Scuola di prevenzione José Bleger Rimini

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Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.
Aggiornato: 2 giorni 23 ore fa

Interpretazione

Lun, 22/05/2017 - 23:13

Giovedì 8 giugno, alle ore 18,00,
presso la Mediateca Gateway in via S. Petronio Vecchio 33, a Bologna,

verrà presentato il libro, a cura di Leonardo Montecchi,

“Interpretazione”

Sarranno presenti:
Leonardo Montecchi, psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della ‘Scuola Bleger’
Renato Curcio, sociologo e coordinatore di cantieri di socioanalisi narrativa, Direttore editoriale di ‘Sensibili alle Foglie’
Massimo Bonfantini, filosofo, professore di Semiotica al Politecnico di Milano fino al 2005, coordina il ‘Club Psòmega’, centro di studi sull’inventiva

Coordina l’incontro Federico Chicchi, sociologo, Professore Associato del Dipartimento di Sociologia e di Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna, membro del Coordinamento Nazionale dell’Associazione Lacaniana Italiana di psicoanalisi (Alipsi)

Sono raccolti in questo volume le relazioni del seminario intensivo organizzato dalla Scuola Bleger nel maggio 2015 per riflettere sul concetto di interpretazione.
Si tratta di un dialogo fra diversi approcci: dalla socioanalisi narrativa, all’analisi istituzionale, alla semiotica, alla concezione operativa di gruppo.

Relazioni di: Laura Buongiorno, Leonardo Montecchi, Massimo Bonfantini, Inés del Carmen Lander, Patrick Boumard, Thomas Von Salis, Renato Curcio, Nicola Valentino, Federico Suárez, Loredana Boscolo, Massimo De Berardinis, Raul Cifuentes Caceres, Violeta Suarez Blasquez.

La Scuola Bleger sviluppa la concezione operativa di gruppo in una dimensione aperta e antidogmatica, pensiamo che un pensiero scientifico si debba costantemente misurare con la esperienza ed apprendere continuamente.  Per questo motivo abbiamo organizzato l’incontro internazionale dividendolo in una parte informativa, che prevedeva la presentazione di relazioni informative, ed una parte di elaborazione dell’informazione, nella quale, mediante la partecipazione ai gruppi operativi, i partecipanti al seminario potevano discutere le relazioni ed aggiungere “qualsiasi altra cosa” avessero voluto.

I tre gruppi organizzati prevedevano ciascuno un coordinatore ed un osservatore. Queste équipes hanno prodotto una breve relazione dei lavori svolti, con l’esplicitazione degli emergenti ed un breve commento sul processo dei gruppi.

Così il testo può servire come un approfondimento del concetto di interpretazione ed una apertura al soggetto collettivo.

 

 

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Prevenzione e Hip Hop: dal Centro Via al futuro

Mer, 29/03/2017 - 12:23

Il 28 aprile 2017, dalle ore 16.00 alle ore 19.00

si svolgerà il seminario organizzato dalla Scuola Bleger dal titolo:

Prevenzione e Hip Hop dal Centro Via al futuro

Relazioni di Leonardo Montecchi e Stefano ‘Word’ Serio

Coordina Gabriella Maggioli

Si discuterà dell’esperienza di prevenzione iniziata nel 1992 con la costruzione del Centro Via, centro co-gestito assieme al gruppo nascente dell’Hip Hop di Rimini.
Con Word, rapper di Rimini che ha frequentato il centro, si parlerà del passato e del futuro di questa alleanza.

L’incontro si terrà all’RM25, in Corso D’Augusto 241 a Rimini.

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Pronto Soccorso e Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche di Senigallia a confronto: analisi dati anni 2013-2014-2015

Mar, 07/03/2017 - 12:19

 

-Dott.ssa Antonella Battistini – Dirigente psicologo – Psicoterapeuta- Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche – DDP AV 2 ASUR Marche

-Dott.ssa Manuela Falcinelli – Dirigente Sociologo –Servizio Territoriale Dipendenze Patologiche – DDP AV 2 ASUR Marche

-Dr. Gianfranco Maracchini- Direttore U.O.C. Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza- AV2 ASUR Marche

 

Gli dei non hanno certo svelato ogni cosa ai mortali fin da principio, ma, ricercando, gli uomini trovano a poco a poco il meglio.
(Senofane)

 

Introduzione

Il presente studio nasce dall’esigenza di reperire informazioni ed approfondire  la conoscenza del territorio, in cui opera il Servizio Territoriale delle Dipendenze Patologiche di  Senigallia. Il  processo di modificazione che sta toccando il problema delle dipendenze, ha spinto gli operatori del Sevizio ad ampliare l’orizzonte  di  osservazione, iniziando da uno dei Servizi deputato alla gestione dell’emergenza: il Pronto Soccorso. La ricerca, pur nella sua semplicità, è stata motivo di interessanti e numerose riflessioni che richiedono, per la loro rilevanza,  una prosecuzione ed ulteriori studi. Per tali motivi, la ricerca non intende fornire conclusioni, ma considerazioni per iniziare un percorso di approfondimento di dati che dovranno essere raccolti ed integrati per tentare di rispondere ad alcuni dei quesiti che la presente analisi ha evidenziato: per alcune fasce di popolazione a rischio  cosa  rappresenta il Pronto Soccorso? E la loro domanda esplicitata è solo una richiesta sanitaria o sottende altri tipi di bisogni?

Alcune ricerche, disponibili in letteratura, evidenziano che il Pronto Soccorso sia il luogo, per eccellenza, dove portare la sofferenza  del corpo malato; quando si pone al primo posto il corpo, si è impossibilitati a  riconoscere una complessità che tenga conto  dell’anima.

Il Pronto Soccorso, struttura anonima, dal nome rassicurante, rischia di essere utilizzata,  secondo una logica consumistica del “tutto e subito”, come luogo di facili soluzioni ed illusioni  salvifiche.

Questa ricerca vuole essere il tentativo per iniziare a riflettere secondo una logica di complessità che vada oltre alla sola dimensione corporea e sanitaria, che  tenga conto dei molteplici bisogni: relazionali, psicologici, sociali, economici, culturali, etc., spesso difficilmente esprimibili.

A questo proposito, in linea con alcuni riferimenti bibliografici recenti, s’intende  attuare un’ulteriore indagine rivolta al problema dei adolescenti-giovani e dei loro agiti distruttivi: incidenti, traumi, autolesionismo, che spesso sottendono una difficoltà nel processo di mentalizzazione  e dell’acquisizione del sé.

 

Metodologia:

Al fine di effettuare un approfondimento dei dati relativi agli accessi al Pronto Soccorso sono stati richiesti al software NBS del Pronto Soccorso dell’Ospedale di Senigallia i dati relativi agli accessi avvenuti nel triennio 2013-2015 per  alcune parole chiavi[1] attinenti la problematica dell’uso/abuso e/o dei comportamenti di addiction.

Le estrazioni hanno riportato alcuni accessi non attinenti alla richiesta, come ad esempio alcune “calcolosi delle colecisti” che contengono la parola chiave “alcol”.

Per tale motivo  è stata effettuata una ulteriore verifica dei dati attraverso l’analisi del testo delle seguenti variabili riportate nel data-base:

-“Descrizione del problema”;

-“Segni sintomi”;

-“Anamnesi  esobiettivo”;

-“Diagnosi  dimissione”;

-“Patologia dimissione1”;

Sono stati quindi selezionati gli accessi avvenuti e riconducibili alle macro aree problematiche: Alcol, Sostanze stupefacenti , Alcol e Sostanze stupefacenti, Overdose, Psicofarmaci

 

Risultati

Numero degli accessi, area problematica ,frequenza, esiti e costi

Dall’analisi dei dati dei tre anni osservati, si evidenzia che il numero di soggetti che accedono ogni anno al pronto soccorso per problemi di uso/abuso/dipendenza da alcol e da sostanze stupefacenti è stato attorno ai 190 casi nel 2013 e 2015 e di 226 nel 2014 (tab.n.1).

 

 Tab.n.1:N° accessi per area problematica ed anno

 

N° Accessi 2013 2014 2015 Totale Alcol 141 167 150 458 Sostanze stupefacenti 30 46 24 100 Alcol e Sostanze stupefacenti 6 5 7 17 Overdose 8 6 6 20 Psicofarmaci 5 2 3 10 Totale 190 226 189 605

 

Secondo la  classificazione al Triage, il problema principale (tab.n.2), per il 44,96% degli accessi, è costituito da “Altri Sintomi e Disturbi” , da “Intossicazione” per il 24,79%, da “Disturbi del comportamento” per il 10,41% e da “Trauma” e “Trauma Cranico” per il 3,64% e 2,31% dei casi.

 

 Tab.n.2:N° accessi per Problema principale e area problematica (anni 2013-2014-2015)

 

Problema principale\area problematica Alcol Sostanze stup. Alcol e Sost.stup. Psicofarmaci Overdose Tot. Tot.% Accertamenti Medico Legali 1 2 1 4 0,66% Altri Sintomi e Disturbi 206 48 8 3 7 272 44,96% Altri Sintomi Sistema Nervoso 8 3 1 12 1,98% Altro Tipo di Dolore 1 1 0,17% Astenia 2 2 0,33% Cardiopalmo 1 3 1 5 0,83% Coma 1 1 2 0,33% Dispnea 3 2 5 0,83% Disturbi del Comportamento 45 14 2 2 63 10,41% Disturbi dello stato di Coscienza 6 2 1 9 1,49% Dolore Addominale 14 1 1 16 2,64% Dolore Toracico 2 2 0,33% Emorragia non Traumatica 2 2 0,33% Epigastralgia 6 1 7 1,16% Febbre 2 2 0,33% Ferite 1 1 0,17% Intossicazione 118 15 3 1 13 150 24,79% Lipotimia 3 1 4 0,66% Problema Sociale 1 1 0,17% Sincope 6 1 7 1,16% Trauma 16 5 1 22 3,64% Trauma Cranico 11 1 1 1 14 2,31% Vertigini 1 1 0,17% Non Rilevato 1 1 0,17% Totale 458 100 17 10 20 605 100,00%

 

Le giornate che ha impegnato  il Pronto Soccorso di Senigallia per il trattamento di tali accessi sono state 137 nel 2013, 161 nel 2014 e 121 nel 2015. Seppure, il numero medio di accessi,  nello stesso giorno, per la problematica oggetto di analisi, si è aggirato, nel triennio,  attorno al 1,4-1,5, tuttavia emergono valori  di estrema variabilità: vi sono stati giorni in cui vi sono stati anche n. 14 (nel 2013) e n.9 ( nel 2015) accessi nello stesso giorno (tab.n.3).

 

Tab.n.3:Frequenza degli accessi (anni 2013-2014-2015)

Frequenza degli accessi/Anno 2013 2014 2015 N° di giorni con almeno un accesso 137 161 121 N° medio di accessi nello stesso giorno 1,40 1,41 1,56 Dev.st . N° accessi nello stesso  giorno 1,25 0,68 1,12 Range (max-min) n° accessi nello stesso giorno 14-1 4-1 9-1

 

La problematica prevalente ha riguardato l’ “alcol” che è stata la causa  principale di 458 accessi, seguono le “sostanze stupefacenti” con 100 accessi, le “overdosi” con 20 interventi, “alcol associato a sostanze stupefacenti “ con 17 e 10 per “psicofarmaci”.

Il totale degli accessi, pari a  605 nel triennio analizzato, ha interessato 488 soggetti e  65 di questi hanno fatto più accessi nel corso dei tre anni (tab.n.4).

 

 Tab.n.4: N° pazienti con n.2 o più accessi (anni 2013-2014-2015)

N° accessi N° pazienti con più accessi N° pazienti con più accessi noti al STDP di Senigallia 2 40* 16 3 15** 12 4 3*** 3 5 1 0 6 3 2 7 2 1 10 1 1 Totale 65 35

Note

*Dei 40 soggetti, 27 di questi hanno fatto n.2 accessi nel corso dello stesso anno.

** dei 15 soggetti, 6 di questi hanno fatto n.3 accessi nel corso dello stesso anno.

*** dei 3soggetti, 1 di questi ha fatto n.4 accessi nel corso dello stesso anno.

Gli interventi al Pronto Soccorso hanno avuto come esito nell’82,98% dei casi una dimissione a domicilio, nel 10,08% dei casi un ricovero in un reparto di degenza, nel 4,63% il paziente ha abbandonato il Pronto Soccorso e nel 0,33% delle situazioni si è avuta una dimissione a strutture ambulatoriali o trasferimento ad altro istituto, non meglio specificato (tab.n.5).

 

Tab.n.5: N° degli accessi per tipologia delle dimissioni (anni 2013-2014-2015)

Esito alla Dimissione Totale fr% Dimissione a Domicilio 502 82,98% Dimissione a Strutture Ambulatoriali 2 0,33% Il Paziente abbandona il  PS in corso di accertamenti e/o prima della chiusura della pratica 28 4,63% Ricovero in Reparto di degenza 61 10,08% Rifiuta il Ricovero 10 1,65% Trasferimento ad altro istituto 2 0,33% Totale complessivo 605 100,00%

 

Dal punto di vista economico, si precisa che è possibile effettuare solo una stima, in quanto i valori sono influenzati dai dati anomali precedentemente detti.

Tuttavia, considerando il costo medio stimato per codice di gravità (tab.n.6), l’impatto complessivo, in termini economici,  relativo ai 605 interventi al Pronto Soccorso  per codice di gravità nel triennio osservato (tab.n.7) si è aggirato attorno ai 43.000 euro, circa 13.400 euro nel 2013 e 2015 e 16.000 euro nel 2014 (tab.n.8).

 

Tab.n.6: Costo per codice di Gravità

Codice Gravità Costo Verde € 56 Rosso € 119 Giallo € 80 Bianco € 24

 

Tab.n.7:N° accessi per Anno e Codice Gravità

Anno Accesso Codice_Gravità_Ingresso 2013 2014 2015 Totale Bianco 3 2 1 6 Giallo 87 132 98 317 Rosso 13 14 8 35 Verde 87 78 82 247 Totale complessivo 190 226 189 605

 

Tab.n.8:Costo per codice di Gravità per Anno degli accessi

  Anno Accesso Codice_Gravità_Ingresso 2013 2014 2015 Totale Bianco € 72 € 48 € 24 € 143 Giallo € 6.957 € 10.555 € 7.836 € 25.347 Rosso € 1.549 € 1.669 € 953 € 4.171 Verde € 4.841 € 4.340 € 4.562 € 13.743 Totale complessivo € 13.418 € 16.611 € 13.376 € 43.405

 

Lettura socio-anagrafica

L’analisi relativa alla tipologia dei soggetti che si sono rivolti al Pronto Soccorso,  evidenzia che, seppure vi sia una prevalenza di accessi  (407 casi pari al 67,27%) che hanno riguardato soggetti di genere maschile, il 32,73% (198 casi) delle situazioni sono state determinate da pazienti di genere femminile. Le classi di età piu’ coinvolte sono quelle tra i 13-21 anni (22,98%), e, a seguire, le classi 22-24 e 31-39 anni  che riguardano attorno al 17% degli accessi; gli ultraquarantenni (40-48 anni) si attestano attorno al 14%, oltre il 12% i soggetti attorno ai 50 anni (49-57), poco più del 9%  gli ultra settantenni  (tab.n.9).

 

 Tab.n.9: N° accessi per genere, classi di età  ed anni

totale 2013 2014 2015 Classe età\Genere F M Tot. fa f% Tot. fa f% Tot. fa f% Tot. fa f% 13-15 12 13 25 139 22,98% 13 51 26,84% 4 41 18,14% 8 47 24,87% 16-18 25 34 59 19 17 23 19-21 17 38 55 19 20 16 22-24 6 26 32 103 17,02% 10 32 16,84% 9 29 12,83% 13 42 22,22% 25-27 9 19 28 10 9 9 28-30 16 27 43 12 11 20 31-33 5 24 29 105 17,36% 8 33 17,37% 11 38 16,81% 10 34 17,99% 34-36 8 22 30 9 13 8 37-39 17 29 46 16 14 16 40-42 14 16 30 86 14,21% 6 15 7,89% 14 48 21,24% 10 23 12,17% 43-45 7 20 27 6 13 8 46-48 5 24 29 3 21 5 49-51 8 14 22 77 12,73% 8 28 14,74% 10 31 13,72% 4 18 9,52% 52-54 10 24 34 13 13 8 55-57 5 16 21 7 8 6 58-60 2 3 5 32 5,29% 1 12 6,32% 2 14 6,19% 2 6 3,17% 61-63 3 8 11 3 6 2 64-66 2 14 16 8 6 2 67-69 4 2 6 26 4,30% 1 3 1,58% 4 13 5,75% 1 10 5,29% 70-72 4 7 11 1 3 7 73-75 3 6 9 1 6 2 76-78 2 2 4 22 3,64% 2 7 3,68% 1 8 3,54% 1 7 3,70% 79-81 1 6 7 2 2 3 82-84 4 7 11 3 5 3 85-87 3 4 7 15 2,48% 5 9 4,74% 1 4 1,77% 1 2 1,06% 88-90 3 2 5 3 1 1 >=91 3 0 3 1 2 0 Totale 198 407 605 605 100% 190 190 100% 226 226 100% 189 189 100% totale % 32,73% 67,27% 100%    

 

Dal punto di vista del trend storico, si evidenzia un incremento degli accessi di pazienti di genere femminile che sono passate da un 28,98% nel 2013 ad un 35,45% nel 2015 (tab.n.9.1)

 

Tab.n.9.1: N° accessi per genere e anno

Anno\Genere F M Totale F M Totale 2013 55 135 190 28,95% 71,05% 100,00% 2014 76 150 226 33,63% 66,37% 100,00% 2015 67 122 189 35,45% 64,55% 100,00% Totale 198 407 605 32,73% 67,27% 100,00%

 

Approfondendo l’analisi e prendendo in esame l’area problematica rispetto al genere ed all’età,  i dati  evidenziano che non c’è una relazione tra la tipologia di problematica ed  il genere, mentre è statisticamente significativa la relazione tra l’età e la problematica che ha determinato gli accessi al pronto soccorso (Chi-quadro test=79,851, p=0,003).

Entrando nel dettaglio, relativamente all’età, si evidenzia infatti la presenza di una consistente quota di soggetti in età adolescenziale  e giovanile (tra i 13 e 21 anni), sia maschi che femmine,  per problemi di “alcol” e, a seguire, di “sostanze” e per “poliassunzione” .

Non residuale è anche  la quota dei soggetti ultrasettantenni, specie per  “sostanze stupefacenti e psicofarmaci”, nonché per l’”alcol” (tab.n.10).

Per quanto riguarda l’ area problematica (tab.n.10) dell’ ”alcol”, dei 458 accessi, 150 sono pazienti di sesso femminile e 308 pazienti maschi, sostanzialmente i problemi etilici hanno determinato circa  il 75% degli accessi in entrambi le tipologia dei soggetti.

Per “stupefacenti e psicofarmaci”, i 110 accessi hanno riguardato 35 femmine (17,68%) e 75 maschi (18,43%).

Per “alcol associato a sostanze” i 17 accessi sono stati fatti rispettivamente da 7 (3,54%) femmine e 10 (2,46%) maschi.

Le “overdosi”, complessivamente 20 accessi, in  6 (3,03%) casi sono state femmine e 14 (3,44%) maschi (3,44%). Nello specifico, n.1 caso per alcool, n.1 per cocaina, n.15 per oppiacei ed in n.3 casi per sostanze stupefacenti non meglio specificate.

La restante quota di accessi riguarda n.10 casi per psicofarmaci, 5 maschi e 5 femmine, rispettivamente con un’età media di 52,2 e 33,6 anni e, a seguire, n.24 casi eroina-oppiacei, n.9 casi cocaina, n.6 cannabis, n.3 allucinogeni,, n.1 amfetamine e 27 sostanze stupefacenti non meglio specificate.

 

 Tab.n.10:N° accessi per area problematica, sesso e classe di età (anni 2013-2014-2015)

Problematica/Classi Età all’accesso Alcol Sostanze stup. e Psicofarmaci Poliassunzione  (Alcol e Sost.) Overdose Totale M F M F M F M F M F 13-15 12 10 1 1 0 1 0 0 13 12 16-18 30 22 2 1 2 2 0 0 34 25 19-21 27 13 8 3 3 0 0 1 38 17 22-24 22 4 2 0 1 1 1 1 26 6 25-27 14 2 3 5 1 2 1 0 19 9 28-30 14 14 9 2 0 0 4 0 27 16 31-33 17 5 4 0 0 0 3 0 24 5 34-36 16 6 4 1 0 0 2 1 22 8 37-39 15 14 12 2 1 0 1 1 29 17 40-42 8 10 6 3 0 1 2 0 16 14 43-45 17 4 2 1 1 0 0 2 20 7 46-48 21 5 3 0 0 0 0 0 24 5 49-51 11 7 3 1 0 0 0 0 14 8 52-54 23 10 1 0 0 0 0 0 24 10 55-57 14 4 2 1 0 0 0 0 16 5 58-60 2 2 1 0 0 0 0 0 3 2 61-63 7 3 0 0 1 0 0 0 8 3 64-66 12 1 2 1 0 0 0 0 14 2 67-69 2 4 0 0 0 0 0 0 2 4 70-72 6 3 1 1 0 0 0 0 7 4 73-75 4 0 2 3 0 0 0 0 6 3 76-78 1 2 1 0 0 0 0 0 2 2 79-81 6 0 1 0 0 0 0 6 1 82-84 4 2 3 2 0 0 0 0 7 4 85-87 1 1 3 2 0 0 0 0 4 3 88-90 2 2 0 1 0 0 0 0 2 3 >=91 0 0 0 3 0 0 0 0 0 3 Totale 308 150 75 35 10 7 14 6 407 198 % 75,68% 75,76% 18,43% 17,68% 2,46% 3,54% 3,44% 3,03% 100,00% 100,00%

 

Preme specificare che dei 110 casi per “stupefacenti e psicofarmaci”, n.30 sono accessi per assunzione/uso improprio di benzodiazepine,14 femmine e 16 maschi, la cui età media è di 68 anni, rispettivamente 71 per le prime e 66 per i maschi (tab.11).

 

Tab.n.11:Accessi per assunzione/uso improprio di benzodiazepine (anni 2013-2014-2015)

Genere M F Totale N° accessi 16 14 30 Età media 66 71 68 Range 33-85 anni 35-97 anni 33-97

 

Il 62,98% degli accessi ha interessato  soggetti residenti in uno dei 9 Comuni di competenza del STDP di Senigallia, un 16,03% soggetti residenti negli altri Comuni dell’Area Vasta 2 ed un 11,90% di fuori Regione (tab.n.12).

 

Tab.n.12: N° accessi per Residenza (anni 2013-2014-2015)

Residenza N° accessi Fr% 9 Comuni di competenza del STDP Senigallia 381 62,98% AV2 AN 97 16,03% AV1 PU 39 6,45% AV3 MC 7 1,16% AV4 FM 1 0,17% AV5 AP 3 0,50% Fuori Regione 72 11,90% Non rilevato 5 0,83% Totale 605 100,00%

 

Modalità di arrivo e Calendarizzazione degli accessi

La prevalenza degli accessi, indipendentemente dall’anno di osservazione (tab.n.13)  e dell’area problematica (tab.n.14) è stata con l’Ambulanza (73,06%), di cui nel 41,82% dei casi  con l’Ambulanza del 118 e nel 31,24% con “altra Ambulanza”, seguono con il 25,79%  gli accessi avvenuti “autonomamente”

Tab.n.13: Modalità di arrivo al pronto soccorso per anno

Modalità di arrivo\ Anno di accesso 2013 2014 2015 Totale Totale% Ambulanza 118 83 90 80 253 41,82% Altra Ambulanza 66 65 58 189 31,24% Autonomo (arrivato con mezzi propri) 40 70 46 156 25,79% Elicottero 118 1 1 0,17% Altro (ambulanze di Esercito,Vigili del Fuoco,ecc.) 1 1 2 4 0,66% Non Rilevato 2 2 0,33% Totale 190 226 189 605 100,00%

 

Tab.n.14: Modalità di arrivo al pronto soccorso per area problematica

Modalità di Arrivo \ Area problematica Alcol       Sost. stupefacenti Alcol e Sost. Stup. Overdose Psicofarmaci Totale Totale% Ambulanza 118 174 53 5 14 7 253 41,82% Altra Ambulanza 166 17 5 1 189 31,24% Autonomo (arrivato con mezzi propri) 112 29 7 5 3 156 25,79% Elicottero 118 1 1 0,17% Altro (ambulanze di Esercito,Vigili del Fuoco,ecc.) 3 1 4 0,66% Non Rilevato 2 2 0,33% Totale 458 100 17 20 10 605 100,00%

 Il 48,93% degli accessi sono avvenuti nei giorni feriali (296 casi) di cui n.172  nella fascia oraria diurna, seguono con il 34,21% (n. 207) i casi di accessi nei giorni festivi, e, a seguire, gli accessi nei giorni  prefestivi con il 15,37%  (n. 56 casi), questi ultimi (festivi e prefestivi),  viceversa, si concentrano prevalentemente nelle fasce orarie notturne (tab.n.15)

 

Tab.n.15: N° accessi per fascia oraria e tipologia dei giorni (anni 2013-2014-2015)

Anno/ Fascia Oraria 2013 2014 2015 totale Tipo giorno giorno notte Totale giorno notte Totale giorno notte Totale giorno notte Totale feriale 51 36 87 73 54 127 48 34 82 172 124 296 festivo * 11 64 75 30 34 64 18 50 68 59 148 207 post festivo 1 1 1 1 2 3 3 6 5 4 9 prefestivo 10 17 27 12 21 33 15 18 33 37 56 93 totale 73 117 190 116 110 226 84 105 189 273 332 605                       Note:Prefestivo non comprende i lunedì;Post festivo comprende anche i sabati.Anno 2013: dei 64, n.2 Capodanno;

Anno 2014: dei 30, n.1 Capodanno e n.1 Ferragosto; dei 34, n.3 Inizio Anno e n.1 Ferragosto; Anno 2015: dei 50, n.1 inizio anno

Mentre le problematiche legate all’uso di sostanze o psicofarmaci e le overdosi costituiscono le principali cause degli accessi nelle fasce orarie diurne, l’alcol  e le situazioni di poliassunzione spiegano invece gli accessi nelle fasce notturne (Chi quadro test=52,125, p=0,000).

Per tutte le aree problematiche analizzate, sia per sostanze che per alcol, etc,, si rileva una significatività statistica tra l’età e la fascia oraria di accesso (Chi-quadro test=101,045, p=0,000):  gli accessi in orario notturno riguarda, in maniera preponderante la popolazione delle fasce di età adolescenziale e giovanile (tab.n.16)

Tab.n.16: N° accessi per tipologia della problematica,fascia oraria e classi di età (anni 2013-2014-2015)

Problematica/Fascia Oraria Alcol Sostanze e Psicofarmaci Poliassunz.(alcol e sost.) Overdose Totale Classi età giorno notte giorno notte giorno notte giorno notte giorno notte 13-21 10 104 8 8 1 7 1 20 119 22-30 18 52 17 4 2 3 3 4 40 63 31-39 28 45 14 9 1 5 3 47 58 40-48 35 30 12 3 2 4 51 35 49-57 45 24 7 1 52 25 58-66 17 10 4 1 22 10 67-75 12 7 6 1 18 8 76-84 6 9 4 3 10 12 >=85 4 2 9 0 13 2 Totale 175 283 81 29 4 13 13 7 273 332

 

Anche la tipologia dei giorni spiega, dal punto di vista statistico, la diversa distribuzione dei casi in base all’età ((Chi quadro test=85,476, p=0,000): gli accessi nei giorni festivi e prefestivi riguardano in modo particolare i soggetti di giovane e giovanissima età, in particolare quelli con un problema di alcol (tab.n.17).

 

Tab.n.17: N° accessi per tipologia della problematica,tipologia dei giorni e classi di età (anni 2013-2014-2015)

Problematica Alcol Sostanze e Psicofarmaci Poliassunzione (alcol e sost.) Overdose Totale Tip.giorno/Classi età feriale festivo post festivo prefestivo feriale festivo post festivo prefestivo feriale festivo post festivo prefestivo feriale festivo post festivo prefestivo feriale festivo post festivo prefestivo 13-21 23 70 21 9 4 3 8 1 33 82 0 24 22-30 29 29 2 10 9 8 4 4 1 5 1 1 47 39 2 15 31-39 34 21 2 16 14 6 3 1 5 2 1 54 29 2 20 40-48 32 18 2 13 11 3 1 1 1 44 21 2 15 49-57 44 17 1 7 5 3 1 1 2 50 21 1 9 58-66 22 3 2 1 2 1 1 24 5 1 2 67-75 14 2 3 7 21 2 0 3 76-84 10 4 1 4 3 14 4 1 3 >=85 3 3 6 1 2 9 4 0 2 Totale 211 167 8 72 66 27 1 16 7 9 0 1 12 4 0 4 296 207 9 93

Nei mesi estivi, in particolare nelle fasce orarie notturne, si concentra il maggior numero di accessi (tab.n.18).

 

Tab.n.18: N° accessi per mese e fascia oraria (anni 2013-2014-2015)

Mese/Fascia Oraria giorno notte Totale gennaio 18 21 39 febbraio 15 17 32 marzo 10 22 32 aprile 22 29 51 maggio 29 27 56 giugno 24 25 49 luglio 19 53 72 agosto 34 61 95 settembre 47 25 72 ottobre 22 17 39 novembre 18 15 33 dicembre 15 20 35 Totale 273 332 605

Utenti del STDP al Pronto Soccorso

Incrociando i dati con la banca dati del STDP di Senigallia  emerge che dei 605 accessi  avvenuti nel triennio per problemi legati ad un uso di sostanze stupefacenti e/o alcol,182 di questi hanno riguardato soggetti noti al Servizio Territoriale delle Dipendenze Patologiche di Senigallia.

Più in particolare, dei  488 soggetti, 98 sono  i soggetti  cosciuti in quanto, per motivi diversi, sono afferiti, nel corso degli anni, al Servizio Ambulatoriale Territoriale specialistico di Senigallia. La prevalenza degli accessi si concentra nei giorni  feriali ed, in particolare, nelle fasce orarie diurne (tab.n.19). Dei 98 soggetti, 35 hanno fatto più accessi nel corso del triennio (tab.n.4)

 

Tab.n.19:N° Accessi dei soggetti noti al STDP di Senigallia (anni 2013-2014-2015)

Tipo giorno/ Fascia  Oraria feriale festivo post festivo prefestivo Totale giorno 80 24 2 13 119 notte 35 15 1 12 63 Totale 115 39 3 25 182

 

Conclusioni

Questa ricerca parte dal presupposto di voler conoscere il target che si rivolge al Pronto Soccorso di Senigallia sotto l’effetto di sostanze psicoattive; tale studio prende in considerazione il periodo storico che va dal 2013 al 2015. Dall’analisi dei dati disponibili, si evidenzia che l’adolescenza (13-21 anni) e la senescenza (oltre i 65 anni) sono due fasce di età particolarmente a rischio per l’uso/abuso di sostanze psicotrope.

Il problema legato, invece all’uso di alcol, tocca trasversalmente gli adolescenti, gli anziani e  tutte le altre fasce di età e si estende dal genere maschile a quello femminile senza nessuna differenza, rendendo necessaria l’attivazione di strategie di sensibilizzazione e prevenzione più mirate. Si puo’ ipotizzare che ci sono periodi del ciclo di vita di ogni persona che sono attraversati da profonde disarmonie e squilibri mente-corpo che generano molta sofferenza. L’utilizzo di alcol e sostanze stupefacenti offre una momentanea via di fuga a situazioni di angoscia altrimenti di difficile gestione.

Il Pronto Soccorso non puo’ essere la risposta esaustiva ad una situazione  così complessa ed articolata, ma il punto di partenza per attivare azioni integrate volte ad affrontare efficacemente le problematiche.

E’ necessario uscire dallo stereotipo comune che tali agiti siano problemi guaribili con interventi a breve termine e solo sanitari evitando il  rischio che il P.S. rappresenti una risposta parziale e iatrogena, producendo il fallimento della speranza di aiuto.

La complessità evidenziata, offre uno spunto per riflettere su alcuni aspetti su cui sarebbe opportuno investire sia dal punto di vista culturale che operativo:

-approfondire la conoscenza della realtà territoriale coinvolgendo altre istituzioni,  anche non sanitarie del territorio, che direttamente e/o indirettamente vengono  in contatto con l’uso problematico di sostanze stupefacenti e/o alcoliche, spesso associato con comportamenti disfunzionali e pericolosi, per intercettare quelle sacche marginali di “utenze fragili” estranee ai servizi. Inoltre, anche per dare una maggiore rappresentatività e  significatività a quanto emerso  dal presente studio, si suggerisce l’importanza di allargare l’indagine negli altri Servizi  Territoriali per le Dipendenze Patologiche della Regione;

-proporre dispositivi di ascolto complementari a quelli sanitari e di  cura, in un’ottica di ricerca-azione.

-definire dispositivi, quali un protocollo d’intesa tra questo Servizio ed il Pronto Soccorso per l’orientamento-accompagnamento delle genitorialità con figli minori o in età molto giovane convolti nelle problematiche  oggetto di studio;

– rilevare che  il  problema  legato all’uso dell’alcol, sia un fenomeno che non tocca  più e non solo il genere maschile ma anche quello  femminile, così come il significativo abbassamento dell’età, evidenziano l’importanza di  attivare strategie di sensibilizzazione e prevenzione, che coinvolgano alcuni dei principali e più significativi stakeholder delle rete dei servizi;

-intercettare un   significativo numero di accessi di soggetti in età anziana per alcol, ma anche per psicofarmaci (benzodiazepine) contribuisce a stimare l’entità di un fenomeno emergenziale che impone un’attenzione nel potenziamento degli  interventi socio-sanitari;

-individuare la presenza di accessi nei giorni feriali, in particolare, nelle ore diurne di pazienti già noti al Servizio Territoriale per le Dipendenze Patologiche, che per altro, sono coloro che hanno fatto registrare il maggior numero di accessi reiterati, mostra la necessità di poter disporre, sul territorio, di uno strumento trattamentale e contenitivo che possa garantire interventi che vadano oltre a quelli erogati ambulatorialmente, gruppi appartamenti, Centri Semiresidenziali e polifunzionali.

-riconoscere che una  consistente quota di accessi avviene nei periodi estivi, nonché nei giorni festivi e notturni, fa emergere, da un punto di vista socio-sanitario, il  bisogno di strategie di azioni volte alla presenza di professionisti sul territorio, quali ad esempio  operatori di strada, o servizi di unità mobile. Tale considerazione anche in virtù  dalla frequenza  degli eventi-spettacoli nel periodo estivo  a Senigallia.

 

Si ringrazia la dott.ssa Liana Spazzafumo –Servizio Sanità della Regione Marche per il supporto all’elaborazione statistica dei dati.

 

Bibliografia:

-Bauleo A., De Brasi M.S. (1994). Clinica gruppale. Clinica istituzionale, Il Poligrafo;

-Carbone P., Casini E., Cimino S., Cerniglia L., Ferrari A. (2005). Adolescenti al Pronto Soccorso: la necessità di uno sportello per la Prevenzione, Istituto Superiore di Sanità- Dipartimento Ambiente e Connessa Prevenzione Primaria-  Osservatorio Nazionale Ambiente e Traumi (ONAT);

-Oteri A. (2006). Visite di pronto soccorso correlate all’uso di farmaci in una popolazione di anziani, http://www.farmacovigilanza.org.;

– Pietropolli Charmet G. (2009). Uccidersi. Il tentativo di suicidio in adolescenza, Raffaello Cortina;

-Rubin G., Galeazzo B., Moretti C. (2012). Adolescenti al Pronto Soccorso: l’esperienza padovana, Dipartimento di Pediatria, Azienda Ospedaliera-Università di Padova;

-Vanni F. (2009). Giovanni al Pronto Soccorso. Il corpo nelle emergenze psicologiche,  Franco Angeli.

 

[1] Parole chiave: Alcol, etile, etilismo, sostanze stupefacenti, droghe, overdose, mdma, eroina, oppiacei, cocaina, cannabis,, cannabinoidi, ketamina,  ayahuasca amfetamine, ecstasy, allucinogeni, benzodiazepine, psicofarmaci, morfina, inalanti, crack, dipendenza, tossicodipendenza, alcoldipendenza, abuso/uso etilico, alcolemia, agitazione psicomotoria, intossicazione da sostanze, traumi ripetuti, disturbi del comportamento, Disturbi dello stato di coscienza

 

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L’emergente nella scienza o la scienza dell’emergente

Mer, 18/01/2017 - 10:39

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’ avesse l’inferno a gran dispitto.
(La divina commedia, Inferno, Canto X, 31-36)

Venti anni fa Armando Bauleo scriveva nella prefazione del testo “Cambiare : il modello operativo del Sert di Rimini”:
“Fu creata una Scuola di Prevenzione per formare operatori nel difficile ambito della prevenzione e della psicoigene. Emergente dell’esperienza, la scuola simbolizza la necessità di organizzare un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione, affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti”

Cercherò di affrontare l’argomento dell’emergente dal punto di vista della scuola, cioè come una elaborazione dell’esperienza che non sia il semplice racconto aneddotico ma nemmeno una evidenza basata su studi controllati o una metanalisi. È un altro metodo.
Al centro di questa comunicazione sta il concetto di emergente che non nasce prima del fenomeno o meglio del fatto.
Ci sono fatti, accadimenti, eventi che non sono emergenti e altri che lo sono, dunque possiamo considerare emergente un tipo particolare di fatto o di accadimento.
In questo modo di procedere seguo le prime due proposizioni del Tractatus di Wittgenstein, filosofo che Armando Bauleo studiava anche per la sua amicizia intellettuale con Aldo Gargani che è stato più’ volte invitato a tenere seminari all’Istituto Internazionale di Psicologia Sociale di Venezia.
Dice Wittgenstein:
1. il mondo è ciò che accade
1.1 il mondo è la totalità dei fatti e non delle cose


Dunque la “totalità” dei fatti, degli accadimenti, costituisce il mondo e per tornare a noi l’emergente è prima di tutto un fatto, un accadimento, un evento.
Dico accadimento perché l’emergente accade, o è accaduto nel mondo, appartiene dunque alla dimensione dell’esperienza, non è un “flatus vocis”, una emissione di fiato un segno privo di referente. Ha una sua realtà che è indipendente dal nome come
dice Giustiniano “nomina sunt consequentia rerum” cioè prima viene il fatto, poi il concetto.
Se l’emergente è un fatto non è una cosa ma, sempre per citare Wittgenstein “il sussistere di uno stato di cose”, perché per la cosa è essenziale la relazione in uno stato di cose.
Dunque perché sussiste un certo stato di cose e non un altro? Cioè: che cosa fa si che ad un certo punto, in un mondo accada un evento e non un altro?
Questa domanda ci pone nella dimensione della causalità cioè della concatenazione di eventi, ora, tralasciando tre delle quattro cause della concezione aristotelica, ci concentreremo sulla quarta e cioè la causa efficiente.
Per causa efficiente si intende ciò che ha prodotto l’evento.
In questo caso dobbiamo isolare due eventi, il primo che chiameremo causa ed il secondo che chiameremo effetto, i due eventi sarebbero vincolati da un “nesso causale” tale per cui il primo sarebbe antecedente e il secondo conseguente.
Questa relazione vincolare è una implicazione necessaria.
Massimo Bonfantini nel suo apologo sulle tre inferenze di Peirce mette in scena un uomo del neolitico che chiama Petrus Petrosus che è fermo a pensare mentre fuori dalla sua caverna piove. “Piove” – osserva – “e il terreno si bagna”.
Questi due eventi sono connessi in una legge che li collega necessariamente un ‘se – allora':
“se piove allora il terreno si bagna”.
Ossia la pioggia produce il terreno bagnato.
Un evento ( la pioggia) causa un altro evento (il terreno bagnato).
Ma questi eventi sembrano implicarsi reciprocamente per questo quando Petrus vede che inizia a piovere capisce che il terreno si bagnerà cioè è in grado di formulare una previsione per via della legge della causalità.
Tuttavia, come ci racconta argutamente Bonfantini una mattina il Petrosus vede il terreno bagnato e consapevole della legge causale scommette le pelli che ha conservato  che durante la notte c’è stata la pioggia ma purtroppo per lui, perde tutto perché l’evento antecedente non è stata la pioggia ma un branco di elefanti che dopo avere bevuto nel fiume hanno scaricato l’acqua sul terreno bagnandolo.
Ossia, ci dice Peirce, non sempre un evento conseguente è legato ad un solo altro evento antecedente, quello più frequentemente osservato e ne diventa necessariamente l’unica causa efficiente, ma l’evento può essere prodotto da una serie di cause di cui è possibile ipotizzarne una.
Ma questa ipotesi non è sufficiente, per stabilire il vero nesso causale è necessaria una ricerca perché l’ipotesi sia confermata o smentita.
Dunque un evento si manifesta nel mondo in un certo tempo ed in un certo punto dello spazio, può trattarsi di un vaso che cade o il sorgere del sole.
Nello spazio-tempo ogni punto si può indicare con quattro coordinate, tre definiscono la posizione nello spazio e la quarta indica un preciso momento temporale.
Dunque un evento è un fatto accaduto in un preciso luogo in un preciso tempo.
Dunque se un evento compare: il vaso che cade, ci deve essere un altro evento antecedente che lo causa, nel senso di produrlo: un urto .
Il vaso si muove perché è stata applicata una forza che l’ha mosso e fatto cadere. Questo è il famoso principio di inerzia della meccanica galileiana
Un corpo mantiene il proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, finché una forza non agisce su di esso.

Tuttavia questo principio, che è alla base del determinismo e del meccanicismo, il nesso necessario causa-effetto che per Isaac Newton è una legge naturale è negato da David Hume che contesta radicalmente che fra due eventi A e B di cui l’uno precede e l’altro segue si possa instaurare un nesso causale necessario. Per lui la frequenza della associazione non ne definisce la necessità, come abbiamo visto nelle inferenze di Peirce , che il terreno si bagni quando piove non significa necessariamente che tutte le volte che troviamo il terreno bagnato precedentemente sia piovuto, perché possono essere passati gli elefanti ecc., ecc.

Per Hume i nessi fra gli eventi si costituiscono sulla base di abitudini.
Non esiste un principio di uniformità in natura che si faccia carico di considerare immutabili certi nessi associativi molto frequenti.

Così Hume decostruisce Il nesso di causa effetto come fatto reale  e ne mostra l’aspetto abitudinario, immaginario. Così  anticipa Peirce quando sostiene che l’abitudine associativa è uno dei modi in cui si fissa la credenza.
Come ha svegliato Kant dal sonno dogmatico così il pensiero scettico di Hume ci può servire per uscire dal materialismo meccanicista che considera gli eventi separatamente e li inserisce in una concatenazione determinista di causa effetto che sembra un elemento della realtà ed invece non riesce a comprendere la complessità dell’evento.
La causalità lineare, meccanica, non prende in considerazione il contesto perché isola gli eventi e li concatena come antecedente e conseguente secondo una idea cronologica del tempo che prevede una successione di istanti lungo una linea.
La complicazione ha inizio quando si prendono in considerazione eventi che non appartengono al piano fisico o meglio l’ambito dell’evento si amplia alle reazioni chimiche.
Stuart Mill nel 1843 scrive nel suo “System of  logic” che un insieme di cause fisiche si sommano nell’ effetto che si ottiene.
Per questo lui parla di  effetto omopatico.
Ma se prendiamo in considerazione i reagenti chimici come la causa di un effetto, cioè il prodotto della reazione chimica, ci accorgiamo che il risultato non è dato dalla somma delle parti che compongono la reazione. C’è un plus che non si ritrova nei reagenti di partenza. Mill parla, a questo proposito, di effetto eteropatico che modifica qualitativamente le leggi che governano il corpo in questione.
Ma le leggi della dialettica dell’ idealismo tedesco avevano già affrontato questa questione con il concetto di totalità.
La totalità è di più’ o qualche volta anche di meno della somma delle parti.
L’introduzione del concetto di totalità ci permette di uscire dalla idea della causalità lineare e di entrare nella dimensione della retroazione degli effetti sulle cause che li hanno prodotti.
Dobbiamo distinguere due grandi correnti che attraversano il pensiero attorno al tema dell’evento: il materialismo e l’idealismo.
Per il materialismo l’evento è esterno al soggetto, appartiene alla dimensione della realtà, ed è sottoposto alle leggi della causalità, ma non per Hume.

Per l’idealismo invece l’evento è puramente mentale è un peculiare modo di manifestazione dello spirito nel suo processo di sviluppo. La causalità è circolare nel senso che gli effetti possono retroagire sulle cause.
Queste due linee di pensiero trovano il proprio limite nell’analisi dell’emergente.
Cosa intendiamo per emergente?
Se passiamo dai fatti chimici, di cui abbiamo parlato, alla biologia la complessità si impadronisce di noi.
Charles Darwin ha dimostrato che la natura non è statica ma che subisce nel corso del tempo dei processi di cambiamento da lui chiamati evoluzione.
Durante questa evoluzione naturale sono comparsi i vegetali, poi gli animali, che a loro volta hanno subito processi evolutivi e così via.
Sembrerebbe la scoperta della evoluzione dalla materia, però in questo materialismo è impossibile applicare la causalità lineare. Ad esempio la comparsa dell’uomo non si spiega con un nesso causa effetto, così come la comparsa della mente, della coscienza e della coscienza della coscienza o autocoscienza. Di questi processi evolutivi intesi come “salti di qualità” si può parlare solo se si esce dalla logica formale aristotelica basata sul principi di identità di non contraddizione e di terzo escluso.
All’interno della logica formale non è possibile comprendere come “emerga” l’essere umano da una natura che non lo contiene in nessuna delle sue parti. Per questo ci sono ipotesi di interventi esterni, dal Creatore, fino al monolito alieno di 2001 odissea nello spazio.

Emergente è dunque un evento la cui causalità non è lineare e che compare in un preciso momento in una certa situazione i cui elementi, presi separatamente e sommati non rendono conto di questo emergente che ridefinisce la situazione totale con un l’aggiunta di un plus che non c’era.

Dunque l’ emergente non può essere capito partendo dagli elementi che compongono la situazione da cui emerge, ma è partendo dall’emergente che si capiscono gli elementi della situazione.
Scrive Marx nella “Introduzione alla critica dell’economia politica” del 1857:

“L’anatomia dell’uomo ci dà una chiave per l’anatomia della scimmia. Gli accenni ad una forma superiore che vi sono nelle specie animali inferiori possono essere compresi solo se quella forma superiore è già conosciuta”

Marx ed Engels introducono la dialettica nel materialismo e soprattutto chiariscono la legge della trasformazione della quantità in qualità attribuendo un valore positivo alla contraddizione.
Scrive Engels nell’“AntiDuring”:

“(…) quasi dappertutto nella chimica e già nei diversi ossidi dell’azoto, nei diversi acidi ossigenati del fosforo e dello zolfo si può vedere come ‘la quantità si converta in qualità’ e come questa pretesa idea confusa e nebulosa di Hegel si possa, per così dire, toccar con mano nelle cose e nei fenomeni, senza che tuttavia nessuno resti confuso e annebbiato tranne During”

Questo testo del 1878 riprende il principio di causalità eteropatica, come diceva Mill ma lo inserisce all’interno di una visione dialettica
che rende conto di come possa emergere qualcosa di nuovo e di imprevisto da una serie di elementi in una certa situazione.
Il materialismo dialettico cominciò il suo sviluppo indipendentemente da altre visioni del mondo perché i suoi fondatori l’hanno elaborato come risultato della lotta di classe all’interno della teoria, come diceva Althusser, per questo il pensiero accademico l’ha costantemente osteggiato.

Il dibattito su come emerge il nuovo si sposta, alla fine del secolo dalla biologia alla sociologia e da questa alla politica.
Ad esempio: la società attuale capitalistica è la forma definitiva che ha assunto la vita dell’uomo, per cui la storia è finita o e prevedibile un’altra forma  che dovrebbe realizzarsi?
E questa nuova società emergerà dalla vecchia naturalmente o sarà necessaria una “forzatura soggettiva” per farla nascere?
A questo proposito Gramsci scriveva:

“È necessario impostare esattamente il problema della prevedibilità degli accadimenti storici per essere in grado di criticare esaurientemente la concezione del causalismo meccanico, per svuotarla di ogni prestigio scientifico e ridurla a puro mito che fu forse utile nel passato, in un periodo arretrato di sviluppo di certi gruppi sociali subalterni”
(“Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce”)

Dunque il tema di cosa sia un emergente, ritorna nella fisica,  con la scoperta del campo elettromagnetico , le equazioni di Maxwell e la forza di Lorenz. In questo caso i fenomeni emergono da un campo di forze.
Georg Cantor introduce nella matematica ,il concetto di insieme che altri come S. Lesniwski preciseranno che non è semplicemente la somma delle parti che lo compongono.

In questo quadro, negli anni 20 in Inghilterra nasce il primo emergentismo con il libro di Charles Lloyd Morgan l’evoluzione emergente.
In questo testo Morgan mostra come durante l’evoluzione compaiano
fenomeni nuovi ed imprevedibili in base alla conoscenza degli stati evolutivi precedenti questi fenomeni come la vita e la mente non hanno nulla di soprannaturale ma non possono essere dedotti dai componenti degli insiemi a cui sono associati.
Morgan si riferisce all’effetto eteropatico di Mills e non fa alcun riferimento alla dialettica ed alla legge della ” quantità che si trasforma in qualità”.
Anche Henri Bergson si era occupato di evoluzione, prima degli emergentisti, e a proposto della comparsa della vita, dell’essere umano e della mente, e di tutti gli altri elementi che emergono improvvisamente da uno stadio evolutivo parla di evoluzione creatrice
Dice Bergson:
“Ogni giorno sotto i nostri occhi, le forme più’ elevate della vita sorgono da una forma molto elementare. L’esperienza dimostra dunque che il più’ complesso è potuto nascere dal più’ semplice per via evolutiva”
(“L’evoluzione creatrice”, cap. I)

Ma per spiegare l’emergenza della complessità dal semplice postula l’esistenza di un “elan vital”  che sembra possedere un proprio statuto ontologico al di là della materia.

Comunque, l’emergentismo britannico applicato alla evoluzione si accompagna alla idea di “campo psicologico” che Kurt Lewin  riprende dal campo elettromagnetico ed alla  idea  della psicologia della gestalt che un comportamento emerga da un campo così come una figura emerge dallo sfondo.
Arriviamo così agli anni 50, quando Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia e definisce il paziente come emergente del suo gruppo famigliare.
Che cosa significa questa affermazione?
Significa che ciò che emerge come sintomo nel campo individuale è il risultato di una serie di interazioni di un campo più vasto  come quello famigliare. L’emergere di allucinazioni uditive e visive in una persona ad esempio non si può comprendere con un meccanicismo a causalità lineare, n’è è spiegabile con le situazioni famigliari precedenti. Compare improvvisamente. Emerge e definisce una nuova situazione per il campo cui appartiene.
Il filosofo Charles Broad nel 1925 aveva precisato il pensiero di Morgan dicendo che i fenomeni emergenti non sono deducibili a partire dalla conoscenza dei componenti dei sistemi naturali da cui emergono e che questi fenomeni retroagiscono causalmente sui sistemi cui sono associati.
Questa indeducibilità e imprevedibilità sono caratteristiche dei fenomeni con proprietà emergenti.
Gli studi sulla non linearità dei fenomeni che porteranno alla teoria del caos stanno alla base del concetto di comportamento emergente.
Percy Bridgam, il fisico nord americano famoso per il suo operazionismo scrive nel 1927:

“Il comportamento emergente di un sistema è dovuto alla non-linearità. Le proprietà di un sistema lineare sono infatti additive: l’effetto di un insieme di elementi è la somma degli effetti considerati separatamente, e nell’insieme non appaiono nuove proprietà che non siano già presenti nei singoli elementi. Ma se vi sono termini/elementi combinati, che dipendono gli uni dagli altri, allora il complesso è diverso dalla somma delle parti e compaiono effetti nuovi.”
(P. Bridgman, “The Logic of Modern Physics”, The MacMillan Company, New York 1927)

Come si vede Pichon-Riviere applica il concetto di emergente alla psicopatologia ed alla teoria dei gruppi. Questa applicazione implica un mutamento della concezione deterministica della scienza che si ritrova nella psicanalisi. Infatti Pichon non fonda una scuola di psicanalisi ma di psicologia sociale.

Per questo cita gli autori nord americani come Cooley e soprattutto George Mead che intitola un capitolo del suo “Mente sé e società”: la creatività sociale del se emergente. Così un’altra corrente confluisce nel concetto di emergente elaborato da Pichon-Riviere è quella dell’interazionismo simbolico che concepisce la mente come un fenomeno emergente.
Ma nella concezione di Pichon-Riviere l’emergente è anche “la quantità che si converte in qualità” del materialismo dialettico.
Su questo tema ha lavorato soprattutto Josè Bleger. Armando Bauleo mi ha raccontato più volte di come Bleger e lui abbiano tradotto Georges Politzer e, nella bella prefazione alla prima edizione italiana di “Simbiosi e ambiguità”, Bauleo ricordava la luce che filtrava nello studio mentre lavoravano assieme.

Un altro autore  che è confluito nella sintesi pichoniana dell’emergente è Henri Lefebvre ed il suo materialismo dialettico antidogmatico.
Bauleo nel suo approfondimento del concetto  di emergente in Ideologia gruppo e famiglia cita  Stephen Pepper e il suo testo “World hypotheses: a study in evidence”, Berkeley (CA) 1942, in cui il filosofo nordamericano precisa le quattro “ipotesi mondo”:1) il formismo, per cui esistono entità mentali che maturano senza il contributo determinante dell’ambiente; 2) il meccanicismo, che vede gli stimoli esterni come causa della crescita individuale; 3) l’organicismo, per cui l’individuo costruisce da sé il proprio sviluppo nell’interazione con l’ambiente; 4) il contestualismo che considera organismo e ambiente come elementi inseparabili di un’unica totalità.
L’emergente nella concezione operativa di gruppo è evidentemente nell’ipotesi contestualista. In quel testo Bauleo cita anche gli apporti della antropologia da parte di Nadel:

“l’emergenza, dunque è il risultato di una sintesi: è creatrice di reale novità, di un attualità o di una nuova proprietà di un genere inesistente prima dell’emergenza; e questa qualità o proprietà nuova ha efficacia causale e modifica l’ulteriore corso degli avvenimenti”
(“Lineamenti di antropologia sociale”)

Dunque Bauleo  apporta novità al concetto di emergente, in primo luogo chiarisce che emergente non si confonde con portavoce e quindi indica una serie di interrogativi che si riferiscono al metodo clinico e di ricerca ed allo statuto epistemologico della concezione operativa di gruppo.
Il tema diventa centrale per l’attività del Centro di Ricerca Internazionale in psicologia sociale e di gruppo.

Il CIR ha sviluppato le sue ricerche negli anni 80 ed ha elaborato il concetto di emergente per raccogliere il materiale, i dati delle ricerche. Si è prodotta una scheda in cui veniva precisato come raccogliere gli emergenti di un gruppo, in un primo emergente, uno centrale ed uno finale.
Un bell’articolo di Horacio Foladori comparso nel n. 3 della rivista “Illusion grupal”, mette a punto la problematica attorno all’emergente citando anche la posizione di Gear e Liendo che nel loro psicoterapia della coppia e del gruppo famigliare considerano l’emergente nel gruppo come la risultante di 5 pressioni o forze: 1) la pressione laterale sintattica dei membri del gruppo,2) la pressione verticale della storia individuale, 3) la pressione che proviene dal compito 4) la pressione del coordinatore, 5) la pressione del fuori, ciò degli ambiti istituzionale e comunitario, io aggiungerei anche globale in cui il gruppo è inserito.
Come si vede torna il tema dell’emergere in un campo di un evento non routinario, che appare, come dice Bauleo e può dare un senso alla situazione.
Questa elaborazione, avviene quando l’emergentismo britannico viene dimenticato ed il concetto di emergente è abbandonato nel dibattito filosofico ed epistemologico.
Tuttavia gli studi sui processi non lineari aumentano così come aumenta l’interesse per l’auto organizzazione e la comparsa improvvisa ed imprevedibile di nuove forme. La meteorologia è un esempio molto interessante di questi studi, è in questa disciplina che cercando di prevedere l’andamento del tempo si è scoperto che piccole variazioni possono alterare il clima in modo imprevedibile.
Edward Lorenz parlò di questo effetto in un articolo del 1963 che poi divenne proverbiale con il titolo di una sua conferenza del 1972: “può, il batter d’ali di un farfalla in Brasile, provocare un tornado in Texas?”. Si tratta del famoso effetto farfalla che ci trasporta dal determinismo alla teoria del caos.
Gli oggetti di studio oltre al clima diventano i fenomeni auto-organizzati ad esempio il volo di stormi di uccelli e le forme conseguenti, o la direzione che prende uno sciame di api.
Questi studi rimandano tutti all’idea di totalità ed alla causalità non lineare.
Nasce così il secondo emergentismo legato alla cibernetica ed alla teoria dei sistemi
In particolare voglio parlare della Intelligenza artificiale
Negli anni 90 ho coordinato un gruppo di ricerca nel campo della intelligenza artificiale, abbiamo lavorato per costruire un sistema esperto per diagnosi tipologica della tossicodipendenza partendo da quella che abbiamo chiamato logica della diagnosi operativa  del Sert di Rimini.

Il lavoro è contenuto  nel volume “Cambiare: il modello operativo del Sert di Rimini” dalla cui prefazione ho iniziato questa riflessione.
Il sistema si concentra sulla diagnosi attraverso un procedimento inferenziale che nel testo viene descritto da Giampaolo Proni .
Ci siamo concentrati soprattutto su quel procedimento che Peirce chiama abduzione o ipotesi. Cioè il caso o l’evento che si presenta alla osservazione non soggiace ad una casualità lineare per cui se è presente ‘questo’ allora ,applicando la regola che si è formata nelle osservazioni precedenti ed ha costituito una base di dati, sarà necessariamente ‘quello’ perché il nesso causale costruito con la casistica è abitudinario e soprattutto non coglie l’imprevedibilità.
L’ ipotesi può riferirsi ad una causa improbabile ma non impossibile, come il fatto che il terreno sia bagnato dagli elefanti e non dalla pioggia e necessita di una strategia operativa per confermarla o smentirla.
Ma questa logica del se/allora appartiene ad una dimensione cognitivi sta o simbolista dell’intelligenza artificiale, per questa teoria la mente funziona come una macchina di Turing cioè con un calcolo simbolico di algoritmi la cui forma è data dall’albero di Porfirio, nella nostra esperienza questa concezione si arresta di fronte alla contraddizione.
Per la logica formale l’elemento di novità deve per forza rientrare all’interno di una categorizzazione preesistente, un repertorio che tuttavia, per quanto vasto sia non può assolutamente esaurire la complessità. A questo proposito è indicativo lo studio di Umberto Eco sull’ornitorinco l’animaletto che emerge, è proprio il caso di dirlo, come una novità che contraddice tutte le classificazioni precedenti.

Per questo la logica della diagnosi operativa applicando il materialismo dialettico attribuisce come dice Ludovico Geymonat:

” (…) una nuova e singolarissima funzione alla contraddizione esistente fra momenti diversi del divenire; nel considerala cioè come un nesso che, da due momenti tra loro contraddittori, fa scaturire un nuovo momento il quale, collocandosi su un piano più elevato, elimina gli aspetti contraddittori dei due momenti precedenti”
(L. Geymonat, “Attualità del materialismo dialettico”)

Con questa logica abbiamo incontrato le reti neurali e il connessionismo.
Le reti non formano connessioni gerarchiche, i neuroni o nodi della rete hanno tutti la possibilità di comunicare con tutti, non esistono relè o centri che controllano la periferia, ogni centro è una periferia ed ogni periferia è un centro.

Non vi sono livelli gerarchici che filtrano le informazioni, le conoscenze sono immagazzinate in una serie di nodi in connessione fra loro che possono mutare.
Non c’è una corrispondenza anatomica con i centri della rete.
Se un centro viene distrutto, la conoscenza distribuita ne crea un’ altro. Così un caso o una situazione che contraddice la conoscenza accumulata, un evento imprevisto non manda la rete in loop cioè in una ripetizione automatica di tutte le combinazioni che non riescono a classificare l’evento, ma registra l’evento come un nuovo elemento di base per allargare l’area della conoscenza.
Esattamente come fa l’equipe che utilizza una epistemologia convergente per applicare diverse conoscenze disciplinari al caso emergente e sconosciuto.
Questa ricerca ci ha collocato nel nuovo emergentismo che ha messo a punto il concetto di emergente all’interno di un tipo di epistemologia della complessità .
A questo proposito Edgar Morin nel libro primo de il metodo pubblicato nel 1977 riprende il tema dell’emergenza e dell’emergente e scrive:
“L’emergenza è una nuova qualità rispetto ai costituenti del sistema. Ha dunque lo statuto di evento, poiché sorge in maniera discontinua una volta che il sistema si sia costituito, ha naturalmente il carattere di irriducibilità; è una qualità che non si lascia scomporre, e che non si può dedurre dagli elementi anteriori.”
(Cap. 2, L’organizzazione, III L’unità complessa organizzata. Il tutto e le parti. Le emergenze ed i vincoli.)

Torniamo dunque all’ emergente ed alla sua scienza si tratta di capire qual è la connessione fra gli eventi per organizzare come ci ha detto Bauleo “un corpo concettuale e le possibilità di una trasmissione affinché le pratiche non rimangano semplici aneddoti”

Immagino ora un gruppo di ricerca: ci riuniamo da diverso tempo con una certa frequenza. Inizia una persona a parlare del concetto  di emergente, qualche domanda di qualcuno poi un po’ di silenzio.
In seguito brevi discorsi, precisazioni o divagazioni, racconti senza un tema preciso, associazioni.
Si sente che fuori sta per iniziare a piovere, si alza un po’ di vento, nessuno accenna al clima esterno.
Si continua a parlare.
Improvvisamente un evento: la finestra della stanza, che forse non era stata chiusa bene, si spalanca ed entra nel gruppo una folata di vento.

La conversazione si ferma e cade un silenzio inquieto qualcuno, dopo un po’ dice: “sembra che sia entrato un fantasma!” e di nuovo tutti tacciono poi una dice: “sai che stavo pensando a *** “ e fa il nome del loro maestro morto da qualche tempo che era stato nominato nella informazione.
Tutti si guardano, qualcuno è commosso fino alle lacrime, un altro sfoglia nervosamente le pagine di un libro, un’altra guarda la finestra aperta, uno dice: “non era lui che diceva che emergente era qualsiasi elemento a partire dal quale la situazione prende senso?”
Interviene un altro: “parlavamo fra di noi poi si è aperta la finestra ad un colpo di vento”
“Un emergente!”
“Ma è stato lui a dire che era entrato un fantasma”
“Già ma tutti lo pensavate non è vero? “

Qualcuno annuisce.
“Ma la causa della finestra che si apre è stato il vento e il vento non è certo un fantasma. Il vento è il movimento d’aria atmosferica…”
“Alt, tu stai parlando di meccanica il vento soffia è la causa; la finestra si apre ecco l’effetto”.
“Ma non ci spiega perché siamo stati colpiti dalla parola fantasma che non c’entra niente con la meccanica”.
“Già c’entra più con la ‘onirica’. Ah che simpaticone! ”
“Fatto sta che l’evento apertura della finestra è risuonato in un altro piano non solo in quello meccanico, per lo meno a me, ma mi pare anche ad altri il senso della apertura della finestra non è stato solamente un affare di corpi c’era sicuramente dell’altro”.
“È vero l’apertura della finestra è una apertura di una finestra, ma questa finestra che si apre in quel particolare momento ha un effetto incorporeo. Già non è una sola questione di corpi”.
“Vorresti forse dire che se c’è un effetto incorporeo c’è anche una causa incorporea”.
“Già sembra che Deleuze avesse ragione quando parlava di doppia causalità e di quasi causa”.
“Si ma lui ci fa tornare non solo a Hume ma addirittura agli stoici”.
“E allora? Che fate, cominciate con i Millepiani e il corpo senza organi?”
“E perché no! ”
“Ma io mi chiedo è evidente che la finestra che si è aperta ci ha colpito. Quindi il suo effetto non è stato solamente fisico in quello che Bleger chiama
“campo ambientale” ma anche nel “campo psicologico” e poi quando tu hai detto “sembra che sia entrato un fantasma” l’effetto si è manifestato anche nel “campo di coscienza” ci è apparso evidente a chi stavamo pensando e tu hai dato parola a questo fantasia comune quando hai detto “sai che stavo pensando a ***” hai assunto il ruolo di portavoce, come dice Pichon. Ma allora emergente e portavoce non sono la stessa cosa?”
“Certo che no. Il portavoce è un caso particolare di emergente”.
“Ma con tutta questa dialettica e questo materialismo blegeriano mi stai confondendo”.
Grande confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente.

Bibliografia

1) M. Ferrari, L. Montecchi, S. Semprini Cesari, “Cambiare. Il modello operativo del Sert di Rimini”, Pitagora
2) Ludwig Wittgenstein, “Tractatus Logicus-philosophicus”, Einaudi
3) A. Gargani, “Wittgenstein. Musica, parola e gesto”, Cortina Editore
4) Giustiniano, “Istituzioni II 7,3″, Edizioni Simone
5) Aristotele, “Metafisica”, Utet
6) M. Bonfantini, R. Brunetti, A. Ponzio, “Freud, l’analisi, la scrittura”, Edizioni B. A Graphis
7) C. S. Peirce, “Opere”, Bompiani
8) L. Geymonat, E. Bellone, G. Giorello, S. Tagliagambe, “Attualità del materialismo dialettico”, Editori Riuniti
9) I. Newton, “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica”, Newton Compton
10) S. Mill. “Un sistema di logica”, Laterza
11) C.Darwin, “L’evoluzione della specie”, Newton Compton
12) L. Althusser, “Leggere il capitale”, Feltrinelli
13) K. Marx, F. Engels, “Opere”, Editori Riuniti
14) A. Gramsci, “Quaderni dal carcere”, Einaudi
15) C. L. Morgan, “Emergent Evolution”, Williams & Norgate
16) H. Bergson, “L’evoluzione creatrice”, Bompiani
17) K. Lewin, “Teoria dinamica della personalità”, Giunti
18) E. Pichon-Riviere, “El proceso grupal”, Nueva vision
19) Charles Broad, “The Mind and Its Place in Nature”, free download
20) U. Eco, “Kant e l’ornitorinco”, Bompiani
21) Percy Bridgam, “The Logic of Modern Physics”, MacMillan Company
22) G. Mead, “Mente, se e società”, Giunti
23) K. Cooley. La comunicazione.  Armando
24) J. Bleger, “Psicologia della conducta”, Paidos
25) J. Bleger, “Psicoanálisis y dialéctica materialista”, Paidós
26) G. Politzer, “I fondamenti della psicologia”, Mazzotta
27) H. Lefevre, “La somme et le reste”, Antropos
28) Stephen Pepper, “World hypotheses: a study in evidence”, University of California press
29) S. Nadel, “Fundamentos de antropología social”, Fondo de Cultura Económica
30)H. Foladori, “Hacia una teoría de lo emergente en grupo operativo, ‘Ilusión Grupal’, N° 3″, UAEM,
31) M. Gear e E. Liendo, “Psicoterapia della coppia e del gruppo familiare”, Edizioni Del Riccio
32) E. Lorenz, “Deterministic nonperiodic flow. Journal of Atmospheric Sciences. Vol.20″, 130—141
33) D. Hume, “Saggio sulla natura umana”, Laterza
34) E. Morin, “Il metodo”, Cortina Editore
35) A. Bauleo, “Ideologia gruppo e famiglia”, Feltrinelli
36) A. Bauleo, “Psicanalisi e gruppalità”, Borla

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Schizofrenia e territorio

Lun, 16/01/2017 - 11:06

Recensione di Armando Bauleo al libro di Alberto Merini, “Schizofrenia e territorio”, Patron, 1979 (tratto da “Psicoterapia e Scienze Umane”, 3/4 del 1981, pagg. 165-167)

 

Tutte le nostre consocenze sulla schizofrenia come pure la possibilità di un suo trattamento sono fondamentalmente legate al manicomio

… (…) La nuova legge 833 che, abolendo il manicomio, ha spostato sul territorio l’intervento psichiatrico, con tutta probabilità permetterà una conoscenza della schizofrenia diversa da quella avuta fino ad oggi”.

L’introduzione del libro ci predice un passaggio da una possibilità a una probabilità, ciò che è stato possibile e ciò che sarà probabile.

Come sfondo di questo gioco di certezze si colloca la fine di una tappa, quella del manicomio, e l’inaugurazione dell’altra, quella del territorio. In mezzo alle due situazioni storiche c’è la nascita e lo sviluppo della psicoanalisi.

L’insistenza di Merini sulla questione del ‘Territorio’ (è il suo secondo libro su questo tema; il primo, curato da lui, è “Psichiatria nel territorio”, Ed. Feltrinelli) ci obbliga a considerarlo come emergente di una situazione storico-sociale, la legge 180 e la legge 833, che chiudono il manicomio e stabiliscono una ‘Assistenza a livello di comunità’.

Ho consociuto Merini nel 1972 e nel 1974: grazie all’amabilità del Prof. Gentili, sono stato per quasi due mesi nella clinica psichiatrica di Bologna, e vi ho lavorato usando una metodologia di psicologia di gruppo. In un mio libro, il capitolo “Rapporto sulla psichiatria” è una sorta di riassunto di quella esperienza. Da quel momento sono sempre stato una specie di osservatore, attivo quando è stato possibile, dei vari tentativi di assistenza e prevenzione lì realizzati.

Torniamo a Merini come emergente della situazione storico-sociale del pensiero e della pratica psichiatrica, per i problemi che indica nel suo libro e per la polemica che apre usando certe definizioni. Si trovano nel libro due posizioni: una didattica e quella dell’intervento psichiatrico. La psicoanalisi che si prende in considerazione è quella della ‘Psicologia dell’Io’ (pag. 10). I capitoli I e II espongono le ipotesi di quest’ultima sulla schizofrenia, e danno una descrizione dinamica della stessa. Lo scopo di questi due capitoli è quello che poi appare nell’appendice (2°) sulla Didattica, cioè hanno la funzione di informare gli studenti e i giovani operatori che esiste una diversa valutazione della schizofrenia.

A sua volta però questo tipo di informazione serve come introduzione all’interno, e in alcuni momenti la psicoanalisi corre il pericolo di trasformarsi paradossalmente in una ipotesi da comprovare sul campo. Non ci può sfuggire che qui si apre il primo intervento, e cioè se questa definizione dinamica della schizofrenia è stata quella possibile o sarà quella probabile della situazione storica?

Entriamo adesso nella seconda parte del libro, dal capitolo III al VI. Mi sembra che qui il libro diventi completamente polemico ed apra un insieme di interrogativi che coinvologno tutti coloro che desiderino riflettere su questa questione.

Cominciamo dai problemi che si svolgono attorno alla vita quotidiana. La situazione diventa discutibile, soprattutto se si è introdotta la psicoanalisi. Questa ci  spinge a non fermarci a ciò che appare di un comportamento. Se “la regolazione degli orari” di un ex paziente, “le sue diverse letture”, “la sua voracità smisurata” o il problema della “solitudine” non si iscrivono in una interpretazione del processo dell’inserimento, rimangono solo dati sociologici o, nel migliore dei casi, psicosociologici sospesi nell’aria.

Come e chi interpreta? Quale luogo del territorio permette la interpretazione? È possibile una interpretazione ambulante, e/o qual è il suo setting? Questi sono problemi da chiarire, ma che è impossibile evitare, perché altrimenti si fissa una rottura tra una comprensione sociologica e una spiegazione psicoanalitica della situazione. Contini dice di fare entrare in “una dimensione umana lo schizofrenico” (pag. 53). Qual è questa dimensione se non quella della parola, cioè il suo discorso e la controparte, e quindi la interpretazione? A questo punto si pone il problema dell’intervento, e del territorio come luogo dell’intervento.

Merini svolge un lavoro minuzioso ridefinendo ogni passo presente e passato dell’intervento psichiatrico e psicoterapeutico. Sono d’accordo con Merini che il manicomio era “una difesa sociale” dove “si depositava la parte sincretica della personalità” (pagg. 92-93). Siamo d’accordo con lui anche contro l’eclettismo, ma vorremmo richiamare l’attenzione su certe situazioni paradossali pratiche e teoriche.

Se si parla di schizofrenia come malattia dell’Io, e, seguendo Searles (pag. 131) “…senza supporre che modificando i rapporti interpersonali la situazione del paziente possa cambiare significativamente”, se queste sono le premesse teoriche, allora il territorio appare come una situazione di cambiamento per gli operatori sociali mentre i pazienti continuano ad avere una malattia che è una questione ‘individuale’. Allora il sociale diventa un discorso ideologico di ‘buona volontà’. ‘Essere buono’, ‘essere amabile’, ‘essere comprensivo’ portano a una morale e non ad una scienza psichiatrica.

Ci troviamo quindi imprigionati tra un’Ideologia Psichiatrica (moralistica) e una Psicoanalisi delle Associazioni Psicoanalitiche.

Nel 1981, nonostante i cambiamenti avvenuti in tutti questi anni, e dei quali straordinario esponente fu Franco Basaglia (il mio mai dimenticato amico) corriamo il rischio di tornare al dopoguerra. Di nuovo la psichiatria si può trasformare in un problema di ‘Assistenza sociale’ (come direbbe Castel) e dal lato opposto sembra che, se si vuole studiare in ‘profondità’, sia necessario ricorrere alle Associazioni Psicoanalitiche.

Tra le due posizioni, una oscurità, o una paura. Quale?

Merini risponde: il territorio può essere un luogo di mediazione, a pag. 91 egli infatti afferma: “Se per territorio si intende una realtà sociale, politica e culturale ove i problemi possono essere gestiti collettivamente, diviene lecita l’ipotesi che da esso si possa sviluppare un nuovo modo di confrontarsi con la schizofrenia”. Facciamo una digressione. In altre circostanze storiche, e in un altro paese, abbiamo progettato di socializzare la conoscenza e l’assistenza psicoanalitica. Abbiamo cercato, in certi luoghi e istituzioni pubbliche (ospedali, quartieri, sindacati, ecc.) di dare una formazione alla gente (‘I lavoratori della Salute mentale’) ed un’assistenza pubblica.

I problemi insorti derivavano: dalla struttura teorica della psicoanalisi, dalla sua tecnica, dalla sua applicazione in altri campi (e le conseguenti variazioni del setting), dall’interpretazione, dalla modificazione istituzionale dell’organizzazione (soprattutto dopo l’inclusione di una prospettiva psicoanalitica), dai passaggi dalla traslazione individuale ad una istituzionale, ecc. Ciò che rimaneva fisso, ed era una situazione ‘costante’, era che qualcuno veniva (richiedente) e qualcuno riceveva (intervistatore). Si stabiliva un contatto (anche se c’era un pagamento). Il rapporto che si stabiliva aveva certi limiti.

Sul territorio, è lecito chiedersi come sono questi ruoli e quali sono i contratti. E inoltre quale rapporto esiste tra il gestore e gli utenti. Se la malattia è individuale, che ruolo svolgono gli ‘altri’ (i ‘sani’, aggiungerei)?

Come mi hanno riferito gli ‘operatori sociali’ di diverse zone, quando essi arrivano a una casa e chiedono a un familiare il perché della chiamata, la risposta è: “Il solito” (quale complicità si nasconde dietro a questa frase? E si risveglia un altro interrogativo: Psichiatria o Ordine pubblico?).

Parallelamente si pone la questione del rapporto tra la Comunità e il senso comune, o il consenso. Sappiamo che esso è ideologia, o meglio resistenza al cambiamento. È il senso comune, o il ‘senso della realtà’ che spesso impedisce l’uso della fantasia e dell’immaginazione. Queste ultime saranno stupidaggini per una Psichiatria utile?

Ci si può rispondere che attraverso la psichiatria non si possono fare cambiamenti sociali. Siamo d’accordo. Però qui non si trattava di ‘spostamenti’ (o sostituzioni), né di ‘actings’, ma di concepire in altro modo il movimento di una disciplina, la psichiatria, nel momento in cui la storia del suo sviluppo ci porta ai limiti del suo vecchio modello assistenziale.

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Psicanalisi delle Psicosi

Mar, 10/01/2017 - 23:22

A partire dal libro di Orazio Costantino
Psicosi e dintorni” Edizione Borla (2015)

 

Parteciperanno :
Paolo di Benedetto – Socio Ordinario SIPP (Società Italiana di Psicoterapia Psicanalitica)
Carla Montanari – Socio Ordinario SIPP ( società Italiana di Psicoterapia Psicanalitica)
Emma Caliò – Psicologa psicoterapeuta
Claudio Roncarati – Psichiatra (CSM Rimini)

Coordina:
Leonardo Montecchi
Direttore della scuola Bleger.


Lavoreremo con una prima parte di informazione e poi una discussione in gruppo.
La concezione operativa nasce in relazione alla Psicosi.
Come è noto, i gruppi operativi nascono nell’ospedale psichiatrico di Buenos Aires
ad opera di Pichon Riviere che, alla fine degli anni ’40, si era occupato di psicanalisi
della schizofrenia producendo diversi ed importanti articoli.
E’ una occasione per riprendere questo tema ora molto trascurato.
Partecipate e fate partecipare colleghi interessati al tema.
Non sono stati richiesti, né lo saranno, crediti ECM

L’incontro si terrà venerdì 20 gennaio, dalle 16.00 alle 19.00,
presso l’Hotel Imperial Beach in via Toscanelli 19 – Rivabella di Rimini.

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Accordo di collaborazione e scambio fra Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” e Centro Takiwasi

Ven, 16/12/2016 - 22:03

L’Associazione Centro Studi “Josè Bleger”, sita a Rimini in via Circonvallazione 122 (Italia), propone una collaborazione con il Centro Takiwasi, centro di recupero per dipendenze, sito a Tarapoto (Perù), in merito alla ricerca “Psicosi e ayahuasca”.

La collaborazione prevede:

  • lo scambio ed il confronto del materiale raccolto con persone intervistate dall’Associazione Bleger che possiedono alcune caratteristiche relative alla ricerca e persone che sono state in trattamento presso il Centro Takiwasi. Nello specifico, si raccolgono 10 interviste in Italia e si analizza il materiale del trattamento di 8 pazienti del Centro Takiwasi
  • confronto e riflessione congiunta sul materiale bibliografico e sul materiale clinico
  • riflessione suull’ipotesi di ricerca, lavoro in vivo a Tarapoto, per il periodo di settembre 2016, nel quale la Dott.ssa Valeri si è recata personalmente presso il Centro Takawasi
  • elaborazione del materiale raccolto in maniera condivisa. La Scuola Bleger elabora il materiale e il Centro Takawas partecipa come revisore dell’avanzamento dei lavori
  • pubblicazione a nome dell’Associazione Bleger e del Centro Takiwasi

L’Associazione “Josè Bleger” e il Centro Takiwasi favoriscono un intercambio fra l’Italia ed il Perù di eprsone che siano in formazione e che per interesse scientifico abbiano il desiderio di conoscere la realtà della Scuola Bleger e del Centro Takiwasi e di partecipare a ricerche e interventi.

Associazione “Josè Bleger”                                     Centro Takiwasi
Il Direttore                                                                  Il Direttore

Dott. Leonardo Montecchi                                       Dott. Jacques Mabit

Rimini, Italia, 1 novembre 2016

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Accordo per lo scambio scientifico e di istruzione tra ICHPA e SCUOLA BLEGER

Lun, 12/12/2016 - 23:13

ACCORDO PER LO SCAMBIO SCIENTIFICO E DI ISTRUZIONE TRA

ICHPA SOCIETÀ CILENA DI PSICOANALISI
REPUBBLICA DEL CILE

e

SCUOLA DI PREVENZIONE JOSÉ BLÉGER, RIMINI
REPUBBLICA ITALIANA

Le due sopra citate Istituzioni convengono di stabilire una cooperazione accademica al fine di promuovere e favorire lo scambio scientifico e culturale.

I

La cooperazione tra le due Istituzioni sarà sviluppata nei seguenti settori:

1.Formazione

2.Ricerca

3.Comunicazione

II

Per una realizzazione ottimale dell’Accordo, entrambe le Istituzioni concordano i seguenti termini di scambio, soggetti alla disponibilità di risorse appropriate e accordo dei reciproci dipartimenti accademici collaborativi:

  • Visite di scambio di personale accademico;
  • Scambio di studenti laureati;
  • Organizzazione congiunta di conferenze scientifiche e workshop;
  • Scambio di pubblicazioni, Edizioni Universitarie, libri e reti di cooperazione in comunicazione.

III

Gli studenti che partecipano allo scambio dovranno provvedere autonomamente alle spese di viaggio, di alloggio, vitto, materiale didattico, trasporto locale, spese di assicurazione sanitaria, spese personali e eventuali imposte di bollo sul passaporto/visto.

IV

L’Istituto ospite fornirà gratuitamente supporto, per studio e ricerca, allo staff designato.

In linea di principio, l’Istituto che invia personale, pagherà le spese di viaggio e l’Istituto ospite coprirà le spese di sussistenza. Ogni visita verrà concordata con congruo anticipo tra le due istituzioni ed avrà luogo solo dopo la firma di un accordo formale tra le Autorità di entrambi gli uffici competenti.

V

Ogni articolo di questo accordo può essere integrato o revocato dopo consultazione reciproca e consenso tra le due Istituzioni.

VI

Il presente accordo è firmato in due copie identiche in lingua Italiana e Spagnola.

Nel rispetto dello spirito accademico di cooperazione e dei principi di mutuo rispetto e comprensione firmiamo questo accordo

 

SCUOLA DI PREVENZIONE                                                    ICHPA
– JOSÉ BLÉGER RIMINI –                        –
SOCIETÀ CILENA DI PSICOANALISI –

           DIRETTORE                                                            PRESIDENTE

Prof. Dr. Leonardo Montecchi                                       Prof. Dr. Eduardo Jaar

 

______________________________                                         _______________________________

 

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Sull’attualità del gruppo operativo

Mar, 01/11/2016 - 21:52

del Professor Armando Bauleo

(Il titolo originale dell’articolo, tratto da www.area3.org.es Numero Especial nº 1, è “Sobre l’actualidad del Grupo Operativo” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)

Conferenza inaugurale del congresso internazionale “Sull’attualità del Gruppo Operativo”, svoltosi a Madrid dal 24 al 26 febbraio 2006

L’asse che spero guidi questo incontro comprende un messaggio doppio, sottilmente compreso nel titolo, i cui diversi aspetti sarebbero articolati grazie alla questione dell’attualità.
Il messaggio è doppio nel senso che punta a due direzioni: una di esse è la domanda sulle condizioni nelle quali si trova oggi il Gruppo Operativo; l’altra si deve al fatto che, chiedendo a proposito di queste condizioni, inevitabilmente si pone il problema su ciò che succede, nel presente, con l’operatività dei gruppi.

Con la nozione di operativo, operatività, operazione gruppale, ci troviamo nel campo della prassi gruppale, cioè in un piano dal quale abbiamo sempre voluto poter intravedere le relazioni che mantenevano un insieme di nozioni con le attività gruppali. Tutto questo ritagliato in questo momento storico-sociale-economico.

Rispetto alla questione dell’attualità si rende necessario esplicitare la nostra posizione. Foucault in “Sapere e verità”, interrogando il presente, si domandava “qual è la mia attualità? Qual è il senso di questa attualità? Che cosa è che faccio quando parlo di essa? Ho qui, mi sembra, la singolarità di questa nuova interrogazione sulla modernità?”.
La sua inchiesta è, per volere di Nietzsche, una genealogia, pertanto “condurre l’analisi partendo dalla questione del presente”.
“Il lavoro genealogico – segnalano Alvarez-Uria e Varela, autori del prologo di quel testo foucaultiano – esige una minuziosa analisi delle mediazioni, isolare le trame secondo i fili, definire le sue conformazioni, le sue trasformazioni, la sua incidenza nell’oggetto di studio e, infine, ripensare i concetti che permettono la sua definizione”.
Ricordiamo che nelle sfumature di questi pensieri emerge la sentenza dell’Ecce Homo di Nietzsche: “La mia filosofia trionferà un giorno sotto questo motto: ci lanciamo nelle braccia del proibito. Ed è che, ancora oggi, quello che è stato sistematicamente proibito era la verità”.
La problematizzazione dell’attualità, l’interrogazione sul presente, porta il senso specifico di ciò che si può inquadrare di una pratica, di un discorso, di un successo o fenomeno, in un’epoca determinata.
Nel nostro caso, quindi, cercheremo di iniziare l’analisi di queste due direzioni attraverso le osservazioni o le domande sullo sviluppo gruppale nel presente.
Per essere più preciso e chiaro: “La storia non ha ‘senso’, che non vuol dire che sia assurda o incoerente. Al contrario è intellegibile e deve poter essere analizzata fino al suo più minimo dettaglio: ma partendo dall’intelligibilità delle lotte, delle strategie e delle tattiche” (Michel Foucault, “Verità e potere” in “Microfisica del potere”)

Ora miriamo alle condizioni attuali del Gruppo Operativo. Partendo da quella esperienza primitiva nel Manicomio di Buenos Aires, modello mitico di una nascita, l’idea e la pratica dei Gruppi Operativi transitarono per diverse regioni o paesi, istituiti in innumerevoli scuole, conferenze, seminari, gruppi di studio così come pratiche istituzionali o comunitarie.
Da molto tempo osserviamo questa grande diffusione che ha acquisito il Gruppo Operativo, ma essa non può essere confusa con un aumento della densità concettuale e pratica che oggi dovrebbe aver arricchito la nostra concezione.
Ci troviamo con un’enorme disparità tra quella diffusione e il magro accrescimento dell’insieme concettuale.
Una questione generale di come ci troviamo attualmente illuminerebbe questo quadro. Quindi, confrontati con questa situazione, cercando di sciogliere i fili, verifichiamo che non mancano scritti, ma questi mirano alle applicazioni del Gruppo Operativo e alle osservazioni sul funzionamento in circostanze specifiche.
Abbiamo notato anche qui un grande sforzo per ripensare alle possibilità che fornisce questo tipo di gruppo.
Ma ci troviamo anche con molte descrizioni, al contrario, che sono mere volgarizzazioni che fanno entrare il nostro Gruppo Operativo nell’ambito di un populismo esasperato che permette di indovinare la mancanza di elaborazione teorica dell’autore o le resistenze al cambiamento che lo cinsero, non facendolo uscire dal manifesto grossolano del suo lavoro.
Una certa quantità di autori hanno omologato la nostra concezione gruppale con giochi infantili, non in senso winnicottiano ma circense, per esempio, un autore commenta a proposito delle divertenti conseguenze che deriverebbero dall’assenza del compito, quando ben sappiamo che la non presenza del compito provoca un’angoscia per l’imprecisione della situazione e un clima di confusione.

Aggiungo che il vero divertimento si produce quando la demolizione dell’ostacolo epistemologico provoca ‘esplosioni creative’. Lavorando con un intendimento psicoanalitico in situazioni di disagio, come in ‘Villas en Emergencia’[1], non siamo mai stati obbligati a diminuire il livello teorico del nostro lavoro. In un’occasione il nostro autore affermò che: “lavorare significa intraprendere il cammino per pensare qualcosa di differente da ciò che fino allora si pensava”. Centreremo, ora, il nostro sguardo su tre questioni fondamentali, le ritagliamo e cerchiamo di orientarci nella loro attualità.
L’idea di compito, la comprensione del latente (nelle sue due versioni, la trasmissione e la sua comprensione) e la valutazione della nozione di emergente.

Ognuno di noi che ha studiato attentamente le diverse prassi gruppali può confermare  – in molte di esse – che l’idea di compito non è percepita nella sua pienezza, si prende formalmente come l’obiettivo o il ‘dovere scolare’, pertanto si può fare una specie di bilancio esprimendo che ‘è, bene o male’ realizzato.
Il compito, elemento che convoca alla realizzazione di un gruppo, ha sfaccettature manifeste e latenti, provoca mobilizzazioni inconsce dei vincoli tra gli integranti, stimola la dinamica dell’aggiudicazione e assunzione dei ruoli e la finalizzazione di un compito è dato dall’inquadramento gruppale o istituzionale che si era fissato del tempo e dello spazio, dall’inizio dell’esercizio gruppale.
Pertanto, il compito oltrepassa il titolo dato ad una dinamica di gruppo. Sottolineiamo che siamo nell’ambito della ‘sofferenza’ del corpo teorico della nostra concezione, sperando che dall’errore possiamo estrarre il vantaggio di apprendere, inoltre si tratta di delucidare non ciò che corrisponde o no alla concezione operativa, cioè in un clima di ortodossia, ma di svelare le linee storiche di questa concezione che ce ne permette l’uso nel nostro lavoro.

Continuiamo, ora, con le problematiche che riguardano il latente. Possiamo dire che l’insufficienza nella comprensione del latente fa che, chi coordina osservi il funzionare del gruppo sullo stretto piano manifesto, cioè si prende come elementi forti del processo gruppale ciò che si può ‘palpare con la mano’. Segnalano, per esempio, in certe comunicazioni per descrivere l’evoluzione del gruppo, una lista di commenti o di aneddoti che esprimono gli integranti del gruppo, a cui segue una serie di opinioni dei coordinatori, o questi dirigono l’ordine degli oratori o indicano come i membri debbano farsi carico del compito. La descrizione assomiglia a una riunione di amici. Il gruppo ha perso la propria autonomia in quanto si è istaurata una leadership che lo dirige.
Esiste, pertanto, un vedere o un sentire con i padiglioni delle orecchie. Nei primi scritti freudiani già si parlava dei punti ciechi dell’analista. È difficile, per chi non ha elaborato certi conflitti propri, aiutare gli altri a risolvere quegli stessi conflitti.
Ora credo che dobbiamo affrontare queste circostanze iniziando ad interrogarci circa il nostro atteggiamento nella didattica. Il modello del sogno ci ha permesso di intendere la dialettica esistente tra il suo manifesto ed il latente intrecciato con esso. Gli insegnamenti su come interpretare il sogno ci spingono a considerare questa dialettica.
Sarebbe utile, nell’affrontare questa tematica, che ci confrontassimo, almeno, con due livelli di problematiche, alcune vincolate con la trasmissione, cioè con i modelli dell’insegnamento/apprendimento, le altre con le probabilità di capire, da parte dell’auditorio, o da parte degli alunni, la nozione di latente.

C’è un principio che indica che il nostro modello didattico (informazione-gruppo) contiene come un’iniziativa per avviare i membri del gruppo a percepire, intuire, apprezzare, capire, in uno stato tra il cosciente e l’incosciente, l’intergioco latente che sta funzionando nei distinti momenti del processo gruppale.
Le interpretazioni del coordinatore favoriranno le strade per questa comprensione, poiché il capire il funzionamento del latente proviene dall’esperienza gruppale realizzata e non solamente da una conferenza formale.
Il gruppo operativo dovrebbe contenere momenti iniziatici per acquisire una specie di sapere del latente. È così che si comincia a comprendere che i vincoli con gli altri includono aspetti che mai ci sono totalmente chiari, pertanto è necessario un terzo – il coordinatore – per arrivare a dar loro qualche significato.
Questo principio, che si incontra nel nucleo del Gruppo Operativo, dovrebbe essere internalizzato nei professori e nei coordinatori. Se non è così, allora dobbiamo domandarci se essi sono coscienti delle loro posizioni e delle loro responsabilità di fronte all’insegnamento ‘latente’ del latente.
Che fare con i punti ciechi di se stessi, a che cosa si devono, come possiamo uscire da questo pantano?

Non credo che possiamo sfuggire e né uscire da questa situazione con dei consigli.
Si rende necessaria una riflessione istituzionale sulla stessa, ricordiamo la frase di Paul Veyne: “Foucault non attaccava le elezioni degli altri, ma le razionalizzazioni che gli altri aggiungevano alle sue elezioni”.
Dall’altro lato ci domandiamo: che cosa accade agli utilizzatori o agli alunni? È abbastanza facile parlare di resistenze al cambiamento o di duri ostacoli epistemologici, sebbene teniamo a mente il deterioramento culturale proprio della globalizzazione e del consumismo.
Pichon-Rivière, alla domanda su chi dovrebbe integrarsi in un gruppo, in base alla sua idea di eterogeneità, segnalava che chiunque avrebbe potuto farlo, solamente si rendeva necessaria la sua motivazione a partecipare.
Cioè, il gruppo attuale ‘insegna’ al gruppo interno ad elaborare l’informazione che è stata fornita.
Pertanto, la prima questione che dovrebbe essere introdotta nell’insegnamento è il carattere caleidoscopico del compito, questo è e non ciò che si stipulò come finalità del gruppo. Questo già indicherebbe che esiste qualcosa di distinto dal manifesto. Ma questa circostanza sorge, semplicemente, quando i membri dimostrano che tutti hanno idee differenti sul compito proposto, e che queste idee provengono dalle proprie esperienze precedenti e dalle ‘voci’ interiori nate nel gruppo interno.
Ci interrompiamo per segnalare una questione che è sorta nel nostro discorso: continua ad esser valida, oggi, l’immagine o il sentimento della presenza di un gruppo interno nei soggetti? Si diffonde, ora, che questo gruppo interno è uno dei pilastri della concezione operativa?

Non dimentichiamo che esso è un elemento essenziale di qualsiasi vincolo, a sua volta è ciò che rende possibile la dinamica di aggiudicazione e assunzione dei ruoli, questioni, queste, che servono per studiare la patologia familiare ed i suoi emergenti. Ricordiamo che il gruppo interno cerca di trasformare in familiare il gruppo nel quale si sta partecipando nel momento attuale, per ‘salvare’ il soggetto, un modo di salvare l’individuo nel suo sforzo di elaborare le differenze esistenti tra lui e gli altri del gruppo.

Poiché ci siamo addentrati su questo tema, affronteremo la terza questione, la spinosa questione dell’emergente. Dall’inizio della nostra concezione la questione dell’emergente non è stata mai univoca.
Proporre un’indicazione esatta della cosa alla quale ci riferivamo ci sfuggiva sempre tra le mani o, per meglio dire, tra le diverse definizioni. Il caso che lo esemplifica meglio è la situazione del sofferente mentale, nella quale questo sarebbe l’emergente ed il prodotto dell’incrocio dei disagi nei vincoli familiari. L’emergente sarebbe quella figura che condensa e specifica in se stessa le mancanze nella comunicazione, i problemi generazionali e la dislocazione dei posizionamenti familiari, dei conflitti e lutti non elaborati nella dinamica familiare.
Da ora in poi esiste una semi-oscurità, un conoscere ambiguo su ciò che può essere considerato l’emergente di un gruppo. In varie occasioni lo si confonde con l’apparizione di un leader, ciò che gli fa perdere la sua proprietà di elemento del latente, quindi di essere alieno alla coscienza degli integranti del gruppo, o di costituire l’iceberg di una fantasia gruppale.

Per me, la percezione e l’interpretazione dell’emergente dipende da un lavoro del controtransfert del coordinatore, controtransfert costruito non solo dalle esperienze emozionali, ma anche dall’articolazione di queste con la formazione teorico-pratica di quel coordinatore.
Seguendo le tracce delle indicazioni freudiane, direi che ci imbattiamo nella segnalazione della ‘comunicazione da inconscio a inconscio’. Il coordinatore ‘appena darà conto’ del contenuto della sua interpretazione, la risposta apparirà nella creazione di un altro emergente gruppale, pertanto non si chiude mai il dialogo attorno al tema proposto come compito. La sua parola non è oracolare.

Se così non lo pensano i colleghi della nostra comunità scientifica – come direbbe Khun -, sarebbe bene che esprimessero come si capisce e segnala un dato emergente, e che cosa denominano emergente.
Ci rimarrebbe da affrontare – e non lo faremo oggi – in questa problematizzazione del presente della nostra concezione, già iniziata la discussione sui Gruppi Operativi, l’altra metà di questa concezione che corrisponde alle idee e alle pratiche accumulate intorno alla denominazione di Psicologia Sociale.
Una definizione concisa e veloce segnalerebbe che la Psicologia Sociale si incarica di studiare gli scambi esistenti tra la struttura sociale e l’organizzazione psichica dei soggetti, uno studio ritagliato della soggettività sorta in un momento storico-sociale-economico.
Possiamo dedurre che i Gruppi Operativi sono stati concepiti non solamente per studiare i movimenti interni di una dinamica gruppale, ma anche costruiti per un fuori, per un contesto, come metodo o strumento per indagare e intervenire in un campo disegnato da una Psicologia Sociale. Aggiungiamo che Bleger ha indicato chiaramente gli ambiti per i quali transitano questi gruppi. È così che il contesto sarà investigato nelle sue diverse qualità dalla prassi gruppale, indagine che, a sua volta, va trasformando questo contesto e le forme gruppali che sono intervenute in esso.

Quindi, in questo momento ci troviamo con questioni o domande che, partendo dal presente, devono risignificare la storia della nostra concezione.
L’idea di questa Psicologia Sociale si intreccia con l’apparato nozionale e con le pratiche dei gruppi. Ci sembra difficile stabilire che cosa o chi nacque da che cosa o da chi. Abbiamo presente che Pichon-Rivière è sempre stato uno psicoanalista, l’‘apparato analitico’ è stato il suo gruppo di lavoro interno. Aggiungiamo che non lo ha mai soddisfatto una metodologia clinica calibrata sull’attività individuale e privata.
I gruppi appaiono come una situazione collettiva lavorata in forma collettiva. La nozione di vincolo, da lui coniata, lo ha provvisto di un elemento ‘plus’ per entrare in quei collettivi, non solo gruppali ma anche istituzionali e comunitari.

Il precedente dimostra, in parte, i legami e le difficoltà di una separazione tranciante. Ma lo stesso Pichon-Rivière ha stabilito un primariato, o luogo di privilegio, nel dare alla Psicologia Sociale la possibilità di accogliere un’identità.
Noi ci definiamo come Psicologi Sociali e non come gruppalisti, sebbene adottiamo quest’ultima definizione in circostanze precise.
In un disegno sulla disposizione delle scienze sociali, la Psicologia Sociale sarebbe come un’intermediazione, che si adatta e si colloca come cuneo tra la Psicologia – che deve necessariamente ridefinirsi a partire dalla scoperta della Psicoanalisi –  e la Sociologia, si fissa così un elemento che si occupa di elaborare le relazioni tra soggetto ed il suo contesto.

In alcune università esiste una disciplina con quel titolo, non saprei dire in quali, ma in quei casi la Psicologia Sociale è sperimentale e circoscritta a effettuare studi sui comportamenti sociali marcatamente manifesti.
All’interno della nostra concezione, la Psicologia Sociale si occupa di situazioni di alta complessità, poiché inizia partendo da emergenti comunitari e/o regionali e da questo presente si immerge nella profondità delle sue storie.
Credo di aver realizzato una punteggiata sintesi che ci permette di iniziare un’indagine sulla nostra attualità nel campo del movimento gruppale. Movimento che ci serve per studiare e intervenire nel contesto storico-sociale nel quale siamo inclusi. Spero che questa occasione sia solo l’inizio per approfondire questa indagine.

Madrid, 24 febbraio 2006

[1] Le ‘Villas de Emergencia’ o ‘Villas Miseria’, in Argentina, sono delle città sorte intorno agli anni ’90 in aree periferiche di poco valore e caratterizzate da un alto grado di precarietà e scarso equipaggiamento dal punto di vista sociale (n.d.t.).

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Teoria dei gruppi e famiglia

Ven, 26/08/2016 - 18:28

  di Armando Bauleo

(Il titolo originale dell’articolo, tratto da www.area3.org.es Nº 2 – Primavera 1995, è “Teorias de los grupos y familia” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)

C’è una frase di Pichon-Rivière che utilizzerò e che potrebbe sembrare una tautologia: “la famiglia dovrebbe essere come un gruppo operativo e un gruppo operativo come una famiglia”.
Questa definizione con caratteristica circolare cerca di spiegare l’intergioco che si stabilisce quando desideriamo concettualizzare sia la nostra pratica gruppale che il nostro intervento in una famiglia.

È che sarebbe difficile comprendere una situazione familiare senza un corpo di nozioni gruppali, così come teorizzare sui gruppi senza tenere conto della struttura particolare del gruppo familiare.

Pertanto, per la nostra scuola di pensiero, solamente una teoria della gruppalità ci rende possibile intervenire nelle diverse vicissitudini dei processi gruppali.
Il modello del gruppo operativo segnala la situazione concreta di fondazione del gruppo che collochiamo sempre a partire da una delimitazione di un compito da sviluppare. Cioè, il compito sarebbe il supporto che permette che un insieme di persone si organizzi come una struttura gruppale. Detto in altra maniera, il passaggio da ‘aggrupazione’ a gruppo, da insieme a struttura, è reso possibile dalla presenza del compito.

 Stipuliamo che il compito (o finalità) è il supporto poiché il transito dalla situazione originaria (di insieme) alla struttura gruppale, non è diretto e a una sola via, bensì è ‘zigzagante’, ondulato, con forme indecise di progresso e di regresso, con tempi interrotti, in registri diversi e con espressioni che passano dal verbale all’azione (e viceversa).

 Le irregolarità di questo transito sono dovute al fatto che ciascun partecipante del processo gruppale vi arriva munito di una idea precostituita di quello che avrebbe dovuto essere il compito che ha convocato il gruppo. Pertanto, ciascuno arriva con fantasie sulle modalità di organizzazione che deve assumere la ‘aggruppazione’ e delle forme mediante le quali il compito dovrebbe svilupparsi.

All’interno di un gruppo terapeutico possiamo tradurre quelle fantasie come fantasia di cura, fantasia di malattia, e fantasia di trattamento.

Ma anche prima di stabilirsi nella struttura gruppale dovremmo indicare che quel passaggio o transito (da ‘aggruppazione’ a gruppo) è avvolto e infiltrato da un sentimento che definiamo come ansietà confusionale.

Questa ansietà sarebbe, in parte, provocata dal confronto tra quelle idee precostituite e la probabile ristrutturazione delle stesse.

La successiva appartenenza al gruppo, la necessità di un contratto tra loro, obbliga a un riaggiustamento e a una riorganizzazione del mondo fantasmatico.

Esplicitiamo che, quando si parla della struttura gruppale, si sta definendo un istante, un ritaglio, un evento, di un processo gruppale.

Invertendo la formula abbiamo che i partecipanti si immergono in un processo di gruppo la cui finalità sarebbe il compito stipulato, pertanto quando segnaliamo la struttura di gruppo stiamo realizzando un ritaglio momentaneo in questo processo, ossia un fotogramma di un film.

Non per questo la struttura gruppale è semplice. La sua complessità deriva dall’esistenza di un manifesto e di un latente. Come nel sogno, esiste un discorso manifesto (verbale o di immagini) che sarebbe quello che si formò con gli elementi che la censura lasciò passare dall’universo delle idee inconsce.

Nel gruppo, ciò che viene espresso, siano parole, gesti o azioni, stabilisce il piano manifesto.

L’indicibile, i sentimenti nascosti, i desideri occulti, le fantasie non comunicate, le illusioni non condivise, le storie segrete, costituiscono quel tessuto che determina lo spessore di ciascun momento gruppale.

Il balbettio, le indecisioni, le contrarietà, l’ambiguità o la ambivalenza, gli atti falliti, la titubanza, i lapsus sono segni di quella frangia non tracciata tra manifesto e latente.

Ma stabilire una struttura gruppale significa che si è stabilita una linea, un involucro, un continente (contenitore). Frontiera immaginaria che consente una serie di passaggi di sostantivazione, di cambiamento di personaggi, di inscrizione differente degli attori.

Si passa dal singolare al plurale (dall’Io al Noi) e si colloca un dentro e un fuori (Noi e Loro). Qui incontriamo un punto di ancoraggio affinché si costituisca l’identità. Il processo gruppale si sviluppa mediante differenziazioni e posizioni. Si istallano punti transitori di contatto e di alienazione tra fantasie e principio di realtà.

A sua volta, dentro il contenitore, appare un esercizio della libera associazione, di parole, di immagini, di sogni ad occhi aperti, di utopie, di cariche libidinali, di impulsi emozionali.

A tratti, ciascuno gioca il ruolo necessario per lo sviluppo dell’argomento, il cui autore è una soggettività prodotta dall’insieme.

È così che si installa un collettivo produttore che crea, in accordo con i diversi tempi, racconti che provano a risolvere i conflitti. O, in alcune circostanze, sono la stessa soluzione. In altre, il sintomo, e in altre ancora, la resistenza al cambiamento.

La soggettività si dipana, cresce, coinvolge tempo e spazio. La sua presenza occupa dimensioni non misurabili ma, non per questo, meno veritiere. La sua esistenza segna la cultura interna di ciascun gruppo, poiché le storie individuali si risignifcano. L’altra storia (quella sociale) fornisce gli elementi che permettono che il processo gruppale sia permanentemente un confronto tra gruppo interno e mondo esterno.

Sintetizzando, si stabilisce un compito che consente l’organizzazione di una struttura gruppale costituita da una rete di scambi tra i soggetti partecipanti. Si costruisce un codice comune che in un doppio livello (di parole e azioni) garantisce il funzionamento della rete.

La dinamica del gruppo risulta dall’intreccio che si produce tra il parlare e l’agire (e gesticolare) pertanto non solo si ascolta ma si guarda anche. Lo sguardo, a volte diretto e altre volte di traverso, fornisce linee che saranno percorse dalle proiezioni o dalle introiezioni che cercano di collocare i fantasmi. Il cipiglio mostrerà diverse versioni dei conflitti che sorgono nell’accadere gruppale e, nelle varie occasioni, accompagnerà la parola o il silenzio che circonda l’interdetto.

I conflitti sono multiformi nella loro apparizione e nella possibile interpretazione.

Lo schema di riferimento, che deriva dalla combinazione tra l’osservazione e l’enunciazione, prodotto dai membri del gruppo e che, a sua volta, differenzia un gruppo da un altro, non solamente è l’asse della comunicazione, ma anche quello dell’apprendimento. Apprendimento di relazioni, di funzioni, di emozioni e, soprattutto, del commentare, cioè di come raccontare ‘ciò’ che ci è successo.

Ma se stiamo affrontando il comportamento gruppale, dobbiamo segnalare un elemento centrale per le sue vicissitudini. L’emergente sarebbe quell’elemento che, derivato da un contatto brusco tra manifesto e latente, attrae la nostra attenzione affinché investighiamo il significato di quella situazione.

Detto in altro modo, una parola o un gesto o un’azione o un dialogo accalorato tra due partecipanti o un colpo causato dalla chiusura intempestiva di una porta, obbligano il terapeuta a cercare il senso di ciò che accade in quel momento.

Questa ricerca del senso si concluderà in un’interpretazione. Quegli elementi che provocarono l’inizio della ricerca e che si arrivasse alla interpretazione, li denominiamo Emergenti.

È un qualcosa che emerge, che si mostra e si nasconde, una doppia faccia, un chiaro-scuro, che domanda un intervento, uno Schema di Riferimento che accoglie e scioglie un nodo latente che rende impossibile il fluire del processo gruppale.

Adesso possiamo entrare nella problematica familiare. Lo faremo a partire dalla nozione di emergente.

Lasciando la linea storico-genetica e la funzione edipica nella costruzione del gruppo familiare, mi centrerò sulla questione dell’intervento e su quella si dirige in questo momento il mio discorso.

“Tutto andava bene, come in ogni famiglia, ma l’altro giorno, senza che niente lo facesse supporre, a partire da una discussione stupida accadde che divenne furioso, iniziò a gridare, colpì alcuni dei presenti, ruppe quello che incontrava sul suo cammino, si chiuse nella sua abitazione e non esce dall’altro ieri”.

Crisi, conflitto familiare (essi cercano di incollarlo all’individuo), irruzione psicotica, scompenso, stupore-negazione.

Pichon-Rivière suggeriva, e la pratica lo confermò, che l’osservazione doveva dirigersi verso l’organizzazione di quell’emergente nel gruppo familiare.

Perché e per che cosa fu quel soggetto, e non un altro, il portavoce del conflitto familiare?

Alcune idee-chiave ci permettono di introdurci nella situazione.

L’idea di depositazione stabilisce che in ogni situazione gruppale esiste un gioco di scambi, i quali sono possibili grazie a uno spostamento di alcuni elementi in movimento.

Esisterebbe tra un depositante e depositario un vincolo attraverso il quale transita il depositato. Il momento cruciale o di origine di una crisi sarebbe quello nel quale nel depositario si è accumulato il depositato in eccesso (conflitti, ansietà, ambizioni, obblighi, esigenze), senza che questo staccarsi da questo materiale né elaborarlo.

Le allucinazioni e i deliri, come alcuni atti compulsivi, mostrano chiaramente l’accumulazione degli elementi, come una condensazione densa di difficile assimilazione per la quale si cercano spazi e tempi differenti al fine di collocarla. Il depositario, nell’urgenza, cerca di sbarazzarsi rapidamente di quel bagaglio che lo molesta. Non si tratterebbe di reprimerlo né di opprimerlo, bensì di accompagnarlo nella scarica. Ma, per secoli, è stato messo a tacere. Il manicomio o gli psicofarmaci furono utilizzati solamente per quello. I pazienti tranquilli sono quelli che si abituarono a proprie spese.

In questo modo, l’emergente segnala lo scompenso dell’equilibrio familiare ma la storia di quell’emergente è un lungo cammino che dovremo ripercorrere al contrario nella sua organizzazione, per capire qualcosa dell’intreccio dei fattori causali.

È interessante segnalare come il movimento di configurazione dell’emergente (del paziente) si accompagna ad un secondo movimento che è quello della sua esclusione dalla struttura familiare. La fantasia sarebbe che, con quel secondo movimento, si espelle, mescolati, il depositario e il depositato. L’espulsione si trasforma in un rito di purificazione. Nel campo immaginario si tratta di iniziare di nuovo, di far nascere nuovamente il gruppo familiare. In innumerevoli occasioni il senso di colpa che provoca questa fantasia impedisce di ascoltare il terapeuta in quanto tale, poiché è sentito come un giudice che cerca di trovare il colpevole.

La questione è studiare come funzionò la rete dello scambio, in quali punti fallì il sistema vincolare, la nostra preoccupazione è centrata sui disturbi dei vincoli, ci interessa l’origine e lo sviluppo delle relazioni; ma non dobbiamo mai pensare ad una superpotenza individuale che può creare malattie, nonostante le onnipotenze che alcuni membri del gruppo familiare si attribuiscono. Ossia, il sistema depositante-depositario-depositato ci fornisce una via di comprensione della situazione.

Ma, a sua volta, quel sistema comporta l’asse del ruolo aggiudicato-ruolo assunto.

All’interno della dinamica gruppale si stabilisce un rapporto tra gruppo esterno e gruppo interno. Ovvero, il gruppo attuale provoca, in ciascun integrante, il gruppo interno (che lo accompagna). “Gruppo interno” sarebbe una figura composta, inconscia, organizzata da tratti identificatori, relazioni oggettuali, resti fantastici, pezzi del romanzo familiare, che è il risultato del nostro passato gruppale e familiare.

In ciascun processo gruppale aggiudichiamo o assumiamo ruoli in accordo alle necessità e alle occasioni che si presentano, alcuni desiderano cercare un destinatario, altri attendono qualche risposta, ciascun partecipante si colloca e si ricolloca in una dimensione fantastica di alti e bassi che si alternano, di personaggi che evocano altri personaggi, di attori che mettono in scena altre scene.

Nel gruppo familiare l’abituale, la consuetudine, la quotidianità lungamente condivisa, l’impressione di stare sempre uniti, produce l’illusione che tutti si conoscono. È dentro o dietro quell’illusione che si stabiliscono le incomprensioni, i segreti, la mancanza di informazione, i destinatari sbagliati, la dislocazione dei messaggi, i falsi investimenti.

L’agitazione tra i familiari è enorme quando capiscono che pur appartenendo ad uno stesso gruppo, non per quello tutti hanno lo stesso gruppo interno, pertanto ciascun accadimento può avere significati diversi per ciascuno di essi e differente impegno. Nonostante il tetto condiviso, le storie individuali differiscono.

Un’ultima indicazione. Innumerevoli occasioni mi hanno indicato che una differenza tra un gruppo e una famiglia è che quest’ultima non ha un compito. È importante segnalare che la famiglia ha molti problemi perché, giustamente, ha innumerevoli compiti, a volte difficili da diversificare per decidere a quali dare la priorità.

Per concludere. Prima stabiliamo una differenza tra nozione e esperienza di gruppo.
Quest’ultima non solo riguarda il vissuto degli integranti, ma anche la ricomposizione relazionale che capita a ciascuno, alla ristrutturazione del gruppo interno individuale e al clima (o “spirito”) che il gruppo nel suo insieme ha prodotto, unito agli effetti di apprendimento o terapeutici che risultano dai processi gruppali. Di quello rimarrà un’immagine che andrà scolorandosi con il tempo ma che lascia tracce nella nostra vita.

La nozione di gruppo riguarda la concettualizzazione di quell’esperienza, il momento di riflessione e di comprensione e, come corollario, permette le ipotesi e le interpretazioni che possono suscitare i diversi momenti della dinamica gruppale.

Se continuiamo, ci scontriamo con altre vicissitudini. Se fino ad ora abbiamo parlato di ciò che succede nella struttura gruppale, ora dovremo indicare che succede con l’intervento in un processo gruppale. Ossia, l’organizzazione che si stipula mediante un contratto per poter intervenire.

A partire da questo contratto si stabilisce una situazione gruppale, cioè una struttura triangolare nella quale ci installiamo per osservare la situazione.

Tale struttura si configurerà mediante tre funzioni. Una teoria della tecnica segnala le interazioni nella situazione gruppale.

Le funzioni sono:
a) la struttura gruppale;
b) il compito della struttura gruppale;
c) la coordinazione.

Ovvero, ciascuno di questi tre poli deve essere tenuto in considerazione in ogni operazione che si realizza in una situazione gruppale.

La non presenza manifesta di uno di essi obbliga a indagare come punto di urgenza quell’assenza. È così che la non presenza non è correlativa all’inesistenza per il nostro schema di riferimento. Le assenze sono inizi di ricerca.
La funzione di coordinazione si centra sul vincolo del gruppo con il suo proprio compito. Espresso in altro modo, diciamo che è impossibile interpretare un conflitto gruppale se non si parte dall’elemento che oggi lo riunisce.

Sempre, il lavoro terapeutico si esercita in circostanze vincolari.

In relazione alla psicoterapia familiare desidero solamente aggiungere l’importanza di segnalare e interpretare la distanza che è necessaria mantenere tra biologia e funzione. Anche nella famiglia, come in ogni gruppo, la dinamica dipende dalla rotazione della leadership. Cioè, di fronte ai conflitti che sorgono, si dovrebbe occupare di quelli chi è capace di farlo. Allo stesso momento, sarebbe un’altra strada per evitare le formazione di stereotipi.

Un esempio sulla questione.

Mi trovavo a Città del Messico, nell’Ospedale Pediatrico Universitario, e mi chiesero di realizzare un colloquio, che l’équipe avrebbe osservato dietro lo specchio.

Si trattava di una situazione famigliare singolare. Un prete voleva adottare una bambina e, come accompagnante per questa adozione, utilizzava sua madre, la quale si sarebbe trasformata in madre adottiva.
La situazione aveva creato, come è facile supporre, confusione e disorientamento nella bambina, la quale non faceva altro che riflettere la situazione nella quale cadeva quel gruppo con pretese di famiglia.

Come possiamo vedere, le circostanze cliniche non sempre hanno le caratteristiche che ci attendiamo.

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Concezione della soggettività in Enrique Pichon-Rivière

Gio, 23/06/2016 - 13:33

di Gladys Adamson

(Gladys Adamson è direttrice della ‘Escuela de Psicologia Social’ di Buenos Aires e discepola diretta di Enrique Pichon-Rivère. Il titolo originale dell’articolo è “Concepcion de la subjectividad en Enrique Pichon-Rivière” e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di Lorenzo Sartini.

 

Il tema che ci convoca è “Soggettività e Interazione verso il Nuovo Millennio”. La mia riflessione parte dall’ECRO di Enrique Pichon-Rivière e vorrei prima proporre la concezione della soggettività di E. Pichon-Rivière.

1) In primo luogo, la soggettività, per E. Pichon Rivière è di natura sociale. Lo è in riferimento a ciò che già Freud propose in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, nel senso che “Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico”[1]. L’altro sociale è sempre presente nell’orizzonte di ogni esperienza umana. E. Pichon Rivière parte da una controversia radicale: “Il soggetto non è solo un soggetto in relazione, è un soggetto prodotto. Non c’è niente in lui che non sia il risultato della interazione tra individui, gruppi e classi”[2]. Questo significa che non c’è niente nel soggetto che non implichi la presenza dell’altro sociale, acculturato. Pertanto colloca la costituzione della soggettività in una dimensione interazionale simbolica.
L’essere umano manca di qualsiasi facoltà o meccanismo istintivamente acquisito che gli faciliti l’adattamento all’ambiente, al territorio, o stabilisca risposte fisse agli stimoli del suo habitat. In questo senso l’uomo è l’unico mammifero superiore che crea la natura alla quale si adatterà. Questa produzione sociale culturale è presa come natura perché precedente alla nascita del soggetto.

2) La soggettività è, allo stesso tempo, singolare e emergente delle trame vincolari che la trascendono e con le quali mantiene una relazione di produttore e prodotto. Dice E. Pichon Rivière: “il contrasto che più sorprende lo psicoanalista nell’esercizio del suo compito consiste nello scoprire, con ciascun paziente, che noi non siamo di fronte ad un uomo isolato, bensì di fronte ad un emissario, e capire che l’individuo come tale non è solo l’attore principale di un dramma che cerca chiarificazione attraverso l’analisi, ma anche il portavoce di una situazione” [3].

Per E. Pichon Riviere la soggettività si costituisce nelle strutture vincolari che la trascendono e che concettualizza in termini di ambiti gruppali, istituzionali e comunitari. Queste strutture sono autonome e interdipendenti allo steso tempo. Quando nel 1946 scrive sull’Opera del Conte di Lautremont intende la sua soggettività formata non solo dall’emergere nelle vicissitudini della sua struttura familiare-edipica, ma anche dal fatto di trovarsi a Montevideo (dal 1843 al 1851). “Durante i primi 5 anni aveva sentito storie di sgozzamenti, smembramenti, le cui vittime erano spesso amici di suo padre”[4].

3) La soggettività è concepita come un sistema aperto al mondo e, pertanto, sempre in via di strutturazione. È una Gestalt-Gestaltung (corrisponde a uno strutturalismo genetico). Non costituisce una strutura chiusa nello stile di Humpty Dumpty di “Alice nel paese delle meraviglie”, tuttavia la sua unica possibilità è strutturarsi con il mondo. E. Pichon-Rivière intende il soggetto in una doppia dialettica: intrasistemica e intersistemica. La soggettività non è un’interiorità. Neppure, questo soggetto, vale solo per la sua esteriorità. Il soggetto dell’ECRO pichoniano è un soggetto inteso nella sua verticalità però decentrato nel vincolo, che parla al di là di se stesso e produce socialmente, sempre, con un altro imprescindibile.

4) La soggettività per Pichon-Rivière si gioca nel dentro-fuori e nell’interno-esterno. Questo posizionamento soggettivo ha semplicemente a che vedere con la sua concezione di salute che implica un soggetto conoscente. Il processo di socializzazione è concepito da Pichon-Rivière come un lungo processo di apprendimento che dà luogo alla formazione, in ciascuna soggettività, di uno schema di riferimento che denomina anche “apparato per pensare la realtà”. Questo concetto dà conto di una struttura soggettiva che, prodotto della socializzazione, determina la riproduzione inconscia che il soggetto esegue delle relazioni sociali che lo hanno plasmato. Lo ‘schema di riferimento’ è ciò che dà conto della riproduzione delle condizioni di esistenza che il soggetto compie, riproduzione, anche, delle situazioni di sfruttamento e di assoggettamento.
Questo ‘apparato per pensare’ ci permette di percepire, distinguere, sentire, organizzare e operare nella realtà. Partendo da un lungo processo di identificazioni con le caratteristiche delle strutture vincolari nelle quali siamo immersi, costruiamo questo schema di riferimento che stabilizza una determinata concezione di concepire il mondo che, altrimenti, emergerebbe nella sua condizione di eccesso, incomprensibilità e caos. Questa conformazione dello schema di riferimento lo effettua una soggettività attiva, anche produttrice delle sue condizioni di esistenza. Questa soggettività implica che il soggetto pensi, senta e modifichi il contesto. Questa condizione attiva trasformatrice permette che la riproduzione che compie l’essere umano della struttura sociale che lo produsse non possa essere mai testuale. Si riproduce sempre, sebbene con minime trasformazioni. Questo porta E. Pichon-Rivière a pensare la metafora della spirale per rendere conto di questa caratteristica in cui la ripetizione o riproduzione “sembra uguale, ma non è uguale”.
La struttura sociale esterna in tutti gli ambiti intermediari diviene una struttura soggettiva mediante lo schema di riferimento. Qui, il grande mediatore è il concetto di vincolo. L’origine etimologica della parola vincolo è “legame” e credo che sia stato eletto da E. Pichon-Rivière come la condizione materiale della nostra costituzione soggettiva. I vincoli umani sono le strutture che permettono e effettuano il “legame” dell’essere, che nasce aperto al mondo, con impulsi aspecifici, in un campo simbolico, ovverosia la cultura, nel tempo storico sociale che ha vissuto. Vincolo è una struttura sensibile, affettiva, ideativa e di azione che ci unisce, ci “lega” all’altro essere con il quale il soggetto si identifica. L’identificazione non è posta come identificazione ad un’immagine, bensì a una caratterstica della struttura vincolare che include modelli di significazione sensibili, affettivi, ideativi e di azione che il soggetto successivamente riproduce.
Il vincolo è ciò che media e permette l’inserimento del soggetto nel campo simbolico della società. Il vincolo è una struttura bifronte, ha una faccia interna ed una esterna. La soggettività è intesa da E. Pichon-Rivière come una “vera e propria selva di vincoli”.
Dice E. Pichon-Rivière: “Lo schema di riferimento è l’insieme di conoscenza, di attitudini che ciascuno di noi ha nella sua mente e con le quali lavora in relazione con il mondo e con se stesso” (“Applicazioni della Psicoterapia di gruppo”, 1957, e in “Tecnica dei gruppi operativi”, 1960). Partiamo dalla base della “preesistenza in ciascuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali l’individuo pensa e agisce)”[5]. Questo schema di riferimento è ciò che permette al soggetto di possedere modelli di sensibilità, modi di pensare, sentire e fare nel mondo e che segnano il suo corpo in una certa maniera. È la sua tendenza alla ripetizione che offrirà resistenza al nuovo, agli stimoli (idee o esperienze) che tendono a destrutturarlo. Queste vicissitudini sono essenziali per pensare una soggettività inserita in una società moderna.

5) La concezione di soggettività in E. Pichon-Rivière è quella della soggettività moderna. È qui, dove appare E. Pichon-Rivière nella sua condizione di genio che, nella decade degli anni ’60, anticipa problematiche che, solamente a partire dagli anni ’70 e ’80, sarebbero apparse come problematiche egemoniche nel campo intellettuale delle Scienze Sociali. Negli anni ’60 E. Pichon-Rivière suggeriva che dobbiamo pensare alla soggettività nella sua condizione moderna e alla società come struttura in continuo cambiamento e che tende alla frammentazione dei significati sociali[6]. Per questo sosteneva che così come abbiamo necessità di uno schema di riferimento, un sistema di idee che guidi la nostra azione nel mondo, abbiamo necessità che questo sistema di idee, questo apparato per pensare, operi anche come un sistema aperto che permetta la sua modificazione. È l’interrelazione dialettica mutuamente trasformatrice con l’ambiente ciò che guiderà la ratificazione o la rettificazione del quadro di riferimento soggettivo. Ma E. Pichon-Rivière non concepisce le modificazioni dello schema di riferimento come una rinuncia, bensì come le modificazioni necessarie per un adattamento attivo alla realtà affinché, davanti ai cambiamenti del contesto, i desideri ed i progetti continuino ad essere possibili. La strategia soggettiva non sorgerebbe inconsciamente come prodotto di uno schema di riferimento che riproduce le condizioni della sua formazione, ma, al contrario, la concepisce come una strategia che possiede la direzione di un progetto,  e che ha una autonomia che si prospetta in una relazione  trasformabile in maniera reciproca con il suo contesto. In sintesi: ogni schema di riferimento è inevitabilmente proprio di una cultura in un momento storico-sociale determinato. Siamo sempre emissari ed emergenti della società che ci vede nascere. Ogni schema di riferimento è, contemporaneamente, produzione sociale e individuale.
È costruito attraverso vincoli umani e riesce a trasformarci, noi che costituiamo soggettività che producono e riproducono la società in cui viviamo. Enrique Pichon-Rivière ci mette di fronte la sfida di pensarci come soggetti, contrassegnati dal cambiamento, inseriti in una società che, lo stesso, si modifica continuamente e che, attualmente, è stata definita come “contesto di turbolenza” (Mario Robirosa). Questo ci obbliga a pensare il soggetto e la società in condizioni di creazione e mutabilità. E. Pichon-Rivière riscatta così la nostra condizione di creatori. Perché non concepisce alcun sistema come chiuso e prodotto ‘per sempre’, perché tutti i sistemi, il soggetto, i gruppi, le istituzioni, i quadri teorici, l’ECRO sono aperti ai cambiamenti, i quali, inesorabilmente, ci presentano la società nella sua condizione di modernità.

6) La soggettività, così come la concepisce Pichon-Rivière, è quella che si fa presente nel Gruppo Operativo. Quella soggettività concepita nella sua verticalità, la sua storia unica e singolare, ma che è immersa in una struttura contrassegnata dal faccia a faccia e dalla presenza corporale multipla, con una logica interattiva e di produzione sociale. È il soggetto produttore e prodotto delle strutture cognitive, affettive e di azione o di presa di decisione che emergeranno nelle condizioni di produzione congiunta.

Società:
Cos’è la società per Pichon-Rivière? In “Psicologia de la vida cotidiana” fa riferimento, in numerose occasioni, alla moderna organizzazione industriale.
Starebbe riferendosi, qui, alla società, fondamentalmente, come modo di produzione.
Ma una società non potrebbe formare una struttura soggettiva come lo schema di riferimento in ciascun soggetto se non fosse concepita come una struttura simbolica.
Se la società è, fondamentalmente, una cultura determinata, può essere intesa come un ordito di significati che ciascuna società produce mediante la creazione congiunta, e che stabilisce cos’è un uomo, cos’è una donna, cos’è lo Stato, cos’è Dio, cos’è il lavoro, cos’è il peccato, la virtù, ecc. ecc. Così come segnala Castoriadis[7].
Ogni società ha strutture oggettive esterne come: a) il proprio modo di produzione e i suoi rapporti di produzione (che corrispondono a come si stabilisce la distribuzione dei mezzi materiali e dei modi di appropriazione di questi beni e valori sociali); b) la sua cultura, le sue ideologie, la sua religione, ecc.
Ogni società ha una determinata organizzazione economica che corrisponde al suo modo di produzione e ai suoi rapporti di produzione, e ha una determinata struttura sociale e ideologica che, sostiene Castoriadis, costituiscono un ordito di significazioni immaginarie sociali.
Ma la società non è solo un insieme di significazioni, poiché queste significazioni sono articolate attraverso certe modalità di relazione e corrispondono a strutture vincolari interrelate, precisamente, all’ambito di cui si tratta.
La società non è costituita, per Pichon, da strutture progettate linguisticamente, bensì, essenzialmente, da relazioni vincolari[8] che includono il linguaggio. Sono relazioni simboliche che includono rapporti di potere, rapporti economici, rapporti tecnologici. Questa concezione della società è presente nel suo libro “Psicologia de la vida cotidiana”.
La società non è un blocco omogeneo, né agisce come un tutto. Sempre la società, come tutta la realtà, ci si presenta frammentata. Al fine di oggettivarla E. Pichon-Rivière la concepisce spazialmente, per cui, parlando di soggettività, dobbiamo pensarla come emergente da un determinato gruppo, in rapporto a determinate istituzioni che si trovano in un certo contesto comunitario, che ha una certa cultura particolare. È una nozione molto vicina alla concezione topologica della società in Pierre Bordieu e alla concezione, di questo stesso autore, di campo sociale. La società è distinta in campi, per P. Bordieu[9], quali il campo economico, quello politico, quello del potere, quello culturale, ecc.
Nel nostro paese è essenziale distinguere le culture particolari presenti nella società, sebbene le integriamo in una cultura globale.
Il concetto di schema di riferimento è quello che dà conto della soggettivazione della società. È ciò che spiega il fatto che ogni società ha necessità di costruire una soggettività che a sua volta la riproduca. Ogni società, quindi, si assicura una minima universalizzazione di modelli per percepire la realtà, modi di organizzarla, di valutarla, modelli di reagire affettivamente e modelli di fare, di operare davanti alle problematiche che ci presenta il mondo.

La logica formale classica:
La logica formale classica si divide in due rami: la sintassi e la semantica.
La sintassi contiene i simboli con i quali si costruisce la logica delle proposizioni. Per esempio, “4 è divisibile per 2” si rappresenterà con lettere. Un’intera proposizione può essere rappresentata da una lettera. Per esempio, “Socrate è mortale” si rappresenta con “p”. Ci sono formalizzazioni per rappresentare le operazioni proposizionali. Per esempio, la negazione: “-” ; la congiunzione “&”, l’equivalenza “=”.
Il ramo della semantica si avvicina al senso, al fatto che i simboli abbiano un valore di verità o falsità e non ci sia un termine medio: “8 è divisibile per quattro” è vero; “8 è divisibile per cinque” è falso. In una sola proposizione ci sono solo due opzioni: o la proposizione è falsa o la proposizione è vera. La ‘Legge del terzo escluso’ implica che ci sono solamente due opzioni “p o non p”. La ‘Legge di non contraddizione’ “non si dà il caso di p e non p”.

Logiche inconsistenti
Le logiche inconsistenti sono respinte dalla logica formale classica e la ragione è semplicemente perché, partendo da una contraddizione, non si può dimostrare se qualcosa sia vero o falso. Nelle logiche inconsistenti si ammettono le proposizioni che sono vere o false ma accettano anche la presenza di antinomie: stabilire che una proposizione può essere allo stesso tempo vera o falsa. Si ammette che ci siano proposizioni complesse che hanno due valori.
Già, gli antichi greci avevano sollevato antinomie, come quella famosa di Epimenide che disse: “La proposizione che sto enunciando ora è falsa”. Se questa proposizione è vera deve essere falsa. Al contrario, se dico che è falsa, allora è vera.
F. Nietzsche: “Il fatto che un giudizio sia falso non costituisce, nella nostra opinione, una obiezione contro quel giudizio”“per principio, noi siamo inclini ad affermare che i giudizi più falsi sono, per noi, quelli più indispensabili…”, “… il non vero è la condizione della vita…” e la verità è “il tipo di errore senza il quale l’uomo non può vivere”.
Ci sono proposizioni che possono avere due valori di verità. Per esempio, dire “non è vero che la proposzione che sto enunciando ora è falsa”.
La logica della vaghezza (fuzzy) include le antinomie. Ha a che vedere con il fatto che le parole sono vaghe. La logica della vaghezza la definì il matematico Menger, ma chi la sviluppò fu un logico statunitense chiamato Zadeh. Per esempio: “Maria è cattiva”; però, Maria è cattiva tutto il tempo? E non ha mai avuto tratti di gentilezza e mai ne avrà?
La logica della vaghezza è una prova che la logica concreta è inconsistente, contraddittoria.

Soggettività e logica inconsistente:
Ho trovato interessante prendere il concetto di soggettività di E. Pichon-Rivière e pensarla dal punto di vista della moderna logica inconsistente.
È una concezione di soggettività pensata in accordo a una logica inconsistente. Perché? Perché include il paradossale, l’antinomico. La soggettività è concepita come un sistema aperto, incompiuto, che non è un Tutto. Allo stesso tempo, è un Tutto che non è un Uno, è una unità del molteplice, è un campo complesso, antinomico, con multiple contraddizioni che non si risolvono né si sintetizzano, prodotta in condizioni né di esterno, né di interno, ma di estimità (questa felice condensazione proposta da Lacan). È una struttura, però non lo è: è un facendosi, uno strutturandosi. Una Gestalt-Gestaltung, come segnala lo stesso E. Pichon-Rivière. È una struttura che cambia ma allo stesso tempo è la stessa.
Le soggettività non sono parte di un tutto che sarebbe la società e dove è possibile ricostruire il tutto per somma delle sue parti. Ciasun soggetto è una parte totale della società (C. Castoriadis). È un universale che solamente nel singolare esiste.
È una soggettività che è determinata, però è impredicibile. Si esprime e si occulta allo stesso tempo. Si trova nel presente, nel qui ed ora, però allo stesso tempo è tutta la convergenza del suo passato ed è anche l’anticipazione del suo futuro.

Soggettività e interazione verso il nuovo millennio:
Consideriamo che la Società è il contesto quadro dove troviamo la chiave della costituzione della soggettività. Questa stessa Società crea forme e modelli di interazione tra i soggetti che la integrano.
La Nostra Società si è formata partendo da due immaginari sociali eterogenei, così come segnala C. Castoriadis: 1) l’immaginario sociale democratico, caratterizzato dagli ideali e dai modelli di uguaglianza di fronte alla legge, solidarietà, autonomia, partecipazione, trasparenza, possibilità di autocritica, il modello di etica e di soddisfazione personale come partecipazione sociale e 2) l’immaginario sociale capitalista, caratterizzato dalla competenza, l’individualismo, il trionfo del più forte, la guerra simbolica dei mercati, la volontà di spostamento dei concorrenti, il modello di felicità come realizzazione materiale individualista.
La nostra società attuale si caratterizza per l’avanzamento dell’immaginario capitalista sopra a quello democratico. Questo ha prodotto l’avanzamento dell’interese individuale e privato su quello pubblico, insieme ad un ideale di edonismo come proposta di esistenza. La ricerca di una felicità riservata all’ambito privato delle persone, a detrimento di un modello di felicità legata a forme organizzative di partecipazione sociale. Si deve solo ricordare ciò che significava la partecipazione dei cittadini nell’organizzazione della polis, per gli antichi greci, per vedere la differenza di questi due ideali sociali. Il nostro mondo attuale si caratterizza per la ricerca di profitto e per l’impero di una logica predatoria che invade le relazioni sociali che, fino a poco tempo fa, non erano soggette a ‘prezzi’. Per esempio, l’azione della Giustizia non aveva prezzo, o le strategie dei partiti politici che oggi sono soggetti alle condizioni di ‘negoziazione’ (sarebbe questo: “cosa mi dai se io voto affermativamente nel Parlamento”). Questo dimostra un processo di ‘mercantilizzazione’ che colpisce profondamente i rapporti ed i cittadini. Come segnala Eduardo S. Bustelo Graffigna: “la società si svuota di società”.
Marshall Berman sostiene che lasciare la logica del mercato che guida le questioni sociali è come “mettere un motore cieco alla storia”. Ma è anche peggio un motore cieco che non sappia dove sta andando. La Legge del mercato, si sa dove va. Fallisce sempre a favore dei più forti. I risultati delle ultime decadi sono una prova di questo. La ricchezza è andata distribuendosi con iniquità progressiva. Il modello della nostra società capitalista è l’uomo economico, pragmatico, utilitaristico, infallibile e vincente, ricco, bello, sportivo, arrogante, dominatore e sicuro. Questo è l’eroe capitalista.
La disuguaglianza sociale ha un carattere centrale, pubblico e essenzialmente politico. La politica è stata svuotata di preoccupazioni comuni e hanno ridotto gli spazi democratici di partecipazione e di legittimità della lotta per invertire questo processo.
Il principale problema sociale è il livello di iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza. Il processo di comncentrazione di ricchezza continua aumentando il divario. La politica sociale tradizionalmente è sempre stata legata alla possibilità di raggiungere livelli più elevati di uguaglianza sociale, la costruzione di una cittadinanza partecipativa e di una giustizia distributiva.
La responsabilità consiste nel fare avanzare il processo di espansione dei diritti di cittadinanza e di responsabilità. Questa responsabilità interessa le Organizzazioni della Comunità poiché il loro lavoro consiste nel cercare forme organizzative che facciano crescere la cittadinanza con progetti che aprano nuove possiblità per la lotta per l’uguaglianza. L’espansione della democrazia è l’obiettivo delle nuove lotte per la costruzione della cittadinanza. La democrazia non è solamente una forma di governo, bensì è essenzialmente una sorta di società nella quale esiste un insieme di rapporti di reciprocità e di solidarietà tra i membri che la compongono. La Democrazia è ancora in evoluzione.
Che cosa ci attendiamo dalla Democrazia nel nuovo secolo (non oso dire il nuovo millennio). Una Democrazia partecipativa, attiva e non formale. Questo significa che le nostre istituzioni trovino la propria strada nell’attenzione al cittadino (attualmente il povero cittadino sembra un mercato vincolato e la sua unica opzione è quella di essere sfruttato da uno Stato vorace), il funzionamento indipendente dei poteri, specialmente la autonomia della magistratura, una maggior partecipazione dei cittadini negli organi legislativi, trovare nuove forme nelle quali i cittadini deliberino sulla società, la creazione di nuovi meccanismi di controllo delle decisioni dei poteri, ecc., il controllo della correttezza, l’etica dei funzionari pubblici.
Non solo democratizzare l’educazione e l’accesso a eguali opportunità per competere, bensì democratizzare l’economia, questa è la sfida storicamente maggiore. Per questo è indiscutibile che la politica debba rendere i mercati governabili.
Lo Stato si è trasformato nella nuova Nobiltà per il godimento dei privilegi “legittimi”, istituiti dallo Stato medesimo. La funzione pubblica si è trasformata nel negozio privato di ciascun funzionario. Questo, porta i giovani a identificare la politica con pratiche delittuose e corrotte.
Gli obiettivi, allora, per il prossimo secolo, sono il raggiungimento di un’uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali, non solamente beni materiali economici, ma beni in termini di educazione, salute, cultura, espansione, libertà, autonomia. Che i diritti sociali siano equamente distribuiti.
L’espansione della democrazia significa l’espansione della cittadinanza partecipativa. La democrazia è la sola che può contrapporsi al sistema di disuguaglianze che impone il sistema capitalista. Costruire una società più egualitaria per l’approfondimento della democrazia, dei suoi meccanismi e delle sue istituzioni.
Il Lavoro Comunitario deve preservare l’obiettivo di legittimare, rafforzare i vincoli, i meccanismi e le forme organizzative democratiche tra la popolazione senza distinzioni di età, sesso, razze, religioni, cultura, ecc. L’obiettivo è di legittimare le forme organizzative democratiche non solamente come forme rappresentative o simboliche bensi nell’azione. Che la popolazione con meno beni sociali (e che vive ancora in una società disciplinare esercitata per mezzo di una violenza simbolica e fisica) possa autodisciplinarsi, pensarsi e organizzarsi in funzione dei suoi diritti, delle sue necessità e delle sue proprie risorse sociali.
È un modo di esercitare un contro-potere, una resistenza al potere che ha instaurato il privilegio dei potenti stabilendo una scandalosa e progressiva iniquità sociale.
Nelle parole di Pierre Bordieu, si tratta di lavorare in funzione di un “utopismo razionale applicando la conoscenza del probabile per promuovere l’avvenire possibile”.

Note:

[1] S. Freud: “Psicología de las Masas y Análisis del Yo” Obras Completas. Ed. Amorrortu

[2] V. Zito Lema: Cap. VI de “Conversaciones con Enrique Pichón Riviere” Ed. Nueva Visión.

[3] E. Pichón Riviere: “La Psicología Social” de “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión

[4] E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión

[5] E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión

[6] “Engranaje y Envoltura” de “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión, 1966: “Una società stabile permette all’individuo di riconoscersi attraverso una serie di funzioni fisse che agiscono come specchi che gli danno un volto. Ma oggi quegli specchi, come un sinistro parco di divertimento, restituisce un’immagine distorta e irriconoscibile. La confusione dei ruoli sociali, che preoccupa tanto l’uomo come la donna, il fallimento di stereotipi di pensiero e di condotta, l’incertezza su un destino imprevedibile, portano ad una situazione critica e angosciante che esige di essere chiarita.”

[7] C. Castoriadis: “Lo imaginario: la creación en el dominio históricosocial” de “Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto” Gedisa editorial 1988. Castoriadis stabilisce una diferenza importante tra l’immaginario sociale efficace che è quello che tende a riprodurre gli istituiti sociali e l’immaginario sociale radicale che tende alla sua trasformazione per creare l’istituente.

[8] Karl Marx nei “Grundrusse” scrive: “La società non si ciompone di individui; esprime la somma dei vincoli e dei rapporti in cui sono inseriti gli individui”.

[9] Il Campo di Pierre Bordieu è composto da un insieme di relazioni storiche oggettive tra le posizioni ancorate in certe forme di potere o del capitale, che siano queste economiche, simboliche o sociali. Il Campo è simultaneamente uno spazio di conflitto e di competizione.

Bibliografia:

E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión. 1985
E. Pichón Riviere: “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión. 1985
V. Zito Lema: “Conversaciones con Enrique Pichón Riviere” Timerman Editores. 1976
S.Freud: “Psicología de las Masas y Análisis del Yo” Amorrortu editores. Tomo XVIII. 1979
J. Corominas: “Diccionario Crítico etimológico de la lengua castellana” Editorial Gredos. Madrid. 1974
C.Castoriadis: “Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto” Gedisa editorial 1988.
Pierre Bourdieu: “Razones practicas” Editorial Anagrama. 1977
Pierre Bourdieu y Loic J.D. Wacquant: “Respuestas.”Por una antropología reflexiva”Ed. Grijallbo. 1995
Florencio González Asenjo: “Lógicas Inconsistentes” Edita EOL. 1998
Graciela Cardarelli y Mónica Rosenfeld: “Las participaciones de la pobreza” Paidos. 1998
Marshall Berman: “Todo lo sólido se desvanece en el aire” Ed. Siglo XXI

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Alcune suggestioni su Bleger e l’istituzione della psicoanalisi

Mar, 10/05/2016 - 12:25
di Lorenzo Sartini

Nel 1969 Josè Bleger scrive un articolo, “Teoria e pratica in psicoanalisi: la prassi psicoanalitica”, nel quale cerca di evidenziare alcuni problemi relativi al rapporto tra teoria e pratica nella psicoanalisi. L’analisi di Bleger inizia affrontando la questione da un punto di vista epistemologico, sottolineando l’ingenuità di un pensiero (che definirà naturalista) che sancisca la netta separazione tra soggetto ed oggetto, per il quale “i fatti sono lì” e semplicemente osservandoli, in modo decisamente s-vincolato, si ha la possibilità di formulare ipotesi o teorie sull’oggetto di studio. Una questione, sottolinea lo psicoanalista argentino, che riguarda tutte le scienze umane e che la disciplina psicoanalitica ripercorre. Nello specifico della psicoanalisi questo si evidenzia anche con la differenza esistente tra la teoria sviluppata ed esplicitata, la teoria ufficialmente accettata dall’istituzione psicoanalitica (riferendosi all’IPA, International Psychoanalytic Association), e la teoria implicita, quella che effettivamente si utilizza nella pratica clinica. Bleger evidenzia tre punti che sostengono questo divario:
1) la teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica, ossia si fonda sulla ricostruzione della biografia del paziente, mentre la teoria implicita è situazionale, ovvero si fonda su ciò che accade nel “qui ed ora” della seduta attraverso l’analisi degli elementi transferali e controtransferali. Il lavoro archeologico, di ricerca dei fattori disposizionali, viene sviluppato, e superato, dal lavoro che si fonda sulla relazione attuale, partendo dall’analisi della dinamica transfert-controtransfert. Il soggetto, in analisi, smette di essere considerato un sistema chiuso e il transfert non viene più considerato come un fenomeno ‘unipersonale’ bensì come un fenomeno che si innesta sul vincolo che si costituisce tra soggetti (soggetto-oggetto) in relazione.


2) la teoria esplicita è dinamica, facendo derivare i processi psichici da un intergioco di forze, mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica, intendendo con questo termine “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”. “La dinamica - scrive Bleger nel suo articolo – è una rappresentazione o modello della drammatica ma non la sua causa”. Bleger si ispira, qui, a Politzer, per cui “il dramma implica l’uomo preso nella sua totalità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (cfr. Liberman, 2013). Lo scopo è di dare concretezza ai fondamenti della psicoanalisi, aggiungendo che “per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958).
3) la teoria esplicita si organizza attorno alla logica formale mentre quella implicita vede l’utilizzo di una logica di tipo dialettico. Bleger sostiene che certe teorie dinamiche rispondono ad una logica di tipo formale postulando una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sarebbero, attraverso una sorta di reificazione, i processi psichici. Considerare l’accadere umano costringerebbe a fare i conti con una logica di tipo dialettico forse rendendo superfluo l’utilizzo di concetti esplicativi astratti. Quei “personaggi sconosciuti e che non ci assomigliano: rappresentazioni, immagini, istinti”, come scrive Politzer (1934).

Questi tre punti si imperniano sul concetto di alienazione, concetto che Bleger usa per intendere che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958). L’alienazione conduce ad una frammentazione di ciò che dovrebbe essere integrato, fa presente Ariel Liberman (2013), così la relazione tra soggetti si reifica e diventa una rapporto cristallizzato tra cose. Nell’alienazione della relazione, o nella de-dialettizzazione della drammatica, seguendo sempre Bleger, si ha a che fare con elementi dissociati, con la perdita di contatto tra i termini in gioco, dunque con la paralisi del processo dialettico. Una dissociazione che è propria di un approccio di tipo naturalistico, che considera il ricercatore (o l’osservatore) come assolutamente estraneo, distaccato, s-vincolato appunto, dall’oggetto di studio, che nel caso della psicoanalisi è un altro soggetto. Diversamente da un approccio di tipo fenomenologico che considera, invece, il fenomeno, ovverosia il modo di percepire ed esperire ciò che accade da parte del soggetto. Freud, ci fa notare Bleger, dichiarò esplicitamente che il suo progetto per la costruzione di una psicologia scientifica era basato su un modello naturalistico”, ma nello stesso tempo creò un approccio che guardava anche alla fenomenologia.

Fachinelli, ne “Sul tempodenaro anale” (1965), pare proporre simili interrogativi sulla psicoanalisi. Biasima Freud che, per uno dei suoi lavori, si avvalse in maniera eccessivamente entusiastica delle osservazioni dei bambini, dunque necessariamente esterne, da parte di Lou Andreas Salomè, affermando che quel procedimento si poneva fuori dal metodo analitico. Freud stesso, dunque, si lasciò certamente tentare dalla possibilità di confermare naturalisticamente, ovvero “in modo esatto”, ipotesi desunte dal contesto analitico. Fachinelli fa notare, però, che si tratta di due tipi di dati non direttamente confrontabili e che si corre il rischio di semplificare eccessivamente una serie di comportamenti complessi, riducendoli a livelli di “regolarità e univocità istintivo-biologica” fuori luogo per lo stesso metodo freudiano. Aggiunge che Freud sapeva “come soltanto i dati interni di una vicenda, quali emergono nella situazione di neutralità dell’analisi, siano in grado di assumere un significato, di costruire una storia. Il resto è sovrappiù, rientra legittimamente nei canoni del misurabile e del confrontabile, che sono quelli dell’osservazione naturalistica”.

Sembrerebbe che questa contrapposizione tra un naturalismo alienante ed una fenomenologia vincolante abbia percorso tutta la storia della psicoanalisi e in effetti Freud, già nel 1895, in “Progetto di una psicologia” affermava l’intenzione di fare della psicologia una scienza: “L’intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili”.  L’obiettivo fondamentale di Freud era di dare una spiegazione della meccanica della mente, ciò che doveva avvenire mediante un linguaggio costituito da dinamiche di forze e strutture: ovverosia, per mezzo di un paradigma quantitativo. Allo stesso tempo, però, Freud ritenne che avrebbe potuto spiegare il funzionamento della mente solo attraverso lo studio, e la cura, dei casi clinici e subito iniziarono le difficoltà poiché si rese conto che le informazioni che emergevano dai casi di cui si occupava non corrispondevano alle ipotesi precedentemente formulate: “Sento ancora io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche che scrivo si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta rigorosa della scientificità. Devo consolarmi pensando che di questo risultato si deve evidentemente rendere responsabile più la natura dell’oggetto che le mie preferenze” (“Studi sull’isteria”, 1892-1895). Sottolinea Bauleo, a questo proposito, che quelle storie cliniche sono “una narrazione romanzata della psicopatologia”, le cui fantasie vanno scoperte nella relazione analitica per poter dar loro un senso: perché, in definitiva, ci si confronta con storie di pazienti e non di malattie (1999).

Ne “Il Mosè di Michelangelo” Freud parla di Ivan Lermolieff, un esperto d’arte russo, che scoprì un modo per distinguere con sicurezza le imitazioni dei quadri dagli originali. In realtà si venne a sapere che sotto lo pseudonimo russo si nascondeva un medico italiano, Giovanni Morelli. Morelli invece che concentrarsi sui tratti fondamentali dei dipinti e sull’impressione generale, così come si faceva allora, sottolineò l’importanza dei dettagli secondari, di come venivano dipinte le unghie, i lobi auricolari, di come venivano rese le mani, elementi cui, in genere, si poneva poca attenzione, passando così inosservati. Freud ritenne che questo metodo fosse “strettamente apparentato con la tecnica della psicoanalisi medica” (1914), laddove particolari considerati di scarsa importanza, marginali, che proprio per tale motivo venivano sottratti al controllo della coscienza, permettevano di avere informazioni estremamente significative sul soggetto. La psicoanalisi, sullo stesso filone della medicina ippocratica, è una disciplina semeiotica o indiziaria, rileva lo storico Carlo Ginzburg che scrive: “Solo osservando attentamente e registrando con estrema minuzia tutti i sintomi – affermavano gli ippocratici – è possibile elaborare ‘storie’ precise delle singole malattie: la malattia è, di per sé, inattingibile” (2004).

Questa sembra essere la croce e la delizia della psicoanalisi che, in quanto disciplina indiziaria, non può rientrare nei criteri di scientificità proposti dal metodo sperimentale galileiano. La psicoanalisi è una disciplina qualitativa, che si occupa di casi o situazioni individuali[1], e che, proprio a ragione di ciò, può arrivare a risultati che hanno un elemento ineliminabile di aleatorietà. Il metodo scientifico galileiano, mirando a cogliere solamente l’aspetto quantitativo dei fatti, si proponeva lo studio di quei fenomeni che potevano essere misurati e tradotti in formule matematiche, permettendo di arrivare alla conoscenza per tramite di un ragionamento certo che Galilei comparava alla “sapienza divina”. Riteneva, di conseguenza, che di ciò che fosse caratterizzato dal particolare, dall’individuale, non si poteva parlare.
In sostanza, si ha a che fare sin dall’inizio con una cesura tra teoria e pratica in psicoanalisi e l’obiettivo di Freud, fare della psicologia una scienza, si scontra, come egli stesso rileva nel passo tratto da “Studi sull’isteria” sopra citato, con la particolarità dell’oggetto di studio che non consente di rispondere totalmente ai criteri richiesti (esperimento e dimostrazione) dal metodo scientifico proposto dal fisico e matematico italiano.

Una tensione, quella tra approccio naturalistico e fenomenologico, che mi pare resa evidente dalle vicissitudini che hanno accompagnato diversi concetti cui il movimento psicoanalitico ha fatto ricorso nella sua storia. Tra questi concetti una nota particolare merita certamente quello di controtransfert poiché, oltre ad avere una forte valenza simbolica (con la scoperta della dinamica del controtransfert che coinvolge anche l’analista, si inizia a ritenere che non sia solamente il paziente, con i suoi portati psichici e comportamentali, a incidere sul colloquio, ma, appunto, che il campo del colloquio possa essere ‘sporcato’ anche dal terapeuta), sembra essere stato anche una causa determinante della costituzione dell’istituzione psicoanalitica per eccellenza, l’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA).
La prima volta in cui Freud parla di controtransfert è nel 1910. In quello stesso anno si tiene il secondo Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Norimberga e Freud lesse una relazione sullo stato della disciplina psicoanalitica (“Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, 1910) nel quale parla del controtransfert, allora controtraslazione, “che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla”. Si esprime anche sulla necessità dell’autoanalisi affinché il medico possa approfondire le sue resistenze interne. È in quello stesso anno che viene fondata l’Associazione Psicoanalitica Internazionale che, scriverà Freud in “Psicoanalisi selvaggia”, sempre del 1910, considerate le difficoltà che comporta l’applicazione della terapia psicoanalitica, avrebbe il compito di differenziare tra chi aderisce all’associazione, seguendo le norme di formazione dispensate, e chi invece non lo fa, e potendo così “respingere le responsabilità dell’operato di coloro che, pur non essendo dei nostri, chiamano i loro procedimenti medici ‘psicoanalisi’”. È nel 1912 che Freud, seguendo le impostazioni della scuola psicoanalitica di Zurigo, consiglierà ai medici che si vogliono occupare di psicoanalisi la necessità di sottoporsi ad analisi presso un esperto.
Questa è la concezione cosiddetta ‘classica’ del controtransfert, che viene inteso come ostacolo nello sviluppo di un processo analitico nel quale il paziente viene visto come oggetto da conoscere da un’analista neutrale. Ciò che sembra accadere è che, ritenuto il controtransfert un ostacolo alla comprensione del paziente da parte del terapeuta, si decide di stabilire delle norme che fissino il percorso formativo che il futuro psicoanalista dovrà seguire per poterlo superare: si fonda così l’istituzione psicoanalitica.

Dagli anni ’20, e per circa 30 anni, il controtransfert sembra passare in secondo piano, ed è intorno agli anni 50, con Heinrich Racker e Paula Heimann, che il controtransfert inizia ad essere maggiormente valorizzato, allorché si comincia a ritenere la relazione tra paziente ed analista un vincolo tra due persone e non più semplicemente una situazione nella quale una persona osserva l’altra, ossia un soggetto osserva un oggetto. All’analista, ai cui sentimenti ed emozioni ora si dà molta importanza, viene richiesto di imparare a dissociarsi: da un lato deve riuscire a fare attenzione alle sue reazioni, a ciò che sente, e dall’altra deve riuscire a mantenere una parte osservante, così da poter sostenere ed elaborare le fantasie ed i sentimenti che prova nella relazione con il paziente invece di scaricarli. Una concezione che richiama una mentalità di gruppo poiché si ritiene che transfert e controtransfert si generino all’interno di una relazione, non potendo più ben determinare dove inizia il materiale di una persona e dove finisce quello dell’altra.
Questa seconda concezione pare ancora occupare una posizione marginale all’interno dell’istituzione psicoanalitica che sembra riconoscersi maggiormente attorno alla prima, quella classica.

Una terza concezione, che si spinge ancora più in là, è quella proposta da autori quali Searles, Winnicott, Little e Tower che enfatizzano l’interazione nella situazione analitica, che viene ad essere definita da una continua e reciproca comunicazione inconscia tra i due soggetti della relazione. Se precedentemente l’enfasi era posta sulle potenzialità che permettevano di conoscere parti del mondo interno del paziente, ora viene suggerita una visione più simmetrica della relazione analitica, nella quale vengono incluse tutte le fantasie e i sentimenti che l’analista può provare nei confronti del paziente, tanto che si giunge a parlare di interazione tra transfert del paziente e transfert dell’analista.
Anche questa concezione, sebbene registrata, non viene propriamente appoggiata dall’istituzione psicoanalitica che, a tutt’oggi, parrebbe continuamente ragionare sul controtransfert, anche problematizzandolo, assumendo come posizione privilegiata quella della concezione classica.

Per quanto riguarda Bleger, il suo bagaglio teorico si fondava su una concezione gruppale della soggettività, sulla scorta di quanto proponeva il suo maestro, Enrique Pichon-Rivière. L’idea di base postula che la soggettività si organizza partendo dai vincoli che coinvolgono l’essere umano che, in continua relazione dialettica con il mondo circostante, non può che costruirsi costantemente. Una soggettività che si fonda ed evolve partendo dalle necessità che vive l’essere umano, ed il cui soddisfacimento può avvenire solamente all’interno delle relazioni che lo definiscono. Allo stesso tempo, però, si tratta anche di un soggetto prodotto, emergente dell’interazione con i gruppi cui partecipa (primariamente quello familiare) e le istituzioni sociali che lo attraversano.  Centrale, in questa concezione, è il concetto di vincolo, inteso come una struttura relazionale che include il soggetto, l’oggetto e le reciproche interrelazioni, consce e inconsce. Pichon-Rivière, sostituendo al concetto di istinto quello di esperienza, giunge a sostenere che “tutta la vita mentale inconscia, cioè il dominio della fantasia inconscia, deve essere considerato come l’interazione tra oggetti interni (gruppo interno) in permanente interrelazione dialettica con gli oggetti del mondo esteriore” (1971).
Partendo da questo presupposto, Bleger considerava già l’introduzione del concetto di transfert come un cambiamento radicale nel panorama psicoanalitico poiché si cessava di pensare all’essere umano come a un sistema chiuso, aprendo ad una concezione che, per conoscere l’oggetto di studio, iniziava a considerare la relazione, il vincolo. Considerare il transfert permetteva di ripensare un fenomeno che precedentemente veniva inteso come ‘unipersonale’, consentendo ora di considerarlo come un campo attivo e originale, un fenomeno che coinvolge dinamicamente due o più persone in una situazione particolare. Conseguentemente, Bleger pensa che “il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958).

Penso che la questione del controtransfert possa certamente essere considerata un emergente del processo di sviluppo della psicoanalisi, in quanto rappresentativa degli ostacoli che Bleger evidenzia nel suo articolo a proposito del rapporto tra teoria e pratica. Sebbene le concezioni successive del controtransfert, già da circa 60 anni, abbiano messo in discussione la concezione classica del controtransfert, quella che prevede un’analista oggettivamente neutrale e impermeabile, nel senso di arbitrariamente distaccato, alle sollecitazioni del paziente, pare che quella concezione ‘unipersonale’ continui ad esercitare una certa attrazione e dunque sempre con quella si debbano fare i conti. La discriminante, a mio modo di vedere, è la concezione del controtransfert come strumento: se all’inizio il controtransfert veniva inteso come ostacolo, successivamente si è iniziato a coglierne gli aspetti positivi, di risorsa, dunque l’aspetto strumentale. Ora la questione è che questo aspetto, le cui potenzialità sono state accettate dalla comunità psicoanalitica, viene però alienato dalla relazione analitica: in altri termini, il controtransfert viene inteso come uno strumento che l’analista può decidere se usare o no, viene oggettivato. Se riesco ad elaborarlo e mi serve lo uso altrimenti non lo espongo, non lo faccio vedere. Non pare considerarsi il controtransfert come implicazione ineluttabile del campo analitico (bipersonale, come dicevano M. e W. Baranger), che coinvolge inevitabilmente l’analista, ma come uno strumento che entra in gioco solamente allorquando l’analista ritiene di poterlo usare poiché è stato in grado di elaborare la dinamica cognitiva ed emotiva che lo vede coinvolto. L’idea di fondo, dunque, è che il controtransfert, a discrezione dell’analista, possa essere reso muto e inoperante. Al di là dell’asimmetria della relazione analitica, stabilita partendo già dalla richiesta di aiuto del paziente e sancita con la predisposizione del setting, e dunque con la differenziazione dei ruoli e la formalizzazione del contratto analitico, questa concezione sembrerebbe legittimare la convinzione che l’analista possa mantenere sempre e comunque una posizione oggettiva, imperturbabile, una posizione di assoluta neutralità e forza, nella quale gli si riconosce implicitamente la possibilità di controllare tutto ciò che accade in seduta, incluso, dunque, ciò che avviene in lui anche inconsciamente. Sebbene il discorso istituzionale predominante affermi di mettere in discussione questa concezione tesa all’oggettività della posizione dell’analista, la sensazione è che, di fatto, questa posizione sia ancora quella che ne sostiene l’identità. Questa credo fosse anche la posizione sostenuta da un importante psicoanalista nordamericano, Merton Max Gill, che, in uno scritto dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, “Prospettiva intrasoggettiva e prospettiva intersoggettiva: ‘Osservazioni sull’amore di transfert’”, così si esprimeva: “Probabilmente il maggior ostacolo che impedisce agli analisti di riconoscersi partecipi della situazione analitica è il presumere di poter scegliere se partecipare o meno. Il punto è che l’analista partecipa che gli piaccia o no. La sua partecipazione sarà avvertita dal paziente in tutte le sfumature della soddisfazione e della frustrazione.”

Tornando all’articolo che ha mosso queste riflessioni, si rileva che, nella parte conclusiva del suo scritto, Bleger, sempre riallacciandosi al rapporto tra teoria e pratica psicoanalitica, pone attenzione alla questione istituzionale. Se da un lato, avendo molto lavorato e teorizzato sull’ambito istituzionale, afferma di comprendere, al fine dell’autoconservazione, l’inevitabilità di un movimento istituzionalizzante all’interno delle istituzioni, dunque anche all’interno di quella psicoanalitica, dall’altro ritiene che, se l’obiettivo fondamentale di questa istituzione è quello di “diffondere, insegnare e approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica”, questo venga inevitabilmente ostacolato da quello stesso presupposto di base. Infatti, per non mettere in pericolo l’istituzione garantendole al contempo una continuità, accade che i vari membri dell’istituzione possano pervenire ad accordi, impliciti od espliciti, per definire ciò che è psicoanalisi, focalizzandosi su aspetti di minore rilevanza, non ritenuti pericolosi per l’istituzione. Se l’istituzione psicoanalitica per poter sussistere deve fondarsi su degli accordi di minima, su degli assiomi condivisi, allora, nell’istituzionalizzazione quegli assiomi vengono dati per scontati e, considerati dimostrati a priori, spariscono dal tavolo delle discussioni. In sostanza, questo comporta che per continuare ad esistere, l’istituzione deve limitare la ricerca, spostandola su elementi che non tocchino gli assiomi basilari. L’obiettivo fondamentale dell’istituzione viene tralasciato per dedicarsi al proprio mantenimento: in altre parole, conclude l’analista, il consolidamento interno dell’istituzione psicoanalitica viene perseguito attraverso l’utilizzo di pratiche ortodosse, burocratizzate, connotate dalla resistenza al cambiamento, e mettendo in discussione solamente ciò che si trova all’esterno, dunque proponendosi come agente di cambiamento verso il fuori.
Credo sia importante ricordare che Bleger puntualizzi che, con questo suo lavoro, intende fare una diagnosi, o meglio un inventario della situazione della psicoanalisi la quale, se considerata nella sua totalità di teoria e pratica, dunque come prassi, necessariamente porta a scontrarsi con divergenze e contraddizioni.  Ciò che si propone di fare Bleger è, allora, di “illuminare possibili vie in funzione di quelle che sono già state delineate nello stesso processo di prassi, in modo tale che la ricerca successiva possa essere compiuta o tentata con maggiore chiarezza di obiettivi o correre lungo i sentieri della ricerca con meno cecità”. Bleger faceva parte dell’APA (Asociación Psicoanalítica Argentina) e, nonostante le perplessità che accompagnavano le sue considerazioni sull’operato dell’istituzione psicoanalitica, non si risolse mai ad uscirne.

A proposito del rapporto tra l’istituzione psicoanalitica dominante e i nuovi modelli concettuali emergenti, lo psicoanalista statunitense Jay R. Greenberg (2012), soffermandosi sui recenti sviluppi della psicoanalisi in Nord America, sostiene che dopo anni di privilegio della tecnica psicoanalitica ‘classica’, oggi la situazione è un po’ cambiata poiché nel secolo scorso si è assistito all’emergere di nuove correnti teoriche, oltre a quella pulsionale classica, che hanno avuto un certo riconoscimento: psicologia dell’Io, psicoanalisi relazionale e psicologia del Sé. Nota inoltre come, a fronte dell’intenzione di Freud di creare un’autorità centrale che avesse il compito di presiedere alla pratica della psicoanalisi, oggi ci si trova di fronte a diversi modelli teorici che, seppur affermando di imperniarsi su aspetti clinici differenti, sembrano condividere un panorama comune condividendo alcune idee di fondo: la pratica psicoanalitica come campo dinamico, la partecipazione conscia e inconscia dell’analista nella seduta, l’importanza della comunicazione verbale e non verbale. Conclude ipotizzando che sia la comune fiducia nel valore della “cura della parola” che tiene uniti gli psicoanalisti che si riconoscono nelle diverse correnti teoriche.
Certamente la questione è molto complessa ma, almeno questa è la mia impressione, il tentativo di spiegazione di Greenberg della situazione in cui versa il movimento psicoanalitico nordamericano pare abbastanza frettoloso. Il livello della discussione più ‘scottante’, in effetti, sembra venir liquidato con poche parole lasciate in sospeso. Premette che il problema della corrispondenza tra teoria e pratica in psicoanalisi è stato per lungo tempo evitato e che, a metà anni ’50, la posizione dominante sembrava postulare un’inevitabile connessione tra la pratica della tecnica standard e la teoria. Il pensiero implicito era che attraverso la tecnica psicoanalitica corretta si sarebbero potuti raccogliere dati psicoanalitici, che dunque avrebbero confermato la teoria; se invece la teoria non veniva confermata ciò significava che non si era utilizzata una tecnica giusta, ovvero non si era riusciti ad andare a fondo nell’analisi dell’inconscio. Un rapporto tautologico. Questa pratica, continua Greenberg, è andata avanti per molto tempo rendendo difficile l’affermarsi di nuove teorie o nuove metodologie, che non trovavano la considerazione e l’appoggio degli psicoanalisti classici: “Le strutture organizzative e politiche della psicoanalisi dominante sostenevano e perpetuavano il collegamento ipotizzato e forse desiderato tra metodo e risultanze. La certificazione degli analisti in training presso l’American Psychoanalytic Association e il relativo controllo delle analisi di training e delle supervisioni consistevano proprio in questo, cioè garantiva che gli analisti approvati avrebbero seguito le tecniche approvate e che sarebbero arrivati a risultati approvati. Le variazioni potevano essere causa di esclusione, una pratica che in una certa misura continua anche oggi”.
La constatazione con cui chiude il periodo, “una pratica che in una certa misura continua anche oggi”, espressa in modo così fugace, sebbene possa assurgere a posizione realistica, mi pare piuttosto inquietante. Nonostante lo psicoanalista statunitense concluda il suo intervento con toni di soddisfazione, registrando la presenza sulla scena psicoanalitica nordamericana di altri modelli teorici oltre a quello classico, viene da chiedersi qual è il prezzo da pagare all’Associazione Psicoanalitica Americana (aderente all’IPA), ossia che cosa venga escluso e perché.

Scrive Kaës che una funzione assolutamente fondamentale dell’istituzione è quella di “fornire rappresentazioni comuni e matrici identificatorie: dare uno statuto alle relazioni tra la parte e il tutto, legare gli stati non integrati, proporre oggetti di pensiero che hanno un senso per i soggetti ai quali la rappresentazione è destinata e che generano pensieri sul passato, il presente e il futuro, indicare i limiti e le trasgressioni, assicurare l’identità, drammatizzare i movimenti pulsionali…” (1988). In altri termini l’istituzione comunica ciò che vorrebbe che il soggetto cui è rivolta pensasse di essa; anche se la comunicazione non ne rispecchia lo stato reale. Un sorta di propaganda ante litteram. L’istituzione si preoccupa di dare un’immagine di sé che possa raccogliere l’interesse della comunità sociale e che possa avere un significato per l’utenza-target. Per fare questo si richiama a quell’immagine sociale stereotipata con la quale è stata riconosciuta, che ha sancito la propria costituzione potremmo dire, al costo, però, della perdita di contatto con l’organizzazione concreta che la caratterizza nell’attualità. Si crea, così, una dissociazione tra ciò che viene trasmesso e ciò che viene effettivamente proposto, tra la teoria, ciò che viene formalmente comunicato, e la pratica, ciò che viene effettivamente fatto.
Un semplice esempio potrebbe essere quello della SPI (Società Psicoanalitica Italiana, anch’essa partecipante all’IPA)  che, attraverso il suo sito ufficiale, fa presente che un percorso di psicoanalisi comporta il rispetto di una precisa serie di regole (dalle tre alle cinque sedute a settimana, l’uso del lettino, il pagamento delle sedute saltate, ecc.) che fanno riferimento ad un tipo di psicoanalisi, classica/ortodossa/mitica, che oggi, nei fatti, non sembra più essere così tanto sostenuta e, soprattutto, praticata. Se mai lo fosse stata (cfr. Cremerius, 1995). In effetti, eminenti esponenti della stessa organizzazione psicoanalitica, in alcune interviste rilasciate negli ultimi anni a varie importanti testate giornalistiche[2], sembrano sconfessare la necessità di una pratica tanto rigida, mostrando una diversa apertura rispetto alle esigenze emergenti ed ai cambiamenti sociali avvenuti nel corso del tempo[3].

Nel 2015 a Bologna si è svolto un convegno organizzato dalla SPI, dal titolo “La relazione analitica”. Il convegno si concludeva con un intervento dell’attuale presidente dell’IPA, nonché past-president della SPI, Stefano Bolognini, che stilava una lista delle ‘certezze’ acquisite dal movimento psicoanalitico contemporaneo: e, tra queste, la prima, che aveva effettivamente occupato molto spazio durante le due giornate del convegno, era l’inclusione del concetto di enactment. Un concetto del quale, almeno all’interno della psicoanalisi nordamericana, si è iniziato a parlare nel 1986 quando venne introdotto dallo psicoanalista Theodore J. Jacobs del New York Psychoanalytic Society & Institute (NYPSI). L’enactment, che dovrebbe indicare “un evento analiticamente rilevante, che coinvolge contemporaneamente paziente e analista […] un episodio relazionale a reciproca induzione che si evidenzia attraverso un comportamento”, ci dice Maria Ponsi (2013) della SPI fiorentina, viene legato ad una psicoanalisi di impostazione relazionale che si differenzia da quella classica, legata agli aspetti pulsionali ed intra-psichici, che lo considera come “una collusione transfert-controtransfert, da imputare essenzialmente a un mancato controllo del controtransfert: è dunque in qualche modo un errore, o una smagliatura nella relazione analitica”. Questa, dunque, è, o dovrebbe essere, la posizione ufficiale della psicoanalisi istituzionale.
Voglio rilevare che, all’interno del panorama psicoanalitico attuale un modello di cui si parla spesso è quello del campo analitico, portato avanti, in Italia, dal gruppo di Antonino Ferro, attuale presidente della SPI, e Giuseppe Civitarese, anch’egli socio SPI. Questo modello trae espressamente spunto dalle formulazioni concettuali di Bion e propone l’idea di una relazione analitica fondata sul “campo inteso come narrazione in/conscia a due” (Civitarese, 2013). Formulazioni che appartengono, invero, a molta tradizione psicoanalitica gruppale e che, a mio parere, come abbiamo precedentemente accennato a proposito della concezione vincolare della soggettività di Bleger, riprendono molte intuizioni che fanno parte del bagaglio della concezione dei gruppi operativi di Pichon-Rivière. Devo dire che, sebbene la mia non estesa conoscenza di questa nuova proposta, mi colpisce che questo modello venga ritenuto così innovativo, appunto perché si fonda su concetti piuttosto noti per chi si è avvicinato agli autori testé citati. Al di là del mio stupore, è però interessante notare che nell’introduzione del suo libro, “I sensi e l’inconscio”, nel quale viene delineato il suo modo di intendere la relazione analitica facendo diversi accenni alla teoria del campo analitico, Giuseppe Civitarese rifiuti la nozione di enactment perché legata ad una concezione individualistica della relazione analitica. Una posizione in assoluta contrapposizione rispetto a quella formalizzata dal presidente dell’IPA, massimo esponente dell’istituzione psicoanalitica contemporanea, e menzionata precedentemente.

Da un certo punto di vista, tanto nel caso italiano (che vede coinvolti esponenti certamente importanti della psicoanalisi contemporanea) quanto in quello nordamericano descritto da Greenberg, si potrebbe vedere la difformità di idee ed il cambiamento di opinioni come prova dell’humus democratico del movimento psicoanalitico. Un ambiente in cui si possono manifestare apertamente opinioni discordanti, si dirà, e nel quale c’è spazio per tutti.
È lo stesso Greenberg, però, come precedentemente riportato, a sottolineare che all’interno dell’IPA le variazioni dalla norma istituita, ossia dalle direttive impartite, potevano, e possono, costare l’esclusione. La differenza può essere bandita e chi si trova nella posizione del più forte, nei fatti chi è riconosciuto ed interno all’istituzione, decide. Da questo punto di vista, invece, l’idea di democrazia viene messa piuttosto in discussione. Qui siamo al cospetto di un’altra contraddizione, che però non viene esplicitata: si rimane nell’ambiguità. Un qualcosa che verrebbe da definire inevitabile, se solamente si pensa alla rigida gerarchizzazione presente all’interno delle associazioni di psicoanalisi ed a tutta la complessa struttura organizzativa che guida il percorso da intraprendere per diventarne membri.

Affrontare il tema dell’istituzione psicoanalitica è molto complesso; autorevoli psicoanalisti che si sono occupati dell’ambito istituzionale hanno trattato l’argomento solamente in maniera marginale, ritenendo di non approfondire la questione. Vien da pensare che, anche per essi, scottasse il problema della propria implicazione, ovvero della propria appartenenza a quella istituzione. Certamente qualche critica è stata fatta, soprattutto riguardo al percorso formativo richiesto per poter essere riconosciuti come psicoanalisti. Per esempio, è ancora Fachinelli (1973) a criticare con decisione l’istituzione psicoanalitica quando, ricordando l’iter da sostenere per diventare analisti, e in particolar modo rivolgendosi alla cosiddetta analisi didattica, sostiene che esso favorisca una rigida ripetizione del modello istituzionale piuttosto che uno sviluppo ed un arricchimento della personalità: “… il processo analitico non favorisce qui l’autonomia e lo svincolamento dagli arcaici legami di dipendenza. Anzi, al contrario: proprio perché è legato all’istituzione, esso promuove la assimilazione di un nuovo e robusto sistema di regole, di norme, di procedure, che rafforza gli antichi legami anziché scioglierli”. E, a proposito di contraddizioni, nota che “il periodo più fecondo dell’analisi è stato quello in cui Freud era circondato da ‘selvaggi’, cioè da analisti che agli occhi degli attuali tutori dell’istituzione non sarebbero neanche analisti; la produttività analitica più interessante dei giorni nostri si situa fuori o ai margini dell’istituzione, mentre all’interno il sapere è istituzionale, cioè svolge un compito definito di affiliazione, conferma e riconoscimento”.
Si tratta di un aspetto critico che, in anni più recenti, è stato evidenziato in diversi lavori anche da altri autorevoli esponenti della stessa IPA, quali il già citato Johannes Cremerius e Otto Kernberg.
Fachinelli, comunque, faceva parte del ristretto gruppo di psicoanalisti che nel 1969, quando si tenne il congresso internazionale dell’IPA a Roma, all’Hotel Cavalieri Hilton, organizzarono un controcongresso in un ristorante lì vicino, “Carlino al Panorama”. Di quel gruppo[4] facevano parte molti nomi noti: oltre al già citato Elvio Fachinelli, c’erano Pierfrancesco Galli, Marianna Bolko, Berthold Rothschild, Armando Bauleo, Hernan Kesselman, Mauro Mancia ed altri ancora. Alla protesta di questi allora giovani candidati si unirono anche analisti più anziani e di chiara fama come Paul Parin, Alexander Mitscherlich e altri analisti didatti della società psicoanalitica di Zurigo; e poi Marie Langer, Emilio Servadio e Ralph Greenson, solo per fare alcuni nomi. Furono più di 200 le adesioni di psicoanalisti provenienti da diversi paesi, non solamente europei. Il gruppo si diede il nome di Plattform (Piattaforma) e aveva l’obiettivo di “attaccare a fondo l’ideologia delle società psicoanalitiche che si manifestava nella loro struttura gerarchica di potere, nel loro allontanamento dal pensiero freudiano radicale, nella ricerca, nella formazione, ecc., incompatibile con l’idea di una psicoanalisi con potenzialità eversive e rivoluzionarie” (Bolko M., Rothschild B., 2006). Il gruppo decise di proseguire anche dopo il controcongresso, con l’idea di rimanere eterni allievi in formazione permanente all’interno della società di psicoanalisi. Questa idea costituì il punto di rottura con l’IPA poiché da un lato si enfatizzava il valore culturale, lo studio, l’impegno personale non finalizzato ad un riconoscimento istituzionale e, dall’altro, rimanendo eterni allievi, si squalificava il valore della carriera all’interno dell’istituzione. Un valore, quest’ultimo, considerato strettamente collegato alle mire di potere personale all’interno del meccanismo burocratico messo a punto dall’istituzione psicoanalitica e che, proprio per tale motivo, costituiva un motore propulsivo per molti aspiranti analisti. Una presa di posizione che non piacque alla SPI, dalla quale partirono minacce di espulsione dall’iter formativo analitico per i candidati partecipanti al gruppo Plattform. Il risultato fu che alcuni di questi candidati, e tra questi anche qualcuno che aveva partecipato direttamente alla progettazione del controcongresso, ritirarono la propria adesione al gruppo.

Il terzo giorno del controcongresso intervenne anche Jacques Lacan, in aperta polemica già da qualche anno con l’IPA, rispetto alle direzioni teoriche prese dall’associazione e al metodo formativo utilizzato al suo interno. Lacan, inizialmente membro della “Société psychanalytique de Paris”, sarà protagonista di una prima scissione nel 1953 quando fonderà la “Société française de psychanalyse”, che, sempre legata all’IPA, non fu riconosciuta dall’associazione internazionale se non come “Study group”. Dopo dieci anni, nel 1963, venne praticamente escluso e decise di fondare una sua propria scuola, l’“Ecole freudienne de Paris”, che successivamente decise di sciogliere nel 1980. A livello istituzionale è interessante riportare anche il fatto che fino alla fine degli anni ’90, Lacan, o meglio i suoi allievi, non potevano ‘teoricamente’ godere del titolo di psicoanalista, essendo ritenuto questo di esclusivo appannaggio dell’IPA. È soltanto nel 1998, quando avvenne un incontro tra Horacio Etchegoyen (anch’egli allievo di Pichon-Rivière), allora presidente uscente dell’IPA, e Jacques-Alain Miller, presidente dell’AMP (Associazione Mondiale di Psicoanalisi), che, in virtù della declamata “essenza pluralistica” della disciplina analitica, avvenne l’“esplicito riconoscimento da parte del Presidente dell’IPA del pieno diritto di cittadinanza di Lacan nel variopinto consesso della dottrina analitica e con la conseguente rinuncia da parte dell’IPA alla prerogativa di dispensare tale formazione in via esclusiva” (Licita-Rosa, 2006)[5].

Penso che quando si ha a che fare con l’istituzione ci si trovi a confrontarsi con un rapporto sempre carico di ambiguità, nebuloso, e non si può pensare di affrontare un tema così intricato ritenendo di arrivare alla netta differenziazione di termini antinomici puri.
Armando Bauleo, nell’intervento proposto nel seminario “Psicoanalisi e istituzioni” (i cui interventi sono stati raccolti in un libro pubblicato nel 1983, “Il gioco impari”), sostiene che il vincolo tra soggetto ed istituzione è sempre costituito da una duplicità: una dissociazione, da un lato, e l’illusione di poter pervenire ad un unione, dall’altro. I due termini in gioco non sono in relazione per la loro corrispondenza, bensì per la loro diversità, dunque all’inizio c’è una non-relazione: “c’è carta carbone”, dice Bauleo. Il soggetto si muove all’interno di una situazione già decisa e cercherà di produrre un discorso, evidentemente caratterizzato anche da una certa aggressività, visto che ogni bisogno emancipativo si gioca sull’aggressività, con l’intento di discriminare l’Io da quel non-Io depositato nell’istituzione (cfr. Bleger, 1967) che, d’altra parte, gli consente di proteggersi dalle ansie psicotiche. Si tratta, utilizzando i termini proposti dall’analisi istituzionale, dell’istituzione intesa come costante movimento tra l’istituito e l’istituente: attraverso le fessure istituzionali le tensioni, gli affetti e i desideri cercano la scarica che la burocrazia tenta di fermare e impedire. Horacio Foladori (2008), partendo proprio dalla proposta di Castoriadis che considera l’istituzione come rapporto tra l’istituito e l’istituente, parla di teoria dell’incrinatura (teoria de la fisura) e sostiene che, affinché nell’istituzione si possa pensare ad un cambiamento, si deve registrare un’incrinatura, ossia, in seguito al movimento istituente, teso al cambiamento dello status quo, deve emergere uno stato di sofferenza, più o meno marcata. Se si crea questa incrinatura allora l’istituente può agire in due modi differenti sull’istituito al fine di determinare un cambiamento: un primo caso, detto di cambiamento riformista, è quello che René Lourau chiama dell’istituente nell’istituito e che ha a che fare con un cambiamento previsto, un cambiamento normato, il minimo indispensabile affinché l’istituzione non diventi anacronistica. Quasi fossimo al cospetto di un tipo di cambiamento, in un certo qual modo, già istituito. Un secondo caso, invece, è quello del cambiamento di rottura, che richiede la dissoluzione dell’istituito esistente per istituire qualcos’altro, per creare una nuova istituzione. Si tratterebbe di un atto rivoluzionario mirante alla creazione di una controistituzione.
Ma, nota Foladori, in molti casi l’unico cambiamento possibile parrebbe essere quello riformista poiché la corrente istituente fallisce. In effetti, la situazione di ‘pericolo’ registrata dall’istituito fa sì che esso riattivi le proprie difese, determinando una situazione di chiusura che, accettando alcuni cambiamenti minori, copre l’incrinatura, ovvero la tensione verso il cambiamento, manifestatasi. Alla fine, continua Foladori, è come se tutto questo movimento costituisse una trappola che l’istituito tende all’istituente per farlo manifestare e poterne prendere le contromisure.

Torna subito alla mente l’annotazione di Bleger, e ripresa anche da Kaës, per cui un’istituzione riesce a mantenere se stessa laddove vengano preservati gli assiomi fondamentali sui quali si erige, potendosi discutere solamente questioni di secondaria importanza, che non mettono in pericolo l’impalcatura condivisa dell’edificio istituzionale. E quale sarebbe, in questo caso, l’impalcatura condivisa della quale non si può parlare? Che cos’è che non si può mettere in discussione? Che cos’è che resta fuori? Perché è di questo che si occupa la psicoanalisi, come sottolineava Freud riprendendo l’esperto d’arte Morelli, di ciò che viene marginalizzato e non cade sotto l’attenzione della coscienza.
Penso che il concetto di enactment, oggetto di contrapposte opinioni all’interno della stessa SPI, se inteso come emergente dell’istituzione, possa aiutare ad ipotizzare una risposta. Formalizzando l’adozione di questo concetto, si istituzionalizza qualcosa che non appartiene all’istituzione. L’enactment, come abbiamo visto, indica un comportamento inconscio che coinvolge ambedue i protagonisti della relazione analitica, mettendo, di fatto, in forte discussione la possibilità dell’analista di mantenere una posizione neutrale. È un’infrazione della norma istituita, propria del modello psicoanalitico classico, che intende la relazione terapeuta-paziente come una relazione che si organizza tra un soggetto/terapeuta ed un oggetto/paziente (modello unipersonale) in maniera dissociata, svincolata, con il terapeuta come campo chiuso al riparo da qualsiasi implicazione[6]. Il taglio costituito dalla nozione di enactment, al contrario, riferisce di una relazione tra due soggetti, che hanno certamente ruoli differenti ma anche implicazioni personali che influenzano la relazione medesima (modello bipersonale, relazionale). Una concezione che, però, non viene estesa a tutto l’incontro analitico bensì solamente ad un singolo frammento dello stesso. Paradossalmente, il concetto di enactment fatto proprio e formalizzato da un’istituzione psicoanalitica nella quale è ancora predominante il modello definito classico, mitico, e che, come ricordava Greenberg, è ancora dominante nel panorama analitico istituzionale internazionale, le permette di non modificare le proprie concezioni profonde, i propri assiomi di base, rimanendo identica a se stessa.

Adriano Voltolin in “Grand hotel: o dell’immaginario”, scrive che “la trasgressione, in quanto difformità dalla regola, non implica di per sé un pericolo per l’istituzione, ma sottolinea invece solamente la sua potenza” (1983). L’istituzione, istituzionalizzando l’infrazione, la assorbe e la sottomette eludendo il principio di non contraddizione: considerandola estranea a sé, si permette di tollerarla ma non di confrontarcisi, sino a poterla, piano piano, espellerla.
Una sorta di granuloma istituzionale, si potrebbe dire. Ricorda, infatti, un processo simile a quella reazione immunitaria dell’organismo che, in termini medici, viene chiamata granuloma: quando l’organismo soffre per lesioni dovute a infiammazioni croniche di natura infettiva o da corpi estranei, può accadere che le cellule producano una sorta di capsula per rivestire l’agente infettivo/estraneo e renderlo innocuo. Infine il granuloma può evolvere verso la necrosi, con il focolaio infiammatorio che si estingue. Se l’infiammazione è dovuta ad un corpo estraneo, può accadere che il granuloma si sposti sempre più verso la superficie cutanea fino a rilasciarlo all’esterno. Il corpo estraneo viene espulso e tutto torna come prima. Anzi, tutto è stato sempre come prima, visto che l’agente estraneo, ad eccezione della lesione iniziale che ha provocato l’infiammazione e di un breve periodo susseguente, nel quale si sono prese delle contromisure per tenerne monitorata la presenza affinché non producesse un aggravamento dell’infezione, non ha avuto più alcun contatto con il resto dell’organismo.
Accade come nelle personalità ossessive che, per difendersi rispetto ad un contenuto disturbante, utilizzano il meccanismo di difesa dell’isolamento: l’elemento estraneo, affettivo, disturbante, viene isolato, slegato dal resto della personalità, per meglio controllarlo non facendosene influenzare. Lo stesso sembra poter avvenire nelle istituzioni dove, al fine di monitorare i contenuti considerati estranei e pericolosi, vengono formalizzati e strettamente sottoposti a procedure burocratiche che, come suggeriva anche il Foucault di “Sorvegliare e punire”, ne permettono il controllo.

È il tema del controllo in ambito psicoanalitico su cui Bleger si focalizza nel lavoro che ha dato il là a queste riflessioni. Un tema che, con sfumature diverse, ha convogliato l’interesse, le riflessioni e le azioni anche di molti altri psicoanalisti. Questa preoccupazione per il controllo non solo è emersa con evidenza in diverse fasi della vita dell’istituzione psicoanalitica, ma sembra averla contraddistinta sin dagli albori. Come abbiamo visto, la psicoanalisi è sempre stata attraversata da una tensione che metteva di fronte un approccio naturalistico, per il quale la disciplina freudiana poteva e doveva addivenire allo stesso statuto delle scienze naturali, come se fosse una comune attività da laboratorio nella quale un soggetto può porsi in maniera neutra e imperturbabile rispetto al suo oggetto di studio, e un approccio fenomenologico, nel quale la separatezza tra il soggetto e l’oggetto viene messa in discussione ritenendo che l’unica possibilità di studio dell’oggetto sia la focalizzazione sul vincolo esistente tra i due termini, ovvero esaminando il fenomeno percepito. Penso che anche nella differenza tra queste due diverse concezioni si giochi la questione del controllo, che a ha che fare, altresì, con il tema del riconoscimento sociale e del potere: una questione estremamente scottante per il movimento psicoanalitico istituzionale.
Come si è riportato all’inizio di questo lavoro, Freud ha esplicitamente ritenuto di dover fondare l’istituzione psicoanalitica per poter distinguere un noi da un loro, al fine di poter controllare chi aderiva all’allora giovanissimo movimento psicoanalitico e chi, invece, spacciava per psicoanalisi una modalità di intervento che, par di capire leggendo le considerazioni freudiane, aveva poco a che fare con la cura della parola messa a punto dal neurologo viennese. E, a quanto si evince, credo che la preoccupazione di Freud fosse più volta a proteggere lo sviluppo della sua giovane creatura dalla possibilità di essere criticata socialmente, piuttosto che a proteggere gli eventuali pazienti da interventi terapeutici mal condotti. Comunque sia, com’è noto, già allora Freud dovette affrontare diverse difficoltà, ritrovandosi ad allontanare chi, anche tra i suoi più fidati collaboratori, non si mostrava d’accordo con le sue posizioni. È proprio rispetto alla fondazione dell’istituzione psicoanalitica che avvenne l’allontanamento di Adler. La fondazione dell’Associazione è mossa da una fondamentale preoccupazione di Freud, che scrive: “Sapevo fin troppo bene quali errori attendevano chiunque affrontasse i problemi dell’analisi e speravo che si sarebbe riusciti ad evitarne molti erigendo un’autorità disposta a istruire e vigilare”. Nel dichiarare formalmente gli scopi dell’Associazione Psicoanalitica si decide di tradurre tale motivazione di fondo con questi termini: “Coltivare e promuovere la scienza psicoanalitica fondata da Freud, sia come psicologia pura sia nella sua applicazione alla medicina e alle scienze morali; garantire ai membri dell’Associazione il sostegno reciproco in tutti gli sforzi intesi ad acquisire e diffondere le conoscenze psicoanalitiche”. L’intenzione di Freud venne letta in chiave critica da Adler che “espresse con appassionata animazione il timore che si mirasse ad una censura e restrizione della libertà scientifica” (1914): il risultato fu che Adler venne allontanato. Alla base dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, dunque, c’è il desiderio di controllo, il cui soddisfacimento viene realizzato mediante la fondazione dell’istituzione psicoanalitica. Adler venne allontanato perché non era d’accordo con questa idea che interpretava come castrante, come limitante la libertà di ricerca scientifica: e forse non si sbagliava di molto visto che, successivamente, seguirono gli allontanamenti di altri nomi illustri come Stekel, Jung, Rank, Reich e Ferenczi.

Di fatto, il riconoscersi istituzionalmente ha permesso a Freud di separare il dentro dal fuori, l’interno dall’esterno, appropriandosi totalmente della disciplina psicoanalitica. Facendo coincidere l’istituzione fondata, l’IPA, con la psicoanalisi, si è ritenuto di poter decidere ciò che perteneva a quel campo di studi da ciò che non gli era proprio. L’istituzione è venuta così a coincidere con la totalità: dentro c’è il sapere assoluto, la verità (psicoanalitica), fuori l’errore, il travisamento (della psicoanalisi). In altre parole, sembra che l’aver assunto una forma istituzionale abbia permesso l’illusione di poter controllare totalmente l’oggetto di interesse, potendo autonomamente decidere che cosa far rientrare nel campo della psicoanalisi e cosa no. I pensieri e le opinioni non coincidenti con quelli dell’istituzione sono stati considerati ‘eretici’, non inerenti la verità già promulgata. Pur riconoscendo, senza alcun dubbio, l’atteggiamento scientifico che Freud ha mostrato lungo tutto il corso della sua attività professionale (perlomeno a livello di ricerca individuale), proponendo ipotesi esplicative e poi superandole per dar corso ad altre idee o ad altri modelli teorici sulla base della sua attività clinica, non si può non registrare che, in genere, quando ci si trova di fronte alle posizioni prima ricordate si parla di dogmatismo. Sappiamo che questo è un pericolo sempre presente in ambito istituzionale ed è un aspetto del quale è difficile liberarsi. L’IPA è un’istituzione che, nel corso del suo secolo di vita, è riuscita a conquistare un notevole riconoscimento sociale ed una solida credibilità professionale, nonostante i molti aspetti contradditori che hanno accompagnato la sua storia ed il suo proporsi all’esterno. Prima ho accennato a ciò che viene definito percorso psicoanalitico individuale da un punto di vista teorico e a quanto sembra venir svolto, in modo molto diverso, nella pratica. Un altro aspetto interessante è quello che riguarda il lavoro con i gruppi e con le istituzioni: fino a qualche decennio fa l’intervento su questi ambiti non poteva assolutamente essere considerato di natura psicoanalitica (nonostante eminenti psicoanalisti avessero già iniziato a lavorare con setting gruppali), non considerando psicoanaliticamente rilevanti le attività proposte su quei piani dai professionisti che le praticavano, mentre ora le pratiche di lavoro gruppali e istituzionali sembrano essere entrate nel regime della liceità, ovverosia le istituzioni psicoanalitiche paiono riconoscere la possibilità di svolgere lavori di carattere psicoanalitico anche in quegli ambiti.

Parrebbe che fondante l’istituzione psicoanalitica sia stata la preoccupazione per ciò che poteva legittimamente rientrare nell’alveo della psicoanalisi, con l’intento di rendere riconoscibile la disciplina a livello sociale da un punto di vista medico e scientifico: per raggiungere tale scopo si è ritenuto di erigere un’autorità che potesse controllare gli sviluppi della psicoanalisi. Lourau, sosteneva che un’istituzione per essere riconosciuta come equivalente alle altre istituzioni presenti all’interno di una comunità sociale, deve istituzionalizzarsi, stabilizzarsi. Solamente così è possibile un confronto. Da questo punto di vista, l’istituzione di un’associazione psicoanalitica potrebbe essere considerata un primo passo verso l’agognato riconoscimento sociale del carattere scientifico della disciplina. Un passo che, però, ha comportato anche risvolti meno positivi: inizialmente, le esclusioni eccellenti, e successivamente, una burocratizzazione dell’istituzione che parrebbe aver suscitato una sorta di paranoia generalizzata imperniata su un controllo interno che ha ostacolato le possibilità espressive e creative del movimento (cfr. Cremerius, 1995, e Kernberg, 1996).

L’idea di chi scrive è che la questione relativa al riconoscimento di scientificità non abbia ancora trovato una soluzione all’interno dell’associazione psicoanalitica e che sempre con quel dilemma stiano ancora facendo i conti le istituzioni di psicoanalisi odierne. Ancora oggi, continuando a sussistere il bisogno di essere riconosciute socialmente, la preoccupazione parrebbe legata al timore di perdere legittimità medica e scientifica[7], quella stessa legittimità cui aspirava Freud sin dall’inizio. Credo un segno ne sia il fatto che la domanda “la psicoanalisi è morta?” riemerga con costante frequenza dagli interstizi dell’umana società.
Di fatto, il pensare la relazione analitica come costituita da termini, analista/soggetto e paziente/oggetto, non nettamente disgiungibili, porta ad avere conseguenze non propriamente desiderabili per l’istituzione psicoanalitica, su due livelli: quello propriamente istituzionale e quello individuale dello psicoanalista che dell’istituzione è parte.
A livello individuale tale concezione comporta una ferita narcisistica per l’analista: accettando l’idea che nella relazione analitica vengano messi in gioco aspetti inconsci dell’analista (sembra tautologico affermarlo ma: anche e soprattutto quando egli stesso non se ne rende conto), dunque non immediatamente gestibili, si crea una situazione che chiede all’analista di fare un passo indietro, di scendere dal piedistallo di colui che tutto sa e che tutto vede, di colui che si riconosce un potere, e pensarsi come non totalmente in controllo della situazione analitica. Credo non sia una considerazione irrilevante poiché, al di là dell’eventuale ferita narcisistica, mette in discussione l’idea dell’analista come scienziato/osservatore che può raccogliere dati in modo oggettivo, ossia misurare in maniera neutra il proprio oggetto di studio e rendere pienamente conto della situazione analitica.
A livello istituzionale, questo presupposto rende più ostico il confronto con le cosiddette ‘scienze dure’ o esatte, imperniate sulla possibilità di fornire dati il più possibile oggettivi, quantificabili e ripetibili. E questa difficoltà mette in pericolo il riconoscimento sociale fino ad ora acquisito dalla psicoanalisi. Una ricerca di scientificità, forse, mossa anche dal dover confrontarsi con la psicologia cognitiva e comportamentale che, facendo proprio della rigida distinzione tra soggetto ed oggetto il suo tratto fondamentale, parrebbe permetterle di connotarsi come disciplina scientifica e di proporsi come disciplina credibile, cioè funzionale e spendibile, agli occhi del mondo medico-sanitario contemporaneo. In realtà, da questo punto di vista, al di là del confronto con la psicologia cognitiva e comportamentale così in auge in questi tempi, la ricerca della scientificità attraverso la netta distinzione tra soggetto ed oggetto sembrerebbe attualmente un paradosso poiché, occorre sottolinearlo, la scienza contemporanea, soprattutto nel campo della meccanica quantistica, teoria a base probabilistica, sta fortemente mettendo in discussione l’idea di poter considerare il ricercatore/osservatore di un evento come neutrale rispetto al proprio oggetto di studio, ovverosia l’idea di poter addivenire ad una conoscenza pura, oggettiva e totalmente verificabile. L’esattezza della fisica quantistica si fonda sulla ripetibilità del fatto studiato e definito, e sul riuscire a prevedere il proprio errore piuttosto che sulla convinzione di produrre dati certi.
In definitiva, parrebbe che la psicoanalisi, forse fuori tempo, sia ancora alle prese con la difficoltà di darsi uno statuto scientifico che vorrebbe essere della stessa natura di quelli delle scienze considerate esatte, una natura quantitativa, invece che qualitativa come sarebbe più agevole riconoscere alla materia psicoanalitica. Timore dell’istituzione psicoanalitica sembra sia che il non riuscire a definire chiaramente, rendendoli oggettivamente evidenti, i presupposti sui quali si fonda il metodo psicoanalitico, possa mettere la psicoanalisi a rischio di essere considerata una disciplina irragionevole, priva di fondamenta certe, ed essere così sospinta nell’alveo delle attività fideistiche, magiche o aleatorie.

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Note:

[1] Scrivo di ‘situazioni individuali’ per semplicità, per non rischiare di complicare il discorso sul metodo: oggi, ma non da oggi, le applicazioni della psicoanalisi coprono ambiti molto variegati e si estendono ai gruppi, alle istituzioni e alle comunità sociali.

[2]Qui è possibile reperire gli articoli cui ci si riferisce, apparsi nel 2011 sul “Corriere della sera”: http://www.corriere.it/cultura/11_febbraio_14/messina-giu-lettino_9c54f2e4-3818-11e0-9d0e-ca1b56f3890e.shtml?refresh_ce-cp
e nel 2013 su “La Stampa”, cui ci si riferisce:
http://www.spiweb.it/rassegna-stampa/538-italiana-ed-estera/rassegna-stampa-italiana-2013/3034-portero-da-noi-la-psicanalisi-low-cost-e-le-sedute-via-skype-la-stampa-3-marzo-2013

[3] Le contraddizioni, interne alle stesse istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA, suscitate dal cercare di definire che cosa possa essere inteso per ‘psicoanalisi’ e quali criteri la caratterizzano sono tante: lo scritto di Cremerius, “Il futuro della psicoanalisi”, approfondito e molto articolato, in cui si esprime una critica serrata e su più piani alla psicoanalisi istituzionale, ne propone una panoramica molto interessante.

[4] L’idea del controcongresso, evento che sembra venire lasciato cadere nel dimenticatoio, partì dal gruppo degli italiani e da quello di Zurigo: a questi si unirono via via gli altri.

[5] Oggi, in Italia, sono riconosciute dal MIUR diverse scuole di psicoanalisi lacaniana: istituzioni che possono riconoscere il titolo di ‘psicoanalista’ ai propri allievi. La questione è particolarmente interessante poiché le istituzioni di psicoanalisi lacaniana, rispondendo ad una diversa concezione nel considerare la relazione analizzando-analizzante, propongono, a quanto mi è dato sapere, una modalità di pensare e strutturare i percorsi con i pazienti molto diversa da quella che si esprime nel setting classico proposto dalle associazioni di psicoanalisi aderenti all’IPA.

[6] È la concezione naturalistica cui fa cenno Bleger nel suo articolo.

[7] È chiaro che la questione della legittimità scientifica dell’istituzione psicoanalitica (come, per altri versi, facevano notare gli aderenti al gruppo Plattform, ma anche come sottolinea Cremerius nell’articolo citato) va oltre, avendo implicazioni a livello personale, ovvero comportando dei risvolti utilitaristici e convenienti per i membri dell’istituzione: il far parte dell’istituzione psicoanalitica permette l’acquisizione di uno status professionale riconosciuto socialmente e, man mano che si scalano le gerarchie, come in tutte le istituzioni, si ha la possibilità di confrontarsi con la gestione del potere che viene riconosciuto all’interno di un’istituzione organizzata in maniera estremamente burocratica. Con i vantaggi sociali ed economici conseguenti. A questo proposito, Cremerius nota che, almeno nella Germania di fine anni ‘60, gli analisti didatti e chi occupava posizioni preminenti all’interno dell’istituzione psicoanalitica tedesca vivevano una condizione di vantaggio economico rispetto agli altri. Non so come stiano le cose attualmente ma una delle critiche che maggiormente vengono rivolte alle istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA è che, prevedendo un sistema formativo chiuso, ossia il candidato analista potendo svolgere la propria analisi didattica solamente con analisti didatti, dunque appartenenti all’istituzione (da questo punto di vista non considerando le implicazioni cui soggiacciono il candidato e lo stesso analista didatta), si realizza un sistema che crea e assicura direttamente opportunità di lavoro per questi ultimi. Freud faceva ‘indirettamente’ presente già questa dinamica nel 1937, in “Analisi terminabile e interminabile”, dove scrive: “Una volta avevo a che fare con un numero piuttosto considerevole di pazienti, i quali, com’è comprensibile, puntavano a cavarsela rapidamente; negli ultimi anni le analisi didattiche presero il sopravvento e rimase in cura da me un numero relativamente esiguo di soggetti gravemente ammalati, il cui trattamento, se pure intervallato da pause più o meno lunghe, si protrasse nel tempo”.

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SOTERIA: TRA ESODO E APPARTENENZA Dalla Comunità…verso una “clinica della comunità”

Lun, 11/04/2016 - 22:30

di Gilberto Maiolatesi (Responsabile Comunità “Soteria”)
e Marzia Pennisi (Coordinatrice Comunità “Soteria”)

PREMESSA

 “Ricordo di aver pensato che gli schizofrenici sono i poeti strangolati della nostra epoca. Forse per noi, che dovremmo essere i loro risanatori, è giunto il momento di togliere le mani dalle loro gole.”

Con questa frase di David Cooper abbiamo a che fare ogni giorno, quando iniziamo il nostro lavoro di terapeuti e di operatori psichiatrici, queste righe sono all’entrata della nostra comunità  quotidianamente ci dobbiamo fare i conti.

Ma la nostra riflessione parte da lontano e il modo di intervenire oggi e la storia e i perché del progetto della “Comunità Soteria”, forse hanno a che fare con la storia del movimento antipsichiatrico e antiistituzionale in Italia, a cominciare dalla Riforma psichiatrica e dalla cosiddetta “rivoluzione basagliana”.

Il 13 marzo del 1978, nasceva in Italia la L. 180 che di fatto concludeva, con un atto legislativo, l’esperienza della custodia manicomiale, imponendo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici (OP).

Possiamo tranquillamente sostenere che in Italia, gran parte degli interventi psichiatrici si sviluppano all’interno delle cosiddette strutture intermedie.

Dopo quasi 30 anni dall’attuazione della Legge 180, che poneva fine alla pratica e all’utilizzo dei manicomi, si sono sviluppate sempre di più servizi, dove il “folle”, viene inserito per iniziare percorsi di risocializzazione e programmi riabilitativi psico-sociali.

In realtà tutto questo, si traduce troppo spesso in delega pressochè totale dei familiari e della società alle strutture istituzionali.

Il rischio di creare nuovamente piccoli e moderni manicomi è evidente e non basta avere piscine, campi da tennis, saune…per non essere una istituzione chiusa e totale. Non è sufficiente fare psicoterapia, attività riabilitative e laboratori occupazionali, per costruire identità fortemente alternative e antagoniste al manicomio.

Ogni istituzione totale toglie dignità, reprime, estorce diritti, nega democrazia, contribuisce alla formazione di sintomi, produce malattia. Nel manicomio (istituzione totale per eccellenza insieme al carcere) non esiste né passato né futuro, esiste solo il presente, sempre lo stesso, giorno dopo giorno, immobile presente senza tempo, dove non c’è “vita” e cambiamento, bensì “morte” e staticità. Il manicomio, insomma, non si pone  il problema della trasformazione.

 

COMUNITA’ COME LABORATORIO DELLA TRASFORMAZIONE

Il nostro orizzonte  ideale, che ha determinato e determina l’intervento terapeutico quotidiano, si colloca in piena continuità con  quello storico movimento che negli anni ‘60-’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche custodialistiche e le istituzioni manicomiali.

La Legge 180, è stato lo strumento legislativo che ha permesso, nel lontano 1978, il progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica.

Si stava abbattendo una delle più vergognose e violente opere del genere umano: i manicomi, che andavano chiusi, e in alternativa aperti luoghi di “cura” e di socialità, dove l’intervento terapeutico si coniugava, e si coniuga, con la battaglia per i diritti di cittadinanza, contro lo stigma sociale e il pregiudizio.

Dentro questa cornice si esprime il nostro lavoro.

Ore, settimane, mesi, vissuti insieme ai nostri utenti, sempre più convinti che l’utilizzo e l’affinamento delle più moderne tecniche riabilitative non sarebbero mai sufficienti a restituire “abilità sociali”, voglia di vivere, autonomia, dignità a uomini e donne che hanno trascorso troppo tempo “prigionieri”  all’interno del loro mondo, isolati dagli altri mondi possibili.

In questi anni abbiamo capito che essere dei “bravi tecnici  specialisti” non può bastare.

E’ NECESSARIO “ESSERCI”. Perché “…l’affetto è prassi di essere presente, cioè pratica costante dello stare insieme come ci ricorda Massimo Marà nel suo libro “Comunità per psicotici”.

All’interno del nostro programma di attività settimanale abbiamo in effetti diversi gruppi (funzione dell’abitare, di convivenza, di ascolto e organizzativi, espressivi, terapeutici, multifamiliari…).

L’importante però, è fare le cose insieme e trovare dei momenti per discutere e ascoltare, anche con i pazienti più gravi e regrediti.

Indubbiamente un elemento  fondamentale del nostro agire è il rapporto con il sociale, con la città: l’intervento socio-riabilitativo dentro la nostra realtà territoriale.

Purtroppo nulla di tutto questo è scontato, anzi molta strada abbiamo ancora di fronte a noi per una oggettiva cittadinanza del disagio mentale e per un reale rispetto della diversità.

La lotta allo stigma e al pregiudizio, la battaglia per i diritti, l’integrazione, si raggiungono con la visibilità, con la rivendicazione della propria diversità, della propria storia, della propria intima sofferenza.

Detto questo, dovremmo “vivere” e utilizzare la comunità come luogo dove si sperimenta la trasformazione, ma anche come luogo e strumento della trasformazione.

In entrambi i casi per TRASFORMAZIONE dobbiamo sempre intendere modificazione delle relazioni interpersonali, della comunicazione patologica, metamorfosi dei propri stati interiori intrapsichici; ma anche TRASFORMAZIONE come processo di liberazione, come superamento e stravolgimento dei rapporti sociali alienati i quali producono inevitabilmente  malattia e sofferenza.

TRASFORMAZIONE quindi come riappropiazione del potere decisionale da parte di chi, mistificato e sottomesso, per una intera vita ha dovuto chiedere sempre il permesso a qualcuno, anche per comprare un semplice pacchetto di sigarette.

 

COMUNITA’ COME SETTING E SPAZIO PROGETTUALE

Soteria è un servizio gestito dalla Cooperativa Sociale Cooss Marche. in convenzione con il Dipartimento di Salute Mentale di Jesi. Il 3 maggio 1999 nasce come  struttura socio-riabilitativa di tipo residenziale che accoglie 12 pazienti di diverse patologie psichiatriche con evidenti difficoltà nella sfera relazionale e un basso livello d’autonomia, con una significativa potenzialità evolutiva e capacità di recupero a livello relazionale e sociale. In effetti, gli obiettivi principali dell’attività riabilitativa sono la riappropriazione della propria soggettività da parte del paziente  e  il miglioramento generalizzato della qualità della vita, accanto al raggiungimento del massimo livello d’autonomia possibile, limitando contemporaneamente il rischio di “crisi involutive”.

La Comunità intera può essere vista come un unico setting, nel quale viene praticato un intervento multifattoriale ( farmacologico, assistenziale, riabilitativo, di sostegno psicologico, psicoterapico) prevedendo una serie di attività, a livello individuale e gruppale, strutturate a loro volta come sottosetting. Gran parte della vita della Comunità è pensata e organizzata in sottosetting con precisi confini spazio-temporali-metodologici (tempo, spazio, ruoli e compito)  ciò per tre importanti ragioni: 1)contenere l’ansia, l’angoscia e l’aggressività dei pazienti (e degli operatori); 2)osservare i complessi fenomeni psichici e relazionali che si verificano all’interno della vita  comunitaria; 3)costruire una “realtà condivisa”.

Ma poichè la costruzione e conservazione di setting si basa sulla adesione e sul rispetto delle regole concordate, è necessario prevedere alcuni momenti di confronto con i pazienti (e altri solo tra operatori) per discutere, condividere, ribadire, ridefinire, eventualmente modificare, regole, programmi, organizzazione e metodi di lavoro.

 

Strategie terapeutico-riabilitative

L’istaurarsi di rapporti “affettivi” significativi tra pazienti e tra paziente e operatore rappresentano il primo vero elemento terapeutico. Il “fare insieme” permette di sperimentare comportamenti più adeguati e nel frattempo il riemergere di fattori motivazionali assopiti, interrompendo la spirale dei fallimenti. Il lavoro del gruppo-comunità tende quindi a:

  • rafforzare l’autonomia e l’autodeterminazione soggettiva,
  • far riemergere le capacità motivazionali e espressive,
  • riscoprire la socialità e lo star bene con gli altri,
  • rafforzare l’autostima e la capacità di subire frustrazioni,
  • gestione della propria impulsività ed emotività,
  • favorire l’autogestione dei propri spazi vitali,
  • supportare quando ci sono le condizioni, un avvicinamento al mondo del lavoro.

 

Il lavoro terapeutico-riabilitativo può essere suddiviso in due macro aree: una più strettamente psicologica e l’altra di tipo sociale.

Attività psicologica:

  • colloqui individuali (sempre più limitati),
  • incontri di gruppo (gruppo terapeutico settimanale, gruppo di convivenza giornaliero, Assemblea di Comunità settimanale, gruppo multifamiliare mensile ),
  • incontri periodici con il paziente e i propri familiari,

Attività di tipo sociale

  • cura di se e dei propri spazi,
  • web radio,
  • giardinaggio e verde,
  • inseriementi lavorativi e sociali,
  • inserimenti in gruppi sportivi,
  • attività ricreative,
  • attività espressive e artistiche

 

L’ETICA DEL CAMBIAMENTO E DISPOSITIVO MULTIFAMILIARE: DALLA LEGGE DELLA FAMIGLIA ALLA LEGGE DELLA CITTA’

L’esperienza del Gruppo Terapeutico Multifamiliare (GMF) nasce all’interno della Comunità Socio Riabilitativa “Soteria” di Jesi nel settembre del 2000, esattamente dopo un anno dal’apertura della Comunità, grazie agli stimoli provenienti dalla supervisione clinica condotta dal Prof. Alfredo Canevaro sin dall’apertura del servizio.

Di seguito, in modo sintetico e schematico, gli aspetti fondamentali per una riflessione collettiva.

 

  1. Il setting

Gli incontri si tengono all’interno della Comunità a frequenza mensile (il terzo lunedì del mese) con una durata di 90 minuti, preceduti da un momento conviviale di circa 20 minuti. Alla fine di ogni gruppo l’equipe di lavoro si incontra per circa 45 minuti per rielaborare i vissuti e la molteplicità dei transfert, controtransfert e identificazioni proiettive sviluppatisi all’interno della seduta gruppale appena conclusa.

Il gruppo per il primo anno e mezzo è stato condotto (senza un co-conduttore) dal Dott. Gilberto Maiolatesi, Direttore Responsabile della Comunità con una supervisione mensile all’equipe del Prof. Canevaro, utilizzando anche le registrazioni degli incontri ai quali partecipavano gli ospiti della Struttura con le loro famiglie e gran parte del gruppo degli operatori (non solo quelli in turno).

Uno dei limiti evidenziati in quella fase era legato alla modalità di comunicazione “a stella”, cioè diretta solo dagli integranti del gruppo verso il conduttore; limite di partenza di tutti gli incontri, probabilmente amplificato dall’ambivalenza del ruolo coordinatore del gruppo/ Direttore della Comunità.

Nel 2002 si decide, all’interno della supervisione, di modificare il setting terapeutico con l’ingresso del Prof Canevaro come conduttore del gruppo e il Dott. Maiolatesi come co-terapeuta.

Questa seconda fase ha posto una rottura con il passato e ha portato ad un cambiamento molto positivo grazie all’esperienza del Prof Canevaro, ma anche perché la coterapia è fondamentale per una buona riuscita di un gruppo come il multifamiliare e, inoltre, in quel momento era fondamentale  avere più chiarezza nel ruolo del coordinatore gruppale.

Dal 2005 ad oggi il gruppo è condotto in co-terapia dal Dott. Maiolatesi e dalla Dott.ssa Marzia Pennisi.

Tutti gli operatori presenti possono intervenire all’interno del gruppo per evitare una comunicazione “radiale”, non circolare e quindi bloccata. In alcune occasioni utilizziamo delle tecniche esperenziali e di drammatizzazione attraverso la comunicazione non verbale e gli aspetti emozionali per facilitare l’incontro affettivo tra gli integranti. L’utilizzo di “io ausiliari” o tecniche tipo quella dello “zaino” (specie se si affrontano i temi legati allo svincolo dalla famiglia d’origine)  sono molto utili perché  a volte la comunicazione e l’interpretazione verbale non sono sufficienti al cambiamento.

Oltre alla coppia (sempre complementare) di coterapeuti, il dispositivo prevede un operatore con il ruolo di osservatore partecipante la cui funzione è quella di raccogliere gli emergenti gruppali.


  1. Origini: la definizione della situazione ambientale

 Il  contesto interno

Il GMF nasce  per uscire da una crisi interna al gruppo  di lavoro e per correggere quindi una comunicazione disfunzionale dell’equipe “giovane”, formata da operatori con poca esperienza in psichiatria che si trovavano ad intervenire e  supportare un utenza molto grave. Questo produceva tensioni interne, manifeste e latenti e una comunicazione entropica, confusiva e ansiogena.  Nello stesso tempo c’era il bisogno di definirsi, di trovare un percorso costituente identitario, tenendo in considerazione una naturale “vocazione antipsichiatrica” della Comunità. Gli operatori si sentivano  troppo isolati e “chiusi” oltre il cancello della Comunità, lontani dal tessuto urbano jesino. Questo portò al bisogno di uscire e di scendere dal colle in cui è situata la Struttura ed entrare all’interno della Città (nelle piazze, negli spazi di aggregazione, nelle scuole…) con progetti di promozione della salute mentale. Nasce così, insieme al gruppo multifamiliare, la Rassegna “Malati di Niente”. Possiamo dire oggi, in maniera (anche) provocatoria, che c’è stato un passaggio dalla “legge della famiglia” alla “legge della città”.

Le difficoltà riguardo alla comunicazione erano anche rispetto al rapporto operatori-famiglie in quanto quest’ultime all’inizio facevano molta difficoltà ad incontrarsi tutti insieme e discutere delle proprie problematiche, mentre nel tempo è diventato quasi naturale. E per dirla con le parole di una madre del gruppo: “…mi rendo conto che oramai non vengo per mio figlio, vengo per me, per curare la mia solitudine…mi fa bene incontrarvi…”

       Il  contesto esterno

La nostra città è situata in un territorio che ha visto uno sviluppo industriale e manifatturiero importante dagli anni ‘50 – ’60, che ha modificato strutturalmente l’economia  da agricola ad industriale (tanto da definire Jesi la piccola Milano delle Marche). Storicamente la nostra è stata una città con forti connotazioni democratiche e antifasciste, provenienti direttamente dalla guerra di liberazione, determinando un “humus culturale” proficuo a strutturare senso di comunità e forti legami sociali. Rispetto allo stigma e al pregiudizio nei confronti del disagio mentale, Jesi presentava due facce della stessa medaglia; una città dove  il pregiudizio verso il “matto” era abbastanza forte anche a causa di un fatto grave avvenuto nel 1979 ad un anno dalla legge Basaglia:  l’uccisione di un carabiniere da parte di un paziente seguito dai servizi. Dall’altra una città  indignata per un fatto accaduto nel 1999 nei confronti di un paziente, aggredito e malmenato per noia da alcuni giovani della “jesi-bene” nella sua abitazione.

Sempre in quel momento storico il Dipartimento di Salute Mentale era in fermento e in fase di cambiamenti istituzionali. Infatti nel 1995 iniziano i primi gruppi riabilitativi e di incontro con i familiari e pazienti e nel 1998 nascevano le prime strutture intermedie della riabilitazione psicosociale.

 

  1. Il cambiamento e la rottura di un paradigma

Nella nostra esperienza clinica abbiamo potuto constatare che il dispositivo multifamiliare non ha rappresentato soltanto una tecnica o uno strumento in più, magari più appropriato,  ma un vero e proprio cambiamento epistemologico, una cesura storica con il paradigma medico psichiatrico novecentesco, non solo nella relazione terapeuta-paziente.

In tutti questi anni abbiamo potuto osservare dei notevoli processi di apprendimento e cambiamento rispetto a vari aspetti. Ad esempio per quanto riguarda la comunicazione disfunzionale ed entropica sia della famiglia che dell’equipe di lavoro. Le famiglie e gli operatori sono molto più capaci di comunicare in maniera orizzontale senza doversi sempre e solo riferire al Responsabile della Comunità come leadership unica.

Rispetto alla  necessità di creare una rete sociale e di interagire IN e CON essa, negli anni abbiamo imparato a pensare alla cura come un intervento reticolare multidisciplinare e, quindi, a riferirci costantemente con istituzioni, enti pubblici, associazioni di volontariato, cooperative sociali.

Per quanto riguarda l’esigenza di modificare i dispositivi organizzativi interni del servizio e le metodologie di lavoro, siamo riusciti a strutturare anche dei gruppi comunitari come l’assemblea di comunità settimanale dove si discute in maniera democratica dei problemi anche pratici del vivere in comune. Questo diventa un luogo di recupero della soggettività nell’esercizio di una comunicazione non gerarchica ma orizzontale.

Altro elemento da sottolineare, ad esempio, è quello della discussione e condivisione di alcuni progetti terapeutici riabilitativi (per esempio anche le dimissioni di un paziente) all’interno dell’incontro multifamiliare. Quindi la discussione gruppale si dimostra vera, propositiva e decisionale.

Inoltre abbiamo notato dei notevoli cambiamenti rispetto ad una maggior consapevolezza nel correggere onnipotenza e narcisismo del paziente e  dell’operatore specularmente intrappolati nel delirio e nella sua interpretazione (“…sono il figlio di Dio…”; “ho capito…ci penso io e ti guarirò”)

 

DAL SETTING-COMUNITA’ AL SETTING-CITTA’  

Noi, operatori psichiatrici, che lavoriamo quotidianamente nel settore della riabilitazione e dell’inserimento sociale dei pazienti, denunciamo troppo spesso una intolleranza e una diffidenza verso il diverso, verso l’escluso, ed è per questo che istituzioni, associazioni, strutture operative del settore, cooperatori, dovrebbero farsi carico di una vera e propria promozione culturale della salute mentale nei territori; dove riversare idee ed esperienze, mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza, lo smarrimento di una collettività sempre più in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

In effetti i presupposti della Riforma psichiatrica tendenti a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale, attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione, sono rimasti troppo spesso sulla carta, non realizzati. Ma con tutti i limiti che possiamo trovare alla Legge 180 (più che altro per la sua non applicazione), certo non possiamo e dobbiamo tornare indietro, perché nulla è più come prima, perché abbiamo appena iniziato a restituire a quelle persone ridotte a “matti da legare”, lo statuto di cittadini, il diritto di esistere dentro quel contratto sociale da cui erano stati definitivamente espulsi in modo del tutto improprio.

Anche per questo la battaglia contro lo stigma e il pregiudizio verso la persona sofferente è, e rimarrà, l’obiettivo primario per quanti credono che ogni essere umano ha il diritto di migliorare la propria qualità di vita e che il disturbo mentale è un “male oscuro”, dove i termini relazionali e socio-culturali rivestono una importanza cruciale, a volte drammatica.

 

La “clinica della comunità”: il laboratorio permanente di “Malati di Niente”

Nel lontano settembre 2000 nasce il progetto “Malati di Niente”.

In quel periodo a Jesi un gruppo di operatori della Comunità “Soteria” aveva iniziato ad interrogarsi sul senso del proprio lavoro nei servizi psichiatrici, sulla natura del mandato sociale, sull’etica e sul significato della riabilitazione psicosociale a più di vent’anni dall’emanazione della Legge 180. Ci si chiedeva, tra dubbi e stati di ansia confusiva, se la famosa e tanto discussa  “rivoluzione basagliana”, non avesse completamente esaurito la propria spinta propulsiva.

Sicuramente la Legge 180, aveva rappresentato lo strumento legislativo che  permise il progressivo smantellamento degli Ospedali Psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica. Si era chiusa una delle più vergognose e violente opere del genere umano, l’esperienza manicomiale, con la possibilità e la speranza di aprire luoghi di cura e di socialità dove l’intervento terapeutico esce fuori dal setting tradizionale, per entrare in quello comunitario, coniugando terapia e battaglia per i diritti di cittadinanza.

Proprio noi, operatori psichiatrici, essendo i soggetti più esposti, dovevamo mandare un segnale alla comunità e alle istituzioni. Nelle lunghe discussioni, emergeva sempre più nitidamente l’idea di un progetto di promozione culturale della salute mentale nei territori, nelle comunità. Un progetto “etico-politico-terapeutico” l’avevamo poi definito e nominato nel tempo, dove riversare idee ed esperienze mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza e lo smarrimento di una collettività sempre più chiusa, autistica, in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

Feste, concerti, spettacoli teatrali, mostre, cinema, dibattiti seminari…la città e le sue piazze vengono invase e “occupate” da iniziative ed eventi che determinano progressivamente una nuova sfera politica pubblica.

Dopo 15 anni di lavoro, di progressi e crisi regressive, almeno due degli obiettivi progettuali originari, ci sembrano ancora molto stimolanti ed attuali: 1)promuovere la salute mentale attraverso processi di  contaminazione culturale e l’intervento sociale sul territorio,  in maniera specifica e approfondita all’interno delle scuole cittadine grazie all’attivazione dei Laboratori di cittadinanza (con gli studenti del Liceo Classico e delle Scienze Umane,Liceo Artistico, IIS-Liceo Scienze Sociali); 2)costruire e attivare  un reale lavoro di rete con i movimenti sociali, l’associazionismo, i servizi, le istituzioni, il mondo della cooperazione e del volontariato.

Anche per l’anno 2016 i Laboratori di cittadinanza comprenderanno gli stage formativi all’interno della nostra Comunità, inizieranno nei mesi di maggio, giugno e novembre, dove gli studenti faranno tirocinio pratico, interagendo direttamente con i nostri ospiti, attraverso le varie attività gruppali terapeutico-riabilitative affiancando gli operatori in servizio.

 

Jesi, 6 aprile 2016

 

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Linee operative per le istituzioni

Lun, 22/02/2016 - 22:59

Il Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” organizza il seminario

LINEE OPERATIVE PER LE ISTITUZIONI

venerdì 18 marzo 2016 dalle ore 16.00 alle ore 19.00

presso l’Hotel Imperial Beach in via Toscanelli 19, Rivabella – Rimini

In questo periodo si sta esaurendo la spinta che ha portato all’accreditamento, alla produzione di numerosissimi protocolli ed all’accentramento delle linee di comando in una dimensione verticale. E’ arrivato il momento di dimostrare che i gruppi, le equipe di lavoro e il piano orizzontale sono pienamente operativi.
Il seminario si propone di presentare e discutere gli schemi concettuali di riferimento e operativi (ECRO) che stanno funzionando nelle istituzioni.

Relazioni di:
Loredana Boscolo (Responsabile dell’Unità Operativa Disabilità della Asl 14 Chioggia)
Massimo De Berardinis (Responsabile del reparto di Psichiatria dell’Ospedale Nuovo del Mugello di Borgo San Lorenzo, FI)
Massimo Mari (Responsabile del Centro di Salute Mentale, ASL 10 Camerino, MC)
Marella Tarini (Responsabile dell’Unità Operativa Dipendenze Patologiche Area Vasta n. 2 – Asur Marche)

Coordina Laura Buongiorno

Le relazioni occuperanno una ora e mezza, a seguire una ora e mezza di discussione.

Non sono previsti, e né saranno richiesti, crediti ECM.
Si richiede interesse per il tema e volontà di partecipare alla discussione.
Il seminario è gratuito e, a seguire, ci sarà l’occasione per godere di un aperitivo insieme.

Partecipate e fate partecipare:
https://www.facebook.com/events/1720894751476481/

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Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

Gio, 28/01/2016 - 12:19

La Scuola di prevenzione “José Bleger”, in collaborazione con l’associazione di etnopsicanalisi Esodo, organizza il seminario:

Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

L’incontro si terrà venerdì 12 febbraio
dalle ore 16,00 alle ore 19,00
presso la Sala RM 25, a Rimini, in Corso d’Augusto 241.

Questo il programma:

16.15- 16.25 Introduzione, Leonardo Montecchi

16.30-16.50 Ayahuasca, la liana degli spiriti- botanica, farmacologia, effetti neurofisiologici e psicologici, Massimiliano Geraci

16.55-17.10 Un’esperienza con Inipi e Gruppi Operativi con gli utenti del Cod di Vallecchio, Luca Bersani

17.15-17.35 Etnografia dell’ayahuasca, Annalisa Valeri

17.35- 19.00 Dibattito

 

Non sono stati richiesti, ne lo saranno crediti ECM.
Il seminario è gratuito. Si richiede l’interesse al tema e la volontà di partecipare.

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Charles Peirce nostro contemporaneo

Mar, 19/01/2016 - 21:51

Il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita – Università di Bologna,

e la Scuola José Bleger di Rimini,

invitano al seminario su Charle Sanders Peirce, il più importante filosofo americano e fondatore della semiotica:

Su Perice. Interpretazioni, ricerche, prospettive

(Bompiani, 2015)

a cura di Massimo A. Bonfantini, Rossella Fabbrichesi e Salvatore Zingale

Il seminario si svolgerà venerdì 22 gennaio dalle ore 16.00 alle ore 19.00
presso la Sede Universitaria Valgimigli, via Santa Chiara 40 

Ne dialogano, assieme ai partecipanti,

Massimo A. Bonfantini,
Leonardo Montecchi
Giampaolo Proni

 

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Il pensiero dialettico di José Bleger

Sab, 12/12/2015 - 12:47

di Ariel Liberman

La sezione sui lavori chiave dell’International Journal of Psychoanalysis che verrà pubblicata (agosto 2012, vol. 93, Issue 4, p. 819-1100) tratta di un lavoro di José Bleger, del (1969) 1970, che è commentato da due riconosciuti psicoanalisti contemporanei: Haydée Faimberg e Jay Greenberg. Questa sezione della rivista mira a riportare sulla scena della riflessione della psicoanalisi contemporanea alcuni lavori e/o autori che, in qualche modo, possiamo arrivare a considerare dei classici della storia della psicoanalisi. José Bleger, psicoanalista argentino, nacque nel 1922 e morì molto giovane nel 1972. Nonostante questa prematura scomparsa presentò un lavoro, un pensiero, all’interno del fertile contesto della psicoanalisi rioplatense degli anni 50, 60 e 70, che lo ha reso creditore di un meritato riconoscimento.

La sezione inizia con il lavoro di Haydéè Faimberg, “Il pensiero dialettico di José Bleger”, continua con il lavoro di Bleger che si intitola “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”, e termina con il commentario che Jay Greenberg realizza su questo articolo. Noi opteremo per un altro ordine di esposizione perché pensiamo che sarà più chiaro per il lettore: inizieremo esponendo il testo di Bleger, dopo quello di Faimberg e sotto il commentario di Greenberg.

Nell’esporre il testo di Bleger cercheremo di definire, con i termini dello stesso Bleger, o con i nostri, alcune espressioni-concetti che Bleger trae da altre discipline e che, molto probabilmente, non risulteranno familiari al lettore contemporaneo.

Bleger: “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”

Il proposito del testo è occuparsi di alcuni problemi relativi alla teoria e alla pratica della psicoanalisi, alle sue interrelazioni e alle sue contraddizioni.

Bleger parte dagli sviluppi epistemologici che evitano, già nel momento in cui scrive, l’ingenuo schema di supporre che i fatti “sono lì”, e che deduciamo le ipotesi-teorie dalla loro osservazione e studio. Questo problema epistemologico non riguarda solo la psicoanalisi ma tutte le discipline. Per Bleger la psicoanalisi approfondisce la crisi di questo schema nelle scienze.

Portato allo specifico psicoanalitico questo presuppone, secondo Bleger, che la teoria sviluppata ed esplicitata –la teoria ufficiale, quella che si formula pubblicamente e che guiderebbe la pratica della psicoanalisi- non sempre coincide con la teoria implicita nell’esercizio clinico medesimo, ovvero, nella pratica clinica. Nella psicoanalisi si dà questa divario tra la teoria esplicitata e la teoria implicita. Questo divario può, secondo Bleger, essere all’origine dei nuovi sviluppi teorici e pratici. In un libro pubblicato nel 1958, Bleger formulò una diagnosi di questa situazione che basava su una tripla divergenza:

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica –la ricostruzione della biografia del paziente- mentre la teoria implicita, ciò che si fa nella pratica, è fondamentalmente situazionale poiché il lavoro psicoanalitico si centra su ciò che accade nel transfert-controtransfert.

 

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente dinamica –cioè, “che fa derivare i processi psichici da un intergioco di forze” (1958, p. 111)- mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica. Poi ci concentreremo su quest’ultimo concetto che è nodulare nel pensiero di Bleger. In questa enumerazione ci teniamo a precisare che il termine dinamica ha due usi abituali in psicoanalisi che, secondo Bleger, è necessario differenziare poiché generalmente si confondono e non si riferiscono allo stesso tipo di problema. Da un lato, Freud parla di dinamica per riferirsi allo sforzo teorico di far derivare i processi psichici dal gioco di forze che questo presuppone nella sua origine –questa è la concezione che Bleger fondamentalmente discuterà. Dall’altro lato, si suole usare il termine “dinamico/a” per segnalare, ci dice, “lo studio della comportamento nel suo sviluppo, nella sua evoluzione” (1958, p. 111-112).

 

  1. La “teoria esplicita” si organizza intorno alla logica formale mentre la “teoria implicita” nella pratica, che si esprime nel suo stesso esercizio, risponde alla logica dialettica.

Andiamo al primo punto. Delle serie complementari freudiane, sostiene Bleger, si è posta molta enfasi sulla seconda serie, ossia, sulla predisposizione per fissazione libidinale (articolazione di fattori costituzionali e vissuti infantili). La finalità terapeutica, di monitorare gli eventi infantili, cerca di modificare la disposizione superando le fissazioni e la compulsione alla ripetizione attraverso una rettificazione dell’esperienza. L’analogo freudiano è l’investigazione archeologica. Parallelamente, afferma Bleger, l’introduzione del concetto di transfert ed il lavoro sistematico sullo stesso ha portato a che si gerarchizzi nel lavoro la relazione interpersonale sulla situazione presente, ciò che non implica lo scartare il lavoro archeologico bensì che venga superato-incluso. Quest’ultima cosa ha portato a sottolineare le relazioni d’oggetto “sopra o almeno alla pari” delle tendenze istitntive. Bleger pensa che le relazioni oggettuali stanno cercando di colmare questo divario, questo vuoto, tra la teoria esplicita e la teoria implicita. In Freud, se non erano totalmente assenti le relazioni oggettuali, si enfatizzò maggiormente gli aspetti istintivi storico-genetici. Ricorderemo che per Bleger l’introduzione del concetto di transfert ha presupposto un “cambiamento radicale” poiché l’essere umano cessa di essere studiato come un “sistema chiuso” e passa ad esserlo come una relazione interpersonale nella quale il dialogo e la comunicazione umana sono posti in primo piano. Il transfert, ci diceva già nel 1958, non può essere più visto come un fenomeno “unipersonale” (Rikman) “ma come un campo attivo, originale e particolare, come quello che è ciascuno dei vincoli che si stabiliscono tra due o più persone in qualunque situazione [… e questo porta a che] il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958, p. 114).

Il punto due della diagnosi era la opposizoine tra dinamica e drammatica. La “drammatica” è definita in questo testo come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”, mentre la dinamica riduce la drammatica ai giochi di forze istintive che determinano gli avvenimenti umani. Per Bleger non si è percepito o considerato sufficientemente che la tecnica e la pratica psicoanalitica non fanno ricorso alla dinamica bensì che lavorano e operano totalmente nella drammatica.

Il concetto di drammatica proviene dall’opera di Georges Politzer, un pensatore unghero-francese che nel 1928 scrisse un libro intitolato “Critica dei fondamenti della psicologia”, nel quale sostiene ciò che chiama una Psicologia Concreta, ossia, una psicologia priva della zavorra del meccanicismo e dello spiritualismo, che questo autore ritiene abbiano dominato nel campo della psicologia in generale e anche nell’opera di Freud. Questo non impedisce che sostenga “il carattere rivoluzionario della psicoanalisi”, poiché apporta, grazie a un lavoro critico di lettura, “nuovi fondamenti” per la “costruzione della psicologia”. Per Bleger Politzer realizza uno stusio epistemologico della psicoanalisi che porta a ciò che denomina, ispirandosi probabilmente a Spinoza, una “riforma della comprensione” o, come dice Bleger, di ciò che oggi chiamiamo “modelli concettuali” (1958, p. 196). Bleger la definisce come la “critica più lucida e valente della psicologia e della psicoanalisi” (p. 197). Politzer intende, lo citiamo, che “Il dramma è originale […] Allora il dramma implica l’uomo preso nella sua totlaità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (1928, p. 250). E continua: “l’originalità stessa del fatto psicologico è data dall’esistenza medesima di un piano propriamente umano e della vita drammatica dell’individuo che si sviluppa” (p. 250). Ma è necessario chiarire che per Politzer il dramma, la sua originalità, risiede nel fatto che non è né “interno” e né “esterno”. Richiede un luogo e uno spazio per svilupparsi, ma non è lo spazio della vita fisiologica o biologica, bensì è “… il luogo della mia vita drammatica, e, inoltre, le azioni, i crimini e la pazzia hanno luogo in uno spazio…” (p. 251). “La psicoanalisi, sostiene Bleger, studia la vita umana nel suo senso umano. Questo è ciò che Politzer chiama Drammatica: termine che accettiamo totalmente per la sua esattezza e capacità descrittiva” (1958, p. 219). Bleger si era riferito, anteriormente, a Drammatica come cio “che è, in ultima istanza, la descrizione, comprensione e spiegazione del comportamento in funzione della vita del paziente, in funzione di tutto il suo comportmaento” (1958, p. 90). “Dramma e significato, sostiene Bleger, hanno il vantaggio e la particolarità che orientano e centrano la ricerca sugli esseri umani concreti; e per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958, p. 220).

Il terzo punto della diagnosi era l’opposizione tra laogica formale e logica dialettica. Per Bleger la drammatica del campo analitico si sviluppa ed è compresa a partire dal pensiero dialettico. Un pensiero dialettico non postula la lotta di opposti formali tradotti in entità [reificate, ossia, convertite in cose esistenti]. Ovvero, per Bleger, certe teorie dinamiche, che postulano una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sono i processi psichici, è il risultato dell’“abbandono di una certa drammatica, una trasposizione, una sostituzione del fatto o dell’accadere umano da parte di forze gestite come entità o cose, al posto dei fatti umani” (1958, p. 112). Questo presuppone attribuire il fenomeno a ciò che si manifesta nell’esperienza, un “doppio ontologico” (Sartre, in Bleger, 1958, p. 112), cioè, dargli uno statuto di cosa, di una entità del mondo naturale. Come afferma Bleger nel lavoro che commentiamo “molto probabilmente uno sviluppo teorico formulato dialetticamente rende inutile la contrapposizione tra, per esempio, fenomeni coscienti da un lato e inconsci dall’altro, tra il processo primario e quello secondario, tra approccio topografico, approccio dinamico ed economico, ecc.”.

Conclude Bleger che le tre contraddizioni che ha diagnosticato tra teoria e pratica potrebbero ridursi e comprendersi in forma unificata come “un riflesso della teoria dell’alienazione che porta sempre implicita una de-dialettizzazione della drammatica, dell’essere umano come totalità”. Chiariamo un po’ questa sintesi estrema che Bleger formula in questo testo programmatico. Bleger intende per alienazione il fenomeno che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958, p. 152). Perché l’alienazione presuppone la de-dialettizzazione della drammatica? Perché frammenta ciò che dovrebbe essere articolato, disperde ciò che dovrebbe essere integrato, e perché “le relazioni umane si sovvertono in modo da diventare rapporti di cose nelle quali si ‘cristallizzano’ questi rapporti, e alle quali gli esseri umani sono subordinati come potenze straniere; le relazioni umane si reificano, perdono la qualità di comunicazione diretta e piena. Nella misura in cui l’uomo si ‘reifica’ (si trasforma da essere umano in cosa perché si esteriorizzano le sue qualità umane, si svuota, si impoverisce, si trasforma in un ‘altro’) in quella stessa misura gli oggetti si animano, acquistano proprietà umane e sono dotati di un potere che sfugge al controllo degli uomini…” (1958, p. 148). La teoria si costruì, secondo Bleger, rispecchiando la struttura stessa dell’alienazione e della de-dialettizzazione propria del processo nevrotico: una disarticolazione dell’accadere della drammatica umana in elementi dissociati e, come conseguenza, la paralisi del processo dialettico, ciò che psicoanaliticamente si chiama dissociazioni, secondo Bleger.

Quindi Bleger tratta il punto epistemologico della sua diagnosi generale. Oppone l’approccio naturalista a quello fenomenologico. Secondo il primo, i fatti-fenomeni che studia lo scienziato, trasformati in cose, sono alieni al soggetto che li studia. Al contrario, l’approccio fenomenologico studia i fenomeni così come sono percepiti e sperimentati tanto dal soggetto che li studia come dal soggetto studiato. Secondo Bleger in Freud sono convissuti ambedue questi approcci in contraddizione. Il punto di vista dinamico presuppone un approccio naturalista poiché spiega l’essere umano con entità totalmente aliene a che le studia e a che è studiato. Per Bleger, la conoscenza dei fenomeni trasferali e controtrasferali, così come la configurazione del campo che presuppone la situazione analitica, dovrebbero avere rettificato la teoria medesima. Questa è una delle idee centrali della riformulazione blegeriana. Oppone, pertanto, una comprensione unipersonale-dinamica della situazione analitica ad una comprensione bipersonale o relazionale (sic) che ha come campo i fenomeni trasferali e controtrasferali. O sia che, da un lato, vede una teoria impulsivista, unipersonale e anoggettuale e, dall’altro, una teoria che enfatizza le relazioni oggettuali e che è bipersonale.

Afferma Bleger: “Il processo di alienazione e de-dialettizzazione che concepisco come soggiacente e comune denominatore delle contraddizioni che sto segnalando tra teoria e pratica…”, è presente nel carattere elementarista e non gestaltico della teoria psicoanalitica – e lo equipara con il processo stesso della nevrosi. Il processo di alienazione è, per lui, un processo di de-totalizzazione (separare in elementi, elementarismo). L’idea di de-totalizzazione è un altro modo di parlare della de-dialettizzazione. L’idea di totalità o configurazione dinamica (usando dinamica nel senso del movimento) presuppone che la modifica di uno degli elementi altera la struttura totale del campo di cui si tratta poiché tutti i suoi elementi sono interdipendenti. Porta, come esempio di questo, la sessione analitica, alla quale dedica un lavoro (1958, p. 107). Lì sostiene, per illustrare quest’idea di totalità nel campo clinico, che paziente e analista “formano una Gestalt nella quale niente è occasionale e ciò che succede nei due è condizionato da ciò che succede tra i due e dalla totalità della Gestalt in un momento dato” (p. 116-117)

Sostiene che nell’opera di Melanie Klein vediamo inoltre coabitare l’approccio naturalista-impulsivista con un intento di comprensione in termini di relazioni oggettuali e di gestalt.

Quindi, prende l’assunto della sessualità e dell’aggressività per illustrare la necessità di un movimento di “de-totalizzazione” della teoria così com’è. O sia, non prendere un aspetto parziale e far dipendere da quello la totalità di ciò che accade psichicamente. Per Bleger l’errore sta nell’aver preso ambedue i parametri come elementi privilegiati che strutturano la totalità dei fenomeni “quando dobbiamo capire che tanto l’aggressività quanto la sessualità sono fenomeni inclusi in una totalità”. La visione attuale, secondo Bleger, intenderà la sessualità, per esempio, come una delle vicissitudini di una Gestalt “nella quale privilegiamo le ansietà psicotiche”. Tanto le erpversioni quanto gli altri comportamenti sessuali non devono essere compresi come fenomeni originari bensì come difese e anche, sostiene, come restituzioni psicotiche.

Termina questa parte affermando che la sua diagnosi pretende essere un inventario di problemi e non una critica. La totalità della prassi psicoanalitica, come tutte le prassi, è un processo pieno di contraddizioni e divergenze. Chiariamo che Bleger usa il termine prassi per riferirsi al “processo del conoscere, nel quale coincidono pensiero e azione, la teoria e la pratica, e nel quale si ha un superamento dell’antitesi tra –come diceva Hegel- ‘la unilateralità della soggettività e la unilateralità dell’oggettività’” (1958, p. 111).

Conclude il lavoro con il punto istituzionale, con il come si insegna e si apprende psicoanalisi nelle associazioni. Se comprende che l’istituzionalizzazione è necessaria pensa che anche in questo campo si dà una contraddizione tra gli obiettivi primari di queste istituzioni e alcuni dei suoi risultati. Se l’obiettivo primario della stessa è diffondere, insegnare ed approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica, pensa che questo obiettivo abbia sofferto uno spostamento e che la preservazione dell’istituzione, la necessità della continuazione dell’organizzazione come tale rimpiazzi l’obiettivo primario. Questo porta i membri delle istituzioni a pervenire ad accordi, espliciti o impliciti, su ciò che si intende per psicoanalisi, come la si pratica e la si insegna, ecc., ciò che porta a privilegiare quello che non è pericoloso per l’istituzione. Questa enfasi entra in contraddizione, secondo Bleger, con quella caratteristica, che mette sempre e necessariamente in questione lo stabilito, che presuppone ogni ricerca. L’istituzione comincia a limitare la ricerca o riduce la libertà a quegli aspetti che non toccano gli assiomi accordati. Si ha, nelle istituzioni, un incremento molto grande della formalizzazione che sfocia in burocrazia. Così, afferma Bleger, “… l’organizzazione psicoanalitica nel suo complesso soffre da lungo tempo quel processo di ortodossia, di resistenza al cambiamento, di ricerca di un maggior consolidamento interno promuovendo i cambiamenti verso il fuori”.

 

Haydée Faimberg: Il pensiero dialettico di José Bleger

Haydée Faimberg ritiene che Bleger combini due caratteristiche che non si ritrovano frequentemente in psicoanalisi: essere un pensatore creativo e, allo stesso tempo, rigoroso nelle sue ricerche. Commenta che sebbene l’autore sia poco conosciuto dai lettori di lingua inglese, questa lacuna presto sarà riparata con la traduzione e la pubblicazione, già in corso, di uno dei testi centrali di questo autore: “Simbiosi e ambiguità” (Bleger, 1967). Pensa che Bleger può essere considerato un autore classico nella misura in cui la sua opera è generatrice di nuove idee nel lettore attuale. L’obiettivo del suo lavoro, sostiene, è sottolineare il pensiero creativo e dialettico di Bleger. Ci mette in guardia contro i rischi di ciò che intende come “anacronismo nella lettura”, ossia, attribuire alle idee che Bleger trasmise nel suo tempo un significato che appartiene ai lettori contemporanei. Tuttavia segnala che, per i suoi interlocutori, Bleger anticipò assunti che non hanno potuto essere sviluppati.

Parte dalla lettura del testo di Bleger pubblicato in questo numero. Mette in evidenza prima, per mezzo di una citazione del testo, la critica epistemologica che Bleger realizza rispetto a certe concezioni ingenue che pensano che i fatti “sono qui” e che bisogna solamente osservarli, studiarli e dedurre ipotesi (teorie) a partire da quelli. Faimberg si concentra solamente su come questo influisce sui fenomeni psicoanalitici. Seguendo Bleger, sostiene che tutta la ricerca deve partire dall’esperienza analitica attuale e che tutta la pratica è implicitamente supportata da una teoria. Partendo da questo punto epistemologico, a Bleger interessa il concetto di “praxis”, che allude a problemi vincolati alla complessa relazione tra teoria e tecnica psicoanalitica e anche alle istituzioni psicoanalitiche. Come dice Bleger: “…la totalità della psicoanalisi, la totalità che costituisce e configura la sua prassi è, necessariamente, come tutta la prassi, un processo pieno di divergenze e contraddizioni…”, divergenze e contraddizioni che è necesario non smentire e né ignorare poiché ciò andrebbe a detrimento di una ricerca effettiva. L’esplorazione di queste contraddizioni è al centro del pensiero dialettico di Bleger. Ciò distingue il suo lavoro tra la teoria esplicita di uno psicoanalista e la sua teoria implicita, quella che realmente utilizza nell’esperienza clinica. Haydée Faimberg qui ci ricorda, in una nota, che è stata una dei pionieri nel riattivare, a partire dal 1993 e fino al 2001, in seno della Federazione Europea di Psicoanalisi, gruppi di discussione clinica con uno spirito che è in debito con il pensiero di Bleger e che consiste nell’esplorare il ruolo fondamentale del dialogo nel pensare ciò che non sapevamo di stare pensando. “Così ho sviluppato un metodo per i gruppi di discussione di materiale clinico, nel 2002, conosciuto come ‘l’ascolto dell’ascolto’” (p. 93). Tanto Faimberg che, dopo, Greenberg ricorderanno che fu Joseph Sandler ad introdurre nel mondo anglosassone, nel 1983, la distinzione tra teporie esplicite e teorie implicite.

Bleger oppone, nel suo testo, l’approccio naturalista e quello fenomenologico nel problema epistemologico di cosa è l’oggettività nella scienza. Sosterrà anche, nel testo, che il progetto scientifico di Freud è basato sul modello naturalista. In una nuova nota, questa volta una comunicazione personale di Bleger a Faimberg, commenterà che nel marzo 1972 Bleger progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive, motivo che le impone di omettere ciò che Bleger scrisse sui concetti di Freud in questo e altri suoi scritti.

Quindi riprende il cocetto di ‘campo analitico’, che introdusse Enrique Pichon-Riviére e che fu sviluppato da un insieme di discepoli e, essendo Bleger il più vicino – fa anche una menzione a M. e W. Baranger.

In opposizione all’approccio dinamico Bleger introduce il concetto di ‘dramma’, che definisce come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di eventi che si riferiscono alla stessa vita degli esseri umani considerata come tale”. Bleger segnala, partendo da questo concetto, la divergenza tra il modo di teorizzazione che suppone l’approccio dinamico e la teoria implicita dell’esperienza analitica; sostiene che la psicoanalisi non si è fatta carico, nel paino della rettificazione teorica, delle conseguenze dei fenomeni di transfert e controtransfert e della configurazione del campo analitico.

Dopo questa introduzione, Faimberg situa ciò che chiama “la posizione nucleare” del pensiero di Bleger, che indica che l’esperienza clinica, centrata sulla drammatica, si sviluppa in un processo dialettico. Bleger, citato dall’autrice, sostiene che la disarticolazione del processo o della distribuzione del dramma umano in elementi dissociati paralizza il processo dialettico e presuppone l’alienazione e la de-dialettizzazione dello stesso. Bleger cercherà di studiare questo fenomeno di de-dialettizzazione. Faimberg qui cita il testo di Bleger “Simbiosi e ambiguità” (1967), riproduco la citazione:

“Dover ammettere, così come si fa, l’esistenza dell’identificazione proiettiva-introiettiva per tutti i casi, esige il presupposto che ciascun soggetto sia un ‘sistema chiuso’ e che si comunichi attraverso vari canali con altri esseri umani, mentre l’ammettere la partecipazione come fenomeno originario implica l’ipotesi che l’essere umano cominci o parta da un’organizzazione come ‘sistema aperto’ e che, gradualmente, si vada individualizzando e personificando” (p. 189).

Faimberg riferisce il concetto di sistema aperto al pensiero di Loewald, al suo testo “Io e realtà” (1951) che, per essa, propone un approccio dialettico simile.

A partire dagli anni 60 Bleger sviluppa l’idea che il mondo fusionale originario del paziente, che denomina “nucleo agglutinato”, è stato scisso. Su questa idea Bleger propone un nuovo concetto (una nuova posizione): la posizione ghlischro-carica, il cui sostrato è il nucleo agglutinato, posizione che precederebbe la posizione schizo-paranoide.

Poi l’autrice passa a commentare l’idea della dialettica dell’inquadramento secondo Bleger, portando come referenza il suo testo “Psicoanalisi dell’inquadramento psicoanalitico”, tradotto precedentemente nell’IJP. Questo testo parte dall’idea della ritualizzazione dell’inquadramento come sintomo della pratica psicoanalitica e come resistenza al cambiamento. Il problema che si pone è il seguente: com’è possibile mantenere l’inquadramento analitico, necessario per lo sviluppo del processo, e allo steso tempo, superare la sua ritualizzazione? Faimberg cita la tesi centrale di Bleger con le sue parole: “In realtà ci sono due inquadramenti”, uno, quello che lo psicoanalista propone, mantiene ed il paziente accetta, e, due, “un inquadramento del mondo di fantasia sul quale il paziente proietta”. “La cornice è l’implicito da cui dipende l’esplicito”. L’inquadramento è muto fino a che, in qualche momento dell’analisi, comincia a parlare. Questo riconoscimento dei due inquadramenti con una differenza tra essi permette all’analizzando, secondo Faimberg, di riconoscere l’alterità dell’analista. È un momento di interpretazione.

Faimberg espone brevemente un materiale clinico che Bleger lavora nell’articolo citato. Sostiene che la sua ipotesi è che sia in questa interpretazione, per mezzo della quale l’alterità dell’analista è riconosciuta, che si sviluppa il “superamento” (aufhebung). Chiarisce che, secondo lei, riconoscere l’alterità dell’analista non significa riconoscere la persona reale dell’analista. Il riconoscimento ha due facce: da un lato, la funzione analitica che sostiene il transfert e, dall’altro, l’analista come altro differenziato dal paziente. Secondo questa autrice, la sua posizione è in linea con Loewald e Bleger, nella misura in cui intende che il transfert non è solamente ripetizione ma anche creazione. Questo superamento per mezzo dell’interpretazione, conclude, è possibile dall’analisi “in silenzio” che l’analista fa della sua posizione controtransferale.

 

Commento di Jay Greenberg

Greenberg definisce il testo un manifesto più che un argomento. Anticipa, secondo lui, molte delle controversie più importanti che hanno preoccupato gli analisti da quando l’articolo fu pubblicato. Porta il segno, nel suo sviluppo, della visione che caratterizza la psicoanalisi del Rio de la Plata (rioplatense), secondo l’autore.

Greenberg cerca di guardare, da un lato, il testo di Bleger nel suo contesto storico, ossia, come parte di un gruppo di pensatori che abitano quelle latitudini, il Rio de la Plata; dall’altro latostabilisce similitudini e differenze con movimenti di apertura propri degli Stati Uniti d’America, poiché pensa che anche lì si posero alcuni problemi simili.

Il suo commento affronta esplicitamente tre assunti:

1) qual è il linguaggio proprio del discorso psicoanalitico e le implicazioni per la comprensione della situazione analitica;

2) il ruolo del controtransfert e la sua relazione con l’epistemologia psicoanalitica;

3) alcune riflessioni sulla sessualità ed il suo ruolo etiologico.

Nel primo punto riprende la differnza che realizza Bleger tra la teoria/linguaggio formale della psicoanalisi e la teoria dialettica/drammatica della stessa. La prima si caratterizza per la sua concezione dinamica della mente, la sua comprensione dell’individuo come un’entità isolata, in generale, per una comprensione della mente come un sistema chiuso; la seconda, per una comprensione drammatica e dialettica che apre la teoria formale e personalizza ciò che viene sollevato da quest’ultima nei termini meccanicisti della metapsicologia.

Oltre a evidenziare altri autori rioplatensi, come i Baranger, che sviluppavano assunti paralleli a quelli che Bleger sintetizza in questo lavoro, Greenberg segnala come negli USA, all’inziio della decade dei ’70, anche figure come Merton Gill, George Klein o Roy Schafer discutevano se il linguaggio della metapsicologia freudiana fosse il più idoneo per dar conto della clinica psicoanalitica. Schafer pubblicò, nel 1976, un libor il cui titolo è: “Un nuovo linguaggio in psicoanalisi”, libro che discuteva in forma radicale la concezione energetica e metapsicologica freudiana ma che, a dire di Greenberg, non usciva dal quadro unipersonale. Perciò l’autore segnala, allo stesso tempo, che questa similitudine nella discussione è un’originalità propria della psicoanalisi rioplatense: costituiva il movimento da una psicologia di un persona verso, come dice Bleger nel testo, una psicologia di due persone. Ricordiamo che Bleger porta come referenza centrale di questo movimento al bi-personale la necessità che la teoria si costriusca ome una riflessione intorno alla situazione clinica intesa come un campo transferale-controtransferale.

Mentre i dissidenti americani avevano come sottofondo la Psicologia dell’Io, gli psicoanalisti rioplatensi avevano come tradizione dominante il pensiero della Klein e, molte volte, di Fairbairn.

Per Bleger il cambiamento di linguaggio della psicoanalisi è intimamente vincolato ad una realtà fondamentale: la situazione analitica è una gestalt irriducibile e qualsiasi tentativo di teorizzare un elemento isolato presuppone un violentare il fenomeno. Bleger si fa eco, in questo senso –sostiene Greenberg- tanto delle idee di Pichon-Riviére quanto di Racker.

Nel secondo punto, Greenberg affronta la questione del controtransfert. La compresione di Bleger della situazione analitica come una totalità presuppone delle modifiche nella sua comprensione. In questo senso Bleger si colloca sulla scia della singolarità della riformulazione del controtransfert che, negli anni 50, si realizza nel Rio de la Plata e che differisce in aspetti importanti tanto da questo stesso giro in Inghilterra quanto, certo, dalla concezione freudiana classica che rimaneva dominante in altre parti del mondo psicoanalitico. Domande sul fatto se il controtransfert sia o no fonte di informazione (dati) rlevante per la situazione clinica, se può essere strumentalizzata o no, ecc., sono alcune delle questioni intorno alle quali ruotavano questi dibattiti. La svolta degli anni 50 presuppone il considerare che il controtransfert era onnipresente e non patologico: non poteva più essere escluso da ciò che accadeva tra i partecipanti ad un trattamento. Eppure, come vedremo in seguito, ci sono stati diversi modi di comprenderlo.

Greenberg sostiene che il termine controtransfet sia, nel suo nucleo, un ossimoro: “… perché il primo elemento del termine –contro- implica che è reattivo, stimolato da qualcosa di fuori che impatta nel soggetto dell’esperienza. Però il secondo elemento ha una connotazione differente: ci ricorda che il controtransfert è, dopo tutto, un tipo di transfert e che, classicamente definito, è proprio la componente dell’esperienza che emerge in maniera endogena, che modella l’esperienza del soggetto del mondo degli oggeti più che esserne influenzata” (p. 1010). Dunque il controtransfert evoca simultaneamente una strutturazione attiva del mondo dell’oggetto e la nostra reattività allo stesso.

Il problema che si pose dopo della svolta degli anni 50 fu come interpretare e lavorare con questo concetto. C’erano, schematicamente, due grandi correnti che Greenberg mette in relazione ai significati in conflitto nel termine stesso che viene posto. Da un lato, coloro che enfatizzano la prima parte, il “contro” del termine, e vedono nel paziente l’unico agente attivo del processo: l’analista sperimenta certe cose però queste esperienze riflettono il modo in cui il paizente ha agito su di lui. Paula Heimann parla del controtransfert come “creazione del paziente… parte della personalità del paziente” (1950, p. 83). Il concetto di identificazione proiettiva è il perno concettuale di questo tipo di comprensione. Questo modo di comprendere il controtransfert, afferma Greenberg, preserva l’essenziale del modello unipersonale della mente. Dall’altro lato ci sono quelli che hanno dato la priorità alla contraddizione stessa che il termine solleva dialettizzandola, ciò che conduce questo concetto in un luogo molto diverso. Sono gli autori della psicoanalisi rioplatense, nella linea di Pichon-Riviére e Racker. Il pensiero dialettico articola le relazioni di oggetto, interne ed esterne, creando una nuova Gestalt –che definisce le relazioni tra le persone. Essere coscienti diq eusta Gestalt rende impossibile sostenere e supporre –sostiene Greenberg- che l’analista sia solamente recettivo o solamente attivo. Anche Racker, sebbene non usi il concetto di gestalt, è sulla stessa linea. Esempio di quest’ultimo è la sua idea del “mito della situazione analitica” (1957, p. 308). Per lui la situazione analitica è co-creata in modo tale che è difficile –se non impossibile- attribuire l’attività e/o la passività. Greenberg sostiene che possiamo vedere anche nel concetto di “terzo analitico” di Thomas Ogden un parallelo attuale di questi pensieri.

Successivamente passa alla distinzione che Bleger fa tra versioni naturaliste o fenomenologiche del processo analitico. L’approccio fenomenologico ha implicazioni importanti nel suo modo di osservre e teirzzare il processo che accade nell’inquadramento psicoanalitico.

Greenberg conclude questo paragrafo sostenendo che: “Sebbene non utilizzo questo termine, la drammatica di Bleger e la sua visione della situazione analitica come una gestalt o campo prefigurano, molti anni prima, le teorie contemporanee dell’enactment (messa in scena). La sua visione (condivisa da molti nel Rio della Plata) rimane controversa oggi; l’enactment è onnipresente e continua lungo tutto l’incontro analitico” (p. 1013).

Nel terzo punto affronta il dibattito sulla sessualità e la causalità. Bleger, molto presto (1958) avanzò una serie di critiche rilevanti al concetto di istinto. Per lui Freud arriva al concetto di istinto perché portò le forze che agiscono al di fuori del contesto dei processi psicologici e del loro interazoine. Questo isolamento ha portato a considerarle alle spalle del comportamento. Non si deve pensare gli istinti al di fuori delle situazioni interpersonali nelle quali appaiono: “… ciò che appare come pulsione, sostiene Greenber, è una proprietà emergente dei contesti interpersonali”. In questo senso, argomenta, la posizione di Bleger è più radicae della revisione nordamericana: “lui cerca di fare di più che liberare la teoria pulsionale dalla sua impalcatura impersonale e meccanicista. Piuttosto, la sua intenzione è liberarsi tanto da essa quanto da un primo movimento endogeno, invertendo la conoscenza ricevuta della direzione della causalità psicologica. Le pulsioni non creano le situazioni, argomenta; le situazioni creano le pulsioni” (p. 1014).

Riprendendo il tema della sessualità e dell’aggressività, Greenberg sostiene che Bleger discute il suo privilegio motivazionale. Comprendere tanto la sessualità quanto l’aggresività dalla loro inclusione nella totalità, come sostiene Bleger nel suo lavoro, riformula il loro statuto. La visione di Bleger, sostiene l’autore, risuona con le critiche di Fairbairn o Kohut. Ma, continua, il punto di arrivo di Bleger è diverso: per lui la sessualità è una delle vicissitudini della gestalt nella quale Bleger dà priorità alle angosce psicotiche.

Ciò che è notevole di questo lavoro, conclude Greenberg, è sia che i suoi temi sono universali quanto, d’altra parte, che siano propri di quella particolare e creativa comunità rioplatense dalla quale emergono.

 

Commento personale

In primo luogo vorremmo segnalare l’importanza che ha, a nostro modo di vedere, la rilettura degli psicoanalisti creativi di diverse latitudini che ci offre questa sezione dell’IJP. Siamo convinti del fatto che la conoscenza della storia concettuale e situazionale della psicoanalisi aiuti a far sì che la problematizzazione dei suoi concetti abbia oggi consistenza e ricchezza. Inoltre troviamo molto soddisfacente, soprattutto, il recupero di pensatori del Rio della Plata che svilupparono un pensiero originale e personale grazie alle libertà che, tra le altre cose, permette l’abitare nelle periferie dei centri di potere.

Il lavoro di Bleger, come sergnala Greenberg, è più un manifesto che un argomento. La sua brevità forze ciò che Freud denoiminava la “esposizione dogmatica” delle sue idee (1940). Ma incontriamo questi argomenti già in un suo libro del 1958 così come nell’insieme della sua opera. Intento ambizioso, quest’ultima, come segnala Ricardo Bernardi (2009), poiché dirige le sue energie e inquietudini verso aree molto differenti: la psicoanalisi, l’ambito istituzionale così come la sua partecipazione attiva nelle questioni sociali e nelle politiche nazionali o di indole identitaria (vedasi le sue parecipazioni al Congresso Ebraico Mondiale o le sue riflessioni sulla situazione in Medio Oriente). Bleger era un uomo che affrontava le sfide, che affrontava gli stereotipi –sociali, istituzionali e del pensiero (come mostra in questo lavoro)- e solamente una morte prematura –aveva solo 50 anni- gli impedì un maggiore sviluppo.

Il lavoro che ci impegna e i commenti di questi psicoanalisti di spicco ne è una chiara manifestazione: il clinico, il teorico, l’istituzionale e l’espistemologico si articolano in ciò che definerei un “linguaggio dell’epoca” che oggi, forse, è poco indicativo per alcuni lettori. Il mio utilizzo dell’espressione “linguaggio dell’epoca” non ha niente di peggiorativo, al contrario. Penso che articoli questioni che oggi hanno un grande valore sebbene la terminologia in uso sia diversa.

Metterei in evidenza solo alcune questioni che questi lavori mi hanno suscitato, centrandomi fondamentalmente sui commenti al lavoro di José Bleger.

In primo luogo vorrei segnalare che tanto Faimberg come Greenberg evidenziano l’opposizione che fa Bleger tra “teorie esplicite” e “teorie implicite” in psicoanalisi. Ambedue, in nota, accennano al testo di Sandler del 1983 nel quale si utilizza questa opposizione. Tuttavia credo interessante chiarire che gli usi che ne fanno l’uno e l’altro, Bleger e Sandler, hanno delle differenze. Già solamente richiamare l’attenzione su questo fatto ha un effetto di ampliamento di prospettiva e di discussione che è interessante in se stesso.

Sandler propone l’uso più comune che oggi ha questa differenza. Tutti sappiamo che nella comunità analitica convivono differnti forme di comprendere tanto il funzionamento psichico quanto la situazione clinica; ma Sandler va più in là di questa costatazione: afferma che gli psicoanalisti, in forma inconscia, assumono determinati modi di stare nella clinica, di lavorare, che sono organizzati da teorie implicite o private e che molte volte, anche se non intenzionalmente, non le esponiamo perché non considerate abbastanza “kosher”, come dice Sandler, cioè, “pure”, che non si accordano a quella teoria ufficiale, esplicita e pubblica che un detemrinato individuo o gruppo sostiene. Così, afferma Sandler, “Ho la ferma convinzione che la ricerca delle teorie implicite o private degli psicoanalisti clinici apra una grande nuova porta nella ricerca psicoanalitica” (1983, p. 38).

Da parte sua, l’opposizione che rileva Bleger ha un altro fine poiché si rivolge, credo di capire, ad una certa universalità che deriverebbe dalla stessa pratica della psicoanalisi. Per Bleger, la clinica psicoanalitica mette in evdenza, come lui sostiene, il carattere bipersonale o relazionale di detta pratica, la sua essenza drammatica, e questo va al di là, per come lo capisco io, delle teorie implicite che ciascun analista può avere nel portare avanti un trattamento. Ci sarebbe un “implicito” della pratica psicoanalitica stessa che veniva negato, disconosciuto, nelle formulazioni teoriche di ciò che lì stava accadendo. Questa tesi è totalmente coerente con le critiche di Bleger alle diverse mitologie (1958, 1973) che molte volte accompgnano le teorizzazioni. Ricordiamo la tripla mitologia che non cessava di denunciare: il mito dell’uomo naturale, dell’uomo isolato o dell’uomo astratto.

In secondo luogo mi è sembrato interessante come ambedue gli autori, in modi differenti, mettono in relazione il lavoro di Bleger con psicoanalisti che hanno sviluppato il proprio pensiero in ambito americano. Faimberg suggerisce un’articolazione, che trovo molto affascinante, tra il pensiero di Bleger e quello di Hans Loewald, in relazione all’opposizione tra sistema chiuso e sistema aperto. Bleger sostiene, nella citazione estratta da Faimberg, che è necessario partire dall’idea di “partecipazione” nel mondo come fenomeno originario, ossia, che l’essere umano inizia come parte di un “sistema aperto” che si personalizza gradualmente. Da parte sua, Loewald, dall’inizio dei suoi lavori (1949), richiamò l’attenzionesulla necesità di intendere il narcisisimo primario come uno stato di indifferenziazione tra il bambino ed il suo mondo che, progressivamente, si va differenziando. La sua successiva idea di “densità primaria” cercherà di dare conto dell’origine della relazione d’oggetto discriminata a partire da questo “sincretismo” primario, per usare l’espressione di Bleger. Certo, ci sono stati molti altri autori che affrontarono questi problemi in sintonia con queste formulazioni: Winnicott o Balint, solo per citarne alcuni. Continuo a pensare che il segno più chiaro in Bleger sia il pensiero di Fairbairn, considerato oggi come il più rigoroso e raffinato rappresentante di una teoria delle relazioni oggettuali non istintivista. Nella sua opera incontriamo anche l’opposizione tra sistema aperto e chiuso (quello della nevrosi, secondo lui), che gli permette di partire da un concetto di “identificazione primaria” [inteso] come indifferenziazione soggetto-oggetto, che Bleger usa nel suo libro “Simbiosi e ambiguità”. Non possiamo non segnalare, tuttavia, l’influenza di M. Malher nell’opera blegeriana, soprattutto della sua idea di “simbiosi”, discutendo poi Bleger l’idea di “autismo primario” di questa autrice. Questo insieme di riferimenti permisero a Bleger, probabilmente, di uscire da ciò che lui riteneva fossero i “sistemi chiusi” del kleinismo della sua epoca.

Da parte sua, Greenberg, ci consente di scrutare gli sforzi che negli Stati Uniti si facevano, nello stesso periodo, per far fuoriuscire la psicoanalisi dall’“istintivismo”, dall’astrazionismo (metapsicologia) o dall’isolamento unipersonalista. Gli esempi più rilevanti sono la Psicoanalisi interpersonale (ricordiamo che negli anni 70 erano già stati pubblicati da qualche tempo autori come Edgar Levenson o Benjamin Wolstein), Georges Klein o Roy Schafer –solo per citare i più rilevanti.

In terzo luogo vorrei insistere nel riferimento a Racker che ha fatto Greenberg. Allude al concetto di “mito della situazione analitica” che pone nei sui “Studi di tecnica psicoanalitica” (Liberman A., 2007). Questo “mito” che la comunità analitica sosteneva, secondo Racker, per differenti ragioni vincolate all’esercizio del potere e a quello nevrotico, è articolato, a sua volta, con l’altra serie di “miti” che Bleger sviluppò.

Per mito intendiamo, qui, una credenza o un sistema di credenze che, come Freud disse in relazione al feticismo, è basato sulla negazione e sulla scissione. Questa mitologia include tanto “ideali irreali infantili”, ossia la difficoltà ad accettare di “essere bambini e nevrotici pur essendo adulti e analisti” (Racker, p. 228), come un certo ideale “ossessivo” di oggettività, ironizza Racker, inteso come esclusione della soggettività, che traduce il “mito dell’analista ‘senza angoscia e senza rabbia’”; per ultimo –per non citare che un altro mito ricorrente- quello che M. Little denominò il “mito dell’analista impersonale” (1950).

Vediamo come Racker definisce il mito della situazione analitica:

“Se si vuole considerare il “mito della situazione analitica”, si potrebbe iniziare deicendo che l’analisi è una questione tra un malato e un sano. La realtà è che è una questione tra due personalità il cui Io viene pressato dall’Es, dal Super Io e dal mondo esterno, ciascuno con le proprie dipendenze interne e esterne, angoscie e difese patologiche, ciascuno, altresì, un bambino con i propri genitori interni, e rispondendo, tutta questa personalità tanto dell’analizzato come dell’analista, a ciascuno degli accadimenti della situazione analitica” (p. 230-231).

Racker riprende, in una nota a pié di pagina, un altro fattore presente sul disconoscimento di questa situazione: i residui dell’ordine patriarcale che agiscono in un certo modo per costruire lo spazio analitico. Tuttavia, lo smontaggio o la decostruzione di questo ordine non comporta, necessariamente, la confusione tra mutualità e simmetria. Qualche anno fa L. Aron (1996) sviluppò ampliamente questo assunto e sostenne la necessità di differenziare ambedue i concetti. Mentre la mutualità, in termini di impatto e regolazione reciproca, è parte inerente della situazione analitica, anche l’asimmetria o “dissimmetria” –come la chiamano i Baranger- in termini funzionali lo è. Tornando alla definizione di Racker, abbiamo definito in precedenza che ciò che è negata, nel mito della situazione analitica, è la dimensione interattiva e bipersonale che le è propria. Questa negazione è stata una delle caratteristiche più salienti della storia della psicoanalisi (Mitchell, 1997). Riconoscendo l’inevitabilità di questa dimensione e, pertanto, la reciproca influenza nel processo analitico, permette che, come sostiene Mitchell, “… ne maneggiamo l’effetto in modo più responsabile quando riflettiamo su di esso, apertamente, dentro noi stessi e, in momenti molto importanti, con i pazienti (2000, la traduzione è mia).

In quarto luogo vorrei segnalare un aspetto dei progetti istituzionali di Bleger: la costituzione di un istituto di insegnamento per coloro che, per diverse ragioni, non vogliono o non possono fare la propria formazione nell’Istituto di Psicoanalisi dell’Associazione Psicoanalitica Argentina (allora si ammettevano solamente medici, e non gli psicologi). Insieme ad altri quattro psicoanalisti (Jorge Canestri, Cecilia Millonschik, Emilce Dio Bleichmar e Hugo Bleichmar) si decise di creare una scuola di formazione psicoanalitica. Il progetto avanzò, si delinearono i criteri fondamentali dell’insegnamento da sviluppare, si elesse un nome per la scuola (“Dianoia”, in greco: “ragione discorsiva”, che è l’acquisizione della conoscenza per mezzo della ragione rispetto a presunte consocenze acquisite in forma intuitiva e immediata). Si raggiunse anche la fase in cui era pronta la pubblicità per annunciare la scuola ma il progetto si fermò a quel punto a causa di problemi di rapporto istituzionale con l’Associazione Psicoanalitica Argentina. (Comunicazione personale di Hugo Bleichmar a Ariel Lieberman).

Infine, vorrei concentrarmi sugli stili e le forme che hanno avuto i commenti del testo. Presentiamo, prima, questi due rinomati psicoanalisti per coloro che non li consocono. Jay Greenberg è un’analista di formazione (didatta) e supervisore del William Alanson White Institute. Questo istituto fu la culla della psicoanalisi interpersonale dalla quale sono nati molti dei più influenti psicoanalisti relazionali contemporanei (vedasi Stephen A. Mitchell, amico personale e co-autore di Greenberg nel 1983. Da parte sua Haydée Faimberg è un’analista di formazione e supervisore della Società Psicoanalitica di Parigi, appartenente all’IPA. La sua formazione analitica inizia a Buenos Aires, ciò che lascerà un’impronta e un’interazione permanente nella sua opera, e, successivamente, si sviluppa a Parigi negli ultimi decenni.

Nel lavoro di Greenberg abbiamo una lettura molto attuale del pensiero di Bleger. Sensibile agli sviluppi del pensiero relazionale, vede nella sua opera un illustre antenato poco conosciuto negli ambienti di lingua inglese. Il testo è chiaro, dà priorità al contesto storico del pensiero di Bleger –probabilmente molto più accessibile a lui per l’impatto che ha avuto, al tempo, il libro di Racker negli USA- soprattutto sui mezzi di comunicazione interpersonale- e per le recenti traduzioni che l’IJP e altri stanno facendo dei testi dei Baranger. Il suo paragone con gli sviluppi americani ci sembrano interessanti e, anche, la capacità di cogliere l’originalità del pensiero rioplatense. Probabilmente molto di questo stile, oltre ad essere una qualità di scrittura, risponde ad una maggior distanza personale dal pensiero di Bleger, se si considera il testo.

Da parte sua il testo di è pieno di ciò che vorrei chiamare “lisci” o “ambivalenze”, sicuramente dovute ad una lunga storia di controversie, esterne o interne, con l’opera di José Bleger (come probabilmente le mie con il suo pensiero). Nonostante sia un testo che risalta alcune caratteristiche senza dubbio centrali del pensiero di Bleger, l’impressione del lettore –la mia, in ogni caso- è che ha molto da discutere con lui ma che, in questo testo, mette in sordina l’argomento poiché non è il luogo ideale per discuterlo o che la brevità dell’esposizione non le permette di toccare questo o quel tema. Ho rivisto, nella mia lettura di questo breve testo, sette argomenti di questo tipo che impediscono un possibile sviluppo in luoghi che, a mio avviso, risultavano significativi in quanto erano i temi più polemici o più rivelatori di una posizione critica di Faimberg verso il pensiero di Bleger. Ne segnalerei uno che mi è risultato particolarmente curioso: a p. 984 riferisce che Bleger afferma che il progetto di Freud è soggetto e inscritto dentro un modello naturalista ma segnala anche che c’è un altro Freud in contraddizione con questo approccio. In una nota Faimberg ci racconta, come comunicazione personale, che nel marzo 1972, Bleger “progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive”. Questa è la ragione, suggerisce l’autrice, per la quale ometterà ciò che Bleger scrive in questo e altri lavori sui concetti di Freud. Credo che questa nota mi colpì per varie ragioni: da un lato, perché non riesco a capire il fatto di non discutere un tema perché si pensa che l’autore in questione avrebbe detto che avrebbe realizzato un seminario, ecc. Bleger, di fatto, nella sua opera scritta, ha detto molto, ha dibattuto molto e salvato molto del pensiero di Freud, e difficilmente penso che ci incontreremmo con un Freud che, e questa è la mia impressione fondamentale, fosse più in sintonia con Faimberg o che gli permetta di accordarsi maggiormente con la lettura che fece Bleger. D’altro lato, mi ha colpito come trascuri la forte discussione della metapsicologia freudiana che realizza Bleger.

 

Penso che Bleger sia più vicino a Laplanche quando quest’ultimo sosteneva che l’opera di Freud è piena di contraddizioni, come l’opera di tutti i grandi pensatori, che ci sono vari Freud e che, sulla base di un lavoro rigoroso sulla sua opera, si dovrebbero fare “elezioni” [“scelte”], queste ultime, senza dubbio e inevitabilmente, aggiungo, a seconda dei nostri interessi e problemi attuali. In questo senso penso che ubicare un autore nel suo contesto storico di produzione non ci impedisce di incontrare risonanze, chiavi di lettura e aperture per il nostro pensiero attuale.

 

Bibliografía

Aron, L. (1996). A Meeting Of Minds. Hillsdale, Nj: Analytic Press.

Bernardi, R. (2006), “El itinerario de José Bleger: caminos abiertos”. Jornada de Homenaje al Dr. José Bleger, 17-18 de Noviembre, Buenos Aires, Facultad de Psicología de la Universidad de Buenos Aires (UBA).

Bleger J. (1958). Psicoanálisis y Dialéctica Materialista. Buenos Aires. Paidós.

Bleger J. (1967). Simbiosis y ambigüedad. Estudio Psicoanalítico. (4ª ed.) Buenos Aires: Paidós.

Bleger J. (1969). Teoría y práctica en psicoanálisis. La praxis psicoanalítica.Revista Uruguaya de Psicoanálisis, XI, 287-303. También publicado en: Revista de Psicoanálisis, 2003, LX, 4, 1191-1104.

Bleger J. (1973). La Asociación Psicoanalítica Argentina, el psicoanálisis y los psicoanalistas. Revista de Psicoanálisis, XXX, 515-528.

Greenberg, J. And Mitchell, S.A. (1983). Object Relations In Psychoanalytic Theory. Cambridge, Ma/London: Harvard Univ.Press

Klein, G. S. (1970). ¿Dos teorías o una? Perspectiva para el cambio en la teoría psicoanalítica. Revista de Psicoanálisis, XXVII, 553-594.

Levenson, E. (1972) The Fallacy of Understanding, New York, Basic Books.

Liberman, A. (2007) Algunas contribuciones de H. Racker y M. y W. Baranger a la tradición del Psicoanálisis Relacional, CeiR, Vol 1 (2), diciembre

Loewald, H (1949-51) Ego and Reality, en The Essential Loewald, 2000, Maryland, University Publishing Group,.

Mitchell, S. A. (1997). Influence And Autonomy In Psychoanalysis.Hillsdale, Nj:Analytic Press

Politzer, G. (1928) Critique des Fondements de la Psychologie, Paris, PUF (edición de 1967).

Racker, H. (1960). Estudios Sobre Técnica Psicoanalítica. Buenos Aires : Paidós.

Sandler, J. (1983). Reflections on some relations between psychoanalytic concepts and psychoanalytic practice. Int.J.Psychoanal., 64, 35-45.

 

(pubblicato nella rivista n° 043 di “aperturas psicoanaliticas” – revista intenracional de psicoànalisis, www.aperturas.org. Il titolo originale dell’articolo è “El pensamiento dialectico de José Bleger” e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di Lorenzo Sartini)

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Lettera a Pichon Riviére

Sab, 07/11/2015 - 11:25

di Alejandro Scherzer

I) Il mio vincolo con il Grande Maestro: E. Pichon Rivière.

Alla fine del 2006, Ana M. Pampliega ha avuto la cortesia di invitarmi al tributo realizzato dalla 1° Scuola di Psicologia Sociale della Repubblica Argentina e la A. P. S. R. A. (Associazione degli Psicologi Sociali della Reppublica Argentina) in occasione della commemorazione, nel giugno 2007, dei 100 anni di Pichon Rivière.
Si celebravano anche i 50 anni della Psicologia Sociale Argentina e i 40 anni della fondazione della Scuola. Di fronte a questo onore, accettai subito.
Inoltre, ci chiese, anche ad altri colleghi, un breve contributo da divulgare prima dell’evento per pubblicarlo sul sito web della Scuola.
In quell’occasione, ho voluto far conoscere un aspetto del mio rapporto con il Grande Maestro: da un sogno con Pichon Rivière.
Quello che leggete in seguito, è stato inviato come risposta alla richiesta fatta.

Per: caballeroandanteEPR@orillasdelplata.com
C.C: a pag. Web Omaggio a Pichon Rivière
Oggetto: dall’altra parte del fiume (Rivière).

Stimato Pichon Rivière, caro Maestro:
È con grande emozione che mi metto in contatto con Lei dopo più di trent’anni.
Grazie alla sensibilità di Ana Quiroga e di Joaquín P. R., ho avuto il Suo nuovo indirizzo di posta elettronica e so, per certo, che solo pochissime persone lo conoscono.
Sono quell’uruguaiano che, nel 1975, lasciò a casa Sua i miei primi scritti che mi legano alla Psicologia Sociale che Lei fondò –insieme ad altri “hidalgos” che l’hanno seguita, ispirati nelle “Strategie Terapeutiche” e nell’ “Approccio Pluridimensionale”.
Racconto spesso il lapsus che ho avuto quando abbiamo parlato al telefono alcuni giorni dopo. Volevo sapere il parere che meritavano i miei lavori e, volendo dire che ero uno grandemente dedito alle sue idee, ho detto che ero ““un gran adicto” (tossicomane) delle sue idee”. Sono stato molto preoccupato per un po’ di tempo, per questo lapsus, pensando come avrebbe Lei preso quelle parole. Più tardi ho capito che era stata la cosa migliore che Lei avrebbe potuto sentire da un giovane uruguaiano appena laureato in Psicologia Sociale, dalla Sua Scuola e dall’altra parte del fiume.

Avendo il privilegio di conoscere la Sua posta elettronica, invio questa mail per congratularmi con Lei con tutto me stesso, per questi anniversari così importanti: Il Suo e quello della Sua Scuola. E colgo l’occasione per raccontarLe che ho provato, insieme ad altri, a portare avanti, con una certa originalità, le Sue idee, nel mio paese. È stato da quando Bauleo, un precursore, un altro Grande Maestro, nel 1967 – sempre 40 anni fa-, arrivò a questa riva del “Plata”. Abbiamo un altro compleanno da festeggiare come può vedere. So che, pur essendo così impegnato a scrivere nuovi argomenti ed essendo un viaggiatore itinerante del mondo, vorrei presentarLe alcuni dei miei contributi. Così come continuo a pensarli, come cerco di risolverli alla luce della pratica. Sempre dalla pratica. Pichon, il Suo pensiero è vivo. A Montevideo noi diciamo: “Vivo e vegeto”. Non so se lei sa che, in uno degli omaggi che la Scuola Le organizzò, nel 2000, presentai un lavoro intitolato “Il pensiero vivo di EPR”, in un tavolo indimenticabile insieme a: Ana Quiroga, Fidel Moccio, Marcos Berstein, Alberto González.

ALEJANDRO SCHERZER

“Il pensiero di EPR, per noi, è un punto di riferimento…” dicevo all’inizio del lavoro, e ho sviluppato quello che per me è stato il suo maggior contributo nel campo della pratica clinica e gruppale: il concetto di EMERGENTE. E ho spiegato anche il perché. Non sono il suo ripetitore, neanche la suo eco. Mi sento un sostenitore e contribuisco allo Schema Aperto Pichoniano. Porto e apporto.
Tento di coniugare il suo pensiero, base della nostra pratica sociale in questo tempo. Coniugare, giocare con, estrarre il succo, per creare, per produrre strumenti, materie prime, per la pratica psicosociale. Con il peso degli anni, oso dirLe che la vedo come un “baqueano” nel mondo, un esperto nello sfidare le correnti avverse quando si è sulla barca.
Io mi vedo come un rabdomante nella mia terra, passo dopo passo, colpendo i due pezzi di legno -come fanno loro- per vedere in quale punto del terreno bisogna scavare per trovare, con alta probabilità, una sorgente d’acqua sotterranea. Come potrà vedere, quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive.
Pichon –mi piace come soprannome rispettoso- preferisco non racchiudere la Psicologia Sociale definendola “Psicologia Sociale Pichoniana”, perché così finiremmo soltanto per ripetere le sue idee iniziali –geniali a quei tempi- ma rimanendo impantanati nel passato. Ancora di meno, ridurla a una Psicologia degli ambiti o a una Psicologia di gruppi operativi.
Preferisco chiamarla “Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana. La Psicologia Sociale Operativa (come altri preferiscono)”. Mi interessa sottolineare di più la radice anziché l’origine.

Pichon, il suo pensiero vivo è emancipazione. Decentra il soggetto dall’individualismo attraverso il gruppo. Collettivizza, rende coscienti, punta alla liberazione delle condizioni concrete quotidiane dell’esistenza. È in movimento! Non è più quello di prima, stava cambiando. Si è evoluto, è quello di adesso. Come molti dei suoi compatrioti dicono: “lui ci ha (E) arricchiti, (E) arricchendoci…”. È qui in giro, viene, sta con noi, dentro di noi, ci accompagna, ci sostiene.
Sa una cosa, aggiungerei –se qualcun’altro non l’ha fatto prima- che lei continua ad essere parte di ognuno di noi che ci siamo ispirati in quella fonte inesauribile e illimitata: “Enrique essendo noi…”

Senza false modestie, credo che ho imparato da lei a sviluppare un certo pensiero connettivo complementare, e ad aprirlo. Nelle mie produzioni c’è qualcosa di questo.
Voglio raccontarle qualcosa di incredibile che mi è capitato nel 2003.
Ho sognato con Lei.
Il sogno era così: lei era in piedi sul ciglio della porta di casa mia, un edificio di appartamenti, Vidal 715. Vestito con un gilet scuro, camicia bianca con maniche lunghe, pantaloni scuri, capelli bianchi, barba anche sul mento e baffi bianchi. Era alto e snello. Sorrideva e diceva alla gente che stava arrivando a una conferenza che io tenevo a casa mia: “Avanti… passate, passate…” E gli consegnava con la mano sinistra una sorta di programma sulle attività, mentre salutava stringendogli la mano destra. Era ancora presto, e c’erano poche persone nella sala. In quel momento, sono arrivate due Psicologhe amiche e discepole mie, che erano state detenute durante la dittatura in Uruguay, per la loro militanza politica. Pichon, lei era molto simile, fisicamente, a un ex Decano di Architettura della nostra Università della Repubblica che arrivò ad essere Presidente dell’Assemblea Generale del Claustro, massimo organo dell’Università del co-governo universitario.
Lì, in piedi, irradiava un’energia imponente, trasmetteva una vibrazione “molto speciale”, tale come quella che ho sentito quando la vidi per la prima volta entrando alla Scuola, salutando tutti quelli che si incontravano sul proprio cammino.
Questo è stato il sogno.

Queste Psicologhe mi raccontarono, una volta libere, nella democrazia, che quando erano detenute nel penitenziario femminile, ricordavano molto il loro gruppo di appartenenza della formazione in Psicologia Sociale, e quello gli dava speranza. Loro hanno lavorato clandestinamente, insieme ad altre detenute, con il gruppo operativo, sui compiti della convivenza all’interno del carcere. Né più né meno. Hanno trasgredito le regole del carcere, coordinando in maniera operativa il loro Gruppo!.. è come il momento della verità degli strumenti appresi!!!

Ho fatto tantissime interpretazioni personali, con diversi episodi della mia storia, a causa delle mie associazioni che ora sono irrilevanti. Ma è stato soltanto un sogno? O lei è passato a casa mia? Per abilitarmi con quel: “passate, passate”, dandomi un passaggio, passandomela, come nel calcio? O per incoraggiarmi con quel: “avanti”?
Abilitazione che, alla base di questo incontro, questa volta a casa mia, assumo, per concretizzare diversi cambiamenti nella mia vita. Un altro giro di spirale nella mia produzione e nella mia identità personale, dopo essermi ritirato dai miei incarichi come Professore universitario.
E quella figura donchisciottesca? Come Le sembra quel nobile cavaliere, alto, esile, che assunse un ruolo storico nella lotta contro l’ingiustizia sociale, con le sue utopie, che forse alcuni hanno associato, anni indietro, a un Don Chisciotte contro i mulini a vento! Una persona di grande statura intellettuale, artistica, letteraria, estetica, alternata con un umile “apriporta” di un’attività estranea.

Mi stava forse ricambiando la breve visita che, accompagnando Bauleo, Le abbiamo fatto nella sua abitazione tanti anni fa? Se non ricordo male, stava aspettando Zito Lema per continuare alcune conversazioni. Col passar degli anni, sono riuscito a migliorare quella dipendenza, che mi generava grandi emozioni, ma che limitava la mia capacità di scelta. Oggi posso dire che sono arrivato allo stato di addetto. Così, sono più libero di scegliere di essere un sostenitore – formare parte – di questa linea di pensiero e di azione.
Nell’allegato Le invio alcuni abbozzi su contributi, convergenze e divergenze.
Sono titoli.
Forse, a partire d’ora, già veterani ambedue, potremo incontrarci presto, per uno scambio proficuo e permanente.
Attendo una pronta risposta, Le auguro il meglio nei suoi meritati omaggi e nelle sue produzioni.
Un profondo ringraziamento a Lei, ai miei maestri, alla vita.
Un abbraccione e al prossimo giro di spirale (molto dialettico), Alejandro Scherzer.

(Diciembre de 2006).

alescher@adinet.com.uy
Teléfono: (005982) 27107378.

II) Dopo questa e-mail a Pichon Rivière, ho inviato tre copie:

Alla Scuola di Psicologia Sociale, ad Ana Quiroga e a Joaquín Pichon Rivière, (figlio di Pichon, Psicologo Sociale e Presidente di A.P.S.R.A.: Associazione di Psicologi in Psicologia Sociale della Repubblica Argentina). Mi hanno ringraziato molto emozionati per il testo che hanno pubblicato nella web.
Alcuni giorni dopo, Joaquín P. R. si è messo in contatto con me dicendomi che non gli avevo inviato l’allegato di cui parlo nella mail a Pichon.
La sua richiesta mi ha fatto sorridere perché tale allegato non esisteva, era una licenza della scrittura. Ridiamo tutti i due ogni volta che lo racconto.
Però Joaquín aveva ragione. Ero in debito con E. P. R. a cui avevo promesso quel documento.
Così, come promesso un paio di anni fa a E. P. R., gliel’ho inviato e oggi lo pubblico qui.

A)   CONTINUITÁ PICHON  RIVIERE, OGGI B)   IN DIBATTITO  C)   SVILUPPI E APPORTI L’adattamento attivo alla realtà.  Il Gruppo come struttura.  Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana.  Il passaggio della Psicanalisi alla Psicologia Sociale.  La denominazione: pre-compito (concordiamo con i fenomeni che descrive, non con la denominazione). Preferiamo: “proto-compito”. Proponiamo il titolo del pre-compito. L’imparare a pensare.  La denominazione di gruppo interno.  L’approccio Psicosociale. La dialettica del mondo interno – mondo esterno. La relazione gruppo interno – esterno (perché il gruppo non è interno né esterno). La 1°, 2°, 3°, 4°, 5°, 6° questione sui Gruppi Operativi. L’importanza della vita quotidiana nella costruzione della soggettività. Analisi delle ideologie e del potere nella famiglia. Le limitazioni dello Schema del Cono Rovesciato. Gli “Aggruppamenti” invece della denominazione gruppo interno. L’Epistemologia Convergente.  Il funzionamento del Gruppo appena iniziato quando gli integranti raggiungono la loro mutua rappresentazione interna. La Zona Comune.
La Mutualità La Famiglia come Gruppo L’orizzontalità e la verticalità: manca una maggior enfasi nella trasversalità. Il pensiero strategico – connettivo – congiunto. L’Emergente Gruppale. La teoria della “miniatura”. La presenza. Il paziente “designato” come emergente gruppale familiare. Differenze tra Vincolo – Zona Comune – Gruppo La Salute Mentale come criterio ideologico. Apporti alla nozione di Emergente La Tecnica Operativa di Gruppo. La necessità, il desiderio. Funzionamento Gruppale Operativo nei livelli 1, 2 e 3. La famiglia come unità di “salute”, di “malattia mentale”, o di “cura”. Apporti alla Scala di Valutazione Basica del funzionamento gruppale operativo. La teoria della “malattia unica”. La fenomenologia delle cinque depressioni. La poli-causalità. Il malinteso. Gli stereotipi. Come funzionerebbe lo psichismo: pseudopodi “bastoni-antenne” di appoggio e di connessione. La teoria del Vincolo. La Trasduzione di energie. I geni e lo psichismo aperti all’Ambiente La teoria del Deposito. La “teoria” delle 4 I (identificazione) L’identificazione con unità collettive. Teoria dell’Apprendimento. Meccanismi del Noi. Gli strumenti mutuanti. Teoria della Comunicazione. Definizione operativa della Famiglia come Gruppo: dalla famiglia edipica alla famiglia gruppale L’Arte, il Teatro e la Poesia. La Clinica Psicosociale. Nuove malattie. Nuovi quadri clinici? Direzionalità dell’approccio e dell’Intervento Operativo. Le differenti forme di partecipazione di genitori nella psicoterapia di bambine e adolescenti. Manovre “tecniche”: Le Strategie Terapeutiche di approccio pluridimensionale. Le Terapie Combinate L’Approccio della Psicosi Infantile di Base Emotiva. Sei passi nell’Intervento Il Carnevale. La “Murga Montevideana”.

III) Dopo un po’ di tempo, nel Laboratorio di Scrittura con i Professori Adriana Pastorino e Cholo Gómez, stimolanti collaboratori di questo prodotto, e di altri, è sorta l’idea di pubblicare, congiuntamente con altri compagni di quella corrente letteraria, il libro “Storia di labirinti”. Abbiamo concordato che la lettera a Pichon era materiale pertienente.

Adriana Pastorino ha scritto:

Nota dell’editore: “L’appropriazione dell’arte nell’espressione delle più variegate discipline dell’accadere umano non è una novità. In più di un tratto del percorso scientifico, ci sono dei labirinti che solo si esprimono o si risolvono ricorrendo alla finzione. Questo è il caso del seguente testo, un messaggio di posta elettronica ad un gran maestro che non c’è più. Alejandro, che è docente, ricercatore ed ex-cattedratico universitario, ha avuto bisogno di rompere le convenzioni e si è espresso in forma fantasticata per collaborare ad un omaggio al suo grande maestro. Come dice nella sua “e-mail”, ha avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, “quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive”.

Nota dell’autore (A. S.): Enrique Pichon Riviére nacque nel 1907. Arrivò alla Repubblica Argentina all’età di 4 anni. Morì nel 1977. Fu uno dei precursori della Psicanalisi in Argentina e il fondatore della Psicologia Sociale di Rio de la Plata.
L’ho visto tre volte in vita mia. Solo una volta sono stato al suo fianco, a casa sua, poco prima della sua scomparsa.
Abbiamo avuto una breve conversazione e una stretta di mano che ancora il mio palmo destro conserva.

IV) Inserisco ora il commento della Dott.ssa Ana M. Rodríguez, uruguaiana, collega e artista in Arti Plastiche, sulla lettera a Pichon.

Quando Alejandro ci disse che “aveva avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, quasi un “medium”, impegnando tutte le sue energie in tutte le aree espressive”, a mio avviso, descrive lo stato di qualcuno che è gioioso e proficuamente catturato da un sogno ad occhi aperti.
Le parole che cito qui sotto sono di Bachelard e mi baso su di loro per spiegare le mie dichiarazioni precedenti: “ Improvvisamente un’immagine si colloca al centro del nostro essere immaginativo fermandoci, fissandoci, infondendo essere. Il cogito è conquistato da un oggetto del mondo, un oggetto che da solo rappresenta il mondo. Il dettaglio immaginato è una punta che penetra il sognatore originando in lui una meditazione concreta”. (La parte sottolineata è mia) (1.2)

Nel caso di Alejandro l’immagine che lui vive come “passaggio” è incontro e trasmutazione. Alejandro diventa Enrique e Pichon diventa Scherzer producendo un giro di vite o di spirale produttiva che aggiungerà nuove idee-mattoni a una comune edificazione: la Psicologia Sociale Operativa che per essere sociale e operativa sarà sempre in costruzione.
È in quella conjunctio che segnalavamo sopra, dove la voce –così sottolinea Alejandro- non diventa eco perché quell’incontro quasi corporeo genera e materializza una nuova voce. Voce polifonica che anche se crea scienza, germina, costruisce, non solo dall’intelletto ma anche dal sentimento e questo è molto serio dato che può succedere che il suo suono faccia rinascere Don Chisciotte “quel manchego, quel bizzarro fantasma del deserto” nel secolo XXI, il quale, sotto l’impero della stupidità, la tecnologizzazione e la banalizzazione: “tutto il mondo è sano di mente, terribile, mostruosamente sano” (3), (4).

V) Il documento allegato condensa e concentra argomenti che sono affrontati in diversi lavori sul web. Ho voluto fare una breve spiegazione di ogni item, ma la sua estensione de-contestualizzava il carattere del documento della lettera a E. P. R.. Preferisco rimandare ai contenuti del web.

Bibliografía:

1. Bachelard Gastón. “La poética de la ensoñación”. 1982, México, Fondo de Cultura Económica.

2. León Felipe: Pero ya no hay locos. En Antología rota1947, Bs. As Editorial Pleamar.

3. Idem.

4. Dott.ssa Ana M. Rodríguez.

 

(traduzione dallo spagnolo ad opera di Fabiola Gomez)

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Gladys Adamson: una ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità

Sab, 26/09/2015 - 17:38
Il Centro Studi e Ricerche “J. Bleger” invita al seminario che si terrà il 2 ottobre dalle 16 alle 19 presso la Sala di RM25

in Corso d’Augusto 241 a Rimini.

Sarà relatrice Gladys Adamson, da Buenos Aires, che presenterà un suo lavoro di ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità. Si tratta di un intervento di prevenzione in quartieri periferici e degradati di Buenos Aires.

La partecipazione è gratuita.

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Il trauma: una ricerca nell’ambito individuale della Concezione Operativa di Gruppo

Mar, 11/08/2015 - 17:44

di Simona Maini, Agnese Marchetti, Elena Marini, Arianna Occhio, Marella Tarini


INTRODUZIONE

Il nostro gruppo di ricerca si costituisce nel 2010. Il tema intorno a cui ci raggruppiamo è il trauma. Sicuramente non è casuale che 7 donne (rimaste poi 5) siano attratte da una riflessione su questo argomento.
Non è casuale. Ci diciamo, sorridendo, che siamo nella pancia, nell’antico, nel primordiale, e chissà quale emergente rappresentiamo nella Scuola “J. Bleger”, o cosa sentiamo su di noi depositato per immergerci in un pozzo già a prima vista così profondo.


L’INIZIO.

All’inizio la strada è stata tracciata dal prof. Bonfantini che, durante una lezione sulla metodologia della ricerca, ci parla del “fatto sorprendente” come motore di ogni ricerca degna di essere chiamata tale.
Il generatore della ricerca è il fatto sorprendente, il nuovo che stupisce e non ha spiegazione immediata nel già noto.
Di fatti sorprendenti ne emergono almeno 3 nel corso delle condivise riflessioni all’interno del nostro gruppo di ricercatrici. Il comune denominatore è comunque la parola “trauma”.

PRIMO FATTO SORPRENDENTE
E’ la non corrispondenza tra entità del trauma ed effetto.
Un apparente piccolo trauma può produrre effetti psichici importanti, talvolta devastanti, e viceversa. Semplificando, visualizziamo la situazione in un contenitore che ha un contenuto più o meno fluido, più o meno organizzato, che venga colpito da un corpo contundente e si incrini. L’entità dell’incrinatura sarà la risultante tra la forza del colpo e lo spessore del contenitore. E quello che si fa strada, il contenuto che fuoriesce, dipenderà sia dall’entità dell’incrinatura ma anche dall’essere più o meno fluido del contenuto, dal suo essere più o meno grezzo, disorganizzato, instabile . La cosa si complica laddove la demarcazione contenente\contenuto non è così netta. In quelle personalità che hanno già di per sé falle e varchi, risultati, forse, non di grandi eventi ma di tanti ripetuti piccoli quotidiani microtraumi.

SECONDO FATTO SORPRENDENTE
E’ il trauma che, in alcuni casi, ripete se stesso, si autoriproduce. Per usare un paragone biologico, in alcuni casi sulle forze riparative, rigenerative, che portano naturalmente la ferita a guarigione, prevalgono forze di automantenimento della ferita, che si cronicizza, diventa ulcera torbida, infetta, o peggio, ancora più subdolamente, guarisce per poi ricomparire, riprodursi, in una specie di memoria del danno che non vuol guarire. Un Alien che riproduce se stesso e non vuol dimenticare…. che sia come diceva Brecht che è la fragilità della memoria che dà forza agli uomini?….

CHI E’ STATO SBATTUTO A TERRA SEI VOLTE
COME POTREBBE RISOLLEVARSI LA SETTIMA
PER RIVOLTARE IL SUOLO PIETROSO
PER RISCHIARE IL VOLO NEL CIELO?
E’ LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA CHE DA’
FORZA AGLI UOMINI
(Brecht, Elogio della dimenticanza)

TERZO FATTO SORPRENDENTE
In un gruppo di operatori che assistono al trauma provocato da parte di un utente ad uno di loro, o al racconto di questo trauma, accadono cambiamenti significativi.
Nel pensare a questi interrogativi è inevitabile cercare una definizione comune sui termini chiave: Trauma” e Memoria.


TRAUMA

Parola innanzi tutto somatica: lesione prodotta accidentalmente da agenti meccanici la cui azione vulnerante è superiore alla resistenza dei tessuti su cui operano. Ma Trauma è anche parola psichica per eccellenza.
Ci colpisce il concetto di Freud di post definizione di un evento come trauma.
All’inizio, quando un evento accade, è COMMOZIONE e SPAVENTO.
La COMMOZIONE: con questo si intende l’aspetto somatico dell’evento, che provoca un’affluenza di eccitazione che irrompe e pone in pericolo l’integrità.
Il soggetto non può reagire mediante scarica adeguata o elaborazione psichica.
Lo SPAVENTO: è l’aspetto psichico dell’evento. Il termine usato da Freud è “Hilflosigkeit” che letteralmente è: lo stato di impotenza dell’originale e naturale condizione del cucciolo d’uomo.
All’inizio l’evento è commozione e spavento. Viene rimossa la memoria di qualcosa che solo più tardi sarà definito trauma.
Ancora, abbiamo lavorato molto sul termine Memoria con le infinite declinazioni, il rapporto che ha la memoria nella definizione, risoluzione o mantenimento del trauma.
In questo girovagare senza mete precise, ma ricco di suggestioni, ci guidano alcune letture. Ma anche libere associazioni, frammenti di film, di libri, ricordi, immagini infantili, racconti brevi e sinceri. Forse è a questo punto che, più o meno consapevolmente, il gruppo prende una svolta.
Diviene evidente:

  1. l’eccesso di ipotesi;
  2. ricercando, verifichiamo che, alla fine, le ipotesi non sono particolarmente sorprendenti. Ma non è questo il problema. Anzi, forse questo presupposto della sorpresa è fuorviante, perché rischia di far sembrar inutile un lavoro di studio che per noi è stato molto produttivo;
  3. il lavoro rischiava di diventare un piacevole ma infruttuoso percorso circolare, senza una meta precisa, senza un tempo di scadenza;
  4. infine, il problema sostanziale che si fa evidente è: in che consiste la ricerca ? Chi ricerca su chi?

Il Trauma nell’ambito individuale

Il tema del trauma è vastissimo ed affrontabile da infinite prospettive, è ritornato negli ultimi anni all’attenzione dei clinici e dei ricercatori dopo essere stato adombrato per molto tempo nella formulazione del pensiero psicoanalitico.
Nella ricerca, l’ambito a cui ci siamo riferite è quello individuale, ed il trauma è stato inteso non tanto come evento, quanto come esperienza soggettiva che si sviluppa in processi fenomenici successivi. Naturalmente, la nostra teoria di riferimento è la Concezione Operativa di Gruppo, quindi per noi, concettualmente, qualsiasi esperienza soggettiva, individuale, avviene all’interno di una dimensione gruppale, sia se inserita in un contesto istituzionale che collettivo.

Questo, anche quando l’esperienza sia vissuta da un soggetto “isolatamente”, in quanto entrano in azione, nella organizzazione della risposta all’evento traumatico, le rappresentazioni interne che il soggetto ha del gruppo al quale appartiene o al quale è appartenuto, in sostanza le dinamiche relative al suo gruppo interno primario o ai suoi gruppi di appartenenza successivamente internalizzati nel corso della sua esistenza.
Cosicché la nostra ricerca si è incentrata sulla investigazione di come si possano essere prodotte risposte ad un evento traumatico vissuto soggettivamente, laddove questo soggetto appartiene ad un gruppo, e di come le rappresentazioni del suo gruppo interno abbiano rispecchiato o meno le dinamiche presenti nel suo gruppo esterno attuale, il gruppo a cui il soggetto appartiene prima dell’evento, al momento dell’evento e nello sviluppo del processo successivo all’evento.

L’ipotesi sulla quale stiamo tentando di investigare è che un evento traumatico soggettivo irrompe determinando alterazioni sia sul contenitore che sul contenuto o, nel linguaggio della concezione operativa, sia sull’inquadramento che sul processo interno del soggetto e del gruppo di appartenenza e, nello specifico, sul sistema dei vincoli presente in quel determinato gruppo.


LA RICERCA

Per questa ricerca, secondo le ipotesi appena descritte, abbiamo lavorato su un gruppo istituzionale, una équipe di lavoro, all’interno della quale un operatore ha vissuto una esperienza traumatica durante lo svolgimento della propria professione.
Ciò che si voleva verificare è la dimensione e la qualità dei vincoli esterni ed interni sperimentati dai soggetti in quel gruppo e la loro eventuale trasformazione in seguito all’evento traumatico.

Si tratta di un’équipe istituzionale pubblica di un Servizio dell’Italia Centrale che eroga interventi nel campo della Igiene Mentale, multiprofessionale e transdisciplinare, istituita nel 1991.
Nel corso dei decenni, l’organizzazione ha avuto varie rimodulazioni che l’hanno portata a delinearsi secondo la dimensione che mostra al momento dell’indagine: tre infermieri professionali, un’assistente sociale, tre psicologi, di cui uno a contratto, quattro medici, di cui tre sono psichiatri. Una particolarità di questa équipe è che è costituita quasi completamente da donne, l’unico professionista di sesso maschile è uno degli infermieri professionali. Peraltro, il Servizio interagisce anche con personale appartenente al Privato Sociale del territorio attivo nel medesimo settore di intervento (Comunità Residenziali), con il quale condivide periodicamente, oltre ai programmi messi in essere per i pazienti, i percorsi formativi congiunti ed i momenti di supervisione, e anche uno di questi operatori esterni di comunità è di sesso maschile

In questo quadro, una delle psichiatre, dopo la stabilizzazione in ruolo, subisce un’aggressione, mentre presta servizio, da parte di una paziente assistita da molto tempo dalla struttura. Durante un colloquio individuale, l’utente, femmina, aggredisce la dottoressa verbalmente e con il lancio di alcuni oggetti che non la colpiscono direttamente, ma le conseguenze di questo evento derivano dai movimenti bruschi fatti per evitare gli oggetti scagliati. Dopo l’evento, la psichiatra sviluppa un problema alla colonna vertebrale e poi una sindrome post- traumatica da stress, per cui resta per circa sei mesi lontana dal servizio, con un certificato di infortunio sul lavoro per i postumi descritti. L’assenza della professionista, per tutto il tempo in cui si svilupperà, non verrà colmata da alcuna sostituzione.
Appare significativo segnalare che questa équipe, fin dal momento della sua fondazione, ha voluto costruire un’ECRO (Schema Concettuale di Riferimento Operativo) condiviso tra i suoi integranti per operare attraverso una effettiva interazione multiprofessionale e transdisciplinare. A questo scopo, tutti gli operatori di qualsiasi qualifica che si sono avvicendati nel corso degli anni, hanno frequentato la Scuola “José Bleger” per l’apprendimento della Concezione e della Tecnica Operativa di Gruppo. Sempre con la medesima finalità, l’équipe è stata fin dall’inizio costantemente supervisionata, attraverso incontri cadenzati, grazie all’intervento di un supervisore esterno esperto in COG.
Una volta rientrata in servizio la psichiatra, sono stati attivati, per decisione condivisa nell’équipe, cinque incontri di supervisione a cadenza quindicinale espressamente dedicati alla elaborazione di questa esperienza traumatica.

Metodologia

In questo campo apparivano rappresentate le istanze dei fatti sorprendenti che avevamo enucleato in premessa. Si è pensato quindi di ricercare proprio al suo interno, e di applicare i metodi che si riferiscono al paradigma della Investigazione Qualitativa, secondo il dispositivo della Osservazione Partecipante. Abbiamo deciso cioè di partecipare in qualità di osservatrici partecipanti alle sedute di supervisione che l’équipe aveva programmato per l’elaborazione dell’evento, di predisporre una rotazione delle osservatrici in modo che il processo potesse essere partecipato da più di un soggetto del gruppo di ricerca, e di enucleare gli emergenti di questo processo per analizzarli, in seguito, all’interno dell’intero gruppo di ricerca riunito, nel tentativo di addivenire collettivamente ad una ricostruzione delle risultanze investigative.

Prima di descrivere come si è svolto il lavoro sull’osservazione del gruppo degli operatori, crediamo sia necessario descrivere anche come ha operato al suo interno il nostro gruppo per tale lavoro di ricerca.
Innanzitutto le date per i nostri incontri erano stabilite di volta in volta, gli incontri sono stati numerosi, a volte con lunghe pause, ma il nostro gruppo ha tenuto, i vincoli si sono formati e non c’è mai stata la volontà di abbandonare malgrado la difficoltà nell’incontrarsi.
In alcuni momenti difficili in cui il gruppo sembrava sfilacciarsi, e pareva impossibile andare avanti, abbiamo riconosciuto come elemento di coesione l’aver partecipato noi stesse, come integranti, ai gruppi operativi organizzati dalla Scuola Bleger.
Nei nostri incontri abbiamo sempre pensato di non voler stabilire ruoli particolari: lavoriamo in gruppo ma senza avere un coordinatore o un osservatore, ci autogestiamo, non c’è qualcuno che in maniera stabile verbalizza.
Ad ogni incontro si integrano le verbalizzazioni individuali precedenti e su quelle nascono nuovi spunti di riflessioni e lavoro.

Lavorare sul trauma: pensarlo, osservarlo, scriverne, non è un lavoro facile, sempre ritorna il proprio vissuto interno.
Anche nel nostro gruppo viviamo ruoli diversi, così come nell’équipe osservata: siamo psicologhe, medico e psichiatra.
Inoltre, il nostro gruppo di ricerca ha una implicazione forte con l’équipe osservata: una delle nostre colleghe lavora nel Servizio stesso dove si è svolto l’incidente ed ha partecipato come integrante a tutte le sedute di supervisione, altri componenti dell’équipe sono conosciuti da tutte noi, frequentano l’Istituto Bleger e ne hanno condiviso la formazione; questa sottolineatura è importante, ma non impedisce una lettura degli eventi così come da noi impostata.

Veniamo ora alle osservazioni svolte. Gli incontri di supervisione sono stati in totale 5, noi abbiamo deciso di osservare il primo, quello centrale e l’ultimo.
Il Supervisore della équipe era il Dott. Montecchi, sostituito nei due centrali dal Dott.de Berardinis. Noi, come già detto, ci siamo alternate per effettuare la osservazione partecipante attraverso la quale sviluppare la ricerca, per cui le tre sedute di supervisione osservate hanno avuto tre osservatrici diverse.
Ognuna delle tre osservatrici ha poi riportato dentro il gruppo di ricerca ciò che ha annotato durante le supervisioni e si sono individuati gli emergenti.
Abbiamo poi analizzato le osservazioni attraverso i nostri riferimenti teorici, le nostre libere associazioni, il vissuto di gruppo attraversato a sua volta dal trauma. Quel che ci interessava non era tanto l’evento in sé, e attribuire una qualche responsabilità, ma studiare il possibile cambiamento dei vincoli e del gruppo, in questo caso un’équipe, attraversata da un trauma.

Vediamo ora, di seguito, un breve resoconto di ognuno dei tre incontri osservati, e i tre emergenti individuati.
Da notare che le frasi pronunciate dagli integranti dell’équipe sono messe tra virgolette e tra parentesi i ruoli professionali degli operatori; infine chiamiamo X l’operatrice che ha subito l’aggressione


1° Gruppo 23/11/2012

Supervisiona: L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Agnese
Integranti: 14
L’operatrice aggredita non c’e all’inizio, arriverà in ritardo.
Presentazione del compito da parte del supervisore.

” L’idea era quella di riflettere su ciò che si è prodotto nell’équipe in seguito all’aggressione degli operatori , se siamo d’accordo”

Silenzio…..

Parla X (operatrice aggredita, che intanto è arrivata) : “Forse ci è stato utile parlare del conflitto esterno ma anche le nostre modalità sono molto violente… Il conflitto è stato al nostro interno…”

In tutta la riunione non si parlerà mai dell’accaduto, il discorso si sposta all’interno dell’équipe, si fa riferimento ad un gruppo di studio precedente: tempo addietro, infatti, nel Servizio si era costituito un gruppo di studio temporaneo composto da alcuni degli operatori, che si era dato come compito la rilettura del testo “Simbiosi ed Ambiguità” di José Bleger.

(Psicologa): ” Il conflitto traumatico è al nostro interno. Nel gruppo di studio sono emerse difficoltà sul mettere insieme professionalità diverse sulla diagnosi, sul suo significato, come si fa, etc.”

Per quasi tutto il tempo domina il tema della diagnosi, con confusione e conflittualità.

(Operatore di comunità): “Senza diagnosi non puoi lavorare… arrivano persone senza diagnosi…”

(Psicologa): “E’ sulla discriminazione, l’esplicitazione di una discriminazione porta ad un conflitto”.

Si fa riferimento qui al fatto che, solo di recente, è stato espressamente chiesto al Servizio, per questioni amministrative, di formulare diagnosi psicopatologiche “ufficialmente” condivise dai sistemi di classificazione ICD 10 o DSM IV, indispensabili per ottenere le ripartizioni della spesa necessaria per l’inserimento in Comunità Residenziale e per avvalorare la prescrizione di farmaci, in particolare antipsicotici atipici.

(Psicologa) : “Queste diagnosi psicopatologiche come avete intenzione di gestirle? La mia diagnosi è una restituzione di una valutazione diagnostica su base relazionale, con codici linguistici diversi dal DSM… c’è un problema di ruoli, il gruppo forse era simbiotico, ora si sta differenziando…”

(Psichiatra): “Lo avete capito perché ho chiesto le diagnosi?”

Solo alla fine della riunione, all’interno di un conteggio statistico sugli utenti, emerge il dato di due utenti che si sono suicidati dopo le dimissioni e di uno deceduto per overdose.

Gli emergenti sono:
1) La persona aggredita arriva in ritardo.
2) “Le epistemologie non convergono, frammentazioni di linguaggi… ognuno parla una lingua propria”
3) “Due suicidi sono un grosso trauma, la famiglia di P. (uno dei ragazzi suicidi) si è comportata in modo molto violento con il Servizio”.


2°Gruppo: 13/12/2012

Supervisiona: M. De Berardinis
Ricercatrice osservatrice partecipante: Elena
Integranti: 10
Inizia la supervisione , manca X, che arriverà in ritardo.
Compito: parlare di quel che è accaduto all’interno del servizio e di tutto ciò che si vuole.

Emerge il fatto dei suicidi, il fatto che la famiglia di uno di questi ragazzi si sia scagliata contro il Servizio e che il parroco, durante la messa di commiato, abbia fatto un’omelia contro la struttura pubblica..

Viene raccontato per la prima volta l’episodio dell’aggressione ma sembra soprattutto perché è cambiato il supervisore, e quindi per renderlo edotto degli accadimenti. Ma poi viene fuori il fatto che 3 anni prima, la stessa paziente ha agito un comportamento simile con un altro psichiatra, maschio, poi trasferitosi (per altri motivi) in un altra Struttura.

C’è tensione tra le diverse figure operative, si parla della Diagnosi Operativa.

Arriva X, insieme ad un’altra operatrice.

Emerge la sensazione di una disgregazione tra i ruoli, gli infermieri lamentano di sentirsi come poliziotti, non si sente il riconoscimento del ruolo.

I pazienti sembra sappiano da chi poter ottenere ciò che vogliono.

Emerge il problema di una non comunicazione tra i diversi settori e ruoli.

C’è rabbia, perché c’è chi viene ascoltato e chi no.

X.: “Fuori di qui ho cercato la risposta”.

Alcune operatrici escono perché hanno un gruppo.

X.: “Il gruppo mi avrebbe frammentato”, “non volevo sentire nessuno” .

“Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento. Sono stata paralizzata dalla paura”.

Si discute animatamente sulla definizione del ruolo.

Ci si chiede se lo psichiatra deve dare per scontato che ci siano aggressioni e saper in qualche modo reagire ad esse o se queste aggressioni invece non debbano far parte del mandato.

Le opinioni a tal proposito non sono concordi.

Emerge la domanda se loro, come operatori, si devono occupare di maleducati da rieducare o di pazienti.

Gli emergenti individuati sono:
1) La persona aggredita arriva in significativo ritardo.
2) “Quello che succede in quella casa non si sa, come noi qui”. “Qui per parlare bisogna usare violenza”.
3) “Chi è il nostro alleato: il paziente violento o il collega?”.


3° Gruppo 10/ 5/ 2013

Supervisiona L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Arianna
Integranti: 13, 1 assente
Anche a questo incontro l’operatrice aggredita arriva in ritardo.

Il primo intervento è significativo : “C’è l’accorpamento dei Dipartimenti, stiamo anticipando una diaspora…”

Il gruppo si riferisce al fatto che sta per concretizzarsi una riorganizzazione regionale della rete delle strutture sanitarie secondo criteri di Area Vasta, e si teme che il Servizio verrà accorpato insieme ad altri in un unico Dipartimento provinciale.

Questo sarà il motivo di fondo di tutto il gruppo, la sensazione di qualcosa destinato a cambiare per sempre, e l’impossibilità di opporre resistenza.

Arriva X in ritardo, mentre il discorso è: tutto finisce e nessuno ha detto niente, ho un brutto presagio , il peggio deve arrivare.

Le viene detto : “hai tentato una fuga”

L’idea è che per riprendere le forze bisogna andare fuori.

X dice: “devo tornare nella caverna”.

Quindi l’équipe è attraversata da questo continuo pensiero dello stare dentro o fuori, del pubblico e del privato, dell’esterno che arriva come una minaccia a sgretolare tutto.

Nella parte centrale dell’incontro vengono portati per la prima volta dei sogni.

Nel primo, c’è la descrizione dello stesso gruppo d’équipe, in una stanza rivestita di mattoni, con una rete in alto, ad un certo punto una persona, descritta come un’amazzone, sembra un uomo ma è una donna, si alza, corre verso la finestra e si lancia rompendo la rete, chi racconta dice che va a vedere e quella persona è sfracellata.

“Era la persona più pessimista del gruppo!”

Il secondo sogno è stato fatto da un’altra operatrice la stessa notte del primo: “dovevo recuperare la mia macchina con gli alberi che si sfracellavano ed era pericoloso.”

Terzo sogno, raccontato da una ulteriore operatrice: “torno a casa e la trovo piena d’acqua, era il mare, mi mettevo su una zattera di rete ma cado, non so nuotare e dico: è il momento di morire. Trovo un ragazzo che mi dice: ti aiuto!. Quando esco c’è un uomo elegante vestito di blu che mi dice di stare tranquilla, ma in realtà non fa niente, poi vedo due colleghe che mi aiutano e mi aspettano con gli asciugamani…”.

Tutti i tre sogni fanno pensare al gruppo che c’è una parte, il femminile, che protegge, come una madre, e c’è una parte negativa, maschile, che va eliminata, ammazzata, o sfracellata, ci sono il maschile e il femminile che si mischiano ma allo stesso tempo confondono, la persona del primo sogno che si sfracella è un’amazzone, con gli stivali, con la coda di cavallo, una donna che fa l’uomo.

Il gruppo lavora su questi temi: dentro/fuori, precari/stabili, il ruolo che si gioca, con tutte le diverse professioni, ma anche con il maschile o femminile: madre che deve solo nutrire o femmina che si può divertire, c’é il cambiamento che porta alla disgregazione, i vincoli e le relazioni che se mutano, finiscono:

“Sono stufa di nutrire, il compito femminile non può essere solo questo”

“Indurre dipendenza è un modo per non vedere la propria”

“Un conto è la vacanza, un conto la foto delle vacanze!”

“Se veniamo accorpati perdiamo questo modo di lavorare”

Nell’ultima parte si lavora su come ci si aspetta che avvenga il cambiamento, è la violenza che irrompe, rappresentata proprio da un uomo (il nuovo direttore che arriva dal potere centrale e che si teme sarà incaricato di dirigere l’unica struttura dipartimentale che verrà configurata in seguito all’accorpamento degli attuali servizi) che usa la violenza e la sua forza sulle Strutture gestite da donne.

Nella conclusione ci si sforza di essere propositivi, viene detto che i modelli che funzionano sono così come questo, a rete, e la rete consiste in una forma articolata, non come un modello dove c’è un sole centrale che nasconde ed ha la supremazia su tutto il resto.

Gli emergenti sono:
1) la persona aggredita arriva in ritardo: “stiamo anticipando una diaspora.”
2) Chi esce si sfracella o annaspa.
3) L’uomo che viene da fuori violenta.


CONSIDERAZIONI

In questo lavoro ci colpiscono immediatamente 3 elementi.
In prima istanza, rileviamo l’effettività del fatto sorprendente dal quale siamo partite: un trauma “apparentemente” lieve può provocare un’onda traumatica con una significatività importante.
L’utente si è scagliata infatti contro l’operatrice con forte aggressività, ma non c’è stato un esito immediato particolarmente grave.
Per la particolare competenza clinica del Servizio, si può rilevare che rabbia ed aggressività siano comportamenti che si possono attendere da utenti così problematici, ma l’effetto dell’attacco è dirompente: sia sull’individuo, portando l’operatrice a rimanere assente dal lavoro per diversi mesi, sia sul gruppo, innescando un processo che è stato l’oggetto delle nostre osservazioni. Quindi: piccolo trauma – grande effetto.

In secondo luogo, l’apparente scarso interesse ad affrontare il caso in sé.
Non si parla mai, o quasi, del fatto accaduto; solo nel secondo incontro, in maniera approssimativa e principalmente per via del cambio del supervisore. In pratica, è assente una cronaca dell’evento, una narrazione che possa condurre il gruppo a rivedere ciò che è successo e cercare di comprendere cause ed effetti.

Il terzo elemento è il ritardo dell’aggredita, che si ripeterà sempre.

Il conflitto e le ansie del gruppo si coagulano intorno a due temi principali che useremo come analizzatori: il potere e le differenze (di ruolo, sessuali, di linguaggi).


IL POTERE

Sin dalla prima riunione è evidente un conflitto di ruoli tra le professioni incentrato sul problema della diagnosi: chi deve o vuole o può fare diagnosi, come la si fa, a cosa serve.
Dall’osservazione emerge che vi è stata la richiesta istituzionale, esterna al servizio, di redigere diagnosi specifiche per i pazienti, questo conduce a discutere su chi ufficialmente può o deve fare la diagnosi, quindi su chi ha maggiori responsabilità ma anche potere.

Questa evidenza porta ad un altro analizzatore. La necessità della diagnosi espressa secondo criteri nosografici descrittivi e la conseguente differenziazione dei ruoli probabilmente mobilita delle ansie latenti, ci si riferisce al fatto che ci fosse un tempo in cui il linguaggio era comune (il tempo della “diagnosi operativa” costruita con l’apporto valutativo di tutte le figure professionali), condiviso, un “ bel tempo perduto”, linguaggio che ora appare frammentato, non più familiare e scontato.
La richiesta esterna della diagnosi fa uscire dall’idea, un po’ utopica, che gli operatori sono tutti uguali, dall’idea di una comunicazione condivisa, che poi si è incrinata e comunque non è più quella di prima.
Gli integranti dell’équipe, che non pensavano alle differenze come origine di conflitto e per i quali la diagnosi era il risultato di un lavoro collettivo, sono costretti ad assumere la differenza e l’obbligo di una diagnosi specifica secondo canoni esterni.
Si distingue tra chi ha più o meno potere, o ruoli diversi: lo psichiatra che è diverso dallo psicologo, chi è assunto a tempo indeterminato e chi no, chi è un tirocinante o un volontario, chi fa il padre o la madre, chi è accogliente e chi è autoritario. E la declinazione di queste distinzioni è caricata di una forte tonalità aggressiva.


LE DIFFERENZE

Sembra emergere la differenza tra ruolo materno e paterno che si inserisce su quello professionale. Ricordiamo che l’équipe è costituita quasi tutta da donne ad eccezione di un infermiere.
Il ruolo dello psicologo sembrerebbe quello più accogliente e tollerante, quindi simile al ruolo materno, il ruolo dello psichiatra, diversamente, sembra essere (o meglio, questo sembra il deposito del gruppo di operatori nei suoi confronti) quello di chi dà le regole, più autoritario. Proprio per questo esercizio d’autorità è il ruolo professionale verso cui, secondo questo gruppo, anche se non esplicitamente, sembra più naturale sia rivolta l’aggressività di coloro che le regole le devono subire.
Il gruppo è calibrato su un’identificazione collettiva con il “femminile”, mentre il ruolo dello psichiatra è vissuto come rappresentante della mascolinità ed è questo che viene esposto, per mandato conferito dal gruppo medesimo, all’aggressione esterna. Quindi, sembra di poter dire che questo stesso ruolo è oggetto di una forte aggressione implicita anche all’interno del gruppo delle operatrici.
I conflitti professionali sembrano, allora, confondersi con i conflitti di genere.

Quel che è accaduto può quindi essere l’agito di una aggressività non riconosciuta interna al gruppo, ma elementi aggressivi e violenti erano provenuti già da prima dall’esterno: il Servizio aveva in effetti subìto delle aggressioni importanti:

  1. una in seguito ai suicidi di due giovani pazienti (dei quali uno dimesso da poco da un programma residenziale). La famiglia di uno dei ragazzi aveva organizzato insieme alla parrocchia un’assemblea pubblica alla quale il Servizio non era stato invitato, e pare che il parroco avesse fatto un’omelia criticando pesantemente l’operato del Servizio medesimo, nonostante la Struttura si fosse in realtà molto prodigata nel tempo, operativamente e finanziariamente, per rispondere ai bisogni di questo assistito;
  2. la seconda è la notizia dell’imminente accorpamento di più Servizi e della imposizione del cambio dei direttori, stabilito unilateralmente dai livelli decisionali apicali, con una paventata probabile soppressione dell’autonomia gestionale ed organizzativa sperimentata finora;
  3. infine, la richiesta di redigere diagnosi nosografiche standardizzate al posto delle diagnosi operative che il Servizio era invece formato a produrre collettivamente, per la somministrazione di farmaci e la razionalizzazione dei costi.

Sembra, allora, che il trauma abbia messo in luce alcune fragilità nei vincoli, non evidenti finora sul piano manifesto, e procurate o esacerbate, presumibilmente, da queste azioni, ed esperienze politraumatizzanti precedenti: l’aggressività latente legata al conflitto professionale e di genere, la rabbia non esplicitata legata a questo conflitto latente e quella legata alle altre aggressioni subite dall’esterno, il dissenso non detto o non ascoltato che si sono insinuati tra le crepe ed il gruppo all’improvviso si è dovuto rimettere in gioco.
Il trauma può fungere in un gruppo come collante ma anche come elemento disgregativo: a noi sembra che, in questa osservazione, sia andato un po’ più in questa seconda direzione.
Si è inserito come un cuneo nella quotidianità e ha rotto il linguaggio familiare: prima erano apparentemente tutti uguali, una sorta di condivisione matriarcale dei poteri, adesso no, irrompe ed emerge il conflitto, determinato dalla percezione evidente delle differenze, che sono differenze di ruoli e di genere, e la differenza di genere richiama e sembra sovrapporsi alla differenza dei ruoli e innesca dinamiche competitive. La compattezza del gruppo è destabilizzata, la gestione della paziente non avviene secondo percorsi autenticamente condivisi, si apre il varco alla possibilità dell’aggressione, si genera il trauma: anche la risposta ad esso non è aggregata e condivisa, ma mostra modelli di risposta e di elaborazione frammentati. Il soggetto, vittima dell’evento aggressivo, cerca risposte secondo un paradigma individualistico.

Ci chiediamo: la posizione del gruppo di professionisti è dipesa anche da come si è posta l’operatrice aggredita? E lei avrebbe potuto sottrarsi al mandato conferitole da esso? Diceva infatti di sé, durante una delle supervisioni osservate: “Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento.”
Apparentemente lei ha poi avuto, in seguito all’accadimento traumatico, un atteggiamento di rottura col gruppo: non ha chiesto aiuto, si è assentata per un lungo periodo, alle supervisioni da noi osservate è arrivata sempre in ritardo, “anticipando la diaspora” con un messaggio aggressivo che si riflette nelle dinamiche gruppali.

Tutto quel che abbiamo osservato e poi riportato al nostro gruppo di ricercatrici riverbera su di noi in modo differente, dati i nostri ruoli e i nostri gruppi interni: intorno a questo dibattiamo e cerchiamo di analizzare i contenuti che emergono. E’ come essere una squadra, un’osservatrice si avvicina di più ad un’ipotesi o all’altra.
Ma ci sembra di poter condividere unitariamente che la ricerca abbia evidenziato alcune risultanze, che vorremmo lasciare però sotto forma di domande aperte, per suscitare ed identificare pensieri e canali ulteriori di ricerca . Infatti, secondo alcuni autori della Rivista “Psicologia Social” di Bahia Bianca (Bernardo Jiménez Dominguez ) i ricercatori psicosociali dovrebbero considerarsi “costruttori di opere effimere” , quindi la ricerca dovrebbe servire, una volta ultimata, a produrre pensieri generativi e desideri di aprire ulteriori canali di investigazione.

Le risultanze sono:
1) un gruppo curante omogeneo per genere ascrive al suo proprio genere la specificità dell’esercizio della cura? Un gruppo di maschi, cioè, pensa che la cura debba seguire criteri “maschili” e un gruppo di donne pensa che  la cura sia legittima solo secondo criteri “femminili”? Il curare è maschile e la cura è femminile?

2) I conflitti fra categorie professionali sono conflitti di genere?

3) Come gioca la specificità di genere nel determinare difficoltà a rifiutare il deposito dei mandati? Per le donne è forse più difficile rifiutare il deposito di un mandato?

4) La prevalente omogeneità di genere, in un gruppo, rende i processi di differenziazione più difficili? Li rende carichi di un’aggressività reciproca importante tra i membri? Fa emergere dinamiche espulsive rispetto a chi si differenzia?

5) I politraumi precedenti e ripetuti espongono a successive, più dirompenti, esperienze traumatiche?

 

 

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