Scuola di prevenzione José Bleger Rimini

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Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.
Aggiornato: 20 ore 55 min fa

La ricerca e l’abduzione

Mar, 26/05/2015 - 15:11

Charles Sanders Peirce, in “Some consequences of four incapacities” (trad. it. “Alcune conseguenze di quattro incapacità”), sostiene che il motore che muove l’essere umano alla ricerca è il dubbio: è la situazione di dubbio che stimola nell’uomo l’attivazione di un processo psichico, il pensiero, con il fine di porre fine alla situazione di dubbio e ricreare una situazione di tranquillità e quiete.
Questo motore può essere inteso in tre modi:

1. come stimolo che viene dalla realtà, una cosa di cui bisogna occuparsi;
2. una passione soggettiva che viene da lontano, legata alle relazioni sociali del vissuto;
3. l’egotismo, la soddisfazione derivante dal far parte di un gruppo che si occupa di un certo oggetto.

Aggiunge poi che non esiste nell’uomo un processo psichico che abbia come obiettivo la conoscenza e che non sia di tipo inferenziale. Con inferenza è da intendersi un percorso logico compiuto dalla mente dell’uomo: si parte da un oggetto conosciuto e, utilizzando un passaggio intermedio, si arriva a carpire una nuova conoscenza, un oggetto prima ignoto.

Fondamentalmente nei suoi ragionamenti l’uomo utilizza tre tipologie di inferenze, ossia tre forme di argomentazione: l’induzione, la deduzione e l’abduzione.

In ambito semiotico l’importanza delle inferenze è legata all’interpretazione: “…le inferenze costituiscono la via maestra attraverso cui un’interpretazione prende forma, o attraverso cui un oggetto diventa prima segno per essere poi pienamente interpretato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 1).

La differenza tra i tre tipi di inferenza sta nel fatto che nell’in-duzione si va verso qualcosa e la conclusione che viene prodotta è una sintesi; nella de-duzione si proviene da questo qualcosa e la conclusione che si ottiene è una tesi; nell’ab-duzione si compie invece un movimento logico laterale o a ritroso (retro-duzione in questo caso) e la conclusione cui si perviene è un’ipotesi.

Nell’inferenza di tipo induttivo si utilizza una logica di tipo associativo: ricercando relazioni tra due eventi osservati, uno considerato causale e l’altro considerato come effetto del primo, si perviene ad una conclusione (sotto forma di implicazione del tipo se … allora) che si propone come legge o regola generalizzata. Tale conclusione è determinata dalla sintesi tra le due premesse ed ha valore probabilistico, dunque fallibile e da considerare vera fino a prova contraria.
 Un esempio di inferenza induttiva[1] è:

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

La regola cui si perviene è però solamente probabile poiché il terreno potrebbe essere bagnato anche per altri motivi. Così, ad una prima fase di osservazione dei fenomeni di interesse, deve seguire la fase della sperimentazione, nella quale due oggetti di ricerca vengono messi in relazione, e, successivamente, quella della verifica, che ha l’obiettivo di controllare la validità delle procedure utilizzate e delle scelte fatte.

 Nella inferenza di tipo deduttivo si parte da un oggetto già conosciuto, una regola o legge, da cui si sviluppano, necessariamente, delle conseguenze. In questo caso è la premessa iniziale ad essere un’implicazione del tipo se… allora, e tale premessa si deve ripetere sempre con le stesse modalità: in sostanza deve essere considerata, o presunta, vera. Dunque da una premessa (legge) considerata vera, se si verifica un certo fenomeno e se viene condotto un ragionamento secondo una modalità “meccanica” corretta, allora ne deriva una conclusione certa.
 L’inferenza deduttiva ha questa sequenzialità:

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Nell’inferenza di tipo abduttivo si produce un’ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato: dato un evento (fatto sorprendente), considerando che potrebbe dipendere da una legge d’implicazione (del tipo se… allora) particolare, se ne fa derivare una possibile causa (assente possibile). La conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un’ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica. L’ipotesi, nella concezione peirceiana, deve essere considerata come una domanda che, richiedendo una verifica, cerca una teoria.
L’inferenza abduttiva si presenta con questa forma:

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Ma non è detto effettivamente che abbia piovuto; la pioggia è soltanto una delle possibilità che avrebbero potuto comportare quella conclusione, ossia il terreno bagnato.

L’abduzione è dunque un azzardo poiché, pur fondandosi sulle premesse del ragionamento, non si configura come pura ripetizione del contenuto delle premesse medesime, come avviene negli altri due tipi di inferenza, bensì come “ricomposizione di tale contenuto semantico” (M. A. Bonfantini e G. Proni, To guess or not to guess?, p. 152): anche con premesse valide la conclusione potrebbe risultare falsa. Questo rischio è il prezzo che viene pagato a fronte del forte potenziale creativo proprio dell’abduzione: questo tipo di argomentazione, in effetti,  non si fonda sul ragionamento logico meccanico quanto sull’interpretazione del dato o “risultato”, che viene motivato facendo leva su un principio generale (o legge-mediazione). È l’elemento interpretativo che connota l’inferenza abduttiva come rischiosa, in quanto non è detto a priori che sia proprio la legge-mediazione che si ipotizza ad essere motivo dell’effetto sorprendente osservato. Ed anzi è nella scelta della legge-mediazione che si gioca la creatività e la possibilità di scoperta del ricercatore, poiché tanto più la legge-mediazione appartiene ad un campo semantico distante dal quello proprio dell’evento osservato, e tanto più è possibile ritenere l’abduzione innovativa. Ossia tanto meno la conclusione abduttiva era suggerita dalle informazioni incluse nel campo osservato e quanto più la si può connotare come una nuova conoscenza.

A tale proposito i due semiologi Massimo A. Bonfantini e G. Proni distinguono tra tre tipi di abduzione:

1) un primo tipo in cui la legge-mediazione usata per inferire il caso dal risultato è data in modo obbligato o semiautomatico: sono abduzioni che si elaborano in maniera inconsapevole, utilizzando schemi mentali abitudinari (o abiti, per dirla con Peirce) per rispondere agli stimoli provenienti dal mondo esterno;

2) un secondo tipo in cui la legge-mediazione utilizzata viene reperita e selezionata nell’ambito dell’enciclopedia disponibile: accanto agli abiti personali si utilizzano le informazioni e le conoscenze che consapevolmente si hanno, si fa riferimento ad un sapere istituzionalizzato, a teorie già esistenti;

3) un terzo caso in cui la legge-mediazione viene costituita ex novo, inventata[2]: è l’invenzione che propone una conoscenza del mondo “così come ancora non è stato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 11).

Peirce paragona il ragionamento abduttivo ad un tirare a indovinare (il lume naturale), appunto per la distanza esistente tra le premesse e la conclusione di tale inferenza, ma ipotizza l’esistenza di un’affinità tra la mente dell’uomo che produce un’ipotesi e la natura su cui si applica il suo interesse, sostenendo “che la mente umana, essendosi sviluppata sotto l’influenza delle leggi naturali, per questa ragione in qualche modo pensa secondo modelli naturali”(C.S. Peirce, 1929, p.269). Nelle previsioni che fanno, gli uomini sarebbero guidati da concezioni sistematiche della realtà, presenti in maniera più o meno consapevole, che determinano orientamenti di giudizio specifici. Dunque partendo da tale presupposto suppone che gli elementi che sostengono un’ipotesi sarebbero già presenti nella mente dell’uomo, ma la novità consiste nel immaginare di poter metter insieme, come attraverso un “insight”, un’intuizione, ciò che prima non si  pensava minimamente di associare.

L’abduzione, dice ancora Peirce, è “il primo passo del ragionamento scientifico”, l’inferenza mediante la quale è possibile adottare una nuova idea, un’ipotesi che possa permettere di dare spiegazione di un fatto altrimenti considerato inspiegabile. A questa deve però seguire un’inferenza induttiva, che funge da prova sperimentale dell’ipotesi (si deve ripetere molte volte un esperimento per eliminare il più possibile il frutto del caso, sosteneva Galileo Galilei), e poi quella deduttiva, che permette di trarre dall’ipotesi sperimentale le necessarie conseguenze e conclusioni. 

Note:
[1] Rifacendoci alla teoria dell’abduzione di Peirce consideriamo che con “caso” si intende la “conclusione abduttiva” o “ipotesi” del ragionamento; con “risultato” si intende il “fatto osservato”; con “regola” invece si intende la “legge generale”, l’“esperienza”.

[2] Questo terzo tipo di abduzione può a sua volta essere suddiviso in tre sottotipi: un primo nel quale la legge-mediazione viene estesa ad altro campo semantico (spostamento); un secondo nel quale la legge-mediazione crea una nuova relazione tra due elementi già presenti nel medesimo campo semantico (connessione); un terzo nel quale la legge-mediazione introduce come antecedente logico un termine inventato (inventato dal suo istitutore).

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Seminario intensivo: “Interpretazione”

Lun, 13/04/2015 - 13:28

Il Centro studi e ricerche “José Bleger” di Rimini e l’Associazione “Area3″ di Madrid
organizzano il seminario intensivo

INTERPRETAZIONE

15 e 16 maggio     Spazio DuoMo     via Giovanni XXIII, 8     Rimini

PROGRAMMA

>>>>>>>>>>     Venerdì 15 Maggio

Ore 9.30
Tavola rotonda
Coordina: Laura Buongiorno
Massimo Bonfantini: “Interpretazione e trasformazione secondo il materialismo storico pragmaticista. Oltre Marx e oltre Peirce.”
Renato Curcio: “La costruzione socio analitica del significato.”
Leonardo Montecchi: “Delirio di interpretazione ed interpretazione del delirio.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

Ore 15.00
Tavola rotonda
Coordina: Gabriella Maggioli
Patrick Boumard: (in attesa del titolo dell’intervento)
Federico Suarez: (in attesa del titolo dell’intervento)
Loredana Boscolo: “Interpretazione e contro transfert.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

>>>>>>>>>>     Sabato 16 maggio

Ore 9.30
Tavola rotonda
Coordina: Raul Cifuentes (da confermare)
Violeta Suárez: (in attesa del titolo dell’intervento)
Thomas Von Salis: “Il setting come condizione quasi necessaria per fare l’interpretazione.”
Massimo De Berardinis: “L’interpretazione nel gruppo multifamigliare.”

A seguire approfondimento delle informazioni attraverso i gruppi operativi.

Ore 14,30
Tavola rotonda
Coordina: Massimo Mari (da confermare)
Franco Berardi (Bifo): “Psico architettura della illusione condivisa. Note su Leopardi, Foscolo, Schopenhauer, Nietzsche letto da Yalom e da Ferraris, Philip Dick.”
Nicola Valentino: “La costruzione di significato delle narrazioni esperienziali in socio analisi narrativa con riferimenti ad un cantiere di socio analisi.”
Soren Lander: “Interpretazione, emergente ed (eventualmente) una piccola dose di tango argentino.”

Ore 15.30
Assemblea conclusiva
Coordina: Marella Tarini

Ore 17.30
In collaborazione con Casa Madiba, per la rassegna Varchi, presentazione e discussione di libri:

” Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico.”
di Leonardo Montecchi e Paolo Pagliai

Coordina: Manila Ricci

http://www.ibs.it/…/montecchi-l…/cambiare-mondo-lettere.html

Ore 19 aperitivo per congedarsi

I gruppi operativi saranno coordinati da:
Fabiola Gomez, Laura Grossi, Annalisa Valeri

>>>>>>>>>>     La partecipazione al seminario è gratuita     <<<<<<<<<<

 

Franco (Bifo) Berardi (Bologna): scrittore, filosofo e agitatore culturale.

Massimo Bonfantini (Milano): filosofo e scrittore, è professore di Semiotica, da ultimo nel Politecnico di Milano. Si è occupato dapprima dei grandi realisti inglesi, poi di marxismo, quindi di Charles S. Peirce, di cui ha curato le Opere (Bompiani, 2003).

Loredana Boscolo (Chioggia): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, dirigente della Asl di Chioggia.

Patrick Boumard (Parigi): professore emerito dell’Università Europea della Bretagna occidentale, ove dal 1990, provenendo da un’esperienza di ricerca e didattica a Paris VIII, ha insegnato scienze dell’educazione. E’ considerato oggi uno dei massimi rappresentanti della etnografia delle pratiche educative ed è, attualmente, il presidente della “Societé Internationale d’Ethnographie”.

Laura Buongiorno: coordinatrice didattica della Scuola “Josè Bleger”.

Raul Cifuentes (Madrid): presidente dell’Associazione “Area3″ di Madrid.

Renato Curcio (Roma): direttore editoriale della Cooperativa “Sensibili alle foglie”, ricercatore socioanalitico sugli stati modificati di coscienza.

Massimo De Berardinis (Firenze): psichiatra, psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, direttore dell’Unità Operativa di Psichiatria Asl di Firenze.

Fabiola Gomez (Rimini): educatrice professionale, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Laura Grossi (Rimini): pedagogista, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Soren Lander (Göteborg): psicologo e psicoterapeuta.

Gabriella Maggioli (Rimini): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Massimo Mari (Jesi): psichiatra e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”, direttore del Dipartimento di Psichiatria di Jesi.

Leonardo Montecchi (Rimini): psichiatra e psicoterapeuta, direttore della Scuola “Josè Bleger”.

Manila Ricci (Rimini): Casa Madiba.

Federico Suarez (Madrid): psicologo e psicoanalista, membro dell’Associazione “Area3″ di Madrid, docente della Scuola “Josè Bleger”.

Violeta Suarez Blazquez (Madrid): psicologa e psicoanalista, vicepresidente dell’Associazione “Area3″ di Madrid.

Marella Tarini (Senigallia): psichiatra e psicoterapeuta, ricercatrice della Scuola “Josè Bleger”, direttore del Dipartimento Dipendenze Patologiche di Senigallia.

Nicola Valentino (Roma): ricercatore in socioanalisi narrativa della Cooperativa “Sensibili alle foglie”.

Annalisa Valeri (Rimini): psicologa e psicoterapeuta, docente della Scuola “Josè Bleger”

Thomas Von Salis (Zurigo): psichiatra infantile e psicoanalista, docente della Scuola “Josè Bleger”.

 

 

 

 

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“Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico”

Lun, 23/02/2015 - 23:36

VARCHI! Presentazione di libri per allargare l’area della coscienza promossa da
Scuola Bleger e Casa Madiba

NEXT STOP: Sabato 14 marzo dalle ore 16.00 Casa Madiba Network
Casa Occupata_Laboratorio antirazzista cittadino per i nuovi diritti
Via Dario Campana (dietro il civico 61) vicino all’Amir ( Rimini)

Presentazione di “Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico”, ed. Sensibili alle foglie, di e con Leonardo Montecchi e Paolo Pagliai (in collegamento via web conference da Città del Messico)

>>CAMBIARE IL MONDO<<
In un’epoca che non riesce più a immaginare la costruzione di un sistema di relazioni diverso da quello dettato dal capitalismo, gli autori, uno in America Latina e l’altro a Rimini, si scambiano lettere sui temi del cambiamento sociale e politico.
A fronte della perdita dei riferimenti propri del Novecento, con le sue ideologie e le sue rivoluzioni, essi si interrogano sulle pratiche che potrebbero sostituire i paradigmi precedenti per cambiare il mondo.
Immaginare una forza istituente che, dal basso, reinterpreti la realtà e sappia orientare gli umani verso una società finalmente giusta e accogliente, sembra una necessità impellente, considerata la ferocia (o la banalità) del sistema in cui viviamo.
In questi informali scambi di idee e riflessioni molti lettori potranno riconoscere il loro smarrimento, i loro riferimenti culturali e la loro ansia di cambiamento.

Leonardo Montecchi, Paolo Pagliai: “Cambiare il mondo. Lettere fra l’Italia e il Messico” (Sensibili alle foglie, 2015)

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“Sull’intimità”: il passaggio dall’Io al noi

Lun, 23/02/2015 - 23:30

Sabato 14 marzo, dalle 9.30 alle 12.30, presso la sede della Scuola Bleger in via Circonvallazione Occidentale 122, a Rimini, si terrà un seminario con Mario Galzigna: prendendo spunto dal libro “Sulla Intimità” di Francois Jullien (ed. Cortina, 2014) si discuterà della problematica del passaggio dall’io al noi.

Mario Galzigna, docente di filosofia all’università di Padova e curatore dell’ultima edizione de “La storia della follia” di Michel Foucault in italiano, ha studiato epistemologia ed etnopsichiatria ed è autore di numerosi testi. L’ultimo libro pubblicato è “Rivolte del pensiero: Dopo Foucault, per riaprire il tempo” (Bollati Boringhieri Saggi, 2014).

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“Medici senza camice. Pazienti senza pigiama”. Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica

Gio, 05/02/2015 - 10:15

Varchi! Presentazione di libri per allargare l’area della coscienza
1° Appuntamento – Venerdì 13 febbraio dalle ore 16 alle ore 19 presso Casa Madiba Network
Via Dario Campana 61 dietro la palazzina AMIR – Rimini
>>>Presentazione della ricerca:
“Medici senza camice. Pazienti senza pigiama”.
Socioanalisi narrativa dell’istituzione medica

Saranno presenti Nicola Valentino e qualche medico del collettivo.
Questo libro è il frutto di un cantiere di socioanalisi narrativa voluto da un gruppo di studenti di medicina e di medici specializzandi per indagare e raccontare i limiti dell’istituzione medica. L’esperienza di tirocinio ospedaliero, mettendoli a confronto con la pratica di spersonalizzazione dell’ammalato e con il rapporto gerarchico istituito dal corpo medico con le altre figure professionali dell’ambito sanitario, ha generato in loro malessere e insoddisfazione.
Di qui l’esigenza di un confronto che ha aperto il cantiere anche ad alcuni operatori, impegnati in ambito sanitario con altri ruoli professionali, e persone interessate al tema, che svolgono attività estranee alla relazione di cura. La raccolta narrativa e la riflessione collettiva hanno individuato due grandi aree tematiche: i dispositivi della formazione medica e la forma istituita della relazione medico-paziente. Ci si è soffermati perciò sulle modalità della formazione dei medici al loro ruolo e all’identità di gruppo e ci si è interrogati sulla costruzione del paziente come oggetto passivo, osservando come questa modalità relazionale sia fonte di un malessere aggiuntivo per la persona ammalata. I partecipanti al cantiere, infine, hanno provato a immaginare parole nuove e momenti formativi autogestiti, orientati a relazioni di cura rispettose, paritarie e non passivizzanti.
Relazioni che vedano protagonisti medici senza camice e pazienti senza pigiama.
Gli incontri della Rassegna “Varchi!” si svolgeranno negli spazi autogestiti e riutilizzati di Casa Madiba Network in Via Dario Campana dietro il civico 61 a fianco dell’AMIR

Info: lab.paz@gmail.com – www.bleger.org
FB: Casa Madiba – Scuola Bleger Twitter: @labpazproject

>>>Cos’è la rassegna “Varchi! Presentazioni di libri per allargare l’area della coscienza”:
Varchi! è transito e movimento.
Varchi! è una rassegna di presentazione di libri che vuole scuotere le coscienze ed immaginare processi di liberazione possibile.
Varchi! è il campo della possibilità, della ricerca della sincronia fra tanti e tante.

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Pedagogia istituzionale e gruppi

Sab, 29/11/2014 - 19:54

Venerdì 5 dicembre dalle 16.00 alle 19.00 si svolgerà a Rimini, presso la sala RM 25 in Corso d’Augusto 241, il seminario dal titolo Pedagogia istituzionale e gruppi.

Relatore sarà Alberto Carraro, autore del libro “Pedagogia istituzionale e gruppi. Contro la fabbrica della dipendenza” (Armando editore, 2014).
Il Prof. Carraro ha insegnato materie letterarie e latino nei licei. Possiede una formazione in psicologia sociale e gruppi ed ha collaborato in vari ambiti con progetti e funzione di coordinamento e ricerca. Si dedica al mondo giovanile proponendo attività di orientamento scolastico e professionale e partecipa alla realizzazione di eventi formativi nella prospettiva di consolidamento e diffusione della concezione operativa di gruppo.
E’ socio del centro di studi e ricerche Jose Bleger.

Il seminario è gratuito ed aperto a tutti gli interessati.

Non sono stati richiesti e né lo saranno i crediti ECM.

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Come si fa a negare l’istituzione

Dom, 23/11/2014 - 11:00

Il 28 novembre alle 16.00 alle 19.00 si svolgerà a Rimini, in Corso d’Augusto 241, presso l’RM25, il seminario dal titolo:

Come si fa a negare l’istituzione.

Sarà il primo seminario autogestito del collettivo Scuola Bleger.
Con questo seminario iniziamo un percorso teorico pratico di cambiamento delle istituzioni. Stiamo vivendo un momento in cui le istituzioni stanno subendo un processo di istituzionalizzazione, cioè si è perso lo scopo per cui sono state istituite ed ora lo scopo è diventato l’auto riproduzione e l’auto mantenimento.
E’ arrivato il momento per una forza istituente.

Il seminario è gratuito ed aperto a tutti gli interessati.

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Vincolo ed emergente nei gruppi di formazione della scuola Bleger

Dom, 18/05/2014 - 20:31

Nel Maggio 2013 a Rimini ci siamo confrontati sulla lettura degli Emergenti nei Gruppi operativi coordinati nella scuola Bleger di Rimini e nella scuola area3 di Madrid.

Leggendo i testi in parallelo si sono potute vedere analogie e differenze.

Mentre il dispositivo di area3 è sempre costituito da coordinatore e osservatore con lettura di emergenti con alternanza di ruoli anche rispetto all’informazione che uno di loro tiene prima di ogni gruppo, nei gruppi operativi della scuola Bleger è previsto sempre il solo coordinatore tranne in quella occasione in cui il dispositivo ha visto coordinatore e osservatore.

L’informazione è sempre tenuta da un terzo.

Abbiamo già visto che non è tanto importante sapere quale sia il miglior dispositivo,bensì vedere quali sono le condizioni che rendono possibile un inquadramento vale a dire perchè area3 ha deciso di impegnare coordinatore e osservatore e la scuola Bleger solo il coordinatore.

Il mio contributo alla discussione sull’Emergente sarebbe quello di riportare come coordinatore per l’intero primo anno di scuola Bleger le differenze emerse tra i diversi dispositivi nei gruppi che prevedevano solo il coordinatore e quelli dove c’erano coordinatore e osservatore.

Il lavoro riguarda dunque livelli diversi che sono tra le due scuole e nella Bleger tra i due dispositivi

Tornando alla questione iniziale, coordinatore e osservatore entrambi sono incaricati perchè il gruppo realizzi il suo lavoro, i loro ruoli sono di farsi carico degli elementi di base che inquadreranno lo sviluppo del gruppo, poi emerge l’elemento fondamentale che riassume le loro funzioni e che assicura le previsioni: lo schema referenziale.(ECRO)

Lo schema referenziale è ciò che rassicura il futuro del gruppo operativo.

Lo stesso schema è costituito dalla formazione di entrambi (coordinatore-osservatore), che dipende dal tipo di apprendimento effettuato non solo in riferimento alla professione, ma anche nella vita sociale.

Così il gruppo operativo esige anche che il coordinatore e l’osservatore abbiano una collocazione determinata dall’insieme delle passate esperienze.

In questa dialettica si organizzano e si strutturano gli apprendimenti del coordinatore e dell’osservatore del gruppo operativo.

Per essere più espliciti e cercando di discriminare ciascuna delle funzioni possiamo dire:

1 – Il coordinatore ha come funzione quella di interpretare e segnalare quello che va succedendo. Si incarica di effettuare l’enunciazione che unirà la tematica verbalizzata con quella del funzionamento gruppale, dando così un elemento di organizzaione nel momento in cui il gruppo è sommerso dall’ansia nella discussione del tema. E’ lui che deve mostrare la molteplicità, segnalando gli elementi contraddittori che la costituiscono, che emergono però durante l’accadere gruppale come parti divise tra loro e senza connessione.

Il compito centrale del coordinatore consiste nell’indicare questa connessione, la quale così avvolta, porta in sé l’elemento vissuto e pensato del gruppo nell’esercizio del compito, che a sua volta, però, va ad occultarsi nell’attitudine disorganizzativa (ansia) nella quale il gruppo si dibatte nella scelta se assumere o no il compito.

2 – L’osservatore ha come fondamentale lavoro quello di organizzare gli elementi Emergenti del gruppo, per poterli ritornare al gruppo (lettura degli emergenti 20 minuti prima della fine dell’incontro), oppure per rielaborarli poi con il coordinatore che ristrutturerà la prospettiva che entrambi avevano del gruppo e poter così cominciare l’incontro successivo.

L’osservazione è essenzialmente un compito di ricerca mentre sul versante della coordinazione l’accento è posto più sulla operatività.

Entrambe si complementano e costituiscono piani distinti di lavoro di coordinamento nel gruppo non se ne può privilegiare una, in quanto tra loro non esiste sovrapposizione, ma complementarietà. L’osservatore può anche essere integrante al gruppo, osservatore partecipante, emettendo segnali sulla situazione. Questa partecipazione deve però essere concepita all’interno delle linee del coordinatore.

Se si prendessero in considerazione le analogie dei gruppi delle due scuole (qui non è possibile riportare gli Emergenti per un problema di tempo) si potrebbe vedere che il percorso confusionale iniziale, le difficoltà di comunicazione, le paure individuali e l’assenza di interrelazioni vincolari sono comuni nei gruppi sia dove c’è solo il coordinatore sia anche con l’osservatore.

Nel nostro caso alla fine di ogni gruppo viene fatta tra il coordinatore e l’informatore una discussione sugli Emergenti, che serve anche per la successiva informazione e coordinazione.

Una volta specificati i campi di lavoro, dirò alcune cose sull’Emergente

“La nozione di Emergente non può essere capita fuori dalla nozione di Vincolo”

(A.Bauleo)

Pichon Riviere arriva alla nozione di Vincolo dopo un percorso dentro la stessa Psicaonalisi.

La nozione di Vincolo si pone, quando viene enunciata alla fine degli anni ’50 un po’ come riassun-

to di una teoria dell’identificazione, il problema della relazione d’oggetto, il problema del rapporto analitico, un’idea di Gruppo.

La nozione di Vincolo si pone allora come la fine di un certo percorso: finisce attorno a questa nozione l’idea che c’è un oggetto ed un osservatore, lontano estraneo a questo oggetto.

D’ora in poi l’oggettività ha a che vedere con la soggettività e il “contesto”, senza il quale il rapporto non esiste. Molte volte è il contesto a darci la soluzione di una problematica.

Quando parliamo di Vincolo osserviamo il rapporto tra due elementi e la struttura che si organizza quando essi si combinano.

Edgar Morin nel “Metodo” parla di principio di emergenza e del pricipio di vincolo nelle organizzazioni sociali e dice che si opera l’organizzazione tramite vincoli che in determinati momenti inibiscono il gioco di processi relativamente autonomi.

Questo problema dei vincoli si pone in maniera a un tempo ambivalente e tragica quando la società impone le sue coercizioni e le sue repressioni su ogni attività, da quelle sessuali a quelle intellettuali

Così pure nelle società storiche, il dominio gerarchico, le oppressioni e le schiavitù inibiscono e im

pediscono le potenzialità creative di coloro che si trovano a subire tali domini e oppressioni.

Tutto questo ci serve per mostrare che i gruppi si differenziano non soltanto sulla base dei loro costituenti fisici o dei loro schemi di riferimento, ma anche sulla base del tipo di produzione dei Vincoli e delle Emergenze.

Il Gruppo Operativo è un tutto che prende forma nello stesso tempo in cui si trasformano i suoi elementi.

L’idea di emergenza è inseparabile dalla creazione di una nuova forma che costituisce un tutto.

Si potrebbe rappresentare partendo da un gruppo-raggruppamento per andare da una parte verso la globalità attraverso gli Emergenti e dall’altra verso la qualità attraverso i Vincoli delle interrelazioni così da poter rappresentare il processo gruppale.

Vale a dire a una maggior ricchezza nella diversità potrebbe corrispondere una maggior ricchezza nell’unità se questa fosse fondata sulla comunicazione reciproca e non sulla coercizione.

Così qualità dell’unità globale e sviluppi della differenza/diversità da una parte e qualità emergenti interne e esterne segnalate dall’altra andrebbero tutte di pari passo.

Per questo si può dire che le relazioni tra le parti differenti e diverse e fra le parti e il tutto non sono

altro che rispettivamente Vincoli e Emergenti.

Emerge dunque la necessità che nel processo le forze di comunicazione, affinità, connessione predominino sulle forze di repulsione, di esclusione, dissociazione.

Il Gruppo Operativo costituisce una realtà nuova dal punto di vista strutturale, dal punto di vista qualitativo, nello spazio e nel tempo. Il processo trasforma una diversità discontinua di elementi in una forma globale.

Gli Emergenti sono le proprietà globali e particolari che determinano la trasformazione, il cambiamento in parti di un tutto e la diversità in unità senza annullare la diversità.

Due facce, Vincolo e Emergente, dello stesso processo: una manifesta e una latente.

Ci troviamo davanti a concetti chiave: Vincolo e Emergente tra formazione e cambiamento. Tutto ciò che forma trasforma.

Questo principio deve diventare attivo e dialettico non solo nel gruppo ma in tutti gli ambiti perché formazione e trasformazione costituiscano un circuito ininterrotto.

 

Madrid Maggio 2014

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Violenza istituzionale violenza familiare: la relazione introduttiva al convegno della scuola Bleger

Sab, 15/06/2013 - 11:36

Per introdurre brevemente il percorso storico sociale ed economico che oggi ci porta a parlare di violenza istituzionale e violenza familiare pare opportuno ricordare il movimento delle donne nato negli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento, ispirato a tesi liberali come richiesta di uguaglianza di diritti secondo la legge (voto, proprietà, accesso all’istruzione e alle libere professioni).

Il movimento conquisterà solo parte dei diritti richiesti, diritti che ancora oggi spesso si constata che sono solo sulla carta.

La tesi di fondo che distingue l’orientamento socialista da quello liberale sul problema dell’emancipazione e liberazione della donna è che,perchè le condizioni di subordinazione materiale delle donne e dei proletari cambino realmente, è necessario realizzare, tramite la rivoluzione, una società nella quale possano scomparire tutte le forme di subordinazione dei proletari (uomini e donne) rispetto ai capitalisti, delle donne rispetto agli uomini.

Tematiche relative alla condizione di subordinazione della donna sono presenti nel corso dell’Ottocento sia in teorici cosidetti “utopisti” (da Robert Owen a Charles Fourier) sia in donne impegnate nelle lotte operaie dalla metà del secolo in poi (Flora Tristan, le donne del ’48 parigino quelle della Comune del 1871).

L’elaborazione più organica di tale tematica è presente negli scritti di Karl Marx e di Friedrich Engels , sin dagli anni quaranta e soprattutto come viene riconosciuto dalle storiche del femminismo, in due scritti : uno liberale “L’asservimento delle donne” del 1869 di Mill e “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Engels del 1884, sulla problematica femminile.

Engels parla di trasformazioni sociali e culturali dei rapporti tra donne e uomini in fasi della preistoria dell’umanità, nelle quali prevale l’economia della caccia e della raccolta e dove c’è una divisione del lavoro tra donne e uomini, ma non una subordinazione delle donne agli uomini. Anzi la condizione delle donne in quanto fonte di vita è esaltata nelle religioni primitive nelle quali è la dea madre, simbolo della fecondità, che costituisce il momento più alto di venerazione religiosa.

Le cose cambiano gradualmente quando l’umanità in alcune zone passa allo stadio dell’allevamento del bestiame, della agricoltura organizzata , delle guerre per la conquista di terre e di schiavi.

L’uomo diventa il protagonista , il capofamiglia, il proprietario del territorio.

Questo passaggio rappresenta la grande sconfitta storica delle donne che da protagoniste diventano schiave ,oggetti di proprietà del marito.

Nasce la famiglia patriarcale e con essa la schiavitù della donna verso l’uomo.

In una linea di continuità con le tendenze socialiste dei movimenti politici più avanzati le ultime pensatrici femministe hanno ricordato l’uso insistente delle analisi freudiane a sostegno delle loro tesi, nonostante i molteplici attacchi mossi da una certa parte femminista.(Psicoanalisi e femminismo, di Julier Mitchell 1974) .

Freud ha indicato i condizionamenti psichici del rapporto uomo – donna oltre che le origini storiche.

Basti ricordare “Totem e tabù”. Il totem (il padre assassinato divinizzato dopo la morte) e il tabù dell’incesto (il divieto dei rapporti sessuali con consanguinei e conseguente scambio delle donne)

Ma è la comparsa sempre del 1974 del volume “Speculum” della psicanalista Luce Irigaray che la discussione sulle tematiche femministe riceve un nuovo slancio.

L’opera propone una fondazione della teoria della “differenza sessuale “attraverso una analisi critica sia delle tesi di Freud sia dell’intera tradizione filosofica occidentale, da Platone a Hegel.

Entrambe convergono nella tesi della essenzialità della differenza sessuale in una maniera che esalta e non reprime la sessualità femminile, di fronte alla quale sia la filosofia sia la psicanalisi, portatrici di pregiudizi maschilisti, sono rimaste cieche.

L’analisi più dettagliata è dedicata al notissimo mito della caverna proposto da Platone.

La caverna è l’equivalente per Irigaray dell’utero materno da cui nasce l’essere umano; è lo speculum che si contrappone allo “specchio” esterno /il Sole Il bene/; è il luogo dell’assenza, del vuoto, è la sede dell’ignoranza e della passività.

La caverna è il simbolo della donna, l’esterno della caverna è il simbolo dell’uomo.

Quando negli anni ’80 il movimento femminista entra in crisi, come movimento organizzato, la sua eredità politica e teorica non si disperde.

Se il movimento femminista entra in crisi quasi ovunque, non entra in crisi il movimento di liberazione delle donne.

I motivi centrali, quelli relativi alla parità dei diritti tra uomo e donna, non vengono abbandonati anche perchè quei diritti sono oggetto di continua minaccia in alcuni paesi o ancora di conquista in altri.

I temi cari all’orientamento socialista del movimento come lo sfruttamento economico ricompaiono oggi con forza , anche nei paesi più avanzati nei quali la reazione liberista produce immediatamente un arretramento della condizione economica delle donne e maggiori difficoltà di accesso al mercato del lavoro, in particolare per le donne delle minoranze etniche.

Il generale peggioramento della condizione sociale delle donne, in alcuni paesi, offre nuovo vigore alla differenza sessuale come luogo dell’oppressione femminile sia nella sfera pubblica (mercato del lavoro, presenza nelle istituzioni) sia in quella privata (famiglia).

Il lavoro teorico connesso alle tematiche contro” l’omofobia” collegate non solo al pensiero femminile ma anche a autori come Derrida, Foucault, Deleuze degli anni ’80, pone problemi di natura più generale relativi al “ come” e al “quando” si costituisce un “soggetto”, un’identità, addirittura un “corpo”, con le sue caratteristiche,scelte, orientamenti sessuali ma anche con aspetti più generali di “costruzione” del soggetto.

La violenza non è un comportamento inacettabile, è un REATO.

La violenza è potere e il potere è come una droga: difficile da abbandonare.

Per la maggior parte gli uomini violenti hanno subito aggressione diretta o indiretta da bambini.

Questo spiega in parte la violenza alla quale sono improntati i loro rapporti con le donne ma non li giustifica.

Raramente è un sincero desiderio di cambiare che li spinge a chiedere di essere indirizzati ai centri di sostegno per uomini violenti che oggi cominciano ad esserci anche da noi.

Li frequentano a volte riluttanti per uno scopo ben preciso: ottenere l’affido dei figli, ampliare il diritto di visita, ritornare a convivere con la vittima.

Questo significa che l’intervento deve rientrare in un programma complesso di educazione nelle scuole, di prevenzione nella cittadinanza, di conquista di diritti con disegni di legge che siano approvati perchè spesso rimangono sulla carta.

La violenza dei diversi e degli stranieri a proposito di mutilazioni dell’apparato riproduttivo, come la cinconcisione dei maschi e l’infibulazione delle femmine, sono presentate come usanze religiose, riti di passaggio verso la maturità,

La violenza familiare è diventata uno dei temi centrali nel discorso pubblico in Italia e all’estero.

Di violenza si parla sui giornali, all’interno delle istituzioni pubbliche, nei luoghi di lavoro, sui mass media, nei social network,

La violenza è un abuso fisico, sessuale,psicologico, emotivo, economico, oltre che attraverso minacce e atteggiamenti persecutori, quali lo stalking, fino a giungere all’omicidio.

L’elenco si allunga di giorno in giorno, come recenti casi di cronaca ci hanno drammaticamente mostrato.

Pur agita nell’intimità delle mura domestiche,subdola o manifesta che sia, la violenza fra partner oltrepassa quegli stessi steccati che solitamente vengono posti tra genere, età, livello di istruzione, cultura ,classe, origine etnica, religione, condizione socio-economica.

La violenza domestica è cioè transculturale e globale.

L’attualità della violenza è oggi legata non tanto al fenomeno in sé, quanto alla radicale trasformazione della tradizionale forma di famiglia mononucleare.

La violenza familiare non riguarda più solo la donna nella veste di moglie (il cui omicidio veniva chiamato uxoricidio che oggi diventa femminicidio).

Altre figure unite al partner violento possono essere vittime di violenza: conviventi, amanti, bambini.

L’emergere culturale, sociale e politico della violenza di genere è stato senza dubbio determinato da più fattori consociati: la lotta delle donne, le leggi, i servizi sociali, le volontà individuali.

Un dato è comunque certo: la violenza di genere è una questione dalle proporzioni “endemiche globali “, così è stata definita dal fondo delle nazioni unite per l’infanzia (Unicef).

Pur essendo comune a tutte le classi e le culture, la violenza di genere colpisce gruppi di donne rese più vulnerabili da altri fattori discriminanti. Si pensi a disabili, prostitute, immigrate, rifugiate e richiedenti asilo, appartenenti a minoranze etniche come i Rom, detenute.

La violenza diventa assoluta quando degenera in omicidio. Grazie alla crescente sensibilizzazione popolare, alle campagne promosse da associazioni femminili si è cominciato a parlare con insistenza del numero di donne uccise per questioni di genere, ovvero di un fenomeno sottaciuto anche dalle istituzioni.

Il discorso pubblico porta consapevolezza nelle coscienze e magari qualche violenza in meno.

Il 2012 si è chiuso con 127 omicidi di donne.

Parlare di violenza significa stabilire un nuovo patto fra le generazioni a partire dalle precarie mura domestiche. La violenza può esser affrontata solo con un lavoro diffuso di reti che interagiscono capillarmente sul territorio.

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Violenza istituzionale e familiare

Ven, 07/06/2013 - 16:20

L’argomento che oggi affronteremo insieme, è per vedere se tra tutti noi possiamo dare un giro di spirale alle linee di pensiero del nostro schema concettuale di riferimento sulla violenza istituzionale e la violenza familiare.

La violenza nella scena familiare è molto diffusa in tutti i paesi, al di là del fatto che oggi sembri una “moda giornalistica”, in realtà è un’emergenza sociale.

Ci dicono che questo dipende da una molteplicità di fattori sia economici, politici, sociali e culturali che psicopatologici e ne sono attraversate tutte le classi sociali.

Possiamo affermare che è un effetto sintomatico della trasformazione della famiglia e delle istituzioni.

Nell’epoca della globalizzazione, paradossalmente, assistiamo ad una maggiore localizzazione e provincializzazione, che gioca un ruolo importante su questi cambiamenti.

Sappiamo da molti studi realizzati sul tema della violenza, che la violenza viene esercitata sulle persone più deboli: bambini, donne, anziani.

La violenza intrafamiliare tra i coniugi o tra i componenti del nucleo familiare, si manifesta attraverso comportamenti abusivi che vanno dalle aggressioni fisiche, ai maltrattamenti di carattere psicologico fino alle aggressioni sessuali.

Entrano in campo come variabili, che incidono sui fenomeni di violenza anche l’alcolismo, la tossicodipendenza e la patologia psichiatrica.

Far emergere gli episodi di violenza tra i componenti della famiglia non è facile, in quanto questi episodi vengono occultati o nascosti da un sentimento di vergogna.

In alcune situazioni si verifica che n’è la vittima n’è il carnefice sono consapevoli che, potrebbero esserci altri tipi di rapporto.

L’umiliazione che sentono nel raccontare questi episodi, fa sì che da parte del professionista o degli operatori ci debba essere un atteggiamento non giudicante (non colpevolizzare), senza pregiudizi (non etichettare n’è stigmatizzare), ma con un’attitudine verso l’altro di empatia e di ascolto, per mettere in luce le verità e le possibili cause di questi atti violenti.

La violenza attraversa anche le istituzioni, sia che la consideriamo sul versante psicologico, cioè come una nozione interna al soggetto, sia che la intendiamo come istituzione esterna.

Mi sembra che nell’attualità queste organizzazioni istituzionali siano diventate sempre più repressive, con caratteristiche autoritarie (verticistiche) che tendono alla burocratizzazione degli interventi.

Allo stesso tempo, osserviamo una grande sofferenza e anche un’impotenza degli operatori, dal momento che si stanno riducendo gli spazi (se non addirittura mancano), per riflettere e confrontarsi sul lavoro quotidiano e sulla elaborazione delle ansietà e dei conflitti che il lavoro risveglia, in particolar modo quando si trattano e si toccano queste tematiche sulla violenza.

Prenderò spunto da alcuni autori che hanno pensato direttamente o indirettamente su questa problematica.

Partirò dall’assunto di Freud in cui afferma che, il fondamento della vita psichica, è basato sulla tendenza del soggetto a soddisfare il piacere ed evitare il dolore e il dispiacere. Si è interrogato, nei suoi diversi scritti, e continuiamo ad interrogarci sulla violenza e sull’aggressività.

Come voi sapete, Freud mantiene l’idea che nell’essere umano sono presenti due pulsioni (dualità pulsionale): Eros e Thanatos intese come metaforizzazione delle forze che legano e slegano.

Questa dualità pulsionale agisce nei vincoli che il soggetto intraprende con i suoi simili. Nei tre saggi sulla Teoria sessuale del 1905 e Pulsioni e i loro destini del 1915, Freud accenna alla pulsione di dominio che ha come base l’autonomia, la separazione e l’interscambio.

La pulsione di dominio o d’impossessamento è una pulsione per certi aspetti oscura e ancora poco analizzata, ed ha come fine ultimo il dominio dell’oggetto (l’altro).

In qualsiasi atto clinico, tanto psicoterapeutico quanto preventivo, è di fondamentale importanza mantenere un’attitudine che tenda a non considerare naturale il fenomeno della violenza.

Credo che un compito importante sia l’elaborazione della ripetizione e l’integrazione delle parti scisse del soggetto.

Dobbiamo menzionare la complessità che ruota intorno a queste problematiche, che va dall’individuale al sociale e, transita per le condizioni economiche concrete.

Possiamo prendere l’esempio delle persone che vengono escluse ed emarginate dal circuito socio-lavorativo, in cui le tensioni sono talmente potenti tali da far esplodere atti di violenza.

Perché l’esclusione stessa è in sé è una forma carica di violenza.

Diversi tipi di violenza vengono esercitati sugli immigrati, sugli stranieri, sui diversi, per esempio quando viene negato loro il diritto di appartenenza (cittadinanza).

La non appartenenza viene vissuta con colpa e angoscia, legata al sentimento di non appartenere a se stessi “senza identità e senza luogo”.

La violenza esercitata in generale sulle minoranze implica azioni che producono fenomeni di frantumazione dei legami sociali e forme di sottomissione.

Vi è sempre un tentativo di annullare l’autonomia, la volontà e i desideri; sono il rovescio dei diritti dell’altro con la sua singolarità e differenza. Nelle nostre società basate sul “controllo” e sull’autoritarismo si tende ad alienare e cosificare i soggetti. Tutto ciò è insopportabile!

Passiamo ora a Bleger, facciamo riferimento all’opera Psicoigiene e psicologia istituzionale, in particolare nei passaggi in cui afferma che è necessario ripensare ai modelli concettuali per ampliare la mente e allagare il campo del nostro lavoro, dotandoci di uno schema di riferimento flessibile, dato che dobbiamo studiare l’essere umano nelle situazioni concrete di vita, nella sua quotidianità, nei suoi vincoli interpersonali e nei vari ambiti di intervento.

Questi ambiti (individuali, familiari, gruppali, istituzionali e comunitari) interagiscono tra di loro e, lo stesso accade con il fenomeno della violenza, che attraversa questi ambiti.

Nella nostra concezione, la stessa idea di soggettività è considerata come il prodotto di questi vincoli. In questo mondo globalizzato è necessario studiare gli effetti che la violenza produce sui nostri corpi, sulle nostre identità e sulle diverse appartenenze.

Adesso mi interessa collocare nella scena familiare ed anche istituzionale, questa nozione di violenza e le forme che prende in questi ambiti.

Prima due parole sulla famiglia.

Questa configurazione attuale non è esistita da sempre ma inizia con la rivoluzione industriale.

Da tempi lontani sono esistite forme di raggruppamento dell’uomo e della donna e dei loro discendenti in forma tribale di clan, nomade etc. e fino ad oggi in cui si parla di famiglia allargata.

Direi che nella sua forma moderna possiamo considerare la famiglia su due versanti:

  1. la famiglia come istituzione la cui finalità è la socializzazione dei suoi membri in cui concorrono altre istituzioni (della salute, educativa, etc.). Questo è il versante delle regole, del diritto e della norma.
  2. La famiglia come gruppo dove interveniamo con diversi compiti, psicoterapeutico o di prevenzione. La principale funzione di questo gruppo familiare è servire da contenitore per permettere lo sviluppo, la crescita e cioè l’evoluzione dei suoi componenti. Questo gruppo preformato ha una storia che deriva dai suoi antenati e che, a sua volta, è stata trasmessa dalle altre generazioni. Questa trasmissione avviene soprattutto in modo non dicibile: sono i “non detti” o non consci che determinano nei membri della famiglia azioni, pensieri, affetti che sono in relazione al corpo, al rapporto con gli altri e anche con il contesto extrafamiliare.

Questa trasmissione latente è stata denominata “trasmissione trans generazionale”. Tutte le scuole che studiano la famiglia riconoscono questa nozione.

La famiglia è la matrice formativa dell’identità e delle differenze sessuali e generazionali, che nei migliori dei casi crea le condizioni verso l’autonomia dei suoi integranti.

In certi gruppi familiari, il processo verso l’indipendenza e l’autonomia viene impedito e ostacolato da difficoltà insorte per diversi motivi: i deficit o la distorsione nei vincoli, i malintesi o i silenzi nella comunicazione che possono manifestarsi con atti di violenza e privi di senso.

È impedita la possibilità di simbolizzare la conflittualità e trasformarla in un atto di pensiero.

Ora prendiamo Pichon Riviére. Egli analizza i conflitti che insorgono a livello della comunicazione tra i diversi membri del gruppo familiare a partire dal malinteso. Il malinteso “serve” a volte per sostenere a tutti i costi un ideale familiare (trasmesso da altre generazioni). In questo senso ha creato la sua teoria del deposito, che afferma che il depositario è colui che si fa carico delle ansie del gruppo di fronte a situazioni irrisolte (crisi della vita, lutti), o situazioni traumatiche mai elaborate. Per esempio gli effetti delle guerre esterne e interne; pulsioni violente verso se stessi o un altro per un eccesso narcisistico che non sopporta le differenze.

Per queste situazioni di violenza possiamo prendere in analogia la nozione di trauma, in cui vi è la tendenza alla scarica impulsiva immediata che irrompe violentemente e si esprime su tutti gli ambiti.

Per sintetizzare questa nozione di trauma, dato che sarebbe necessario un seminario solo per approfondire questa nozione, darò due elementi per pensare alla situazione:

1) la prima situazione di trauma è per accumulo di tensioni e frustrazioni prolungate nel tempo, che fa salire la tensione senza offrire vie di scarica. Questo è un processo che avviene più all’interno e noi lo intendiamo come gruppo interno;

2) il ruolo che gioca l’ambiente. Freud, in Inibizione, sintomo e angoscia, distingue tra situazioni problematiche e di pericolo, postulando un’angoscia automatica (panico) e l’angoscia come segnale dell’avvicinarsi del trauma. Un esempio per tutti è quando pensiamo al bisogno del lattante dell’oggetto esterno (madre o sostituto) dato che si trova in una situazione di immaturità e impotenza.

Riprendiamo l’ambito istituzionale e le forme di violenza che si caratterizzano su questo livello.

Pensiamo di più alla prevalenza delle dispute, che al dialogo, all’interscambio delle idee nelle equipe curante, oppure a quegli atteggiamenti dove ognuno si rinchiude in se stesso nelle proprie stanze.

Per difendersi da chi o da che cosa?

Dalle esigenze o dalle pressioni che pongono le istituzioni? O forse per resistere al cambiamento?

Le forme di violenza nelle istituzioni agiscono nei bordi di questi problematiche, irrompono con modalità di complicità, con i silenzi e con le adesioni di sottomissione al potere.

In questo senso dobbiamo pensare all’istituzione come ad uno strumento operativo: l’istituzione intesa come intergruppo, è una “unità minima di analisi”, a partire dalla quale possiamo pensare diversi rapporti istituzionali.

Sempre saranno rapporti tra i gruppi (interni ed esterni) e, queste relazioni, saranno o di cooperazione o di litigio resistenziale.

Si giocherà in ognuno dei componenti il confronto tra il proprio gruppo interno (primario) ed i gruppi attuali. Questo movimento permette di mettere in luce il controtransfert con l’istituzione o l’implicazione che gli operatori hanno verso la loro appartenenza istituzionale, così come il transfert verso i pazienti.

Questa nozione di intergruppo ci permette di ripensare ai rapporti interni, di interscambio, simbolico, affettivo, economico e di potere che transitano tra i gruppi, ed è utile e importante per costruire un’idea di istituzione, che ci permetta di pensarla come uno strumento terapeutico, se non è troppo ammalata o ammalante. Da sempre siamo intervenuti nelle istituzioni, con l’idea o ideologia, che con diversi dispositivi potevamo trasformarle da dentro.

L’istituzione era pensata come supporto per il paziente (utente), per dare un’opportunità di rivedere e avere un nuovo vissuto delle situazioni conflittuali e della loro vita.

Un contenitore dove poter giocare tutte le fantasie sulla malattia, sulla guarigione e sul processo della cura. Se viene operata una discontinuità nella cura, questo è sentito e sofferto dagli utenti come violenza che viene provocata dall’istituzione su di loro.

Inoltre sappiamo che gli operatori rappresentano aspetti e parti inconsce del paziente, che questo proietta e deposita su di loro e, quindi deve esserci una continuità che li contenga.

In questa matrice intergruppale, i diversi compiti sono di fondamentale importanza, perché si manifestino le situazioni non dette, cioè il latente istituzionale.

A mio avviso, questo rappresenta un fattore di salute, tanto per le istituzioni-organizzazioni quanto per l’equipe curante e come effetto sull’utenza.

Da sempre abbiamo sostenuto che, prima di intraprendere un rapporto terapeutico con un paziente, è necessario rivedere i nostri schemi di riferimento il cui nemico è lo stereotipo, la rigidità e la ripetizione.

Ma cosa succede quando, questa ripetizione o burocratizzazione del lavoro, ci viene riproposta nella quotidianità istituzionale?

Non possiamo fare a meno di pensare agli atti violenti che attraversano questo ambito, i cui effetti sono prodotti da una scelta della logica del profitto e fissità (mentale, dei ruoli, la gerarchia non funzionale che crea autoritarismo).

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L’Istituzione implicata. Istituzione, implicazione e ideologia.

Mer, 17/04/2013 - 09:41

Di Daniela Barazzoni, Yuri Gidoni, Anna Maria Marinelli e Lorenzo Sartini

Il lavoro qui presentato è stato realizzato da uno dei gruppi di ricerca all’interno del Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” di Rimini; nasce dalla necessità di interrogarsi sui fattori che favoriscono o limitano le collaborazioni fra le istituzioni che, a vario titolo e con metodologie diverse, si attivano per promuovere e realizzare interventi di prevenzione in ambito socio-sanitario.

Se prendiamo le mosse dalla “Teoria degli ambiti” di Bleger tale studio si colloca nell’ambito istituzionale, seppure nel corso del processo di ricerca più volte ci siamo chiesti se la sua collocazione fosse corretta o se dovessimo rivalutarla per inserirla nell’ambito comunitario.

L’applicazione della metodologia della concezione operativa ha accompagnato costantemente il nostro lavoro, in una continua tensione dialettica tra il fare ed il pensare; ha attraversato in modo trasversale il compito, il setting, i ruoli ed il nostro gruppo interno ed esterno. La complessità di un oggetto di studio fortemente collegato alle tematiche della ideologia e dell’implicazione rispetto ai ruoli ci ha portato a creare un dispositivo che permettesse una sorta di dissociazione strumentale per leggere, comprendere come queste tematiche agissero anche all’interno del gruppo di ricerca. Lavorare intorno alla questione dell’implicazione, soprattutto, è risultato particolarmente ostico: il problema si è posto fin dall’inizio, ma solamente alla fine del percorso è stato possibile recuperarlo in tutta la sua pregnanza e rielaborarlo.

Un ultimo breve cenno, poi, va dedicato alla scelta di scrivere insieme, alla ricerca di una scrittura collettiva come ennesima sintesi di produzione gruppale, come ricombinazione di elaborati individuali, tante volte rimaneggiati dall’altro da non riconoscere più quale fosse il pezzo di ciascuno. Una pratica difficile ed entusiasmante allo stesso tempo.

Dal metodo alla ricerca Teorie di riferimento

Il laboratorio di ricerca ha utilizzato una metodologia basata fondamentalmente sul concetto di abduzione, sulla concezione operativa e sull’applicazione di un pensiero auto-riflessivo rispetto al processo del gruppo di lavoro che abbiamo chiamato ‘metaricerca’.

Nell’inferenza di tipo abduttivo si produce un’ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato: si parte da un evento, o fatto sorprendente e, considerando che potrebbe dipendere da una legge d’implicazione (del tipo seallora) particolare, se ne fa derivare una possibile causa, ovvero l’assente possibile. La conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un’ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica. L’ipotesi, nella concezione di Charles Sanders Peirce, da cui deriva tale pensiero, deve essere considerata come una domanda che, richiedendo una verifica, cerca una teoria. Tenendo presente che durante la ricerca sarà sempre possibile avere nuove intuizioni e formulare nuove ipotesi, rispetto all’oggetto della ricerca, che dovranno successivamente essere vagliate.

L’abduzione è dunque un azzardo poiché, pur fondandosi sulle premesse del ragionamento, non si configura come pura ripetizione del contenuto delle premesse medesime, come avviene negli altri due tipi di inferenza (deduzione e induzione), bensì come ricomposizione di tale contenuto semantico (M. A. Bonfantini e G. Proni, To guess or not to guess?, p. 152): anche con premesse valide la conclusione potrebbe risultare falsa. Questo rischio è il prezzo che viene pagato a fronte del forte potenziale creativo proprio dell’abduzione: questo tipo di argomentazione, in effetti, non si fonda sul ragionamento logico meccanico quanto sull’interpretazione del dato o ‘risultato’, che viene motivato facendo leva su un principio generale (o legge-mediazione). È l’elemento interpretativo che connota l’inferenza abduttiva come rischiosa, in quanto non è detto a priori che sia proprio la legge-mediazione che si ipotizza ad essere motivo dell’effetto sorprendente osservato.

Per quanto riguarda la concezione operativa di gruppo ci si è focalizzati soprattutto sui concetti degli teoria degli ambiti, di ECRO e di inquadramento.

Verso la metà degli anni sessanta José Bleger teorizza che qualsiasi forma di progetto e di intervento debba essere pensato considerando l’individuo nella sua costante relazione con i diversi ambiti nei quali è inserito: l’ambito individuale (da ritenersi astratto, in quanto non si può pensare una persona come completamente svincolata dal contesto); l’ambito gruppale (nelle relazioni con gli amici, con i familiari, con i colleghi); l’ambito istituzionale (nelle dinamiche familiari, lavorative); l’ambito comunitario (nel contesto paesano, cittadino, nazionale). Recentemente Leonardo Montecchi ne ha proposto un quinto, l’ambito globale (o sociale), che racchiude i precedenti ed è legato al fenomeno della globalizzazione, dello spostamento continuo, attraverso gli stati, le nazioni, di persone e di merci. Esiste una comunità globale che permea qualsiasi cosa, per cui diventano molto più fragili i legami, gli affetti tra le persone, mentre aumenta massicciamente l’invasività dei prodotti e delle merci.

ECRO è un acronimo che sta per Esquéma conceptual de riferimento y operativo (Schema Concettuale di Riferimento e Operativo) ed Enrique Pichon-Rivière, da cui deriva tale concetto, lo descrive così: La didattica interdisciplinare si basa sulla preesistenza in ognuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali lindividuo pensa e agisce) che acquista unità attraverso il lavoro in gruppo e che a sua volta produce in quel gruppo o comunità uno schema di riferimento operativo, sostenuto dal comune denominatore degli schemi precedenti (1971).

Per inquadramento, sinteticamente, s’intende: Questi elementi: spazio, tempo, ruolo, compito o compiti costituiscono la cornice che ci permette di ritagliare lingresso nella dimensione gruppale. Questa cornice delimita un campo in cui si producono degli eventi che appartengono al processo di gruppo(Montecchi L., 2000).

Con il termine di meta-ricerca intendiamo il fatto che il gruppo abbia pensato di utilizzare se stesso, con le varie modulazioni affettive esperite durante gli incontri, come fonte di informazione per lavorare sul compito che si era dato. Così, probabilmente condizionato dall’ipotesi di lavoro (assenza di inquadramento inter-istituzionale), e nel tentativo di osservare con maggior efficacia il processo gruppale, il gruppo di ricerca ha deciso di dotarsi di un proprio inquadramento.

Si è individuata la figura di un coordinatore (con la funzione, oltre a quella di partecipare in prima persona alle riflessioni del gruppo, di riportare il gruppo al proprio compito nelle situazioni più confuse), si è identificato l’ osservatore (con il compito di verbalizzare gli incontri) e si sono definiti il tempo (una riunione di tre ore una volta al mese) e lo spazio (nello studio della psicologa del Dipartimento Dipendenze all’interno del servizio) degli incontri.

La necessità di tenere un verbale derivava dal fatto che si era sviluppata nei ricercatori la convinzione che, così come avviene nelle istituzioni, mentre si sta lavorando sul contenuto della ricerca si innescano meccanismi e dinamiche all’interno del gruppo che in qualche modo riflettono l’oggetto di studio; il verbale sembrava costituire lo strumento o dispositivo che poteva permettere un controllo e lo studio di questi aspetti. A questo proposito citiamo R. Hess: “Il ricercatore istituzionalista [] fa parte del suo oggetto. Senza questa consapevolezza il produttore di conoscenza è soprattutto un produttore diatti mancati(Lourau R.,1994). Come analizzare il modo in cui il ricercatoreè preso nel suo oggetto? René Lourau segnala linteresse (e limportanza) di tenere un diario della ricerca [...].(Corso di analisi istituzionale, pag. 75).

Abbiamo ritenuto necessario dotarci di un inquadramento poiché ciò avrebbe facilitato l’analisi dei movimenti e delle dinamiche espresse dal gruppo medesimo, permettendoci di confrontarci con gli stimoli che conseguentemente ne derivavano.

L’evento sorprendente

Nel 2008/09 il Dipartimento Dipendenze Patologiche (ex Ser.T) dell’ASUR Zona 4 di Senigallia, avendo la possibilità di ricevere dei finanziamenti ministeriali con la finalità di strutturare un progetto di prevenzione, decide di coinvolgere alcune realtà istituzionali del territorio che aggregano i ragazzi della città di Senigallia:

- il Centro di Aggregazione giovanile “Bubamara”, co-gestito, promosso dal Comune di Senigallia e istituito nel 2003 con finanziamenti provenienti dal Fondo nazionale lotta alla droga. Il Dipartimento Dipendenze è risultato coinvolto nel progetto poiché i finanziamenti venivano erogati per un 30 % sulla base dellutenza tossicodipendente in carico ai Ser.T ricadenti in ciascuna provincia (dall’Atto di definizione dei criteri e delle modalità gestionali della quota del fondo assegnata alla regioneesercizio finanziario 2000).

- il Centro sociale autogestito “Mezzacanaja”.

Nel corso di due incontri separati, uno con i ragazzi frequentatori del centro di aggregazione e uno con quelli del centro sociale autogestito, gli operatori del Dipartimento Dipendenze prospettano loro la possibilità di collaborare, avendo appunto dei fondi disponibili, per organizzare un progetto di prevenzione: non c’è niente di prestabilito ed il tutto è da strutturare.

La proposta avanzata dal Dipartimento Dipendenze riceve una risposta negativa dal “Bubamara”, emanazione di istituzioni pubbliche sorto con l’obiettivo di fare prevenzione; la stessa proposta è, al contrario, accolta positivamente dal “Mezzacanaja”, centro sociale autogestito, che si pone invece come antagonista alle istituzioni formalmente riconosciute.

L’evento sorprendente è costituito dal fatto che i ragazzi del centro di aggregazione “rifiutano la proposta e non si riesce a strutturare una collaborazione: questa eventualità era considerata molto poco probabile, ed anzi si pensava che la collaborazione fosse quasi scontata, anche in ragione di alcune considerazioni:

  1. il centro di aggregazione è stato istituito con una collaborazione tra Comune di Senigallia e Dipartimento Dipendenze;

  2. il Dipartimento Dipendenze è un servizio organizzato secondo lo schema di riferimento della concezione operativa di gruppo;

  1. l’apertura del centro di aggregazione era stata anticipata da un percorso di formazione, appoggiato dal Dipartimento Dipendenze, accettato ed organizzato dal Comune di Senigallia con il coinvolgimento della Scuola “José Bleger”. In esso si era utilizzato il metodo della concezione operativa di gruppo con il compito di formare i possibili frequentatori del centro di aggregazione alla ‘co-gestione’;

  2. un operatore del centro di aggregazione era conosciuto dagli operatori del Dipartimento Dipendenze per precedenti collaborazioni e si era formato alla Scuola di prevenzione “José Bleger”. Tra l’altro, sua era stata l’idea di proporre il progetto di formazione sulla ‘co-gestione’ di cui sopra.

L’potesi della ricerca

Dopo aver valutato alcune ipotesi legate all’ambito istituzionale, la ricerca si è sviluppata attorno ad un’ipotesi che, sebbene abbia accompagnato il gruppo di ricerca fino alla fine del proprio percorso, non si è mai mancato di mettere in discussione allorquando sorgevano dubbi e perplessità sulla plausibilità dell’ipotesi medesima.

L’ipotesi sulla quale si è imperniato il lavoro di ricerca è: se manca un inquadramento, una cornice a livello inter-istituzionale, le istituzioni coinvolte si muovono in maniera frammentata, non coesa, contribuendo a determinare un’organizzazione inadeguata nell’istituzione che deve nascere. O, più sinteticamente: se manca l’inquadramento non è possibile una collaborazione tra le istituzioni e non si riesce a strutturare un’ECRO comune.

Il processo della ricerca

Per verificare l’ipotesi, il gruppo di ricerca ha ritenuto di esplorare due direttrici:

- la prima incentrata sulla lettura della documentazione disponibile attinente alla costituzione del centro di aggregazione;

- la seconda basata su alcune interviste a persone che, a titolo diverso, erano state direttamente coinvolte nella vicenda (il funzionario del Comune, la responsabile del Dipartimento Dipendenze, l’operatore del centro di aggregazione e due frequentatori ‘della prima ora’ del medesimo centro).

Se fossimo stati in una detective story potremmo dire che prima abbiamo cercato le impronte e poi interrogato i testimoni. 

La documentazione: atti mancanti, atto mancato?

La ricerca della documentazione relativa al progetto di istituzione del “Bubamara” ci ha messi subito di fronte ad un’evidenza: all’interno del Dipartimento Dipendenze non si è riusciti a trovare alcun documento inerente al progetto o che possa testimoniare di ciò che si era concordato con il Comune. Anche i ricordi sullo svolgimento dei fatti da parte degli operatori dello stesso servizio risultavano piuttosto confusi, testimoniando dunque della poca chiarezza presente in seno all’organizzazione nell’affrontare il progetto.

Il funzionario del Comune, che ha promosso e redatto il progetto seguendone tutto il percorso di costituzione, aveva tutta la documentazione e pareva ricordare con precisione il susseguirsi degli eventi.

Leggendo i documenti reperiti si evidenzia un accenno ad un presunto ‘coordinamento’ che dovrebbe avvenire tra gli enti coinvolti ma senza definire niente di più (incontri, compiti, ruoli…). Sembra emergere, tra l’altro, una certa marginalità del Dipartimento Dipendenze nell’organizzazione del centro di aggregazione. 

Le interviste

L’idea della mancanza dell’inquadramento tra le istituzioni coinvolte come ipotesi per cercare di spiegare l’assenza di continuità e di legame tra Comune e Dipartimento Dipendenze appare confermata dalle informazioni raccolte per mezzo delle interviste.

Il funzionario del Comune coinvolto nel progetto del “Bubamara” riferisce che non si è mai discussa una divisione dei compiti tra le varie istituzioni coinvolte nel progetto poiché il centro di aggregazione era fondamentalmente legato al Comune.

L’idea che il Bubamara fosse legato esclusivamente al Comune non è condivisa dagli operatori del Dipartimento Dipendenze; questi ultimi, peraltro, ritengono di non essere stati dovutamente considerati per ciò che attiene gli aspetti organizzativi del centro di aggregazione, anche in relazione all’importante ruolo del Dipartimento Dipendenze per l’acquisizione del finanziamenti specifici. Sembra palesarsi l’assenza di uno spazio all’interno del quale elaborare eventuali conflitti e ricercare una sintesi progettuale.

Le stesse impressioni appaiono confermate dalle successive interviste ad altre figure coinvolte nel processo istituente.

L’operatore del “Bubamara”, che avrebbe dovuto costituire il trait dunion tra Dipartimento Dipendenze e centro di aggregazione, parla di una generale assenza del Dipartimento Dipendenze nella gestione del centro dopo la sua istituzione. Per quanto riguarda la mancata accettazione della proposta di costruire insieme un progetto di prevenzione, l’intervistato riferisce che non cera interesse allargomento da parte dei frequentatori. L’operatore evidenzia anche la distanza che si è creata nel tempo tra lui, allora dipendente del Comune con contratto di collaborazione, ed il Dipartimento Dipendenze con il quale aveva avuto modo di collaborare in passato.

I due frequentatori del centro di aggregazione intervistati fanno fatica a ricordare l’incontro con gli operatori del Dipartimento Dipendenze.

L’assenza del ricordo espressa dai ragazzi frequentatori e la distanza percepita dall’operatore del centro di aggregazione potrebbero rappresentare gli emergenti della mancanza di un ECRO comune tra “Bubamara” e Dipartimento Dipendenze, in quanto l’ECRO si costruisce sulla base di riconoscimenti e vincoli reciproci.

Inoltre, all’inizio, sembrava ci fosse stata una co-progettazione pressoché ‘alla pari’ tra Comune di Senigallia e Dipartimento Dipendenze (tale è la posizione espressa dagli operatori del servizio); di fatto nel tempo l’influenza del servizio per le tossicodipendenze, sia nella progettazione e sia nell’organizzazione istitutiva del centro, appare più marginale rispetto a quella del Comune.

Sia il funzionario del Comune e sia gli operatori del Dipartimento Dipendenze hanno evidenziato conflitti e problematicità, presenti già da prima dell’inizio del progetto, nel rapporto tra le due istituzioni.

Il corso di formazione alla co-gestione

L’unico punto di incontro tra i due enti sembra essere stato il corso di formazione sul modello organizzativo della ‘co-gestione’ organizzato subito prima dell’apertura del “Bubamara”.

Gli operatori del Dipartimento Dipendenze tenevano molto a che il corso di formazione del centro di aggregazione si dovesse organizzare con la metodologia della concezione operativa di gruppo, in quanto a tale metodo si riferisce l’intero servizio per gli aspetti formativi, gestionali e clinici.

Il corso di formazione sembrerebbe essere stato strumentalizzato sia dal Dipartimento Dipendenze sia dal Comune, divenendo il deposito di conflitti non elaborati tra le due istituzioni. Ciascuna istituzione, partendo dalle proprie implicazioni, poteva vedere in questo dispositivo l’opportunità per raggiungere i propri fini. Da un lato il Dipartimento riteneva di importare sul territorio il proprio ECRO, legato alla concezione operativa di gruppo; dall’altro, il Comune, accogliendo la proposta del dispositivo, ricompensava il Dipartimento dell’appoggio avuto per ottenere i finanziamenti ministeriali, consapevole del fatto che la gestione (o co-gestione) del centro di aggregazione sarebbe rimasta pienamente di sua competenza.

Il corso di formazione sembrerebbe essere diventato, paradossalmente, il luogo deputato alla non elaborazione di conflitti che, da diversi anni, tenevano a distanza le due istituzioni. È diventato il “depositario” di ciò che era rimosso dai due “depositanti” (Dipartimento Dipendenze e Comune) mentre le ansie, i conflitti inter-istituzionali sono stati “depositati” nel corso. Il corso di formazione parrebbe, quindi, aver perpetuato il non incontro tra le due istituzioni coinvolte.

Un incontro sfiorato, che non si concretizza, che non pare creare vincoli.

Verifica della ipotesi e riflessioni Tra implicazioni, ECRO ed ideologie si affaccia una nuova ipotesi

In seguito ad un periodo di impasse piuttosto lungo, durante il quale non si è redatto il verbale, il gruppo ha ritenuto di poter fare a meno della funzione di coordinazione. Questa funzione era stata ricoperta dalla la psicologa che, al tempo stesso, era: portavoce della proposta di collaborazione al centro di aggregazione; integrante e coordinatrice del gruppo di ricerca che si incontrava nel suo studio.

È stato in seguito a questo riassetto gruppale che pare sia stato possibile esprimere emozioni (stanchezza, frustrazione, rabbia..) collegabili alla situazione di stallo nella quale ci si trovava e che presumibilmente già da tempo circolavano tra i membri, anche se in maniera latente. Questo outing pare aver prodotto una mutazione nelle modalità di rapporto con l’oggetto della ricerca che il gruppo aveva avuto sino ad allora e, probabilmente, l’aver ripreso a fare il verbale degli incontri può essere considerato un segno indicativo del fatto che qualcosa fosse accaduto.

È divenuto possibile mettere se stessi in discussione e aprirsi ad una domanda che ha sorpreso lo stesso gruppo per la sua banalità: per quale motivo gli operatori del Dipartimento Dipendenze si aspettavano che la loro proposta dovesse essere accolta? Per quale motivo il ‘no’ espresso dai frequentatori del “Bubamara” aveva creato così tanta sorpresa nel Dipartimento Dipendenze?

Nel corso del lavoro di gruppo è scaturita, quindi, una nuova domanda che sembra mettere in discussione l’ipotesi iniziale: perché la presenza di un inquadramento nella fase istitutiva del “Bubamara” (2003) doveva comportare la sicura adesione dei frequentatori del centro alla proposta fatta dal Dipartimento Dipendenze nel 2008? E inoltre perché si pensa che da un ECRO comune debba necessariamente conseguire una risposta positiva rispetto alla proposta di collaborazione? E ancora: era viziata da dogmatismo l’ipotesi iniziale per cui si ha collaborazione solo se c’è un inquadramento?

Sembra quasi che ci si riferisca ad un mito per cui l’appartenenza ad un’istituzione, o comunque la condivisione del proprio percorso di vita (formazione, amicalità, ideologia), possa autorizzare a pensare che ci debba essere, nell’altro, una disponibilità a progettare insieme, a dire ‘si’. Pare piuttosto una situazione di fusività ed indiscriminazione.

Si riflette sulle difficoltà incontrate dal gruppo e dalle istituzioni coinvolte a mettere in discussione i propri schemi di riferimento. Si pensa al pericolo insito nell’utilizzo di determinati concetti quali l’ECRO, preso come riferimento per spiegare il proprio agire, ma troppo spesso assunto, anche inconsapevolmente, in maniera ideologica, dogmatica, come nascondimento per non mettersi in discussione nel confronto/scontro con l’altro.

Il lavoro di ricerca mette in luce due elementi strutturali e concettuali di criticità: l’implicazione e l’ECRO.

L’implicazione

Attraverso l’analisi della documentazione e l’elaborazione delle interviste effettuate ai vari soggetti istituzionali, ci si è resi conto, sempre in modo più marcato, che si profilava un problema di implicazione. Mancava la distanza ottimale per potere leggere i fenomeni e gli accadimenti oggetto di studio a causa dei coinvolgimenti pregressi o attuali dei ricercatori, in quanto soggetti fortemente implicati, seppure a vario titolo e con modalità diverse, nel processo oggetto di studio.

Il gruppo di lavoro ha cominciato a chiedersi se l’intero processo di ricerca potesse essere inquinato dalle implicazioni esistenti. Il singolo accadimento o intervista veniva interpretato, infatti, in base al vincolo che il ricercatore aveva, o aveva avuto in passato, con le istituzioni oggetto di studio.

Si è delineata in modo chiaro la difficoltà e la complessità insita nel concetto di implicazione: risorsa o elemento di intrusività disturbante, addirittura bloccante?

Sappiamo che ci si può riferire all’implicazione nella sua accezione negativa allorché evoca riferimenti di invischiamento e irretimento ma, d’altro canto, per la concezione operativa, l’implicazione ha anche un’accezione ed un valore positivo. Nella concezione operativa di gruppo il concetto di implicazione rimanda all’esserci, allo stare dentro, accettando il fatto di appartenere all’istituzione. Se si parte dal presupposto che l’istituzione è dentro di noi siamo dunque consapevoli dell’impossibilità di raggiungere una posizione di assoluta neutralità. Se noi siamo la rete dei nostri vincoli l’implicazione potrebbe assumere un ruolo conoscitivo e di intelligibilità nella consapevolezza, tuttavia, che tutto ciò che ci determina non è conoscibile.

Prendere consapevolezza della potenza delle implicazioni nel determinare pensieri, rappresentazioni e agiti all’interno del laboratorio di ricerca, ci ha portato a riflettere sull’importanza dell’analisi delle implicazioni come elemento imprescindibile allorché le istituzioni promuovono una progettualità comune.

Per esemplificare ciò che si intende con il termine ‘implicazione’ è significativo riprendere un’affermazione di uno degli attori coinvolti nel progetto: il fatto di essere una dipendente del Dipartimento Dipendenze e che avevo depositato dentro di me lappartenenza mi faceva dire che era impossibile collaborare con il comune. Da una parte, in ciò che si era dichiarato, ci si proponeva di collaborare con il Comune e dall’altra, nel latente, si riteneva trattarsi di una collaborazione impossibile. Quando parliamo di ‘implicazione’ parliamo di questa complessità.

Ma allora come può essere possibile gestire e controllare tutto l’insieme di investimenti libidici, anche inconsci, che si strutturano tra le istituzioni coinvolte in un progetto comune? Che cosa mette in gioco un progetto inter-istituzionale a questo livello? E ancora: chi e come ci si può fare carico del vincolo esistente tra le istituzioni, ossia del vincolo inter-istituzionale?

Queste domande ci rimandano, in termini psicodinamici, ai concetti di transfert e controtransfert istituzionale.

Come possiamo leggere i concetti di transfert e controtransfert all’interno del rapporto fra le istituzioni coinvolte e che tipo di struttura relazionale si origina in tale dinamica inter-transferale?

Come può essere gestita questa dinamica tra i vari soggetti implicati e che tipo di conseguenze ne derivano nel lavoro inter-istituzionale finalizzato alla elaborazione e realizzazione di progetti? Può una mancata attenzione ed elaborazione alla dimensione controtransferale costituire una condizione di impedimento e di ostacolo?

Se così fosse se ne potrebbe dedurre, a maggior ragione, che diventa fondamentale strutturare un dispositivo finalizzato anche alla gestione ed all’elaborazione di queste dimensioni.

Potremmo pensare che la disattenzione o il poco interesse posto alla dimensione controtransferale inneschi meccanismi non gestibili o addirittura inconsapevoli, latenti, i quali costituiscono elementi di distruttività e di sabotaggio rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni razionali esplicite.

Il dispositivo che, in termini operativi, potrebbe costituire l’argine e lo strumento di elaborazione di tali dinamiche è l’inquadramento con la definizione dei diversi elementi che lo strutturano: ruolo, compito, tempo e spazio.

Allora se dovessimo rifarci allo schema di ricerca proprio del metodo abduttivo di Peirce, la regola che definirebbe l’ipotesi di lavoro potrebbe essere così formulata: “Linquadramento istituzionale permette di gestire le istanze transferali e controtransferali inter-istituzionali.

Osvaldo Saidon scrive: No podremos investigar el quehacer institucional si no es en sus relaciones con otras instituciones: dunque è nel rapporto e nel confronto di una istituzione con un’altra che possiamo indagare il lavoro, il compito istituzionale. È nel confronto all’interno del rapporto tra le diverse istituzioni che ci si può interrogare sui movimenti delle singole organizzazioni.

ECRO ed ideologie istituzionali

La questione dell’implicazione richiama il concetto di ECRO, della sua funzione e della sua declinazione operativa.

Nelle aspettative del Dipartimento Dipendenze il centro di aggregazione avrebbe dovuto avere il suo stesso ECRO. Gli operatori del Dipartimento Dipendenze avevano più volte sottolineato, in fase istituente del “Bubamara”, l’importanza che esso aderisse allo schema di riferimento della concezione operativa. A suffragio di ciò aveva accolto il corso di formazione iniziale rivolto ai futuri frequentatori e confidava anche nella presenza di un operatore della struttura formato allo stesso modello. Ma le aspettative degli operatori del Dipartimento Dipendenze sono state deluse in relazione all’evento da noi definito sorprendente, in quanto il rifiuto è stato interpretato come assenza di un comune schema di riferimento: se si ha la stesso ECRO come può avvenire il rifiuto rispetto ad una proposta di elaborazione comune di un progetto di prevenzione? Ciò significa che non è presente la stessa ECRO?

Quando Pichon-Rivière parla di epistemologia convergente intende indicare la possibilità di una conoscenza dell’oggetto facendo riferimento all’incontro di punti di vista differenti. Nell’acronimo ECRO il primo termine, ésquema, ovvero schema, deriva dal latino e significa forma. In latino il vocabolo forma, di origine incerta, indicava lo stampo della cera, di metalli vari e soprattutto del formaggio, in latino formaticus, da cui deriva appunto il termine forma.

Il concetto di forma è, dunque, da pensarsi come un contenitore vuoto, cui si contrappone ciò che deve essere contenuto, la materia. È il contenuto che da sostanza alla forma. Il contenuto è il riferimento, ciò di cui concretamente ci si occupa.

È, allora, con l’operatività, con l’esperienza che quel contenitore vuoto, l’ésquema, la forma, si riempie e si attiva. Operativo è l’ultimo riferimento della parola ECRO e sta ad indicare la necessità di operare nella realtà per poter produrre un cambiamento ed adattarvisi in maniera attiva. Nel modello della concezione operativa di gruppo il criterio di operatività è come se sostituisse quello di verità: non si dà una verità coincidente con se stessa, assoluta ed immodificabile, una verità che si possiede e che risulterebbe allora dogmatica.

La verità la si costruisce, continuamente, nel vincolo con il compito.

Dunque quando si parla di ECRO si fa riferimento ad una tensione vincolare costante che, almeno dal punto di vista concettuale, dovrebbe impedire l’arroccamento dello schema di riferimento in certezze precostituite e far sì che esso sia sempre in movimento, in costruzione permanente, continuamente arricchito dagli apporti dei diversi punti di vista potenzialmente in gioco. In altre parole, l’ECRO è indissolubilmente collegato ad un processo dialettico di scambio continuo e di reciproca influenza tra la forma ed il contenuto, tra la teoria e l’esperienza, tra il soggetto ed il compito. Un processo che, attraverso l’alternanza di momenti di critica ed autocritica, permette la ratificazione o la rettificazione delle ipotesi prodotte mediante il confronto con la realtà, mirando a raggiungere un grado sempre maggiore di obiettività.

Il concetto di ECRO è molto articolato e di difficile definizione e per riflettere sulla sua complessità torna utile rifarsi ad un’affermazione presente nel lungo e complesso articolo di J. C. De Brasi: [] penso che non si dovrebbe avere unECRO. Ogni domanda che tenta di dare conto delle sue proprietà la cristallizza. Operare in uno dei suoi possibili percorsi, provare la sua validità, etc, è differente, in quanto questo parla del compito incrostato nel piacere del pensare, e di esercitarlo per trasformare e trasformarci effettivamente (1992, pag 74).

È altresì difficile definire l’ECRO soggettivo (o istituzionale) perché come si tenta di definirlo si va incontro alla sua cristallizzazione, ossia alla sua istituzionalizzazione. Una volta che si istituzionalizza, e dunque perdendo il suo carattere dialettico, inevitabilmente lo schema di riferimento diventa dogma, un principio considerato assoluto e indiscutibile. L’identificazione con l’ECRO, ovvero con il dogma, a questo punto significa identificazione con la verità. E se lo schema di riferimento si fa dogma, il confronto con l’altro diviene impossibile poiché si considera lecito, pregiudizialmente, ciò che viene ritenuto appartenere al proprio ECRO, la verità, e non ci si lascia scalfire da ciò che viene visto come estraneo, come diverso ed irriducibile a sé. L’ECRO diviene totalitaristico. L’identificazione idealistica con il proprio ECRO rappresenta la perdita di contatto con la realtà dell’altro, come soggetto implicato nella relazione.

È la vita quotidiana, l’esperienza che determina lo schema di riferimento, e dunque l’ideologia, che guida le modalità di relazione del soggetto con il mondo esterno. È possibile riprendere Bauleo che dice: LECRO rappresenta lideologia che permette di agire e di analizzare in un determinato campo. Pertanto tale schema si può dedurre direttamente dai differenti tipi di comportamento in gioco nel gruppo []. Un gruppo affronta il compito con gli strumenti in suo possesso, cioè con una serie di comportamenti abituali (pag. 37). Ciascun soggetto è implicato con il proprio ECRO, che non ha solamente una matrice teorica ma è definito anche, e forse in misura maggiore, dall’esperienza vissuta e dalle conseguenze cognitive ed affettive che ne derivano in termini di costruzione di significati.

Il dispositivo dell’inquadramento

La risposta inaspettata che il Dipartimento Dipendenze faceva fatica ad accettare rimanda all’incapacità di accogliere il rifiuto, il limite, il ‘no’ dei frequentatori del ‘Bubamara’. Ma anche il ‘no’ è segno di relazione poiché si assume, dal luogo del ‘no’, una posizione chiara e responsabile, posizione che può costituire un nuovo punto di partenza dal quale poter proseguire nella edificazione delle basi di un nuovo confronto

.

Nella definizione del vincolo con l’altro, convocati dal compito di avviare un centro di aggregazione giovanile, sembrano emergere elementi di ambiguità tra il Dipartimento Dipendenze ed il Comune. Nessuna delle due parti ha detto ‘sì’ e nessuna delle due parti ha detto ‘no’, ma si è andati avanti nel progetto di collaborazione per la strutturazione del centro ciascuna al riparo dietro la propria ideologia e agiti dalle proprie implicazioni.

A questo proposito Bleger scrive: Dobbiamo far che lideologia diventi uno strumento in mano alluomo e non che questultimo si trasformi in uno strumento dellideologia. [] Nel gruppo operativo cerchiamo costantemente di ottenere che ognuno utilizzi il proprio o i propri schemi di riferimento, così come le proprie ideologie. Il resto va da sé.(pag. 174).

Nel caso specifico il Dipartimento Dipendenze ed il Comune, al contrario, sembrano aver decisamente evitato un confronto che mettesse in gioco le rispettive dichiarate ideologie. Un confronto che sarebbe stato, con tutta probabilità, proprio in ragione delle differenti ECRO, assolutamente conflittuale e faticoso da sviluppare. Ambedue manifestano, riprendendo il concetto blegeriano, un basso ‘grado di dinamica, non chiarendo le ambiguità presenti in rapporto al compito, né rendendo espliciti ed affrontabili i conflitti.

Per evitare situazioni di ambiguità tra le istituzioni è necessario predisporre il dispositivo dell’inquadramento inter-istituzionale con un compito specifico. L’inquadramento a questo livello permetterebbe di definire in maniera chiara i ruoli di ciascuno nel progetto che si vuole attuare, le differenti responsabilità, i passi da compiere per raggiungere gli obiettivi, ecc., consentendo una maggior consapevolezza delle ansie e delle tensioni che sempre emergono quando si compie un lavoro in comune. Solo in questo modo si può cercare di evitare il malinteso che ha determinato tutta una serie di incomprensioni e di sorprese nel Dipartimento Dipendenze.

Trasversalità di una riflessione

Felix Guattarì propone la differenziazione tra gruppo in , ossia un gruppo che esegue quasi meccanicamente ciò che gli si dice di fare, e gruppo per , ovvero un gruppo che mentre agisce prova a riflettere su di sé, sui meccanismi che operano al proprio interno, sulla sua organizzazione e sulle relazioni che prendono forma.

Il gruppo di ricerca ha continuamente provato a riflettere, mentre lavorava sul compito, su ciò che stava accadendo al proprio interno anche in rapporto al contesto istituzionale nel quale è inserito: è ciò che inizialmente abbiamo definito ‘metaricerca’.

Va ricordato che la ricerca è nata all’interno di un contesto specifico: il Centro Studi e Ricerche “José Bleger”. Questa istituzione sta attraversando una fase istituente per riorganizzare il corso formativo biennale già attivo da circa venti anni e per poter essere riconosciuta come scuola di specializzazione in psicoterapia dal MIUR. È all’interno di questa riorganizzazione che il Centro Studi e Ricerche ha pensato di doversi dotare di gruppi di ricercatori per continuare a riflettere sui concetti cardine della Concezione operativa di gruppo. Il gruppo di ricerca sull’ambito istituzionale è solamente uno dei gruppi esistenti all’interno dell’istituzione, essendovi anche il gruppo dei docenti, i diversi gruppi di ricerca dedicati agli altri ambiti di intervento e i gruppi di allievi.

Giunti al termine della ricerca che aveva come oggetto le modalità di relazione fra istituzioni con il compito di creare una istituzione “figlia”, emerge una riflessione di grande interesse; una riflessione che, in verità, ha accompagnato il lavoro del gruppo sin dall’inizio.

Lo specifico della ricerca ha permesso di riflettere sul rapporto esistente tra il neo-istituito gruppo di ricerca, che ha provato ad istituirsi dandosi un inquadramento (cfr. Psicoanalisi dellinquadramento psicoanalitico” di Bleger), e l’istituzione che lo contiene, ossia il Centro Studi e Ricerche “José Bleger”.

Abbiamo visto lo stupore e lo scontento del Dipartimento Dipendenze ma solo dopo un lavoro di riflessione durato tre anni il gruppo di ricerca è potuto arrivare a concepire la legittimità di quel rifiuto. Quel ‘no’ sanciva la differenziazione, perlomeno, tra una delle due istituzioni genitoriali, il Dipartimento Dipendenze, e l’istituzione figlia, il “Bubamara”: il rifiuto, forse vissuto da parte dei frequentatori del Centro di aggregazione come movimento vitale di potenziale individuazione, è stato recepito dall’istituzione del servizio sanitario pubblico con ansia e paranoia, sentendo messa in discussione la propria funzione.

Il rapporto tra istituzione genitoriale ed istituzione figlia sembra riproporsi all’interno del Centro Studi e ricerche “Josè Bleger”. Crediamo si possa affermare che il gruppo di ricerca, dovendo svolgere un determinato compito, si sia istituito e, in diverse fasi del proprio percorso, pareva costituire un riferimento stabile rispetto all’instabilità percepita nell’istituzione di appartenenza in fase istituente. È pure da rimarcare che il gruppo di ricerca dell’ambito istituzionale si è sentito più volte messo in discussione ed attaccato dagli altri gruppi presenti all’interno dell’istituzione genitoriale proprio per il fatto di essersi dotato di un inquadramento ed aver provato ad istituirsi per portare avanti il proprio compito. È corretto riportare anche che, a fianco di questa corrente più critica, se ne è avvertita un’altra, contraria, tesa a sostenere la direzione del lavoro che il gruppo di ricerca aveva scelto.

L’idea è che l’istituzione del gruppo di ricerca abbia contribuito a creare uno spostamento di equilibri, già precari in virtù della fase istituente cui si accennava più sopra, nel Centro Studi e Ricerche. Horacio Foladori, parlando della “teoria de la fisura” (teoria della fessura) scrive: Diría que es lo instituido que instituye la fisura, aunque paradójicamente se resiste a reconocer su existencia en tanto la naturaleza de la misma proviene de lo instituyente (Foladori, 2008, pag. 37)

Come se l’istituirsi fosse in stretto contatto con il differenziarsi. Ci si istituisce e, conseguentemente, ci si distacca. Se l’istituzione, permettendo il deposito delle parti psicotiche della propria personalità in un “tempo/spazio comune” è rassicurante, il vincolo che si crea con gli altri partecipanti alla nuova istituzione pare permettere, o perlomeno facilitare, anche l’assunzione di responsabilità. L’unione e la condivisione permesse dallo stringersi dei vincoli sembrano consentire la facilitazione dell’espressione delle proprie istanze e, dunque, l’assunzione di una propria originale posizione. A questo proposito riprendiamo ancora Foladori che sostiene: Recuperar la palabra es romper la represión psíquica, superar la apatía, ponerse en movimiento, porque hablar es moverse (2008, pag. 88). Ma un movimento rispetto a chi o che cosa? Ci si muove avendo come riferimento l’istituzione all’interno della quale si trova uno spazio di senso. In termini operativi il gruppo istituito permette la creazione di un nuovo schema di riferimento, un nuovo ECRO potenzialmente non riducibile a quello dell’istituzione di appartenenza.

Al di là dei concetti teorici cui ciascuna istituzione suole riferirsi le domande che riteniamo siano emerse da questo lavoro sono: come si pone l’istituzione di appartenenza, o genitoriale, rispetto alla nascita di una nuova realtà con proprie idee, proprie esperienze e propri valori, in definitiva con una propria storia non riducibile a quella dell’istituzione di origine? E ancora: che ansie scatena nell’istituzione iniziale e come si attrezza per affrontarle?

Note

Con la definizione di ‘centro di aggregazione co-gestito’ si intende una gestione dello spazio di incontro organizzata in collaborazione tra i frequentatori dello spazio aggregativo e l’ente, pubblico o privato, che ne finanzia la sussistenza.

Con la formula di ‘centro sociale autogestito’ si intende, invece, uno “spazio di aggregazione e di proposta di attività culturali e politiche, che viene gestito in maniera comunitaria e collettiva, permettendo a chi partecipa alle iniziative di esserne al tempo stesso promotore ed organizzatore (definizione tratta da wikipedia), dove è cardine il concetto di autonomia decisionale, cioè il rifiuto di qualsiasi intervento di una volontà esterna nella definizione del processo decisionale (N. Bobbio e altri “Dizionario di politica”).

Ci ha fornito la seguente documentazione: il Progetto per l’accesso alla quota regionale del Fondo Nazionale Lotta alla Droga anno 2000; l’Atto di definizione dei criteri e delle modalita’ gestionali della quota del fondo assegnata alla regione; il Protocollo d’intenti tra il Comune di Senigallia (Servizio servizi educativi, culturali, sociali, sportivi e manifestazioni), Azienda ASUR n° 4 – Servizio Tossicodipendenze e l’Osservatorio di area sulla dispersione scolastica; i Criteri funzionamento centro di aggregazione giovanile.

Ci si riferisce alla Teoria del deposito di Pichon-Rivière per la quale all’interno dei gruppi, di fronte a situazioni di difficoltà e crisi, avviene un movimento di questo tipo: un soggetto, il depositante, proietta materiale non accettabile, il deposito (costituito da ansie, problemi, tensioni, ecc..), su un altro soggetto, il depositario, che funge quindi da capro espiatorio.

Come a confermare questo assunto, ovvero l’opportunità di non considerare il ‘no’ come cesura nella costruzione di una relazione bensì come possibile base di partenza per una relazione, e dunque una progettazione congiunta futura, è interessante mettere in evidenza come nel 2012, 4 anni dopo la proposta di collaborazione fatta dagli operatori del DDP e rifiutata dai frequentatori del CAG “Bubamara”, un esponente del centro di aggregazione abbia contattato il DDP per chiedere la possibilità di organizzare presso il centro un percorso di prevenzione alle sostanze stupefacenti.

Il problema, a questo punto, riguarda il rapporto con l’altra istituzione genitoriale, il Comune: si è avuta l’opportunità di differenziarsi rispetto ad essa oppure da quella si continua a dipendere? Il Centro di aggregazione “Bubamara” riesce a vedersi come differenziato rispetto al Comune che lo finanzia e che decide, in ultima istanza, le attività che si possono proporre o che sono da rifiutare?

Direi che è listituito che istituisce la fessura, anche se paradossalmente si rifiuta di riconoscere la sua esistenza in quanto la natura di esso proviene dallistituente

Recuperare la parola è rompere la repressione psichica, superare la apatia, porsi in movimento, perché parlare è muoversi.

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L’Istituzione implicata. Istituzione, implicazione e ideologia.

Mer, 17/04/2013 - 09:41
Daniela Barazzoni, Yuri Gidoni , Anna Maria Marinelli, Lorenzo Sartini INTRODUZIONE

Il lavoro qui presentato è stato realizzato da uno dei gruppi di ricerca all’interno del Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” di Rimini; nasce dalla necessità di interrogarsi sui fattori che favoriscono o limitano le collaborazioni fra le istituzioni che, a vario titolo e con metodologie diverse, si attivano per promuovere e realizzare interventi di prevenzione in ambito socio-sanitario.

Se prendiamo le mosse dalla “Teoria degli ambiti” di Bleger tale studio si colloca nell’ambito istituzionale, seppure nel corso del processo di ricerca più volte ci siamo chiesti se la sua collocazione fosse corretta o se dovessimo rivalutarla per inserirla nell’ambito comunitario.

L’applicazione della metodologia della concezione operativa ha accompagnato costantemente il nostro lavoro, in una continua tensione dialettica tra il fare ed il pensare; ha attraversato in modo trasversale il compito, il setting, i ruoli ed il nostro gruppo interno ed esterno. La complessità di un oggetto di studio fortemente collegato alle tematiche della ideologia e dell’implicazione rispetto ai ruoli ci ha portato a creare un dispositivo che permettesse una sorta di dissociazione strumentale per leggere, comprendere come queste tematiche agissero anche all’interno del gruppo di ricerca. Lavorare intorno alla questione dell’implicazione, soprattutto, è risultato particolarmente ostico: il problema si è posto fin dall’inizio, ma solamente alla fine del percorso è stato possibile recuperarlo in tutta la sua pregnanza e rielaborarlo.

Un ultimo breve cenno, poi, va dedicato alla scelta di scrivere insieme, alla ricerca di una scrittura collettiva come ennesima sintesi di produzione gruppale, come ricombinazione di elaborati individuali, tante volte rimaneggiati dall’altro da non riconoscere più quale fosse il pezzo di ciascuno. Una pratica difficile ed entusiasmante allo stesso tempo.

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“La sinistra freudiana: il fiume carsico che parte dall’Europa, scorre in Argentina e giunge in Italia”

Ven, 15/03/2013 - 11:00

Il corso si pone l’obiettivo di discutere il percorso che dal “Disagio della civiltà” di Sigmund Freud dipana la questione storica dell’ampliamento dell’intervento psicoanalitico dall’individuo alla società, con particolare riferimento alla funzione attributiva di ruoli e compiti fornita dalle istituzioni sociali. La verticalità del potere, il simbolismo coercitivo che attraversa gli ambiti dell’universo psicologico umano dalla sua condizione (impraticabile) di individuo a quella di depositario attivo e passivo delle norme comunitarie. La funzione degli stereotipi e dei pregiudizi ed i principi del gruppo operativo di E. Pichon-Riviere e Josè Bleger. La pratica clinica. La attualizzazione europea di Armando Bauleo e Leonardo Montecchi.

Esercizi di Sinistra Freudiana
Philolab 17 maggio 2011 Roma

1. Brevi citazioni dalla “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921) e da “Il disagio della Civiltà”, S. Freud (1929)

Psicologia delle masse e analisi dell’Io

“Nella vita psichica del singolo, l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”
“La psicologia delle masse considera quindi l’uomo singolo in quanto membro di una stirpe, di un popolo, di una casta, di un ceto sociale, di una istituzione, o in quanto elemento di un raggruppamento umano che a un certo momento e in vista di un determinato fine si è organizzato come massa”  imponendo l’esigenza di identificare una forza specifica, la pulsione sociale, il cui costituirsi può venire individuato nell’ambito più ristretto della formazione familiare.

“Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon (1895): “La massa psicologia è una creatura provvisoria, i cui membri si legano fra loro necessariamente per mezzo di una qualche forma di vincolo, che sarebbe ascrivibile ad aspetti inconsci della personalità. “Nella massa l’individuo si trova posto in condizioni che gli consentono di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri moti pulsionali inconsci (…) in tali circostanze la coscienza morale o il senso di responsabilità vengono meno, e sappiamo che la coscienza morale è il risultato della angoscia sociale legata alla repressione degli istinti necessaria alla convivenza sociale.”La massa è impulsiva, mutevole e irritabile, è governata per intero dall’inconscio (…) si sente onnipotente, per l’individuo appartenente alla massa svanisce il concetto di impossibile (…) è influenzabile, pensa per immagini, i sentimenti sono semplici ed esagerati (…) chi desidera agire su di essa, non bisogno di coerenza logica fra i propri argomenti (…) vuole essere dominata e oppressa e temere il proprio padrone. Fondamentalmente conservatrice in senso assoluto (…) per influsso della suggestione le masse sono però anche capaci di realizzazioni più alte, l’abnegazione, il disinteresse, la dedizione ad un ideale (…) si può parlare di una moralizzazione del singolo attraverso la massa (…) Le masse non hanno mai conosciuto la sete della verità, hanno bisogno di illusioni e a queste non possono rinunciare”. Si evidenzia un predominio della vita fantastica, dell’appagamento sostitutivo ed illusorio di desideri inconsci, della realtà psichica su quella materiale, tipicamente nevrotico.

“La psiche collettiva” di W. Mc Dougall (1920)
“Anche l’anima delle masse è capace di creazioni spirituali geniali (lingua, canto popolare, folklore, la rivoluzione russa e cubana, ecc..) sono state classificate masse formazioni assai diverse che occorre distinguere, le masse di Le Bon fanno riferimento a gruppi di breve durata, eterogenee e frettolose, transitorie (…) le affermazioni contrarie scaturiscono dalla considerazione di quelle masse o associazioni stabili entro cui gli uomini trascorrono la loro vita e che si incarnano nelle istituzioni della società. Gli elementi più interessanti di questa analisi si riferiscono agli aspetti costitutivi della masso altamente organizzate, dove si comincia ad individuare, grazie a Mc Dougall, la conformazione distintiva di ciò che chiameremo gruppo operativo, fondato sul compito e sulla suddivisione dei ruoli, e su aspetti di proiezione emozionale di carattere ambivalente

“Libido è un termine desunto dalla teoria dell’affettività, chiamiamo così l’energia delle pulsioni attinenti a tutto ciò che può venir compendiato come amore (sessuale, filiale, amicale, per l’umanità per idee astratte e oggetti concreti). Tramite la parola amore nelle sue molteplici accezioni, la lingua ha creato una sintesi perfettamente legittima seppur questo utilizzo abbia provocato numerose reazioni ed accuse di pansessualismo alla psicoanalisi alle quali Freud risponde: “Non posso scorgere alcun merito nel fatto di vergognarsi della sessualità”ma, in relazione alle questioni dibattute si considererà l’ipotesi che le relazioni d’amore (i legami del sentimento) costituiscono l’essenza della psiche collettiva. Due ipotesi: la massa viene tenuta insieme da qualche potenza, l’Eros; Se  nella massa il singolo rinuncia al proprio modo di essere personale e si lascia suggestionare dagli altri, sembra farlo perchè in lui c’è un bisogno di concordare con gli altri anziché contrapporsi. Ci si lascia suggestionare per amore (nel senso sopra descritto, libidico/energetico) degli altri.

Due masse artificiali: “la chiesa e l’esercito: altamente durevoli ed organizzate, per salvaguardarle dalla dissoluzione e per impedire modificazioni della loro struttura viene impiegata una certa coercizione esterna. Di regola non veniamo consultati circa la nostra volontà di entrare a far parte di una massa siffatta ne la cosa resta affidata alla nostra decisione§; il tentativo di uscirne viene solitamente perseguito o severamente punito o risulta vincolato a condizioni ben determinate (…) nella chiesa come nell’esercito vige la medesima illusione, in base a cui esiste un capo supremo che ama di amore uguale tutti i singoli componenti della massa. Vige una subordinazione al capo motivata da un investimento libidico, in entrambe queste masse artificiali ogni singolo è legato da un lato al capo (Cristo, il comandante supremo) e dall’altro agli altri individui componenti la massa per cui ci sembra di essere sulla strada giusta, ossia sulla strada che può condurci a una spiegazione del fenomeno fondamentale della psicologia collettiva: l’assenza di libertà del singolo all’interno della massa
Freud aggiunge anche che sostanzialmente ogni religione è una siffatta religione dell’amore per tutti coloro che essa abbraccia nel suo ambito (per l’esercito, per le tifoserie, per i partiti politici?)  e ogni religione è per sua natura crudele e intollerante nei confronti di coloro che non ne fanno parte.
Sorge qui spontaneo il riferimento ai concetti di stereotipo, pregiudizio di Bleger e Montecchi e agli assunti di base di Bion.
Inoltre è interessante la chiosa di Freud al paragrafo: Se, come oggi sembra accadere per quanto riguarda  il sentimento socialista, al posto del legame religioso subentra un legame collettivo diverso, ne deriverà, nel confronto con gli esterni, la medesima intolleranza avutasi al tempo delle guerre di religione e, qualora i divari tra le concezioni scientifiche potessero acquistare per le masse un’importanza analoga, il medesimo risultato si ripeterebbe anche per la nuova motivazione”.

“Occorrerebbe partire dalla constatazione che, fin quando tali legami non vi siano stabiliti, una mera moltitudine (v. Revelli) di uomini non è ancora una massa, e ammettere al tempo stesso che in una qualsivoglia moltitudine umana si manifesta con grande facilità la tendenza al formarsi di una massa psicologica (v. Sartre, gruppo seriale e gruppo in fusione), diviene interessante citare il famoso paragone schopenaureiano dei porcospini che hanno freddo, nessuno tollera una vicinanza troppo intima dell’altro (v. pag. 97). In base alla testimonianza della psicoanalisi, quasi ogni stretto rapporto emotivo sufficientemente durevole tra due persone contiene un sedimento di sentimenti di rifiuto, ostili, sedimento che rimane impercettibile solo in virtù della rimozione (…) lo stesso accade allorchè gli uomini si riuniscono in unità più grandi (…) quando l’ostilità ha per oggetto le persone amate, la chiamiamo ambivalenza emotiva e ci spieghiamo tale caso, in termini troppo razionali, adducendo le molteplici occasioni di conflitto d’interesse che sorgono (…) nella palese avversione e ripugnanza provata per l’estraneo con cui siamo a contatto, è avvertibile l’espressione di un amore per noi medesimi, di un narcisismo che tende alla autoaffermazione (…) in tale comportamento umano si manifesta una aggressività la cui origine ci è sconosciuta e a cui potremmo attribuire un carattere elementare (la pulsione di morte esplicitato in Al di là del principio di piacere rifiutato poi da Reich) ma tutta questa intolleranza scompare, temporaneamente o durevolmente, tramite la formazione collettiva e nella massa (…) in base alle concezioni teoriche psicoanalitiche tale limitazione del narcisismo può essere solo il prodotto di un solo fattore, il legame libidico con altre persone (…) che non può essere esclusivamente di carattere utilitaristico poiché se così fosse in maniera esclusiva la tolleranza non dura più a lungo del vantaggio immediato che viene ricavato dalla collaborazione con l’altro (…) l’esperienza ha infatti dimostrato che nel caso della collaborazione si formano invariabilmente fra gli associati legami libidici che prolungano e fissano di la da ciò che è vantaggioso la relazione reciproca (…) se quindi nella massa compaiono limitazioni dell’egoismo narcisistico non operanti all’infuori di essa, ciò costituisce una prova persuasiva del fatto che l’essenza della formazione collettiva consta di legami libidici di tipo nuovo fra i membri della massa”.
Consideriamo quindi quali tipologie di legame libidico possono intervenire nella formazione collettiva.
“L’identificazione è per la psicoanalisi la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona. Svolge una sua funzione nella preistoria del complesso edipico. Il maschietto manifesta un interesse particolare per il proprio padre, vorrebbe divenire ed essere come lui, sostituirlo in tutto e per tutto (…) prende il padre come proprio ideale (…) Contemporaneamente il maschietto ha cominciato a sviluppare un vero e proprio investimento oggettuale della madre (…) egli manifesta allora due legami psicologicamente diversi, un investimento nettamente sessuale verso la madre, un’ identificazione con il padre inteso come modello. Questi due legami (…) finiscono per incontrarsi e da tale loro confluire scaturisce il normale complesso edipico.
Tale forma primigenia di relazione oggettuale, che può apparire anche in maniera regressiva quando diventa il sostituto di un legame oggettuale libidico e quindi acquista carattere parziale, come quando ad esempio una bambina esprime il desiderio di sostituirsi alla madre (desiderio rimosso e colpevolizzante) acquisendone il medesimo carattere sintomatico o come quando un adolescente assume atteggiamenti evidentemente simili ad un altro individuo amato.
“C’è un terzo caso, particolarmente frequente e importante, di formazione del sintomo, quello in cui l’identificazione prescinde interamente dal rapporto oggettuale con la persona copiata, nei confronti della quale non è presente un investimento libidico e può sorgere in rapporto a qualsiasi aspetto posseduto in comune. “Siamo già in grado di scorgere che il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di tale identificazione dovuta a un importante aspetto affettivo posseduto in comune, e possiamo supporre che questa cosa in comune sia il tipo di legame istituito col capo.
Dall’identificazione, passando per l’imitazione si giunge alla immedesimazione, ossia all’intendimento del meccanismo mediante il quale ci è possibile prendere posizione nei confronti di un’altra vita psichica.
Tali questioni pongono come naturale conseguenza l’esistenza di un Io diviso, all’interno del quale si sviluppi una istanza suscettibile di separarsi dal resto dell’Io e di entrare in conflitto. L’abbiamo chiama ta ideale dell’io e le abbiamo attribuito come funzioni l’auto-osservazione, la coscienza morale, la censura onirica e l’influsso determinante nella rimozione. Essa è l’erede del narcisismo originario (…) essa fa proprie, a poco a poco, dagli influssi dell’ambiente, le richieste che questo pone all’Io e cui l’Io non sempre si dimostra pari: di modo che, qualora non possa essere soddisfatto del proprio Io in quanto tale, l’uomo possa trovare la propria soddisfazione nell’Io ideale differenziatosi dall’Io.

A questo proposito diviene centrale la definizione psicoanalitica di innamoramento, con le sue dinamiche di relazione esclusivistiche grazie alle quali avviene una sopravvalutazione sessuale, per cui l’oggetto amato sfugge entro certi limiti alla critica e tutte le sue qualità vengono apprezzate in modo particolarmente netto. Lo sforzo che falsa il giudizio qui è quello dell’idealizzazione (…) l’oggetto viene trattato alla stregua del proprio Io (…) una quantità notevole di libido narcisistica straripa sull’oggetto. In alcuni casi si avverte addirittura la sostituzione del proprio non soddisfacente ideale dell’Io con l’oggetto amato.
Nella complessa definizione delle differenze esistenti tra identificazione ed innamoramento possiamo intravedere un’altra alternativa che contiene in se l’essenza di questo stato di cose, quella tra collocare l’oggetto al posto dell’Io oppure collocarlo al posto dell’ideale dell’Io. Nel primo caso potremmo riferirci all’identificazione, nel secondo all’innamoramento o all’ipnosi, definita da Freud come formazione collettiva a due: l’ipnosi si distingue dalla formazione collettiva per questa limitazione di numero, e insieme si distingue dall’innamoramento per l’assenza di pulsioni sessuali dirette. Tali modalità relazionali, dette anche impulsi sessuali inibiti alla meta si contraddistinguono per la loro durevolezza, legata alla impossibilità di soddisfacimento completo della carica libidica investita. Ne consegue che la definizione di massa subordinata ad un capo, secondo Freud è un insieme di individui che hanno assunto a loro ideale dell’Io lo stesso oggetto e che pertanto si sono identificati gli uni agli altri nel loro Io.

Il ragionamento successivo si dirige verso il concetto di pulsione gregaria, riprendendolo da Trotter W. (Instincts in the Herd in peace and war, 1916) che deduce i fenomeni psichici riscontrabili nella massa da un istinto gregario che risulta innato. Biologicamente, tale gregarietà è un analogia e al tempo stesso una continuazione della pluricellularità; nel senso della teoria della libido, è un’ulteriore espressione della tendenza, di origine libidica, di tutti gli esseri viventi della stessa specie a riunirsi in unità via via più ampie. Freud aggiunge a queste considerazioni quelle relative al bisogno di assoggettamento ad un capo tipico di molte specie animali e soprattutto dell’uomo che, piuttosto che un animale che vive in gregge è un animale che vive in orda, un essere singolo appartenente ad un ‘orda guidata da un capo supremo.
In questo senso Freud si riallaccia al suo importante scritto del 1912, Totem e tabù, nel quale si propone di proseguire sulla strada delle ipotesi darwiniane di composizione originaria della società umana, quella di un orda sottoposta al dominio di un maschio forte, il quale dominava l’orda animalesca proibendo la soddisfazione sessuale dei suoi membri e detenendone l’esclusività, Tale obbligo all’astinenza permise lo sviluppo di relazioni basate su impulsi inibiti alla meta che diedero vita alla prima forma di psicologia collettiva che culminò nell’uccisione del padre e con la creazione della divinità, del totemismo e quindi della primigenia religione e articolazione sociale basata su regole intersoggettive. Secondo Freud la massa intesa come la stiamo trattando finora ci appare come una reincarnazione dell’orda originaria poiché le descrizioni fin qui fatte presentano gli aspetti della scomparsa delle personalità dingola cosciente, il predominio dell’affettività e delle tendenze inconsce: il carattere perturbante, costrittivo, della formazione collettiva, il quale è manifesto nei fenomeni di suggestione che la contraddistinguono, può venir con ragione ricondotto all’origine di questa nell’orda primordiale. Il capo della massa è ancora sempre il temuto padre primigenio, la massa vuole sempre venir dominata (…) ha sete di sottomissione (…) il padre primigenio è l’ideale della massa che domina l’Io invece dell’ideale dell’Io. (vedi pp. 133-134) quindi affermiamo con Freud che tutti i legami su cui poggia la massa sono del tipo delle pulsioni inibite alla meta, in effetti le tendenze sessuali dirette sono sfavorevoli alla formazione collettiva,  a meno che non si considerino delle regressioni ad uno stadio primitivo delle relazioni sessuali, stadio nel quale l’innamoramento non svolgeva alcuna funzione e gli oggetti sessuali venivano considerati equivalenti come nel caso dell’orgia. Non a caso nelle grandi masse artificiali, chiesa ed esercito, non c’è posto per la donna in quanto oggetto sessuale, la relazione amorosa tra uomo e donna rimane estranea a tali organizzazioni. Le psiconevrosi entrano in relazione con tali suggestioni quando osserviamo il rapporto duplice che hanno le formazioni collettive, da un lato esse tendono alla disgregazione delle masse, in quanto tendono verso una generale asocialità e dall’altro possono scomparire temporaneamente quando l’individuo vive una esperienza gruppale emotivamente potente. La funzione terapeutica dell’esperienza di gruppo è prassi assodata in psicologia e nel senso comune e diviene particolarmente evidente, seppur si debba sospendere il giudizio sulla reale efficacia, nelle comunità a sfondo mistico (confronto con la visione reichiana del misticismo).

Il disagio della civiltà

“Il programma impostoci dal principio di piacere: diventar felici, non può essere adempiuto, ne attraverso la fede religiosa, la sublimazione intellettuale, la pratica del lavoro, il godimento estetico, l’eremitismo, l’utilizzo di sostanze inebrianti, l’amore sessuale sfrenato o monogamico. Se non in maniera puramente episodica.
La malattia psichica, la nevrosi, la psicosi divengono strumenti sostitutivi dolorosi ed inefficaci, la religione sminuisce il valore della vita presente per idealizzare quello della vita ultraterrena mediante la fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo.
Tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della natura, la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società.
A ben vedere dobbiamo considerare il momento storico, immediatamente successivo al primo conflitto mondiale, caratterizzato dalla incapacità delle istituzioni nazionali ed internazionali di evitare una guerra sanguinosissima di cui l’Austria, patria di Freud, fu protagonista.
Sembrerebbe quindi che la civiltà stessa sia la fonte primaria della sofferenza umana e del mancato raggiungimento della felicità per l’essere umano, poiché tutto si svolge in essa, anche le risposte alle frustrazioni che da essa derivano sembrano, per l’uomo, proponibili e praticabili solo al suo interno.
Che cos’è la civiltà?  La civiltà (Kultur) designa la somma delle realizzazioni e degli ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali e che servono a due scopi: a proteggere l’umanità contro la natura e a regolare le relazioni degli uomini fra loro.
Nel primo caso le argomentazioni riguardano la capacità dell’essere umano di intervenire nei confronti della conoscenza, del controllo, nella previsione dei fenomeni naturali che, attraverso lo sviluppo della meccanica e della tecnologia, appaiono progressivamente più sottoposti al dominio umano.
Nel secondo caso ci si riferisce al percorso di autoregolamentazione delle società umane derivato, secondo Freud, dalle prime norme di “diritto” associativo scaturite dalla necessaria confluenza di interessi dei fratelli, componenti dell’orda primordiale, a seguito della eliminazione del padre tirannico e la conseguente nascita dei tabù, prime ingiunzioni restrittive necessarie a definire la regolamentazione della convivenza, che diede vita alle esperienze matriarcali poi degenerate nella re-instaurazione della logica autoritaria patriarcale. Quindi la vita in comune degli uomini ebbe un duplice fondamento: la coercizione al lavoro, creata dalla necessità (ananke) e la potenza dell’amore (eros), che nel maschio provocò il desiderio di non essere privato dell’oggetto sessuale, cioè della femmina, e nella femmina quello di non essere privata della parte da lei separatasi, cioè del figlio. Eros e Ananke sono divenuti del pari i progenitori della civiltà umana. La prima conseguenza fu che ora un numero anche abbastanza grande di uomini poté restare unito in comunità.
L’amore che fondò la famiglia continua ad operare nella civiltà nella sua forma originaria, nella quale non rinuncia al soddisfacimento sessuale diretto, e nella forma modificata, come tenerezza inibita alla meta. In ambedue le forme adempie alla sua funzione di legare l’uno all’altro un numero considerevole di persone, più intensamente di quel che può fare l’interesse del lavoro in comune.
Ma la correlazione tra amore e civiltà cessa, nel corso dell’evoluzione, di essere univoca. Da un lato, l’amore oppone agli interessi della civiltà, dall’altro, la civiltà minaccia l’amore con gravi restrizioni. Nel primo caso si manifesta come una opposizione tra la famiglia e la comunità più ampia a cui il singolo appartiene, nei confronti dei giovani che intendono allontanarsi dalle restrizioni familiari, e nei confronti delle donne che vedono la loro vita sessuale ristretta dalle esigenze di investimento oggettuale degli uomini nel campo  del lavoro e, nel secondo, dai meccanismi repressivi che nei confronti della urgenza delle pulsioni sessuali la civiltà impone ai bambini prima e agli adulti poi nell’obbligo morale ad una conduzione monogamica della vita sessuale, rivolta esclusivamente ad individui del sesso opposto, adducendo come perversioni i soddisfacimenti extragenitali. Ma la società incivilita si è vista costretta a passare sotto silenzio molte trasgressioni che secondo i suoi canoni avrebbe dovuto punire (…) la vita sessuale dell’uomo civile è in effetti seriamente danneggiata, nella vita dell’uomo civile contemporaneo non c’è più posto per l’amore semplice, naturale di due esseri umani poiché al di la del raggiungimento del naturale piacere sessuale che si contrae tra due persone la civiltà necessita di energia libidica necessaria alla costruzione di legami tra i membri della comunità, la cosiddetta inibizione alla meta, ed obbliga una restrizione della vita sessuale.
Tutto ciò parrebbe definire un contesto pulsionale nel quale l’elemento amoroso, di investimento libidico, mantiene una sua esclusività ma, in relazione alle questioni etiche della contrapposizione tra bene e male, nelle quali la civiltà ha un ruolo decisorio fondamentale, Freud afferma che l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace, al massimo, di difendersi se viene attaccata; ma che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo e a ucciderlo. Homo homini lupus. A questo punto Freud riconosce alla causa comunista della abolizione della proprietà privata, dell’abolizione della famiglia autoritaria, l’eventuale funzione di togliere armi al meccanismo aggressivo ma, ritenendo questo una pulsione primaria, ne evidenzia la futura inefficacia. Inoltre, accennando ai meccanismi gruppali di definizione di comunità distinte, sciorina una delle sue affermazioni di sapore sociologico più affascinanti: é sempre possibile riunire un numero anche rilevante di persone che si amino l’uno l’altro fin tanto che ne restino altri per le manifestazioni di aggressività. Vedremo poi come Reich contesterà fortemente, riformandole sostanzialmente, queste pessimistiche conclusioni. Ma la civiltà, con le sue regole e i suoi statuti e le sue costituzioni impone sacrifici tanto grandi non solo alla sessualità ma anche alla aggressività dell’uomo (…) di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale, in compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza. Egli giunge anche ad affermare che forse ci abitueremo anche all’idea che ci sono difficoltà inerenti alla essenza stessa della civiltà e che non cederanno di fronte ad alcun tentativo di riforma poiché ci sovrasta il pericolo d’una condizione che potremmo definire la miseria psicologica della massa, particolarmente presente laddove i legami tra gli uomini si basano su meccanismi identificativi sottomessi all’autorità di capi inadatti a tale ruolo. Si evincono numerosi spunti che verranno ripresi e traslati fortemente da Reich ma appare emergere una tendenza autoritario-conservatrice che fu poi rilevata da alcuni critici freudiani, soprattutto da sinistra.

Ora, data per Freud, l’indiscussa esistenza di una pulsione di morte, avente tendenza autodistruttiva, anch’essa caratterizzabile in senso narcisistico, va indagato attraverso quali mezzi usa la civiltà per frenare la spinta aggressiva che le si oppone, per renderla innocua, per abolirla? (…) L’aggressività viene introiettata, interiorizzata, propriamente viene rimandata la donde è venuta, ossia è volta contro il proprio io. Qui  viene assunta da una parte dell’Io, che si contrappone come Super-Io al rimanente, ed ora come coscienza è pronta a dimostrare contro l’Io la stessa inesorabile aggressività che l’Io avrebbe volentieri soddisfatto contro altri individui estranei. Chiamiamo senso di colpa la tensione tra il rigido Super-Io e l’Io ad esso soggetto; tale senso si manifesta come bisogno di punizione. La civiltà domina dunque io pericoloso desiderio di aggressione dell’individuo infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno ma, in assenza della possibilità che la distinzione tra bene e male possa sussistere originariamente nella struttura umana, il male spesso non è quel che danneggia o mette in pericolo l’Io, anzi può essere anche qualcosa che l’Io desidera (…) qui agisce dunque un influsso estraneo, il quale decide cosa debba chiamarsi bene o male (…) è facile scoprirlo nella debolezza dell’uomo e nella sua dipendenza dagli altri; può essere indicato meglio come paura di perdere l’amore (…) pertanto il male è originariamente tutto ciò a causa di cui si è minacciati della perdita d’amore (…) perciò conta poco se si è già fatto il male  se soltanto si intenda farlo; in entrambi i casi il pericolo si presenta solo se l’autorità lo scopre (…) questo stato d’animo si chiama cattiva coscienza e a questo stadio il senso di colpa è chiaramente solo paura della perdita d’amore, angoscia sociale. Quando, in relazione al incivilimento, il Super-Io diviene istanza strutturata vengono anche a cessare sia la paura di venir scoperti, sia la differenza tra fare e volere il male, perchè niente può rimaner nascosto dinanzi al Super-Io, neppure i pensieri. Perciò, nel passaggio tra fanciullezza e adultità, quindi nella instaurazione della istanza super egoica, il sentimento di colpa può avere due origini: una dal timore che suscita l’autorità (genitoriale), e una successiva dal timore che suscita il Super-Io. La prima obbliga a rinunciare al soddisfacimento pulsionale, la seconda, oltre a ciò e poiché è impossibile nascondere al Super-Io che i desideri proibiti continuano, preme per la punizione.
A questo punto, non possiamo prescindere dall’ipotesi che il senso di colpa dell’umanità abbia origine dal complesso edipico e venisse acquisito con l’uccisione del padre da parte dei fratello alleati. In quell’occasione una aggressione non fu repressa ma effettuata, la medesima aggressione che, repressa nel bambino, è destinata ad essere la fonte del senso di colpa (…) ma se l’umano senso di colpa risale davvero all’uccisione del padre primordiale, esso fu un caso di rimorso (…) quel rimorso fu il risultato dell’ambivalenza emotiva primigenia verso il padre: i figli lo odiavano ma anche l’amavano; dopo che l’odio fu soddisfatto con l’aggressione, l’amore prevalse nel rimorso per l’atto, elevò il Super-Io mediante l’identificazione col padre, gli diede il potere paterno quasi a punire l’atto d’aggressione perpetrato contro lui, instaurò le restrizioni che dovevano prevenire il ripetersi del fatto.
A questo punto del ragionamento, afferma Freud, non è questione realmente decisiva se abbiamo ucciso il padre o se ci siamo astenuti dal farlo, in entrambi i casi dobbiamo sentirci colpevoli perchè il senso di colpa è l’espressione del conflitto ambivalente, dell’eterna lotta tra l’Eros e la pulsione distruttiva o di morte (…) finché l’unica forma di comunità è quella della famiglia, il conflitto si esprime per forza nel complesso edipico, insedia la coscienza e crea il primo senso di colpa. E qui si lega l’amara conclusione freudiana che sostiene che dato che la civiltà obbedisce a una spinta erotica interna che le ordina di unire gli uomini in una massa collegata intimamente, essa può raggiungere tale meta solo per la via di un sempre crescente rafforzamento del senso di colpa.
Tale meccanismo di costruzione del senso di colpa e del bisogno di punizione però non riguardano solo i casi coscienti di rimorso, bensì appaiono nettamente negli episodi nevrotici, dove i desideri aggressivi o inaccettabili vengono sottoposti a rimozione: se una tendenza pulsionale soggiace alla rimozione, le sue parti libidiche si trasformano in sintomi, le sue componenti aggressive in senso di colpa.
Questo percorso della psicologia individuale, così strettamente interconnesso con il processo d incivilimento prevede l’esistenza, in termini del tutto simili, di un Super-Io civile, derivato anch’esso dalla tensione tra le pulsioni vitali e quelle distruttive insite nella natura umana, che si tradurrebbe in forma di Etica civile dinamica, spesso contradditotria, come quella individuale come ad esempio alcuni precetti moralistici della religione cattolica quali “ama il prossimo tuo come te stesso”, pulsionalmente impercorribili
Ma l’elemento più stimolante, alla luce della psicologia sociale e istituzionale che si svilupperanno da tali notevoli intuizioni freudiane è contenuta nella parte finale del saggio quando Freud si chiede se l’evoluzione della civiltà è tanto simile a quella dell’individuo e se usa gli stessi mezzi, non saremmo giustificati nel fornire le diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, forse l’intero genere umano, sono divenuti “nevrotici” per effetto del loro sforzo di civiltà? (…) bisognerebbe andar molto cauti, non dimenticare che in fin dei conti si tratta solo di analogie, e che è pericoloso, non solo con gli uomini ma anche coi concetti, strapparli dalla sfera in cui sono sorti e si sono evoluti. La diagnosi di nevrosi collettive s’imbatte poi in una difficoltà particolare. Nella nevrosi individuale, il contrasto che il malato fa sullo sfondo del suo ambiente considerato come “normale” ci offe un immediato punto di riferimento. Un simile sfondo viene a mancare in una massa tutta egualmente ammalata e dovrebbe essere cercato altrove. Quanto poi all’applicazione terapeutica della comprensione raggiunta, a che cosa gioverebbe la più acuta analisi delle nevrosi sociali, visto che nessuno possiede l’autorità di imporre alla massa la terapia?
Wilhelm Reich intende proseguire, conflittualmente, esattamente accettando queste ultime sfide poste dal padre della psicoanalisi.

2. Osservazioni su “Psicologia di massa del fascismo” di W. Reich (1933) – terza edizione con  
prefazione di Reich del 1942

L’opera “Analisi del carattere” (1933), l’unica opera del ricercatore austriaco riconosciuta dalla psicoanalisi ortodossa (SPI) che lo espulse nel 1934, apre la prefazione all’edizione in questione dell’importante saggio reichiano con queste parole: Un vasto e coscienzioso lavoro terapeutico sul carattere umano mi ha dato la certezza che nel giudicare le reazioni umane ci troviamo di fronte a tre strati differenti della natura bio-psichica, Questi tre strati della struttura caratteriale sono sedimenti che funzionano in modo autonomo (…) nello strato superficiale del proprio essere l’uomo medio è moderato, cortese, caritatevole, conscio del proprio dovere, coscienzioso. Non esisterebbe una tragedia sociale dell’animale uomo se questo strato superficiale fosse direttamente collegato con il nucleo centrale. Purtroppo non è così: lo strato superficiale della cooperazione sociale non ha alcun contatto con il profondo nucleo biologico dell’uomo; esso viene sorretto da un secondo strato caratteriale intermedio, che si compone senza eccezioni di impulsi crudeli, sadici, sessualmente lascivi, rapaci ed invidiosi. Questo strato costituisce l’inconscio o il rimosso di Freud; in termini sessuo-economici, la somma di tutte le pulsioni secondarie. La bio-fisica orgonica riuscì a scoprire che l’inconscio di Freud, l’aspetto antisociale dell’uomo, non era altro che il risultato secondario della repressione di pulsioni biologiche primarie.
L’Orgonomia è la scienza che studia l’energia cosmica primordiale, pre-atomica, essa si differenzia da tutte le altre energie conosciute, che derivano dalla materia, elettrica, magnetica, nucleare. Queste deriverebbero dalla funzione dell’energia orgonica definita Superimposizione, unione di correnti energetiche da cui si genera la materia e quindi la vita. Una seconda funzione sarebbe quella della Pulsazione, immediatamente riscontrabile in numerosi organismi viventi, e la Convulsione Orgastica, grazie alla quale l’accumulo di energia in eccesso nell’organismo, ottenuta dalle funzioni vitali, concentrata nei genitali, ottiene funzione di scarica attraverso l’eccitazione sessuale soddisfatta nella raggiungimento dell’orgasmo, dando vita ad un naturale processo di riequilibrio psico-fisico-biologico.
Tale energia orgonica, secondo le ricerche effettuate da Reich e dai suoi collaboratori, tutti rigorosamente preparati sul piano tecnico-scientifico, sarebbe dimostrabile obiettivamente in vari modi, termicamente, elettroscopicamente, visivamente, con il contatore Geiger.Mueller.
Le branche principali della scienza orgonomica attraversano i settori della fisica, della biologia, della medicina e della sociologia.
Quest’ultimo campo di interesse è quello che caratterizza gli studi sulla psicologia di massa che tenteremo di affrontare.

“Se ci addentriamo oltre questo secondo strato di pervertimento fino al fondamento dell’animale uomo, scopriamo regolarmente il terzo strato (e più profondo) che chiamiamo nucleo biologico. In fondo, in questo nucleo, l’uomo è, in circostanze sociali favorevoli, un animale onesto, cooperativo,capace di amare o, se vi è motivo, di odiare razionalmente. In nessun caso è possibile penetrare la liberazione caratteriale dell’uomo attuale fino a questo profondissimo e tanto promettente strato senza aver prima eliminato la falsa educazione apparentemente sociale. Quando cade la maschera dell’educazione, non appare immediatamente la socialità naturale, ma soltanto lo strato caratteriale sadico-pervertito. Questa disgraziata strutturazione è responsabile del fatto che ogni impulso naturale, sociale o libidinoso, che esce dal nucleo biologico per tramutarsi in azione , debba passare attraverso lo strato delle pulsioni secondarie pervertite, subendo una deviazione in questa fase. Questa deviazione trasforma il carattere originariamente sociale degli impulsi naturali in pervertimento e costringe ad imporre un freno a qualsiasi autentica espressione vitale. Trasponiamo la nostra struttura umana nel campo sociale e politico. Non è difficile vedere che i diversi raggruppamenti politici ed ideologici della società umana corrispondono ai diversi strati della struttura caratteriale. Ovviamente non cadiamo nell’errore della filosofia idealistica secondo cui la struttura umana è sempre esistita sotto questa forma e continuerà ad essere invariabile per l’eternità. Dopo che circostanze e mutamenti sociali hanno trasformato le esigenze biologiche originarie dell’uomo in struttura caratteriale, la struttura caratteriale riproduce sotto forma di ideologie la struttura sociale della società.
Da quando la primitiva organizzazione democratico-lavorativa è definitivamente tramontata, il nucleo biologico non ha più trovato un’espressione sul piano sociale. Ciò che è naturale ed elevato nell’uomo, ciò che lo lega al suo cosmo, ha trovato soltanto nell’arte, soprattutto nella musica e nella pittura un’autentica espressione, ma è fruibile solo ad una comunità ristretta, non può modificare la comunità di tutti gli uomini.
Negli ideali etici del liberalismo si possono riconoscere i tratti dello strato caratteriale superficiale, caratterizzato dall’autocontrollo e dalla tolleranza, in quanto egli deplora il pervertimento caratteriale umano con norme etiche, ma non ha nulla a che fare con la naturale socialità, come le catastrofi del XX secolo ci insegnano, in quanto non ha impedito l’emergere delle più bieche espressioni del pervertimento umano.
Tutto ciò che è veramente rivoluzionario, arte e scienza, nasce dal nucleo biologico, ma anche questa potenzialità è stata evidentemente finora incapace di attuarsi nelle masse umane.
Le cose stanno diversamente per quanto riguarda il fascismo. Sostanzialmente il fascismo non rappresenta né lo strato superficiale né quello più profondo, ma il secondo strato caratteriale intermedio delle pulsioni secondarie (…) le mie esperienze mediche fatte con molte persone appartenenti ai più disparati strati sociali , razze, nazioni, religioni, mi avevano insegnato che il fascismo non è altro che l’espressione politicamente organizzata della struttura caratteriale umana media, di una struttura che non è vincolata ne a determinate razze o nazioni ne a determinati partiri, ma che è generale e internazionale. Secondo il significato caratteriale il fascismo è l’atteggiamento emotivo fondamentale dell’uomo autoritariamente represso dalla civiltà delle macchine e dalla sua concezione meccanicistico-mistica della vita. Il carattere meccanicistico-mistico degli uomini del nostro tempo crea il fascismo e non viceversa. Non si tratta della dittatura di una piccola cricca reazionaria, come spessissimo si è valutato e si valuta tutt’oggi. Il fascismo come movimento politico si differenzia da altri partiti reazionari per il fatto che viene sostenuto e diffuso dalle masse umane (…) non è,come si crede generalmente, un movimento puramente reazionario, ma costituisce un amalgama tra emozioni ribelli e idee sociali reazionarie (…) non vi è dubbio che esso può fare la sua comparsa ammantato di sentimenti rivoluzionari, ma non si chiamerà rivoluzionario quel medico che combatte con sfrenate imprecazioni una malattia, ma al contrario quello che con calma, coraggiosamente e coscienziosamente, cerca e combatte la causa della malattia. La ribellione fascista nasce sempre laddove una emozione rivoluzionaria viene trasformata in illusione per paura della verità. Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso (…) considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico (…) un pregiudizio (…) l’intensità e la vasta diffusione di questi pregiudizi razziali sono la prova che essi affondano le radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone, ebreo ed arabo. L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.
Si definisce biopatia ogni processo patologico derivante da un disturbo della naturale pulsazione biologica e che, invariabilmente, porta alla stasi energetica. Avremo biopatie psichiche, nevrosi e psicosi, e somatiche, ansia, ipertensione, allergie, malattie degenerative, diabete, malattie endocrine, cancro, ecc.
Il carattere sadico-pervertito dell’ideologia razziale tradisce la sua natura anche nel suo atteggiamento di fronte alla religione. Si dice che il fascismo sarebbe un ritorno al paganesimo e il nemico mortale della religione. Ben lungi da ciò, il fascismo appoggia quella religiosità che nasce dal pervertimento sessuale, e trasforma il carattere masochista della religione della sofferenza dell’antico patriarcato in una religione sadica. Di conseguenza traspone la religione dall’aldilà della filosofia della sofferenza nell’aldiquà dell’omicidio sadico. La mentalità fascista è la mentalità dell’uomo della strada mediocre soggiogato, smanio di sottomettersi ad un’autorità e allo stesso tempo ribelle. Non è casuale che tutti i dittatori fascisti escano dalla sfera sociale del piccolo uomo della strada reazionario (quando non sono generali dell’esercito assurti al potere per mezzo di colpi di stato ndr). Il grande industriale e il militarista feudale approfittano di questa circostanza sociale per i propri scopi (…) la civiltà meccanicistica ed autoritaria raccoglie, sotto forma di fascismo, solo dal piccolo borghese represso ciò che da secoli ha seminato, come mistica mentalità del caporale di giornata e  come automatismo fra le masse degli uomini mediocri e repressi. Questo piccolo borghese ha copiato fin troppo bene il comportamento del grande e lo riproduce in modo deformato e ingigantito. Il fascista è il sergente del gigantesco esercito della nostra civiltà profondamente malata e altamente industrializzata.
Nella sua feroce critica al liberalismo, principio politico reggente le nazioni divenute culle del fascismo organizzato  aggiunge:  Nella ribellione delle masse di animali umani maltrattati contro le insignificanti cortesie del falso liberalismo apparve lo strato caratteriale  delle pulsioni secondarie. Non è possibile rendere inoffensivo l’energumeno fascista (…) se non lo si rintraccia nel proprio essere; se non si combattono le istituzioni sociali che lo covano ogni giorno. Si può battere il fascismo solo se lo si affronta obbiettivamente e praticamente, con una approfondita conoscenza dei processi vitali. Nessuno è capace di imitarlo in fatto di manovre politiche, abilità nel destreggiarsi nei rapporti diplomatici, e organizzazione delle parate. Ma non sa rispondere a questioni vitali pratiche(…) quando un carattere fascista di qualsiasi colorazione si mette a predicare l’onore della nazione (anziché l’onore dell’umanità) o la salvezza della sacra famiglia e della razza (anziché la comunità dell’umanità che lavora); quando monta la superbia e quando dalla sua bocca escono slogans, allora gli si chieda pubblicamente, e con la massima calma e semplicità: che cosa fai per dar da mangiare alla nazione senza assassinare altre nazioni? Che cosa fai come medico contro le malattie croniche, che cosa fai come educatore per favorire la gioia di vivere dei bambini, che cosa fai come economista contro la miseria, che cosa fai come assistente sociale contro il logoramento delle madri con tanti figli, che cosa fai come costruttore per sviluppare l’igiene delle abitazioni? Ora, cerca di non parlare a vanvera e cerca di dare una risposta concreta e pratica, altrimenti tieni il becco chiuso!
Da ciò consegue che il fascismo internazionale non potrà mai essere battuto con manovre politiche. Soccomberà alla naturale organizzazione del lavoro, dell’amore e del sapere su scala internazionale.

Il percorso di Reich, nella divulgazione delle sue idee e ricerche fu ostacolato da molti lati, dalla maggioranza degli psicoanalisti, dal partito comunista tedesco, al quale aderì e partecipò con grande entusiasmo attivando numerose campagne di informazione e prevenzione, come la Lega nazionale per la politica sessuale proletaria (SexPol), dagli apparati burocratico-scientifici dell’Urss, naturalmente dalla Germania nazista, dai governi danesi e svedesi e, infine, dalla Food and Drug administration e dalla FBI americane, fino alla sua morte avvenuta in carcere dopo che molti dei suoi macchinari di ricerca e dei suoi scritti furono sequestrati.
Il suo impegno nel campo assolutamente minoritario della sessuologia scientifica si connesse spontaneamente con il pensiero freudiano e l’atmosfera rivoluzionaria degli anni 20 in Austria e Germania lo avvicinò alle formazioni politiche della sinistra socialista e comunista. Ma l’autonomia di pensiero e una forte idiosincrasia per il compromesso caratterizzarono la sua personalità fino alla fine, ad un costo considerevole.
Scrive ancora Reich: intorno al 1930 non avevo alcuna idea dei rapporti naturali democratico-lavorativi (…) a quell’epoca lavoravo in organizzazioni culturali liberali, socialiste e comuniste ed ero costretto, normalmente, ad impiegare i concetti marxisti-sociologici durante le mie spiegazioni sessuo-economiche (…) e non riuscivo a capire per quale motivo i membri del partito combattessero con estrema violenza gli effetti sociali del mio lavoro medico proprio quando masse di impiegati, operai dell’industria, piccoli commercianti, studenti, affollavano le organizzazioni orientate sessuo-economicamente, ansiose di conoscere il funzionamento dei processi vitali.
Il termine sessuo-economia si riferisce al criterio di regolazione dell’energia biologica, o , ciò che è lo stesso, dell’economia delle energie sessuali dell’individuo. Sessuo-economia significa in modo in cui un individuo impiega la propria energia biologica; quanta se ne ingorga e quanta ne scarica orgasticamente. I fattori che influenzano questo tipo di reolazione sono di carattere sociologico, psicologico e biologico. La scienza della sessuo-economia consiste in quell’insieme di cognizioni che furono dedotte dallo studio di questi fattori. Questo termine fu applicabile all’opera di Reich a partire dal momento in cui rifiutò la filosofia culturale di Freud, rifiutando l’originarietà della pulsione di morte e la centralità conservatoristica del principio di realtà, fino alla scoperta dell’orgone, quando fu sostituita dall’orgonomia, la scienza della energia vitale.

La sociologia sessuo-economica nacque dallo sforzo di conciliare la psicologia del profondo di Freud con la teoria economica di Marx (…) e risolve la contraddizione che fece dimenticare alla psicoanalisi il fattore sociale e al marxismo l’origine animalesca dell’uomo (…) oggi non sono più i partiti comunisti o socialisti, ma in contrasto con essi, molti gruppi apolitici e strati sociali di ogni sfumatura politica che sono sempre più orientati (…) verso un ordinamento sociale sostanzialmente nuovo (devo ammettere di non sapere a quali movimenti alluda Reich ma la somiglianza con il presente è spiccata, soprattutto se pensiamo che l’analisi reichiana della emersione del fascismo europeo parte dalle conseguenze della grande depressione economica del 1929-1933) e i bisnipoti dei proletari del XIX secolo sono diventati lavoratori dell’industria, specializzati, altamente qualificati sul piano tecnico, indispensabili, responsabili e professionalmente consapevoli. La parola coscienza di classe viene sostituita con la parola coscienza professionale o responsabilità sociale. Nel marxismo del XIX secolo la coscienza di classe era limitata ai lavoratori manuali. Ma gli altri lavoratori che svolgono un’attività vitale indispensabile senza la quale la società non potrebbe funzionare venivano contrapposti come intellettuali e piccoli borghesi al proletariato dei lavoratori manuali. Questa contrapposizione schematica e oggi inesatta ha contribuito alla vittoria del fascismo in Germania (…) il lavoro vitalmente necessario, il lavoratore, sono concetti che comprendono tutti i lavoratori che svolgono un lavoro socialmente necessario alla vita. Quindi non solo i lavoratori dell’industria, ma anche i medici, gli educatori, i tecnici, i ricercatori di laboratorio, gli scrittori, gli amministratori delle società, gli agricoltori, gli scienziati. Da qui nasce un abisso che ha contribuito non poco alla frantumazione della società umana lavoratrice e quindi alla vittoria del fascismo, sia nero che rosso.
La sociologia marxista contrapponeva per ignoranza della psicologia di massa il borghese al proletario (…) la struttura caratteriale non si limita al capitalista, ma impregna i lavoratori di tutte le professioni. Vi sono capitalisti liberali e lavoratori reazionari. Non esistono confini caratteriali di classe.
Da queste affermazioni, biologicamente fondate sulla teoria orgonica e sulle sue numerose applicazioni e ricerche scientifiche, prosegue il discorso reichiano che affronta analiticamente le questioni inerenti le cause della diffusione di NEVROSI DI MASSA o PESTE PSICHICA:
1. L’ideologia come forza materiale: perchè i diseredati agiscono contro se stessi?;
2. L’autoritarismo come modello familiare preparatorio all’assoggettamento ad un capo;
3. la funzione della teoria della superiorità razziale in ottica misticheggiante di rifiuto della sessualità naturale;
4. la spinta reazionaria e antisessuale della influenza della chiesa, la sua ambiguità anticapitalistica e la sua natura irrazionale dogmatica dove l’estasi spirituale soddisfa parzialmente la spinta sessuale;
5. l’autogoverno e l’estinzione dello stato,il superamento della illibertà della massa che necessita sempre di assoggettarsi ad un capo;
6. democrazia del lavoro vitalmente necessario, legato al piacere, alla responsabilità, alla interdipendenza tra i lavoratori, stimolo delle funzioni razionali dell’esistenza, già presenti nella natura umana;
7. restituzione del significato autentico della parola libertà, intesa come liberazione di ciò che è vivo, contro il meccanicismo coercitivo che ci allontana dalla natura, attraverso il pensiero funzionale, che prevede che la conoscenza passi attraverso una costante analisi critica, volta alla riformulazione continua delle informazioni raccolte e dei concetti sviluppati, in costante rapporto dialettico con l’esperienza;
8. il rapporto tra lavoro e politica, l’inconciliabilità tra questi due elementi;

Opere
In Italiano:
Passioni di gioventù: un’autobiografia 1897-1922 (1919-1925) (tr. Barbara Bergonzi, SugarCo, Milano 1990)
Conflitti libidici e fantasie deliranti: il «Peer Gynt» di Ibsen (1920) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-7198-299-1)
Il coito e i sessi (1922) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-300-9)
Scritti giovanili volume I (1920-1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1977 ISBN 88-7198-296-7)
Scritti giovanili volume II (1920-1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1977 ISBN 88-7198-297-5)
Il carattere pulsionale (1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1982 ISBN 88-7198-302-5)
Il tic come equivalente della masturbazione (1925) (tr. SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-301-7)
Genitalità (o scritti giovanili vol. n. III) (tr. Giovanna Agabio, SugarCo, Milano 1980 ISBN 88-7198-167-7)
Analisi del carattere (1933) (tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1973 ISBN 88-7198-209-6)
Psicologia di massa del fascismo (1933) (tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1971; Mondadori, Milano 1974 ISBN 88-06-16376-0 ISBN 88-7198-148-0)
La rivoluzione sessuale (1930-1934) (tr. Vittorio Di Giuro, Feltrinelli, Milano 1963; tr. Enrica Albites-Coen e Roberto Massari, Emme emme, Roma 1992 ISBN 88-07-80440-9 ISBN 888537835)
L’irruzione della morale sessuale coercitiva (1934-1935) (tr. Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1972 ISBN 88-7198-228-2)
Sessualità e angoscia: un’indagine bioelettrica (1935-1936) (tr. SugarCo, Milano 1983 ISBN 88-7198-213-4)
Esperimenti bionici sull’origine della vita (1936) (tr. Giovanna Agabio, SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-176-6)
La scoperta dell’orgone, volume n. I – La funzione dell’orgasmo (1942) (tr. Furio Belfiore, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-515-2222-7)
La scoperta dell’orgone, volume n. II – La biopatia del cancro (1948) (tr. Adriano Caiani, SugarCo, Milano 1976 ISBN 88-7198-317-3)
Ascolta, piccolo uomo (1948) (tr. Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1973 ISBN 88-7198-298-3)
Etere, Dio e diavolo (1949) (tr. Maria Luraschi e Maria Agrati, SugarCo, Milano 1974 ISBN 88-7198-287-8)
Bambini del futuro: sulla prevenzione delle patologie sessuali (1950) (tr. Annelise Wolf e Sibilla Belfiore, SugarCo, Milano 1987 ISBN 88-7198-286-X)
L’assassinio di Cristo: la peste emozionale dell’umanità (1951) (tr. Marco Amante, SugarCo, Milano 1972 ISBN 88-7198-107-3)
Superimposizione cosmica (1951) (tr. Maria Gallone e Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-7198-219-3)
Reich parla di Freud (1952) (a cura di Mary Higgins e Chester M. Raphael, tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1970 ISBN 88-7198-194-4)
Individuo e Stato (1953) (tr. Alberto Tessore e Silvana Ziviani, SugarCo, Milano 1978 ISBN 88-7198-232-0)
La teoria dell’orgasmo e altri scritti (tr. Luigi De Marchi e Mary Boyd Higgins, Lerici, Milano 1961; tr. Furio Belfiore, SugarCo, Milano 1969)
La lotta sessuale dei giovani (tr. Nicola Paoli, Samonà e Savelli, Roma 1972)
In tedesco:
Der triebhafte Charakter : eine psychoanalytische Studie zur Pathologie des Ich, 1925
Die Funktion des Orgasmus : zur Psychopathologie und zur Soziologie des Geschlechtslebens, 1927
Ueber den Oedipuskomplex : drei psychoanalytische Studien with Felix Boehm and Otto Fenichel, 1931
Character analysis or in the original: Charakteranalyse : Technik und Grundlagen für studierende und praktizierende Analytiker, 1933
Massenpsychologie des Faschismus, 1933, original German edition, banned by the Nazis and the Communists.
The Mass Psychology of Fascism, 1946 revised and enlarged U.S. edition
Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936 U.S. edition 1945 The Sexual Revolution
Dialektischer Materialismus und Psychoanalyse, 1929
Der Einbruch der Sexualmoral, 1932
Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936
Die Bione, 1938
In inglese
American Odyssey: Letters and Journals 1940-1947
Beyond Psychology: Letters and Journals 1934-1939
The Bioelectrical Investigation of Sexuality and Anxiety
The Bion Experiments: On the Origins of Life
Function of the Orgasm (Discovery of the Orgone, Vol.1)
The Cancer Biopathy (Discovery of the Orgone, Vol.2)
Character Analysis – Analisi del carattere (1933)
Children of the Future: On the Prevention of Sexual Pathology
The Oranur Experiment, First Report (1947-1951)
Contact With Space: Oranur Second Report, 1951-56, Core Pilot Press, 1957
Cosmic Superimposition: Man’s Orgonotic Roots in Nature
Early Writings
Ether, God and Devil (1951)
Genitality in the Theory and Therapy of Neuroses
The Invasion of Compulsory Sex-Morality – ‘L’irruzione della morale sessuale coercitiva (1932)
Listen, Little Man! – La lotta sessuale dei giovani (1932)
Mass Psychology of Fascism – La psicologia di massa del fascismo (1933)
The Murder of Christ (Emotional Plague of Mankind, Vol.2)
The Oranur Experiment
The Orgone Energy Accumulator, Its Scientific and Medical Use
Passion of Youth: An Autobiography, 1897-1922
People in Trouble: Emotional Plague of Mankind, Vol.1)
Record of a Friendship: The Correspondence of Wilhelm Reich and A.S. Neill (1936-1957)
Reich Speaks of Freud
Selected Writings: An Introduction to Orgonomy
The Sexual Revolution – La rivoluzione sessuale (1936)
Bibliografia
Albini, C. (1997) Creazione e castigo. La grande congiura contro W. Reich, Tre Editori, ISBN 978-88-86755-09-2
Dadoun, R. (2007) Cento fiori per Wilhelm Reich, Spirali, ISBN 978-88-7770-771-0
De Marchi, L.; Valenzi, V. (2007) Wilhelm Reich. Una fornidabile avventura scientifica ed umana, Macro Edizioni, ISBN 978-88-7507-859-1
Totton, N.; Edmondson, E. (2007) Nuovi sviluppi della terapia di Wilhelm Reich, Red, ISBN 978-88-7447-534-6
Zabini, A. (1996) W. Reich e il segreto dei dischi volanti, Tre Editori, ISBN 978-88-86755-02-3

 

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"La sinistra freudiana: il fiume carsico che parte dall’Europa, scorre in Argentina e giunge in Italia"

Ven, 15/03/2013 - 11:00

Il corso si pone l’obiettivo di discutere il percorso che dal “Disagio della civiltà” di Sigmund Freud dipana la questione storica dell’ampliamento dell’intervento psicoanalitico dall’individuo alla società, con particolare riferimento alla funzione attributiva di ruoli e compiti fornita dalle istituzioni sociali. La verticalità del potere, il simbolismo coercitivo che attraversa gli ambiti dell’universo psicologico umano dalla sua condizione (impraticabile) di individuo a quella di depositario attivo e passivo delle norme comunitarie. La funzione degli stereotipi e dei pregiudizi ed i principi del gruppo operativo di E. Pichon-Riviere e Josè Bleger. La pratica clinica. La attualizzazione europea di Armando Bauleo e Leonardo Montecchi.

Esercizi di Sinistra Freudiana
Philolab 17 maggio 2011 Roma

1. Brevi citazioni dalla “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” (1921) e da “Il disagio della Civiltà”, S. Freud (1929)

Psicologia delle masse e analisi dell'Io

“Nella vita psichica del singolo, l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto la psicologia individuale è anche, fin dall'inizio, psicologia sociale”
“La psicologia delle masse considera quindi l'uomo singolo in quanto membro di una stirpe, di un popolo, di una casta, di un ceto sociale, di una istituzione, o in quanto elemento di un raggruppamento umano che a un certo momento e in vista di un determinato fine si è organizzato come massa”  imponendo l'esigenza di identificare una forza specifica, la pulsione sociale, il cui costituirsi può venire individuato nell'ambito più ristretto della formazione familiare.

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Stalking. Una riflessione psicopatologica

Gio, 07/02/2013 - 14:20

Lo Stalking non è una diagnosi psichiatrica, in molti stalkers non si evidenzia una patologia mentale conclamata ,lo stalking pertanto si colloca nella zona grigia posta tra normalità del male e psicopatologia.

Una riflessione sullo stalking non può quindi essere condotta solo con categorie psichiatriche servono anche altri vertici di osservazione : la sociologia, la criminologia, la psicologia e ,all’ interno della psicologia , la psicoanalisi.

In questo mio intervento , utilizzerò soprattutto la psicoanalisi proprio per la capacità di questa disciplina di parlare sia della normalità che della patologia considerate come condizioni comunicanti tra loro e divise da una linea di confine a tratti sottile.

Lo stalking colpisce soprattutto le donne, l’ 80% delle vittime sono donne. Il significato originario del termine “Stalking” è importato dal linguaggio venatorio e indica l’appostamento, l’inseguimento furtivo della preda.

Lo stalker è un predatore e la donna diventa una preda, viene negata la possibilità per la donna di sottrarsi al desiderio maschile.

Esistono determinanti culturali, sociali ed anche biologiche per cui lo lo stalking riguarda prevalentemente comportamenti persecutori compiuti da uomini su donne,queste determinanti credo siano in buona sostanza simili a quelle per cui la maggioranza dei reati violenti è compiuta da maschi in prevalenza giovani .

Non credo che l’essenza dello stalking sia riconducibile ad uno specifico comportamento predatorio del’ uomo sulla donna, esiste anche lo stalking compiuto all’ interno dello stesso genere e, seppure raramente, da donne su uomini.

Lo stalker non riesce ad accettare che l’ oggetto del suo desiderio sia pienamente Altro da sé ,ossia una persona che costituisce un centro autonomo di iniziativa, dotata di libertà ,con il diritto di respingerlo rifiutarlo o ignorarlo. La psicoanalisi ci insegna che non è una operazione così semplice e scontata accettare che l’ altro sia tale, che non sia pronto a soddisfare i nostri bisogni ed i nostri desideri.

Secondo gli studi della Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri gli stalker potrebbero inquadrarsi (a stretti, pragmatici fini di polizia) in cinque tipologie:

  • il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a suo avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale);
  • il “bisognoso d’affetto”, desideroso di convertire a relazione sentimentale un ordinario rapporto della quotidianità; insiste e fa pressione nella convinzione che prima o poi l’oggetto delle sue attenzioni si convincerà;
  • il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking in genere di breve durata, risulta opprimente e invadente principalmente per “ignoranza” delle modalità relazionali, dunque arreca un fastidio praticamente preterintenzionale;
  • il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler contemporaneamente vendicarsi dell’affronto costituito dal rifiuto e insieme riprovare ad allestire una relazione con la vittima stessa;
  • il “predatore”, il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale, trae eccitazione dal riferire le sue mire a vittime che può rendere oggetto di caccia e possedere dopo avergli incusso paura; è una tipologia spesso riguardante voyeur e pedofili.

Schematicamente credo si possa affermare che queste tipologie rimandano, chi più chi meno, a diverse “aree problematiche “ che appartengono sia alla normalità che alla patologia, sono :

l’ aggressività intesa come desiderio di impossessamento, la dipendenza affettiva, il narcisismo.

L’ impossessamento dell‘Altro

Molti psicoanalisti hanno teorizzato che già all’ inizio della vita il rapporto con l’ altro è sostanzialmente ambivalente, che è presente accanto ad una corrente affettiva caratterizzata da sentimenti di amore , riconoscenza e gratitudine, anche un’altra corrente affettiva caratterizzata da sentimenti di aggressività, da invidia, da desiderio di controllo e possesso.

L’ amore contiene una tendenza all’ impossessamento come è sintetizzato nel noto aforisma :

“Cara tu dici che ami i fiori e li strappi dai campi, dici che ami gli animali e te li mangi.
Cara, quando dici che mi ami, io ho paura!”

( Dino Ignani).

Anche se nell’aforisma è un uomo che esprime la propria paura, la tendenza all’ impossessamento sembra statisticamente potere diventare pericolosa quando riguarda il desiderio dell’ uomo verso la donna.

Il mito e la letteratura sono pieni di esempio, Don Rodrigo che rapisce Lucia , oggi sarebbe uno stalker, un persecutore,

Ancora più eloquente è il fenomeno degli Dei stalkers

Il più celebre è il padre di tutti gli dei: Zeus, che non si premurava certo di ottenere il consenso dell’oggetto delle sue passioni.

Ma voglio citare solo un mito molto bello e poetico : quello del rapimento di Proserpina ad opera di Plutone.

Plutone il Dio degli inferi concupiva la bella Proserpina figlia di Zeus e Demetra, ma lei lo rifiutava così Plutone comportandosi come uno Stalker la rapì brutalmente e la portò con sè nel triste e buio Ade. Demetra, la madre di Proserpina, addolorata e furente gettò la terra in un lungo inverno fino a quando Plutone non consentì a Proserpina di tornare libera sulla terra almeno per quattro mesi dell’anno: così si stabilì la ciclicità delle stagioni. Questo mito è raffigurato in una celebre statua del Bernini esposta a villa Borghese. Bernini era così bravo a scolpire che raffigura le dita nodose di Plutone che affondano nella coscia di Proserpina mentre la afferra. Il marmo sembra diventare carne.

Lo Stalking è espressione di una tensione verso l’ oggetto del desiderio che porta all’impossessamento.

Già due secoli fa Freud spiegava che la sessualità contiene l’ aggressività e che per arrivare ad un incontro amoroso è necessario un percorso maturativo che ponga l’ aggressività al servizio dell’ amore ( Freud diceva della Libido) e non viceversa .

Scriveva Sigmund Freud nel libro: “Il disagio della civiltà,,”

“l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni….”

C’è chi condivide e chi contesta questa visione dell’ uomo proposta da Freud che descrive l’ uomo come tendenzialmente egoista fino ad essere spietato. L’ educazione al rispetto dell’ altro deve fornire ,in questa visione dell’ uomo, dei freni inibitori , in assenza dei quali si manifesterebbe una sorta di tendenza naturale alla soddisfazione immediata degli istinti.

Per Freud vale la frase “ i buoni si limitano a sognare di notte ciò che i cattivi fanno di giorno”

Due elementi costitutivi nello sviluppo della personalità, che hanno a che fare con la morale, con l’ interiorizzazione delle norme, con la voce della coscienza e rappresentano dei potenti freni inibitori , sono il Senso di Colpa e la Vergogna.

Il Senso di Colpa di cui spesso si parla come di un ingombrante fardello è invece importantissimo per assicurare il reciproco rispetto. Se ci pensiamo è molto più efficace il Senso di colpa per prevenire condotte di Stalking , che non la vergogna , chi è frenato solo dalla vergogna può tranquillamente, maltrattare una persona , infierire sul partner fino a quando viene scoperto e smascherato , solo allora prova vergogna . Sentirsi in colpa invece impedisce di fare male all’ altro , comporta la capacità di preoccuparsi dell’ altro.

Ho avuto a che fare, in carcere dove svolgo consulenze psichiatriche, con detenuti per stalking, mi ha colpito che quando esercitavano i loro comportamenti persecutori non provavano senso di colpa, potevano invece provare vergogna, anche insopportabile quando venivano scoperti e smascherati.

Vale la pena ricordare che nel disturbo antisociale di personalità, che descrive il delinquente patologicamente incorreggibile, caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dall’incapacità di assumersi responsabilità e dall’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui , il dato psicologico fondamentale è proprio la mancanza del senso di colpa e del rimorso.

La Dipendenza Affettiva

Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno dell ‘altro durante tutta la nostra vita. Siamo sempre dipendenti, dalle persone a cui vogliamo bene e che ci volgliono bene. Riusciamo a conquistare progressivamente durante la crescita una condizione di Autonomia.

Autonomia comporta autonomia di sé dalla persona amata e desiderata e accettazione della autonomia della persona amata e desiderata da sé.

Riuscire a d accettare l’ autonomia dell’ oggetto di desiderio, tollerare le frustrazioni e le delusioni, tenere assieme l’ immagine buona dell’ altro che ci dice di si e quella cattiva che ci dice di no, costituisce un traguardo evolutivo raggiungibile se l’ ambiente in cui si cresce è fondamentalmente un buon ambiente che permette di fare in prevalenza esperienze positive .

Esistono dipendenze buone, sane, e dipendenze affettive patologiche.

Le dipendenze affettive patologiche sono correlate da un fallimento delle prime fondamentali esperienze affettive che lasciano un senso di vuoto, mancanza di autostima, difficoltà nel prendersi cura di sè stessi, intolleranza alla solitudine.

La Dipendenza Affettiva non è troppo diversa da altre dipendenze patologiche rivolte ad una droga o all’ alcool, porta ad una dipendenza verso una persona di tale intensità che non se ne può fare a meno., la separazione causa una crisi d’ astinenza.

Un’unica relazione sentimentale può venire estremamente idealizzata, ci si “avvinghia come l’edera” al partner che diviene apparentemente l’unica motivazione di vita.

Ma gli intensi bisogni di Dipendenza affettiva possono essere negati in primo luogo a sé stessi, mascherati ad es. con il machismo. Nelle Dipendenze Affettive l’amore, inteso come mutuo scambio di affetti fra persone libere ed autonome può venire sostituito da una dinamica di potere molto forte, in cui ci si scambia i ruoli di Vittima e Carnefice .

Elevato è il rischio di creare una Codipendenza: spesso le persone che soffrono di Dipendenza Affettiva scelgono dei partners a loro volta problematici (con dipendenza da sostanze, dal gioco, dall’alcool etc.).

Il modo migliore per non occuparsi dei propri bisogni affettivi à quello di porsi come un Salvatore in grado di salvare l’altro dai suoi problemi.

Nella Dipendenza Affettiva si diviene dipendente dal comportamento dell’altro e contemporaneamente si cerca di controllarlo. La relazione diviene una gabbia, sempre insoddisfacente e spesso autodistruttiva.

A volte in modo evidente, a volte segretamente , nella Dipendenze Affettive domina la paura :

Paura di cambiare

Paura di perdere la persona amata

Paura di essere abbandonati

Paura della separazione, del distacco

Paura della solitudine .

Sono sentimenti che rimandano al bisogno che il bambino ha della mamma.

Il bisogno è intenso ,la paura si mescola a Gelosia e Possessività con relativo restringimento della vita sociale .

Se lo Stalking è sotteso da dipendenza affettiva,conserva l’ eco si una disperazione infantile, di una collera infantile per la mamma che abbandona, collera però che viene agita da un adulto, con conseguenza che possono essere gravi e pericolose.

Il caso di M. illustra come lo Stalking sia sotteso da desiderio di impossessamento non controllato da freni inibitori e da una dipendenza affettiva patologica che non permette la separazione

Ho conosciuto M. in Carcere dove era detenuto per omicidio, M era un giovane uomo che aveva ucciso , accoltellandola,la sua fidanzata perchè voleva lasciarlo. Prima l’ aveva minacciata, anche picchiata.

In carcere non esprimeva rimorso ne’ colpa, non provando questi sentimenti non riusciva ad accettare l’ idea di dovere scontare una pena. Si lamentava del carcere perchè ci si annoia, non si può disporre del proprio tempo, non si mangia bene..

M era stato abbandonato dalla madre quando era bambino. La madre aveva lasciato figlio e marito per andare a vivere con un nuovo compagno.

Possiamo pensare che l’ abbandono da parte della fidanzata avesse riaperto la ferita dell’ abbandono da parte della madre, che avesse riattivato rabbia e disperazione, che M avesse bisogni di dipendenza affettiva molto forti e di cui probabilmente non era consapevole.

M. era stato cresciuto dal padre ( considerato un uomo debole) e dalla nonna materna. Gliele avevano date tutte vinte, perchè “poverino aveva sofferto tanto a causa della madre cattiva”.

Sembra quindi evidenziarsi un Superio (il giudice interno) fragile, espressione di un ambiente familiare che non gli ha trasmesso la capacità di tollerare le frustrazioni, di accettare i no controllando la rabbia.

M. evidenziava anche problematiche connesse ad un’ altra area posta al confine tra normalità e patologia :

considerava la sua ragazza come la moto o come i vestiti ,qualcosa che gli apparteneva e che doveva rispecchiare il suo valore, doveva sostenere e confermare il suo narcisismo.

Il Narcisismo.

Chiarisco subito che esiste un narcisismo sano che ha a che fare con la consapevolezza delle proprie qualità, dei propri pregi e con la capacità di manifestarle serenamente senza provare vergogna e lascia l’ altro libero di rispecchiare o meno. Certo meglio se arrivano applausi ma sono ammessi anche i fischi.

Il narcisismo patologico è quello che come nel mito di Narciso ( il ragazzo che si innamorò della sua immagine riflessa nell’ acqua ) non cerca un altro con cui entrare in relazione ma chiede all’ altro di essere uno specchio che deve rimandare al narcisista l’ immagine di una persona bella, desiderabile, interessante, di fatto l’ altro deve essere in funzione del rispecchiamento del narcisista.

Un grande psicoanalista americano Kohut ha scritto che quando l’ altro viene meno alla funzione di specchio, il narcisista prova rabbia e desiderio di vendetta. Un esempio che ci fornisce Kohut è dato dalla caccia implacabile che il capitano Amab da a Mobby Dick , la balena bianca. Potremmo dire che Akab è stato un implacabile stolker per la balena Moby Dick.

Moby Dick per sfuggire ad una caccia di Akab gli aveva provocato la perdita di una gamba : metafora della ferita narcisistica ,dell’ affronto ,dell’ offesa .Da quel momento la balena bianca diventa una ossessione per il capitano che dedicherà tutta la propria vita, fino all’ autodistruzione, per catturarla, ucciderla, vendicarsi.

Se si legge il carteggio tra Mussolini e la Petacci nel periodo della disfatta del fascismo credo si possa trovare un altro esempio di rabbia che scaturisce dall’ offesa al narcisismo, ossia di rabbia narcisistica, è impressionante come nel carteggio il Duce non esprima un solo sentimento di colpa per le sofferenze del popolo italiano, non esprime compassione, ma solo sdegno e collera perchè il popolo irriconoscente non è è pronto a combattere per lui .

Il narcisismo porta a concepire l’ altro in funzione del rispecchiamento , l’ altro non può essere libero ed autonomo, non può andarsene così come uno specchio non può lasciare la parete a cui è appeso. Il narcisista ha bisogno che l’ Altro resti disponibile a confermare il suo valore, non può rinunciare alla conferma della sua identità e del suo valore che l’ altro deve fornirgli.

Se è possibile in poche tempo dare una prima idea di che cosa è il Narcisismo patologico è quasi impossibile in poco tempo spiegarne le cause, però ci provo.

L’origine non è tanto da cercare in genitori che hanno incensato troppo i figli o che li hanno viziati, ma in una carenza del rispecchiamento fatta dai genitori verso i figli quando erano piccoli. Cosa intendo per rispecchiamento ? Il volto dela madre è uno specchio per il bambino che gli permette innanzitutto di vedere sè stesso come una persona amata e dotata di valore

Ha scritto Virgilio nelle egloghe ;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

è una frase potentissima, il poeta in poche righe condensa ed anticipa un sapere a cui si arriverà dopo secoli.

Molto schematicamente possiamo affermare che se il normale rispecchiamento non avviene , l’ individuo nella propria vita adulta avrà costantemente bisogno di cercare una conferma del proprio valore nell’ immagine di sè che gli rimanda un altro e chiederà al partner di svolgere questa funzione.

. ****

Possessività ,dipendenza affettiva, narcisismo, sono aree problematiche della mente che quando diventano tropo grandi,pervasive e dominano il funzionamento mentale ( affettivo e cognitivo ) ed il funzionamento comportamentale e relazionale, danno origine a patologie psichiatriche definite Disturbi di Personalità e qui entriamo nell’ area della patologia mentale, così come viene descritta nei manuali di psichiatria.

I dati della letteratura specialistica indicano che tra gli stalkers che manifestano una patologia mentale conclamata predominano i Disturbi di Personalità ,seguono , staccate, le psicosi deliranti: ( i matti).

Al Disturbo Antisociale di Personalità ho giò accennato.

Voglio solo menzionare, il Disturbo Borderline : una complessa patologia psichiatrica la cui incidenza sembra essere così in aumento che si parla di “ epidemia borderline” tra gli aspetti che caratterizzano il Disturbo Borderline di personalità vi sono proprio :

-sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono

-impulsività

-rabbia immotivata ed intensa.

Questi tratti di personalità, nel Disturbo Borderline sono così costanti e pervasivi da essere tratti rigidi e disadattativi permanenti che segnano l’ intera esistenza.

Il Delirio

Tra i tanti tipi di delirio esiste il deliro erotomanico che consiste nella convinzione assoluta ed impermeabile alle verifiche che una persona sia innamorata del delirante.

Io ho una Stalker delirante , una mia ex paziente , inossidabilmente convinta che io l’ ami, ha una psicosi di tipo schizofrenico che comporta allucinazione uditive, lei sente la mia voce che le conferma il mio amore.

Per fortuna l’ unica manifestazione del suo stalking consiste in incessanti telefonate da cui riesco a difendermi grazie alla funzione filtro del telefonino.

Chiudo con qualche parola sulle vittime dello stalking

Che effetto provoca lo stalking su chi lo subisce ?

Si può andare dal malessere che non si esprime con sintomatologia di pertinenza psichiatrica, alla reazione ansiosa o ansioso-depressiva , fino al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Un collega australiano, Meares afferma che le esperienze traumatiche subite si organizzano nella memoria in un Sistema Traumatico che viene attivato da nuove esperienze traumatiche e da stimoli che in qualche modo rimandano ai traumi precedenti. Questo è un modo elegante per afferrmare che l’ effetto di uno stalking subito sarà tanto più grave se “ piove sul bagnato”, se la persona che subisce lo stalking ha fatto altre esperienze in cui è stato vittima di soprusi i cui effetti sono tanto più gravi, persistenti, destabilizzanti ,quanto più era giovane ed immatura quando li ha subiti.

Il concetto del Sistema del trauma proposto da Meares mi piace molto, è semplice ed utile, è applicabile non solo alla vittima ma anche allo Stalker.

L’ ipotesi è che in chi ha subito traumi significativi , semplici no detti dal partner, normali mancanze di empatia, non accoglimento dei bisogni, riattivano il Sistema del trauma, la collera provata è rivolta non solo al partner ma anche verso le persone importanti del passato che sono state frustranti e traumatizzanti. L’individuo rivolge la collera verso la moglie che non lo capisce ma anche verso la madre che non lo ha mai capito,verso il padre che lo picchiava, in quel momento la collera contiene tutte le collere provate, come spiega Meares presente e passato si confondono.

Il Sistema del trauma viene allontanato dalla coscienza perchè fatto di ricordi dolorosi, di emozioni penose .Credo che venga rappresentato in quegli incubi dove bisogna lottare contro una entità malvagia e dove l’ unica relazione possibile è costituita dall’ odio e gli unici ruoli sono quelli di vittima o carnefice., non esiste perdono ne’ compassione.

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Stalking. Una riflessione psicopatologica

Gio, 07/02/2013 - 14:20

Lo Stalking non è una diagnosi psichiatrica, in molti stalkers non si evidenzia una patologia mentale conclamata ,lo stalking pertanto si colloca nella zona grigia posta tra normalità del male e psicopatologia.

Una riflessione sullo stalking non può quindi essere condotta solo con categorie psichiatriche servono anche altri vertici di osservazione : la sociologia, la criminologia, la psicologia e ,all' interno della psicologia , la psicoanalisi.

In questo mio intervento , utilizzerò soprattutto la psicoanalisi proprio per la capacità di questa disciplina di parlare sia della normalità che della patologia considerate come condizioni comunicanti tra loro e divise da una linea di confine a tratti sottile.

Lo stalking colpisce soprattutto le donne, l’ 80% delle vittime sono donne. Il significato originario del termine "Stalking" è importato dal linguaggio venatorio e indica l'appostamento, l'inseguimento furtivo della preda.

Lo stalker è un predatore e la donna diventa una preda, viene negata la possibilità per la donna di sottrarsi al desiderio maschile.

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Seminario di Osvaldo Saidon “Gruppi autogestiti nella clinica”

Mar, 11/09/2012 - 23:18

La scuola di prevenzione José Bleger riaprirà le sessioni di studio 2012 – 2013 con un seminario di Osvaldo Saidon su “Gruppi autogestiti nella clinica”. Il seminario si svolgerà presso l’Hotel Imperial Beach in Via Toscanelli 19 a Rimini dalle 16 alle 19 di venerdì 28 settembre 2012. Attività in collaborazione con http://area3.org.es

Osvaldo Saidon

Psichiatra Psicoanalista, Docente della scuola Bleger, si occupa di gruppi e di interventi istituzionali. E’ stato per diverso tempo esule in Brasile dove ha  lavorato sui temi dei gruppi e dell’analisi istituzionale. A Buenos Aires  esercita la clinica e formazione, interventi di supervisione e attività psicopolitica. E’ impegnato su temi che riguardano la scena teatrale di avanguardia ed il cambiamento sociopolitico  come forma di diffusione del benessese psicosociale. Sviluppa la schizoanalisi di Deleuze e Guattari.

Ultimi volumi pubblicati:

Clinica Società e Schizoalaisi, Paidos

La potencia Grupal, Paidos

El cuerpo en la clinica Istituzional, con Bernardo Kononovich, Paidos

Articolo di Saidon

http://www.area3.org.es/Uploads/Pensar-es-resistir.pdf

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