dai lettori di lingua inglese, questa lacuna presto sarà riparata con la traduzione e la pubblicazione, già in corso, di uno dei testi centrali di questo autore: “Simbiosi e ambiguità” (Bleger, 1967). Pensa che Bleger può essere considerato un autore classico nella misura in cui la sua opera è generatrice di nuove idee nel lettore attuale. L’obiettivo del suo lavoro, sostiene, è sottolineare il pensiero creativo e dialettico di Bleger. Ci mette in guardia contro i rischi di ciò che intende come “anacronismo nella lettura”, ossia, attribuire alle idee che Bleger trasmise nel suo tempo un significato che appartiene ai lettori contemporanei. Tuttavia segnala che, per i suoi interlocutori, Bleger anticipò assunti che non hanno potuto essere sviluppati.

Parte dalla lettura del testo di Bleger pubblicato in questo numero. Mette in evidenza prima, per mezzo di una citazione del testo, la critica epistemologica che Bleger realizza rispetto a certe concezioni ingenue che pensano che i fatti “sono qui” e che bisogna solamente osservarli, studiarli e dedurre ipotesi (teorie) a partire da quelli. Faimberg si concentra solamente su come questo influisce sui fenomeni psicoanalitici. Seguendo Bleger, sostiene che tutta la ricerca deve partire dall’esperienza analitica attuale e che tutta la pratica è implicitamente supportata da una teoria. Partendo da questo punto epistemologico, a Bleger interessa il concetto di “praxis”, che allude a problemi vincolati alla complessa relazione tra teoria e tecnica psicoanalitica e anche alle istituzioni psicoanalitiche. Come dice Bleger: “…la totalità della psicoanalisi, la totalità che costituisce e configura la sua prassi è, necessariamente, come tutta la prassi, un processo pieno di divergenze e contraddizioni…”, divergenze e contraddizioni che è necesario non smentire e né ignorare poiché ciò andrebbe a detrimento di una ricerca effettiva. L’esplorazione di queste contraddizioni è al centro del pensiero dialettico di Bleger. Ciò distingue il suo lavoro tra la teoria esplicita di uno psicoanalista e la sua teoria implicita, quella che realmente utilizza nell’esperienza clinica. Haydée Faimberg qui ci ricorda, in una nota, che è stata una dei pionieri nel riattivare, a partire dal 1993 e fino al 2001, in seno della Federazione Europea di Psicoanalisi, gruppi di discussione clinica con uno spirito che è in debito con il pensiero di Bleger e che consiste nell’esplorare il ruolo fondamentale del dialogo nel pensare ciò che non sapevamo di stare pensando. “Così ho sviluppato un metodo per i gruppi di discussione di materiale clinico, nel 2002, conosciuto come ‘l’ascolto dell’ascolto’” (p. 93). Tanto Faimberg che, dopo, Greenberg ricorderanno che fu Joseph Sandler ad introdurre nel mondo anglosassone, nel 1983, la distinzione tra teporie esplicite e teorie implicite.

Bleger oppone, nel suo testo, l’approccio naturalista e quello fenomenologico nel problema epistemologico di cosa è l’oggettività nella scienza. Sosterrà anche, nel testo, che il progetto scientifico di Freud è basato sul modello naturalista. In una nuova nota, questa volta una comunicazione personale di Bleger a Faimberg, commenterà che nel marzo 1972 Bleger progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive, motivo che le impone di omettere ciò che Bleger scrisse sui concetti di Freud in questo e altri suoi scritti.

Quindi riprende il cocetto di ‘campo analitico’, che introdusse Enrique Pichon-Riviére e che fu sviluppato da un insieme di discepoli e, essendo Bleger il più vicino – fa anche una menzione a M. e W. Baranger.

In opposizione all’approccio dinamico Bleger introduce il concetto di ‘dramma’, che definisce come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di eventi che si riferiscono alla stessa vita degli esseri umani considerata come tale”. Bleger segnala, partendo da questo concetto, la divergenza tra il modo di teorizzazione che suppone l’approccio dinamico e la teoria implicita dell’esperienza analitica; sostiene che la psicoanalisi non si è fatta carico, nel paino della rettificazione teorica, delle conseguenze dei fenomeni di transfert e controtransfert e della configurazione del campo analitico.

Dopo questa introduzione, Faimberg situa ciò che chiama “la posizione nucleare” del pensiero di Bleger, che indica che l’esperienza clinica, centrata sulla drammatica, si sviluppa in un processo dialettico. Bleger, citato dall’autrice, sostiene che la disarticolazione del processo o della distribuzione del dramma umano in elementi dissociati paralizza il processo dialettico e presuppone l’alienazione e la de-dialettizzazione dello stesso. Bleger cercherà di studiare questo fenomeno di de-dialettizzazione. Faimberg qui cita il testo di Bleger “Simbiosi e ambiguità” (1967), riproduco la citazione:

“Dover ammettere, così come si fa, l’esistenza dell’identificazione proiettiva-introiettiva per tutti i casi, esige il presupposto che ciascun soggetto sia un ‘sistema chiuso’ e che si comunichi attraverso vari canali con altri esseri umani, mentre l’ammettere la partecipazione come fenomeno originario implica l’ipotesi che l’essere umano cominci o parta da un’organizzazione come ‘sistema aperto’ e che, gradualmente, si vada individualizzando e personificando” (p. 189).

Faimberg riferisce il concetto di sistema aperto al pensiero di Loewald, al suo testo “Io e realtà” (1951) che, per essa, propone un approccio dialettico simile.

A partire dagli anni 60 Bleger sviluppa l’idea che il mondo fusionale originario del paziente, che denomina “nucleo agglutinato”, è stato scisso. Su questa idea Bleger propone un nuovo concetto (una nuova posizione): la posizione ghlischro-carica, il cui sostrato è il nucleo agglutinato, posizione che precederebbe la posizione schizo-paranoide.

Poi l’autrice passa a commentare l’idea della dialettica dell’inquadramento secondo Bleger, portando come referenza il suo testo “Psicoanalisi dell’inquadramento psicoanalitico”, tradotto precedentemente nell’IJP. Questo testo parte dall’idea della ritualizzazione dell’inquadramento come sintomo della pratica psicoanalitica e come resistenza al cambiamento. Il problema che si pone è il seguente: com’è possibile mantenere l’inquadramento analitico, necessario per lo sviluppo del processo, e allo steso tempo, superare la sua ritualizzazione? Faimberg cita la tesi centrale di Bleger con le sue parole: “In realtà ci sono due inquadramenti”, uno, quello che lo psicoanalista propone, mantiene ed il paziente accetta, e, due, “un inquadramento del mondo di fantasia sul quale il paziente proietta”. “La cornice è l’implicito da cui dipende l’esplicito”. L’inquadramento è muto fino a che, in qualche momento dell’analisi, comincia a parlare. Questo riconoscimento dei due inquadramenti con una differenza tra essi permette all’analizzando, secondo Faimberg, di riconoscere l’alterità dell’analista. È un momento di interpretazione.

Faimberg espone brevemente un materiale clinico che Bleger lavora nell’articolo citato. Sostiene che la sua ipotesi è che sia in questa interpretazione, per mezzo della quale l’alterità dell’analista è riconosciuta, che si sviluppa il “superamento” (aufhebung). Chiarisce che, secondo lei, riconoscere l’alterità dell’analista non significa riconoscere la persona reale dell’analista. Il riconoscimento ha due facce: da un lato, la funzione analitica che sostiene il transfert e, dall’altro, l’analista come altro differenziato dal paziente. Secondo questa autrice, la sua posizione è in linea con Loewald e Bleger, nella misura in cui intende che il transfert non è solamente ripetizione ma anche creazione. Questo superamento per mezzo dell’interpretazione, conclude, è possibile dall’analisi “in silenzio” che l’analista fa della sua posizione controtransferale.

 

Commento di Jay Greenberg

Greenberg definisce il testo un manifesto più che un argomento. Anticipa, secondo lui, molte delle controversie più importanti che hanno preoccupato gli analisti da quando l’articolo fu pubblicato. Porta il segno, nel suo sviluppo, della visione che caratterizza la psicoanalisi del Rio de la Plata (rioplatense), secondo l’autore.

Greenberg cerca di guardare, da un lato, il testo di Bleger nel suo contesto storico, ossia, come parte di un gruppo di pensatori che abitano quelle latitudini, il Rio de la Plata; dall’altro latostabilisce similitudini e differenze con movimenti di apertura propri degli Stati Uniti d’America, poiché pensa che anche lì si posero alcuni problemi simili.

Il suo commento affronta esplicitamente tre assunti:

1) qual è il linguaggio proprio del discorso psicoanalitico e le implicazioni per la comprensione della situazione analitica;

2) il ruolo del controtransfert e la sua relazione con l’epistemologia psicoanalitica;

3) alcune riflessioni sulla sessualità ed il suo ruolo etiologico.

Nel primo punto riprende la differnza che realizza Bleger tra la teoria/linguaggio formale della psicoanalisi e la teoria dialettica/drammatica della stessa. La prima si caratterizza per la sua concezione dinamica della mente, la sua comprensione dell’individuo come un’entità isolata, in generale, per una comprensione della mente come un sistema chiuso; la seconda, per una comprensione drammatica e dialettica che apre la teoria formale e personalizza ciò che viene sollevato da quest’ultima nei termini meccanicisti della metapsicologia.

Oltre a evidenziare altri autori rioplatensi, come i Baranger, che sviluppavano assunti paralleli a quelli che Bleger sintetizza in questo lavoro, Greenberg segnala come negli USA, all’inziio della decade dei ’70, anche figure come Merton Gill, George Klein o Roy Schafer discutevano se il linguaggio della metapsicologia freudiana fosse il più idoneo per dar conto della clinica psicoanalitica. Schafer pubblicò, nel 1976, un libor il cui titolo è: “Un nuovo linguaggio in psicoanalisi”, libro che discuteva in forma radicale la concezione energetica e metapsicologica freudiana ma che, a dire di Greenberg, non usciva dal quadro unipersonale. Perciò l’autore segnala, allo stesso tempo, che questa similitudine nella discussione è un’originalità propria della psicoanalisi rioplatense: costituiva il movimento da una psicologia di un persona verso, come dice Bleger nel testo, una psicologia di due persone. Ricordiamo che Bleger porta come referenza centrale di questo movimento al bi-personale la necessità che la teoria si costriusca ome una riflessione intorno alla situazione clinica intesa come un campo transferale-controtransferale.

Mentre i dissidenti americani avevano come sottofondo la Psicologia dell’Io, gli psicoanalisti rioplatensi avevano come tradizione dominante il pensiero della Klein e, molte volte, di Fairbairn.

Per Bleger il cambiamento di linguaggio della psicoanalisi è intimamente vincolato ad una realtà fondamentale: la situazione analitica è una gestalt irriducibile e qualsiasi tentativo di teorizzare un elemento isolato presuppone un violentare il fenomeno. Bleger si fa eco, in questo senso –sostiene Greenberg- tanto delle idee di Pichon-Riviére quanto di Racker.

Nel secondo punto, Greenberg affronta la questione del controtransfert. La compresione di Bleger della situazione analitica come una totalità presuppone delle modifiche nella sua comprensione. In questo senso Bleger si colloca sulla scia della singolarità della riformulazione del controtransfert che, negli anni 50, si realizza nel Rio de la Plata e che differisce in aspetti importanti tanto da questo stesso giro in Inghilterra quanto, certo, dalla concezione freudiana classica che rimaneva dominante in altre parti del mondo psicoanalitico. Domande sul fatto se il controtransfert sia o no fonte di informazione (dati) rlevante per la situazione clinica, se può essere strumentalizzata o no, ecc., sono alcune delle questioni intorno alle quali ruotavano questi dibattiti. La svolta degli anni 50 presuppone il considerare che il controtransfert era onnipresente e non patologico: non poteva più essere escluso da ciò che accadeva tra i partecipanti ad un trattamento. Eppure, come vedremo in seguito, ci sono stati diversi modi di comprenderlo.

Greenberg sostiene che il termine controtransfet sia, nel suo nucleo, un ossimoro: “… perché il primo elemento del termine –contro- implica che è reattivo, stimolato da qualcosa di fuori che impatta nel soggetto dell’esperienza. Però il secondo elemento ha una connotazione differente: ci ricorda che il controtransfert è, dopo tutto, un tipo di transfert e che, classicamente definito, è proprio la componente dell’esperienza che emerge in maniera endogena, che modella l’esperienza del soggetto del mondo degli oggeti più che esserne influenzata” (p. 1010). Dunque il controtransfert evoca simultaneamente una strutturazione attiva del mondo dell’oggetto e la nostra reattività allo stesso.

Il problema che si pose dopo della svolta degli anni 50 fu come interpretare e lavorare con questo concetto. C’erano, schematicamente, due grandi correnti che Greenberg mette in relazione ai significati in conflitto nel termine stesso che viene posto. Da un lato, coloro che enfatizzano la prima parte, il “contro” del termine, e vedono nel paziente l’unico agente attivo del processo: l’analista sperimenta certe cose però queste esperienze riflettono il modo in cui il paizente ha agito su di lui. Paula Heimann parla del controtransfert come “creazione del paziente… parte della personalità del paziente” (1950, p. 83). Il concetto di identificazione proiettiva è il perno concettuale di questo tipo di comprensione. Questo modo di comprendere il controtransfert, afferma Greenberg, preserva l’essenziale del modello unipersonale della mente. Dall’altro lato ci sono quelli che hanno dato la priorità alla contraddizione stessa che il termine solleva dialettizzandola, ciò che conduce questo concetto in un luogo molto diverso. Sono gli autori della psicoanalisi rioplatense, nella linea di Pichon-Riviére e Racker. Il pensiero dialettico articola le relazioni di oggetto, interne ed esterne, creando una nuova Gestalt –che definisce le relazioni tra le persone. Essere coscienti diq eusta Gestalt rende impossibile sostenere e supporre –sostiene Greenberg- che l’analista sia solamente recettivo o solamente attivo. Anche Racker, sebbene non usi il concetto di gestalt, è sulla stessa linea. Esempio di quest’ultimo è la sua idea del “mito della situazione analitica” (1957, p. 308). Per lui la situazione analitica è co-creata in modo tale che è difficile –se non impossibile- attribuire l’attività e/o la passività. Greenberg sostiene che possiamo vedere anche nel concetto di “terzo analitico” di Thomas Ogden un parallelo attuale di questi pensieri.

Successivamente passa alla distinzione che Bleger fa tra versioni naturaliste o fenomenologiche del processo analitico. L’approccio fenomenologico ha implicazioni importanti nel suo modo di osservre e teirzzare il processo che accade nell’inquadramento psicoanalitico.

Greenberg conclude questo paragrafo sostenendo che: “Sebbene non utilizzo questo termine, la drammatica di Bleger e la sua visione della situazione analitica come una gestalt o campo prefigurano, molti anni prima, le teorie contemporanee dell’enactment (messa in scena). La sua visione (condivisa da molti nel Rio della Plata) rimane controversa oggi; l’enactment è onnipresente e continua lungo tutto l’incontro analitico” (p. 1013).

Nel terzo punto affronta il dibattito sulla sessualità e la causalità. Bleger, molto presto (1958) avanzò una serie di critiche rilevanti al concetto di istinto. Per lui Freud arriva al concetto di istinto perché portò le forze che agiscono al di fuori del contesto dei processi psicologici e del loro interazoine. Questo isolamento ha portato a considerarle alle spalle del comportamento. Non si deve pensare gli istinti al di fuori delle situazioni interpersonali nelle quali appaiono: “… ciò che appare come pulsione, sostiene Greenber, è una proprietà emergente dei contesti interpersonali”. In questo senso, argomenta, la posizione di Bleger è più radicae della revisione nordamericana: “lui cerca di fare di più che liberare la teoria pulsionale dalla sua impalcatura impersonale e meccanicista. Piuttosto, la sua intenzione è liberarsi tanto da essa quanto da un primo movimento endogeno, invertendo la conoscenza ricevuta della direzione della causalità psicologica. Le pulsioni non creano le situazioni, argomenta; le situazioni creano le pulsioni” (p. 1014).

Riprendendo il tema della sessualità e dell’aggressività, Greenberg sostiene che Bleger discute il suo privilegio motivazionale. Comprendere tanto la sessualità quanto l’aggresività dalla loro inclusione nella totalità, come sostiene Bleger nel suo lavoro, riformula il loro statuto. La visione di Bleger, sostiene l’autore, risuona con le critiche di Fairbairn o Kohut. Ma, continua, il punto di arrivo di Bleger è diverso: per lui la sessualità è una delle vicissitudini della gestalt nella quale Bleger dà priorità alle angosce psicotiche.

Ciò che è notevole di questo lavoro, conclude Greenberg, è sia che i suoi temi sono universali quanto, d’altra parte, che siano propri di quella particolare e creativa comunità rioplatense dalla quale emergono.

 

Commento personale

In primo luogo vorremmo segnalare l’importanza che ha, a nostro modo di vedere, la rilettura degli psicoanalisti creativi di diverse latitudini che ci offre questa sezione dell’IJP. Siamo convinti del fatto che la conoscenza della storia concettuale e situazionale della psicoanalisi aiuti a far sì che la problematizzazione dei suoi concetti abbia oggi consistenza e ricchezza. Inoltre troviamo molto soddisfacente, soprattutto, il recupero di pensatori del Rio della Plata che svilupparono un pensiero originale e personale grazie alle libertà che, tra le altre cose, permette l’abitare nelle periferie dei centri di potere.

Il lavoro di Bleger, come sergnala Greenberg, è più un manifesto che un argomento. La sua brevità forze ciò che Freud denoiminava la “esposizione dogmatica” delle sue idee (1940). Ma incontriamo questi argomenti già in un suo libro del 1958 così come nell’insieme della sua opera. Intento ambizioso, quest’ultima, come segnala Ricardo Bernardi (2009), poiché dirige le sue energie e inquietudini verso aree molto differenti: la psicoanalisi, l’ambito istituzionale così come la sua partecipazione attiva nelle questioni sociali e nelle politiche nazionali o di indole identitaria (vedasi le sue parecipazioni al Congresso Ebraico Mondiale o le sue riflessioni sulla situazione in Medio Oriente). Bleger era un uomo che affrontava le sfide, che affrontava gli stereotipi –sociali, istituzionali e del pensiero (come mostra in questo lavoro)- e solamente una morte prematura –aveva solo 50 anni- gli impedì un maggiore sviluppo.

Il lavoro che ci impegna e i commenti di questi psicoanalisti di spicco ne è una chiara manifestazione: il clinico, il teorico, l’istituzionale e l’espistemologico si articolano in ciò che definerei un “linguaggio dell’epoca” che oggi, forse, è poco indicativo per alcuni lettori. Il mio utilizzo dell’espressione “linguaggio dell’epoca” non ha niente di peggiorativo, al contrario. Penso che articoli questioni che oggi hanno un grande valore sebbene la terminologia in uso sia diversa.

Metterei in evidenza solo alcune questioni che questi lavori mi hanno suscitato, centrandomi fondamentalmente sui commenti al lavoro di José Bleger.

In primo luogo vorrei segnalare che tanto Faimberg come Greenberg evidenziano l’opposizione che fa Bleger tra “teorie esplicite” e “teorie implicite” in psicoanalisi. Ambedue, in nota, accennano al testo di Sandler del 1983 nel quale si utilizza questa opposizione. Tuttavia credo interessante chiarire che gli usi che ne fanno l’uno e l’altro, Bleger e Sandler, hanno delle differenze. Già solamente richiamare l’attenzione su questo fatto ha un effetto di ampliamento di prospettiva e di discussione che è interessante in se stesso.

Sandler propone l’uso più comune che oggi ha questa differenza. Tutti sappiamo che nella comunità analitica convivono differnti forme di comprendere tanto il funzionamento psichico quanto la situazione clinica; ma Sandler va più in là di questa costatazione: afferma che gli psicoanalisti, in forma inconscia, assumono determinati modi di stare nella clinica, di lavorare, che sono organizzati da teorie implicite o private e che molte volte, anche se non intenzionalmente, non le esponiamo perché non considerate abbastanza “kosher”, come dice Sandler, cioè, “pure”, che non si accordano a quella teoria ufficiale, esplicita e pubblica che un detemrinato individuo o gruppo sostiene. Così, afferma Sandler, “Ho la ferma convinzione che la ricerca delle teorie implicite o private degli psicoanalisti clinici apra una grande nuova porta nella ricerca psicoanalitica” (1983, p. 38).

Da parte sua, l’opposizione che rileva Bleger ha un altro fine poiché si rivolge, credo di capire, ad una certa universalità che deriverebbe dalla stessa pratica della psicoanalisi. Per Bleger, la clinica psicoanalitica mette in evdenza, come lui sostiene, il carattere bipersonale o relazionale di detta pratica, la sua essenza drammatica, e questo va al di là, per come lo capisco io, delle teorie implicite che ciascun analista può avere nel portare avanti un trattamento. Ci sarebbe un “implicito” della pratica psicoanalitica stessa che veniva negato, disconosciuto, nelle formulazioni teoriche di ciò che lì stava accadendo. Questa tesi è totalmente coerente con le critiche di Bleger alle diverse mitologie (1958, 1973) che molte volte accompgnano le teorizzazioni. Ricordiamo la tripla mitologia che non cessava di denunciare: il mito dell’uomo naturale, dell’uomo isolato o dell’uomo astratto.

In secondo luogo mi è sembrato interessante come ambedue gli autori, in modi differenti, mettono in relazione il lavoro di Bleger con psicoanalisti che hanno sviluppato il proprio pensiero in ambito americano. Faimberg suggerisce un’articolazione, che trovo molto affascinante, tra il pensiero di Bleger e quello di Hans Loewald, in relazione all’opposizione tra sistema chiuso e sistema aperto. Bleger sostiene, nella citazione estratta da Faimberg, che è necessario partire dall’idea di “partecipazione” nel mondo come fenomeno originario, ossia, che l’essere umano inizia come parte di un “sistema aperto” che si personalizza gradualmente. Da parte sua, Loewald, dall’inizio dei suoi lavori (1949), richiamò l’attenzionesulla necesità di intendere il narcisisimo primario come uno stato di indifferenziazione tra il bambino ed il suo mondo che, progressivamente, si va differenziando. La sua successiva idea di “densità primaria” cercherà di dare conto dell’origine della relazione d’oggetto discriminata a partire da questo “sincretismo” primario, per usare l’espressione di Bleger. Certo, ci sono stati molti altri autori che affrontarono questi problemi in sintonia con queste formulazioni: Winnicott o Balint, solo per citarne alcuni. Continuo a pensare che il segno più chiaro in Bleger sia il pensiero di Fairbairn, considerato oggi come il più rigoroso e raffinato rappresentante di una teoria delle relazioni oggettuali non istintivista. Nella sua opera incontriamo anche l’opposizione tra sistema aperto e chiuso (quello della nevrosi, secondo lui), che gli permette di partire da un concetto di “identificazione primaria” [inteso] come indifferenziazione soggetto-oggetto, che Bleger usa nel suo libro “Simbiosi e ambiguità”. Non possiamo non segnalare, tuttavia, l’influenza di M. Malher nell’opera blegeriana, soprattutto della sua idea di “simbiosi”, discutendo poi Bleger l’idea di “autismo primario” di questa autrice. Questo insieme di riferimenti permisero a Bleger, probabilmente, di uscire da ciò che lui riteneva fossero i “sistemi chiusi” del kleinismo della sua epoca.

Da parte sua, Greenberg, ci consente di scrutare gli sforzi che negli Stati Uniti si facevano, nello stesso periodo, per far fuoriuscire la psicoanalisi dall’“istintivismo”, dall’astrazionismo (metapsicologia) o dall’isolamento unipersonalista. Gli esempi più rilevanti sono la Psicoanalisi interpersonale (ricordiamo che negli anni 70 erano già stati pubblicati da qualche tempo autori come Edgar Levenson o Benjamin Wolstein), Georges Klein o Roy Schafer –solo per citare i più rilevanti.

In terzo luogo vorrei insistere nel riferimento a Racker che ha fatto Greenberg. Allude al concetto di “mito della situazione analitica” che pone nei sui “Studi di tecnica psicoanalitica” (Liberman A., 2007). Questo “mito” che la comunità analitica sosteneva, secondo Racker, per differenti ragioni vincolate all’esercizio del potere e a quello nevrotico, è articolato, a sua volta, con l’altra serie di “miti” che Bleger sviluppò.

Per mito intendiamo, qui, una credenza o un sistema di credenze che, come Freud disse in relazione al feticismo, è basato sulla negazione e sulla scissione. Questa mitologia include tanto “ideali irreali infantili”, ossia la difficoltà ad accettare di “essere bambini e nevrotici pur essendo adulti e analisti” (Racker, p. 228), come un certo ideale “ossessivo” di oggettività, ironizza Racker, inteso come esclusione della soggettività, che traduce il “mito dell’analista ‘senza angoscia e senza rabbia’”; per ultimo –per non citare che un altro mito ricorrente- quello che M. Little denominò il “mito dell’analista impersonale” (1950).

Vediamo come Racker definisce il mito della situazione analitica:

“Se si vuole considerare il “mito della situazione analitica”, si potrebbe iniziare deicendo che l’analisi è una questione tra un malato e un sano. La realtà è che è una questione tra due personalità il cui Io viene pressato dall’Es, dal Super Io e dal mondo esterno, ciascuno con le proprie dipendenze interne e esterne, angoscie e difese patologiche, ciascuno, altresì, un bambino con i propri genitori interni, e rispondendo, tutta questa personalità tanto dell’analizzato come dell’analista, a ciascuno degli accadimenti della situazione analitica” (p. 230-231).

Racker riprende, in una nota a pié di pagina, un altro fattore presente sul disconoscimento di questa situazione: i residui dell’ordine patriarcale che agiscono in un certo modo per costruire lo spazio analitico. Tuttavia, lo smontaggio o la decostruzione di questo ordine non comporta, necessariamente, la confusione tra mutualità e simmetria. Qualche anno fa L. Aron (1996) sviluppò ampliamente questo assunto e sostenne la necessità di differenziare ambedue i concetti. Mentre la mutualità, in termini di impatto e regolazione reciproca, è parte inerente della situazione analitica, anche l’asimmetria o “dissimmetria” –come la chiamano i Baranger- in termini funzionali lo è. Tornando alla definizione di Racker, abbiamo definito in precedenza che ciò che è negata, nel mito della situazione analitica, è la dimensione interattiva e bipersonale che le è propria. Questa negazione è stata una delle caratteristiche più salienti della storia della psicoanalisi (Mitchell, 1997). Riconoscendo l’inevitabilità di questa dimensione e, pertanto, la reciproca influenza nel processo analitico, permette che, come sostiene Mitchell, “… ne maneggiamo l’effetto in modo più responsabile quando riflettiamo su di esso, apertamente, dentro noi stessi e, in momenti molto importanti, con i pazienti (2000, la traduzione è mia).

In quarto luogo vorrei segnalare un aspetto dei progetti istituzionali di Bleger: la costituzione di un istituto di insegnamento per coloro che, per diverse ragioni, non vogliono o non possono fare la propria formazione nell’Istituto di Psicoanalisi dell’Associazione Psicoanalitica Argentina (allora si ammettevano solamente medici, e non gli psicologi). Insieme ad altri quattro psicoanalisti (Jorge Canestri, Cecilia Millonschik, Emilce Dio Bleichmar e Hugo Bleichmar) si decise di creare una scuola di formazione psicoanalitica. Il progetto avanzò, si delinearono i criteri fondamentali dell’insegnamento da sviluppare, si elesse un nome per la scuola (“Dianoia”, in greco: “ragione discorsiva”, che è l’acquisizione della conoscenza per mezzo della ragione rispetto a presunte consocenze acquisite in forma intuitiva e immediata). Si raggiunse anche la fase in cui era pronta la pubblicità per annunciare la scuola ma il progetto si fermò a quel punto a causa di problemi di rapporto istituzionale con l’Associazione Psicoanalitica Argentina. (Comunicazione personale di Hugo Bleichmar a Ariel Lieberman).

Infine, vorrei concentrarmi sugli stili e le forme che hanno avuto i commenti del testo. Presentiamo, prima, questi due rinomati psicoanalisti per coloro che non li consocono. Jay Greenberg è un’analista di formazione (didatta) e supervisore del William Alanson White Institute. Questo istituto fu la culla della psicoanalisi interpersonale dalla quale sono nati molti dei più influenti psicoanalisti relazionali contemporanei (vedasi Stephen A. Mitchell, amico personale e co-autore di Greenberg nel 1983. Da parte sua Haydée Faimberg è un’analista di formazione e supervisore della Società Psicoanalitica di Parigi, appartenente all’IPA. La sua formazione analitica inizia a Buenos Aires, ciò che lascerà un’impronta e un’interazione permanente nella sua opera, e, successivamente, si sviluppa a Parigi negli ultimi decenni.

Nel lavoro di Greenberg abbiamo una lettura molto attuale del pensiero di Bleger. Sensibile agli sviluppi del pensiero relazionale, vede nella sua opera un illustre antenato poco conosciuto negli ambienti di lingua inglese. Il testo è chiaro, dà priorità al contesto storico del pensiero di Bleger –probabilmente molto più accessibile a lui per l’impatto che ha avuto, al tempo, il libro di Racker negli USA- soprattutto sui mezzi di comunicazione interpersonale- e per le recenti traduzioni che l’IJP e altri stanno facendo dei testi dei Baranger. Il suo paragone con gli sviluppi americani ci sembrano interessanti e, anche, la capacità di cogliere l’originalità del pensiero rioplatense. Probabilmente molto di questo stile, oltre ad essere una qualità di scrittura, risponde ad una maggior distanza personale dal pensiero di Bleger, se si considera il testo.

Da parte sua il testo di è pieno di ciò che vorrei chiamare “lisci” o “ambivalenze”, sicuramente dovute ad una lunga storia di controversie, esterne o interne, con l’opera di José Bleger (come probabilmente le mie con il suo pensiero). Nonostante sia un testo che risalta alcune caratteristiche senza dubbio centrali del pensiero di Bleger, l’impressione del lettore –la mia, in ogni caso- è che ha molto da discutere con lui ma che, in questo testo, mette in sordina l’argomento poiché non è il luogo ideale per discuterlo o che la brevità dell’esposizione non le permette di toccare questo o quel tema. Ho rivisto, nella mia lettura di questo breve testo, sette argomenti di questo tipo che impediscono un possibile sviluppo in luoghi che, a mio avviso, risultavano significativi in quanto erano i temi più polemici o più rivelatori di una posizione critica di Faimberg verso il pensiero di Bleger. Ne segnalerei uno che mi è risultato particolarmente curioso: a p. 984 riferisce che Bleger afferma che il progetto di Freud è soggetto e inscritto dentro un modello naturalista ma segnala anche che c’è un altro Freud in contraddizione con questo approccio. In una nota Faimberg ci racconta, come comunicazione personale, che nel marzo 1972, Bleger “progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive”. Questa è la ragione, suggerisce l’autrice, per la quale ometterà ciò che Bleger scrive in questo e altri lavori sui concetti di Freud. Credo che questa nota mi colpì per varie ragioni: da un lato, perché non riesco a capire il fatto di non discutere un tema perché si pensa che l’autore in questione avrebbe detto che avrebbe realizzato un seminario, ecc. Bleger, di fatto, nella sua opera scritta, ha detto molto, ha dibattuto molto e salvato molto del pensiero di Freud, e difficilmente penso che ci incontreremmo con un Freud che, e questa è la mia impressione fondamentale, fosse più in sintonia con Faimberg o che gli permetta di accordarsi maggiormente con la lettura che fece Bleger. D’altro lato, mi ha colpito come trascuri la forte discussione della metapsicologia freudiana che realizza Bleger.

 

Penso che Bleger sia più vicino a Laplanche quando quest’ultimo sosteneva che l’opera di Freud è piena di contraddizioni, come l’opera di tutti i grandi pensatori, che ci sono vari Freud e che, sulla base di un lavoro rigoroso sulla sua opera, si dovrebbero fare “elezioni” [“scelte”], queste ultime, senza dubbio e inevitabilmente, aggiungo, a seconda dei nostri interessi e problemi attuali. In questo senso penso che ubicare un autore nel suo contesto storico di produzione non ci impedisce di incontrare risonanze, chiavi di lettura e aperture per il nostro pensiero attuale.

 

Bibliografía

Aron, L. (1996). A Meeting Of Minds. Hillsdale, Nj: Analytic Press.

Bernardi, R. (2006), “El itinerario de José Bleger: caminos abiertos”. Jornada de Homenaje al Dr. José Bleger, 17-18 de Noviembre, Buenos Aires, Facultad de Psicología de la Universidad de Buenos Aires (UBA).

Bleger J. (1958). Psicoanálisis y Dialéctica Materialista. Buenos Aires. Paidós.

Bleger J. (1967). Simbiosis y ambigüedad. Estudio Psicoanalítico. (4ª ed.) Buenos Aires: Paidós.

Bleger J. (1969). Teoría y práctica en psicoanálisis. La praxis psicoanalítica.Revista Uruguaya de Psicoanálisis, XI, 287-303. También publicado en: Revista de Psicoanálisis, 2003, LX, 4, 1191-1104.

Bleger J. (1973). La Asociación Psicoanalítica Argentina, el psicoanálisis y los psicoanalistas. Revista de Psicoanálisis, XXX, 515-528.

Greenberg, J. And Mitchell, S.A. (1983). Object Relations In Psychoanalytic Theory. Cambridge, Ma/London: Harvard Univ.Press

Klein, G. S. (1970). ¿Dos teorías o una? Perspectiva para el cambio en la teoría psicoanalítica. Revista de Psicoanálisis, XXVII, 553-594.

Levenson, E. (1972) The Fallacy of Understanding, New York, Basic Books.

Liberman, A. (2007) Algunas contribuciones de H. Racker y M. y W. Baranger a la tradición del Psicoanálisis Relacional, CeiR, Vol 1 (2), diciembre

Loewald, H (1949-51) Ego and Reality, en The Essential Loewald, 2000, Maryland, University Publishing Group,.

Mitchell, S. A. (1997). Influence And Autonomy In Psychoanalysis.Hillsdale, Nj:Analytic Press

Politzer, G. (1928) Critique des Fondements de la Psychologie, Paris, PUF (edición de 1967).

Racker, H. (1960). Estudios Sobre Técnica Psicoanalítica. Buenos Aires : Paidós.

Sandler, J. (1983). Reflections on some relations between psychoanalytic concepts and psychoanalytic practice. Int.J.Psychoanal., 64, 35-45.

 

(pubblicato nella rivista n° 043 di “aperturas psicoanaliticas” – revista intenracional de psicoànalisis, www.aperturas.org. Il titolo originale dell’articolo è “El pensamiento dialectico de José Bleger” e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di Lorenzo Sartini)

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Lettera a Pichon Riviére

Sab, 07/11/2015 - 11:25

di Alejandro Scherzer

I) Il mio vincolo con il Grande Maestro: E. Pichon Rivière.

Alla fine del 2006, Ana M. Pampliega ha avuto la cortesia di invitarmi al tributo realizzato dalla 1° Scuola di Psicologia Sociale della Repubblica Argentina e la A. P. S. R. A. (Associazione degli Psicologi Sociali della Reppublica Argentina) in occasione della commemorazione, nel giugno 2007, dei 100 anni di Pichon Rivière.
Si celebravano anche i 50 anni della Psicologia Sociale Argentina e i 40 anni della fondazione della Scuola. Di fronte a questo onore, accettai subito.
Inoltre, ci chiese, anche ad altri colleghi, un breve contributo da divulgare prima dell’evento per pubblicarlo sul sito web della Scuola.
In quell’occasione, ho voluto far conoscere un aspetto del mio rapporto con il Grande Maestro: da un sogno con Pichon Rivière.
Quello che leggete in seguito, è stato inviato come risposta alla richiesta fatta.

Per: caballeroandanteEPR@orillasdelplata.com
C.C: a pag. Web Omaggio a Pichon Rivière
Oggetto: dall’altra parte del fiume (Rivière).

Stimato Pichon Rivière, caro Maestro:
È con grande emozione che mi metto in contatto con Lei dopo più di trent’anni.
Grazie alla sensibilità di Ana Quiroga e di Joaquín P. R., ho avuto il Suo nuovo indirizzo di posta elettronica e so, per certo, che solo pochissime persone lo conoscono.
Sono quell’uruguaiano che, nel 1975, lasciò a casa Sua i miei primi scritti che mi legano alla Psicologia Sociale che Lei fondò –insieme ad altri “hidalgos” che l’hanno seguita, ispirati nelle “Strategie Terapeutiche” e nell’ “Approccio Pluridimensionale”.
Racconto spesso il lapsus che ho avuto quando abbiamo parlato al telefono alcuni giorni dopo. Volevo sapere il parere che meritavano i miei lavori e, volendo dire che ero uno grandemente dedito alle sue idee, ho detto che ero ““un gran adicto” (tossicomane) delle sue idee”. Sono stato molto preoccupato per un po’ di tempo, per questo lapsus, pensando come avrebbe Lei preso quelle parole. Più tardi ho capito che era stata la cosa migliore che Lei avrebbe potuto sentire da un giovane uruguaiano appena laureato in Psicologia Sociale, dalla Sua Scuola e dall’altra parte del fiume.

Avendo il privilegio di conoscere la Sua posta elettronica, invio questa mail per congratularmi con Lei con tutto me stesso, per questi anniversari così importanti: Il Suo e quello della Sua Scuola. E colgo l’occasione per raccontarLe che ho provato, insieme ad altri, a portare avanti, con una certa originalità, le Sue idee, nel mio paese. È stato da quando Bauleo, un precursore, un altro Grande Maestro, nel 1967 – sempre 40 anni fa-, arrivò a questa riva del “Plata”. Abbiamo un altro compleanno da festeggiare come può vedere. So che, pur essendo così impegnato a scrivere nuovi argomenti ed essendo un viaggiatore itinerante del mondo, vorrei presentarLe alcuni dei miei contributi. Così come continuo a pensarli, come cerco di risolverli alla luce della pratica. Sempre dalla pratica. Pichon, il Suo pensiero è vivo. A Montevideo noi diciamo: “Vivo e vegeto”. Non so se lei sa che, in uno degli omaggi che la Scuola Le organizzò, nel 2000, presentai un lavoro intitolato “Il pensiero vivo di EPR”, in un tavolo indimenticabile insieme a: Ana Quiroga, Fidel Moccio, Marcos Berstein, Alberto González.

ALEJANDRO SCHERZER

“Il pensiero di EPR, per noi, è un punto di riferimento…” dicevo all’inizio del lavoro, e ho sviluppato quello che per me è stato il suo maggior contributo nel campo della pratica clinica e gruppale: il concetto di EMERGENTE. E ho spiegato anche il perché. Non sono il suo ripetitore, neanche la suo eco. Mi sento un sostenitore e contribuisco allo Schema Aperto Pichoniano. Porto e apporto.
Tento di coniugare il suo pensiero, base della nostra pratica sociale in questo tempo. Coniugare, giocare con, estrarre il succo, per creare, per produrre strumenti, materie prime, per la pratica psicosociale. Con il peso degli anni, oso dirLe che la vedo come un “baqueano” nel mondo, un esperto nello sfidare le correnti avverse quando si è sulla barca.
Io mi vedo come un rabdomante nella mia terra, passo dopo passo, colpendo i due pezzi di legno -come fanno loro- per vedere in quale punto del terreno bisogna scavare per trovare, con alta probabilità, una sorgente d’acqua sotterranea. Come potrà vedere, quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive.
Pichon –mi piace come soprannome rispettoso- preferisco non racchiudere la Psicologia Sociale definendola “Psicologia Sociale Pichoniana”, perché così finiremmo soltanto per ripetere le sue idee iniziali –geniali a quei tempi- ma rimanendo impantanati nel passato. Ancora di meno, ridurla a una Psicologia degli ambiti o a una Psicologia di gruppi operativi.
Preferisco chiamarla “Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana. La Psicologia Sociale Operativa (come altri preferiscono)”. Mi interessa sottolineare di più la radice anziché l’origine.

Pichon, il suo pensiero vivo è emancipazione. Decentra il soggetto dall’individualismo attraverso il gruppo. Collettivizza, rende coscienti, punta alla liberazione delle condizioni concrete quotidiane dell’esistenza. È in movimento! Non è più quello di prima, stava cambiando. Si è evoluto, è quello di adesso. Come molti dei suoi compatrioti dicono: “lui ci ha (E) arricchiti, (E) arricchendoci…”. È qui in giro, viene, sta con noi, dentro di noi, ci accompagna, ci sostiene.
Sa una cosa, aggiungerei –se qualcun’altro non l’ha fatto prima- che lei continua ad essere parte di ognuno di noi che ci siamo ispirati in quella fonte inesauribile e illimitata: “Enrique essendo noi…”

Senza false modestie, credo che ho imparato da lei a sviluppare un certo pensiero connettivo complementare, e ad aprirlo. Nelle mie produzioni c’è qualcosa di questo.
Voglio raccontarle qualcosa di incredibile che mi è capitato nel 2003.
Ho sognato con Lei.
Il sogno era così: lei era in piedi sul ciglio della porta di casa mia, un edificio di appartamenti, Vidal 715. Vestito con un gilet scuro, camicia bianca con maniche lunghe, pantaloni scuri, capelli bianchi, barba anche sul mento e baffi bianchi. Era alto e snello. Sorrideva e diceva alla gente che stava arrivando a una conferenza che io tenevo a casa mia: “Avanti… passate, passate…” E gli consegnava con la mano sinistra una sorta di programma sulle attività, mentre salutava stringendogli la mano destra. Era ancora presto, e c’erano poche persone nella sala. In quel momento, sono arrivate due Psicologhe amiche e discepole mie, che erano state detenute durante la dittatura in Uruguay, per la loro militanza politica. Pichon, lei era molto simile, fisicamente, a un ex Decano di Architettura della nostra Università della Repubblica che arrivò ad essere Presidente dell’Assemblea Generale del Claustro, massimo organo dell’Università del co-governo universitario.
Lì, in piedi, irradiava un’energia imponente, trasmetteva una vibrazione “molto speciale”, tale come quella che ho sentito quando la vidi per la prima volta entrando alla Scuola, salutando tutti quelli che si incontravano sul proprio cammino.
Questo è stato il sogno.

Queste Psicologhe mi raccontarono, una volta libere, nella democrazia, che quando erano detenute nel penitenziario femminile, ricordavano molto il loro gruppo di appartenenza della formazione in Psicologia Sociale, e quello gli dava speranza. Loro hanno lavorato clandestinamente, insieme ad altre detenute, con il gruppo operativo, sui compiti della convivenza all’interno del carcere. Né più né meno. Hanno trasgredito le regole del carcere, coordinando in maniera operativa il loro Gruppo!.. è come il momento della verità degli strumenti appresi!!!

Ho fatto tantissime interpretazioni personali, con diversi episodi della mia storia, a causa delle mie associazioni che ora sono irrilevanti. Ma è stato soltanto un sogno? O lei è passato a casa mia? Per abilitarmi con quel: “passate, passate”, dandomi un passaggio, passandomela, come nel calcio? O per incoraggiarmi con quel: “avanti”?
Abilitazione che, alla base di questo incontro, questa volta a casa mia, assumo, per concretizzare diversi cambiamenti nella mia vita. Un altro giro di spirale nella mia produzione e nella mia identità personale, dopo essermi ritirato dai miei incarichi come Professore universitario.
E quella figura donchisciottesca? Come Le sembra quel nobile cavaliere, alto, esile, che assunse un ruolo storico nella lotta contro l’ingiustizia sociale, con le sue utopie, che forse alcuni hanno associato, anni indietro, a un Don Chisciotte contro i mulini a vento! Una persona di grande statura intellettuale, artistica, letteraria, estetica, alternata con un umile “apriporta” di un’attività estranea.

Mi stava forse ricambiando la breve visita che, accompagnando Bauleo, Le abbiamo fatto nella sua abitazione tanti anni fa? Se non ricordo male, stava aspettando Zito Lema per continuare alcune conversazioni. Col passar degli anni, sono riuscito a migliorare quella dipendenza, che mi generava grandi emozioni, ma che limitava la mia capacità di scelta. Oggi posso dire che sono arrivato allo stato di addetto. Così, sono più libero di scegliere di essere un sostenitore – formare parte – di questa linea di pensiero e di azione.
Nell’allegato Le invio alcuni abbozzi su contributi, convergenze e divergenze.
Sono titoli.
Forse, a partire d’ora, già veterani ambedue, potremo incontrarci presto, per uno scambio proficuo e permanente.
Attendo una pronta risposta, Le auguro il meglio nei suoi meritati omaggi e nelle sue produzioni.
Un profondo ringraziamento a Lei, ai miei maestri, alla vita.
Un abbraccione e al prossimo giro di spirale (molto dialettico), Alejandro Scherzer.

(Diciembre de 2006).

alescher@adinet.com.uy
Teléfono: (005982) 27107378.

II) Dopo questa e-mail a Pichon Rivière, ho inviato tre copie:

Alla Scuola di Psicologia Sociale, ad Ana Quiroga e a Joaquín Pichon Rivière, (figlio di Pichon, Psicologo Sociale e Presidente di A.P.S.R.A.: Associazione di Psicologi in Psicologia Sociale della Repubblica Argentina). Mi hanno ringraziato molto emozionati per il testo che hanno pubblicato nella web.
Alcuni giorni dopo, Joaquín P. R. si è messo in contatto con me dicendomi che non gli avevo inviato l’allegato di cui parlo nella mail a Pichon.
La sua richiesta mi ha fatto sorridere perché tale allegato non esisteva, era una licenza della scrittura. Ridiamo tutti i due ogni volta che lo racconto.
Però Joaquín aveva ragione. Ero in debito con E. P. R. a cui avevo promesso quel documento.
Così, come promesso un paio di anni fa a E. P. R., gliel’ho inviato e oggi lo pubblico qui.

A)   CONTINUITÁ PICHON  RIVIERE, OGGI B)   IN DIBATTITO  C)   SVILUPPI E APPORTI L’adattamento attivo alla realtà.  Il Gruppo come struttura.  Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana.  Il passaggio della Psicanalisi alla Psicologia Sociale.  La denominazione: pre-compito (concordiamo con i fenomeni che descrive, non con la denominazione). Preferiamo: “proto-compito”. Proponiamo il titolo del pre-compito. L’imparare a pensare.  La denominazione di gruppo interno.  L’approccio Psicosociale. La dialettica del mondo interno – mondo esterno. La relazione gruppo interno – esterno (perché il gruppo non è interno né esterno). La 1°, 2°, 3°, 4°, 5°, 6° questione sui Gruppi Operativi. L’importanza della vita quotidiana nella costruzione della soggettività. Analisi delle ideologie e del potere nella famiglia. Le limitazioni dello Schema del Cono Rovesciato. Gli “Aggruppamenti” invece della denominazione gruppo interno. L’Epistemologia Convergente.  Il funzionamento del Gruppo appena iniziato quando gli integranti raggiungono la loro mutua rappresentazione interna. La Zona Comune.
La Mutualità La Famiglia come Gruppo L’orizzontalità e la verticalità: manca una maggior enfasi nella trasversalità. Il pensiero strategico – connettivo – congiunto. L’Emergente Gruppale. La teoria della “miniatura”. La presenza. Il paziente “designato” come emergente gruppale familiare. Differenze tra Vincolo – Zona Comune – Gruppo La Salute Mentale come criterio ideologico. Apporti alla nozione di Emergente La Tecnica Operativa di Gruppo. La necessità, il desiderio. Funzionamento Gruppale Operativo nei livelli 1, 2 e 3. La famiglia come unità di “salute”, di “malattia mentale”, o di “cura”. Apporti alla Scala di Valutazione Basica del funzionamento gruppale operativo. La teoria della “malattia unica”. La fenomenologia delle cinque depressioni. La poli-causalità. Il malinteso. Gli stereotipi. Come funzionerebbe lo psichismo: pseudopodi “bastoni-antenne” di appoggio e di connessione. La teoria del Vincolo. La Trasduzione di energie. I geni e lo psichismo aperti all’Ambiente La teoria del Deposito. La “teoria” delle 4 I (identificazione) L’identificazione con unità collettive. Teoria dell’Apprendimento. Meccanismi del Noi. Gli strumenti mutuanti. Teoria della Comunicazione. Definizione operativa della Famiglia come Gruppo: dalla famiglia edipica alla famiglia gruppale L’Arte, il Teatro e la Poesia. La Clinica Psicosociale. Nuove malattie. Nuovi quadri clinici? Direzionalità dell’approccio e dell’Intervento Operativo. Le differenti forme di partecipazione di genitori nella psicoterapia di bambine e adolescenti. Manovre “tecniche”: Le Strategie Terapeutiche di approccio pluridimensionale. Le Terapie Combinate L’Approccio della Psicosi Infantile di Base Emotiva. Sei passi nell’Intervento Il Carnevale. La “Murga Montevideana”.

III) Dopo un po’ di tempo, nel Laboratorio di Scrittura con i Professori Adriana Pastorino e Cholo Gómez, stimolanti collaboratori di questo prodotto, e di altri, è sorta l’idea di pubblicare, congiuntamente con altri compagni di quella corrente letteraria, il libro “Storia di labirinti”. Abbiamo concordato che la lettera a Pichon era materiale pertienente.

Adriana Pastorino ha scritto:

Nota dell’editore: “L’appropriazione dell’arte nell’espressione delle più variegate discipline dell’accadere umano non è una novità. In più di un tratto del percorso scientifico, ci sono dei labirinti che solo si esprimono o si risolvono ricorrendo alla finzione. Questo è il caso del seguente testo, un messaggio di posta elettronica ad un gran maestro che non c’è più. Alejandro, che è docente, ricercatore ed ex-cattedratico universitario, ha avuto bisogno di rompere le convenzioni e si è espresso in forma fantasticata per collaborare ad un omaggio al suo grande maestro. Come dice nella sua “e-mail”, ha avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, “quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive”.

Nota dell’autore (A. S.): Enrique Pichon Riviére nacque nel 1907. Arrivò alla Repubblica Argentina all’età di 4 anni. Morì nel 1977. Fu uno dei precursori della Psicanalisi in Argentina e il fondatore della Psicologia Sociale di Rio de la Plata.
L’ho visto tre volte in vita mia. Solo una volta sono stato al suo fianco, a casa sua, poco prima della sua scomparsa.
Abbiamo avuto una breve conversazione e una stretta di mano che ancora il mio palmo destro conserva.

IV) Inserisco ora il commento della Dott.ssa Ana M. Rodríguez, uruguaiana, collega e artista in Arti Plastiche, sulla lettera a Pichon.

Quando Alejandro ci disse che “aveva avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, quasi un “medium”, impegnando tutte le sue energie in tutte le aree espressive”, a mio avviso, descrive lo stato di qualcuno che è gioioso e proficuamente catturato da un sogno ad occhi aperti.
Le parole che cito qui sotto sono di Bachelard e mi baso su di loro per spiegare le mie dichiarazioni precedenti: “ Improvvisamente un’immagine si colloca al centro del nostro essere immaginativo fermandoci, fissandoci, infondendo essere. Il cogito è conquistato da un oggetto del mondo, un oggetto che da solo rappresenta il mondo. Il dettaglio immaginato è una punta che penetra il sognatore originando in lui una meditazione concreta”. (La parte sottolineata è mia) (1.2)

Nel caso di Alejandro l’immagine che lui vive come “passaggio” è incontro e trasmutazione. Alejandro diventa Enrique e Pichon diventa Scherzer producendo un giro di vite o di spirale produttiva che aggiungerà nuove idee-mattoni a una comune edificazione: la Psicologia Sociale Operativa che per essere sociale e operativa sarà sempre in costruzione.
È in quella conjunctio che segnalavamo sopra, dove la voce –così sottolinea Alejandro- non diventa eco perché quell’incontro quasi corporeo genera e materializza una nuova voce. Voce polifonica che anche se crea scienza, germina, costruisce, non solo dall’intelletto ma anche dal sentimento e questo è molto serio dato che può succedere che il suo suono faccia rinascere Don Chisciotte “quel manchego, quel bizzarro fantasma del deserto” nel secolo XXI, il quale, sotto l’impero della stupidità, la tecnologizzazione e la banalizzazione: “tutto il mondo è sano di mente, terribile, mostruosamente sano” (3), (4).

V) Il documento allegato condensa e concentra argomenti che sono affrontati in diversi lavori sul web. Ho voluto fare una breve spiegazione di ogni item, ma la sua estensione de-contestualizzava il carattere del documento della lettera a E. P. R.. Preferisco rimandare ai contenuti del web.

Bibliografía:

1. Bachelard Gastón. “La poética de la ensoñación”. 1982, México, Fondo de Cultura Económica.

2. León Felipe: Pero ya no hay locos. En Antología rota1947, Bs. As Editorial Pleamar.

3. Idem.

4. Dott.ssa Ana M. Rodríguez.

 

(traduzione dallo spagnolo ad opera di Fabiola Gomez)

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Gladys Adamson: una ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità

Sab, 26/09/2015 - 17:38
Il Centro Studi e Ricerche “J. Bleger” invita al seminario che si terrà il 2 ottobre dalle 16 alle 19 presso la Sala di RM25

in Corso d’Augusto 241 a Rimini.

Sarà relatrice Gladys Adamson, da Buenos Aires, che presenterà un suo lavoro di ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità. Si tratta di un intervento di prevenzione in quartieri periferici e degradati di Buenos Aires.

La partecipazione è gratuita.

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Il trauma: una ricerca nell’ambito individuale della Concezione Operativa di Gruppo

Mar, 11/08/2015 - 17:44

di Simona Maini, Agnese Marchetti, Elena Marini, Arianna Occhio, Marella Tarini


INTRODUZIONE

Il nostro gruppo di ricerca si costituisce nel 2010. Il tema intorno a cui ci raggruppiamo è il trauma. Sicuramente non è casuale che 7 donne (rimaste poi 5) siano attratte da una riflessione su questo argomento.
Non è casuale. Ci diciamo, sorridendo, che siamo nella pancia, nell’antico, nel primordiale, e chissà quale emergente rappresentiamo nella Scuola “J. Bleger”, o cosa sentiamo su di noi depositato per immergerci in un pozzo già a prima vista così profondo.


L’INIZIO.

All’inizio la strada è stata tracciata dal prof. Bonfantini che, durante una lezione sulla metodologia della ricerca, ci parla del “fatto sorprendente” come motore di ogni ricerca degna di essere chiamata tale.
Il generatore della ricerca è il fatto sorprendente, il nuovo che stupisce e non ha spiegazione immediata nel già noto.
Di fatti sorprendenti ne emergono almeno 3 nel corso delle condivise riflessioni all’interno del nostro gruppo di ricercatrici. Il comune denominatore è comunque la parola “trauma”.

PRIMO FATTO SORPRENDENTE
E’ la non corrispondenza tra entità del trauma ed effetto.
Un apparente piccolo trauma può produrre effetti psichici importanti, talvolta devastanti, e viceversa. Semplificando, visualizziamo la situazione in un contenitore che ha un contenuto più o meno fluido, più o meno organizzato, che venga colpito da un corpo contundente e si incrini. L’entità dell’incrinatura sarà la risultante tra la forza del colpo e lo spessore del contenitore. E quello che si fa strada, il contenuto che fuoriesce, dipenderà sia dall’entità dell’incrinatura ma anche dall’essere più o meno fluido del contenuto, dal suo essere più o meno grezzo, disorganizzato, instabile . La cosa si complica laddove la demarcazione contenente\contenuto non è così netta. In quelle personalità che hanno già di per sé falle e varchi, risultati, forse, non di grandi eventi ma di tanti ripetuti piccoli quotidiani microtraumi.

SECONDO FATTO SORPRENDENTE
E’ il trauma che, in alcuni casi, ripete se stesso, si autoriproduce. Per usare un paragone biologico, in alcuni casi sulle forze riparative, rigenerative, che portano naturalmente la ferita a guarigione, prevalgono forze di automantenimento della ferita, che si cronicizza, diventa ulcera torbida, infetta, o peggio, ancora più subdolamente, guarisce per poi ricomparire, riprodursi, in una specie di memoria del danno che non vuol guarire. Un Alien che riproduce se stesso e non vuol dimenticare…. che sia come diceva Brecht che è la fragilità della memoria che dà forza agli uomini?….

CHI E’ STATO SBATTUTO A TERRA SEI VOLTE
COME POTREBBE RISOLLEVARSI LA SETTIMA
PER RIVOLTARE IL SUOLO PIETROSO
PER RISCHIARE IL VOLO NEL CIELO?
E’ LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA CHE DA’
FORZA AGLI UOMINI
(Brecht, Elogio della dimenticanza)

TERZO FATTO SORPRENDENTE
In un gruppo di operatori che assistono al trauma provocato da parte di un utente ad uno di loro, o al racconto di questo trauma, accadono cambiamenti significativi.
Nel pensare a questi interrogativi è inevitabile cercare una definizione comune sui termini chiave: Trauma” e Memoria.


TRAUMA

Parola innanzi tutto somatica: lesione prodotta accidentalmente da agenti meccanici la cui azione vulnerante è superiore alla resistenza dei tessuti su cui operano. Ma Trauma è anche parola psichica per eccellenza.
Ci colpisce il concetto di Freud di post definizione di un evento come trauma.
All’inizio, quando un evento accade, è COMMOZIONE e SPAVENTO.
La COMMOZIONE: con questo si intende l’aspetto somatico dell’evento, che provoca un’affluenza di eccitazione che irrompe e pone in pericolo l’integrità.
Il soggetto non può reagire mediante scarica adeguata o elaborazione psichica.
Lo SPAVENTO: è l’aspetto psichico dell’evento. Il termine usato da Freud è “Hilflosigkeit” che letteralmente è: lo stato di impotenza dell’originale e naturale condizione del cucciolo d’uomo.
All’inizio l’evento è commozione e spavento. Viene rimossa la memoria di qualcosa che solo più tardi sarà definito trauma.
Ancora, abbiamo lavorato molto sul termine Memoria con le infinite declinazioni, il rapporto che ha la memoria nella definizione, risoluzione o mantenimento del trauma.
In questo girovagare senza mete precise, ma ricco di suggestioni, ci guidano alcune letture. Ma anche libere associazioni, frammenti di film, di libri, ricordi, immagini infantili, racconti brevi e sinceri. Forse è a questo punto che, più o meno consapevolmente, il gruppo prende una svolta.
Diviene evidente:

  1. l’eccesso di ipotesi;
  2. ricercando, verifichiamo che, alla fine, le ipotesi non sono particolarmente sorprendenti. Ma non è questo il problema. Anzi, forse questo presupposto della sorpresa è fuorviante, perché rischia di far sembrar inutile un lavoro di studio che per noi è stato molto produttivo;
  3. il lavoro rischiava di diventare un piacevole ma infruttuoso percorso circolare, senza una meta precisa, senza un tempo di scadenza;
  4. infine, il problema sostanziale che si fa evidente è: in che consiste la ricerca ? Chi ricerca su chi?

Il Trauma nell’ambito individuale

Il tema del trauma è vastissimo ed affrontabile da infinite prospettive, è ritornato negli ultimi anni all’attenzione dei clinici e dei ricercatori dopo essere stato adombrato per molto tempo nella formulazione del pensiero psicoanalitico.
Nella ricerca, l’ambito a cui ci siamo riferite è quello individuale, ed il trauma è stato inteso non tanto come evento, quanto come esperienza soggettiva che si sviluppa in processi fenomenici successivi. Naturalmente, la nostra teoria di riferimento è la Concezione Operativa di Gruppo, quindi per noi, concettualmente, qualsiasi esperienza soggettiva, individuale, avviene all’interno di una dimensione gruppale, sia se inserita in un contesto istituzionale che collettivo.

Questo, anche quando l’esperienza sia vissuta da un soggetto “isolatamente”, in quanto entrano in azione, nella organizzazione della risposta all’evento traumatico, le rappresentazioni interne che il soggetto ha del gruppo al quale appartiene o al quale è appartenuto, in sostanza le dinamiche relative al suo gruppo interno primario o ai suoi gruppi di appartenenza successivamente internalizzati nel corso della sua esistenza.
Cosicché la nostra ricerca si è incentrata sulla investigazione di come si possano essere prodotte risposte ad un evento traumatico vissuto soggettivamente, laddove questo soggetto appartiene ad un gruppo, e di come le rappresentazioni del suo gruppo interno abbiano rispecchiato o meno le dinamiche presenti nel suo gruppo esterno attuale, il gruppo a cui il soggetto appartiene prima dell’evento, al momento dell’evento e nello sviluppo del processo successivo all’evento.

L’ipotesi sulla quale stiamo tentando di investigare è che un evento traumatico soggettivo irrompe determinando alterazioni sia sul contenitore che sul contenuto o, nel linguaggio della concezione operativa, sia sull’inquadramento che sul processo interno del soggetto e del gruppo di appartenenza e, nello specifico, sul sistema dei vincoli presente in quel determinato gruppo.


LA RICERCA

Per questa ricerca, secondo le ipotesi appena descritte, abbiamo lavorato su un gruppo istituzionale, una équipe di lavoro, all’interno della quale un operatore ha vissuto una esperienza traumatica durante lo svolgimento della propria professione.
Ciò che si voleva verificare è la dimensione e la qualità dei vincoli esterni ed interni sperimentati dai soggetti in quel gruppo e la loro eventuale trasformazione in seguito all’evento traumatico.

Si tratta di un’équipe istituzionale pubblica di un Servizio dell’Italia Centrale che eroga interventi nel campo della Igiene Mentale, multiprofessionale e transdisciplinare, istituita nel 1991.
Nel corso dei decenni, l’organizzazione ha avuto varie rimodulazioni che l’hanno portata a delinearsi secondo la dimensione che mostra al momento dell’indagine: tre infermieri professionali, un’assistente sociale, tre psicologi, di cui uno a contratto, quattro medici, di cui tre sono psichiatri. Una particolarità di questa équipe è che è costituita quasi completamente da donne, l’unico professionista di sesso maschile è uno degli infermieri professionali. Peraltro, il Servizio interagisce anche con personale appartenente al Privato Sociale del territorio attivo nel medesimo settore di intervento (Comunità Residenziali), con il quale condivide periodicamente, oltre ai programmi messi in essere per i pazienti, i percorsi formativi congiunti ed i momenti di supervisione, e anche uno di questi operatori esterni di comunità è di sesso maschile

In questo quadro, una delle psichiatre, dopo la stabilizzazione in ruolo, subisce un’aggressione, mentre presta servizio, da parte di una paziente assistita da molto tempo dalla struttura. Durante un colloquio individuale, l’utente, femmina, aggredisce la dottoressa verbalmente e con il lancio di alcuni oggetti che non la colpiscono direttamente, ma le conseguenze di questo evento derivano dai movimenti bruschi fatti per evitare gli oggetti scagliati. Dopo l’evento, la psichiatra sviluppa un problema alla colonna vertebrale e poi una sindrome post- traumatica da stress, per cui resta per circa sei mesi lontana dal servizio, con un certificato di infortunio sul lavoro per i postumi descritti. L’assenza della professionista, per tutto il tempo in cui si svilupperà, non verrà colmata da alcuna sostituzione.
Appare significativo segnalare che questa équipe, fin dal momento della sua fondazione, ha voluto costruire un’ECRO (Schema Concettuale di Riferimento Operativo) condiviso tra i suoi integranti per operare attraverso una effettiva interazione multiprofessionale e transdisciplinare. A questo scopo, tutti gli operatori di qualsiasi qualifica che si sono avvicendati nel corso degli anni, hanno frequentato la Scuola “José Bleger” per l’apprendimento della Concezione e della Tecnica Operativa di Gruppo. Sempre con la medesima finalità, l’équipe è stata fin dall’inizio costantemente supervisionata, attraverso incontri cadenzati, grazie all’intervento di un supervisore esterno esperto in COG.
Una volta rientrata in servizio la psichiatra, sono stati attivati, per decisione condivisa nell’équipe, cinque incontri di supervisione a cadenza quindicinale espressamente dedicati alla elaborazione di questa esperienza traumatica.

Metodologia

In questo campo apparivano rappresentate le istanze dei fatti sorprendenti che avevamo enucleato in premessa. Si è pensato quindi di ricercare proprio al suo interno, e di applicare i metodi che si riferiscono al paradigma della Investigazione Qualitativa, secondo il dispositivo della Osservazione Partecipante. Abbiamo deciso cioè di partecipare in qualità di osservatrici partecipanti alle sedute di supervisione che l’équipe aveva programmato per l’elaborazione dell’evento, di predisporre una rotazione delle osservatrici in modo che il processo potesse essere partecipato da più di un soggetto del gruppo di ricerca, e di enucleare gli emergenti di questo processo per analizzarli, in seguito, all’interno dell’intero gruppo di ricerca riunito, nel tentativo di addivenire collettivamente ad una ricostruzione delle risultanze investigative.

Prima di descrivere come si è svolto il lavoro sull’osservazione del gruppo degli operatori, crediamo sia necessario descrivere anche come ha operato al suo interno il nostro gruppo per tale lavoro di ricerca.
Innanzitutto le date per i nostri incontri erano stabilite di volta in volta, gli incontri sono stati numerosi, a volte con lunghe pause, ma il nostro gruppo ha tenuto, i vincoli si sono formati e non c’è mai stata la volontà di abbandonare malgrado la difficoltà nell’incontrarsi.
In alcuni momenti difficili in cui il gruppo sembrava sfilacciarsi, e pareva impossibile andare avanti, abbiamo riconosciuto come elemento di coesione l’aver partecipato noi stesse, come integranti, ai gruppi operativi organizzati dalla Scuola Bleger.
Nei nostri incontri abbiamo sempre pensato di non voler stabilire ruoli particolari: lavoriamo in gruppo ma senza avere un coordinatore o un osservatore, ci autogestiamo, non c’è qualcuno che in maniera stabile verbalizza.
Ad ogni incontro si integrano le verbalizzazioni individuali precedenti e su quelle nascono nuovi spunti di riflessioni e lavoro.

Lavorare sul trauma: pensarlo, osservarlo, scriverne, non è un lavoro facile, sempre ritorna il proprio vissuto interno.
Anche nel nostro gruppo viviamo ruoli diversi, così come nell’équipe osservata: siamo psicologhe, medico e psichiatra.
Inoltre, il nostro gruppo di ricerca ha una implicazione forte con l’équipe osservata: una delle nostre colleghe lavora nel Servizio stesso dove si è svolto l’incidente ed ha partecipato come integrante a tutte le sedute di supervisione, altri componenti dell’équipe sono conosciuti da tutte noi, frequentano l’Istituto Bleger e ne hanno condiviso la formazione; questa sottolineatura è importante, ma non impedisce una lettura degli eventi così come da noi impostata.

Veniamo ora alle osservazioni svolte. Gli incontri di supervisione sono stati in totale 5, noi abbiamo deciso di osservare il primo, quello centrale e l’ultimo.
Il Supervisore della équipe era il Dott. Montecchi, sostituito nei due centrali dal Dott.de Berardinis. Noi, come già detto, ci siamo alternate per effettuare la osservazione partecipante attraverso la quale sviluppare la ricerca, per cui le tre sedute di supervisione osservate hanno avuto tre osservatrici diverse.
Ognuna delle tre osservatrici ha poi riportato dentro il gruppo di ricerca ciò che ha annotato durante le supervisioni e si sono individuati gli emergenti.
Abbiamo poi analizzato le osservazioni attraverso i nostri riferimenti teorici, le nostre libere associazioni, il vissuto di gruppo attraversato a sua volta dal trauma. Quel che ci interessava non era tanto l’evento in sé, e attribuire una qualche responsabilità, ma studiare il possibile cambiamento dei vincoli e del gruppo, in questo caso un’équipe, attraversata da un trauma.

Vediamo ora, di seguito, un breve resoconto di ognuno dei tre incontri osservati, e i tre emergenti individuati.
Da notare che le frasi pronunciate dagli integranti dell’équipe sono messe tra virgolette e tra parentesi i ruoli professionali degli operatori; infine chiamiamo X l’operatrice che ha subito l’aggressione


1° Gruppo 23/11/2012

Supervisiona: L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Agnese
Integranti: 14
L’operatrice aggredita non c’e all’inizio, arriverà in ritardo.
Presentazione del compito da parte del supervisore.

” L’idea era quella di riflettere su ciò che si è prodotto nell’équipe in seguito all’aggressione degli operatori , se siamo d’accordo”

Silenzio…..

Parla X (operatrice aggredita, che intanto è arrivata) : “Forse ci è stato utile parlare del conflitto esterno ma anche le nostre modalità sono molto violente… Il conflitto è stato al nostro interno…”

In tutta la riunione non si parlerà mai dell’accaduto, il discorso si sposta all’interno dell’équipe, si fa riferimento ad un gruppo di studio precedente: tempo addietro, infatti, nel Servizio si era costituito un gruppo di studio temporaneo composto da alcuni degli operatori, che si era dato come compito la rilettura del testo “Simbiosi ed Ambiguità” di José Bleger.

(Psicologa): ” Il conflitto traumatico è al nostro interno. Nel gruppo di studio sono emerse difficoltà sul mettere insieme professionalità diverse sulla diagnosi, sul suo significato, come si fa, etc.”

Per quasi tutto il tempo domina il tema della diagnosi, con confusione e conflittualità.

(Operatore di comunità): “Senza diagnosi non puoi lavorare… arrivano persone senza diagnosi…”

(Psicologa): “E’ sulla discriminazione, l’esplicitazione di una discriminazione porta ad un conflitto”.

Si fa riferimento qui al fatto che, solo di recente, è stato espressamente chiesto al Servizio, per questioni amministrative, di formulare diagnosi psicopatologiche “ufficialmente” condivise dai sistemi di classificazione ICD 10 o DSM IV, indispensabili per ottenere le ripartizioni della spesa necessaria per l’inserimento in Comunità Residenziale e per avvalorare la prescrizione di farmaci, in particolare antipsicotici atipici.

(Psicologa) : “Queste diagnosi psicopatologiche come avete intenzione di gestirle? La mia diagnosi è una restituzione di una valutazione diagnostica su base relazionale, con codici linguistici diversi dal DSM… c’è un problema di ruoli, il gruppo forse era simbiotico, ora si sta differenziando…”

(Psichiatra): “Lo avete capito perché ho chiesto le diagnosi?”

Solo alla fine della riunione, all’interno di un conteggio statistico sugli utenti, emerge il dato di due utenti che si sono suicidati dopo le dimissioni e di uno deceduto per overdose.

Gli emergenti sono:
1) La persona aggredita arriva in ritardo.
2) “Le epistemologie non convergono, frammentazioni di linguaggi… ognuno parla una lingua propria”
3) “Due suicidi sono un grosso trauma, la famiglia di P. (uno dei ragazzi suicidi) si è comportata in modo molto violento con il Servizio”.


2°Gruppo: 13/12/2012

Supervisiona: M. De Berardinis
Ricercatrice osservatrice partecipante: Elena
Integranti: 10
Inizia la supervisione , manca X, che arriverà in ritardo.
Compito: parlare di quel che è accaduto all’interno del servizio e di tutto ciò che si vuole.

Emerge il fatto dei suicidi, il fatto che la famiglia di uno di questi ragazzi si sia scagliata contro il Servizio e che il parroco, durante la messa di commiato, abbia fatto un’omelia contro la struttura pubblica..

Viene raccontato per la prima volta l’episodio dell’aggressione ma sembra soprattutto perché è cambiato il supervisore, e quindi per renderlo edotto degli accadimenti. Ma poi viene fuori il fatto che 3 anni prima, la stessa paziente ha agito un comportamento simile con un altro psichiatra, maschio, poi trasferitosi (per altri motivi) in un altra Struttura.

C’è tensione tra le diverse figure operative, si parla della Diagnosi Operativa.

Arriva X, insieme ad un’altra operatrice.

Emerge la sensazione di una disgregazione tra i ruoli, gli infermieri lamentano di sentirsi come poliziotti, non si sente il riconoscimento del ruolo.

I pazienti sembra sappiano da chi poter ottenere ciò che vogliono.

Emerge il problema di una non comunicazione tra i diversi settori e ruoli.

C’è rabbia, perché c’è chi viene ascoltato e chi no.

X.: “Fuori di qui ho cercato la risposta”.

Alcune operatrici escono perché hanno un gruppo.

X.: “Il gruppo mi avrebbe frammentato”, “non volevo sentire nessuno” .

“Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento. Sono stata paralizzata dalla paura”.

Si discute animatamente sulla definizione del ruolo.

Ci si chiede se lo psichiatra deve dare per scontato che ci siano aggressioni e saper in qualche modo reagire ad esse o se queste aggressioni invece non debbano far parte del mandato.

Le opinioni a tal proposito non sono concordi.

Emerge la domanda se loro, come operatori, si devono occupare di maleducati da rieducare o di pazienti.

Gli emergenti individuati sono:
1) La persona aggredita arriva in significativo ritardo.
2) “Quello che succede in quella casa non si sa, come noi qui”. “Qui per parlare bisogna usare violenza”.
3) “Chi è il nostro alleato: il paziente violento o il collega?”.


3° Gruppo 10/ 5/ 2013

Supervisiona L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Arianna
Integranti: 13, 1 assente
Anche a questo incontro l’operatrice aggredita arriva in ritardo.

Il primo intervento è significativo : “C’è l’accorpamento dei Dipartimenti, stiamo anticipando una diaspora…”

Il gruppo si riferisce al fatto che sta per concretizzarsi una riorganizzazione regionale della rete delle strutture sanitarie secondo criteri di Area Vasta, e si teme che il Servizio verrà accorpato insieme ad altri in un unico Dipartimento provinciale.

Questo sarà il motivo di fondo di tutto il gruppo, la sensazione di qualcosa destinato a cambiare per sempre, e l’impossibilità di opporre resistenza.

Arriva X in ritardo, mentre il discorso è: tutto finisce e nessuno ha detto niente, ho un brutto presagio , il peggio deve arrivare.

Le viene detto : “hai tentato una fuga”

L’idea è che per riprendere le forze bisogna andare fuori.

X dice: “devo tornare nella caverna”.

Quindi l’équipe è attraversata da questo continuo pensiero dello stare dentro o fuori, del pubblico e del privato, dell’esterno che arriva come una minaccia a sgretolare tutto.

Nella parte centrale dell’incontro vengono portati per la prima volta dei sogni.

Nel primo, c’è la descrizione dello stesso gruppo d’équipe, in una stanza rivestita di mattoni, con una rete in alto, ad un certo punto una persona, descritta come un’amazzone, sembra un uomo ma è una donna, si alza, corre verso la finestra e si lancia rompendo la rete, chi racconta dice che va a vedere e quella persona è sfracellata.

“Era la persona più pessimista del gruppo!”

Il secondo sogno è stato fatto da un’altra operatrice la stessa notte del primo: “dovevo recuperare la mia macchina con gli alberi che si sfracellavano ed era pericoloso.”

Terzo sogno, raccontato da una ulteriore operatrice: “torno a casa e la trovo piena d’acqua, era il mare, mi mettevo su una zattera di rete ma cado, non so nuotare e dico: è il momento di morire. Trovo un ragazzo che mi dice: ti aiuto!. Quando esco c’è un uomo elegante vestito di blu che mi dice di stare tranquilla, ma in realtà non fa niente, poi vedo due colleghe che mi aiutano e mi aspettano con gli asciugamani…”.

Tutti i tre sogni fanno pensare al gruppo che c’è una parte, il femminile, che protegge, come una madre, e c’è una parte negativa, maschile, che va eliminata, ammazzata, o sfracellata, ci sono il maschile e il femminile che si mischiano ma allo stesso tempo confondono, la persona del primo sogno che si sfracella è un’amazzone, con gli stivali, con la coda di cavallo, una donna che fa l’uomo.

Il gruppo lavora su questi temi: dentro/fuori, precari/stabili, il ruolo che si gioca, con tutte le diverse professioni, ma anche con il maschile o femminile: madre che deve solo nutrire o femmina che si può divertire, c’é il cambiamento che porta alla disgregazione, i vincoli e le relazioni che se mutano, finiscono:

“Sono stufa di nutrire, il compito femminile non può essere solo questo”

“Indurre dipendenza è un modo per non vedere la propria”

“Un conto è la vacanza, un conto la foto delle vacanze!”

“Se veniamo accorpati perdiamo questo modo di lavorare”

Nell’ultima parte si lavora su come ci si aspetta che avvenga il cambiamento, è la violenza che irrompe, rappresentata proprio da un uomo (il nuovo direttore che arriva dal potere centrale e che si teme sarà incaricato di dirigere l’unica struttura dipartimentale che verrà configurata in seguito all’accorpamento degli attuali servizi) che usa la violenza e la sua forza sulle Strutture gestite da donne.

Nella conclusione ci si sforza di essere propositivi, viene detto che i modelli che funzionano sono così come questo, a rete, e la rete consiste in una forma articolata, non come un modello dove c’è un sole centrale che nasconde ed ha la supremazia su tutto il resto.

Gli emergenti sono:
1) la persona aggredita arriva in ritardo: “stiamo anticipando una diaspora.”
2) Chi esce si sfracella o annaspa.
3) L’uomo che viene da fuori violenta.


CONSIDERAZIONI

In questo lavoro ci colpiscono immediatamente 3 elementi.
In prima istanza, rileviamo l’effettività del fatto sorprendente dal quale siamo partite: un trauma “apparentemente” lieve può provocare un’onda traumatica con una significatività importante.
L’utente si è scagliata infatti contro l’operatrice con forte aggressività, ma non c’è stato un esito immediato particolarmente grave.
Per la particolare competenza clinica del Servizio, si può rilevare che rabbia ed aggressività siano comportamenti che si possono attendere da utenti così problematici, ma l’effetto dell’attacco è dirompente: sia sull’individuo, portando l’operatrice a rimanere assente dal lavoro per diversi mesi, sia sul gruppo, innescando un processo che è stato l’oggetto delle nostre osservazioni. Quindi: piccolo trauma – grande effetto.

In secondo luogo, l’apparente scarso interesse ad affrontare il caso in sé.
Non si parla mai, o quasi, del fatto accaduto; solo nel secondo incontro, in maniera approssimativa e principalmente per via del cambio del supervisore. In pratica, è assente una cronaca dell’evento, una narrazione che possa condurre il gruppo a rivedere ciò che è successo e cercare di comprendere cause ed effetti.

Il terzo elemento è il ritardo dell’aggredita, che si ripeterà sempre.

Il conflitto e le ansie del gruppo si coagulano intorno a due temi principali che useremo come analizzatori: il potere e le differenze (di ruolo, sessuali, di linguaggi).


IL POTERE

Sin dalla prima riunione è evidente un conflitto di ruoli tra le professioni incentrato sul problema della diagnosi: chi deve o vuole o può fare diagnosi, come la si fa, a cosa serve.
Dall’osservazione emerge che vi è stata la richiesta istituzionale, esterna al servizio, di redigere diagnosi specifiche per i pazienti, questo conduce a discutere su chi ufficialmente può o deve fare la diagnosi, quindi su chi ha maggiori responsabilità ma anche potere.

Questa evidenza porta ad un altro analizzatore. La necessità della diagnosi espressa secondo criteri nosografici descrittivi e la conseguente differenziazione dei ruoli probabilmente mobilita delle ansie latenti, ci si riferisce al fatto che ci fosse un tempo in cui il linguaggio era comune (il tempo della “diagnosi operativa” costruita con l’apporto valutativo di tutte le figure professionali), condiviso, un “ bel tempo perduto”, linguaggio che ora appare frammentato, non più familiare e scontato.
La richiesta esterna della diagnosi fa uscire dall’idea, un po’ utopica, che gli operatori sono tutti uguali, dall’idea di una comunicazione condivisa, che poi si è incrinata e comunque non è più quella di prima.
Gli integranti dell’équipe, che non pensavano alle differenze come origine di conflitto e per i quali la diagnosi era il risultato di un lavoro collettivo, sono costretti ad assumere la differenza e l’obbligo di una diagnosi specifica secondo canoni esterni.
Si distingue tra chi ha più o meno potere, o ruoli diversi: lo psichiatra che è diverso dallo psicologo, chi è assunto a tempo indeterminato e chi no, chi è un tirocinante o un volontario, chi fa il padre o la madre, chi è accogliente e chi è autoritario. E la declinazione di queste distinzioni è caricata di una forte tonalità aggressiva.


LE DIFFERENZE

Sembra emergere la differenza tra ruolo materno e paterno che si inserisce su quello professionale. Ricordiamo che l’équipe è costituita quasi tutta da donne ad eccezione di un infermiere.
Il ruolo dello psicologo sembrerebbe quello più accogliente e tollerante, quindi simile al ruolo materno, il ruolo dello psichiatra, diversamente, sembra essere (o meglio, questo sembra il deposito del gruppo di operatori nei suoi confronti) quello di chi dà le regole, più autoritario. Proprio per questo esercizio d’autorità è il ruolo professionale verso cui, secondo questo gruppo, anche se non esplicitamente, sembra più naturale sia rivolta l’aggressività di coloro che le regole le devono subire.
Il gruppo è calibrato su un’identificazione collettiva con il “femminile”, mentre il ruolo dello psichiatra è vissuto come rappresentante della mascolinità ed è questo che viene esposto, per mandato conferito dal gruppo medesimo, all’aggressione esterna. Quindi, sembra di poter dire che questo stesso ruolo è oggetto di una forte aggressione implicita anche all’interno del gruppo delle operatrici.
I conflitti professionali sembrano, allora, confondersi con i conflitti di genere.

Quel che è accaduto può quindi essere l’agito di una aggressività non riconosciuta interna al gruppo, ma elementi aggressivi e violenti erano provenuti già da prima dall’esterno: il Servizio aveva in effetti subìto delle aggressioni importanti:

  1. una in seguito ai suicidi di due giovani pazienti (dei quali uno dimesso da poco da un programma residenziale). La famiglia di uno dei ragazzi aveva organizzato insieme alla parrocchia un’assemblea pubblica alla quale il Servizio non era stato invitato, e pare che il parroco avesse fatto un’omelia criticando pesantemente l’operato del Servizio medesimo, nonostante la Struttura si fosse in realtà molto prodigata nel tempo, operativamente e finanziariamente, per rispondere ai bisogni di questo assistito;
  2. la seconda è la notizia dell’imminente accorpamento di più Servizi e della imposizione del cambio dei direttori, stabilito unilateralmente dai livelli decisionali apicali, con una paventata probabile soppressione dell’autonomia gestionale ed organizzativa sperimentata finora;
  3. infine, la richiesta di redigere diagnosi nosografiche standardizzate al posto delle diagnosi operative che il Servizio era invece formato a produrre collettivamente, per la somministrazione di farmaci e la razionalizzazione dei costi.

Sembra, allora, che il trauma abbia messo in luce alcune fragilità nei vincoli, non evidenti finora sul piano manifesto, e procurate o esacerbate, presumibilmente, da queste azioni, ed esperienze politraumatizzanti precedenti: l’aggressività latente legata al conflitto professionale e di genere, la rabbia non esplicitata legata a questo conflitto latente e quella legata alle altre aggressioni subite dall’esterno, il dissenso non detto o non ascoltato che si sono insinuati tra le crepe ed il gruppo all’improvviso si è dovuto rimettere in gioco.
Il trauma può fungere in un gruppo come collante ma anche come elemento disgregativo: a noi sembra che, in questa osservazione, sia andato un po’ più in questa seconda direzione.
Si è inserito come un cuneo nella quotidianità e ha rotto il linguaggio familiare: prima erano apparentemente tutti uguali, una sorta di condivisione matriarcale dei poteri, adesso no, irrompe ed emerge il conflitto, determinato dalla percezione evidente delle differenze, che sono differenze di ruoli e di genere, e la differenza di genere richiama e sembra sovrapporsi alla differenza dei ruoli e innesca dinamiche competitive. La compattezza del gruppo è destabilizzata, la gestione della paziente non avviene secondo percorsi autenticamente condivisi, si apre il varco alla possibilità dell’aggressione, si genera il trauma: anche la risposta ad esso non è aggregata e condivisa, ma mostra modelli di risposta e di elaborazione frammentati. Il soggetto, vittima dell’evento aggressivo, cerca risposte secondo un paradigma individualistico.

Ci chiediamo: la posizione del gruppo di professionisti è dipesa anche da come si è posta l’operatrice aggredita? E lei avrebbe potuto sottrarsi al mandato conferitole da esso? Diceva infatti di sé, durante una delle supervisioni osservate: “Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento.”
Apparentemente lei ha poi avuto, in seguito all’accadimento traumatico, un atteggiamento di rottura col gruppo: non ha chiesto aiuto, si è assentata per un lungo periodo, alle supervisioni da noi osservate è arrivata sempre in ritardo, “anticipando la diaspora” con un messaggio aggressivo che si riflette nelle dinamiche gruppali.

Tutto quel che abbiamo osservato e poi riportato al nostro gruppo di ricercatrici riverbera su di noi in modo differente, dati i nostri ruoli e i nostri gruppi interni: intorno a questo dibattiamo e cerchiamo di analizzare i contenuti che emergono. E’ come essere una squadra, un’osservatrice si avvicina di più ad un’ipotesi o all’altra.
Ma ci sembra di poter condividere unitariamente che la ricerca abbia evidenziato alcune risultanze, che vorremmo lasciare però sotto forma di domande aperte, per suscitare ed identificare pensieri e canali ulteriori di ricerca . Infatti, secondo alcuni autori della Rivista “Psicologia Social” di Bahia Bianca (Bernardo Jiménez Dominguez ) i ricercatori psicosociali dovrebbero considerarsi “costruttori di opere effimere” , quindi la ricerca dovrebbe servire, una volta ultimata, a produrre pensieri generativi e desideri di aprire ulteriori canali di investigazione.

Le risultanze sono:
1) un gruppo curante omogeneo per genere ascrive al suo proprio genere la specificità dell’esercizio della cura? Un gruppo di maschi, cioè, pensa che la cura debba seguire criteri “maschili” e un gruppo di donne pensa che  la cura sia legittima solo secondo criteri “femminili”? Il curare è maschile e la cura è femminile?

2) I conflitti fra categorie professionali sono conflitti di genere?

3) Come gioca la specificità di genere nel determinare difficoltà a rifiutare il deposito dei mandati? Per le donne è forse più difficile rifiutare il deposito di un mandato?

4) La prevalente omogeneità di genere, in un gruppo, rende i processi di differenziazione più difficili? Li rende carichi di un’aggressività reciproca importante tra i membri? Fa emergere dinamiche espulsive rispetto a chi si differenzia?

5) I politraumi precedenti e ripetuti espongono a successive, più dirompenti, esperienze traumatiche?

 

 

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La ricerca e l’abduzione

Mar, 26/05/2015 - 15:11

Charles Sanders Peirce, in “Some consequences of four incapacities” (trad. it. “Alcune conseguenze di quattro incapacità”), sostiene che il motore che muove l’essere umano alla ricerca è il dubbio: è la situazione di dubbio che stimola nell’uomo l’attivazione di un processo psichico, il pensiero, con il fine di porre fine alla situazione di dubbio e ricreare una situazione di tranquillità e quiete.
Questo motore può essere inteso in tre modi:

1. come stimolo che viene dalla realtà, una cosa di cui bisogna occuparsi;
2. una passione soggettiva che viene da lontano, legata alle relazioni sociali del vissuto;
3. l’egotismo, la soddisfazione derivante dal far parte di un gruppo che si occupa di un certo oggetto.

Aggiunge poi che non esiste nell’uomo un processo psichico che abbia come obiettivo la conoscenza e che non sia di tipo inferenziale. Con inferenza è da intendersi un percorso logico compiuto dalla mente dell’uomo: si parte da un oggetto conosciuto e, utilizzando un passaggio intermedio, si arriva a carpire una nuova conoscenza, un oggetto prima ignoto.

Fondamentalmente nei suoi ragionamenti l’uomo utilizza tre tipologie di inferenze, ossia tre forme di argomentazione: l’induzione, la deduzione e l’abduzione.

In ambito semiotico l’importanza delle inferenze è legata all’interpretazione: “…le inferenze costituiscono la via maestra attraverso cui un’interpretazione prende forma, o attraverso cui un oggetto diventa prima segno per essere poi pienamente interpretato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 1).

La differenza tra i tre tipi di inferenza sta nel fatto che nell’in-duzione si va verso qualcosa e la conclusione che viene prodotta è una sintesi; nella de-duzione si proviene da questo qualcosa e la conclusione che si ottiene è una tesi; nell’ab-duzione si compie invece un movimento logico laterale o a ritroso (retro-duzione in questo caso) e la conclusione cui si perviene è un’ipotesi.

Nell’inferenza di tipo induttivo si utilizza una logica di tipo associativo: ricercando relazioni tra due eventi osservati, uno considerato causale e l’altro considerato come effetto del primo, si perviene ad una conclusione (sotto forma di implicazione del tipo se … allora) che si propone come legge o regola generalizzata. Tale conclusione è determinata dalla sintesi tra le due premesse ed ha valore probabilistico, dunque fallibile e da considerare vera fino a prova contraria.
 Un esempio di inferenza induttiva[1] è:

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

La regola cui si perviene è però solamente probabile poiché il terreno potrebbe essere bagnato anche per altri motivi. Così, ad una prima fase di osservazione dei fenomeni di interesse, deve seguire la fase della sperimentazione, nella quale due oggetti di ricerca vengono messi in relazione, e, successivamente, quella della verifica, che ha l’obiettivo di controllare la validità delle procedure utilizzate e delle scelte fatte.

 Nella inferenza di tipo deduttivo si parte da un oggetto già conosciuto, una regola o legge, da cui si sviluppano, necessariamente, delle conseguenze. In questo caso è la premessa iniziale ad essere un’implicazione del tipo se… allora, e tale premessa si deve ripetere sempre con le stesse modalità: in sostanza deve essere considerata, o presunta, vera. Dunque da una premessa (legge) considerata vera, se si verifica un certo fenomeno e se viene condotto un ragionamento secondo una modalità “meccanica” corretta, allora ne deriva una conclusione certa.
 L’inferenza deduttiva ha questa sequenzialità:

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Nell’inferenza di tipo abduttivo si produce un’ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato: dato un evento (fatto sorprendente), considerando che potrebbe dipendere da una legge d’implicazione (del tipo se… allora) particolare, se ne fa derivare una possibile causa (assente possibile). La conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un’ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica. L’ipotesi, nella concezione peirceiana, deve essere considerata come una domanda che, richiedendo una verifica, cerca una teoria.
L’inferenza abduttiva si presenta con questa forma:

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Ma non è detto effettivamente che abbia piovuto; la pioggia è soltanto una delle possibilità che avrebbero potuto comportare quella conclusione, ossia il terreno bagnato.

L’abduzione è dunque un azzardo poiché, pur fondandosi sulle premesse del ragionamento, non si configura come pura ripetizione del contenuto delle premesse medesime, come avviene negli altri due tipi di inferenza, bensì come “ricomposizione di tale contenuto semantico” (M. A. Bonfantini e G. Proni, To guess or not to guess?, p. 152): anche con premesse valide la conclusione potrebbe risultare falsa. Questo rischio è il prezzo che viene pagato a fronte del forte potenziale creativo proprio dell’abduzione: questo tipo di argomentazione, in effetti,  non si fonda sul ragionamento logico meccanico quanto sull’interpretazione del dato o “risultato”, che viene motivato facendo leva su un principio generale (o legge-mediazione). È l’elemento interpretativo che connota l’inferenza abduttiva come rischiosa, in quanto non è detto a priori che sia proprio la legge-mediazione che si ipotizza ad essere motivo dell’effetto sorprendente osservato. Ed anzi è nella scelta della legge-mediazione che si gioca la creatività e la possibilità di scoperta del ricercatore, poiché tanto più la legge-mediazione appartiene ad un campo semantico distante dal quello proprio dell’evento osservato, e tanto più è possibile ritenere l’abduzione innovativa. Ossia tanto meno la conclusione abduttiva era suggerita dalle informazioni incluse nel campo osservato e quanto più la si può connotare come una nuova conoscenza.

A tale proposito i due semiologi Massimo A. Bonfantini e G. Proni distinguono tra tre tipi di abduzione:

1) un primo tipo in cui la legge-mediazione usata per inferire il caso dal risultato è data in modo obbligato o semiautomatico: sono abduzioni che si elaborano in maniera inconsapevole, utilizzando schemi mentali abitudinari (o abiti, per dirla con Peirce) per rispondere agli stimoli provenienti dal mondo esterno;

2) un secondo tipo in cui la legge-mediazione utilizzata viene reperita e selezionata nell’ambito dell’enciclopedia disponibile: accanto agli abiti personali si utilizzano le informazioni e le conoscenze che consapevolmente si hanno, si fa riferimento ad un sapere istituzionalizzato, a teorie già esistenti;

3) un terzo caso in cui la legge-mediazione viene costituita ex novo, inventata[2]: è l’invenzione che propone una conoscenza del mondo “così come ancora non è stato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 11).

Peirce paragona il ragionamento abduttivo ad un tirare a indovinare (il lume naturale), appunto per la distanza esistente tra le premesse e la conclusione di tale inferenza, ma ipotizza l’esistenza di un’affinità tra la mente dell’uomo che produce un’ipotesi e la natura su cui si applica il suo interesse, sostenendo “che la mente umana, essendosi sviluppata sotto l’influenza delle leggi naturali, per questa ragione in qualche modo pensa secondo modelli naturali”(C.S. Peirce, 1929, p.269). Nelle previsioni che fanno, gli uomini sarebbero guidati da concezioni sistematiche della realtà, presenti in maniera più o meno consapevole, che determinano orientamenti di giudizio specifici. Dunque partendo da tale presupposto suppone che gli elementi che sostengono un’ipotesi sarebbero già presenti nella mente dell’uomo, ma la novità consiste nel immaginare di poter metter insieme, come attraverso un “insight”, un’intuizione, ciò che prima non si  pensava minimamente di associare.

L’abduzione, dice ancora Peirce, è “il primo passo del ragionamento scientifico”, l’inferenza mediante la quale è possibile adottare una nuova idea, un’ipotesi che possa permettere di dare spiegazione di un fatto altrimenti considerato inspiegabile. A questa deve però seguire un’inferenza induttiva, che funge da prova sperimentale dell’ipotesi (si deve ripetere molte volte un esperimento per eliminare il più possibile il frutto del caso, sosteneva Galileo Galilei), e poi quella deduttiva, che permette di trarre dall’ipotesi sperimentale le necessarie conseguenze e conclusioni. 

Note:
[1] Rifacendoci alla teoria dell’abduzione di Peirce consideriamo che con “caso” si intende la “conclusione abduttiva” o “ipotesi” del ragionamento; con “risultato” si intende il “fatto osservato”; con “regola” invece si intende la “legge generale”, l’“esperienza”.

[2] Questo terzo tipo di abduzione può a sua volta essere suddiviso in tre sottotipi: un primo nel quale la legge-mediazione viene estesa ad altro campo semantico (spostamento); un secondo nel quale la legge-mediazione crea una nuova relazione tra due elementi già presenti nel medesimo campo semantico (connessione); un terzo nel quale la legge-mediazione introduce come antecedente logico un termine inventato (inventato dal suo istitutore).

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Seminario intensivo: “Interpretazione”

Lun, 13/04/2015 - 13:28

Il Centro studi e ricerche “José Bleger” di Rimini e l’Associazione “Area3″ di Madrid
organizzano il seminario intensivo

INTERPRETAZIONE

15 e 16 maggio     Spazio DuoMo     via Giovanni XXIII, 8     Rimini

PROGRAMMA

>>>>>>>>>>     Venerdì 15 Maggio

Ore 9.30
Tavola rotonda
Coordina: Laura Buongiorno
Massimo Bonfantini: “Interpretazione e trasformazione secondo il materialismo storico pragmaticista. Oltre Marx e oltre Peirce.”
Renato Curcio: “La costruzione socio analitica del significato.”
Leonardo Montecchi: “Delirio di interpretazione ed interpretazione del delirio.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

Ore 15.00
Tavola rotonda
Coordina: Gabriella Maggioli
Patrick Boumard: (in attesa del titolo dell’intervento)
Federico Suarez: (in attesa del titolo dell’intervento)
Loredana Boscolo: “Interpretazione e contro transfert.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

>>>>>>>>>>     Sabato 16 maggio

Ore 9.30
Tavola rotonda
Coordina: Raul Cifuentes (da confermare)
Violeta Suárez: (in attesa del titolo dell’intervento)
Thomas Von Salis: “Il setting come condizione quasi necessaria per fare l’interpretazione.”
Massimo De Berardinis: “L’interpretazione nel gruppo multifamigliare.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

Ore 14,30
Tavola rotonda
Coordina: Massimo Mari (da confermare)
Franco Berardi (Bifo): “Psico architettura della illusione condivisa. Note su Leopardi, Foscolo, Schopenhauer, Nietzsche letto da Yalom e da Ferraris, Philip Dick.”
Nicola Valentino: “La costruzione di significato delle narrazioni esperienziali in socio analisi narrativa con riferimenti ad un cantiere di socio analisi.”
Soren Lander: “Interpretazione, emergente ed (eventualmente) una piccola dose di tango argentino.”

Ore 15.30
Assemblea conclusiva
Coordina: Marella Tarini

Ore 17.30
In collaborazione con Casa Madiba, per la rassegna Varchi, presentazione e discussione di libri:

” Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico.”
di Leonardo Montecchi e Paolo Pagliai

Coordina: Manila Ricci

http://www.ibs.it/…/montecchi-l…/cambiare-mondo-lettere.html

Ore 19 aperitivo per congedarsi

I gruppi operativi saranno coordinati da:
Fabiola Gomez, Laura Grossi, Annalisa Valeri

>>>>>>>>>>     La partecipazione al seminario è gratuita     <<<<<<<<<<

 

Franco (Bifo) Berardi (Bologna): scrittore, filosofo e agitatore culturale.

Massimo Bonfantini (Milano): filosofo e scrittore, è professore di Semiotica, da ultimo nel Politecnico di Milano. Si è occupato dapprima dei grandi realisti inglesi, poi di marxismo, quindi di Charles S. Peirce, di cui ha curato le Opere (Bompiani, 2003).

Loredana Boscolo (Chioggia): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, dirigente della Asl di Chioggia.

Patrick Boumard (Parigi): professore emerito dell’Università Europea della Bretagna occidentale, ove dal 1990, provenendo da un’esperienza di ricerca e didattica a Paris VIII, ha insegnato scienze dell’educazione. E’ considerato oggi uno dei massimi rappresentanti della etnografia delle pratiche educative ed è, attualmente, il presidente della “Societé Internationale d’Ethnographie”.

Laura Buongiorno: coordinatrice didattica della Scuola “Josè Bleger”.

Raul Cifuentes (Madrid): presidente dell’Associazione “Area3″ di Madrid.

Renato Curcio (Roma): direttore editoriale della Cooperativa “Sensibili alle foglie”, ricercatore socioanalitico sugli stati modificati di coscienza.

Massimo De Berardinis (Firenze): psichiatra, psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria Asl di Firenze.

Fabiola Gomez (Rimini): educatrice professionale, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Laura Grossi (Rimini): pedagogista, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Soren Lander (Göteborg): psicologo e psicoterapeuta.

Gabriella Maggioli (Rimini): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Massimo Mari (Jesi): psichiatra e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, direttore del Dipartimento di Psichiatria di Jesi.

Leonardo Montecchi (Rimini): psichiatra e psicoterapeuta, direttore della Scuola “Josè Bleger”.

Manila Ricci (Rimini): Casa Madiba.

Federico Suarez (Madrid): psicologo e psicoanalista, membro dell’Associazione “Area3″ di Madrid, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Violeta Suarez Blazquez (Madrid): psicologa e psicoanalista, vicepresidente dell’Associazione “Area3″ di Madrid.

Marella Tarini (Senigallia): psichiatra e psicoterapeuta, ricercatrice della Scuola “Josè Bleger”, direttore del Dipartimento Dipendenze Patologiche di Senigallia.

Nicola Valentino (Roma): ricercatore in socioanalisi narrativa della Cooperativa “Sensibili alle foglie”.

Annalisa Valeri (Rimini): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”

Thomas Von Salis (Zurigo): psichiatra infantile e psicoanalista, docente della Scuola “Josè Bleger”.

 

 

 

 

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“Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico”

Lun, 23/02/2015 - 23:36

VARCHI! Presentazione di libri per allargare l’area della coscienza promossa da
Scuola Bleger e Casa Madiba

NEXT STOP: Sabato 14 marzo dalle ore 16.00 Casa Madiba Network
Casa Occupata_Laboratorio antirazzista cittadino per i nuovi diritti
Via Dario Campana (dietro il civico 61) vicino all’Amir ( Rimini)

Presentazione di “Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico”, ed. Sensibili alle foglie, di e con Leonardo Montecchi e Paolo Pagliai (in collegamento via web conference da Città del Messico)

>>CAMBIARE IL MONDO<<
In un’epoca che non riesce più a immaginare la costruzione di un sistema di relazioni diverso da quello dettato dal capitalismo, gli autori, uno in America Latina e l’altro a Rimini, si scambiano lettere sui temi del cambiamento sociale e politico.
A fronte della perdita dei riferimenti propri del Novecento, con le sue ideologie e le sue rivoluzioni, essi si interrogano sulle pratiche che potrebbero sostituire i paradigmi precedenti per cambiare il mondo.
Immaginare una forza istituente che, dal basso, reinterpreti la realtà e sappia orientare gli umani verso una società finalmente giusta e accogliente, sembra una necessità impellente, considerata la ferocia (o la banalità) del sistema in cui viviamo.
In questi informali scambi di idee e riflessioni molti lettori potranno riconoscere il loro smarrimento, i loro riferimenti culturali e la loro ansia di cambiamento.

Leonardo Montecchi, Paolo Pagliai: “Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico” (Sensibili alle foglie, 2015)

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“Sull’intimità”: il passaggio dall’Io al noi

Lun, 23/02/2015 - 23:30

Sabato 14 marzo, dalle 9.30 alle 12.30, presso la sede della Scuola Bleger in via Circonvallazione Occidentale 122, a Rimini, si terrà un seminario con Mario Galzigna: prendendo spunto dal libro “Sulla Intimità” di Francois Jullien (ed. Cortina, 2014) si discuterà della problematica del passaggio dall’io al noi.

Mario Galzigna, docente di filosofia all’università di Padova e curatore dell’ultima edizione de “La storia della follia” di Michel Foucault in italiano, ha studiato epistemologia ed etnopsichiatria ed è autore di numerosi testi. L’ultimo libro pubblicato è “Rivolte del pensiero: Dopo Foucault, per riaprire il tempo” (Bollati Boringhieri Saggi, 2014).

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“Medici senza camice. Pazienti senza pigiama”. Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica

Gio, 05/02/2015 - 10:15

Varchi! Presentazione di libri per allargare l’area della coscienza
1° Appuntamento – Venerdì 13 febbraio dalle ore 16 alle ore 19 presso Casa Madiba Network
Via Dario Campana 61 dietro la palazzina AMIR – Rimini
>>>Presentazione della ricerca:
“Medici senza camice. Pazienti senza pigiama”.
Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica

Saranno presenti Nicola Valentino e qualche medico del collettivo.
Questo libro è il frutto di un cantiere di socioanalisi narrativa voluto da un gruppo di studenti di medicina e di medici specializzandi per indagare e raccontare i limiti dell’istituzione medica. L’esperienza di tirocinio ospedaliero, mettendoli a confronto con la pratica di spersonalizzazione dell’ammalato e con il rapporto gerarchico istituito dal corpo medico con le altre figure professionali dell’ambito sanitario, ha generato in loro malessere e insoddisfazione.
Di qui l’esigenza di un confronto che ha aperto il cantiere anche ad alcuni operatori, impegnati in ambito sanitario con altri ruoli professionali, e persone interessate al tema, che svolgono attività estranee alla relazione di cura. La raccolta narrativa e la riflessione collettiva hanno individuato due grandi aree tematiche: i dispositivi della formazione medica e la forma istituita della relazione medico-paziente. Ci si è soffermati perciò sulle modalità della formazione dei medici al loro ruolo e all’identità di gruppo e ci si è interrogati sulla costruzione del paziente come oggetto passivo, osservando come questa modalità relazionale sia fonte di un malessere aggiuntivo per la persona ammalata. I partecipanti al cantiere, infine, hanno provato a immaginare parole nuove e momenti formativi autogestiti, orientati a relazioni di cura rispettose, paritarie e non passivizzanti.
Relazioni che vedano protagonisti medici senza camice e pazienti senza pigiama.
Gli incontri della Rassegna “Varchi!” si svolgeranno negli spazi autogestiti e riutilizzati di Casa Madiba Network in Via Dario Campana dietro il civico 61 a fianco dell’AMIR

Info: lab.paz@gmail.com – www.bleger.org
FB: Casa Madiba – Scuola Bleger Twitter: @labpazproject

>>>Cos’è la rassegna “Varchi! Presentazioni di libri per allargare l’area della coscienza”:
Varchi! è transito e movimento.
Varchi! è una rassegna di presentazione di libri che vuole scuotere le coscienze ed immaginare processi di liberazione possibile.
Varchi! è il campo della possibilità, della ricerca della sincronia fra tanti e tante.

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Pedagogia istituzionale e gruppi

Sab, 29/11/2014 - 19:54

Venerdì 5 dicembre dalle 16.00 alle 19.00 si svolgerà a Rimini, presso la sala RM 25 in Corso d’Augusto 241, il seminario dal titolo Pedagogia istituzionale e gruppi.

Relatore sarà Alberto Carraro, autore del libro “Pedagogia istituzionale e gruppi. Contro la fabbrica della dipendenza” (Armando editore, 2014).
Il Prof. Carraro ha insegnato materie letterarie e latino nei licei. Possiede una formazione in psicologia sociale e gruppi ed ha collaborato in vari ambiti con progetti e funzione di coordinamento e ricerca. Si dedica al mondo giovanile proponendo attività di orientamento scolastico e professionale e partecipa alla realizzazione di eventi formativi nella prospettiva di consolidamento e diffusione della concezione operativa di gruppo.
E’ socio del centro di studi e ricerche Jose Bleger.

Il seminario è gratuito ed aperto a tutti gli interessati.

Non sono stati richiesti e né lo saranno i crediti ECM.

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Come si fa a negare l’istituzione

Dom, 23/11/2014 - 11:00

Il 28 novembre alle 16.00 alle 19.00 si svolgerà a Rimini, in Corso d’Augusto 241, presso l’RM25, il seminario dal titolo:

Come si fa a negare l’istituzione.

Sarà il primo seminario autogestito del collettivo Scuola Bleger.
Con questo seminario iniziamo un percorso teorico pratico di cambiamento delle istituzioni. Stiamo vivendo un momento in cui le istituzioni stanno subendo un processo di istituzionalizzazione, cioè si è perso lo scopo per cui sono state istituite ed ora lo scopo è diventato l’auto riproduzione e l’auto mantenimento.
E’ arrivato il momento per una forza istituente.

Il seminario è gratuito ed aperto a tutti gli interessati.

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Vincolo ed emergente nei gruppi di formazione della scuola Bleger

Dom, 18/05/2014 - 20:31

Nel Maggio 2013 a Rimini ci siamo confrontati sulla lettura degli Emergenti nei Gruppi operativi coordinati nella scuola Bleger di Rimini e nella scuola area3 di Madrid.

Leggendo i testi in parallelo si sono potute vedere analogie e differenze.

Mentre il dispositivo di area3 è sempre costituito da coordinatore e osservatore con lettura di emergenti con alternanza di ruoli anche rispetto all’informazione che uno di loro tiene prima di ogni gruppo, nei gruppi operativi della scuola Bleger è previsto sempre il solo coordinatore tranne in quella occasione in cui il dispositivo ha visto coordinatore e osservatore.

L’informazione è sempre tenuta da un terzo.

Abbiamo già visto che non è tanto importante sapere quale sia il miglior dispositivo,bensì vedere quali sono le condizioni che rendono possibile un inquadramento vale a dire perchè area3 ha deciso di impegnare coordinatore e osservatore e la scuola Bleger solo il coordinatore.

Il mio contributo alla discussione sull’Emergente sarebbe quello di riportare come coordinatore per l’intero primo anno di scuola Bleger le differenze emerse tra i diversi dispositivi nei gruppi che prevedevano solo il coordinatore e quelli dove c’erano coordinatore e osservatore.

Il lavoro riguarda dunque livelli diversi che sono tra le due scuole e nella Bleger tra i due dispositivi

Tornando alla questione iniziale, coordinatore e osservatore entrambi sono incaricati perchè il gruppo realizzi il suo lavoro, i loro ruoli sono di farsi carico degli elementi di base che inquadreranno lo sviluppo del gruppo, poi emerge l’elemento fondamentale che riassume le loro funzioni e che assicura le previsioni: lo schema referenziale.(ECRO)

Lo schema referenziale è ciò che rassicura il futuro del gruppo operativo.

Lo stesso schema è costituito dalla formazione di entrambi (coordinatore-osservatore), che dipende dal tipo di apprendimento effettuato non solo in riferimento alla professione, ma anche nella vita sociale.

Così il gruppo operativo esige anche che il coordinatore e l’osservatore abbiano una collocazione determinata dall’insieme delle passate esperienze.

In questa dialettica si organizzano e si strutturano gli apprendimenti del coordinatore e dell’osservatore del gruppo operativo.

Per essere più espliciti e cercando di discriminare ciascuna delle funzioni possiamo dire:

1 – Il coordinatore ha come funzione quella di interpretare e segnalare quello che va succedendo. Si incarica di effettuare l’enunciazione che unirà la tematica verbalizzata con quella del funzionamento gruppale, dando così un elemento di organizzaione nel momento in cui il gruppo è sommerso dall’ansia nella discussione del tema. E’ lui che deve mostrare la molteplicità, segnalando gli elementi contraddittori che la costituiscono, che emergono però durante l’accadere gruppale come parti divise tra loro e senza connessione.

Il compito centrale del coordinatore consiste nell’indicare questa connessione, la quale così avvolta, porta in sé l’elemento vissuto e pensato del gruppo nell’esercizio del compito, che a sua volta, però, va ad occultarsi nell’attitudine disorganizzativa (ansia) nella quale il gruppo si dibatte nella scelta se assumere o no il compito.

2 – L’osservatore ha come fondamentale lavoro quello di organizzare gli elementi Emergenti del gruppo, per poterli ritornare al gruppo (lettura degli emergenti 20 minuti prima della fine dell’incontro), oppure per rielaborarli poi con il coordinatore che ristrutturerà la prospettiva che entrambi avevano del gruppo e poter così cominciare l’incontro successivo.

L’osservazione è essenzialmente un compito di ricerca mentre sul versante della coordinazione l’accento è posto più sulla operatività.

Entrambe si complementano e costituiscono piani distinti di lavoro di coordinamento nel gruppo non se ne può privilegiare una, in quanto tra loro non esiste sovrapposizione, ma complementarietà. L’osservatore può anche essere integrante al gruppo, osservatore partecipante, emettendo segnali sulla situazione. Questa partecipazione deve però essere concepita all’interno delle linee del coordinatore.

Se si prendessero in considerazione le analogie dei gruppi delle due scuole (qui non è possibile riportare gli Emergenti per un problema di tempo) si potrebbe vedere che il percorso confusionale iniziale, le difficoltà di comunicazione, le paure individuali e l’assenza di interrelazioni vincolari sono comuni nei gruppi sia dove c’è solo il coordinatore sia anche con l’osservatore.

Nel nostro caso alla fine di ogni gruppo viene fatta tra il coordinatore e l’informatore una discussione sugli Emergenti, che serve anche per la successiva informazione e coordinazione.

Una volta specificati i campi di lavoro, dirò alcune cose sull’Emergente

“La nozione di Emergente non può essere capita fuori dalla nozione di Vincolo”

(A.Bauleo)

Pichon Riviere arriva alla nozione di Vincolo dopo un percorso dentro la stessa Psicaonalisi.

La nozione di Vincolo si pone, quando viene enunciata alla fine degli anni ’50 un po’ come riassun-

to di una teoria dell’identificazione, il problema della relazione d’oggetto, il problema del rapporto analitico, un’idea di Gruppo.

La nozione di Vincolo si pone allora come la fine di un certo percorso: finisce attorno a questa nozione l’idea che c’è un oggetto ed un osservatore, lontano estraneo a questo oggetto.

D’ora in poi l’oggettività ha a che vedere con la soggettività e il “contesto”, senza il quale il rapporto non esiste. Molte volte è il contesto a darci la soluzione di una problematica.

Quando parliamo di Vincolo osserviamo il rapporto tra due elementi e la struttura che si organizza quando essi si combinano.

Edgar Morin nel “Metodo” parla di principio di emergenza e del pricipio di vincolo nelle organizzazioni sociali e dice che si opera l’organizzazione tramite vincoli che in determinati momenti inibiscono il gioco di processi relativamente autonomi.

Questo problema dei vincoli si pone in maniera a un tempo ambivalente e tragica quando la società impone le sue coercizioni e le sue repressioni su ogni attività, da quelle sessuali a quelle intellettuali

Così pure nelle società storiche, il dominio gerarchico, le oppressioni e le schiavitù inibiscono e im

pediscono le potenzialità creative di coloro che si trovano a subire tali domini e oppressioni.

Tutto questo ci serve per mostrare che i gruppi si differenziano non soltanto sulla base dei loro costituenti fisici o dei loro schemi di riferimento, ma anche sulla base del tipo di produzione dei Vincoli e delle Emergenze.

Il Gruppo Operativo è un tutto che prende forma nello stesso tempo in cui si trasformano i suoi elementi.

L’idea di emergenza è inseparabile dalla creazione di una nuova forma che costituisce un tutto.

Si potrebbe rappresentare partendo da un gruppo-raggruppamento per andare da una parte verso la globalità attraverso gli Emergenti e dall’altra verso la qualità attraverso i Vincoli delle interrelazioni così da poter rappresentare il processo gruppale.

Vale a dire a una maggior ricchezza nella diversità potrebbe corrispondere una maggior ricchezza nell’unità se questa fosse fondata sulla comunicazione reciproca e non sulla coercizione.

Così qualità dell’unità globale e sviluppi della differenza/diversità da una parte e qualità emergenti interne e esterne segnalate dall’altra andrebbero tutte di pari passo.

Per questo si può dire che le relazioni tra le parti differenti e diverse e fra le parti e il tutto non sono

altro che rispettivamente Vincoli e Emergenti.

Emerge dunque la necessità che nel processo le forze di comunicazione, affinità, connessione predominino sulle forze di repulsione, di esclusione, dissociazione.

Il Gruppo Operativo costituisce una realtà nuova dal punto di vista strutturale, dal punto di vista qualitativo, nello spazio e nel tempo. Il processo trasforma una diversità discontinua di elementi in una forma globale.

Gli Emergenti sono le proprietà globali e particolari che determinano la trasformazione, il cambiamento in parti di un tutto e la diversità in unità senza annullare la diversità.

Due facce, Vincolo e Emergente, dello stesso processo: una manifesta e una latente.

Ci troviamo davanti a concetti chiave: Vincolo e Emergente tra formazione e cambiamento. Tutto ciò che forma trasforma.

Questo principio deve diventare attivo e dialettico non solo nel gruppo ma in tutti gli ambiti perché formazione e trasformazione costituiscano un circuito ininterrotto.

 

Madrid Maggio 2014

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Violenza istituzionale violenza familiare: la relazione introduttiva al convegno della scuola Bleger

Sab, 15/06/2013 - 11:36

Per introdurre brevemente il percorso storico sociale ed economico che oggi ci porta a parlare di violenza istituzionale e violenza familiare pare opportuno ricordare il movimento delle donne nato negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento, ispirato a tesi liberali come richiesta di uguaglianza di diritti secondo la legge (voto, proprietà, accesso all’istruzione e alle libere professioni).

Il movimento conquisterà solo parte dei diritti richiesti, diritti che ancora oggi spesso si constata che sono solo sulla carta.

La tesi di fondo che distingue l’orientamento socialista da quello liberale sul problema dell’emancipazione e liberazione della donna è che,perchè le condizioni di subordinazione materiale delle donne e dei proletari cambino realmente, è necessario realizzare, tramite la rivoluzione, una società nella quale possano scomparire tutte le forme di subordinazione dei proletari (uomini e donne) rispetto ai capitalisti, delle donne rispetto agli uomini.

Tematiche relative alla condizione di subordinazione della donna sono presenti nel corso dell’Ottocento sia in teorici cosidetti “utopisti” (da Robert Owen a Charles Fourier) sia in donne impegnate nelle lotte operaie dalla metà del secolo in poi (Flora Tristan, le donne del ’48 parigino quelle della Comune del 1871).

L’elaborazione più organica di tale tematica è presente negli scritti di Karl Marx e di Friedrich Engels , sin dagli anni quaranta e soprattutto come viene riconosciuto dalle storiche del femminismo, in due scritti : uno liberale “L’asservimento delle donne” del 1869 di Mill e “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Engels del 1884, sulla problematica femminile.

Engels parla di trasformazioni sociali e culturali dei rapporti tra donne e uomini in fasi della preistoria dell’umanità, nelle quali prevale l’economia della caccia e della raccolta e dove c’è una divisione del lavoro tra donne e uomini, ma non una subordinazione delle donne agli uomini. Anzi la condizione delle donne in quanto fonte di vita è esaltata nelle religioni primitive nelle quali è la dea madre, simbolo della fecondità, che costituisce il momento più alto di venerazione religiosa.

Le cose cambiano gradualmente quando l’umanità in alcune zone passa allo stadio dell’allevamento del bestiame, della agricoltura organizzata , delle guerre per la conquista di terre e di schiavi.

L’uomo diventa il protagonista , il capofamiglia, il proprietario del territorio.

Questo passaggio rappresenta la grande sconfitta storica delle donne che da protagoniste diventano schiave ,oggetti di proprietà del marito.

Nasce la famiglia patriarcale e con essa la schiavitù della donna verso l’uomo.

In una linea di continuità con le tendenze socialiste dei movimenti politici più avanzati le ultime pensatrici femministe hanno ricordato l’uso insistente delle analisi freudiane a sostegno delle loro tesi, nonostante i molteplici attacchi mossi da una certa parte femminista.(Psicoanalisi e femminismo, di Julier Mitchell 1974) .

Freud ha indicato i condizionamenti psichici del rapporto uomo – donna oltre che le origini storiche.

Basti ricordare “Totem e tabù”. Il totem (il padre assassinato divinizzato dopo la morte) e il tabù dell’incesto (il divieto dei rapporti sessuali con consanguinei e conseguente scambio delle donne)

Ma è la comparsa sempre del 1974 del volume “Speculum” della psicanalista Luce Irigaray che la discussione sulle tematiche femministe riceve un nuovo slancio.

L’opera propone una fondazione della teoria della “differenza sessuale “attraverso una analisi critica sia delle tesi di Freud sia dell’intera tradizione filosofica occidentale, da Platone a Hegel.

Entrambe convergono nella tesi della essenzialità della differenza sessuale in una maniera che esalta e non reprime la sessualità femminile, di fronte alla quale sia la filosofia sia la psicanalisi, portatrici di pregiudizi maschilisti, sono rimaste cieche.

L’analisi più dettagliata è dedicata al notissimo mito della caverna proposto da Platone.

La caverna è l’equivalente per Irigaray dell’utero materno da cui nasce l’essere umano; è lo speculum che si contrappone allo “specchio” esterno /il Sole Il bene/; è il luogo dell’assenza, del vuoto, è la sede dell’ignoranza e della passività.

La caverna è il simbolo della donna, l’esterno della caverna è il simbolo dell’uomo.

Quando negli anni ’80 il movimento femminista entra in crisi, come movimento organizzato, la sua eredità politica e teorica non si disperde.

Se il movimento femminista entra in crisi quasi ovunque, non entra in crisi il movimento di liberazione delle donne.

I motivi centrali, quelli relativi alla parità dei diritti tra uomo e donna, non vengono abbandonati anche perchè quei diritti sono oggetto di continua minaccia in alcuni paesi o ancora di conquista in altri.

I temi cari all’orientamento socialista del movimento come lo sfruttamento economico ricompaiono oggi con forza , anche nei paesi più avanzati nei quali la reazione liberista produce immediatamente un arretramento della condizione economica delle donne e maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro, in particolare per le donne delle minoranze etniche.

Il generale peggioramento della condizione sociale delle donne, in alcuni paesi, offre nuovo vigore alla differenza sessuale come luogo dell’oppressione femminile sia nella sfera pubblica (mercato del lavoro, presenza nelle istituzioni) sia in quella privata (famiglia).

Il lavoro teorico connesso alle tematiche contro” l’omofobia” collegate non solo al pensiero femminile ma anche a autori come Derrida, Foucault, Deleuze degli anni ’80, pone problemi di natura più generale relativi al “ come” e al “quando” si costituisce un “soggetto”, un’identità, addirittura un “corpo”, con le sue caratteristiche,scelte, orientamenti sessuali ma anche con aspetti più generali di “costruzione” del soggetto.

La violenza non è un comportamento inacettabile, è un REATO.

La violenza è potere e il potere è come una droga: difficile da abbandonare.

Per la maggior parte gli uomini violenti hanno subito aggressione diretta o indiretta da bambini.

Questo spiega in parte la violenza alla quale sono improntati i loro rapporti con le donne ma non li giustifica.

Raramente è un sincero desiderio di cambiare che li spinge a chiedere di essere indirizzati ai centri di sostegno per uomini violenti che oggi cominciano ad esserci anche da noi.

Li frequentano a volte riluttanti per uno scopo ben preciso: ottenere l’affido dei figli, ampliare il diritto di visita, ritornare a convivere con la vittima.

Questo significa che l’intervento deve rientrare in un programma complesso di educazione nelle scuole, di prevenzione nella cittadinanza, di conquista di diritti con disegni di legge che siano approvati perchè spesso rimangono sulla carta.

La violenza dei diversi e degli stranieri a proposito di mutilazioni dell’apparato riproduttivo, come la cinconcisione dei maschi e l’infibulazione delle femmine, sono presentate come usanze religiose, riti di passaggio verso la maturità,

La violenza familiare è diventata uno dei temi centrali nel discorso pubblico in Italia e all’estero.

Di violenza si parla sui giornali, all’interno delle istituzioni pubbliche, nei luoghi di lavoro, sui mass media, nei social network,

La violenza è un abuso fisico, sessuale,psicologico, emotivo, economico, oltre che attraverso minacce e atteggiamenti persecutori, quali lo stalking, fino a giungere all’omicidio.

L’elenco si allunga di giorno in giorno, come recenti casi di cronaca ci hanno drammaticamente mostrato.

Pur agita nell’intimità delle mura domestiche,subdola o manifesta che sia, la violenza fra partner oltrepassa quegli stessi steccati che solitamente vengono posti tra genere, età, livello di istruzione, cultura ,classe, origine etnica, religione, condizione socio-economica.

La violenza domestica è cioè transculturale e globale.

L’attualità della violenza è oggi legata non tanto al fenomeno in sé, quanto alla radicale trasformazione della tradizionale forma di famiglia mononucleare.

La violenza familiare non riguarda più solo la donna nella veste di moglie (il cui omicidio veniva chiamato uxoricidio che oggi diventa femminicidio).

Altre figure unite al partner violento possono essere vittime di violenza: conviventi, amanti, bambini.

L’emergere culturale, sociale e politico della violenza di genere è stato senza dubbio determinato da più fattori consociati: la lotta delle donne, le leggi, i servizi sociali, le volontà individuali.

Un dato è comunque certo: la violenza di genere è una questione dalle proporzioni “endemiche globali “, così è stata definita dal fondo delle nazioni unite per l’infanzia (Unicef).

Pur essendo comune a tutte le classi e le culture, la violenza di genere colpisce gruppi di donne rese più vulnerabili da altri fattori discriminanti. Si pensi a disabili, prostitute, immigrate, rifugiate e richiedenti asilo, appartenenti a minoranze etniche come i Rom, detenute.

La violenza diventa assoluta quando degenera in omicidio. Grazie alla crescente sensibilizzazione popolare, alle campagne promosse da associazioni femminili si è cominciato a parlare con insistenza del numero di donne uccise per questioni di genere, ovvero di un fenomeno sottaciuto anche dalle istituzioni.

Il discorso pubblico porta consapevolezza nelle coscienze e magari qualche violenza in meno.

Il 2012 si è chiuso con 127 omicidi di donne.

Parlare di violenza significa stabilire un nuovo patto fra le generazioni a partire dalle precarie mura domestiche. La violenza può esser affrontata solo con un lavoro diffuso di reti che interagiscono capillarmente sul territorio.

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Violenza istituzionale e familiare

Ven, 07/06/2013 - 16:20

L’argomento che oggi affronteremo insieme, è per vedere se tra tutti noi possiamo dare un giro di spirale alle linee di pensiero del nostro schema concettuale di riferimento sulla violenza istituzionale e la violenza familiare.

La violenza nella scena familiare è molto diffusa in tutti i paesi, al di là del fatto che oggi sembri una “moda giornalistica”, in realtà è un’emergenza sociale.

Ci dicono che questo dipende da una molteplicità di fattori sia economici, politici, sociali e culturali che psicopatologici e ne sono attraversate tutte le classi sociali.

Possiamo affermare che è un effetto sintomatico della trasformazione della famiglia e delle istituzioni.

Nell’epoca della globalizzazione, paradossalmente, assistiamo ad una maggiore localizzazione e provincializzazione, che gioca un ruolo importante su questi cambiamenti.

Sappiamo da molti studi realizzati sul tema della violenza, che la violenza viene esercitata sulle persone più deboli: bambini, donne, anziani.

La violenza intrafamiliare tra i coniugi o tra i componenti del nucleo familiare, si manifesta attraverso comportamenti abusivi che vanno dalle aggressioni fisiche, ai maltrattamenti di carattere psicologico fino alle aggressioni sessuali.

Entrano in campo come variabili, che incidono sui fenomeni di violenza anche l’alcolismo, la tossicodipendenza e la patologia psichiatrica.

Far emergere gli episodi di violenza tra i componenti della famiglia non è facile, in quanto questi episodi vengono occultati o nascosti da un sentimento di vergogna.

In alcune situazioni si verifica che n’è la vittima n’è il carnefice sono consapevoli che, potrebbero esserci altri tipi di rapporto.

L’umiliazione che sentono nel raccontare questi episodi, fa sì che da parte del professionista o degli operatori ci debba essere un atteggiamento non giudicante (non colpevolizzare), senza pregiudizi (non etichettare n’è stigmatizzare), ma con un’attitudine verso l’altro di empatia e di ascolto, per mettere in luce le verità e le possibili cause di questi atti violenti.

La violenza attraversa anche le istituzioni, sia che la consideriamo sul versante psicologico, cioè come una nozione interna al soggetto, sia che la intendiamo come istituzione esterna.

Mi sembra che nell’attualità queste organizzazioni istituzionali siano diventate sempre più repressive, con caratteristiche autoritarie (verticistiche) che tendono alla burocratizzazione degli interventi.

Allo stesso tempo, osserviamo una grande sofferenza e anche un’impotenza degli operatori, dal momento che si stanno riducendo gli spazi (se non addirittura mancano), per riflettere e confrontarsi sul lavoro quotidiano e sulla elaborazione delle ansietà e dei conflitti che il lavoro risveglia, in particolar modo quando si trattano e si toccano queste tematiche sulla violenza.

Prenderò spunto da alcuni autori che hanno pensato direttamente o indirettamente su questa problematica.

Partirò dall’assunto di Freud in cui afferma che, il fondamento della vita psichica, è basato sulla tendenza del soggetto a soddisfare il piacere ed evitare il dolore e il dispiacere. Si è interrogato, nei suoi diversi scritti, e continuiamo ad interrogarci sulla violenza e sull’aggressività.

Come voi sapete, Freud mantiene l’idea che nell’essere umano sono presenti due pulsioni (dualità pulsionale): Eros e Thanatos intese come metaforizzazione delle forze che legano e slegano.

Questa dualità pulsionale agisce nei vincoli che il soggetto intraprende con i suoi simili. Nei tre saggi sulla Teoria sessuale del 1905 e Pulsioni e i loro destini del 1915, Freud accenna alla pulsione di dominio che ha come base l’autonomia, la separazione e l’interscambio.

La pulsione di dominio o d’impossessamento è una pulsione per certi aspetti oscura e ancora poco analizzata, ed ha come fine ultimo il dominio dell’oggetto (l’altro).

In qualsiasi atto clinico, tanto psicoterapeutico quanto preventivo, è di fondamentale importanza mantenere un’attitudine che tenda a non considerare naturale il fenomeno della violenza.

Credo che un compito importante sia l’elaborazione della ripetizione e l’integrazione delle parti scisse del soggetto.

Dobbiamo menzionare la complessità che ruota intorno a queste problematiche, che va dall’individuale al sociale e, transita per le condizioni economiche concrete.

Possiamo prendere l’esempio delle persone che vengono escluse ed emarginate dal circuito socio-lavorativo, in cui le tensioni sono talmente potenti tali da far esplodere atti di violenza.

Perché l’esclusione stessa è in sé è una forma carica di violenza.

Diversi tipi di violenza vengono esercitati sugli immigrati, sugli stranieri, sui diversi, per esempio quando viene negato loro il diritto di appartenenza (cittadinanza).

La non appartenenza viene vissuta con colpa e angoscia, legata al sentimento di non appartenere a se stessi “senza identità e senza luogo”.

La violenza esercitata in generale sulle minoranze implica azioni che producono fenomeni di frantumazione dei legami sociali e forme di sottomissione.

Vi è sempre un tentativo di annullare l’autonomia, la volontà e i desideri; sono il rovescio dei diritti dell’altro con la sua singolarità e differenza. Nelle nostre società basate sul “controllo” e sull’autoritarismo si tende ad alienare e cosificare i soggetti. Tutto ciò è insopportabile!

Passiamo ora a Bleger, facciamo riferimento all’opera Psicoigiene e psicologia istituzionale, in particolare nei passaggi in cui afferma che è necessario ripensare ai modelli concettuali per ampliare la mente e allagare il campo del nostro lavoro, dotandoci di uno schema di riferimento flessibile, dato che dobbiamo studiare l’essere umano nelle situazioni concrete di vita, nella sua quotidianità, nei suoi vincoli interpersonali e nei vari ambiti di intervento.

Questi ambiti (individuali, familiari, gruppali, istituzionali e comunitari) interagiscono tra di loro e, lo stesso accade con il fenomeno della violenza, che attraversa questi ambiti.

Nella nostra concezione, la stessa idea di soggettività è considerata come il prodotto di questi vincoli. In questo mondo globalizzato è necessario studiare gli effetti che la violenza produce sui nostri corpi, sulle nostre identità e sulle diverse appartenenze.

Adesso mi interessa collocare nella scena familiare ed anche istituzionale, questa nozione di violenza e le forme che prende in questi ambiti.

Prima due parole sulla famiglia.

Questa configurazione attuale non è esistita da sempre ma inizia con la rivoluzione industriale.

Da tempi lontani sono esistite forme di raggruppamento dell’uomo e della donna e dei loro discendenti in forma tribale di clan, nomade etc. e fino ad oggi in cui si parla di famiglia allargata.

Direi che nella sua forma moderna possiamo considerare la famiglia su due versanti:

  1. la famiglia come istituzione la cui finalità è la socializzazione dei suoi membri in cui concorrono altre istituzioni (della salute, educativa, etc.). Questo è il versante delle regole, del diritto e della norma.
  2. La famiglia come gruppo dove interveniamo con diversi compiti, psicoterapeutico o di prevenzione. La principale funzione di questo gruppo familiare è servire da contenitore per permettere lo sviluppo, la crescita e cioè l’evoluzione dei suoi componenti. Questo gruppo preformato ha una storia che deriva dai suoi antenati e che, a sua volta, è stata trasmessa dalle altre generazioni. Questa trasmissione avviene soprattutto in modo non dicibile: sono i “non detti” o non consci che determinano nei membri della famiglia azioni, pensieri, affetti che sono in relazione al corpo, al rapporto con gli altri e anche con il contesto extrafamiliare.

Questa trasmissione latente è stata denominata “trasmissione trans generazionale”. Tutte le scuole che studiano la famiglia riconoscono questa nozione.

La famiglia è la matrice formativa dell’identità e delle differenze sessuali e generazionali, che nei migliori dei casi crea le condizioni verso l’autonomia dei suoi integranti.

In certi gruppi familiari, il processo verso l’indipendenza e l’autonomia viene impedito e ostacolato da difficoltà insorte per diversi motivi: i deficit o la distorsione nei vincoli, i malintesi o i silenzi nella comunicazione che possono manifestarsi con atti di violenza e privi di senso.

È impedita la possibilità di simbolizzare la conflittualità e trasformarla in un atto di pensiero.

Ora prendiamo Pichon Riviére. Egli analizza i conflitti che insorgono a livello della comunicazione tra i diversi membri del gruppo familiare a partire dal malinteso. Il malinteso “serve” a volte per sostenere a tutti i costi un ideale familiare (trasmesso da altre generazioni). In questo senso ha creato la sua teoria del deposito, che afferma che il depositario è colui che si fa carico delle ansie del gruppo di fronte a situazioni irrisolte (crisi della vita, lutti), o situazioni traumatiche mai elaborate. Per esempio gli effetti delle guerre esterne e interne; pulsioni violente verso se stessi o un altro per un eccesso narcisistico che non sopporta le differenze.

Per queste situazioni di violenza possiamo prendere in analogia la nozione di trauma, in cui vi è la tendenza alla scarica impulsiva immediata che irrompe violentemente e si esprime su tutti gli ambiti.

Per sintetizzare questa nozione di trauma, dato che sarebbe necessario un seminario solo per approfondire questa nozione, darò due elementi per pensare alla situazione:

1) la prima situazione di trauma è per accumulo di tensioni e frustrazioni prolungate nel tempo, che fa salire la tensione senza offrire vie di scarica. Questo è un processo che avviene più all’interno e noi lo intendiamo come gruppo interno;

2) il ruolo che gioca l’ambiente. Freud, in Inibizione, sintomo e angoscia, distingue tra situazioni problematiche e di pericolo, postulando un’angoscia automatica (panico) e l’angoscia come segnale dell’avvicinarsi del trauma. Un esempio per tutti è quando pensiamo al bisogno del lattante dell’oggetto esterno (madre o sostituto) dato che si trova in una situazione di immaturità e impotenza.

Riprendiamo l’ambito istituzionale e le forme di violenza che si caratterizzano su questo livello.

Pensiamo di più alla prevalenza delle dispute, che al dialogo, all’interscambio delle idee nelle equipe curante, oppure a quegli atteggiamenti dove ognuno si rinchiude in se stesso nelle proprie stanze.

Per difendersi da chi o da che cosa?

Dalle esigenze o dalle pressioni che pongono le istituzioni? O forse per resistere al cambiamento?

Le forme di violenza nelle istituzioni agiscono nei bordi di questi problematiche, irrompono con modalità di complicità, con i silenzi e con le adesioni di sottomissione al potere.

In questo senso dobbiamo pensare all’istituzione come ad uno strumento operativo: l’istituzione intesa come intergruppo, è una “unità minima di analisi”, a partire dalla quale possiamo pensare diversi rapporti istituzionali.

Sempre saranno rapporti tra i gruppi (interni ed esterni) e, queste relazioni, saranno o di cooperazione o di litigio resistenziale.

Si giocherà in ognuno dei componenti il confronto tra il proprio gruppo interno (primario) ed i gruppi attuali. Questo movimento permette di mettere in luce il controtransfert con l’istituzione o l’implicazione che gli operatori hanno verso la loro appartenenza istituzionale, così come il transfert verso i pazienti.

Questa nozione di intergruppo ci permette di ripensare ai rapporti interni, di interscambio, simbolico, affettivo, economico e di potere che transitano tra i gruppi, ed è utile e importante per costruire un’idea di istituzione, che ci permetta di pensarla come uno strumento terapeutico, se non è troppo ammalata o ammalante. Da sempre siamo intervenuti nelle istituzioni, con l’idea o ideologia, che con diversi dispositivi potevamo trasformarle da dentro.

L’istituzione era pensata come supporto per il paziente (utente), per dare un’opportunità di rivedere e avere un nuovo vissuto delle situazioni conflittuali e della loro vita.

Un contenitore dove poter giocare tutte le fantasie sulla malattia, sulla guarigione e sul processo della cura. Se viene operata una discontinuità nella cura, questo è sentito e sofferto dagli utenti come violenza che viene provocata dall’istituzione su di loro.

Inoltre sappiamo che gli operatori rappresentano aspetti e parti inconsce del paziente, che questo proietta e deposita su di loro e, quindi deve esserci una continuità che li contenga.

In questa matrice intergruppale, i diversi compiti sono di fondamentale importanza, perché si manifestino le situazioni non dette, cioè il latente istituzionale.

A mio avviso, questo rappresenta un fattore di salute, tanto per le istituzioni-organizzazioni quanto per l’equipe curante e come effetto sull’utenza.

Da sempre abbiamo sostenuto che, prima di intraprendere un rapporto terapeutico con un paziente, è necessario rivedere i nostri schemi di riferimento il cui nemico è lo stereotipo, la rigidità e la ripetizione.

Ma cosa succede quando, questa ripetizione o burocratizzazione del lavoro, ci viene riproposta nella quotidianità istituzionale?

Non possiamo fare a meno di pensare agli atti violenti che attraversano questo ambito, i cui effetti sono prodotti da una scelta della logica del profitto e fissità (mentale, dei ruoli, la gerarchia non funzionale che crea autoritarismo).

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