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Cento Fiori sostiene Humus_Altro Festival, il 13 e 14 settembre a Rimini

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mar, 03/09/2019 - 12:44
Humus_Altro Festival: due giorni organizzati da Pacha Mama presso Casa dell’editore, Via Covignano 302/a. I temi: ” abitare se stessi”, “abitare la propria casa “, “abitare il proprio Stato “, “abitare il mondo”. Mostra, Musica, Intrattenimento, Cibo, Dibattito.

Rimini – Cento Fiori sostiene Humus_Altro Festival, il contributo che i giovani dell’associazione Pacha Mama offrono alla scena culturale della nostra città. Il festival è intimamente legato al luogo in cui si svolge il giardino della Casa dell’Editore un accogliente “Book and Breakfast” sul bellissimo colle di Covignano, a 10 minuti dal centro di Rimini.

Venerdì 13 e sabato 14 settembre concerti, tavoli di approfondimento, presentazioni di libri e monologhi teatrali animeranno la campagna riminese creando una meravigliosa cornice a ciò che sarà al centro della manifestazione: un percorso fotografico ed esperienziale su quattro importanti temi ” abitare se stessi“, “abitare la propria casa “, “abitare il proprio Stato “, “abitare il mondo “, 4 temi attuali inquadrati da un punto di vista alternativo, trasgressivo e disobbediente.

Chi c’è dietro questo progetto? Pacha Mama è un’associazione di volontariato che opera dal 1992 nella provincia di Rimini per promuovere, insieme all’omonima cooperativa il commercio equo e solidale e i valori di trasparenza, dialogo e rispetto. “Pacha Mama“ significa “madre terra” in lingua quechua e da solo riesce a veicolare due importanti valori che ci hanno ispirato: il forte legame con il terreno e il rispetto per il mondo in cui viviamo, mentre la lingua sudamericana esprime una forte propensione all’internazionalità e una spiccata curiosità per il diverso.

Molti degli attuali attivisti dell’associazione non erano nemmeno nati quando questa cominciava a diventare parte integrante del tessuto sociale di Rimini, eppure la domanda che muove l’azione collettiva degli associati è sempre la stessa: “come costruire un mondo equo sostenibile dove le culture popolari, le conoscenze, le competenze, i progetti e le ambizioni possono essere condivise dentro un’unica cultura del rispetto reciproco?”. Questa è, decisamente, una domanda troppo grande per una piccola associazione. Ma non è una domanda impossibile!

Pacha Mama ha pensato a “Humus” come ad una etichetta, e le sue iniziative sono la risposta del sincero impegno dei suoi volontari. Sono l’occasione che l’associazione offre per incontrarsi e lavorare insieme sul proprio senso di appartenenza alla dimensione pubblica cittadina.

Programma

Il festival è nato e si è sviluppato grazie alle forze dei circa 40 volontari che sono stati coinvolti nell’organizzazione, nella progettazione e nella comunicazione delle attività del festival. Humus si sviluppa su due giornate e ci sarà la possibilità di dissetarsi e mangiare.

Venerdì 13 settembre:

16.00 apertura festival
18.00 spettacolo teatrale di Margherita e Damiano Tercon
20.00 concerti: the Urgonauts, Camillas, Espana Circo Este
23.30 dj set di H.1

Sabato 14 settembre:

11.00 apertura festival e giardino, possibilità di ristorazione.

15.30 inizio attività divulgative con quattro tavoli di approfondimento: Abitare se stessi – Margherita e Damiano TerconAbitare la propria casa – Dijana Pavlovic, Giorgio Beretta, Casa Madiba NetworkAbitare il proprio stato – Libera Rimini, Mario Galasso, Corridoi Umanitari Papa Giovanni XXIIIAbitare il mondo – Fridays for future Rimini, Extintion Rebellion Bologna, Banca Etica, Pacha Mama.

19.00 concerto acustico: Nel Caso
20.00 presentazione del libro degli Zen Circus (con gli Zen Circus!!)
21.30 concerti: band del Circo Paniko, Falafel Fazz Familia
23.30 dj set di Savignao-oh

PROGRAMMA IN EVOLUZIONE RESTA AGGIORNATO>>: https://www.facebook.com/events/523331768503815/

SOSTIENI HUMUS DAL BASSO CON UNA DONAZIONE>> (o anticipa la tua quota di iscrizione min di 5 euro) https://www.produzionidalbasso.com/project/humus-altro-festival

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“Rimini, tra le bandiere ed i gelati”. Contro lo sfruttamento, braccianti e donne in marcia.

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mer, 14/08/2019 - 17:11

di Marco Caligari

“Stavo stretto stretto, e allora gli ho chiesto se potessi cambiare posto. Mi ha mandato dietro negli ultimi posti. Mi sono messo le cuffie nelle orecchie e mi sono addormentato ascoltando musica. Ho aperto gli occhi e ho sentito che stavano contando i morti ed ho capito che erano morte sei persone”. L’ascolto di questa testimonianza di Alagie Saho ha rappresentato il momento più emozionante della marcia contro lo sfruttamento svolta il 06 Agosto 2019 a Rimini. Sono le parole pronunciate dall’unico superstite all’incidente avvenuto un anno prima durante il trasporto dei braccianti nelle campagne di Foggia, dove hanno incontrato la morte i lavoratori. Tre di loro, Bafodè, Ebere e Romanus, erano persone che vivevano nella città di Rimini e sono andati a lavorare come braccianti nella provincia di Foggia. Un territorio caratterizzato dai ghetti per i lavoratori migranti e da decine di morti violente, dove il contesto culturale rende complessa la costruzione di
percorsi di solidarietà, come racconta Alessandro Dal Grande: “Anche quando parlano la stessa lingua, costretti come sono da un lavoro estenuante, i lavoratori sono incapaci di stringere legami e di aprirsi a una minima forma di relazione umana. La difficoltà nel ricostruire le storie di vita dei lavoratori stagionali nasce anche da quest’assenza di legami”.


La marcia era chiamata a ricordare la morte di esseri umani, che per la loro condizione di migranti africani o di persone povere non trovano la dimensione di rispetto sia in vita sia dopo la morte. In ospedale dopo l’incidente, Saho fu ascoltato da diverse operatrici sociali, tra cui Nicoletta Russo. “Come operatrice dell’accoglienza mi sono chiesta tante volte quale potesse essere la nostra di resistenza, in un sistema che ci vorrebbe vedere gestire numeri e non persone; che ci vorrebbe carrarmati, in grado di passare sui corpi umani che incontriamo con indifferenza” con queste parole Russo esprime chiaramente la difficoltà umana e professionale di essere quotidianamente mossa da due principi contrastanti. Da un lato, la propria umanità e professionalità, attraverso cui costruisce una relazione con i richiedenti asilo politico e favorisce un processo di soggettivazione degli sfruttati. Dall’altro, le indicazioni delle leggi in materia di migrazioni, che producono meccanismi di colpevolizzazione degli stranieri e delle ONG. Ad ascoltare le parole di Russo, tornano alla mente le teorie di Achille Mbembe, che analizza come la proiezione della razza sulla
società separi l’umanità nella società, oltre che produrre semplicemente segmentazione. Lo studioso camerunense sviluppò le proprie teorie all’interno di contesti coloniali dell’Africa. Non è legittimo pensare che tali processi di “disumanizzazione” si stiano sviluppando oggi giorno in alcune zone dell’Europa, ad esempio nel Mar Mediterraneo o nei ghetti dei braccianti in Puglia? Il medesimo appello di lancio della Marcia contro lo Sfruttamento evoca tale connessione, quando afferma che “da Salvini a Bolsonaro passando per Trump, è in atto una sempre più forte legittimazione della morte di chi è considerato altro, estraneo, straniero, nemico”.
Certamente comparare i campi dei braccianti agricoli in Puglia con il lavoro negli alberghi sarebbe un’operazione molto discutibile. Al medesimo tempo, è legittimo ricordare come la morte violenta di una donna rumena trovata nell’estate 2009. Si chiamava Eva Ana Bocean ed “il 19 agosto fu trovata agonizzante, da un passante, distesa a terra e morì poco dopo all’ospedale. Le furono trovate diverse emorragie e ferite ai polsi e alle caviglie. L’albergatore, le sue colleghe, e Riccardo Muzzioli, titolare dell’agenzia rumena rilasciarono le loro testimonianze agli investigatori. Il datore di lavoro e le colleghe riportarono la medesima versione, ovvero che la lavoratrice vedeva i fantasmi e parlava del diavolo, conseguentemente fu descritta come una persona psichicamente disturbata. Una donna morta in dinamiche misteriose, reclutata attraverso un’agenzia internazionale
e presente presso tale albergo senza regolare contratto fu considerata come persone pericolosa e non destò nell’opinione pubblica e nelle istituzioni un momento di riflessione e di lutto.

 

Prospettiva femminista e il lavoro delle donne

 
In merito alla condizione di colpevolizzazione della vittima di incidente o di violenza eterodiretta riflette la comunicazione dell’attivista di Non Una di Meno, attraverso le seguenti parole “viviamo in un’epoca in cui la vittima, sia essa un lavoratore pesantemente sfruttato, una donna stuprata viene sistematicamente criminalizzata e colpevolizzata” solitamente ci si chiede “Se si fosse comportata in una maniera corretta, se avesse studiato per avere un lavoro migliore, se non avesse provocato con abiti succinti e atteggiamenti ammiccanti”.

La dimensione di genere riveste una notevole importanza, visto che le lavoratrici che nel 2014 contano per il 59,4% degli avviamenti al lavoro sono prevalentemente assunte per mansioni di media o bassa qualifica quali cameriere, segretarie e addette al ricevimento; laddove gli uomini sono un’ampia maggioranza tra i portieri di notte, i cuochi e i maître d’hotel (Cpi Rimini, 2015, 35-36). All’interno della forza lavoro migrante, le donne sono il 77% degli assunti romeni, il 71,8% dei moldavi, l’80% dei polacchi mentre rappresentano una minoranza tra i senegalesi (11,9%) e tra i marocchini (36,1%) (Cpi Rimini, 2015, 53).
In tale contesto, si inserisce l’ultimo caso di donna migrante che ha subito violenza da parte del titolare dell’azienda dove era impiegata. La lavoratrice racconta al segretario della CGIL “mi ha colpito sulla testa con una zuppiera di plastica mezza piena di besciamella. Poi mi ha strattonato tenendomi per il collo. È la storia di Boguslawa, percossa dal padrone dell’albergo perché riteneva il suo lavoro imperfetto”. In questo caso, la violenza di genere è evidente e la donna espone chiaramente i postumi, diversi giorni dopo aver subito l’attacco dell’uomo.
La marcia contro lo sfruttamento del 6 agosto 2019 ha rappresentato a livello qualitativo e
quantitativo una novità all’interno del contesto del distretto del turismo, visto che oltre 500 persone sono scese in strada, con il coinvolgimento di cittadini di tutte le età e con una forte componente di migranti in testa al corteo. Si possono segnalare alcuni limiti, tra cui sicuramente la mancanza delle lavoratrici giunte a Rimini dalle nazioni dell’Est Europa. Un dato fattuale, a cui è difficile ora fornire interpretazioni. Una donna rumena, in particolare da Cruj, mi ha narrato le sue condizioni di lavoro con le seguenti parole “Io lavoro dalle 7 e mezzo del mattino fino alle 10 di sera e faccio 2 ore di pausa nel pomeriggio, poi dipende sempre da come siamo messi. Ho diciotto camere da fare
dalle 8.30 alle 13.30 e non riesco a fumare nemmeno una sigaretta… dopo scendo giù in cucina e do una mano alla cuoca e lavo i tegami mentre l’altra lava i piatti, fino alle 3 – 3 e mezza; vado via e poi torno alle 6 e lavoro in cucina, aiuto cuoco o lavapiatti, fino alle 10 o 10 e mezza”. Altri incontro dopo l’intervista mi ha dato l’occasione di apprendere che all’Ispettore del Lavoro aveva raccontato condizioni di lavoro legali e rispettose del Contratto di Lavoro del Turismo.

 

Le vertenze

Un secondo dato da raccogliere è relativo al fatto che i diversi interventi all’interno della marcia
contro lo sfruttamento sono stati in prevalenza da attivisti di decine di associazioni, singoli
antirazzisti e sindacati. Oltre alla testimonianza del bracciante agricolo Saho, si segnala la
mancanza della presa di parola di lavoratori per narrare la propria condizione di lavoro o vertenza lavorativa. In questa dimensione del corteo, rappresenta un’anomalia la comunicazione di un educatore sociale. Il lavoratore ha raccontato la mobilitazione dei propri colleghi contro il contratto di lavoro recentemente firmato dai sindacati confederali, ma aspramente criticato dai medesimi educatori sociali per diversi aspetti, tra cui il basso salario, che non li mette in condizioni di vivere una vita dignitosa e potersi percepire come soggetti qualificati e valorizzati dalle istituzioni locali.
Al medesimo tempo, durante il corteo Stella Mecozzi (Mani Tese) ha comunicato come “non sia sufficiente una manifestazione”, ma “è necessario un intervento culturale quotidiano per far rispettare i diritti umani”. Tale considerazione di realismo, alla fine della manifestazione si è intrecciata alla consapevolezza che le strade principali del distretto del turismo riminese, tra “ le bandiere ed i gelati” non erano attraversate da un corteo contro lo sfruttamento con tale partecipazione da diversi decenni, raccogliendo la curiosità di alcune lavoratrici e tantissimi turisti. Nella parte conclusiva del suo intervento, il signor Saho ci conduce alla volontà di costruire la memoria collettiva “erano miei fratelli. Mangiavamo insieme e dormivamo insieme. Non posso dimenticare. Non voglio”.

Marco Caligari, Genova, 09 Agosto 2019.

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Scomparso Sergio Semprini Cesari, pioniere della lotta alla droga riminese e della sussidiarietà, fu tra i fondatori del modello Comunità Terapeutica di Vallecchio.

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mer, 14/08/2019 - 16:33
Oltre quarant’anni di impegno sanitario, politico, sociale che ha permeato profondamente la storia di Rimini. Sergio Semprini Cesari con il gruppo del Cmas, influenzò le politiche regionali di gestione delle comunità terapeutiche.

Il mondo riminese della lotta alle dipendenze, e con esso la Cooperativa Sociale Cento Fiori, è in lutto: è spirato questa mattina Sergio Semprini Cesari, uno dei perni intorno ai quali si sono create tutte le politiche di prevenzione e di lotta alla droga dalla fine degli anni ‘70 ad oggi. Sociologo, dirigente del Cmas, prima denominazione del Servizio Tossicodipendenza dell’allora Azienda Usl Rimini Nord, ha portato il suo attivismo fuori dall’ambito sanitario per farlo approdare nella cosiddetta società civile. Gettando le basi per la nascita della Cooperativa Sociale Cento Fiori prima e della Comunità terapeutica di Vallecchio poi. Una storia lunga circa quarant’anni di impegno sanitario, politico, sociale che ha permeato profondamente la storia di Rimini, per lasciarla ora sgomenta nel dolore. «Cara Caterina – hanno scritto gli operatori della Cooperativa Sociale Cento Fiori alla moglie – in questo triste momento siamo vicini a te e famiglia nel dolore per la scomparsa del caro Sergio». Mentre la famiglia invita «chi volesse passare a fare un saluto, le esequie ci saranno venerdì dalle 16 alle 17 alla camera ardente del Cimitero di Rimini. Buona vita a tutti».

Il suo impegno sociale viene dal 1968. Leonardo Montecchi, psichiatra del Sert e collega da decenni, lo ricorda come «una persona molto attiva e passionale, appassionato di musica, di tendenze giovanili, appassionato al lavoro che faceva: ci credeva pienamente. E nel Movimento si era ritagliato un suo ruolo. Dopo la riforma sanitaria si è occupato sia del Consultorio sia del servizio dipendenze, che si chiamava Cmas. Con la sua spinta è riuscito a creare un clima di interesse, per cui le persone venivano, sentivano che c’era questa volontà di cambiamento e di fare, percepivano un agire completamente antiburocratico».

Montecchi ricorda che Semprini Cesari «era un esponente importante del Pci della sezione Nicolò – Tre Martiri. Organizzò un Festival dell’Unità a Marina centro con un concerto memorabile del jazzista di fama mondiale Don Cherry. Riusciva a cogliere aspetti culturali e politici e faceva le sue battaglie, per avere un partito più vicino ai movimenti, a quel tempo. Non era certamente un burocrate, come struttura intellettuale: era un uomo d’azione ma anche di pensiero. Ricordo i libri che abbiamo fatto insieme, il primo è Rimini una città contro la droga, e poi Cambiare. Il modello operativo del Sert di Rimini, con Massimo Ferrari».

Nel 1980 non si parlava ancora di Sussidiarietà. Il tema della droga si giocava su due ambiti separati. Da una parte i servizi pubblici, dall’altra le comunità terapeutiche. Questo modello però viene messo in discussione proprio a Rimini, con il Cmas di Sergio Semprini Cesari in prima fila. Ricorda Werther Mussoni, fondatore della Cooperativa Sociale Cento Fiori e della Comunità Terapeutica di Vallecchio: «la collaborazione tra pubblico e privato è stata la prima in Italia, tant’è che è diventata un modello. Prima fra tutte per la Regione Emilia Romagna, che l’ha preso come modo di gestire le comunità terapeutiche, definendole come “enti ausiliari”. Quindi un ruolo attivo».

Ma quale era la situazione riminese nell’ambito delle dipendenze? Un quadro viene da un volantino firmato dagli operatori del Cmas, da giovani e dalle famiglie di tossicodipendenti di Rimini, chiamando a raccolta per una manifestazione cittadina contro la droga: «“Esistono due tipi di assuefazione all’eroina: l’assuefazione del tossicomane e l’assuefazione dell’opinione pubblica. Un’efficace attività preventiva deve combattere questo secondo tipo di abitudine. L’eroina a Rimini nel giro di tre anni ha assunto dimensioni preoccupanti. I tossicomani che si sono rivolti al C.M.A.S (Centro Medico di Assistenza Sociale) per disintossicarsi sono in continuo aumento. L’incremento nel periodo 30/9/1979-30/4/1980 è stato del 187% di eroinomani al di sotto dei 20 anni, del 9.5% tra i 20 e i 24 anni e del 51% al di sopra dei 25 anni. Da questi dati si può notare che il mercato punti decisamente sugli adolescenti e di come questi caschino nella rete. […] A Rimini e circondario esistono circa 600 tossicomani, comperano in media 50mila lire di eroina al giorno. Con una semplice operazione scopriamo che il mercato è di 30 milioni al giorno, 900 milioni al mese, circa 12 miliardi all’anno”.

«Avevamo capito che Rimini non si rendeva conto di cosa stava succedendo – ricorda Leonardo Montecchi, psichiatra all’epoca in forza al Cmas insieme a Sergio Semprini Cesari e Massimo Ferrari, ora al Sert – alla fine degli anni ’70 arrivava al Centro per curarsi un sacco di gente, eravamo pochi e con pochi mezzi». «C’era un movimento di massa che spingeva per trovare soluzioni al problema droga diverse da quelle esistenti – dice Werther Mussoni – per i non credenti la comunità della Papa Giovanni XXIII poteva non essere adatta. Così come non lo era una comunità come San Patrignano dove una figura carismatica sostituiva il Cristo, ovvero il Santone, convinti come eravamo che per aggredire il problema della droga ognuno doveva trovare le risposte dentro di sé».

Il Cmas, con Sergio Semprini Cesari e il gruppo di lavoro che si era formato intorno a lui, per tenere sotto controllo il fenomeno e per arginare l’eroina accentra su di sé la distribuzione del metadone, distribuendolo come terapia. Nel centro di via Bonsi non si distribuisce solo metadone. Si fa attività di Centro Diurno con i pazienti, le loro famiglie. Il comitato genitori, l’assemblea degli utenti e gli operatori stampano volantini, pubblicano la rivista «Giù la maschera» e il giornale «Centolire».Per completare questo modello riminese, all’ambulatorio e al centro diurno manca la terza struttura, la comunità. È attraverso quella che si può completare il lavoro sui pazienti, distogliendoli dal richiamo della «piazza». Dentro al Cmas nasce la cooperativa Sociale Cento Fiori, primo presidente il dottor William Raffaeli, pochi mesi dopo prende il suo posto Werther Mussoni. Ma «una cooperativa non poteva essere una risposta – dice Mussoni – sì, c’era qualche attività artigianale, ma avevamo bisogno di una struttura che “troncasse” con la piazza».

Sergio Semprini Cesari cercò tra i terreni pubblici e trovò il podere Fonte a Vallecchio, che era dell’ospedale Fantini di Montescudo. Cominciammo un’operazione per mettere d’accordo tutti, Circondario (l’equivalente istituzionale della Provincia di oggi) e Comuni volevano una comunità di tipo pubblico, gestita da un privato cooperativo. Occorreva convincere Montescudo a «mollare» e lo fece in cambio di un servizio di trasporto scolastico e una nuova destinazione per l’ospedale. «E mentre la trattativa tra le istituzioni procedeva – ricorda Mussoni – per stimolare enti locali e burocrazia occupammo il podere e iniziammo i lavori». Il 23 maggio del 1984 firmarono la convenzione i Comuni di Montescudo, Rimini e la cooperativa. «Tutta questa voglia di fare ha realizzato qualcosa perché le Amministrazioni locali non ne volevano sapere di una nuova comunità organizzata come un Principato, con proprie frontiere e regole. Pubblico e privato volevano qualcosa di trasparente, con metodi conosciuti, condivisi, democratici, dove chiunque poteva entrare e vedere cosa stesse accadendo dentro. Creammo per la prima volta ciò che oggi chiamano «sussidiarietà». Ciascuno dava il meglio di quello che aveva: l’Ausl il Cmas, la cooperativa spirito di avventura, voglia di fare e le capacità imprenditoriale e di adeguarsi».

«Era un grande appassionato di mare – ricorda Montecchi – si è battuto per la nascita del progetto Ulisse, per restaurare la goletta Catholica e per farne un progetto che potesse coinvolgere le persone che stavano in comunità, evidenziando come un gruppo nella barca potesse essere uno strumento terapeutico». Un progetto che continua tutt’ora con le crociere terapeutiche – catalogate in ambito universitario come esperienze di “outdoor education” – anche se con altre tipologie di barche. Ma andava anche oltre il progetto Ulisse: «aveva creato un equipaggio con i ragazzi della comunità terapeutica di Vallecchio – ricorda Mussoni – e con loro sul Chicaboba II aveva fatto la regata Rimini Corfù Rimini, organizzata dal Circolo Velico Riminese». «Lui era così – dice Montecchi – questo spirito di libertà che trasferiva alla persone. Penso che c’era una identificazione nel nome che aveva dato al progetto, Ulisse, con il suo personaggio».

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Match Fishing Italia sceglie il lago Arcobaleno Riccione per ambientare un videotutorial su diverse tecniche di carpfishing

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mar, 13/08/2019 - 18:28
Scrive la seguitissima rivista di settore: «una piccola oasi luogo ideale per trascorrere qualche ora di pesca e relax insieme a tutta la famiglia»: della struttura gestita dalla cooperativa sociale Cento Fiori gestisce insieme alla Lago Arcobaleno ASD

«A pochi passi dalla splendida cittadina romagnola di Riccione c’è una piccola oasi luogo ideale per trascorrere qualche ora di pesca e relax insieme a tutta la famiglia, è il “Lago Arcobaleno” un impianto di pesca sportiva immerso nel verde dotato di ogni comfort, all’interno della struttura troverete un parco giochi per i più piccoli, un bar dove è possibile degustare le tante specialità della cucina romagnola, e soprattutto un angolo fornitissimo di attrezzature da pesca». E’ il lusinghiero “attacco” dell’articolo che la rivista Match Fishing Italia, una delle più seguite riviste on line di settore, dedica al lago Arcobaleno, la struttura di pesca sportiva che la cooperativa sociale Cento Fiori gestisce con l’omonima ASD.

Nei giorni scorsi l’articolista Giuseppe Trani, insieme a «Damiano Bottegoni alfiere del GPS Mondolfo nonché Rappresentante di zona della Tubertini e il presidentissimo del Team Romagna Cesare Genchini» sono scesi al lago Arcobaleno. Scrive Trani: «occasione ghiottissima per carpire qualche segreto della pesca alla Carpa in laghetto, che sarà oggetto di un video tutorial che pubblicheremo a breve sui nostri canali social, e dal quale abbiamo estrapolato qualche fermo immagine». Fermi immagine che potete guardare nell’articolo pubblicato dalla popolare rivista on line.

«Damiano e Cesare hanno affrontato questo specchio d’acqua, popolato di carpe e amur veramente cattive e combattive, con due approcci differenti, Damiano ha optato per la pesca sottosponda sul fondo, innescando i pellet forniti dai gestori del lago». Alla fine della sessione di pesca e della documentazione, foto di gruppo con i due pescatori e i nostri Ilaria Bartolini e Marco Samuelli.

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«Il mondo della solidarietà sotto attacco. Contro la deriva autoritaria in atto in Italia», incontro con il prof. Stefano Zamagni

Cooperativa sociale Cento Fiori - Dom, 11/08/2019 - 17:21
L’economista, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali, invitato a Viserba dalla parrocchia di Santa Maria al mare lunedì 12 agosto alle ore 21 in piazza Pascoli a Viserba (ingresso gratuito).

Rimini (comunicato stampa) – Dalla chiusura dei porti alla criminalizzazione delle Ong, dal disprezzo dei poveri all’attacco frontale al mondo del no profit e del volontariato accusato di buonismo, se non di aperta inutilità.

Non c’era bisogno dell’ultimo decreto “Sicurezza bis,” che introduce nel nostro ordinamento il nuovo reato di umanità (salvare vite umane è diventato un crimine), per comprendere la deriva autoritaria su cui si sta avviando il nostro paese. Nell’indifferenza, o peggio con il favore di larghe fette di popolazione, anche dentro i confini della Chiesa, affascinati dal leader forte a contatto diretto col popolo…

A parlare di questa specie di mutazione antropologica oggi in atto in Italia sarà il prof. Stefano Zamagni, economista riminese conosciutissimo per i suoi studi in materia di economia sociale e, dal marzo scorso, presidente della Pontificia accademia delle Scienze sociali.

Invitato a Viserba dalla parrocchia di Santa Maria al Mare nell’ambito del ciclo di incontri estivi del lunedì sera, Zamagni spiegherà il disegno che sempre più chiaramente sta prendendo forma nel nostro paese: “Quello di una società civile che si vuole sempre più schiacciata tra le forze dello Stato e del mercato, con l’obiettivo non dichiarato di mettere sotto tutela gli enti del terzo settore, in termini sia di fondi da utilizzare (sempre di meno) che di progetti da realizzare”. Per questo, come ha spiegato in una recente intervista, “è necessario che i cattolici, a cui è legato in termini ideali il 70% delle organizzazioni attualmente presenti nella società civile e nel volontariato, non si tirino più indietro, si assumano le loro responsabilità e comincino a fare massa critica per poter incidere sulle scelte che davvero contano. Non farlo sarebbe peccato di omissione”.

L’appuntamento con il prof. Stefano Zamagni è in programma Lunedì 12 agosto alle ore 21 in Piazza Pascoli a Viserba (ingresso gratuito). Al termine, il relatore sarà disponibile per le domande del pubblico.

Per info: Don Aldo Fonti, Parroco di Santa Maria a mare, Viserba (RN)

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Quale può essere la nostra di resistenza?

Cooperativa sociale Cento Fiori - Ven, 09/08/2019 - 12:41
L’intervento di Nicoletta Russo, della cooperativa sociale Cento Fiori, alla manifestazione di Rimini “Dalle radici alle stelle. Marcia per i diritti contro lo sfruttamento”.

C’è un antropologa che a Palermo da anni si occupa di cercare di dare un nome a tutte le vittime del mediterraneo. E’ un lavoro difficile e meticoloso. Si chiama Giorgia Mirto ed è questa la sua resistenza: rendere umano ciò che si vorrebbe disumanizzare, anche nella morte.

Come operatrice dell’accoglienza mi sono chiesta tante volte quale potesse essere la nostra di resistenza, in un sistema che ci vorrebbe vedere gestire numeri e non persone; che ci vorrebbe carrarmati, in grado di passare sui corpi umani che incontriamo con indifferenza; un sistema dove le lacrime sono considerate deboli e poco professionali; dove ogni atto violento e razzista subito è etichettato come bravata o fatto di poco conto.

Come rendere umano tutto questo disumano?

Una risposta l’ho trovata negli occhi di Alagie un anno fa, il giorno in cui siamo arrivate [l’autrice e due colleghe della cooperativa, Federica Soglia e Camilla Pacassoni ndr] a trovarlo a Foggia dopo l’incidente.

Quando siamo entrate nella sua stanza, si è tolto la maschera dell’ossigeno che lo aiutava a respirare e ci ha detto: «Ebere, Bafode e Romanus, sono morti».

Alagie ha scandito quei nomi con tanta fatica e con altrettanta solennità. Pronunciare quei nomi è stato ed è per lui un obbligo, un dovere. L’impegno a non dimenticare quegli uomini.

Credo che non dimenticare significhi allora avere quello stesso coraggio che ha avuto Alagie nel dire che quegli uomini avevano un nome e di pronunciare quei nomi ogni giorno.

Credo che significhi, in un sistema che tenta di annientare l’altro nella sua dimensione di essere umano, impegnarci a riconoscere ogni uomo e donna come tale perché nel nostro riconoscimento possa sentirsi a sua volta uomo o donna con dignità e diritti, indipendentemente da provenienza o colore della pelle.

Credo che significhi tornare a chiederci

se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no

Per noi oggi questa marcia e lo spazio comune con cui continueremo da domani rappresenta questo: partire dal lavoro per ridare un nome e con esso dignità e umanità a chi di lavoro è morto e a chi, di lavoro e di confini, continua a morire ogni giorno.

Tratto dalla pagina facebook della manifestazione Dalle radici alle stelle. Marcia per i diritti contro lo sfruttamento

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Dispositivi gruppali e trasformazioni istituzionali in un reparto psichiatrico ospedaliero

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Ven, 09/08/2019 - 11:48

di Massimo De Berardinis

 “Nella vita psichica individuale l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come amico o avversario e in questo modo la psicologia individuale è allo stesso tempo e fin dall’inizio, psicologia sociale, in senso lato, ma pienamente giustificato”

S.Freud: psicologia delle masse ed analisi dell’io, 1921

 

Quando iniziai il mio percorso di formazione specialistica alla Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena … correva l’anno… 1977.

Il Reparto femminile, cui ero stato assegnato, contava su una dotazione ufficiale di 19 posti letto che, di fatto, a causa delle numerosissime richieste di ricovero, non scendeva mai al di sotto dei 25 letti, con momenti di sovraffollamento in cui si superavano anche i 30 posti letto.

Le degenti, tutte rigidamente in vestaglia, trascorrevano la maggior parte del tempo nelle loro stanze, a letto; l’alternativa allo stare in camera era rappresentata dal camminare avanti e indietro per il lungo corridoio.

Le infermiere se ne stavano in guardiola a fare le loro cose, come dicevano le ricoverate, oppure agivano una stereotipata ritualità di atti quotidiani (sveglia, distribuzione delle terapie, carrello della colazione, ecc., ecc.) che si ripetevano sempre uguali; quando entravano in contatto con le pazienti lo facevano attraverso l’assunzione di un petulante “ruolo genitoriale, inappropriatamente “infantilizzante”.

 “… vieni qui da me Paolina, vieni …”, “…mangia Paolina … mangia … lo sai che ti fa bene …”; era la loro maniera di “accudire” le ricoverate; non conoscevano altri modi ma erano in buona fede e le pazienti sembravano capirlo.

I medici, dal canto loro, erano sempre “di corsa”; attraversavano veloci il corridoio tagliando con sapiente perizia la folla delle “questuanti”: “… dottore… dottore… mi ascolti dottore …”, sino a raggiungere gli ambulatori cui le pazienti potevano accedere solo su chiamata ed accompagnate dalle infermiere.

Le stesse infermiere venivano chiamate con un campanello che trillava direttamente nella “guardiola”.

Dopo tempi imprevedibili il campanello cessava di suonare ed i medici “riemergevano” dagli ambulatori per sparire definitivamente, in fondo al corridoio, al di là della porta che separava il Reparto dal “mondo di fuori”.

In quest’atmosfera spersonalizzata e regressiva, il tempo scorreva con una tranquillità innaturale, interrotta, ogni tanto, solo da urla improvvise, sbattimenti di porte e veloci tramestii di passi; poi… tutto tornava come prima, come se nulla fosse accaduto.

Le pazienti, che vivevano in questo stato di “sospensione”, sembravano aver trovato “nell’aspettare” il senso del loro stare in Reparto: aspettavano che arrivasse il carrello dei pasti; aspettavano di fumare le sigarette che le infermiere concedevano loro… una alla volta; aspettavano la visita dei famigliari; aspettavano in fila per andare in bagno; aspettavano la somministrazione delle terapie… ma soprattutto… aspettavano di essere chiamate dal medico per “il colloquio”… il mitico colloquio!

In Clinica, infatti, i medici, non senza una punta di orgoglio, avevano da tempo abbandonato il classico “giro” al letto delle malate per sostituirlo con momenti di colloquio.

Al tempo i colloqui erano fondamentalmente di due tipi: uno era il colloquio con i famigliari, al quale le ricoverate erano ammesse solo alla fine per essere informate, “in modo semplice”, delle decisioni che erano state prese sul loro conto; l’altro era quello con le pazienti ed era soprattutto orientato ad una valutazione medico comportamentale: dorme, non dorme, mangia, va di corpo, delira, è allucinata, è aggressiva, rifiuta le terapie, ecc., ecc.

Ora qui sarebbe lungo addentrarsi nel dettaglio delle vicende che, a partire da questa realtà, consentirono la progressiva trasformazione del Reparto, per cui citerò solo alcuni dei passaggi, per me più significativi, di quel percorso.

Il primo elemento di cambiamento, preliminare a tutto il seguito, consistette nell’adibire una grande stanza ad otto letti a sala da pranzo e di intrattenimento; questo cambiamento, apparentemente banale, fu quello che permise i miei primi avvicinamenti alla vita delle ricoverate.

Era solitamente di pomeriggio, sotto lo sguardo un po’ contrariato (perché “turbava” la routine del Reparto) ma insieme anche curioso delle infermiere, che cominciai a prendere l’abitudine di mettermi a sedere ad un tavolo della nuova sala; me ne stavo lì, guardandomi intorno, finchè qualche paziente, con fare un po’ incerto, si avvicinava, si sedeva e cominciava a parlarmi; poi se ne avvicinava un’altra e un’altra ancora, così, piano piano, si formava un gruppetto “di chiacchiera”. Il giorno successivo la scena si ripeteva ed il gruppo si ricomponeva… gli argomenti erano quelli della quotidianità, i figli, i problemi di lavoro… i soldi… ecc., ed io… “nuovo del mestiere”… restavo colpito da questi momenti in cui le pazienti “quasi non sembravano pazienti”, come invece avveniva negli altri momenti di incontro “ufficiale” con il medico.

Il secondo elemento di cambiamento riguardò la trasformazione dello spazio mattutino delle cosiddette “consegne”; uno spazio che noi specializzandi avevamo ribattezzato dispregiativamente “riunione cacca e piscio” perché essenzialmente deputato ad acquisire informazioni, tramite le infermiere, sull’andamento di queste funzioni corporali e sugli aspetti più grossolanamente comportamentali delle ricoverate: ha dormito, non ha dormito, è andata di corpo, non è andata di corpo, ha preso le medicine, non ha preso le medicine…

L’aspirazione del nostro gruppo era invece quello di dare vita ad una riunione d’équipe nella quale, accanto alle questioni di ordine organizzativo-gestionale della quotidianità spicciola, si potessero sviluppare discussioni cliniche sul funzionamento psicologico delle pazienti, sull’andamento delle loro storie famigliari, sul tipo di trattamento da condurre in Reparto, ecc.; ma il conseguimento di questo obiettivo ci impegnò a lungo, vista anche l’evidente sperequazione di potere decisionale che caratterizzava inizialmente la nostra posizione: all’inizio nessuno di noi era “strutturato”.

In quegli anni, quando si parlava di riunioni, ci si riferiva ovviamente a riunioni tra operatori; infatti, se si eccettuano le esperienze assembleari che si erano tenute in alcuni Ospedali Psichiatrici, come a Gorizia, Trieste, Arezzo ed in poche altre realtà, vi erano in Italia rarissime esperienze di attività di gruppo con pazienti ricoverati.

A noi, del Reparto Donne, così ci chiamavamo, occorsero più di due anni prima di poter riuscire ad organizzare delle riunioni a cadenza regolare con le ricoverate.

Queste riunioni, che pure si rivelarono già da subito come un potente strumento in grado di ridurre l’aggressività e dare un senso al tempo trascorso all’interno del Reparto, dovettero convivere a lungo con la “ritualità” dei colloqui individuali, cui restavano fortemente legati non solo le pazienti ma anche i medici e le infermiere che, con il loro abbandono, temevano di perdere anche un pezzo della loro identità professionale.

La sostituzione dei colloqui individuali con le riunioni quotidiane con le pazienti, rappresentò quindi una tappa che richiese molto tempo e molta “pazienza” ed il cui conseguimento fu possibile solo grazie all’evidenza con la quale le pazienti che partecipavano ai gruppi presentavano miglioramenti clinici più significativi e più rapidi rispetto a quelle “seguite”con colloqui individuali.

Fu così che, pur tra mille difficoltà e resistenze, piano piano la riunione con le pazienti divenne il momento centrale dell’attività terapeutica del Reparto.

Si teneva tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, per la durata di un’ora e mezza; vi partecipavano tutte le ricoverate e lo staff di Reparto, tranne un’infermiera che, a turno, restava “fuori” disponibile per le eventuali chiamate telefoniche, ritiro di esami, nuovi ingressi, ecc. e soprattutto per consentire a quelli che stavano “dentro” una sufficiente tranquillità per potersi concentrare su quanto avveniva nella riunione.

Un medico coordinava l’incontro mentre gli altri operatori fungevano da osservatori partecipanti. La discussione era a tema libero e la finalità ricercata, in particolare agli inizi, mirava a favorire una democraticità relazionale ispirata alle comunità terapeutiche di Maxwell Jones, ma anche un’attenuazione delle ansie ed un contenimento della frammentazione psicotica soprattutto nelle pazienti in fase di grave scompenso.

Questo assetto era reso possibile dall’atteggiamento, mantenuto da tutti gli operatori, di convogliare sistematicamente nello spazio della riunione tutte le problematiche concernenti le pazienti. Fatte salve le situazioni d’urgenza, infatti, ogni tentativo di instaurare rapporti individuali con figure dello staff veniva cortesemente scoraggiato e rinviato allo spazio – tempo della riunione.

Col procedere dell’esperienza il lavoro con i gruppi ci pose sempre di più a contatto con le “parti sane” delle pazienti (aspetto questo fortemente sottovalutato nella cultura degli ambienti di ricovero psichiatrico del tempo) ed in certo senso ci “costrinse” a rivedere molte delle nostre idee sulla malattia mentale, sul significato e soprattutto sul modo di condurre un ricovero psichiatrico.

Di seguito descriverò brevemente “i dispositivi” che, nel tempo, si aggiunsero alla riunione d’équipe ed alla riunione con le pazienti e che contribuirono a determinare  le più significative trasformazioni organizzativo-funzionali del Reparto.

L’incontro di accoglimento 

Giungemmo alla sua istituzione perché non potevamo più accettare il fatto che i ricoveri venissero disposti, dal Pronto Soccorso, sulla base di consulenze nelle quali l’indicazione al ricovero era sostenuta, quasi esclusivamente, dal riscontro di una sintomatologia psichiatrica o, ancor peggio, dalle pressioni esercitate dal contesto famigliare o micro sociale del paziente; cioè senza alcuna analisi della richiesta: chi chiedeva? Cosa chiedeva? Quale sarebbe potuta essere la risposta più adeguata? Tutto questo non accadeva e neppure si poteva pensare, allora, che potesse accadere nella realtà compressa e convulsa del Pronto Soccorso di un grande Policlinico.

Il nuovo spazio dell’accoglimento avrebbe quindi dovuto assolvere alla finalità di sviluppare un’analisi della richiesta, raccogliere informazioni sulle vicende che avevano condotto le pazienti al ricovero, formulare ipotesi di orientamento diagnostico e soprattutto (cosa per noi più importante di ogni altra) consentire, laddove il ricovero ci fosse apparso indicato, di giungere alla definizione di un “contratto” che esplicitasse, in modo chiaro e realistico, “la compromissione” di pazienti, famigliari ed équipe curante relativamente al lavoro da svolgere durante il ricovero. Il nostro intento, insomma, era quello di dare un “setting” al ricovero, cioè definirne contrattualmente lo spazio (il dove), il tempo (il quando e per quanto tempo), il ruolo (tra chi e chi) e il compito (per fare che cosa).

Immaginatevi che cosa accadde… riconoscere una contrattualità a pazienti quasi sempre affetti da quadri psicotici… ed in più… in fase di scompenso!

Ovviamente le resistenze non riguardavano solo i pazienti ed i loro famigliari… ma per noi questo passaggio rivestiva una valenza fondamentale; rappresentava una pre-condizione irrinunciabile per l’avvio di qualsiasi rapporto che avesse almeno l’aspirazione di svolgere una funzione terapeutica!

L’incontro, una volta istituito, aveva la durata di un’ora e mezza; si teneva tutte le mattine, dal lunedì al sabato, e vi prendevano parte, oltre alle pazienti ricoverate nella notte o il giorno precedente, anche tutte quelle pazienti, già ricoverate, con le quali non si era ancora giunti alla definizione di un “contratto di ricovero”; all’incontro erano invitati a partecipare, oltre ai famigliari delle pazienti, anche gli operatori dei Servizi di riferimento.

Per avere un’idea di quanto potesse essere “dirompente”, al tempo, questo tipo di approccio è sufficiente pensare a cosa accadrebbe, ancora oggi, se per esempio i colloqui che si tengono a scuola tra insegnanti e genitori cominciassero ad includere gli allievi… ed assumessero la forma della multifamigliarità!!

In questo spazio assai particolare, attraversato da transferts, controtransferts e proiezioni multiple, la natura delle “crisi dei sistemi famigliari” tendeva a mostrarsi in modo così intellegibile e rapido (… e non solo per gli operatori ma per tutti i partecipanti, non foss’altro per la forma drammatico – didascalica con la quale le crisi venivano per così dire… “messe in scena”…) da rendere assai spesso del tutto ingiustificato il prolungarsi dei ricoveri.

L’incontro di counseling con i famigliari

L’attivazione di questo dispositivo, che si teneva una volta alla settimana, per la durata di un’ora e mezza, discendeva, come ormai si sarà capito, dall’importanza che noi annettevamo al coinvolgimento della rete famigliare nel processo di cura.

L’incontro era pensato come uno spazio di ascolto per i famigliari che fosse in grado di accogliere ed elaborare richieste, ansie, transferenze e proiezioni in modo tale da favorire una rimodulazione, in termini meno stereotipati, dei ruoli “aggiudicati ed assunti” dai vari membri, all’interno di ciascun gruppo famigliare.

I famigliari delle ricoverate venivano invitati a partecipare agli incontri già in fase di accoglimento; nella “consegna” di avvio del gruppo veniva chiarito che, per motivi di riservatezza, non sarebbero state fornite informazioni riguardanti le persone ricoverate; anzi, per tutto quanto concerneva il loro stato di salute si rinviava direttamente alle interessate che, si sottolineava, erano perfettamente al corrente di ogni aspetto che riguardasse il loro programma di cura: terapie seguite, risultati di esami, durata presumibile del ricovero, eventuale data della dimissione, ecc. ecc.

Anche qui si può immaginare la reazione dei famigliari. “… Ma allora questo incontro è per noi!!… ma noi non siamo mica malati!!… voi dovete dirci come stanno!!… ve le abbiamo portate per curarle… non siamo mica noi quelli da curare!!…”

Nonostante queste vivaci reazioni e le indignate proteste al Direttore della Clinica e sin anche alla Direzione Sanitaria del Policlinico, lo staff, senza arretramenti sul piano del rispetto del segreto professionale nei confronti delle signore ricoverate, ribadiva con fermezza che l’incontro non era finalizzato a fornire informazioni, bensì a  condividere le difficoltà che un gruppo famigliare si può trovare ad affrontare in occasione del ricovero di uno dei suoi membri.

Il nostro obiettivo era quello di “spingere” i famigliari a ripensare le loro congiunte  ricoverate, non come delle “pazienti” (come loro stessi ormai le definivano) ma come figlie, madri, mogli, ecc., momentaneamente in difficoltà; perciò rifiutavamo con forza quella richiesta di “alleanza”, alle loro spalle, che i famigliari ci riproponevano costantemente.

L’incontro di discussione clinica e di supervisione

Dopo ognuna delle riunioni descritte l’équipe di Reparto si ritrovava in un post-riunione, come lo chiamavamo allora, che aveva la durata di un’ora, per discutere e riflettere sugli accadimenti che le avevano caratterizzate.

Una volta alla settimana le situazioni più problematiche venivano affrontate all’interno di una supervisione con un collega psicoanalista esterno alle attività del Reparto.

Se la riunione con le ricoverate costituiva certamente “il cuore” del processo terapeutico, il post-riunione rappresentò, altrettanto certamente, “il cuore” del processo formativo di tutta l’équipe di Reparto.

Con questo assetto: riunione d’équipeincontro di accoglimento – riunione con le pazienti – incontro di counseling con i famigliari – incontro di discussione clinica e di supervisione, il Reparto andò avanti per alcuni anni.

Anni durante i quali maturarono e soprattutto si trasformarono profondamente la cultura e l’operatività di tutta l’équipe del Reparto.

La riflessione sulla interazione tra sistema famigliare e sistema istituzionale di cura, facilitata dai dispositivi gruppali che avevamo posto in essere, ci permise di renderci conto della inadeguatezza dei paradigmi concettuali con i quali operavamo e stimolò in noi la ricerca di nuove forme di approccio alle gravi situazioni  di scompenso psichiatrico che giungevano alla nostra osservazione; le strade individuate tramite quell’impegno di ricerca ci condussero all’abbandono della “cultura” dell’intervento “sul” paziente a vantaggio di una pratica di lavoro “con” il paziente ed il suo contesto.

In particolare ricordo che andarono in pezzi due classici approcci molto “di moda” in quel periodo: quello caratterizzato dalla cosiddetta “alleanza tra sani”, cioè tra famigliari e terapeuti, di cui fu possibile comprendere appieno la negatività rispetto ai percorsi di crescita psicologica delle pazienti e quello, sviluppatosi in opposizione al primo, caratterizzato dall’alleanza tra pazienti e terapeuti sullo stile “… lei è così perché ha avuto i famigliari che ha… ma vedrà… con noi sarà diverso…” 

L’uscita da queste forme di “collusività”, proprie di certa “psichiatria paternalistica” del tempo, ci permise di collocarci in una nuova e diversa posizione che per essere mantenuta necessitava però di ulteriore studio e formazione.

Lo studio della psicoanalisi ed in particolare del pensiero di Bion e di Pichon Rivière, nutrì la prima delle due esigenze, mentre la seconda trovò risposta nell’incontro con Armando Bauleo.

Alla luce del nuovo armamentario culturale di cui ci stavamo dotando, ci apparve chiaro che i diversi dispositivi che avevamo mano a mano impiantato, altro non erano se non apparati con i quali avevamo cercato di “trattare”, in maniera “separata”, i diversi aspetti di quel fenomeno, “complesso ma unitario”, rappresentato dalla malattia mentale.

Ciò che i dispositivi gruppali ci avevano consentito di “vedere” contribuì in maniera decisiva alla trasformazione del nostro modo di “pensare” il rapporto malato – malattia; dovemmo così accettare che la malattia mentale, contrariamente a quanto sostenuto dalla Psichiatria classica, non si esauriva “nel” malato, rappresentando un fenomeno di assai più ampia dimensione, in grado di interessare tutto il contesto storico e relazionale del soggetto.

Voglio dire che l’esercizio di queste pratiche terapeutiche ci aiutò a comprendere che la salute e la malattia mentale non sono fenomenologie “chiuse” nella dimensione intra-soggettiva, o addirittura intra-cerebrale, come sostenuto da certa psichiatria organicistica, bensì “aperte” alla dimensione inter-soggettiva e di contesto.

Alla rilettura delle evidenze che ci provenivano dalla clinica non potevano non fare seguito consequenziali trasformazioni sul piano dell’operatività; trasformazioni che in effetti non tardarono ad apparire, spingendo il Reparto Donne ad abbandonare la sua tradizionale organizzazione ospedaliera per trasformarsi in una realtà terapeutica, del tutto sui generis, di centro psichiatrico per le crisi; un’esperienza a tutt’oggi mai più replicata.

L’incontro di accoglimento permanente

Il nuovo strumento terapeutico, pensato per riunificare tutti i dispositivi terapeutici precedenti, prese il nome di accoglimento permanente; aveva la durata di due ore e si teneva tutte le mattine dal Lunedì al Sabato; un medico coordinava l’incontro mentre gli altri componenti dello staff, tranne un’infermiera che a turno restava fuori, svolgevano il ruolo di osservatori partecipanti.

Al gruppo partecipavano, oltre alle pazienti ricoverate, i loro famigliari e, quando possibile, anche gli operatori dei servizi di riferimento territoriale.

Il compito manifesto, esplicitato nella consegna, si componeva di due parti; la prima riguardava il come mai erano lì… il che cosa era accaduto; la seconda riguardava il che cosa pensavano di fare.

Il lavoro del gruppo prendeva le mosse dalla situazione presente, quindi muoveva verso il passato, e da qui piegava verso il futuro; poi tornava al presente, di nuovo al passato, di nuovo al futuro…

In questo andare e venire il gruppo raccontava le sue storie; i soggetti entravano nei loro ruoli, a volte se li scambiavano, si confondevano, sparivano e riapparivano; i confini famigliari si sfumavano, si rimodellavano, a volte i membri di una famiglia “entravano a far parte” di un’altra e viceversa, tutto si metteva in movimento, era come una grande rappresentazione teatrale in cui tutti gli attori (pazienti, famigliari e terapeuti) contribuivano alla costruzione di una trama continuamente rimodulata; quando il gruppo terminava, foss’anche solo per un piccolissimo aspetto, nessuno, e questo valeva anche per i terapeuti, poteva sentirsi uguale a prima.

Dopo un lungo cercare ci eravamo finalmente imbattuti in questo fantastico strumento di cura; una grande “giostra ricombinante” dove, in un intergioco di fenomeni transferali, controtranferali, proiettivi ed introiettivi, era possibile, per tutti i soggetti, rimettere in gioco la forma dei propri vincoli interni.

Il setting assunto dal centro crisi permise alla nuova struttura di svolgere quella necessaria funzione di “contenitore”, di “non processo”, che consentiva il dispiegarsi di “processi terapeutici” in grado di abbracciare contemporaneamente la dimensione individuale, famigliare e istituzionale.

Tutto ciò si tradusse in un’ accelerazione dei tempi di risoluzione delle crisi tanto vertiginosa che la presenza media giornaliera delle ricoverate, già fortemente calata con gli assetti che il Reparto era venuto mano a mano assumendo,  raggiunse i valori record di 5/6 presenze medie giornaliere!!

Ma nonostante gli importanti risultati sul piano clinico non tutto andò per il meglio.

Se, infatti, le precedenti trasformazioni istituzionali che avevano interessato il Reparto non ne avevano mai realmente messo in discussione la “sopravvivenza”, ora le cose cominciavano a prendere una piega diversa… quei dati, quei numeri, se da un lato parlavano di un’incontestabile riuscita, dall’altro aprivano la porta a scenari nuovi, inimmaginabili sino ad allora.

Il ricovero, come lo si pensava solo pochi anni prima, almeno da noi, non esisteva più, né nei numeri né nella durata né nelle finalità.

Il Reparto stesso, con le sue stanze sempre più vuote, “risuonava come un luogo del passato”… finanche il numero dei sanitari, che ai  tempi delle 30 ricoverate e dei colloqui individuali era decisamente insufficiente, ora iniziava ad apparire inutilmente sovradimensionato per questa funzione.

La percezione, ancorchè confusa, del fatto che la somma di tutti i cambiamenti realizzati nel corso degli anni stava producendo una trasformazione che andava ben al di là dell’assetto organizzativo del Reparto, investendo alla radice la nostra concezione della cura in Psichiatria, iniziò a produrre in noi reazioni inconsapevoli e scomposte.

La resistenza al cambiamento, che era sempre stata espressa soprattutto dalla Direzione della Clinica, dalla Direzione Ospedaliera, dai Servizi Territoriali, dai pazienti e dai famigliari, improvvisamente passò ad essere “interna” al gruppo dei medici e delle infermiere che sino ad allora avevano combattuto per il cambiamento: “… si però… adesso basta… dove dobbiamo arrivare?… basta!…”. Frenavano, volevano tornare indietro…

Non me lo sarei mai aspettato; proprio ora che le cose cominciavano a cambiare veramente.

Cercai in ogni modo di ricomporre il gruppo, ma non ci fu verso: il “vento controrivoluzionario” spirava forte e la mia capacità di comprendere ed intervenire nelle dinamiche istituzionali non fu all’altezza della situazione.

Mi sentii tradito, deluso e sospinto anche da altre conflittualità sul piano professionale, decisi di andarmene… aggiungendo così anche il mio contributo alla causa della resistenza al cambiamento!

Piano piano l’esperienza regredì e fu riassorbita, col tempo cambiò anche parte del personale ed un po’ alla volta… fu dimenticata… ma non tutto è stato dimenticato!

 

Riassunto

L’Autore riferisce, in questa comunicazione, di un’originale esperienza di lavoro condotta nel Reparto femminile della Clinica Psichiatrica dell’Università di Modena.

Vengono ripercorse alcune delle fasi più significative di questa esperienza che, lungo l’arco di un decennio (dal 1977 al 1987), condussero il Reparto Donne della Clinica ad abbandonare la sua tradizionale organizzazione ospedaliera per trasformarsi in una realtà terapeutica sui generis.

Le progressive introduzioni, nella realtà operativa del Reparto, di dispositivi gruppali quali la riunione d’équipe, la riunione con le pazienti ricoverate, l’incontro di counseling famigliare, il gruppo di accoglimento e la supervisione periodica di gruppo, rappresentarono “la chiave di volta” di un profondo cambiamento  nella maniera di “leggere” la malattia e nel modo stesso di pensare il ricovero.

L’interazione tra sistema famigliare e sistema istituzionale, filtrata dai dispositivi gruppali, pose presto in evidenza la stereotipia operativo – concettuale che caratterizzava lo stile di lavoro del Reparto stimolando la ricerca di nuove forme di approccio alle gravi situazioni  di scompenso psichiatrico; le strade individuate tramite quella ricerca segnarono l’abbandono della “cultura” dell’intervento “sul” paziente per passare ad una pratica di lavoro “con” il paziente ed il suo contesto.

 

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Viaggio nell’informatica alla Comunità Terapeutica di Vallecchio: nell’aula studi donata da Sgr group Rimini concluso il primo ciclo di lezioni

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mer, 07/08/2019 - 16:54
Grazie ai Pc donati alcuni pazienti hanno mosso i primi passi: «abbiamo iniziato smontando un computer, hanno imparato a usarlo, a scrivere un breve articolo e, infine, il loro curriculum». L’obbiettivo: lavorare per il futuro.

Hanno cominciato smontando un computer, per vedere come è fatto e capire, poi, meglio, come funziona. Poi, passo a passo, si sono avventurati nell’informatica: sono stati i primi allievi del corso di base organizzato alla Comunità Terapeutica di Vallecchio. Tutto è nato dalla donazione di SGR Group di una decina di PC, macchine non nuovissime ma complete e perfettamente funzionanti. Sulle quali, una volta installato il sistema operativo open source Linux, chiunque potrà utilizzarne i software per lavoro e per il tempo libero.

Dalla configurazione dell’hardware al funzionamento del sistema operativo, dal byte alla gestione dei file, da come si scrive un testo a come si salva: tutte le nozioni e le operazioni di base sono state passate in rassegna. «Non è stata una passeggiata per i pazienti», dice Enrico Rotelli, responsabile della Comunicazione della Cooperativa Sociale Cento Fiori e curatore del progetto. «Assimilare nozioni complesse mentre si è impegnati in una delle prove più difficili per una persona, l’emanciparsi da una dipendenza, è una prova da far tremare i polsi. E infatti, dei cinque che hanno iniziato solo in due sono arrivati alla fine del corso. Ma vedere persone che non avevano mai acceso un computer stampare, dopo poche settimane, il proprio curriculum è stato motivo di orgoglio».

Notevole anche lo sforzo dello staff della Comunità Terapeutica di Vallecchio, dagli educatori al personale organizzativo. «Le ore di lezione che si tenevano al sabato – dice ancora Rotelli – in realtà sono state precedute dall’allestimento dell’aula studi, ricavata dalla biblioteca. Ma soprattutto dai numerosi consigli che ho ricevuto. In parte per cercare di rendere questo esperimento più proficuo possibile, in parte per mettermi nelle condizioni di essere efficace. Un conto è insegnare i rudimenti di informatica a un corso di formazione, un conto è confrontarsi con i pazienti in fase di recupero. E’ una prova alla quale non ero preparato e che mi ha permesso di cominciare a intuire quanta professionalità e quanta fatica c’è dietro ogni ruolo in una comunità terapeutica o in un Sert. E’ stato un bagno di realtà, nella vita dei pazienti e nel lavoro di educatori e psicoterapeuti».

Alcuni degli allievi non avevano mai usato un Pc, solo smartphone, scontrandosi con l’uso non semplice del mouse. «Per ovviare al problema, li abbiamo fatti giocare un po’ a “campo minato” e, con un po’ di pratica, anche il mouse è diventato familiare. Abbiamo dedicato molta attenzione alle nozioni che potevano esser utili nella vita di tutti i giorni. Ad esempio come creare un account con una password “robusta” che protegga i nostri dati, cosa significano in pratica le parole gigabyte e ram, nozioni utili davanti al Pc ma anche quando si compra un piano tariffario o un cellulare. L’obbiettivo era lavorare insieme per il futuro, una volta fuori dalla comunità, nel lavoro e nel tempo libero».

«Il primo corso si è naturalmente esaurito, ora cercheremo di far fare pratica a chi l’ha completato. Nella pausa estiva ragioneremo come rilanciarlo – dice Gabriella Maggioli, vicepresidente della cooperativa sociale Cento Fiori e viceresponsabile della Comunità – probabilmente sarà utile organizzarlo a cicli, seguendo il naturale ricambio dei pazienti delle due strutture di Vallecchio, il Centro Osservazione e Diagnosi e la Comunità Terapeutica. E’ certo comunque che la formazione dei pazienti è uno degli aspetti più importanti per noi della Cento Fiori».

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Di nuovo in mare la crociera terapeutica della Cento Fiori. Hanno salpato sette pazienti della Comunità Terapeutica di Vallecchio, destinazione: Croazia.

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mar, 23/07/2019 - 17:31
Tre educatori, tra cui lo skipper Ambrosani, accompagnano gli utenti nella terapia “outdoor” che da oltre 20 anni caratterizza il progetto Ulisse. Elisabetta Boffa: «esperienza conosciuta in università, ora sono io a salpare». Chiara Gentili: «Ho assistito a veri e propri risvegli»

Rimini – Continua il viaggio di Ulisse, il progetto terapeutico “outdoor” delle crociere in barca a vela della Cooperativa Sociale Cento Fiori: è salpata infatti la barca a vela che ospita 7 pazienti della Comunità Terapeutica di Vallecchio. Dal porto di Rimini la barca, condotta dall’educatore – skipper Andrea Ambrosani, raggiungerà le coste della Croazia, per una viaggio della durata di una settimana. Insieme ad Ambrosani sono salpate le due educatrici Chiara Gentili ed Elisabetta Boffa, che assisteranno i pazienti della comunità in questa esperienza.

«Per gli educatori lo scopo principale della crociera è l’osservazione degli utenti – dice Michele Maurizio D’Alessio, psicologo della Cooperativa Sociale Cento Fiori – ma per i pazienti è un’esperienza formativa perché è la realtà stessa (il vento, il mare, la convivenza in uno spazio particolare come una barca) a regolarizzare i rapporti: la realtà ci detta delle priorità. Il gruppo dei pazienti trova quindi un suo equilibrio nel corso della crociera».

Per Elisabetta Boffa è la prima crociera terapeutica. Circa due anni fa, studentessa all’Università di Bologna, venne a conoscenza durante un convegno di questo intervento educativo “outdoor”. «All’epoca dovevo scegliere dove fare il tirocinio e l’incontro con il progetto della Cento Fiori è stato un fattore determinante. Ho fatto il tirocinio, sono stata assunta e ora sono io a salpare, per la prima volta. Dopo due anni da quel seminario all’università».

Chiara Gentili invece è alla seconda esperienza. Il battesimo della crociera è avvenuto lo scorso anno, «con il viaggio degli utenti del Centro Osservazione e diagnosi. Non volevo partire: non ero mai stata in barca, ero terrorizzata dagli spazi piccoli, dal fatto di dover convivere… Alla fine è stata una crociera terapeutica per me, oltre che per i pazienti. Mi è piaciuta tanto che ho fatto esperienze per conto mio. Ho capito che è una cosa bellissima, e il senso di libertà che ti da la barca. Ho visto anche i grandi cambiamenti nei pazienti, in particolare in uno ho assistito ad un vero e proprio risveglio: è una terapia che funziona».

Andrea Ambrosani è ormai un veterano delle crociere terapeutiche. La cerata del capitano l’ha ereditata da Werther Mussoni, fondatore della Cooperativa Sociale Cento Fiori e “inventore” del progetto Ulisse, che da ormai 20 anni solca i mari. All’inizio con una goletta in legno, il Catholica, un ex peschereccio cattolichino restaurato dagli ospiti della Comunità Terapeutica di Vallecchio, poi diventata la Goletta Verde di Legambiente. All’epoca le crociere duravano settimane e toccavano il mar Ionio e poi le coste della Sicilia. Ora l’esperienza si gioca tra le due traversate e la costa croata. Forse crociere meno lunghe, ma non meno intense per i pazienti.

«Abbiamo la fortuna di fare queste esperienze che sono, emotivamente, molto forti. – spiega lo skipper – educatore Andrea Ambrosani – Un sociologo spiegava che si doveva sostituire la forza dell’eroina con qualche altra esperienza dirompente. La barca riesce in pieno a farlo, perché ci sono diversi elementi, tra cui il mare, la natura che non sono da noi controllabili». L’esperienza è strettamente legata alla terapia. «Non è solo un bel viaggio con i nostri utenti, tutto ciò che accade è iscritto in un quadro di lettura, che ci consente da un lato di rilevare elementi in più sulle persone in terapia e dall’altro di fornire loro un’esperienza intensa di crescita di gruppo e personale. Perché, come dice Werther Mussoni, “in barca non ci si nasconde”».

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Dieci anni di turismo sportivo silenzioso nell’area protetta di Riccione: il lago Arcobaleno tra carpe di 17 chili e cucina romagnola.

Cooperativa sociale Cento Fiori - Sab, 20/07/2019 - 10:47

Ex cava di argilla, ora è un piccolo eden. Gli albergatori lo segnalano ai clienti appassionati, ma molti pescatori vengono da Emilia, Marche e Umbria. I segreti: pesca no kill, gare, un ecosistema curato e tanta pace.

Riccione – Da cava di argilla a meta del turismo di pesca sportivo alla carpa e area protetta. E’ la curiosa parabola del lago Arcobaleno, una volta cava per fare i mattoni e cuocerli nella vicina fornace, ai confini di Riccione, nella località Case Fornace, appunto. Ora invece festeggia i 10 di fortunata gestione della Cooperativa Sociale Cento Fiori in collaborazione con la ASD Lago Arcobaleno, che l’hanno trasformata in una meta apprezzata da pescatori vacanzieri e non, italiani e stranieri, grazie al calendario gare e alle prede davvero notevoli. Ma anche meta per famiglie e qualche volta luogo adatto ad eventi culturali.

I rappresentanti della Cooperativa Sociale Cento Fiori e dell’ASD Lago Arcobaleno, gestori della struttura di pesca sportiva di Riccione, durante la festa per il decennale.

Provate a immaginare un luogo polveroso trasformato in eden e, beh, ci siete andati vicini. Tanto che sono gli stessi albergatori a indirizzare i loro clienti appassionati di pesca verso la piccola struttura poco fuori San Lorenzo. «Vengono in vacanza a Riccione e decidono di passare qualche ora da noi, con il loro hobby preferito – dice Ilaria Bartolini, che con Marco Samuelli gestisce il centro sportivo e ricreativo da 10 anni – italiani per lo più, ma abbiamo avuto anche svizzeri e russi. Qualcuno ci conosce attraverso Internet, altri sono indirizzati dagli stessi albergatori. Qualcuno porta la moglie a prendere il sole sul prato che circonda il lago, mentre i bambini giocano nel parco giochi, altri lasciano le famiglie tra spiaggia e shopping in viale Ceccarini, mentre si divertono a pescare le carpe. Molti dei turisti non portano l’attrezzatura in vacanza e quindi ci siamo attrezzati per affittargliela».

«E’ accaduto anche il contrario, un gruppo di perugini che per partecipare alle nostre gare hanno poi deciso di fermarsi per fare una piccola vacanza. Poi ci sono quelli che vengono da Bologna, da Pesaro e dalle Marche. Insomma, in dieci anni le nostre carpe si sono fatte un bel nome. E questa oasi è cresciuta con loro». La pesca è rigorosamente “no kill”: si cattura la preda, il tempo di fare una bella foto ricordo e via, di nuovo nel lago. Parliamo di carpe che hanno raggiunto i 17 chilogrammi. «Siamo orgogliosi dell’ecosistema che si è creato – continua Ilaria – due anni fa addirittura sono nati dei piccoli, segno che il lago è in ottima salute. Merito dei biologi che ci aiutano a tenerlo sotto controllo e dei pescatori e degli ospiti che lo frequentano, che lo trattano con il dovuto rispetto».

E accanto ai pescatori, arrivano altri ospiti, attirati dalla pace che vi regna, di giorno e la sera. E dalla cucina. «Chi viene qui apprezza sopratutto i rumori della natura: niente motori, niente clacson, solo i canti degli uccellini o delle cicale quando è caldo. Ma con i tanti alberi che abbiamo qui di sicuro l’afa non la soffriamo». E la sera sono molti i riccionesi pescatori e non che vengono a godersi il fresco e la pace del lago, insieme a un buon piatto di pasta fresca, qualche piadina e per i più piccoli hamburger e hot dog. E anche qualche fuori programma: un concertino ogni tanto e, una volta, anche una presentazione di un libro. Insomma, 10 anni di vita pacifica ma certamente non monotona, se si amano i semplici ingredienti della natura. Tanti auguri, lago Arcobaleno.

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Conclusa la seconda edizione di Diabete Beach Tennis, al quale ha partecipato anche Cento Fiori. La lettera di Diabete Romagna.

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mer, 17/07/2019 - 12:14
Al Beach Arena di Riccione una giornata di sport per «regalare speranza ai bambini» colpiti dal diabete Tipo 1 «e alle loro famiglie», perché «la malattia non sia d’ostacolo alle passioni e ai sogni»

«Cento Fiori, grazie di cuore! E’ con l’immagine di un’esplosione di colori e divertimento ancora davanti agli occhi che vogliamo ringraziarvi per questa 2° edizione di Diabete Beach Tennis: un grande successo di partecipanti ed entusiasmo! Domenica pomeriggio il Riccione Beach Arena era un arcobaleno di colori: rosa, giallo e blu come le magliette indossate da ognuno, con il simbolico Mister One, che rappresenta il diabete Tipo 1, quello che colpisce i bambini. Tantissimi giocatori si sono sfidati fino a sera, giocando con il sorriso e con il cuore per regalare speranza ai bambini e alle loro famiglie che convivono ogni giorno con il diabete e per costruire insieme un mondo in cui il diabete non sia più d’ostacolo alle passioni ed ai sogni di nessuno.

E’ stato un pomeriggio davvero emozionante, di sport e divertimento ma anche di grande solidarietà. Tanti infatti sono stati i partecipanti accolti con il sorriso dai volontari di Diabete Romagna, che con la forza e la determinazione che li contraddistingue, hanno fatto sentire a casa tutti coloro che sono stati con noi in questo pomeriggio di festa.

Desideriamo ringraziarvi di cuore per essere al nostro fianco, anno dopo anno, e per essere stati con noi in questa seconda edizione di Diabete Beach Tennis, che è ormai diventato un appuntamento fisso con l’estate di Riccione. Grazie davvero perché con il sostegno di Cooperativa Cento Fiori i bambini come Andrea, che ha il diabete da quando era molto piccolo e che da grande sogna di fare il tennista, possono affrontare le sfide di ogni giorno con la loro famiglia, con il sorriso che avete regalato loro.

A questo link trovate la gallery con tutte le foto. Ci teniamo davvero a ringraziarvi attraverso i volti dei partecipanti e dei volontari, sorrisi e divertimento di una bellissima domenica trascorsa insieme:
https://flic.kr/s/aHsmF8WtfB»

Un caro saluto da tutta l’associazione

dott.ssa Judith Mongiello

Coordinamento e Organizzazione
Associazione Diabete Romagna Onlus

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Viva la pappa col pomodoro! In Emilia inizia la stagione per le aziende conserviere, come la Menù. E Target Sinergie partecipa con la divisione Igiene industriale.

Non è originario dell’Italia, ma ne è diventato un’icona, tanto da essere celebrato, letteralmente, in tutte le salse: il pomodoro. Dal Gianburrasca – Rita Pavone che canticchia “Viva la pappapappa col pomopomopomodoro” al “tomato” di Peter Clemenza che ne Il padrino insegna al giovane Michael come si fa a fare il sugo per gli uomini “scesi ai materassi” (la guerra dei mafiosi), il pomodoro è parte del Made in Italy. E un terzo di questa icona viene dall’Emilia, dal cosiddetto distretto del pomodoro industriale. Mentre le rosse bacche completano la loro maturazione nei campi padani, l’industria della lavorazione alimentare comincia a prepararsi per il massiccio lavoro che la investirà fino a settembre. E che rivoluzionerà, almeno per poche settimane, l’organizzazione delle singole aziende.

Noi ci soffermiamo su Medolla, Modena, sede della Menù, una delle più interessanti realtà di produzione di semilavorati per la ristorazione. Target Sinergie da anni assiste Menù nell’ambito delle sanificazioni dei reparti produttivi e delle pulizie di alcuni degli ambienti di stoccaggio. Flessibilità è la parola d’ordine nell’ambiente produttivo agroalimentare. Durante l'anno l’attività ordinaria, se così si può definire, di Target Sinergie è asservita alle operazioni di sanificazione dei macchinari impegnati nelle diverse produzioni. Produzioni che variano e si alternano ad un ritmo sostenuto durante tutti i giorni della settimana. Il catalogo dei prodotti Menù infatti è molto ampio: l’azienda serve il mondo Horeca con specialità alimentari come condimenti, salse, creme, primi piatti, e prodotti alimentari semilavorati per la ristorazione professionale.

A luglio lo stabilimento di Medolla si trasforma per accogliere e trasformare il raccolto di pomodori proveniente dai territori limitrofi. In un’epoca di globalizzazione qui si può parlare di un prodotto praticamente a km 0. Di fatto il pomodoro è il prodotto di punta della Menù, che viene utilizzato sia per preparazioni a marchio, sia venduto come semilavorato. Durante la stagione del pomodoro il ciclo produttivo passa da diurno ad h24 e le attività di igienizzazione vanno asservite alle linee di produzione mentre le altre attività di pulizia si concentrano a stabilimento fermo al sabato, con una squadra di lavoro molto più consistente.

«Uno dei fattori decisivi per la conquista e il mantenimento della commessa – dice Davide Zamagni, presidente di Target Sinergie - è stata l'introduzione di una figura non operativa con funzioni di coordinamento e controllo sul lavoro. Nello stesso tempo si interfaccia con il cliente per organizzare la forte variabilità delle lavorazioni, garantendo una qualità del servizio adeguata all'ambiente alimentare. Abbiamo poi aggiunto un consulente esterno specializzato sui protocolli di sanificazione e controllo qualità in ambito alimentare, che ci aiuta nella redazione di nuove istruzioni operative, definizione di nuovi standard qualitativi e di conseguenza azioni migliorative mirate».

Durante l’anno la giornata ordinaria della commessa Target Sinergie di sanificazione industriale segue la parabola del sole. Di giorno assistenza alla produzione per seguire i cambi di lavorazione alle macchine, che devono essere pulite e sanificate per dare spazio a nuove lavorazioni. La sera, a stabilimento fermo si fa la pulizia totale per il settore produttivo e tutti gli altri settori collaterali. Tutto questo finché non maturano i pomodori: da luglio a settembre, come avete letto, cambia la musica.

pappa_col_pomodoro.jpg Notizie Igiene e pulizie
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Un Burlesque dal Cuore antirazzista: dal Freaky Candy Burlesque Expo 2019 quasi 2200 euro di donazione per iniziative culturali dei richiedenti asilo ospiti della Cento Fiori

Cooperativa sociale Cento Fiori - Ven, 07/06/2019 - 16:03
Lo spettacolo della Cuore e Burlesque ASD ispirato ai temi etici e civili dell’antirazzismo e contro le discriminazioni. Un anno di lavoro premiato con il sold out del Teatro degli Atti di Rimini.

Rimini – «Cara Silvia “Freaky Candy” Capannini, desidero ringraziarti per la generosa donazione che l’associazione da te presieduta [Cuore e Burlesque ASD ndr] ha fatto alla nostra cooperativa. La interpreto come un forte segnale di vicinanza all’opera di accoglienza che facciamo, ma sopratutto come un legame civile, etico e morale tra le nostre organizzazioni. Un legame che vede nell’antirazzismo, nell’accoglienza del diverso, nel dovere di aiuto verso chi fugge da situazioni drammatiche e nello scambio culturale i principi fondanti». Cristian Tamagnini, presidente della Cento Fiori, scrive così in una lettera dopo la cospicua donazione, 2192,34 euro, frutto dello spettacolo Freaky Candy Burlesque Expo 2019, svoltosi al Teatro degli Atti.

Uno spettacolo di grande successo, visto il “sold out” dei biglietti, e che a detta degli stessi spettatori è stato “uno show divertente, con numeri di grande classe e dall’evidente alto tenore professionale”. Difficile insomma considerarlo un “semplice” saggio delle allieve del Cuore e Brulesque ASD. Scrivevano infatti con orgoglio gli organizzatori che «dopo un intenso anno di lavoro tra glitter, tacchi e soffici piume di struzzo, Freaky Candy ha l’onore di presentare le starlettes di Cuore e Burlesque in uno show a dir poco spaziale». Sul palco «numeri personali e di gruppo, stili diversissimi tra di loro, costumi realizzati e decorati interamente a mano, frutto della fantasia e della passione delle allieve e della loro folle guida Freaky Candy».

Ma come è nata questa curiosa – e benefica – relazione tra un’associazione che si occupa di burlesque e una cooperativa sociale che accoglie migranti (oltre a gestire strutture terapeutiche contro le dipendenza da sostanze stupefacenti)? «Tutto è nato lo scorso anno durante la Giornata Mondiale contro l’omo-bi-transfobia, – dice Federica Soglia, educatrice del settore Migranti della Cento Fiori – alla quale ha partecipato il coro de I Mondani, il gruppo di richiedenti asilo ospiti delle strutture Cento Fiori che, grazie all’associazione Pinkabbestia, studiano i canti tradizionali popolari italiani come attività per conoscere meglio la lingua e il paese che li sta ospitando. L’incontro tra Cuore e Burlesque asd e I Mondani ha evidentemente lasciato il segno se l’edizione 2019 del saggio è stata finalizzata a sostenere le loro e le altre attività culturali organizzate nelle residenze gestire dalla Cento Fiori».

Nel ringraziare la presidente Silvia Capannini, le protagoniste dello show e chi lo ha reso possibile da dietro le quinte, Cristian Tamagnini si è congedato «con la promessa che vi manterremo aggiornati sull’uso che faremo del vostro generoso contributo e sui frutti che darà in iniziative culturali dedicate ai nostri ospiti richiedenti asilo».

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SGR dona 10 computer alla Cooperativa Sociale Cento Fiori: nasce l’aula studi di informatica della Comunità Terapeutica di Vallecchio

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mar, 04/06/2019 - 13:02

Rimini – Dieci personal computer donati dal gruppo Sgr che diventeranno, opportunamente messi in rete tra loro, la prima aula studi di informatica della Comunità Terapeutica e del Centro Osservazione e diagnosi di Vallecchio. Il cospicuo dono è stato consegnato nei giorni scorsi dall’ingegner Bruno Tani, amministratore delegato di Sgr, a Cristian Tamagnini, il presidente della Cooperativa Sociale Cento Fiori di Rimini.

«La nostra azienda è sempre attenta al sociale e quando può aiuta le organizzazioni e le associazioni che sono attive in maniera efficace – ha detto Bruno Tani, durante l’incontro tra le due realtà – Conosciamo la Cento Fiori dalla sua nascita, e il suo fondatore Werther Mussoni. Abbiamo sempre seguito le sue attività e abbiamo periodicamente usufruito dei servizi della Cento fiori che peraltro sono molto ben fatti. E che si avvia ormai verso i 40 anni”.

«Siamo grati per questo importante aiuto a Sgr, che si conferma come un’azienda dalla forte responsabilità sociale. La donazione di PC ci permette di continuare sulla strada dell’innovazione nella nostra attività in Comunità Terapeutica e nel Centro di Osservazione e diagnosi a Vallecchio – dice Cristian Tamagnini, presidente della Cento Fiori – Aggiungeremo infatti tasselli di formazione informatica ai nostri programmi terapeutici, che già si connotano con peculiarità quali le terapie per coppie, i moduli per le dipendenze da cocaina e i tempi ridotti di permanenza in struttura, da sempre uno dei nostri obbiettivi. L’aula studi di informatica ci permetterà di allargare gli orizzonti professionali dei nostri ospiti, una volta dimessi dalle nostre strutture».

I dieci pc, tutti revisionati dall’area IT del gruppo multiservizi riminese, sono ora nella comunità di Vallecchio, dove sarà installato in ciascuno il sistema operativo linux nella distribuzione Xubuntu, una delle versioni più leggere e adatte anche ai computer meno aggiornati tecnologicamente, ma non per questo meno accessoriati come software. «Abbiamo fatto una scelta di cultura informatica – dice Enrico Rotelli, responsabile Comunicazione della cooperativa Cento Fiori e ideatore del progetto – sposando il software libero e valorizzando chi mette le proprie competenze a disposizione della collettività, in un’ottica di collaborazione. Il gesto di Sgr va in questa direzione, noi proseguiremo chiedendo il coinvolgimento dell’associazionismo che gravita intorno al mondo linux. Intanto stiamo partendo con i corsi di informatica di base e poi… chissà».

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COMMERCIO AL DETTAGLIO: UN BANDO A FONDO PERDUTO DA PARTE DELLA REGIONE EMILIA ROMAGNA.

La Regione Emilia Romagna eroga un contributo a fondo perduto per i commercianti al dettaglio e lo fa attraverso la delibera di Giunta regionale n. 586 del 15 aprile 2019 Obiettivo dichiarato è quello di agevolare un nuovo posizionamento delle attività di vendita al dettaglio, promuovendo un cambiamento strutturale finalizzato all’accrescimento della competitività delle imprese del settore. In particolare la volontà della Regione Emilia Romagna è quella di supportare le imprese commerciali, e in particolare i piccoli esercizi di vicinato, nei processi di cambiamento e innovazione, soprattutto nell’ambito digitale e tecnologico, che sono necessari per affrontare la trasformazione dei mercati nonché per intercettare le nuove tendenze nei comportamenti dei consumatori. 

BENEFICIARI

I beneficiari dell’iniziativa sono le micro, le piccole e le medie imprese che esercitano attività commerciale al dettaglio in sede fissa e che hanno i requisiti di esercizio di vicinato ai sensi della vigente normativa (art. 4, comma 1, lettera d del D. Lgs. 114/1998 e smi). Più in particolare tutte le attività che rientrano nella sezione G47 dei settori di attività economica Ateco 2007, con esclusione dei seguenti gruppi e sottogruppi: 
47.11.1 “Ipermercati”; 47.11.2 “Supermercati”; 47.3 “Commercio al dettaglio di carburante per autotrazione”; 47.8 “Commercio al dettaglio ambulante”; 47.9 “Commercio al dettaglio al di fuori di negozi, banchi e mercati”) 

MISURA DEL CONTRIBUTO

L’agevolazione consiste nell’erogazione di un contributo a fondo perduto nella misura del 40% della spesa ammessa che potrà essere aumentato con le seguenti premialità:

  • + 5% per progetti di investimento: 
    • con ricaduta positiva sull’occupazione 
    • e/o proposti da imprese femminili e/o giovanili;
    • e/o con rating di legalità;
    • e/o appartenenti ai settori della S3 
  • + 5% per progetti di investimento proposti da imprese che sono localizzate in aree montane o in aree 107.3. c. In questo caso il contributo massimo è di euro 50.000,00
TIPOLOGIA DI PROGETTI FINANZIABILI 

I progetti finanziabili con il bando devono essere realizzati all’interno di unità locali situate in Emilia Romagna e devono prevedere la realizzazione di interventi finalizzati all’innovazione gestionale, alla creazione di nuovi sistemi di vendita e di servizio che prevedano l’impiego delle moderne moderne tecnologie digitali. In particolare:

  1. Acquisto di soluzioni e sistemi digitali per l’organizzazione del back-end (soluzioni a supporto della fatturazione elettronica, self scanning, sistemi di business intelligence e business analytics, soluzioni per incrementare le Azioni 3.3.2 e 3.3.4 del POR FESR 2014/2020 Bando per l’innovazione nel settore del commercio al dettaglio performance di magazzino, come il voice picking, sistemi per il monitoraggio dei clienti in negozio (attraverso telecamere e sensori), Sistemi per demand and distribution planning, sistemi di tracciamento dei prodotti lungo la supply chain attraverso RFId, soluzioni di intelligent transportation system);
  2. sviluppo di servizi di front-end e customer experience nel punto vendita (sistemi per l’accettazione di pagamenti innovativi, sistemi per l’accettazione di couponing e loyalty, chioschi, totem e touchpoint, sistemi di cassa evoluti e Mobile POS, Electronic Shelf Labeling, digital signage, vetrine intelligenti, specchi e camerini smart, realtà aumentata, sistemi di sales force automation, sistemi di in store mobility, sistemi CRM, proximity marketing, sistemi di self-scanning);
  3. omnicanalità con integrazione con la dimensione del retail on line (sviluppo di canali digitali per supportare le fasi di prevendita, post-vendita o per abilitare la vendita, sviluppo di app e mobile site per le fasi di pre-vendita, post-vendita o per abilitare la vendita; siti informativi/e commerce e app/mobile site); 
  4. promozione del punto vendita attraverso canali web.

I progetti dovranno prevedere un investimento non inferiore ad € 10.000 esclusa IVA 

SPESE AMMISSIBILI 

Le spese ammissibili sono le seguenti:

  • Spese per acquisto di dotazioni informatiche ed attrezzature tecnologicamente innovative; 
  • Spese per acquisto di servizi di cloud computing e di licenze; 
  • Spese per l’acquisto di arredi e l’allestimento dei locali, comprese le opere murarie, edili ed impiantistiche; 
  • Spese promozionali su canali web strettamente connesse al progetto; 
  • Spese per l’acquisizione di servizi di consulenza strettamente connessi alla realizzazione dei progetti e/o richiesti per la presentazione delle domande. 
PRESENTAZIONE DELLA DOMANDA 

Le domande possono essere presentate dalle ore 10.00 del giorno 20/05/2019 alle ore 13.00 del giorno 11/07/2019. 
I progetti dovranno essere avviati dalla data della domanda e fino al giorno 31.12.2019.

Altre informazioni sul bando potranno essere richieste allo Studio.  

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Buon 2018 per Cento Fiori: crescono fatturato e dipendenti per la cooperativa sociale riminese che gestisce la Comunità terapeutica di Vallecchio

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mer, 29/05/2019 - 17:11

Rimini – «E’ un bilancio positivo, il 2018, nel quale il lavoro di soci e dipendenti ci ha consegnato una crescita nell’occupazione e nel fatturato, se guardiamo con i soli occhi dell’azienda. Ma noi allarghiamo lo sguardo anche alla nostra coscienza sociale, e il 2018 ci ha dato una crescita per quanto riguarda la lotta alle dipendenze da sostanze e l’inclusione delle persone svantaggiate. E una crescita anche nella percezione all’esterno del modello Cento Fiori». Cristian Tamagnini, presidente della cooperativa sociale Cento Fiori, commenta il bilancio 2018 approvato nei giorni scorsi dall’assemblea dei soci.

Un bilancio con diverse voci nel segno del più. I dipendenti, per iniziare, passati da 59 a 77, ma anche nel fatturato, che ha sfiorato i 4 milioni di euro. «E tutto ciò in un clima aziendale positivo, come ci dice il questionario che abbiamo somministrato ai dipendenti, che ci ha restituito l’immagine di un forte senso di appartenenza e di ottimi rapporti tra colleghi. Non è poco per noi». Diversi gli aspetti qualitativi che contraddistinguono il 2018, «al di là dei semplici numeri contabili», dice Tamagnini. «Il modello Cento Fiori si sta affermando e e sta acquisendo maggiore visibilità all’esterno. Certo si stanno sentendo gli effetti dell’investimento in comunicazione. Ma notiamo anche una maggiore attenzione da parte di istituzioni come l’Università di Bologna, sia sui nostri progetti terapeutici contro le dipendenze, sia come interventi educativi nel disagio sociale. Così come si stanno ampliando i progetti di prevenzione contro la droga con le scuole superiori del riminese».

«Che sia una cooperativa solida non lo dico io ma lo dicono i numeri. – aggiunge Domenico Diotalevi, direttore amministrativo della Cento Fiori – Il patrimonio netto ha superato i 2 milioni di euro, sono aumentati i soci lavoratori diventati 36, 47 soci sovventori sono persone fisiche, 12 soci sovventori sono persona giuridiche, abbiamo 13 soci volontari. I numeri ci dicono che abbiamo rafforzato i settori principali, legati alla recupero dalle dipendenze e consolidato i progetti in ambito di emergenza e gestione migranti. Oltre a diversificare in progetti sociali a favore del territorio e a sostenere gli storici settori di inserimento lavorativo di persone svantaggiate quali La Serra e il Centro stampa».

L’approvazione del bilancio della cooperativa avviene come prassi ad anno inoltrato, e Tamagnini approfitta dell’occasione per parlare dei progetti in atto nel 2019 e quelli futuri. Tra questi ricorda «l’apertura di un gruppo appartamento, rivolto alle persone in uscita dal percorso di recupero, in modalità H6, ovvero con una maggiore presenza degli educatori. Prosegue il percorso di accreditamento presso la Regione ed entro la fine dell’anno intendiamo varare nuovi moduli terapeutici per i giovani in doppia diagnosi in accordo con l’Ausl Area Vasta Romagna e il Centro di Salute Mentale. Senza tralasciare il completamento e l’efficientamento delle strutture terapeutiche di Vallecchio».

«Stiamo consolidando il settore dei Migranti – prosegue Tamagnini – attraverso la differenziazione dell’offerta, sia partecipando ai bandi europei, sia ai nuovi progetti Sprar e al Bando nazionale per l’innovazione sociale. Infine stiamo dedicando molta attenzione alla formazione professionale, sia interna, sia come formatori all’esterno».

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Freaky Candy Burlesque Expo: lo show di Cuore e Burlesque Asd contro la discriminazione razzista. L’incasso devoluto al settore Migranti della Cento Fiori

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mer, 22/05/2019 - 18:53

Rimini – Dopo un intenso anno di lavoro tra glitter, tacchi e soffici piume di struzzo, Freaky Candy ha l’onore di presentare le Starlettes di Cuore e Burlesque in uno show a dir poco spaziale: il Freaky Candy Burlesque Expo.

Si alterneranno sul palco del Teatro degli Atti sabato 25 maggio dalle ore 21 numeri personali e di gruppo, stili diversissimi tra di loro, costumi realizzati e decorati interamente a mano, frutto della fantasia e della passione delle allieve e della loro folle guida Freaky Candy.

I ricavi dello show verranno devoluti alla Cooperativa sociale Cento Fiori di Rimini a sostegno, nello specifico, dell’area Migranti.

«Tutto è nato lo scorso anno durante la Giornata Mondiale contro l’omo-bi-transfobia, – dicono dalla cooperativa sociale – alla quale ha partecipato il coro dei Mondani, il gruppo di richiedenti asilo ospiti delle strutture Cento Fiori che, grazie all’associazione Pinkabbestia, studiano i canti tradizionali popolari italiani come attività per conoscere meglio la lingua e il paese che li sta ospitando. L’incontro tra Cuore e Burlesque asd e I Mondani ha evidentemente lasciato il segno se l’edizione 2019 del saggio, sabato prossimo, è finalizzata a sostenere le loro e le altre attività culturali organizzate nelle residenze gestire dalla Cento Fiori».

Non solo una donazione, ma una vera e propria presa di posizione ANTIRAZZISTA della comunità burlesque della riviera romagnola, Cuore e Burlesque, a sostegno di tutte e tutti coloro che ancora al giorno d’oggi vengono discriminate/i in base al colore della pelle o delle proprie origini.

In un periodo così buio dell’Italia, in cui atti di intolleranza e razzismo sono purtroppo sempre più frequenti, noi tutte ci stringiamo a sostegno dei migranti e della comunità POC locale.

Vi aspetta uno show frizzante ed irriverente, condotto da una scatenata Margherita Tercon ed una dispettosa ed imprevedibile Freaky Candy. Biglietti: 13,00 euro Per info e prevendite: cuoreeburlesque@gmail.com, cell 338 7467883. Il botteghino del teatro aprirà dalle ore 18:30.

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“Adolescenti e Migranti: Narrazione e Identità”: il video conclusivo del progetto Spi che ha coinvolto scuole e realtà sociali di Rimini

Cooperativa sociale Cento Fiori - Mar, 21/05/2019 - 16:46

Il video che conclude il progetto “Adolescenti e Migranti: Narrazione e Identità”, che ha come obiettivo la prevenzione contro tutte le forme di violenza nei confronti dell’altro, il diverso, attraverso un intervento che renda consapevoli gli stereotipi e i pregiudizi personali, ai fini di creare un pensiero critico sui temi della migrazione, dell’interculturalità e dei diritti umani.

Il progetto, della durata annuale, è stato realizzato da Cinzia Carnevali, Mirella Montemurro, Laura Ravaioli e Gabriella Vandi della Società Psicoanalitica Italiana (Spi), in collaborazione con le colleghe di SIPsA (Società Italiana di Psicodramma Analitico)-COIRAG: Rita Arianna Belpassi, Silvia Cicchetti, Stefania Fabbri, Lidia Mulazzani, Sonia Saponi, Roberta Savioli e Roberta Secchiaroli; hanno condiviso il lavoro anche l’Associazione Margaret e Istituto Scienze dell’Uomo- progetto Interazioni nonchè l’Associazione Arcobaleno.

Le colleghe hanno ideato, coordinato e supervisionato il progetto, che ha previsto un lavoro condiviso tra gli studenti dei licei classico e scienze umane G.Cesare-Manara Valgimigli di Rimini e scientifico ed artistico Volta Fellini di Riccione e i giovani migranti, studenti della scuola di italiano dell’Associazione Arcobaleno e ospiti delle cooperative Cad e Cento Fiori.

Il Progetto “Adolescenti e Migranti: Narrazione e Identità” ha come obiettivo la prevenzione contro tutte le forme di violenza nei confronti dell’altro, il diverso, attraverso un intervento che renda consapevoli gli stereotipi e i pregiudizi personali, ai fini di creare un pensiero critico sui temi della migrazione, dell’interculturalità e dei diritti umani.

Scriveva Freud: “Nella vita psichica del singolo, l’Altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, pertanto la psicologia individuale è al tempo stesso sin dall’inizio psicologia sociale”.

Le classi delle diverse scuole, grazie all’intermediazione dei loro insegnanti, sono state invitate a lavorare su alcuni testi narrativi: narrazione di Sé, del viaggio e dell’identità attraverso brevi racconti, poesie, testi musicali, video. Nel corso dei mesi scolastici, i giovani, studenti e migranti, si sono incontrati e hanno lavorato insieme con la voce e  le parole, con il corpo e il movimento.

Il percorso ha mirato a creare uno spazio espressivo attraverso vari linguaggi, che realizzassero un’esperienza di incontro e ascolto, rivolta alla conoscenza dell’Altro, mediante la produzione di opere individuali e/o di gruppo, a partire dalla lingua materna originaria usata nel racconto di sé e dell’esperienza del viaggio.

Una parte del progetto si inserisce all’interno della Rassegna “ Da qualche parte tra musica e Psicoanalisi. Narrazioni e Identità”, che ha previsto, in alcune delle serate allo Spazio Tondelli di Riccione, gli interventi di colleghe psicoanaliste e psicoterapeute e le rappresentazioni sceniche dei testi dei giovani alunni e migranti.

(Parziale rielaborazione dall’articolo di Manuela Martelli tratto dal sito del Centro Psicoanalitico Bolognese https://www.cepsibo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=702-delme-report-frammenti-voci-di-stra-ordinaria-umanita-rimini-5-maggio-2019-manuela-martelli&catid=139&Itemid=645 )

L'articolo “Adolescenti e Migranti: Narrazione e Identità”: il video conclusivo del progetto Spi che ha coinvolto scuole e realtà sociali di Rimini proviene da Cento Fiori, Rimini.

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Stessa strada per crescere insieme Consulenza psicologica per sostegno alla genitorialita’ UICI Sezione Rimini

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Sab, 04/05/2019 - 20:05
di Laura Buongiorno

Relazione colloqui individuali, di coppia e familiari Ore impegnate nei colloqui: 60 Le ore sono state distribuite da giugno 2018 a febbraio 2019 con andamento diverso in quanto era difficile per i genitori partecipare al lavoro di gruppo e nella stessa settimana riuscire a venire ai colloqui. Si è data priorità di partecipazione al gruppo aspettando che le lezioni fossero terminate per passare ad una cadenza settimanale negli ultimi tre mesi. Psicoterapia: terapeuta individuale, di coppia e familiare Modello di lavoro: l’individuo è gruppo (J. Bleger) . Psicologia degli ambiti ( individuale, gruppale, istituzionale, comunitario).

Metodologia Il primo incontro ha visto la partecipazione di 15 genitori convocati da Mauro Favarolo (coordinatore regionale) al quale ho partecipato su invito del presidente Domenico Mini UICI di Rimini in qualità di psicologa dell’UICI e poi di coordinatrice locale . Sono stati distribuiti dei quesiti, sottoposti da un gruppo di genitori di figli con disabilità visiva agli psicologi ,perché anche i genitori presenti si esprimessero rispetto alle tematiche da trattare.

Quando è partito il progetto le famiglie che si sono dichiarate interessate a partecipare sono state riconvocate per cercare di chiarire la differenza tra le informazioni e le discussioni in gruppo e i colloqui individuali e per ognuno si è proceduto a sottoscrivere il “Consenso Informato” ai sensi dell’articolo 24 del “Codice Deontologico degli Psicologi Italiani” e l’Informativa ai sensi dell’articolo 13 del D.Lgs. 196/2003 e dell’articolo 13 del Regolamento UE n.2016/679.

Prima di ottenere prestazioni professionali da parte della dott.ssa Laura Buongiorno, Psicologa/ Psicoterapeuta, iscritta all’ordine dell’Emilia Romagna, l’interessato dichiara di essere stato informato sui seguenti punti: - la prestazione rientra nel “ progetto stessa strada” proposto dall’IRIFOR in collaborazione con il CNOP - l’intervento prevede da due a quattro incontri di supporto al singolo genitore o coppia genitoriale, della durata di un’ora ciascuno, poi modificato fino a otto incontri ciascuno - a tal fine, anche ai sensi di quanto previsto dall’art. 1 della L.n 56/1989, potranno essere usati strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, l’ attività di abilitazione- riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico, in ogni caso lo strumento principale sarà il colloquio clinico; - le prestazioni verranno rese presso UICI sito in via Covignano N 238 Rimini (RN) - In qualsiasi momento il genitore potrà interrompere la prestazione; - la psicoterapeuta è tenuta al rispetto del Codice Deontologico che, tra l’altro, impone l’obbligo del segreto professionale, derogabile solo previo valido e dimostrabile consenso del paziente o nei casi eccezionali previsti dalla legge; - Nessun compenso verrà chiesto in quanto corrisposto dallIRIFOR (come da progetto).

Dopo aver compreso i termini dell’informativa e aver dichiarato di accettare l’intervento concordato, in materia di protezione dei dati personali, informo che i dati personali che emergeranno nel corso dell’intervento psicologico saranno trattati esclusivamente per l’esecuzione di prestazioni professionali strettamente inerenti alla mia attività di psicologa. Ho precisato che rifiutando tale consenso non sarei stata in grado di svolgere il mio lavoro e che pertanto avrei dovuto rinunciare all’incarico conferitomi. Preso atto dell’informativa ognuno esprime il consenso al trattamento dei propri dati “sensibili”per gli scopi di cui all’incarico professionale conferitomi. ​

Partecipanti Negli incontri collettivi iniziali si è sottolineato che la proposta prevedeva incontri individuali per singolo genitore o coppia genitoriale, preziosa occasione per esprimere i propri bisogni, desideri e necessità e avvalersi di un supporto e una consulenza specifica per approfondimenti o particolari necessità. Si è anche deciso che le lezioni e le discussioni in gruppo si tenessero separate dai colloqui individuali in modo che i genitori percepissero che gli incontri e il loro privato sarebbe stato assolutamente tutelato. Per questo motivo io non ho mai partecipato agli incontri di gruppo ne’ ho mai fatto incontri con le docenti alla presenza dei genitori e ho detto no agli incontri prima di gruppo poi di psicoterapia nello stesso pomeriggio come in un caso mi era stato richiesto. Ci si chiede alla fine di questo progetto perché su 80 ore complessivamente impiegate per i colloqui individuali, rispetto alle 240 previste, 60 siano state a Rimini e perché ci sia stato un così scarso utilizzo nelle altre sedi.

È vero che l’incontro individuale comporta un mettersi in discussione molto più diretto e coinvolgente di una partecipazione al gruppo dove ci si confronta sugli aspetti più o meno comuni. Così come dobbiamo riconoscere che ancora oggi esistono pregiudizi e resistenze nei confronti della cura psicologica con tendenza a preferire quella farmacologica, anche se le statistiche dicono che sempre di più le persone si rivolgono alla psicoterapia come modalità di risoluzione dei problemi. Quali problemi avrebbero dovuto avere i nostri partecipanti al progetto? Gli stessi per cui è nato il progetto. La collaborazione tra IRIFOR e CNOP ha impiegato gli psicologi a discutere con le famiglie i problemi dei figli.

Sappiamo che uno della famiglia che non sta bene può diventare il capro espiatorio del gruppo e spesso viene relegato con la colpa inconscia di essere lui il responsabile del disagio familiare: a maggior ragione e ancora di più se si tratta di figli non vedenti, ipovedenti e a volte anche pluridisabili. Nella discussione in gruppo si sa che si è lì perché c’è a casa un figlio naturale o adottato che non vede, è disabile e tutto ruota attorno a lui per farlo stare meglio. Si pensi a quanti genitori (madri) hanno rinunciato anche al lavoro per accudire il figlio, quante preoccupazioni per il futuro e sensi di colpa da ambo le parti. Se tutto questo si traduce in ansie, angosce, emarginazioni, situazioni depressive, come si può pensare che una semplice discussione in gruppo possa risolvere questi problemi? Ecco perché da noi psicologi si pretende di capire quali strategie mettere in atto per rompere gli stereotipi e arrivare a cambiamenti possibili a partire da noi.

Si ha a che fare con il retaggio dei pregiudizi sulla psicologia che si è cercato in questo caso di rompere affermando che un genitore, una coppia che si analizza e affronta i propri problemi personali individuali, attiva una comunicazione più consapevole, rafforza la capacità di una forma di autostima convincente, può migliorare il clima familiare e alleggerire il peso di essersi caricato sulle spalle l’onere di fare crescere il proprio figlio disabile e convincersi così di non essere malati ma di poterlo diventare se non si facesse prevenzione potendo scegliere una psicoterapia. Quindi tutte queste premesse sono servite per superare il lavoro spesso che si fa generalizzando sulle condivisioni, decidendo invece caso per caso sul quotidiano della persona.


Sui colloqui clinici

Senza scendere in particolari che riguardano la privacy di ognuno, si è rilevato che una costante comune a tutti è stata quella concentrata in una domanda “ Che cosa fa per se’ stesso? Ha un hobby, una situazione gratificante, un aspetto piacevole della vita, un desiderio ricorrente?”. Tutti hanno risposto allo stesso modo senza essersi parlati :” Niente”. Il lavoro è stato molto nell’ascoltare e nell’interpretare gli aspetti latenti rispetto al manifesto. È inutile chiedersi se gli incontri fossero positivi in quanto la conferma la troviamo nel semplice fatto che le persone continuavano a venire agli appuntamenti e hanno manifestato dispiacere quando le ore erano finite. Lo dimostrano le note scritte alla fine dei questionari anonimi che la segretaria dell’UICI ha loro sottoposto e che io ho avuto occasione di leggere prima che fossero inviati.

Scrivendo questa relazione ho riflettuto sul perché si sia prodotta la differenza di ore tra le varie sedi e non conoscendo i validi motivi delle colleghe che hanno lavorato sui colloqui individuali, esprimo con estrema umiltà la convinzione, per quanto mi riguarda, che le fasi iniziali sono molto importanti così come in psicoterapia si parla dell’importanza dei primi colloqui dove se non dici tutto quello che serve finisce che la relazione terapeuta-paziente non funziona o non viene attivata. Mi rendo conto che non è facile trasmettere i vari passaggi che si sono succeduti ma sicuramente sono serviti per inviare messaggi di fiducia che è la prima condizione per poter parlare e raccontare quello che a volte non si ha il coraggio di ammettere neanche a se’ stessi. Infine segnalo un emergente di questa parte di progetto: partendo dalla psicologia degli ambiti ( individuale, gruppale, istituzionale, comunitario, globale) e ritrovando nella famiglia pezzi di questi ambiti, ho ritenuto che chiunque avesse voluto venire al colloquio tra i componenti familiari che avevano aderito al progetto, poteva farlo.

Così la partecipazione ha visto genitori (coppia) insieme, oppure madre o padre singolarmente, anche una famiglia con un minore adottato non vedente e pluridisabile che mi ha meravigliato come riuscisse a rimanere un’ora a parlare seduto davanti a me (spiegazione possibile è l’attenzione che gli veniva data come in nessun’altra situazione tanto che raccontava cosa faceva a scuola e i genitori dicevano che a casa non lo faceva) ; una ragazza maggiorenne non vedente e affetta da una sindrome è stata portata dalla madre, molto preoccupata per la figlia che era ipocondriaca, depressa, emarginata : ho accettato di vederla nonostante si trattasse di figlia e poi ho visto anche la madre separatamente e una volta anche il padre. La ragazza continua a venire ancora oggi privatamente :ha ripreso a suonare il pianoforte, migliorato il rapporto con il padre, più autonoma anche grazie alla madre che superando certe paure e riattivando abitudini dimenticate del tempo libero, ha fatto ricadere sulla figlia comportamenti più positivi della vita. Queste sono solo alcune delle relazioni intraprese: certe purtroppo interrotte e non ancora definite, che in forma anonima, se ci sarà l’occasione si potranno anche raccontare perché si possa capire che le due fasi del progetto “stessa strada …” individuate in lezioni e discussione e in colloqui individuali possono integrarsi e rendere un servizio indiscutibilmente valido per promuovere la salute e il benessere a livello individuale gruppale istituzionale e quindi nella comunità.

(Progetto IRIFOR 2018)

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«Io non dipendo»: le domande “senza rete” di liceali a ospiti e psicologa della Comunità Terapeutica di Vallecchio. Un progetto di prevenzione del Giulio Cesare – Manara Valgimigli di Rimini.

Cooperativa sociale Cento Fiori - Ven, 03/05/2019 - 16:52

Rimini – «A che età avete cominciato a fare uso di sostanze»? «Come hanno reagito e come hanno scoperto che usavi sostanze»? «La cocaina che effetto provoca? E’ simile a quello della “canna”»? Sono alcune delle domande di adolescenti, gli alunni delle prime classi del liceo Scienze Umane dell’istituto Giulio Cesare Manara Valgimigli di Rimini, rivolte agli ospiti della comunità terapeutica di Vallecchio. Gli incontri erano parte integrante del progetto “Io non dipendo”, di prevenzione e di informazione che da una parte ha coinvolto il personale e gli ospiti della Cooperativa Sociale Cento Fiori, dall’altra i giovani liceali di cinque classi, accompagnati dai loro insegnanti.

«L’approccio è stato di coniugare l’informazione professionale, scientifica ed educativa e quella del vissuto» ha detto Gabriella Maggioli, vicepresidente della Cento Fiori. E infatti, lei ha partecipato agli incontri con i ragazzi in qualità di psicologa e di psicoterapeuta. Accanto, alcuni degli utenti della Comunità Terapeutica di Vallecchio, che si sono prestati a raccontare ai ragazzi le loro esperienze.

«Sono stati incontri “senza rete” – ha raccontato Gabriella Maggioli – infatti per mettere a loro agio gli adolescenti, parliamo di ragazzi di 14 anni, abbiamo fatto scrivere loro le domande per poi metterle in un sacchetto ed estrarle». Gli studenti non si sono sottratti, dando fondo alle tante domande – da «Che tipo di sostanze avete usato la prima volta» a «che età avevate» – su un tema certamente complesso e non facile. Troppo spesso sconosciuto anche per chi è adulto e si suppone abbia gli strumenti per conoscerlo.

C’è stato chi ha chiesto «Oltre alle classiche (sic) compagnie sbagliate, quali sono le altre cause»? I percorsi di uscita dalla dipendenza sono stati oggetto di curiosità: «Vi ha aiutato qualcuno a decidere di uscire da queste dipendenze, oppure è stata una vostra scelta personale»? Uno (o una) studente ha chiesto se «Oltre agli educatori, avete trovato forza e determinazione nei vostri compagni all’interno del centro»? I ragazzi, aiutati dai bigliettini, sono andati anche sul personale chiedendo se «Avete figli»? O addirittura «se i tuoi figli cominciassero a fare uso…». Toccando con innocenza corde sensibili, commoventi per chi ha ricevuto la domanda: «Cosa hai perso nella vita da quando hai cominciato a drogarti»?

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