siti che curo

Usura, a Torino un caso per Sos Impresa

Massimiliano, ristoratore di Torino, l'anno scorso ha trovato il coraggio di denunciare il proprio strozzino. Era diventato vittima di un usuraio, il quale gli prestava denaro applicando tassi di interesse mensili del 15%. La situazione era precipatata in pochi mesi: in tre anni, per i 25mila euro che Massimiliano aveva richiesto, era stato poi costretto a riconsegnarne indietro 150mila. La vittima si è quindi rivolta a Confesercenti e da qui è entrata in contatto con lo sportello legale di Sos Impresa, che si occupa di tutelare e assistere le vittime di usura ed estorsione. La difesa è stata affidata all'Avv. Davide Grassi di Rimini, da anni legale di Sos Impresa in processi di usura e criminalità organizzata nel nord e centro Italia. L'avvocato dell'imputato ha presentato istanza di patteggiamento concordata con il Pubblico Ministero (4 anni e 4 mesi), ma al contempo c'è stata l'offerta di risarcimento a favore della vittima, pari a 50mila euro. 

Notizie Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
Categorie: siti che curo

"La Cooperazione è un valore centrale nella nostra democrazia"

Sull'ultimo numero della newsletter del Consorzio Sociale Romagnolo è apparsa l'intervista al dott. Giovanni Benaglia, nominato consigliere di amministrazione nel maggio scorso dopo aver ricoperto per oltre 10 anni il ruolo di sindaco revisore. Il Consorzio Sociale Romagnolo è una realtà che raggruppa più di 40 cooperative sociali che svolgono attività di reinserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. Tra i temi trattati nell'intervista quello relativo al fatto che la cooperazione sociale è una opportunità per la collettività e non certo assistenzialismo.

"Da dieci anni a questa parte mi si è aperto un mondo, che è quello del reinserimento lavorativo dei soggetti svantaggiati", afferma il dott. Benaglia. "La vera ricchezza che si produce in questo mondo non sono gli utili a fine anno di un proprietario d’impresa, ma la crescita delle persone, soprattutto svantaggiate, che ci lavorano dentro. Persone che, se non avessero questa opportunità, sarebbero consegnate all’emarginazione e alla ghettizzazione"

 

 

 

 

 

Notizie ImpreseOggi
Categorie: siti che curo

Storie alienate e liberate

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Ven, 03/11/2017 - 00:10

di Leonardo Montecchi

(…)
Le parole scendono rare
chi le collega più
sembra meglio ascoltare
in due
Il tuo corpo e tu
(…)
Elio Pagliarani  ” La ballata di Rudy”

 

Proverò a fare la storia dei gruppi che ho attraversato negli anni provando a mostrare come si passa dalla alienazione alla liberazione attraverso il lavoro che i gruppi fanno per raggiungere il proprio compito.

Già perché  è il compito che fonda il gruppo, non è il leader, non è il coordinatore.
Gli integranti si riuniscono perché implicitamente o esplicitamente si pongono un obiettivo, una finalità, un compito.
Mi sono interrogato e mi interrogo ancora su cosa sia il compito: è uno scopo, un motivo che attrae persone che altrimenti vivono la loro traiettoria  di vita senza interagire.
Sono sempre di più convinto che il compito sia un “attrattore strano” perché ha una dinamica caotica  e imprevedibile, inoltre in un gruppo, cioè un “insieme di persone riunite da costanti di spazio e tempo e articolate dalla loro rappresentazione interna” come dice Pichon Riviere, si produce un auto-chiarimento che va dall’implicito all’esplicito, questo processo interpretativo non ha una forma circolare, è aperto, non si esaurisce mai ed ha una forma frattale: è una spirale.

Ma le storie alienate?
Sono le storie che vengono raccontate all’inizio di un gruppo, le storie su cui spesso si ritorna anche in seguito in un movimento di vai e vieni. Non ci si libera mai totalmente da queste storie.
Quando ci si incontra ognuno arriva con il proprio immaginario, con un gruppo interno, ognuno viene con i propri stereotipi, quelle forme di pensiero rigide e non basate sull’esperienza che formano i pilastri dell’abitudine.


La vita quotidiana è dominata da un’ideologia fatta di stereotipi, l’alienazione consiste nella serialità caratterizzata da routine che si ripetono nell’illusione di dominare il caos, come le compulsioni degli ossessivi o i riti nei funerali come difesa dall’ansia depressiva, come diceva Elliot Jaques.
Insomma, le storie alienate che compaiono quando inizia un gruppo operativo ricordano le ombre della caverna di Platone.
Ognuno viene portando la storia del proprio gruppo interno che inizialmente è intriso dall’appartenenza istituzionale. Questo impasto istituisce un soggetto posticcio che si atteggia “come se” fosse quello che sta facendo.
Ad esempio, in gruppi che si riuniscono in istituzioni sanitarie le persone si presentano come: sono un medico, un infermiere, un educatore, un assistente sociale, uno psicologo, ecc. Se si tratta di una scuola si presentano come il professore di lettere la professoressa di matematica il bidello ecc..
Nei gruppi terapeutici spesso si presentano come schizofrenico,  borderline, bipolare ecc., con una ulteriore regressione della identità ad una diagnosi posta da un dispositivo medico psichiatrico che contribuisce alla reificazione della persona.
Questo slittamento verso una personalità “fattica”, come dice José Bleger, disegna una regressione dell’essere sociale verso un modo di essere alienato in cui l’essere si riduce al fare e l’io si divide, come diceva Laing, in una parte legata a ciò che si fa o che siamo costretti a fare, ed una parte “vuota” che genera ansia e paura della libertà.
Per esempio, un operaio è forza lavoro: capitale variabile da impegnare nel processo produttivo, ma è anche un soggetto rivoluzionario quando sciopera con gli altri operai e riempie il vuoto prendendo coscienza del suo essere sociale.
Le storie alienate che si raccontano all’inizio di un gruppo provengono da questi ruoli posticci, sono monologhi che non implicano interlocutori ma solo spettatori silenziosi. Questi monologhi sono espressione del narcisismo che ostacola la costruzione di vincoli nel qui ed ora.
Il monologo è favorito anche dal dispositivo del gruppo. Se, ad esempio, le persone sono disposte per file orizzontali con uno che vede tutti e tutti che vedono uno, come in chiesa o a scuola, è facile che qualcuno “salti in cattedra” e cominci a parlare come se dovesse fare una predica o un comizio.
Quando invece le persone sono disposte sullo stesso piano e possono vedersi tutte ed interagire allora il monologare fa sì che ciascuno degli integranti intervenga come se fosse rivolto verso l’esterno del gruppo e parlasse da solo senza aspettare una interlocuzione.
Il gruppo può rimanere in questa situazione in cui si presentano monologhi di storie alienate ricche di stereotipi fino a che non si comincia a sentire intimità fra gli integranti.
L’intimità inizia quando si cominciano a percepire gli altri, all’inizio come in mezzo alla nebbia che poi si dirada e fa comparire volti, persone, corpi.
Pichon Rivière, e con lui Armando Bauleo, parlano di mutua rappresentazione interna.
Che cosa significa?
Significa che la pressione del compito comincia a produrre degli effetti.
Il tempo, lo spazio, le funzioni, come variabili indipendenti, fanno sì che il romanzo del gruppo, per dirlo alla Bachtin, non sopporti più la forma a monologo.
Questa forma assomiglia all’assunto di base di dipendenza di cui parla Bion a proposito di situazioni che si ripetono inconsapevolmente nei gruppi.
Ma, quello che ci interessa oggi, è capire come e perché avvenga il passaggio da una forma ad un altra.
Sto pensando ad un gruppo come ad un insieme che non è la semplice somma delle parti.
È qualcosa di più, con una propria forma in movimento, è “questo gruppo qui ed ora con me”.
Perché questa realtà prenda coscienza di sé è necessario che si percepisca un dentro ed un fuori.
Questa percezione è legata al campo in cui si presenta il gruppo, in quel campo, e solo in quel campo, si producono vincoli specifici fra gli integranti che fanno sì che ad un certo punto del processo caotico qualcuno si renda conto che in quell’incontro qualcuno manca.
Questo è il segno che nel campo gruppale si è costituita una inter-soggettività.
Il fatto che un integrante noti quella mancanza rompe uno stereotipo secondo cui non ha importanza chi c’è e chi non c’è, infatti non viene segnalata la mancanza di una funzione o di un ruolo. Manca una persona che aveva narrato un racconto di sé. Non manca la sua storia, il suo monologo alienato, che ora sta al posto della persona, manca il suo corpo, il suo sorriso, il suo odore, i suoi cenni, il suo modo di muoversi. Manca la sua singolarità, quella mancanza fa emergere, per associazione, altre mancanze che si sono presentate in altre situazioni.
Quando in un gruppo si segnala una mancanza, si segnala contemporaneamente la presa di coscienza di una “mutua rappresentazione”, mutua perché quando si dice manca “tizio”, tutti gli integranti capiscono di chi si tratta, perché hanno internalizzato la matrice vincolare che costituisce il gruppo. Tizio sarà  simpatico a qualcuno, antipatico ad un’altra, qualcuno lo ricorderà per un tratto, un altro per un altro tratto. Ma se ne viene segnalata la mancanza significa che esiste nella trama vincolare di quello specifico gruppo, nella intersoggettività.
La segnalazione esplicita un contenuto implicito: forse molti stanno pensando a tizio e a come mai non c’è in quel incontro, ma nessuno lo dice, molti pensano che non sia pertinente parlare di un assente, altri che se ne potrà parlare dopo al bar o nel corridoio, comunque fuori dal campo del gruppo e non con tutto il gruppo.

Perché qualcuno viola queste clausole mute?

Lo fa perché sente una pressione che proviene dal compito, ma anche dal gruppo.
Quella pressione lo attraversa per la sua storia personale e gli fa sentire il desiderio e la necessità di enunciare il fatto che “oggi manca Tizio”, invece di riprendere il monologo stereotipato che si riferisce a situazioni, tempi e luoghi esterni al qui ed ora.

Quell’enunciato è un emergente, cioè un segno che l’interpretante riferisce al compito inteso come oggetto dinamico.
Cioè, il compito di quel gruppo si rende manifesto attraverso l’enunciato di un integrante che si rivolge agli altri integranti nel qui ed ora, così procede il lavoro di autochiarimento del  gruppo, che non riuscirà mai ad esaurire il compito nel senso che l’implicito non si espliciterà mai totalmente.
Infatti, il lavoro di esplicitazione genera continuamente nuovo implicito, così come la presa di coscienza produce nuovo inconscio.
Però, l’enunciazione della mancanza di Tizio cambia l’ordine del discorso del gruppo, l’ha già cambiato solo per il fatto di esplicitarlo, quel fatto rompe la routine, e attraverso il varco si instaura un nuovo ordine, una nuova forma perché, ad esempio, un Caio diventa interlocutore di quel qualcuno che ha segnalato la mancanza di Tizio,
” tu sai perché non è venuto?”
Caio inaugura una diversa narrazione, l’inizio di una storia liberata, perché lo stereotipo si è rotto ed ha liberato una certa quantità di ansia, molti si stanno chiedendo “ma cosa succede?” Qualcuno si sente perseguitato da questa nuova situazione, qualcun altro rimpiange già la vecchia, molti sono confusi.
La storia che si produce davanti a tutti  è fatta di un dialogo fra le due persone che si interpellano sulla mancanza di un terzo che viene sentito come appartenente al gruppo. Il dialogo fra i due pone gli altri nella posizione di sfondo come il coro nella tragedia greca, e la constatazione della mancanza di un terzo nella coppia dialogante crea in tutto il gruppo la sensazione di “speranzosa  attesa” del ritorno di Tizio, come se l’impasse in cui si trovano si risolvesse con un ritorno messianico.Bion chiama questa situazione che si ripete nei gruppi: assunto di base di accoppiamento.
Ma è Bekett a descriverla in “Aspettando Godot”.
Lì, i nostri due integranti del gruppo diventano Vladimiro ed Estragone e Tizio è Godot.
Ma, ancora, non ci sono storie liberate, c’è l’attesa di un liberatore che non arriverà mai; per la concezione operativa di gruppo questa è ancora una situazione di pre-compito, sono già diventati un gruppo, la trama vincolare internalizzata fa riconoscere un interno ed un esterno, c’è una certa intimità che fa sì che le persone si riconoscano, non c’è più l’indiscriminazione dell’inizio fra il fuori ed il dentro e fra l’uno e l’altro dei partecipanti, tuttavia il clima di “speranzosa attesa” fa sì che il lavoro sul compito venga rimandato all’arrivo o al ritorno di chi manca. C’è la coscienza ma è una coscienza infelice.
Quando “tornerà Tizio allora potremmo finalmente risolvere i nostri problemi” dice uno e l’altro ribatte “certo lui  sa come affrontarli ci può capire….”
Ora  l’alienazione non riguarda più una storia esterna al gruppo: un’ombra vista sulla parete della caverna, ora si parla di qualcuno che ritornerà, forse lo schiavo che si è liberato dalle catene del mito di Platone che, come è noto, quando torna non viene creduto e fa una brutta fine.
C’è una altra via che appare quando qualcun’altro, ad un certo punto, interrompe il dialogo e dice: “si è vero che manca Tizio, ma noi possiamo prendere la Bastiglia anche senza di lui”
Il noi trasforma il gruppo in un soggetto collettivo, il soggetto di una prassi.
L’esempio della presa della Bastiglia è nella Critica della Ragione Dialettica; Sartre ci dice che l’individuazione di quello che noi chiamiamo compito ci fa uscire dalla serialità e fa nascere un gruppo in fusione. Cioè, un gruppo che lavora sul compito che si è dato implicitamente o esplicitamente. Qui non ci sono più storie alienate ma si tracciano storie liberate, non vi sono più monologhi né un dialogo ma una polifonia di voci e comportamenti che convergono sul compito.
A volte “prendere la Bastiglia” è quello che succede in una fila che aspetta l’autobus quando c’è uno sciopero dei mezzi o quando, come nel film “Lista de espera”, si è rotta la corriera.
O in una compagnia teatrale che deve mettere in scena una pièce, una squadra di calcio che deve giocare una partita, una équipe di un centro di salute mentale o una scuola che non riesce a capire qual è il suo compito e così via.
Il compito è uscire dalla situazione, come nell’Angelo Sterminatore di Bunuel: diventare operativi, lavorare tutti in quel campo per il compito comune: trovare una via di fuga.
Come ho già detto, il compito è un oggetto astratto che non si esaurisce mai e, talvolta, genera un progetto che permette di cambiare la situazione attuale verso una dimensione futura.

Rimini 20/10/2017

Bibliografia
Enrique Pichon Riviere. Il processo gruppale. Lauretana
Armando Bauleo. Psicoanalisi e gruppalità. Borla
José Bleger. Simbiosi e Ambiguità. Armando
Elliot Jaques. L’istituzione come sistema di difesa dall’ansia persecutoria e depressiva in Nuove vie della psicoanalisi. Il Saggiatore.
Michail Bachtin. Dostoevskij.  Einaudi
Wilfred Bion. Esperienze nei gruppi.  Armando
Platone.  Opere. Bompiani
C. Sanders Peirce. Opere. Bompiani
Samuel Beckett. Aspettando Godot.  Einaudi
Jean Paul Sartre. Critica della ragione dialettica. Il saggiatore
Leonardo Montecchi. Varchi. Pitagora

Filmografia
Juan Carlos Tabio.  Lista de espera
Luis Bunuel. L’angelo Sterminatore

Categorie: siti che curo

Storia Storie Mode Metodi. Per un progetto di scienze umane al servizio di una vita migliore

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Lun, 16/10/2017 - 13:46
Università di Bologna, Campus di Rimini Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita International Research Centre Culture Fashion Communication Centro Studi e Ricerche José Bleger, Rimini
Storia Storie Mode Metodi. Per un progetto di scienze umane al servizio di una vita migliore
Rimini, Sede Valgimigli, via Santa Chiara, 40 Venerdì 20 ottobre 2017, ore 16-19, aula 1. Massimo Bonfantini, già professore di Semioteica al Politecnico di Milano. Riprendiamoci la Storia e le scienze umane. Carlo Bonfantini, studioso e saggista di storia contemporanea. La ricerca storica fra modelli e analogie: le autobiografie. Leonardo Montecchi, psichiatra, psicoterapeuta, direttore del Centro Studi e Ricerche Jose’ Bleger. Storie alienate e liberate Susan Petrilli, professoressa di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Bari “Aldo Moro”. Digressioni nella storia e semioetica Augusto Ponzio, emerito professore di Filosofia del Linguaggio all’Università di Bari “Aldo Moro”. È il dialogo che fa la storia Salvatore Zingale, professore di Semiotica al Politecnico di Milano. Romanzo, invenzione, progetto Giampaolo Proni, professore di Semiotica all’Università di Bologna. Abito, stile, poesia, avventura: specchi della vita umana.

Bonfantini e Ponzio, da trent’anni sodali autori di dialoghi semiotici, con più giovani studiosi e docenti universitari si volgono in questi tempi di crisi a proporre indagini collettive, seminari e convegni, sui rapporti: fra il generarsi e il divenire del senso delle interpretazioni e quello della storia; fra le invenzioni narrative, le proposte e le abduzioni romanzesche sul futuro, e la durezza delle condizioni ambientali, economiche ed ecologiche, che fanno materia di problema; fra utopia e pragmatismo alla Peirce.

Categorie: siti che curo

Il viaggio di una tazzina Guzzini (e di altre 5.6 milioni con relativi piattini) con Target Sinergie.

La signora è alla cassa del supermercato e chiede di avere la sua tazzina Venice della Guzzini, in vetro con piattino in acrilico. Magari ha raccolto i punti della promozione, oppure ha superato la fatidica soglia di spesa e con un solo euro può portarsi a casa il desiderato cofanetto, giusto in tempo per il caffè dopo pranzo. La signora non sa (e probabilmente nemmeno voi) che tra lei e la sua desiderata tazzina Fratelli Guzzini c'è Target Sinergie e i servizi di contract logistics allestiti appositamente per questa promozione.

Prima della tazzina (e delle sue 5.6 milioni di sorelle) non c'era stato alcun rapporto di lavoro con l'azienda marchigiana. E infatti «Prima di scegliere Target è stato fatto uno scouting a livello nazionale. - dice Lorenzo Mandolesi, direttore Operations della Fratelli Guzzini Spa - Di Target ci ha colpito subito la capacità di problem solving, l’approccio positivo e la serietà, non ultima in questo settore. Il progetto consisteva in una commessa short di contract logistics di grosso rilievo, in termini di volumi in tempi sfidanti, con una Supply Chain complessa. Il tutto si è chiuso in modo eccellente, con precisione e puntualità nelle risposte, senza disallineamenti. Siamo rimasti molto soddisfatti dei servizi Target Sinergie, e per il futuro sarà sicuramente un riferimento».

Per la promozione tazzina Venice, in Target Sinergie abbiamo allestito il progetto da zero. Abbiamo individuato un magazzino adatto, in collaborazione con la Nt Service di Piacenza, sia ad accogliere i volumi di lavorazione – 5 milioni 600 mila tazzine in vetro e altrettanti piattini in acrilico – sia per allestire il confezionamento in cofanetti singoli poi inseriti in espositori. Ma anche in posizione baricentrica rispetto all'area di distribuzione, che ha coperto tutti i punti vendita Esselunga, dislocati in Toscana, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia – Romagna e Lazio.

Una volta individuato lo spazio, lo abbiamo organizzato per gestire ogni aspetto della commessa. L'inbound dagli stabilimenti di produzione e i relativi controlli (quantitativi e qualitativi) e lo stoccaggio prelavorazione, tanto per iniziare. Poi le postazioni per il confezionamento dei prodotti in cofanetto e negli espositori. Una volta completata la lavorazione, lo stoccaggio del prodotti lavorati, pronti per raggiungere i punti vendita e, infine, la spedizione. Un processo che ha visto coinvolte 64 persone per diversi mesi e che ha consentito di evadere con successo la commessa nei tempi concordati.

vintage_woman_supermarket_paul_malon.jpg Notizie Logistica
Categorie: siti che curo

DALLA FAMIGLIA EDIPICA ALLA FAMIGLIA GRUPPALE

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Ven, 08/09/2017 - 13:45

di Alejandro Scherzer

I) Introduzione
Il presente lavoro si propone di mostrare alcuni aspetti della vita quotidiana familiare di queste latitudini, così come alcuni ambiti d’applicazione e limitazioni psicoanalitiche nel comprendere e nell’operare nella clinica odierna.
Secondo noi è impossibile pensarla e intervenire senza un ECRO (Schema concettuale di riferimento e operativo) psicosociale. Si afferma ancora di più (almeno in me) la controversia pichoniana, “Dalla psicoanalisi alla psicologia sociale”, e l’idea centrale che il denominato paziente è un emrgente di un funzionamento familiare particolare in ciascuna situazione. Ma anche di altre variabili che ora non è il caso di esporre.
Ho pensato opportuno impostarlo con un evento psicoanalitico.

II)
Dall’avvento della psicoanalisi nel nostro paese sono trascorse alcune decadi che hanno mostrato un cambiamento risaputo della società, delle tecnologie, delle famiglie di quel tempo in relazione alle famiglie attuali, del rapporto degli esseri umani con le loro circostanze, della costruzione della soggettività.
Così, si sono istallati nella società nuovi temi e valori dell’essere umano:

  • La riproduzione attraverso l’atto sessuale può essere evitata. Non c’è bisogno di copulare, si può optare per l’inseminazione artificiale, per la riproduzione in vitro.
  • La violenza familiare, l’insicurezza pubblica, i cambiamenti nel modi e nei mezzi di comunicazione, la manipolazione delle masse, ecc.

III) “Le famiglie di prima (‘Maracanà’)”
La famiglia montevideana del ‘50 (1950) era una famiglia tradizionale, consanguinea, con la parentalità e la genitorialità classiche: centrate sui genitori biologici e le loro rispettive famiglie d’origine che, fuggite dalla guerra, provenivano principalmente dalla Spagna, dall’Italia e dal resto dell’Europa.
Tutti insieme, nel quartiere, con i vicini, con gli amici, vicino.
Uno Stato benefattore.
Era la ‘completezza’, non mancava niente, ‘la resistenza’.
L’entrata nelle famiglie di nuovi membri, formando una coppia con qualcuno proveniente da famiglie di altri quartieri, non era facile.
C’era una cultura della sessualità maschilista, della donna frigida, nella casa.
Gli uomini trascorrevano buon tempo nel ‘gioco delle bocce’.
L’alcool era un elemento indicatore di ‘machismo’, un anestetico dell’anima, un divertimento, per le alterazioni che produceva nella coscienza.
Le donne non si potevano avvicinare a questi luoghi.
Non era facile cambiare il modo di essere dei membri di una famiglia, soprattutto di quelli che detenevano il potere, il potere del denaro, il potere delle decisioni, il potere della forza fisica.
Si partecipava di più alla messa, si utulizzava la confessione-assoluzione da parte del parroco.
C’erano pregiudizi radicali contro i ‘negri’ e gli ‘ebrei’.
Qualche malato con paralisi cerebrale, o sindrome di Down, o uno psicotico da curare.
Non esisteva ‘parentela’ sociale, perché il divorzio, o la separazione, se anche erano legali – l’Uruguay fu avanti in questa materia – non erano istituti che circolavano con facilità in quell’epoca. Tutto il contrario, erano visti con pregiudizio.
Il luogo della procreazione, della vita, era la famiglia.
Non dimentichiamo che lo sterminio dei membri delle famiglie ebree nella Seconda Guerra Mondiale è stato principalmente di famiglie di procreazione biologica. Si ricercava la discendenza nell’albero genealogico.

IV) Le nuove famiglie
Si sono avuti dei cambiamenti della famiglia nucleare, legale, del Registro Civile, della Chiesa, della Sinagoga, ecc., nel mondo di oggi.
Le seguenti variabili si sono coniugate tra loro per dar luogo a combinatorie differenti:

  • L’ovulo e lo spermatozoo nella provetta, la procreazione artificiale, le banche di embrioni, gli uteri in affitto.
  • Le politiche dello Stato nella pianificazione familiare.
  • L’adozione.
  • Le coppie omosessuali, il travestitismo.
  • Le famiglie monoparentali, le famiglie gay.
  • La scelta dei nomi.
  • Le donazioni di organi.
  • L’apparizione in vita di alcuni dei bambini fatti sparire dalle dittature del Cono meridionale. Le distinte storie personali, l’accettazione o no del riconoscimento delle loro origini biologiche.
  • Le Organizzazioni dei Diritti Umani, le Nonne e le Madri di Plaza de Mayo.
  • La storia di identitifcazione, la storia genetica, la genealogia.
  • L’occupazione, la disoccupazione, la sottoccupazione, un mercato nazionale piccolo che offre meno possibilità economiche di altri paesi e predispone all’emigrazione.
  • La marginalità, la vita nelle strade.
  • La vita nelle istituzioni di reclusione.
  • La tossicodipendenza (consumo, traffico, ecc.).
  • La maggior libertà della donna, il suo crescente inserimento nel mercato del lavoro.


Queste variabili hanno generato punti di inflessione nella società, nei costumi, nei riti, nei miti, nella costituzione e nell’organizzazione della famiglia.
Nuove permissività, meno attaccamento ai modelli tradizionali, [le famiglie moderne, ndt] incoraggiano i loro membri a cercare altri spazi, altri vincoli.
Costruiscono nuove famiglie che variano nel modo di costituirsi, di configurarsi e di organizzarsi.

Il gruppo famigliare non deve coincidere necessariamente con la famiglia nucleare.
Famiglie di che estrazione sociale, culturale, economica?
Di che quartieri?
Nella scuola pubblica o privata?
Come nominarle?
Il tema di come nominare le famiglie di oggi, che sono differenti, nella conformazione e nel funzionamento rispetto alla famiglia tradizionale nucleare non è definito: assemblate, miste, ricostituite, moderne, combinate, seconde, terze, ecc.
Le famiglie ‘assemblate’ sono nuovi input nella nostra società e nuove esperienze per molti abitanti di questa epoca.
Si gestiscono in uno spazio mobile, itinerante.
La cultura degli zaini (dove portano l’abbigliamento, oggetti e materiale didattico, da una casa all’altra) nei ragazzi delle medie e delle superiori è eloquente.
Possiamo pensare a una famiglia attuale e a un’altra famiglia originaria? Dipende per quale membro, di quale gruppo famigliare.
Qual è l’origine di ciascuno secondo i cognomi, nelle convivenze familiari?
Come chiamare ciscuno dei luoghi, delle funzioni e dei ruoli?
Matrigna, patrigno?
Preferisco questa denominazione, sebbene la versione più conosciuta, proveniente dalle storie dei bambini, ruoti attorno alla morte del progenitore e all’usurpazione del posto del morto.
Ai bambini, agli adolescenti e agli adulti, si pone un conflitto di lealtà, di gelosie, di invidie e rivalità, per quello che ciascuno fa, e per quello che vede che l’altro fa.
Per la maggioranza dei bambini e degli adolescenti che arrivano al consultorio, la famiglia è il gruppo famigliare di origine biologica.
La famiglia di convivenza (la famiglia di oggi) è quella che devono integrare, come possono. Con o senza aiuto psicologico.

V) Famiglia e funzionamento familiare
Per fortuna, da qualche decennio insistiamo sul fatto che dobbiamo differenziare la famiglia come istituzione organizzatrice della società dal suo funzionamento, pensando e operando con la famiglia come gruppo umano.
Tema complesso che, come sappiamo, ci riporta a questioni teoriche, tecniche, ideologiche, epistemologiche, dove si dirimono le differenze tra le correnti di pensiero in questo campo di pratiche.
Ci sono gruppi familiari fondati dalla coppia tra due esseri umani (matrimoniale), ma ci sono famiglie che non sono fondate da una coppia o anche senza coppia.
Coma ci sono anche coppie che non fondano alcuna famiglia.
Famiglie dove i membri del gruppo familiare non hanno una relazione di discendenza diretta con la coppia coniugale, se questa è l’organizzazione che diede inizio a quella famiglia, e sì con altre forme, più moderne, di ‘parentela’.
Prima della nuova convivenza la famiglia è un puzzle dove andare armati con i consulenti.
Si può complessificare maggiormente la situazione se si aggiungono, alle famiglie di ciascuno dei membri della coppia, i nonni o le nonne che, per questioni economiche del mondo odierno, non hanno altro spazio fisico dove vivere.
Queste nuove famiglie di costituzione multifamigliare hanno nuovi matrimoni, nuovi patrimoni, nuove parentele.
E hanno un correlato inevitabile: un funzionamento gruppale complesso.

VI) “I MIEI, I TUOI, I NOSTRI, I VOSTRI (che non solo soltanto miei, né solo tuoi, né solo nostri) VERSUS: I GRUPPI FAMILIARI”
Ancora si continua ad insistere con la genetica nella proprietà dei figli consanguinei.
I miei, i tuoi e i nostri, detto così, è pensato dal biologico e dal discorso dei genitori verso i figli. A quanto pare, i proprietari dei bambini.
De “i propri figli”.
Allude ai figli come proprietà dal punto di vista di un discorso biologista-individualista (al massimo di coppia), del mondo adulto, di coloro che comandano, ordinano e non chiedono, a quei “nani maledetti che giocano con il pallone”, come dice Serrat.
I miei sono soltanto miei, i tuoi sono soltanto tuoi, i nostri sono soltanto nostri, potrebbe essere una formula estrema in questo modo, nella quale i miei e i tuoi si trovassero, nella stessa frase, in correlazione con i nostri, con ciò che è in comune dei genitori adulti.
Per la generalità delle persone, il titolo esprime in un gergo comune (e in qualche pellicola cinematografica) qualcosa che è sostanzialmente differente dal gruppo familiare.
I miei bambini, i tuoi bambini, i nostri bambini, gli altri bambini, non saranno diversi?
Sì, sono i diversi gruppi familiari dai quali transita durante i giorni della settimana, del mese e dell’anno.
I miei bambini possono essere con la mamma e con il patrigno, con cui convive ed ha fratelli che sono, a propria volta, i nostri per lui.
I miei con il suo papà e con la matrigna, con cui convive alcuni giorni e che ha pure fratelli, e/o fratellastri, che sono anche i nostri, per lui.
Così, quando diciamo i nostri, questa questione collettiva-possessiva, di proprietà, a che cosa sta alludendo?
Alle relazioni di consanguineità?
Alle relazioni di parentela?
All’appartenenza al gruppo familiare?
Pensiamo al noi, dal luogo del gruppo familiare, in senso generico, o dai gruppi familiari (in senso stretto), lo decentriamo dalla ‘paternità’ esclusivamente biologica, per centrarlo nel luogo collettivo della Gruppalità familiare.
Dei gruppi familiari di appartenenza di ciascuno degli integranti di questa situazione gruppale familiare che stiamo considerando.
Un bambino di 9 anni, piangendo, dice in una sessione familiare a sua madre:
“io non voglio avere un’altra madre, non voglio andare a casa di mio padre, con l’altra donna, non voglio andare con papà, non voglio andare in quella casa… e quando ho la febbre si devono prendere cura di me… e non mi piace come mi trattano… non si prendono cura di me… devo vedere cosa faccio, dove vado, dove rimango”.
Una adolescente (17 anni):
“Io riconosco internamente come lei ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna… ha cambiato la mia relazione. La verità è che ha fatto un sacrificio, che non ha figli. Di chi siamo figli? Di chi sono i figli?”

VII) Alcune regolarità
Nel lavoro clinico con queste ‘Nuove forme di coppie e famiglie’ abbiamo costatato alcune regolarità.

1ª constatazione
Dell’impatto.
Nel momento della costituzione delle nuove famiglie si ha un disconoscimento da parte dei protagonisti della trascendenza dell’impatto della decisione di convivere in questo modo, con queste nuove conformazioni familiari.
Disconoscimento che il sentimento amoroso che ha fondato la coppia e che l’ha fatta stare insieme per più tempo, porta alla famiglia e a ciascuno dei suoi integranti differenti dispersioni, anche amorose e di affetto.
Per ottenere un funzionamento minimamente soddisfacente nella sopravvivenza e nella convivenza familiare è necessario un “pensiero strategico – interazionale – vincolante” (Scherzer A., 2004, pag. 58, ‘Gruppo e società’).
Ossia, strategie di interazione comune per arrivare a capo degli obiettivi-compiti prescritti dalla società e che ciascun gruppo familiare produrrà a proprio modo singolare e particolare.
In questa analisi gruppale ci importa l’io (il soggetto desiderante prodotto), il noi, gli altri, il tu, il voi nell’io, e le variazioni di queste variabili: io, noi, altri, voi, loro, tra sé, dalle prospettive, le meta-prospettive e le meta-meta-prospettive (Scherzer A. 2004, p.55).
Una adolescente racconta in una sessione individuale:

  • “Anoche, la donna di mio padre, si vede che è molto calda, è venuta nella mia stanza e mi ha completamente turbata: guarda Cecilia, ho continuato a pensare e se hai bisogno che te lo dica, sai bene quello che sento: stiamo insieme per obbligo… io voglio unire la famiglia ma è invano… voglio che finché non me andrò vada tutto bene, ma sappi che sto cercando di cambiare questa casa,… e sai che quando tiro giù la tenda è un muro di acrilico e non di vetro…!”

Carmen (45 anni) esprimeva, in una sessione, con i denti stretti:

  • “pensare che io prima dicevo che non avrei perso quello che ho costruito in questa famiglia. Che illusa… in realtà, che stupida!… Stava per esplodere, sapevo che la testa è come un granata: se prende una spina esplode”.


2ª constatazione
Chiarimenti.
Costatiamo la mancanza di nomi, questa situazione innominata:
“È come un padre per me”; “È come un figlio per me”; ha difficoltà ad essere simbolizzata nella vita familiare.
In una sessione gruppale, con adolescenti fratelli che vivono in case differenti, si dà il seguente dialogo:

  • “Per me papà è alieno, il mio patrigno è il mio papà”
  •  “Mio padre è un gestore di famiglia, non è né il capo di famiglia, né il padre di famiglia”.
  • “Per me, papà è papà”.

Allora, come stanno realmente le cose: all’origine della vita di un padre e nello sviluppo della vita di un patrigno?

La sovrapposizione immaginaria e reale nelle convivenze di differenti case, con differenti usanze, con altre storie personali e familiari, porta ad alterazioni nel funzionamento operativo e a situazioni di incertezza, di insicurezza, di angoscia, di mancanza di appoggi, di sostegno.
Dunque, che cosa deve essere chiarito? E, come abbiamo visto:

  • Le nuove conformazioni, integrazioni delle famiglie di oggi, i molteplici nuovi riferimenti familiari, le molteplici nuove appartenenze gruppali famigliari, le molteplici convivenze: la casa, lo spazio, il tempo, il denaro, ecc.
  • Le responsabilità nei nuovi ruoli e funzioni per i compiti familiari.
  • Chi educa? Chi decide? Chi sceglie la scuola?
  • E l’attenzione alla salute? Chi la paga? Chi supporta? Chi si prende cura?
  • Che cosa succede con il patrimonio: con i beni materiali, con il denaro per la sopravvivenze di ciascun gruppo familiare?
  • C’è un fondo comune con il denaro per i figli dell’altro coniuge?
  • Chi decide i luoghi, chi proibisce un’uscita, il condividere (o no) uno spazio della casa?
  • Come si coinvolge ciascuno nel rapporto con gli altri?
  • Ci sono problemi con le transazioni da un gruppo a un altro, nell’individuare qual è la famiglia per ciascuno, con la funzione di parentela?


Questo si vede tanto nei bambini come negli adulti.
Queste difficoltà producono sofferenze, depressioni, angoscie, disturbi dell’apprendimento, disturbi della condotta, disturbi dell’attenzione, un contatto umano superficiale, e favorisce il consumo di sostanze addittive.
Soprattutto, droghe che cercano di stordire il soggetto, per calmare l’angoscia di non capire, per cercare di non stare nell’ambiente, di dissociarsi, di evadere.
Si rende fondamentale un’istanza comune, congiunta, condivisa, di chiarimento e, se si può, di accordo tra le diverse prospettive di ciascuno dei membri familiari, sui gruppi familiari di ciascuno degli integranti di questo nuovo gruppo familiare.
Ci sono temi familiari di cui si può parlare e che possono essere detti soltanto in presenza dell’altro e, più particolarmente, in una sessione familiare.
Altre volte, prima individualmente e poi incorporando gli altri, “coloro che possono e vogliono”, come diceva Pichon-Rivière.
In un trattamento individuale è impossibile visualizzare e avvicinare le differenti prospettive.
Le contraddizioni, la coerenza delle azioni, i luoghi, la circolazione del potere, i vecchi schemi, i cambiamenti di costituzione dei gruppi familiari, ecc., che ne parlino tra loro, uno (gli uni) di fronte all’altro (agli altri), insieme.
In queste nuove famiglie esploriamo le possibilità che gli integranti possano pensare il proprio funzionamento in unità non soltanto individuali, ma in unità collettive, gruppali, familiari.
La presenza fisica delle persone è necessaria per considerare le variabili gruppali-familiari, a differenza dei sogni che obbediscono a logiche di personaggi (mondo interno) e non di persone.
Il mondo interno e il mondo esterno, i produttori e i prodotti, degli altri, nostri, e di se stessi, dipendono, sostanzialmente, dalla buona gestione di queste variabili gruppali e familiari.
Il non chiarimento di questi temi nel funzionamento gruppale – e da lì deriva il concetto di chiarificazione vincolare familiare cui abbiamo accennato (Scherzer A. 2006, Inedito) -, produce effetti nel funzionamento della persona, nel suo stare al mondo.
Influisce sulla circolazione dell’energia: la permette, la impedisce, la frena, la distorce, la regola, la permea.
Quando non c’è reale supporto familiare si cercano altri supporti, altri riferimenti.

3ª constatazione
Economie.
Nelle famiglie nelle quali c’è un alto livello di confusione gruppale familiare (vedere dopo) costatiamo: un minor esercizio della sessualità tra i coniugi, una maggior enfasi sulle variabili economiche e finanziarie nel funzionamento familiare.
Quando queste coppie e queste famiglie assistono ad una terapia, parlano molto più del denaro, della costituzione familiare, delle variabili gruppali familiari, che della sessualità tra loro.
La coppia, con poco erotismo, dovuto alla stanchezza, per il multilavoro, per lo svolgimento della donna di molteplici ruoli in seno alla famiglia, deve affrontare, paradossalmente, un aumento dell’erotismo proveniente dall’esterno della famiglia: internet, la televisione, ecc.
È che la sessualità della coppia inizia ad essere relegata a causa del consumo energetico, per la costituzione e la costruzione della vita gruppale familiare, della vita quotidiana nelle nuove case.
Le seguenti variabili complessificano la comprensione della situazione familiare che vediamo nelle consultazioni, tanto individuali, che di coppia, come familiari:
A. i periodi (fasi) della vita familiare,
B. i momenti della vita familiare,
C. le prospettive di ciascuno degli integranti dei gruppi familiari sui gruppi familiari che sono in gioco nella costruzione della soggettività di ciascuno, in conseguenza della convivenza, del condividere – del vivere con (convivere) -, la propria vita quotidiana.
D. Del livello di intensità dell’esperienza di ‘svalutazione’ della famiglia attuale in rapporto al luogo gerarchizzato della famiglia progenitrice del passato. Alcuni sentono e/o li fanno sentire ‘familiari di seconda categoria’ in rapporto ai progenitori, nonostante la loro riconosciuta incidenza nella vita gruppale familiare attuale.

4ª constatazione
“Allineamento” dei sentimenti di appartenenza con l’appartenenza reale
È il tentativo di chiarire le prospettive, meta-prospettive e meta-meta-prospettive, i sentimenti di appartenenze gruppali familiari nel loro incontro con l’appartenenza reale.
Poter nominare quello che sono tra loro (Bauleo è presente in questi temi).
Questo favorisce le relazioni familiari, alleviando la sofferenza e il patimento di tutti gli integranti del gruppo familiare in gioco.
Quanto più coincidono il sentimento di appartenenza con l’appartenenza reale, meglio sarà la propria disposizione alla convivenza e alla qualità della stessa.
Quanto sarà facile trovare un codice comune tra gli integranti familiari se non esistono parole che nominino i distinti luoghi in queste famiglie attuali!
Non c’è neanche una legislazione, ancora, per queste convivenze familiari che disponga, chiaramente, i diversi tipi di alleanze, il luogo, i ruoli e le funzioni parentali, le appartenenze materiali, le proprietà, il denaro, la parentela, ecc.

VIII) Di madre ce ne è una sola?
Sembra che ci siano varie paternità e maternità.
Una volta un professore di ginecologia di Barcellona disse, in una relazione alla radio, che immaginava di trovarsi con un bambino che lui aveva assistito come medico ostetrico e gli diceva così:

  • “Ti presento qui la tua madre genetica, qui la tua madre di ventre, qui la tua madre di educazione dei primi mesi (che è una pseudo infermiera) e la tua madre educativa, che ti ha adottato”.

Per lo meno quattro madri, considerando la famiglia nucleare.
Ci sono bambini istituzionalizzati (rifugi) che possono arrivare ad avere più figure materne e/o paterne.
Allora, di madre ce ne è una sola? Questa è la domanda.

IX)
Nello spazio familiare:

  • Come si distribuisce lo spazio nell’intimità, democraticamente o no? Come si circola all’interno della casa?
  • Come si è vestiti di fronte all’altro?
  • I figli come pensano agli altri bambini della famiglia?
  • Sono fratelli, mezzi fratelli, che cosa sono?
  • Possono comprendere e sostenere una storia con un gruppo familiare, un’altra con un altro gruppo familiare e un’altra storia con altri gruppi familiari?
  • E che cosa accade con la frase di Martin Fierro, “che i fratelli siano uniti, questa è la prima legge”? Come la pensiamo nelle famiglie di oggi?


X) Paure basiche
In queste nuove famiglie si generano attivazioni delle paure basiche.
Le paure familiare si intrecciano con le paure sociali.
Angoscie confusionali per il fatto di rimanere come “con la testa fra le nuvole”, con pochi appoggi di fronte ai cambiamenti, alle modifiche dell’identità.
Paura che possa accadere qualcosa ai figli.
Angoscie persecutorie per l’avvento dello sconosciuto di fronte ai cambiamenti nelle forme di organizzazione e funzionamento delle famiglie.
Paure della perdita degli affetti familiari, mancanza di protezione, impotenza economica, segregazione sociale per il fatto di non avere un’appartenenza familiare tradizionale, o per la ‘macchia’ della separazione.
Paura della sofferenza per le perdite delle organizzazioni conosciute. Timori di ‘sprecare’ il tempo e lo sforzo che porta a costruire una nuova organizzazione familiare.

XI)
Una maniera soddisfacente di portare avanti un progetto familiare comune è: tra tutti noi.
Non è soltanto tra tutti, né tra noi, ma tra tutti noi. E, successivamente, con piccoli cambiamenti e piccole conquiste.
Non è semplice, né tutti possono farcela con tante variabili: storiche, genetiche, familiari, incrociate simultaneamente.
Metodologicamente, nella consultazione, lavoriamo con il transfert diretto, laterale e istituzionale, con il controtransfert e l’implicazione.

XII) Deviazioni
A) La famiglia tradizionale e le famiglie attuali, nella loro costituzione, hanno vantaggi e svantaggi.

Oscillano su un asse di tensione che possiamo schematizzare in questo modo: nelle famiglie tradizionali: si ha maggior stabilità apparente, meno angoscia, meno rischi di mobilizzazione psichica, meno paure.
Soffrono, dopo un periodo di attività, una deviazione nel loro funzionamento che chiamiamo ‘Quadro di intossicazione fmailiare’ (Scherzer A. 2004, inedito), imparentato con quello delle ‘famiglie agglutinate’ di Bleger, nelle quali sottolineiamo il carattere tossico che può avere la convivenza in questo tipo di famiglie.
Dicono nelle sessioni:
“… siamo intossicati (passati) di famiglia, i miei genitori vivono soltanto per la famiglia e per noi. Non pensano mai a loro, non escono, non si divertono, noi siamo il loro divertimento”.
Sono frequenti i tentativi di autoeliminazione, il diabete, l’alcoolismo.
Queste famiglie tradizionali, di costituzione classica, sono state studiate, storicamente, da un teoria egemonica in questo campo: la psicoanalisi, con il complesso di Edipo e la sessualità infantile come elementi centrali della sua indagine.

Teoria e tecnica che, sole, senza articolarle con altre teorie e tecniche, non sono sufficienti per intervenire adeguatamente sulla quantità delle variabili presenti.
È necessario includere variabili: gruppali, istituzionali, in dialogo con altre discipline.

B) Una deviazione poco desiderata nelle famiglie attuali ci ha portato alla descrizione di un altro quadro clinico: il “quadro di confusione gruppale familiare”.
Una maniera possibile di pensarlo è mediante un indicatore: il livello di Confusione gruppale familiare.
Lo esploriamo con queste variabili e lo valutiamo qualitativamente continuando a lavorare con essi:
a) Chi è il noi?
b) quanti noi ci sono?
c) come si chiamano? Come si autodenominano?
d) Che cosa credono di essere?
e) Che cosa ciascuno crede che sia la parentela con l’altro?
f) Che domicilio ‘ufficiale’ hanno?
g) Qual è la casa preferita?
h) C’è l’abilitazione di un padre in rapporto alla funzione che adempie l’altro ‘padre’?
i) Il ‘titolo’ di padre chi lo concede? Si auto-concede?

XIII) Vantaggi
Queste famiglie attuali, nonstante le paure che generano e le differneze che producono, ci mostrano che hanno vari punti a favore:

  • una maggiore offerta di identificazione, un possibile arricchimento di identificazione,
  • i suoi integranti possiedono molteplici appartenenze gruppali,
  • c’è un aumento dell’offerta di altri appoggi,
  • più apertura di ‘testa’ ai fini dell’integrazione sociale con più gente,
  • più ‘parentela’,
  • nuove figure nella vita di ciascuno,
  • miglioramenti economici e patrimoniali, in alcuni casi.


Diceva una adolescente (17 anni):
“Io riconosco internamente come essa ha inciso nella mia formazione, come ha potuto sostituire mia madre in molte cose… come una matrigna. È cambiato il mio rapporto con la gente. La verità è che ha fatto un sacrificio e quello perché non ha figli”.
Nonostante i suoi modelli, la famiglia come istituzione, in questa società, è ancora in piedi. E sembra ogni volta più necessaria.
L’identità, il supporto, gli affetti, l’educazione, il finanziamento economico per le differenti attività della vita, le cure per la sopravvivenza, si generano primordialmente – anche se non esclusivamente – in questo quadro.
Uno ascolta nei reportage della radio e della TV di come i giocatori di calcio, o di altri sport, gli artisti, ecc., dedichino i propri trionfi e le proprie conquiste ai propri familiari e, nelle sconfitte, si affidino di più ai loro familiari che ai dirigenti sportivi delle loro rispettive istituzioni.

XIV) Interrogativi alla teoria psicoanalitica classica
Cinquanta anni dopo, facciamo alcune precisazioni che confermano l’attualità del pensiero clinico di Pichon-Rivière.
La famiglia che ha considerato Enrique Pichon-Rivière era quella della sua epoca nel Rio de la Plata: la famiglia nucleare costituita da madre, padre, figlio.
È che non esisteva il divorzio legale in Argentina.
In Uruguay era legalizzato ma non veniva praticato. Era mal visto nelle differenti classi sociali, particolarmente nella classe media e alta, dove si preferiva vivere con ipocrisia prima che la propria decisione potesse produrre qualche forma di segregazione sociale.
Non esistevano le conformazioni familiari del mondo odierno.
La definizione è stata pernsata da lui per operare nel campo della Salute mentale, quello della psichiatria di quel tempo.
Enrique Pichon-Rivière ha posto il funzionamento della famiglia come Gruppo Operativo, in base a tre ruoli diffenerenziati: madre, padre, figlio. Per lui, e per la sua formazione psicoanalitica, questi ruoli differenziati potevano – e possono – pensarsi, erroneamente, come riferiti al Complesso di Edipo.
Ma questi ruoli hanno lo scopo di realizzare obiettivi-compiti del gruppo familiare. Qui sta la differenza con altri autori.
Deleuze e Guattari, ne “L’anti-Edipo”, hanno criticato duramente le “terre familiari dell’Edipo” della psicoanalisi e il modo di pensare psicoanaliticamente la produzione desiderante.
È un peccato che non abbiano incluso, là, le idee di Enrique Pichon-Rivière, che erano antecedenti a quei postulati.
Sono una risposta concreta ai loro interrogativi.
Le idee di Enrique Pichon-Rivière decentrarono il modo di produzione desiderante dal Complesso di Edipo alle terre del Gruppo Umano, della Gruppalità Familiare. E con esso, al Gruppo Familiare.
La famiglia gruppale ha obiettivi-compiti prescritti dalla Società, con ruoli e funzioni in rapporto a ciascun compito da realizzare.
È da qui che l’intervento clinico diventa sempre più efficace.
Diremmo, più precisamente, che quello “denominato paziente” è un emergente della dinamica dei suoi gruppi familiari e i ruoli diffenrenziati e funzionali servono per adempiere gli obiettivi-compiti prescritti dal sistema sociale e fondanti il Gruppo Familiare.
Il Complesso di Edipo non è, di per sé, una famiglia, né un gruppo.
Colora il funzionamento psichico, ma non lo costituisce in forma esclusiva.
Storicamente, si riferisce il desiderio inconscio a situazioni familiari di consanguineità.
Il complesso di Edipo freudiano omette, nella considerazione della costruzione della soggettività, il rapporto del soggetto con le sue circostanze.
Non include l’analisi di temi come il potere, il denaro, la solidarietà, la famiglia, il gruppo, le istituzioni, ecc.
Per quale motivo la famiglia è una dimensione omessa o poco considerata dagli autori psicoanalitici?
Forse perché Freud non ha gerarchizzato nella sua teorizzazione sul Complesso di Edipo la dimensione gruppale familiare: Edipo Re (quello di Sofocle) era adottato!!!
L’analisi della vita intra-psichica centrata sul complesso di Edipo porta a pensare che i pazienti vivano una realtà decontestualizzata e parziale.
Neanche Freud ha evidenziato che Edipo fu re.
Non ha preso in considerazione, dunque, la possibilità di includere le variabili politiche.
Né il fatto che appartenne a due famiglie reali: quella di Corinto e quella di Tebe.
La Realtà è economica, politica (disoccupazione, la svalutazione della moneta, l’‘impunità’ dello Stato, ecc.) sociale, culturale, di genere, e non solo desiderante.
Quindi, l’analizzatore denaro è tanto importante come unità di analisi dei processi vincolari:
sono padroni o operai?
Uomo o donna?
Chi ha il potere delle decisioni all’interno della famiglia?
Chi paga la terapia?

Qualche anno fa ho ascoltato in un Congresso rioplatense, uno psicoanalista che disse che siccome lavorava con il complesso di Edipo dei suoi pazienti nell’analisi individuale, e siccome il complesso di Edipo è nella famiglia e la famiglia è un’istituzione, lui era un’analista istituzionale.

  • Quali sono i rapporti tra Psicoanalisi e Psicologia Sociale?
  • Di che famiglia parliamo?
  • Con che parametri di salute?
  • Con quali strumenti operare?


La tecnica psicoanalitica ortodossa della regressione transferenziale, fomentando la creazione di una nevrosi transferale per analizzare i contenuti edipici inconsci è ancora vigente?
Pensiamo che già non sia vigente per tutti i casi clinici, come era una volta, nelle decadi dal 1950 al 1980. Seguiamo Deleuze e Guattari nelle loro impostazioni critiche sul modo di produzione desiderante mediante l’edipizzazione del soggetto.
Il lavoro con i Gruppi e, soprattutto, con gruppi di integranti psicotici, ci ha mostrato un cambiamento inevitabile nelle teorizzazioni del lavoro clinico da una prospettiva psicoanalitica.
Non si possono più trascurare gli apporti psicosociali.
Ci ha portato a testimoniare situazioni inattese, come l’evitamento deliberato, da parte degli adolescenti di un gruppo terapeutico, di parlare di questioni vincolate con la loro vita familiare e, ancor meno, con quelle edipiche.
Ciò che più importava loro era capire le variabili istituzionali, cioè dove erano, che cosa facevano nell’istituzione, come era la sua organizzazione, come collocarsi nella realtà istituzionale che trascendeva la realtà familiare.
Pensiamo che sia possibile un’integrazione concettuale di aspetti della teoria Psicoanalitica freudiana, della Psicologia Sociale di Pichon-Rivière e dei suoi discepoli, degli apporti della Psicoanalisi Gruppale di René Kaes ed i suoi collaboratori, della Percezione Interpersonale di Ronald Laing, delle tematiche di Genere che sollevano gli autori come Juliet Mitchell, Jessica Benjamin, Ana M. Fernandez, Eva Giberti, Irene Meler, S. Bleichmar, E. Dio, ecc.
C’è abbastanza lavoro per andare avanti. Ora siamo qui.
Per il finale.
“La famiglia è un maggior puntellamento della madre”, disse un paziente.
Una madre può psicotizzarsi, ammalarsi, morire, ma è più difficile che si disintegri tutto un gruppo familiare di appartenenza. Contiene più persone, più variabili in gioco e più ‘nodi’ che legano e sostengono gli integranti tra sé.

Gennaio, 2011

1. Il presente articolo è l’aggiornamento diel lavoro presentato alla Tavola Rotonda “Vita quotidiana: nuove forme di coppia e famiglia” del V Congresso di AUDEPP (Associazione Uruguaiana di Psicoterapia Psicoanalitica) nel maggio 2009

2. Alejandro Scherzer è dottore in psicologia. Uruguay. alescher@adinet.com.uy

Categorie: siti che curo

La nozione di privata dimora nel furto in abitazione

Con sentenza n. 31345/17 (deposito del 22 giugno 2017) le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione affrontano la questione controversa del concetto di “privata dimora”, in particolare nel reato di furto in abitazione 624-bis c.p., affermando che ai fini della configurabilità del predetto reato “rientrano nella nozione di privata dimora esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare.”

La vicenda traeva origine da un ricorso per Cassazione avverso la condanna in appello nei confronti di un soggetto condannato con rito abbreviato per i reati di cui agli artt. 624-bis e 625 primo comma n. 2 c.p. in quanto si era introdotto all’interno di un esercizio commerciale, asportando denaro e una macchina fotografica. L’imputato ha proposto ricorso per Cassazione, denunciando l’erronea applicazione del più grave delitto di furto in applicazione in luogo di quello “semplice”.

Ravvisata l’esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia, la questione è passata alle Sezioni Unite. Accanto ad un primo orientamento che intende la privata dimora come luogo dove vengano svolti atti della vita privata (quindi anche attività lavorative, culturali, professionali politiche), vi è un secondo orientamento che ritiene esulino dal concetto di privata dimora quei luoghi che consentano l’accesso al pubblico. Esistono poi ulteriori orientamenti “intermedi” che valorizzano altri criteri (l’occasionalità della presenza del proprietario in quei luoghi, l’orario di apertura, etc.).

Dopo aver preso atto di questa pluralità di orientamenti, le SS.UU. dichiarano immediatamente che l’ampliamento della nozione propugnato dal primo orientamento, sia eccessivo e contrasti sia col dato letterale della norma che con ogni interpretazione sistematica.

La nozione di “privata dimora” è certamente più ampia di quella di abitazione, specificano però i Giudici. Il riferimento deve essere inteso a quello di luogo adibito a svolgimento di atti della vita privata, non limitati soltanto a quelli della vita familiare o intima (propri dell’abitazione). Chi giudica – aggiunge la Corte – non deve rinunciare ad compiere ulteriori approfondimenti sulla natura e sull’utilizzo di tali luoghi.

Certamente errato è invece far dipendere l’applicazione della norma e di un trattamento sanzionatorio più grave (l’art. 624-bis. c.p.) da elementi “vaghi, incerti e occasionali” (come ritengono gli orientamenti intermedi) come la presenza o meno di persone durante il fatto o la circostanza che esso sia avvenuto nell’orario di apertura e chiusura, accettando così una sorta di “tutela ad intermittenza” (Cass. sez. V, n. 428/2015).

Le Sezioni Unite riportano al centro della discussione la ratio della norma, nel momento in cui fu pensata ed introdotta dal legislatore: la tutela dell’individuo anche nel caso in cui compia atti della sua vita privata al di fuori dell’abitazione. Luoghi che abbiano dunque le stesse caratteristiche dell’abitazione in termini di riservatezza e non accessibilità da parte di terzi senza il consenso del proprietario.

Facendo leva sull’interpretazione che offre la giurisprudenza costituzionale (in riferimento all’art. 14 della Carta) e al concetto di “domicilio”, le Sezioni Unite delineano così la nozione di privata dimora sulla base di alcuni indefettibili elementi: a) utilizzazione del luogo per lo svolgimento di manifestazioni della vita privata (riposo, svago, alimentazione, attività professionale e lavoro in genere); durata apprezzabile del rapporto tra il luogo e la persona, in modo che tale rapporto sia caratterizzato da una certa stabilità e non da mera occasionalità; c) non accessibilità del luogo da parte di terzi senza consenso.

Quando, dunque, poter applicare la nozione di “privata dimora” contenuta nell’art. 624-bis in relazione ai luoghi di lavoro? E’ indiscutibile – premettono le Sezioni Unite – che che nei luoghi di lavoro il soggetto compia atti della vita privata. Ma ciò non è sufficiente. I luoghi di lavoro, infatti, sono accessibili ad una pluralità di persone anche senza l’autorizzazione del titolare. Sono pertanto esposti all’intrusione altrui e ciò significa che è fuori luogo parlare di riservatezza e tutela della sfera privata. Di conseguenza, potrà esser riconosciuta la funzione di privata dimora solo in quei luoghi (o parte di essi) dove il soggetto compie atti della vita privata in modo riservato e precludendo accesso a terzi: retrobottega, bagni privati, spogliatoi, area riservata di uno studio professionale, etc.

Nel caso di specie, non risultava che gli oggetti sottratti si trovassero in un’area riservata (il denaro nella cassa e la macchina fotografica sul tavolo). Pertanto, la Corte di Cassazione ha correttamente riqualificato il fatto in furto semplice (ancorché aggravato dall’aver usato violenza sulle cose, in quanto vi era stata un’effrazione), annullando la sentenza impugnata e rinviando alla Corte d’Appello per rideterminare la pena.

Avv. Patrick Francesco Wild

 

Analisi e commenti Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
Categorie: siti che curo

L'AGENZIA DELLE ENTRATE PAGA LE SPESE SE PROVOCA IL PROCESSO E POI SI RITIRA

Si potrebbe riassumere con il proverbiale “chi rompe paga” la sentenza che ha visto condannare l’Agenzia delle Entrate al pagamento delle spese legali a favore di un contribuente difeso dal dott. Giovanni Benaglia.

Seguiamo da anni il contenzioso tributario, con esiti sempre positivi” esordisce il socio dello studio. “Nello specifico il caso trae origine da un appello proposto dall’Agenzia delle Entrate contro una sentenza di primo grado che dichiarava illegittimo un avviso di accertamento che contestava l’omissione di una plusvalenza realizzata a seguito di una cessione di terreno edificabile”.

In primo grado il cliente, sempre difeso dallo studio, aveva ottenuto ragione e aveva respinto l’esosa richiesta avanzata dall’Agenzia delle Entrate. In secondo grado l’Ufficio, dopo aver fatto ricorso e costretto il contribuente nuovamente a difendersi, ha ritenuto di annullare l’avviso di accertamento pretendendo, però, di compensare le spese di giudizio.

Di fronte a questa palese ingiustizia ci siamo opposti e i Giudici di Secondo grado ci hanno dato ragione: come da noi sostenuto l’annullamento di un avviso di accertamento in pendenza di giudizio rientra nell’ipotesi di estinzione del giudizio per cessata materia del contendere per motivi diversi rispetto a quelli previsti per legge. Quindi, l’Agenzia delle Entrate deve pagare le spese di giudizio del contribuente”.

Su questo tema, tra l’altro, il dott. Benaglia ha incentrato il commento apparso sul numero 25/2017 della rivista IL FISCO, prestigioso settimanale di approfondimento per professionisti e imprese con il quale il dottor Benaglia collabora già da diversi anni. Nel commento viene approfondito anche l’annosa questione del pagamento delle spese di lite le quali, prima della recente introduzione della riforma del 2015, venivano sovente compensate tra le parti sulla base di una supposta, ma mai provata, “complessità del caso trattato”.

Notizie ImpreseOggi
Categorie: siti che curo

LO STUDIO GRASSI BENAGLIA MORETTI INVESTE NELLA CULTURA E NELLA MEMORIA

La memoria e il ricordo sono il motore del presente e la linfa vitale del futuro. Per questo non abbiamo avuto dubbi nell’aiutare a realizzare il libro che ricorda l’anniversario la nascita di Viserbella”. Giovanni Benaglia, socio dello studio, motiva così la scelta dello Studio di sponsorizzare la pubblicazione del libro che commemora i 110 anni dalla fondazione di Viserbella, frazione a nord del Comune di Rimini.

La pubblicazione è stata promossa dal Museo della Marineria e delle Conchiglie E’ Scaion, con il patrocini dell’IBC Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna e del Comune di Rimini, e con la collaborazione dell’associazione L’Ippocampo Viserba, che ha messo a disposizione il proprio archivio fotografico e la propria esperienza maturata nel corso degli anni quale laboratorio urbano della memoria.

Il libro è una raccolta fotografica, proveniente da archivi privati, che racconta l’epopea della piccola frazione a nord di Rimini che, da paese povero formato da ortolani e pescatori diventa, con gli anni, parte di quell’immenso sviluppo economico che ha permesso alla costa romagnola di essere ricordata come capitale italiana del turismo. “Viserbella è la storia di Rimini e delle sue persone. I suoi abitanti, oltre un secolo fa, si sono rimboccati le maniche e si sono messi in gioco per migliorare le proprie condizioni di vita”, ricorda Giovanni Benaglia che di Viserbella è originario. “Senz’altro l’elemento emozionale ha giocato un ruolo importante nella scelta di aiutare la realizzazione di questo libro.  Io a Viserbella ci sono nato e cresciuto e a lei mi legano i ricordi della mia infanzia, delle estati e dei turisti, dell’odore del mare dopo una burrasca. Ritrovare le proprie origini è importante, perché ci consente, in questo mondo che sta cambiando velocemente, di avere sempre un punto fermo e di ritrovare, soprattutto nei momenti di difficoltà, un sicuro approdo per ricominciare il viaggio”.

Infine Benaglia ricorda che “il nostro Studio vuole continuare a investire in cultura. Perché è un modo per far conoscere la parte migliore della nostra terra e della nostra gente. Con la cultura noi raccontiamo ciò che siamo”.

Notizie ImpreseOggi
Categorie: siti che curo

JACK DANIEL’S CUP 2017 e ALL INCLUSIVE GOLF CHALLENGE CUP by ENGEL & VÖLKERS RICCIONE.

Riviera Golf - Lun, 03/07/2017 - 22:25

Week-end intenso di gare al Riviera Golf Club di San Giovanni in Marignano, dove sabato 1 luglio si è disputata la JACK DANIEL’S CUP 2017 mentre domenica 2 si è giocato il torneo ALL INCLUSIVE GOLF CHALLENGE CUP by ENGEL & VÖLKERS RICCIONE.

JACK DANIEL’S CUP 2017

La  ha ottenuto un grandissimo successo in termini di partecipanti: sono stati infatti 110 a gareggiare all’interno di questo grande appuntamento, unica data italiana della celebre competizione.

Nella prima categoria, primo classificato netto è stato Paolo Pettorossi (Golf Torrenova), mentre secondo posto per il pesarese Andrea Ricci del Riviera Golf; primo lordo va ad Alberto Kellner (milanese ma assiduo frequentatore del Riviera).

Nella seconda categoria si è distinto il giocatore del Riviera Paolo Tomassini, mentre sul secondo gradino è salito Gianluca Giardini (Tourist Golf Club).

Per quanto concerne infine la terza categoria, primo posto conquistato dal marchigiano Marco Panzini (Village Golf Club) , mentre il secondo posto è stato raggiunto dal giovanissimo fanese e giocatore del Riviera, Francesco Currenti.

Premi speciali: primo lady alla pesarese Nicoletta Ricci del Riviera, mentre il primo juniores ed il primo seniores ai due marchigiani Giacomo Toccaceli ed Andrea Rimini (Mia Golf Club)

Tra i premi speciali, impossibile non citare poi il fantastico Hole in one di Gianluca Gandolfi (Tourist Golf di Bologna).

La competizione si è conclusa con la premiazione e la distribuzione di gadget ai partecipanti.

ALL INCLUSIVE GOLF CHALLENGE CUP by ENGEL & VÖLKERS RICCIONE

Importante appuntamento golfistico anche quello che è seguito domenica 2, quando 70 partecipanti si sono sfidati all’interno della ALL INCLUSIVE GOLF CHALLENGE CUP by ENGEL & VÖLKERS RICCIONE.

I giocatori del Riviera Golf hanno fatto piazza pulita degli sfidanti, conquistando tantissimi premi e posizioni vincenti.

Nella prima categoria si sono distinti due giocatori del Riviera, al primo posto il pesarese Guido Giunta ed al secondo Enrico Bernabè (San Giovanni in Marignano).

Seconda categoria conquistata dalla sempre vincente cattolichina Orietta Barocci al primo posto, seguita al secondo posto dal riminese Loris Cerbara.

Terza categoria segnata dal pesarese Enrico Bastianelli che ha conquistato il podio, mentre la seconda posizione se l’è aggiudicata il fanese Gabriele Crimi.

Premi speciali: primo lordo al sammarinese Federico Peliccioni, primo lady per la giocatrice del Riviera Consuelo Vagnini e primo seniores a Maurizio Facchini (del Riviera).

Prossimi importanti appuntamenti previsti per l’imminente fine settimana.

Sabato 8 si svolgerà la gara 18 buche stableford APART REVOLUTION TOUR 2017 (valida per la qualificazione per la finale nazionale prevista in ottobre) e domenica 9 avrà luogo il BRETAGNA TOUR ( che consentirà l’accesso diretto alla semifinale nazionale).

Da non perdere.

Per info segreteria@rivieragolf.it | 0541.955009

Prenota il tee time CLICCA QUI

L'articolo JACK DANIEL’S CUP 2017 e ALL INCLUSIVE GOLF CHALLENGE CUP by ENGEL & VÖLKERS RICCIONE. proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Sai quali sono le origini del golf? IL GOLF AL TEMPO DEI…MING!

Riviera Golf - Lun, 03/07/2017 - 18:11

Quando pensiamo alle origini del golf, inevitabilmente la mente ci riporta alla Scozia e all’Olanda, i due Paesi che da sempre si contendono la nascita di questo meraviglioso ed appassionante sport.

Ma siamo proprio sicuri che la pratica golfistica sia scaturita nel nord del mondo conosciuto? Quali sono le vere origini del golf?

E se invece qualcuno vi dicesse che un gioco molto simile al golf nacque ben prima in…Cina?

Nel 2005 il professor Ling Hongling della Lanzhou University ipotizzò che fin dalla dinastia Thang Meridionale, ben 500 anni prima dell’arrivo in Scozia, un gioco molto simile si giocasse in Cina, Paese in cui attualmente il governo da qualche tempo sta adottando numerose e severe restrizioni contro il golf, “sport destinato ai privilegiati”.

Infatti, un’attestazione di questo primato è probabilmente presente all’interno degli Archivi Dongxuan risalenti alla dinastia Song (960-1279), ove intorno al 1282 A.D. sono riprodotte alcune immagini che descrivono un gioco già diffuso e chiamato chuiwan (ove con “chui” si indica l’azione del colpire una palla, coincidente con il termine “wan”) praticato con 10 mazze (con caratteristiche molto simili ad un driver, a un legno 2 e un legno 3), che dovevano sospingere alcune palle all’interno di buchi scavati nel terreno.

Probabilmente – considerati i preziosi decori in oro e giada presenti sulle mazze – era un gioco destinato alle classi più agiate ed alle corti imperiali.

Se la paternità cinese fosse confermata, ciò porterebbe alla necessità di retrodatare la nascita del golf intorno al 943 A.D. e quindi a ben cinque…secoli prima della data ufficiale, il 1457, anno in cui viene utilizzato il termine “gowf” all’interno di un editto scozzese che lo proibiva in quanto “distraeva le milizie” (data che però forse va anticipata di qualche anno, come vedremo presto in occasione di altro articolo qui sul blog).

[ LEGGI ANCHE “SAI DA DOVE DERIVA LA PAROLA GOLF?”]

Il professor Hongling sostiene che il gioco fu successivamente esportato in Scozia da viaggiatori e commercianti mongoli nel tardo Medioevo, ipotesi avversata dal celebre e antico Royal and Ancient Golf club di St.Andrews, ove pur ammettendo l’esistenza di antecedenti giochi simili – affermano che “il golf come lo conosciamo oggi, giocato su 18 buche, ha chiaramente avuto origine in Scozia”.

Indipendentemente da come effettivamente sia nato, quella della genesi orientale resta un’ipotesi interessante ed affascinante, avvalorata dalle tante attestazioni iconografiche ed altresì dalla presenza di floride e numerose tratte commerciali tra Oriente ed Europa, ben prima della nascita ufficiale in terra scozzese del nostro amato golf.

Dai Ming al Riviera Golf … vieni a provare a giocare a golf con noi!

CONTATTI segreteria@rivieragolf.it | 0541 955009

 

L'articolo Sai quali sono le origini del golf? IL GOLF AL TEMPO DEI…MING! proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

I dieci motivi per dire “I love golf”

Riviera Golf - Gio, 29/06/2017 - 13:02

I love GOLF! Milioni di appassionati in tutto il mondo, decine di competizioni, tantissimi sponsor interessati ad investire…quale il segreto del nostro amato golf, sport antico e capace di coinvolgere così tante persone?

Proveremo oggi a svelarvi – certi di elencarne solo una piccola parte – i…10 motivi per amare il golf!

1 PERMETTE DI STARE ALL’ARIA APERTA

I love GOLF! Ampi spazi, distese verdi, panorami rilassanti e suggestivi, lunghe camminate in mezzo alla natura a contatto con le bellezze del territorio. Il golfista è uno sportivo che vive necessariamente la propria passione in ambienti aperti e in luoghi caratterizzati soventemente da un elevato pregio naturalistico (come ad esempio il Riviera Golf, situato all’interno della magnifica Oasi faunistica del Conca!), elementi questi che rendono la pratica golfistica piacevole e particolarmente preziosa per i tanti appassionati che spesso vivono in grandi città, o che comunque passano gran parte del tempo in territori altamente urbanizzati. Inoltre, una ricerca pubblicata sulla rivista “Environment Science and Technology” ha evidenziato come la pratica di una attività all’aria aperta aiuti ad aumentare i livelli di energia e – per contro – a diminuire lo stato di stress, depressione e rabbia…e ciò ci conduce direttamente al secondo importante vantaggio derivante dal golf.

2 AIUTA A MIGLIORARE/MANTENERE IL BENESSERE FISICO

I love GOLF! Il golf allena l’elasticità muscolare e la coordinazione, permette di mantenere una frequenza cardiaca non troppo elevata, riducendo così il rischio di sovraccarichi cardiaci e pressori, ed allena il fisico perché presuppone, per ogni sessione di gioco, la possibilità di camminare mediamente per cinque ore, lungo una distanza che va dai 5 a 8 km, con conseguenti vantaggi sul colesterolo e la glicemia. Una ricerca pubblicata sulla rivista “Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports” – che ha analizzato un campione di 300.818 giocatori – ha evidenziato come il tasso di mortalità dei golfisti sia risultato inferiore del 40% e conseguentemente l’aspettativa di vita è apparsa superiore di 5 anni. Il golf è dunque uno sport che allunga…la vita.

[ Leggi anche GIOCARE A GOLF, IL WELLNESS CHE ALLUNGA LA VITA ]

3 FA SORRIDERE

I love GOLF! E’ ormai dimostrato che il golf consente di aumentare il livello di endorfine, con un positivo effetto anche sull’umore e lo stato mentale di chi lo pratica. Le endorfine – scoperte solo nel 1975! – sono prodotte dal sistema nervoso centrale e costituiscono una sorta di potente analgesico naturale in grado calmare il dolore ed aumentare il benessere; rilasciate dal corpo durante l’attività sessuale, durante lo sport o mentre si gustano particolari tipi di cibi (come ad esempio il cioccolato), vengono altresì definite come l’“ormone della felicità” proprio per la loro capacità di donare euforia.

4 ALLENA LA MENTE E COSTITUISCE UN’OTTIMA PALESTRA DI VITA

I love GOLF! Per le sue caratteristiche di gioco, il golf favorisce la concentrazione su un obiettivo che è tecnico, ma anche mentale. E’ altresì una pratica che favorisce la sana competizione e insegna il valore dell’etica e dell’onestà, in campo ed oltre il green: è infatti significativo che nel golf non esista un vero e proprio arbitro, ma ci si affidi all’autodisciplina ed alla correttezza morale del singolo giocatore, senza la presenza di un controllo dall’alto; lo “spirito del golf” , al di là di necessità di gioco, diviene pertanto vera palestra di vita anche per i giocatori più piccoli, chiamati a misurarsi con una pratica che risulta divertente e stimolante, ma anche utile per il loro sviluppo etico e cognitivo, affinando in loro le capacità di autoanalisi e di autocontrollo, la necessità di affrontare le frustrazioni e di raggiungere obiettivi crescenti.

[ Leggi anche GOLF E BAMBINI, IL RIVIERA SUMMER CAMP ]

5 FAVORISCE LA SOCIALIZZAZIONE

I love GOLF! Benché – lo dicevamo – si tratti di uno sport altamente competitivo, il golf risulta una pratica che ha in sé una doppia valenza: se da un lato è infatti evidente una caratterizzazione fortemente individualistica, dall’altro ha un’indubbia valenza socializzante, resa possibile dall’articolazione del gioco e della partita stessa, in cui i giocatori trascorrono – durante gli spostamenti sul green – lunghi momenti insieme, confrontandosi e comunicando, elemento importante e fortemente caratterizzante di questo bellissimo sport.

6 È UNA DISCIPLINA PER TUTTI

I love GOLF! Il golf è uno sport trasversale ed altamente inclusivo, che ha ormai dimostrato quanto i vecchi pregiudizi – che lo consideravano come una pratica esclusiva ed elitaria – fossero errati e totalmente anacronistici; è infatti una disciplina che può essere praticata da tutti, senza nessuna distinzione socio-economica, anagrafica o di gender. I dati parlano chiaro: le attrezzature necessarie per accostarsi al golf hanno un costo del tutto accessibile, che rende questo sport paragonabile allo sci o al tennis, sport ormai divenuti pressoché trasversali e non più elitari.

Anche i portatori di handicap possono giocare, purché supportati da precisi strumenti realizzati ad hoc; anche i “non più giovanissimi” possono cimentarsi nella pratica golfistica, che anzi – grazie a tranquille passeggiate – può aiutarli nel mantenersi in attività, con tutti i benefici conseguenti; il golf – grazie a sistemi di apprendimento quali ad esempio lo SNAG© praticato dai giovanissimi partecipanti al Riviera Summer Camp – può essere praticato anche dai giovanissimi, a partire dai due anni di età, e risulta una vera e propria palestra che allena i più piccoli al confronto e al superamento delle difficoltà.

Moltissime donne hanno deciso di accostarsi al golf con risultati che non hanno nulla da invidiare a quelli dei loro colleghi…e le vittorie delle tante campionesse a livello internazionale, parlano chiaro!

Se tutto ciò non bastasse…esistono particolari competizioni – e il Riviera ne ha appena ospitata una! – in cui il giocatore può farsi accompagnare dal più fedele compagno che ci sia…il cane!

Più trasversale ed inclusivo di così…!

7 È UNO SPORT DEMOCRATICO ED EQUO

Grazie alla presenza dell’elemento dell’handicap, il golf consente di far gareggiare tra loro anche golfisti molto diversi quanto a preparazione ed abilità, livellando le loro diversità e permettendo un confronto armonioso e sinergico tra le varie parti. E ciò lo rende un unicum nell’ambito delle discipline sportive!

8 INVOGLIA A VIAGGIARE

A differenza di altri sport che prevedono un locus di gioco fisso e prestabilito – sia esso un campo da calcio o da tennis – nel golf centrale risulta il tipo di percorso che si affronta durante una competizione o un allenamento, percorso che può essere diversissimo e assumere – indipendentemente dal numero di buche – le connotazioni e le caratteristiche più svariate. Ogni green è diverso dall’altro, il golfista lo sa- e ciò costituisce per lui un ottimo motivo per proporre ai famigliari…vacanze nearest to the green!

9 È UNA PRATICA PERFETTA PER…FARE SQUADRA ANCHE IN UFFICIO

Il golf è una attività scelta ormai da tantissime aziende per i propri eventi di teambuilding – frequenti al Riviera Golf – in quanto rafforza i legami all’interno di un team ed azzera le gerarchie interne, permettendo di trascorrere una giornata diversa, lontani dall’ufficio e di ritornarvi ricaricati e più coesi…con tutti i vantaggi per il benessere dell’azienda!

10 È DIVERTENTE

Chiudiamo questo decalogo con il motivo che più di tutti fa del golf uno sport così amato. Milioni di persone lo conoscono, lo vivono e lo amano semplicemente perché…giocare a golf è divertente, piacevole ed entusiasmante: a chi infatti non piacerebbe trascorrere una giornata all’aria aperta, in compagnia, sfidandosi in un gioco che sa essere rilassante ed avvincente, allo stesso tempo?

E quindi, se non lo avete già fatto…vi aspettiamo al Riviera Golf per provare insieme il golf!

Per info: segreteria@rivieragolf.it | 0541 955009

L'articolo I dieci motivi per dire “I love golf” proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Il golf e le donne. Un onore precluso al gentilsesso per oltre 260 anni.

Riviera Golf - Mar, 27/06/2017 - 19:25
GOLF “Gentlemen Only Ladies Forbidden”

Quando si parla dell’origine del termine “golf”, alcuni ipotizzano che derivi dall’acronimo “Gentlemen Only Ladies Forbidden”, ovvero “Solo per Gentiluomini, Vietato alle Donne”; certamente si tratta di una falsa ed ironica etimologia che però conserva in sé il riferimento ad una realtà storica, ovvero alla nascita della pratica golfistica come attività preclusa al sesso femminile, divieto rimasto a lungo inalterato: basti pensare che solo nel 2014 lo storico Royal and Ancient Club di Saint Andrews – ritenuto per secoli la “capitale del golf” – ha aperto le porte della memership alle giocatrici, che da allora possono diventare socie a tutti gli effetti: un onore precluso al sesso femminile per oltre 260 anni!

In realtà ben prima di questa data così rappresentativa, molte giocatrici – dotate di grinta e passione che non hanno nulla da invidiare a quelle dei loro colleghi – hanno praticato sul green, dimostrando così il carattere inclusivo e trasversale del golf, che si caratterizza come uno sport praticabile da chiunque, senza alcuna distinzione anagrafica, sociale …o di gender.

Infatti, benché i numeri e le statistiche propendano ancora per una predominanza maschile sul campo, è innegabile che sin dalle origini del golf moderno a giocare ci siano state anche numerose presenze femminili; basti pensare che all’ormai lontano 1893 risalgono sia la nascita della Ladies Golf Union (tra giocatrici dilettanti provenienti da Irlanda e Gran Bretagna), sia il primo Ladies’ British Amateur Championship, che fu disputato presso il Royal Lytham & St. Anne’s.

Altra data storica per quanto concerne il rapporto tra il golf e le donne, è il 1950 quando si costituisce la Ladies Pga of America, formata dalle giocatrici professioniste statunitensi ed emblema dell’affermazione femminile nel panorama sportivo golfistico. In Europa il golf femminile professionistico si afferma invece più recentemente, quando – verso la fine degli anni ’70 – si costituisce in Gran Bretagna la prima organizzazione di giocatrici “pro” che porta poco dopo alla creazione di una versione europea e di un vero e proprio circuito di gare (chiamato dal 2000 “Ladies European Tour”).

Anche nel circuito golfistico femminile esistono poi i Major, i tornei più attesi e prestigiosi: dal 1950 lo Us Open, dal 1955 lo Us Pga Championship, dal 1979 il British Open, seguiti poi da quello nato nel 1983 e dall’Evian Masters dal 2013.

Nonostante le diverse associazioni di giocatrici e le gare ad esse connesse, esiste ancora un notevole divario tra il golf maschile e quello femminile: basti pensare che – per quanto riguarda i montepremi in palio – se tra gli uomini il rapporto tra il tour americano e quello europeo è nell’ordine di due a uno (circa 320 milioni di dollari previsti negli USA contro i circa 185 in palio in Europa), nel contesto femminile tale gap è ancora più ampio, aggirandosi ad un rapporto intorno al quattro a uno per quanto concerne il premio economico, ma anche per quanto riguarda il numero di tornei che si disputano in ogni stagione (30 negli Stati Uniti e solo una ventina circa nell’antica Europa!).

Il golf e le donne. Una giocatrice da 2.8 milioni di dollari.

Comunque, le competizioni femminili della Lpga statunitensi generano un grande interesse in termini di pubblico, audience e sponsor: lo conferma la campionessa Lydia Ko – neozelandese di origine coreana diventata la numero uno al mondo all’età di soli 17 anni e nove mesi – che nel 2015 ha guadagnato oltre 2.8 milioni di dollari, rispetto ai “soli” 350 mila dollari della miglior giocatrice europea.

Il successo in termini di interesse ottenuto dalle gare femminili ha avuto come positiva conseguenza una generale apertura nei confronti del golf rosa da parte di diversi organi di controllo ed associazioni, uno fra tutti lo storico Royal and Ancient Club di Saint Andrews che dal 2017 ha acconsentito ad aumentare i finanziamenti per le competizioni femminili (Ladies European Tour ed il LET Access Series), dimostrando una proficua apertura verso il panorama golfistico delle donne.

Il golf e le donne … e i bambini.

Il carattere inclusivo del golf ed il suo riflettersi sul mondo femminile ha poi – si è visto – una positiva ricaduta anche sul target più giovani: una recente ricerca effettuata da Syngenta, dimostra infatti come l’incremento della partecipazione femminile sul green favorisca, conseguentemente, l’avvicinarsi al golf da parte delle fasce più giovani. In particolare, rispetto ai “colleghi” maschi, le donne sono disposte a portare in campo con sé i figli nel 38% in più dei casi rispetto agli uomini, e, quindi, 1000 nuove madri giocatrici possono tradursi in ben 720 potenziali praticanti giovanissimi rispetto ad uno stesso numero di nuovi giocatori di sesso maschile! Ne consegue la necessità di incentivare il coinvolgimento femminile per estendere il target di potenziali giocatori.

Il golf e le donne. Ecco le più famose.

Per quanto concerne i nomi, tante le giocatrici con una carriera di tutto rispetto: oltre alla già citata Lydia Ko, impossibile non citare, solo per fare qualche nome, Suzann Pettersen, Stacy Lewis, So Yeon Ryu, Ariya Jutanugarn, Lexi Thopson, Beatriz Recari, Anna Nordqvist; in Italia spiccano Virginia Elena Carta, Giulia Molinaro, Carlotta Ricolfi, Bianca Fabrizio, Alessia Nobilio, Emilie Paltrinieri, Angelica Moresco.

All’interno dei singoli golf club, sono ormai notevoli i numeri delle tesserate donne.

Il golf e le donne al Riviera Golf.

Presso il nostro campo l’interesse femminile verso il mondo del golf trova conferma nelle circa trenta socie, che ogni giorno ci scelgono per esercitarsi, sfidarsi e godere delle straordinarie bellezze del territorio in cui il Riviera Golf è inserito.

Tra le giocatrici più forti, impossibile non pensare alla cattolichina Orietta Barocci che – solo per citare le ultime gare – si è distinta nel Trofeo Lexus Day Car dello scorso 14 maggio (nell’ambito del quale ha conquistato il Longest Drive femminile), nel Bmw Golf Cup International dello scorso 11 giugno ove ha prevalso nella classifica lorda femminile, nel Golf and Food Cup di domenica 18 giugno ove ha vinto il Primo Lady e nella Dreamcars Mercedes Benz, gara stableford svoltasi domenica 25 giugno.

Ci auguriamo che nel prossimo futuro le associazioni, gli sponsor, i finanziamenti decidano di accordar sempre maggior fiducia al mondo del golf femminile e permettano di superare gli antichi pregiudizi che attualmente risultano anacronistici e del tutto immotivati.

Le golfiste ci sono e sanno offrire uno spettacolo intenso, paragonabile a quello dei loro colleghi: “carta canta”.

Vieni a giocare a golf con noi!

Chiedi info su corsi e orari a segretia@rivieragolf.it  oppure chiama 0541 955009

L'articolo Il golf e le donne. Un onore precluso al gentilsesso per oltre 260 anni. proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

DREAMCARS MERCEDES-BENZ 110 golfisti sfidano il caldo torrido al Riviera.

Riviera Golf - Lun, 26/06/2017 - 18:22

Di nuovo un fine settimana intenso al Riviera Golf dove domenica 25 giugno si è disputata la DREAMCARS MERCEDES BENZ sponsorizzata dal gruppo Di.Ba, importante realtà del nostro territorio: nato nel 1976, è ormai divenuto una delle realtà italiane più forti nell’ambito dei motori, offrendo servizi assai diversificati (dalla rivendita di ben 14 brand automobilistici, ai servizi finanziari ed assicurativi).

Il caldo torrido non ha scoraggiato i 110 giocatori che si sono affrontati in una splendida e intensa giornata di golf.

La gara prevedeva formula stableford a tre categorie.

Nella prima categoria al terzo posto è salito il giocatore del Riviera Stefano Palmieri, al secondo posto il sammarinese Roberto Bianchi, mentre nel primo netto si è distinto Alessandro Chionna, giocatore del Golf Club Bologna ma assiduo frequentatore del Riviera.

Nella seconda categoria, il podio è stato interamente conquistato da golfisti provenienti dal Riviera: al terzo posto Mirco Ottaviani, al secondo Orietta Barocci, mentre sul gradino più alto è salito Marzio Raspugli.

Per quanto concerne la terza categoria, terza posizione raggiunta dal marchigiano Ferruccio Pigliapoco, mentre i gradini più alti se li aggiudicano due giocatori del Riviera, Enrico Bastianelli al secondo mentre al primo posto Raffaele Guidi.

Premi speciali: primo lordo conquistato dal giocatore del Riviera Cristian Currenti, il primo lady da Antonella Balzi (Riviera), mentre il primo seniores va a Marco Panzini (del Village Golf Club).

The big dog golf cup 2017, in campo con gli amici a quattro zampe.

Sabato 24 appuntamento particolare con una giornata dedicata al compagno per antonomasia, il cane: il Riviera Golf ha infatti ancora una volta saputo mostrare la capacità inclusiva del golf, con una gara 9 buche in cui ogni giocatore era accompagnato dal proprio compagno a quattro zampe.

Al Bistrot Buca 19 l’istruttore Riccardo Ariù insieme al suo border collie “Baby” ha regalato una bella dimostrazione di agility, di obedience e di conduzione con le oche. Alberto Bianchi ha mostrato come realizzare una toilettatura a prova di concorso. Il veterinario Gianfranco Manfroni ha dato preziosi consigli sulla salute del cane.

Prossimi appuntamenti al Riviera Golf

Prossimi appuntamenti previsti per sabato 1 luglio con la Jack Daniel’s Cup 2017, mentre domenica 2 si disputerà la All Inclusive Golf Challenge by Engel & Völkers Riccione.

Per info segreteria@rivieragolf.it e per iscrizioni gara e tee time CLICCA QUI

L'articolo DREAMCARS MERCEDES-BENZ 110 golfisti sfidano il caldo torrido al Riviera. proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Film sul golf. Qual è il tuo preferito?

Riviera Golf - Mar, 20/06/2017 - 15:18
CIAK…SI GIRA…SUL GREEN!

Il cinema, la meravigliosa invenzione capace di illuminare qualsiasi volto e di indagare ogni più recondito aspetto della vita umana, un’arte visionaria e quasi magica che dal lontano 1895 riesce a toccare l’animo umano e narrarne le gesta, i sogni e le passioni.

Oggi pensiamo ad un target particolare di golfista, quello appassionato anche di…cinema!

Ci siamo chiesti se ed in che modo i registi abbiamo deciso di accostarsi al mondo del golf – mettendo in luce protagonisti legati a questa coinvolgente passione – e abbiamo scoperto che esistono numerose pellicole incentrate sul nostro amato green. Vediamone qualcuna.

Lo Sport più distensivo del mondo (Hanna e Barbera, 1945)

Prodotto durante la seconda guerra mondiale, è il ventesimo cortometraggio animato della leggendaria coppia Tom e Jerry. Anche in questo caso la storia verte sulla consueta lotta fra il gatto – che in questo caso cerca di impegnarsi nel suo nuovo travolgente amore per il golf – ed il topo – che non fa altro che distrarlo e infastidirlo. Come finirà?

Follow the sun (S. Lanfield, 1951)

Film incentrato sulla vita e l’amore della leggenda del golf Ben Hogan.

Lui e Lei (G. Cukor, 1953)

K. Hepburne è una giovane e bella campionessa di golf fidanzata con un insegnante spocchioso e costantemente impegnato nel tentativo di sminuirla. Tutto cambierà con l’arrivo di un nuovo allenatore, impersonato magistralmente da Spencer Tracy, che movimenterà l’andamento di questa riuscitissima commedia sentimentale.

Palla da Golf (H. Ramis, 1980)

Divertente commedia che racconta di un giovane caddy alle prese tra la fidanzata, un eccentrico miliardario e un giardiniere paranoico, magistralmente impersonato da Bill Murray ed alle prese con…una marmotta.

Un tipo imprevedibile (D.Dugan, 1996)

Un ex giocatore di hockey su ghiaccio – impersonato da Adam Sandler, re della comicità targata USA – decide di tentare una nuova strada, avvicinandosi al golf, ma non ha calcolato che questa nuova avventura lo porterà a confrontarsi con un avversario tutt’altro che debole. Divertente commedia ricca di colpi di scena.

Tin Cup (R.Shelton, 1996)

Kevin Costner è un promettente campione di golf che dal campetto scalcinato dove insegna arriverà a confrontarsi con i grandi giocatori in occasione del prestigioso US Open. Ma la sua indole tutt’altro che mite rischierà di far sfumare il suo sogno di gloria.

La Leggenda di Bagger Vance (R.Redford, 2000)

Tratto dall’omonimo romanzo di Steven Pressfield, il film narra il profondo e travagliato rapporto tra un misterioso caddie (impersonato da Will Smith) e un tormentato ex campione (interpretato da Matt Damon).

A Gentleman’s game (J.Mills Goodloe, 2001)

Un ragazzo appassionato di golf riesce a scalare la strada verso il successo, arrivando a varcare le soglie di un prestigioso ed esclusivo club. Scoprirà ben presto che si tratta di una realtà fatta non solo di…gentlemen.

Bobby Jones genio del golf (R.Herrington, 2004)

La pellicola narra la storia dell’intramontabile Robert Tyre Jones Jr, dall’infanzia vissuta in Georgia, ai primi tornei fino al celebre Slam del 1930 cui seguirà il ritiro a soli 28 anni.

Il più bel gioco della mia vita (B.Paxton, 2005)

Riuscitissimo ed emozionante film incentrato sulla figura di Francis Ouimet, giovane e squattrinato golfista che riuscì a conquistare gli U.S.Open del 1913, pur essendo all’esordio della sua carriera.

Tommy’s honour (2016, J.Connery)

Sean Conery ha trasmesso al figlio Jason, promettente regista, la passione per il golf, e tutto ciò si è tradotto in questo bellissimo film ambientato negli anni 80 e 90 del 1800, che racconta la storia di Tom e Jimmy Morris, “fondatori” del golf moderno. Il golf fa da sfondo alla narrazione incentrata sul rapporto, profondo e travagliato, tra i due personaggi: Tom Morris – nato nel 1821 a St. Andrews – che mosse i primi passi come caddie ed esperto greenkeper, per poi diventare un grandissimo golfista (guadagnò la vittoria dell’Open Championship per ben 4 volte!); e il figlio Tom, primo campione a conquistare il podio dell’Open Championship per 4 anni consecutivi, e rappresentante di una nuova era e di una nuova concezione del golf: mentre il padre infatti era un conservatore che accettava il sistema per cui i ricchi scommettevano sui golfisti e – in caso di vincita- tenevano per sé il grosso del ricavato, il figlio si opponeva a questa logica, pretendendo paghe più oneste e rispettose del ruolo dei giocatori.

Hai visto uno o più di uno tra questi film sul golf? Quale tra questi consiglieresti?

Condividi l’articolo e scrivi nello spazio del commento il titolo del film sul golf che pensi tutti dovrebbero vedere. Grazie!

L'articolo Film sul golf. Qual è il tuo preferito? proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Il caddie, un asso nella manica per la vittoria.

Riviera Golf - Lun, 19/06/2017 - 19:03
Il caddie: molto più di un portaborse.

Il caddie (o caddy) – così pensano i neofiti del golf – è l’addetto al trasporto della sacca dei giocatori sui campi da golf, l’uomo di fatica al servizio del golfista. In realtà il ruolo del caddie è assai più ampio, importante e sfaccettato.

Ma quale è la genesi storica di questa figura così centrale all’interno della pratica golfistica?

In origine le partite di golf non venivano disputate su veri e propri percorsi, bensì all’interno di parchi pubblici nei quali i giocatori si muovevano in mezzo a tante altre persone impegnate in attività diverse. In quel contesto ormai lontano nacque la figura del caddie, che coincideva con la persona incaricata di creare veri e propri “varchi” ai giocatori, garantendo così un gioco sicuro anche per chi si trovava a passeggiare nei pressi di una zona di gara.

In seguito, dato l’elevato costo che avevano inizialmente le palline utilizzate durante il gioco (erano infatti oggetti di complessa e onerosa costruzione, capaci di deteriorarsi velocemente in caso di sosta prolungata in zone del campo molto umide), il caddie divenne “fore Caddie” (fore=avanti) ebbe il compito di anticipare il gruppo di giocatori ed individuare la probabile area di ricadute delle palline stesse, al fine di recuperarle velocemente.

Il caddie, un prezioso consigliere.

Attualmente, il caddie riveste un ruolo di fondamentale importanza, soprattutto a livello professionistico, in quanto richiede l’instaurazione di un solido rapporto con il giocatore: egli è sì addetto alla preparazione e al trasporto delle mazze, ma tra i suoi compiti decisivo è anche quello di consigliare il giocatore sulla migliore strategia da seguire in ogni situazione di gioco.

Ne consegue che un caddy, per essere davvero preparato, deve conoscere  il campo perfettamente ed il percorso che dovrà affrontare insieme al suo assistito, le mappe, le caratteristiche e le distanze di ogni buca; deve inoltre saper valutare quale supporto dare al giocatore in base alle diverse condizioni atmosferiche che possono presentarsi durante una gara.

Il caddie deve inoltre conoscere il golfista che segue, comprenderne i bisogni e le necessità, sì da consigliarlo al meglio e potergli garantire un’assistenza proficua, sia dal punto di vista dell’incoraggiamento necessario in alcune situazioni – ogni golfista spera di incontrare un caddie partecipe delle sue vittorie e/o sconfitte! – sia dal punto di vista tecnico, allorquando sia necessario, da parte del caddie, un suggerimento relativamente al bastone da utilizzare o all’angolo di tiro migliore.

Egli è quindi in primis un buon giocatore di golf (molti grandi golfisti hanno iniziato a praticare ricoprendo proprio questo delicatissimo ruolo!), capace di contribuire alle decisioni strategiche e in possesso di tutte le conoscenze tecniche atte ad assistere proficuamente il golfista che accompagna e supporta.

Naturalmente, uno dei suoi compiti principali resta la preparazione della sacca da golf, che – oltre ai ferri preferiti dal giocatore – deve contenere, numerosi altri oggetti utili durante il gioco (soprattutto a livello professionistico): palline, le mappe delle buche, guanti di scorta, il kit di pronto soccorso, un misuratore di distanze ed eventualmente altri elementi necessari.

Il caddie e il giocatore professionista.

Per quanto concerne il golf professionistico, ogni giocatore secondo il regolamento può avere un solo caddie, che retribuirà a proprie spese in base ad una percentuale sui premi vinti: generalmente, questa percentuale è del 5% se il giocatore assistito ha superato in un torneo il taglio, del 7% per un piazzamento tra i primi 10 vincitori, e del 10% in caso di vittoria della gara. Naturalmente il caddy percepisce anche uno stipendio indipendente dalle prestazioni del suo assistito, i cui risultati costituiscono quindi per lui un bonus extra.

Il ruolo del caddie può essere in qualche modo paragonato a quello – altrettanto importante – del navigatore per il pilota di rally: come quest’ultimo infatti, il caddy gioca un ruolo fondamentale nell’ambito di una partita ed è così fondamentale per il golfista che spesso, una volta trovato il “consigliere” giusto con il quale instaurare un rapporto di fiducia e di feeling, non lo lascia più!

Un caddie è (a volte) per sempre.

L'articolo Il caddie, un asso nella manica per la vittoria. proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Audi quattro Cup e Golf and Food

Riviera Golf - Lun, 19/06/2017 - 18:24
Audi quattro Cup by Reggini

Anche lo scorso weekend il Riviera Golf è stato palcoscenico di due importanti competizioni: sabato 17 giugno si è svolta la gara a coppie Audi quattro Cup by Reggini con formula greensome, mentre domenica 18 si è giocata la competizione e tre categorie Golf and Food Cup by Centro della Ceramica.

Per quanto concerne la prima gara, sul campo si sono sfidati 130 giocatori per aggiudicarsi la finale nazionale a Torino.

I primi classificati della categoria “Possessore Audi” sono stati Cerolini-Donadio con 40 punti. Nella categoria unica al terzo posto si sono classificati Lazzari e Mazza con 41 punti stableford, al secondo posto i fratelli Battocchi con 43 punti, mentre si aggiudicano la finale nazionale con il primo lordo la coppia Tadini-Frascaroli con lo score di 33. Primo netto per Orazi-Boinega con l’ottimo score di 45 punti stableford.

Golf and food by Centro della Ceramica

Nella giornata di domenica a sfidarsi sono stati circa 70 giocatori che hanno disputato un’avvincente gara conclusasi con l’assegnazione di premi speciali offerti dal Centro della Ceramica. A prevalere tra i vincitori una nutrita rappresentanza di giocatori del Riviera Golf Club: primo lady per Orietta Barocci, primo juniores per Diego Emanuele Danzi, primo seniores per Marzio Raspugli.

La terza categoria è stata vinta da Alessandro Paolini, mentre sul secondo gradino è salito Francesco Mazzotti.

Nella seconda categoria ha prevalso Daniele Longhini, secondo posto per Pierluigi Cattani, mentre nella prima categoria si sono distinti nel primo lordo Matteo Bernabè, nel primo netto Enrico Bernabè e al secondo posto Guido Giunta.

Prossimo importante appuntamento al Riviera previsto per DOMENICA 25 GIUGNO con la gara DreamCars Mercedes Benz by Di.ba Group.

Iscriviti alla gara e prenota il tee time CLICCA QUI

 

L'articolo Audi quattro Cup e Golf and Food proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Sai da dove deriva la parola golf?

Riviera Golf - Gio, 15/06/2017 - 16:29
Golf: una etimologia discussa

Il Golf. Sport amato e praticato da tantissimi appassionati. Da dove deriva questa strana e affascinante parola? Quale l’origine di questo termine?

Diverse sono le interpretazioni in merito, proprio come nel caso delle origini di questo sport (argomento che approfondiremo prossimamente).

La parola golf e i giochi proibiti.

Un primo elemento emerge nel 1457 quando compare una parola simile in uno scritto all’interno di una Lista degli Atti del Parlamento di Scozia relativa ai giochi proibiti definiti “gouf”, termine di probabile derivazione scozzese – da “goulf” – che significa “colpire o schiaffeggiare”.

Tale divieto potrebbe essere collegato ad uno simile risalente al 1452, quando Re Giacomo II di Scozia vietò il gioco in quanto distraeva i suoi sudditi dalla loro necessaria pratica di arcieri. Alcuni studiosi ritengono però che tale proibizione si riferisse piuttosto ad altri giochi, più simili al moderno hockey su prato piuttosto che al golf.

La parola golf e il primo campo da gioco permanente.

Altra ipotesi lega il termine “golf” all’olandese “kolf”, che significa “mazza”, riferita anche allo sport che porta lo stesso nome. Questa teoria muoverebbe le basi dall’idea secondo cui il golf cominciò ad essere giocato nel XVII secolo nei Paesi Bassi e solo in un secondo momento si diffuse anche in Scozia, dove si sviluppò: in Scozia infatti nacque il primo campo permanente da gioco (che assunse poi la forma di campo a 18 buche), la prima associazione ed anche le prime regole scritte.

La parola golf come acronimo molto discutibile…

Altra opinione diffusa ed anche curiosa, ma quasi certamente leggenda metropolitana e “ironia di gender”, è che il nome derivi dall’acronimo “Gentlemen Only Ladies Forbidden”, ovvero “Solo per Gentiluomini, Vietato alle Donne”: molto probabilmente però – ripetiamolo – una falsa etimologia, in quanto l’uso degli acronimi risulta essere un fenomeno piuttosto recente (anche se pensando a SPQR, l’utilizzo degli acronimi va forse ampiamente retrogradato, rendendo tutto possibile…); resta comunque da sottolineare, indipendentemente dalla fantasia di tale ipotesi etimologia, che effettivamente il golf nacque come pratica preclusa al sesso femminile, e che per secoli tale divieto è rimasto inalterato: basti pensare che solo nel 2014 lo storico Royal and AncientClub di Saint. Andrews ha aperto le porte della membership alle giocatrici, che da allora possono diventare socie a tutti gli effetti: un onore precluso al sesso femminile per oltre 260 anni!

Al di là delle tante e talvolta fantasiose ipotesi relative all’origine della etimologia, il gioco del golf accompagna gli appassionati ormai da secoli e – ne siamo certi – continuerà a farlo ancora molto a lungo.

Che tu sia uomo o donna , giovane o meno giovane, professionista o dilettante, ti aspettiamo al Riviera Golf.

Prenota il tee time CLICCA QUI o richiedi info su gare e corsi a segreteria@rivieragolf.it

L'articolo Sai da dove deriva la parola golf? proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

GIOCARE A GOLF, IL WELLNESS CHE ALLUNGA LA VITA

Riviera Golf - Gio, 15/06/2017 - 10:33
Giocare a Golf e Rimini Wellness, benessere e salute.

A pochi giorni dalla chiusura di Rimini Wellness, l’importante fiera dedicata al benessere, e pochi giorni prima dell’apertura di Al Mèni, l’appuntamento che ogni anno porta in Romagna i grandi chef del panorama nazionale e non solo, anche noi del Riviera abbiamo pensato di interrogarci sul benessere e la salute…ovviamente nell’ottica degli amanti del golf.

Il golf è uno sport a tutti gli effetti.

Spesso chi non conosce la pratica golfistica la ritiene una attività sedentaria, un tranquillo e piacevole passatempo all’aria aperta, ove contano esclusivamente tecnica e concentrazione; in realtà il golf è molto di più: uno sport a tutti gli effetti e, come tale, un’attività che comporta fatica e una buona dose di impegno fisico, richiedendo doti ben precise quali la forza, l’equilibrio, l’elasticità e la dinamicità, elementi che lo accomunano ad altre attività ginniche.

E poi uno sport competitivo, in cui la preparazione fisica si deve necessariamente abbinare alla concentrazione e al controllo mentale.

Giocare a golf per prevenire le malattie cardivascolari.

Il golf allena l’elasticità muscolare e la coordinazione, e presuppone un consumo energetico medio di circa 200-250 calorie all’ora: una pratica tutt’altro che sedentaria quindi che, come gli altri sport aiuta a diminuire la possibilità di contrarre malattie, soprattutto cardiovascolari.

La pratica golfistica fa lavorare il cuore ad una frequenza cardiaca non troppo elevata, riducendo così il rischio di sovraccarichi cardiaci e pressori, ed allena il fisico perché presuppone, per ogni sessione di gioco, la possibilità di camminare mediamente per cinque ore, lungo una distanza che va dai 5 a 8 km, con conseguenti vantaggi sul colesterolo, la glicemia e la frequenza cardiaca.

Giocare a golf allunga la vita!

Secondo uno studio pubblicato qualche anno fa sulla rivista “Scandinavian Journal of Medicine & Science in Sports” – che ha analizzato 300.818 giocatori di golf svedesi comparando il tasso di mortalità degli stessi con la popolazione generale a parità di uguale età, sesso e condizioni socio economiche – il tasso di mortalità dei golfisti analizzati è risultato inferiore del 40% e conseguentemente l’aspettativa di vita è apparsa superiore di 5 anni.

A questi incoraggianti dati si aggiunga anche il fatto che il golf presuppone un costante contatto immersivo nella natura e il rapporto con gli altri giocatori, veri e propri benefits in grado di aumentare le endorfine in circolo e di conseguenza il piacere derivante dal vivere appieno questa entusiasmante pratica.

Tutto questo rende il golf uno sport ricco di benefici e vantaggi per la salute di chi lo pratica, un costante allenamento in grado di curare mente e spirito. VIENI a giocare a golf al Riviera Golf . Scopri tutti i corsi di AVVIAMENTO e PERFEZIONAMENTO con i nostri professionisti. CLICCA QUI

 

L'articolo GIOCARE A GOLF, IL WELLNESS CHE ALLUNGA LA VITA proviene da Riviera Golf.

Categorie: siti che curo

Pagine

Abbonamento a Enrico Rotelli aggregatore - siti che curo