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“La Memoria come riserva di vitalità: Ricordando Rimini, dalla distruzione alla rinascita”. Giovanni Benaglia invitato a una serata del Rotary.

Lo scorso 28 aprile 2016, nella cornice dell’Hotel Ambasciatori di Rimini, il socio dello studio Benaglia Giovanni ha tenuto una breve dissertazione sul valore della Memoria rapportata alle vicende belliche che hanno riguardato la città di Rimini.
“Devo ringraziare l’opportunità che mi ha dato il Rotary di Rimini e il suo Presidente, il dott. Venturelli. Un ringraziamento particolare, però, lo voglio mandare a un amico che si è adoperato affinchè tutto succedesse: l’arch. Mauro Ioli al quale è venuto in mente che io fossi la persona adatta a presentare una piccola ricerca nata senza nessuna pretesa scientifica”.
La serata ha avuto come tema centrale la Memoria e la descrizione della devastazione bellica nella città di Rimini e fa seguito alla piccola pubblicazione inviata lo scorso Natale dal Dott. Benaglia a tutti i suoi clienti. “Durante la serata ho cercato di affrontare il tema della Memoria non solo come monito confinato alla funzione didattica di non ripetere più gli errori commessi” ma ho cercato di dargli anche il significato di utile esercizio di speranza per il futuro. Di fronte a questi nostri tempi difficili, di crisi economica, dove tutto appare più difficile dobbiamo sempre ricordare che siamo parte di un grande Paese che ha conosciuto, in anni non poi così distanti, una distruzione fisica, morale e umana ben peggiore. Così come ce l’abbiamo fatta settant’anni fa, dove la morte e il dolore accompagnavano la vita quotidiana, dove il mondo sembrava dovesse finire sotto l’odio degli uomini, ecco, allora, sono sicuro che ce la faremo anche oggi”.

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Calunnia: non c'è reato se la falsità non riguarda la sussistenza del fatto

Se la falsità non riguarda la sussistenza del fatto, non c'è reato di calunnia: lo ha stabilito il Giudice Monocratico di Rimini, il Dott. Massimo Di Patria, il quale ha pronunciato sentenza di piena assoluzione nei confronti di un riminese accusato, all’epoca ventottenne, di calunnia e difeso dall'avvocato Davide Grassi del Foro di Rimini.

Secondo la tesi della Procura di Rimini, che ne aveva richiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, il giovane aveva presentato una querela nei confronti di una signora accusandola falsamente di avergli cagionato, a seguito di un sinistro stradale, “lesioni personali durate oltre quaranta giorni, pur sapendola innocente” in quanto, come riferito dal capo d'imputazione, “l'evento, contrariamente a quanto riportato in denuncia, era di lieve entità ed incompatibile con la prognosi dichiarata (ndr. 81 giorni)”.

L'articolo 368 del Codice Penale, nel disciplinare la fattispecie della calunnia, stabilisce infatti che chiunque, con denuncia o querela, anche se anonima o sotto falso nome, incolpi qualcuno di un reato pur sapendolo innocente, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Secondo quanto riferito dalla signora, costituitasi parte civile nel relativo processo penale, il giovane riminese aveva di fatto “ingigantito” il danno subito - un trauma al rachide cervicale provocatogli a seguito di un tamponamento mentre si trovava alla guida del proprio scooter - prolungando la malattia dai venti giorni iniziali sino ai complessivi ottanta.

Il ragazzo, infatti, aveva querelato la donna per il reato di lesioni personali colpose al fine di ottenere un risarcimento del danno subito in conseguenza di quel tamponamento, allegando i relativi certificati medici attestanti la prognosi di venti giorni e provvedendo, in seguito, anche al deposito presso il giudice di pace penale di Rimini di ulteriore documentazione medica attestante il prolungamento della malattia.

Nonostante il processo per lesioni si fosse concluso con la remissione della querela in seguito al versamento, da parte della compagnia assicurativa, di una cifra a titolo di risarcimento danni, la donna decideva comunque di denunciare il ventottenne per il reato di calunnia, dopo aver scoperto che questi, nonostante la prognosi, aveva comunque disputato una partita di calcio, oltretutto segnando un gol proprio grazie ad una magistrale “incornata”.

La donna aveva appreso la notizia direttamente dai commenti pubblicati sul forum della squadra di calcio in cui il giovane militava: “Sono un po' incriccato ma tutto sommato me la sono cavata bene”.

Dunque, tratto a giudizio per rispondere del reato di calunnia, il ventottenne è stato assolto con formula piena dal giudice dopo una lunga istruttoria celebrata attraverso l'esame di diversi testimoni, tra cui i medici che lo avevano visitato e che ne avevano certificato le lesioni.

Si riporta per intero il passaggio della sentenza con il quale il giudice riminese ha scagionato l'imputato: “Dunque gli eventuali profili di falsità, emergenti, secondo la prospettazione accusatoria, non dalla denuncia, ma dalla produzione documentale, non afferiscono alla sussistenza del fatto ed alla sua qualificazione giuridica, ma eventualmente all'individuazione dell'aspetto circostanziale dell'illecito (lesioni colpose aggravate dalla durata della malattia): pertanto, non è configurabile il reato di calunnia”.

Secondo le argomentazioni del giudice, quindi, non ricorre la calunnia quando la falsità della denuncia non incide sul giudizio circa la fondatezza del fatto e sulla relativa qualificazione giuridica, anche se da essa possa derivare l'indebita contestazione di circostanze aggravanti, orientamento avvallato anche dalla stessa Corte di Cassazione.

La pronuncia assolutoria, dunque, trova il suo fondamento nella totale assenza nel giovane - il quale aveva allegato alla querela un certificato medico di soli 20 giorni di prognosi - della volontà di richiedere la condanna della donna per lesioni colpose gravi - 81 giorni di prognosi erano quelli indicati nel capo di imputazione - circostanza assai rilevante per la difesa in quanto la querela costituisce, nel caso in esame, il c.d. “corpo di reato” e pertanto, affinché possa dirsi integrato il reato di calunnia, è necessario che i profili di falsità emergano direttamente da questo.

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Calunnia: non c'è reato se la falsità non riguarda la sussistenza del fatto

Se la falsità non riguarda la sussistenza del fatto, non c'è reato di calunnia: lo ha stabilito il Giudice Monocratico di Rimini, il Dott. Massimo Di Patria, il quale ha pronunciato sentenza di piena assoluzione nei confronti di un riminese accusato, all’epoca ventottenne, di calunnia e difeso dall'avvocato Davide Grassi del Foro di Rimini.

Secondo la tesi della Procura di Rimini, che ne aveva richiesto e ottenuto il rinvio a giudizio, il giovane aveva presentato una querela nei confronti di una signora accusandola falsamente di avergli cagionato, a seguito di un sinistro stradale, “lesioni personali durate oltre quaranta giorni, pur sapendola innocente” in quanto, come riferito dal capo d'imputazione, “l'evento, contrariamente a quanto riportato in denuncia, era di lieve entità ed incompatibile con la prognosi dichiarata (ndr. 81 giorni)”.

L'articolo 368 del Codice Penale, nel disciplinare la fattispecie della calunnia, stabilisce infatti che chiunque, con denuncia o querela, anche se anonima o sotto falso nome, incolpi qualcuno di un reato pur sapendolo innocente, è punito con la reclusione da due a sei anni.

Secondo quanto riferito dalla signora, costituitasi parte civile nel relativo processo penale, il giovane riminese aveva di fatto “ingigantito” il danno subito - un trauma al rachide cervicale provocatogli a seguito di un tamponamento mentre si trovava alla guida del proprio scooter - prolungando la malattia dai venti giorni iniziali sino ai complessivi ottanta.

Il ragazzo, infatti, aveva querelato la donna per il reato di lesioni personali colpose al fine di ottenere un risarcimento del danno subito in conseguenza di quel tamponamento, allegando i relativi certificati medici attestanti la prognosi di venti giorni e provvedendo, in seguito, anche al deposito presso il giudice di pace penale di Rimini di ulteriore documentazione medica attestante il prolungamento della malattia.

Nonostante il processo per lesioni si fosse concluso con la remissione della querela in seguito al versamento, da parte della compagnia assicurativa, di una cifra a titolo di risarcimento danni, la donna decideva comunque di denunciare il ventottenne per il reato di calunnia, dopo aver scoperto che questi, nonostante la prognosi, aveva comunque disputato una partita di calcio, oltretutto segnando un gol proprio grazie ad una magistrale “incornata”.

La donna aveva appreso la notizia direttamente dai commenti pubblicati sul forum della squadra di calcio in cui il giovane militava: “Sono un po' incriccato ma tutto sommato me la sono cavata bene”.

Dunque, tratto a giudizio per rispondere del reato di calunnia, il ventottenne è stato assolto con formula piena dal giudice dopo una lunga istruttoria celebrata attraverso l'esame di diversi testimoni, tra cui i medici che lo avevano visitato e che ne avevano certificato le lesioni.

Si riporta per intero il passaggio della sentenza con il quale il giudice riminese ha scagionato l'imputato: “Dunque gli eventuali profili di falsità, emergenti, secondo la prospettazione accusatoria, non dalla denuncia, ma dalla produzione documentale, non afferiscono alla sussistenza del fatto ed alla sua qualificazione giuridica, ma eventualmente all'individuazione dell'aspetto circostanziale dell'illecito (lesioni colpose aggravate dalla durata della malattia): pertanto, non è configurabile il reato di calunnia”.

Secondo le argomentazioni del giudice, quindi, non ricorre la calunnia quando la falsità della denuncia non incide sul giudizio circa la fondatezza del fatto e sulla relativa qualificazione giuridica, anche se da essa possa derivare l'indebita contestazione di circostanze aggravanti, orientamento avvallato anche dalla stessa Corte di Cassazione.

La pronuncia assolutoria, dunque, trova il suo fondamento nella totale assenza nel giovane - il quale aveva allegato alla querela un certificato medico di soli 20 giorni di prognosi - della volontà di richiedere la condanna della donna per lesioni colpose gravi - 81 giorni di prognosi erano quelli indicati nel capo di imputazione - circostanza assai rilevante per la difesa in quanto la querela costituisce, nel caso in esame, il c.d. “corpo di reato” e pertanto, affinché possa dirsi integrato il reato di calunnia, è necessario che i profili di falsità emergano direttamente da questo.

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SOTERIA: TRA ESODO E APPARTENENZA Dalla Comunità…verso una “clinica della comunità”

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Lun, 11/04/2016 - 22:30

di Gilberto Maiolatesi (Responsabile Comunità “Soteria”)
e Marzia Pennisi (Coordinatrice Comunità “Soteria”)

PREMESSA

 “Ricordo di aver pensato che gli schizofrenici sono i poeti strangolati della nostra epoca. Forse per noi, che dovremmo essere i loro risanatori, è giunto il momento di togliere le mani dalle loro gole.”

Con questa frase di David Cooper abbiamo a che fare ogni giorno, quando iniziamo il nostro lavoro di terapeuti e di operatori psichiatrici, queste righe sono all’entrata della nostra comunità  quotidianamente ci dobbiamo fare i conti.

Ma la nostra riflessione parte da lontano e il modo di intervenire oggi e la storia e i perché del progetto della “Comunità Soteria”, forse hanno a che fare con la storia del movimento antipsichiatrico e antiistituzionale in Italia, a cominciare dalla Riforma psichiatrica e dalla cosiddetta “rivoluzione basagliana”.

Il 13 marzo del 1978, nasceva in Italia la L. 180 che di fatto concludeva, con un atto legislativo, l’esperienza della custodia manicomiale, imponendo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici (OP).

Possiamo tranquillamente sostenere che in Italia, gran parte degli interventi psichiatrici si sviluppano all’interno delle cosiddette strutture intermedie.

Dopo quasi 30 anni dall’attuazione della Legge 180, che poneva fine alla pratica e all’utilizzo dei manicomi, si sono sviluppate sempre di più servizi, dove il “folle”, viene inserito per iniziare percorsi di risocializzazione e programmi riabilitativi psico-sociali.

In realtà tutto questo, si traduce troppo spesso in delega pressochè totale dei familiari e della società alle strutture istituzionali.

Il rischio di creare nuovamente piccoli e moderni manicomi è evidente e non basta avere piscine, campi da tennis, saune…per non essere una istituzione chiusa e totale. Non è sufficiente fare psicoterapia, attività riabilitative e laboratori occupazionali, per costruire identità fortemente alternative e antagoniste al manicomio.

Ogni istituzione totale toglie dignità, reprime, estorce diritti, nega democrazia, contribuisce alla formazione di sintomi, produce malattia. Nel manicomio (istituzione totale per eccellenza insieme al carcere) non esiste né passato né futuro, esiste solo il presente, sempre lo stesso, giorno dopo giorno, immobile presente senza tempo, dove non c’è “vita” e cambiamento, bensì “morte” e staticità. Il manicomio, insomma, non si pone  il problema della trasformazione.

 

COMUNITA’ COME LABORATORIO DELLA TRASFORMAZIONE

Il nostro orizzonte  ideale, che ha determinato e determina l’intervento terapeutico quotidiano, si colloca in piena continuità con  quello storico movimento che negli anni ‘60-’70 ha criticato, combattuto e vinto le logiche custodialistiche e le istituzioni manicomiali.

La Legge 180, è stato lo strumento legislativo che ha permesso, nel lontano 1978, il progressivo smantellamento degli ospedali psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica.

Si stava abbattendo una delle più vergognose e violente opere del genere umano: i manicomi, che andavano chiusi, e in alternativa aperti luoghi di “cura” e di socialità, dove l’intervento terapeutico si coniugava, e si coniuga, con la battaglia per i diritti di cittadinanza, contro lo stigma sociale e il pregiudizio.

Dentro questa cornice si esprime il nostro lavoro.

Ore, settimane, mesi, vissuti insieme ai nostri utenti, sempre più convinti che l’utilizzo e l’affinamento delle più moderne tecniche riabilitative non sarebbero mai sufficienti a restituire “abilità sociali”, voglia di vivere, autonomia, dignità a uomini e donne che hanno trascorso troppo tempo “prigionieri”  all’interno del loro mondo, isolati dagli altri mondi possibili.

In questi anni abbiamo capito che essere dei “bravi tecnici  specialisti” non può bastare.

E’ NECESSARIO “ESSERCI”. Perché “…l’affetto è prassi di essere presente, cioè pratica costante dello stare insieme come ci ricorda Massimo Marà nel suo libro “Comunità per psicotici”.

All’interno del nostro programma di attività settimanale abbiamo in effetti diversi gruppi (funzione dell’abitare, di convivenza, di ascolto e organizzativi, espressivi, terapeutici, multifamiliari…).

L’importante però, è fare le cose insieme e trovare dei momenti per discutere e ascoltare, anche con i pazienti più gravi e regrediti.

Indubbiamente un elemento  fondamentale del nostro agire è il rapporto con il sociale, con la città: l’intervento socio-riabilitativo dentro la nostra realtà territoriale.

Purtroppo nulla di tutto questo è scontato, anzi molta strada abbiamo ancora di fronte a noi per una oggettiva cittadinanza del disagio mentale e per un reale rispetto della diversità.

La lotta allo stigma e al pregiudizio, la battaglia per i diritti, l’integrazione, si raggiungono con la visibilità, con la rivendicazione della propria diversità, della propria storia, della propria intima sofferenza.

Detto questo, dovremmo “vivere” e utilizzare la comunità come luogo dove si sperimenta la trasformazione, ma anche come luogo e strumento della trasformazione.

In entrambi i casi per TRASFORMAZIONE dobbiamo sempre intendere modificazione delle relazioni interpersonali, della comunicazione patologica, metamorfosi dei propri stati interiori intrapsichici; ma anche TRASFORMAZIONE come processo di liberazione, come superamento e stravolgimento dei rapporti sociali alienati i quali producono inevitabilmente  malattia e sofferenza.

TRASFORMAZIONE quindi come riappropiazione del potere decisionale da parte di chi, mistificato e sottomesso, per una intera vita ha dovuto chiedere sempre il permesso a qualcuno, anche per comprare un semplice pacchetto di sigarette.

 

COMUNITA’ COME SETTING E SPAZIO PROGETTUALE

Soteria è un servizio gestito dalla Cooperativa Sociale Cooss Marche. in convenzione con il Dipartimento di Salute Mentale di Jesi. Il 3 maggio 1999 nasce come  struttura socio-riabilitativa di tipo residenziale che accoglie 12 pazienti di diverse patologie psichiatriche con evidenti difficoltà nella sfera relazionale e un basso livello d’autonomia, con una significativa potenzialità evolutiva e capacità di recupero a livello relazionale e sociale. In effetti, gli obiettivi principali dell’attività riabilitativa sono la riappropriazione della propria soggettività da parte del paziente  e  il miglioramento generalizzato della qualità della vita, accanto al raggiungimento del massimo livello d’autonomia possibile, limitando contemporaneamente il rischio di “crisi involutive”.

La Comunità intera può essere vista come un unico setting, nel quale viene praticato un intervento multifattoriale ( farmacologico, assistenziale, riabilitativo, di sostegno psicologico, psicoterapico) prevedendo una serie di attività, a livello individuale e gruppale, strutturate a loro volta come sottosetting. Gran parte della vita della Comunità è pensata e organizzata in sottosetting con precisi confini spazio-temporali-metodologici (tempo, spazio, ruoli e compito)  ciò per tre importanti ragioni: 1)contenere l’ansia, l’angoscia e l’aggressività dei pazienti (e degli operatori); 2)osservare i complessi fenomeni psichici e relazionali che si verificano all’interno della vita  comunitaria; 3)costruire una “realtà condivisa”.

Ma poichè la costruzione e conservazione di setting si basa sulla adesione e sul rispetto delle regole concordate, è necessario prevedere alcuni momenti di confronto con i pazienti (e altri solo tra operatori) per discutere, condividere, ribadire, ridefinire, eventualmente modificare, regole, programmi, organizzazione e metodi di lavoro.

 

Strategie terapeutico-riabilitative

L’istaurarsi di rapporti “affettivi” significativi tra pazienti e tra paziente e operatore rappresentano il primo vero elemento terapeutico. Il “fare insieme” permette di sperimentare comportamenti più adeguati e nel frattempo il riemergere di fattori motivazionali assopiti, interrompendo la spirale dei fallimenti. Il lavoro del gruppo-comunità tende quindi a:

  • rafforzare l’autonomia e l’autodeterminazione soggettiva,
  • far riemergere le capacità motivazionali e espressive,
  • riscoprire la socialità e lo star bene con gli altri,
  • rafforzare l’autostima e la capacità di subire frustrazioni,
  • gestione della propria impulsività ed emotività,
  • favorire l’autogestione dei propri spazi vitali,
  • supportare quando ci sono le condizioni, un avvicinamento al mondo del lavoro.

 

Il lavoro terapeutico-riabilitativo può essere suddiviso in due macro aree: una più strettamente psicologica e l’altra di tipo sociale.

Attività psicologica:

  • colloqui individuali (sempre più limitati),
  • incontri di gruppo (gruppo terapeutico settimanale, gruppo di convivenza giornaliero, Assemblea di Comunità settimanale, gruppo multifamiliare mensile ),
  • incontri periodici con il paziente e i propri familiari,

Attività di tipo sociale

  • cura di se e dei propri spazi,
  • web radio,
  • giardinaggio e verde,
  • inseriementi lavorativi e sociali,
  • inserimenti in gruppi sportivi,
  • attività ricreative,
  • attività espressive e artistiche

 

L’ETICA DEL CAMBIAMENTO E DISPOSITIVO MULTIFAMILIARE: DALLA LEGGE DELLA FAMIGLIA ALLA LEGGE DELLA CITTA’

L’esperienza del Gruppo Terapeutico Multifamiliare (GMF) nasce all’interno della Comunità Socio Riabilitativa “Soteria” di Jesi nel settembre del 2000, esattamente dopo un anno dal’apertura della Comunità, grazie agli stimoli provenienti dalla supervisione clinica condotta dal Prof. Alfredo Canevaro sin dall’apertura del servizio.

Di seguito, in modo sintetico e schematico, gli aspetti fondamentali per una riflessione collettiva.

 

  1. Il setting

Gli incontri si tengono all’interno della Comunità a frequenza mensile (il terzo lunedì del mese) con una durata di 90 minuti, preceduti da un momento conviviale di circa 20 minuti. Alla fine di ogni gruppo l’equipe di lavoro si incontra per circa 45 minuti per rielaborare i vissuti e la molteplicità dei transfert, controtransfert e identificazioni proiettive sviluppatisi all’interno della seduta gruppale appena conclusa.

Il gruppo per il primo anno e mezzo è stato condotto (senza un co-conduttore) dal Dott. Gilberto Maiolatesi, Direttore Responsabile della Comunità con una supervisione mensile all’equipe del Prof. Canevaro, utilizzando anche le registrazioni degli incontri ai quali partecipavano gli ospiti della Struttura con le loro famiglie e gran parte del gruppo degli operatori (non solo quelli in turno).

Uno dei limiti evidenziati in quella fase era legato alla modalità di comunicazione “a stella”, cioè diretta solo dagli integranti del gruppo verso il conduttore; limite di partenza di tutti gli incontri, probabilmente amplificato dall’ambivalenza del ruolo coordinatore del gruppo/ Direttore della Comunità.

Nel 2002 si decide, all’interno della supervisione, di modificare il setting terapeutico con l’ingresso del Prof Canevaro come conduttore del gruppo e il Dott. Maiolatesi come co-terapeuta.

Questa seconda fase ha posto una rottura con il passato e ha portato ad un cambiamento molto positivo grazie all’esperienza del Prof Canevaro, ma anche perché la coterapia è fondamentale per una buona riuscita di un gruppo come il multifamiliare e, inoltre, in quel momento era fondamentale  avere più chiarezza nel ruolo del coordinatore gruppale.

Dal 2005 ad oggi il gruppo è condotto in co-terapia dal Dott. Maiolatesi e dalla Dott.ssa Marzia Pennisi.

Tutti gli operatori presenti possono intervenire all’interno del gruppo per evitare una comunicazione “radiale”, non circolare e quindi bloccata. In alcune occasioni utilizziamo delle tecniche esperenziali e di drammatizzazione attraverso la comunicazione non verbale e gli aspetti emozionali per facilitare l’incontro affettivo tra gli integranti. L’utilizzo di “io ausiliari” o tecniche tipo quella dello “zaino” (specie se si affrontano i temi legati allo svincolo dalla famiglia d’origine)  sono molto utili perché  a volte la comunicazione e l’interpretazione verbale non sono sufficienti al cambiamento.

Oltre alla coppia (sempre complementare) di coterapeuti, il dispositivo prevede un operatore con il ruolo di osservatore partecipante la cui funzione è quella di raccogliere gli emergenti gruppali.


  1. Origini: la definizione della situazione ambientale

 Il  contesto interno

Il GMF nasce  per uscire da una crisi interna al gruppo  di lavoro e per correggere quindi una comunicazione disfunzionale dell’equipe “giovane”, formata da operatori con poca esperienza in psichiatria che si trovavano ad intervenire e  supportare un utenza molto grave. Questo produceva tensioni interne, manifeste e latenti e una comunicazione entropica, confusiva e ansiogena.  Nello stesso tempo c’era il bisogno di definirsi, di trovare un percorso costituente identitario, tenendo in considerazione una naturale “vocazione antipsichiatrica” della Comunità. Gli operatori si sentivano  troppo isolati e “chiusi” oltre il cancello della Comunità, lontani dal tessuto urbano jesino. Questo portò al bisogno di uscire e di scendere dal colle in cui è situata la Struttura ed entrare all’interno della Città (nelle piazze, negli spazi di aggregazione, nelle scuole…) con progetti di promozione della salute mentale. Nasce così, insieme al gruppo multifamiliare, la Rassegna “Malati di Niente”. Possiamo dire oggi, in maniera (anche) provocatoria, che c’è stato un passaggio dalla “legge della famiglia” alla “legge della città”.

Le difficoltà riguardo alla comunicazione erano anche rispetto al rapporto operatori-famiglie in quanto quest’ultime all’inizio facevano molta difficoltà ad incontrarsi tutti insieme e discutere delle proprie problematiche, mentre nel tempo è diventato quasi naturale. E per dirla con le parole di una madre del gruppo: “…mi rendo conto che oramai non vengo per mio figlio, vengo per me, per curare la mia solitudine…mi fa bene incontrarvi…”

       Il  contesto esterno

La nostra città è situata in un territorio che ha visto uno sviluppo industriale e manifatturiero importante dagli anni ‘50 – ’60, che ha modificato strutturalmente l’economia  da agricola ad industriale (tanto da definire Jesi la piccola Milano delle Marche). Storicamente la nostra è stata una città con forti connotazioni democratiche e antifasciste, provenienti direttamente dalla guerra di liberazione, determinando un “humus culturale” proficuo a strutturare senso di comunità e forti legami sociali. Rispetto allo stigma e al pregiudizio nei confronti del disagio mentale, Jesi presentava due facce della stessa medaglia; una città dove  il pregiudizio verso il “matto” era abbastanza forte anche a causa di un fatto grave avvenuto nel 1979 ad un anno dalla legge Basaglia:  l’uccisione di un carabiniere da parte di un paziente seguito dai servizi. Dall’altra una città  indignata per un fatto accaduto nel 1999 nei confronti di un paziente, aggredito e malmenato per noia da alcuni giovani della “jesi-bene” nella sua abitazione.

Sempre in quel momento storico il Dipartimento di Salute Mentale era in fermento e in fase di cambiamenti istituzionali. Infatti nel 1995 iniziano i primi gruppi riabilitativi e di incontro con i familiari e pazienti e nel 1998 nascevano le prime strutture intermedie della riabilitazione psicosociale.

 

  1. Il cambiamento e la rottura di un paradigma

Nella nostra esperienza clinica abbiamo potuto constatare che il dispositivo multifamiliare non ha rappresentato soltanto una tecnica o uno strumento in più, magari più appropriato,  ma un vero e proprio cambiamento epistemologico, una cesura storica con il paradigma medico psichiatrico novecentesco, non solo nella relazione terapeuta-paziente.

In tutti questi anni abbiamo potuto osservare dei notevoli processi di apprendimento e cambiamento rispetto a vari aspetti. Ad esempio per quanto riguarda la comunicazione disfunzionale ed entropica sia della famiglia che dell’equipe di lavoro. Le famiglie e gli operatori sono molto più capaci di comunicare in maniera orizzontale senza doversi sempre e solo riferire al Responsabile della Comunità come leadership unica.

Rispetto alla  necessità di creare una rete sociale e di interagire IN e CON essa, negli anni abbiamo imparato a pensare alla cura come un intervento reticolare multidisciplinare e, quindi, a riferirci costantemente con istituzioni, enti pubblici, associazioni di volontariato, cooperative sociali.

Per quanto riguarda l’esigenza di modificare i dispositivi organizzativi interni del servizio e le metodologie di lavoro, siamo riusciti a strutturare anche dei gruppi comunitari come l’assemblea di comunità settimanale dove si discute in maniera democratica dei problemi anche pratici del vivere in comune. Questo diventa un luogo di recupero della soggettività nell’esercizio di una comunicazione non gerarchica ma orizzontale.

Altro elemento da sottolineare, ad esempio, è quello della discussione e condivisione di alcuni progetti terapeutici riabilitativi (per esempio anche le dimissioni di un paziente) all’interno dell’incontro multifamiliare. Quindi la discussione gruppale si dimostra vera, propositiva e decisionale.

Inoltre abbiamo notato dei notevoli cambiamenti rispetto ad una maggior consapevolezza nel correggere onnipotenza e narcisismo del paziente e  dell’operatore specularmente intrappolati nel delirio e nella sua interpretazione (“…sono il figlio di Dio…”; “ho capito…ci penso io e ti guarirò”)

 

DAL SETTING-COMUNITA’ AL SETTING-CITTA’  

Noi, operatori psichiatrici, che lavoriamo quotidianamente nel settore della riabilitazione e dell’inserimento sociale dei pazienti, denunciamo troppo spesso una intolleranza e una diffidenza verso il diverso, verso l’escluso, ed è per questo che istituzioni, associazioni, strutture operative del settore, cooperatori, dovrebbero farsi carico di una vera e propria promozione culturale della salute mentale nei territori; dove riversare idee ed esperienze, mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza, lo smarrimento di una collettività sempre più in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

In effetti i presupposti della Riforma psichiatrica tendenti a sviluppare una coscienza critica e una trasformazione dell’organizzazione sociale, attraverso la partecipazione della collettività a tutte le forme di emarginazione, sono rimasti troppo spesso sulla carta, non realizzati. Ma con tutti i limiti che possiamo trovare alla Legge 180 (più che altro per la sua non applicazione), certo non possiamo e dobbiamo tornare indietro, perché nulla è più come prima, perché abbiamo appena iniziato a restituire a quelle persone ridotte a “matti da legare”, lo statuto di cittadini, il diritto di esistere dentro quel contratto sociale da cui erano stati definitivamente espulsi in modo del tutto improprio.

Anche per questo la battaglia contro lo stigma e il pregiudizio verso la persona sofferente è, e rimarrà, l’obiettivo primario per quanti credono che ogni essere umano ha il diritto di migliorare la propria qualità di vita e che il disturbo mentale è un “male oscuro”, dove i termini relazionali e socio-culturali rivestono una importanza cruciale, a volte drammatica.

 

La “clinica della comunità”: il laboratorio permanente di “Malati di Niente”

Nel lontano settembre 2000 nasce il progetto “Malati di Niente”.

In quel periodo a Jesi un gruppo di operatori della Comunità “Soteria” aveva iniziato ad interrogarsi sul senso del proprio lavoro nei servizi psichiatrici, sulla natura del mandato sociale, sull’etica e sul significato della riabilitazione psicosociale a più di vent’anni dall’emanazione della Legge 180. Ci si chiedeva, tra dubbi e stati di ansia confusiva, se la famosa e tanto discussa  “rivoluzione basagliana”, non avesse completamente esaurito la propria spinta propulsiva.

Sicuramente la Legge 180, aveva rappresentato lo strumento legislativo che  permise il progressivo smantellamento degli Ospedali Psichiatrici e l’inizio di una nuova epoca per la sofferenza psichica. Si era chiusa una delle più vergognose e violente opere del genere umano, l’esperienza manicomiale, con la possibilità e la speranza di aprire luoghi di cura e di socialità dove l’intervento terapeutico esce fuori dal setting tradizionale, per entrare in quello comunitario, coniugando terapia e battaglia per i diritti di cittadinanza.

Proprio noi, operatori psichiatrici, essendo i soggetti più esposti, dovevamo mandare un segnale alla comunità e alle istituzioni. Nelle lunghe discussioni, emergeva sempre più nitidamente l’idea di un progetto di promozione culturale della salute mentale nei territori, nelle comunità. Un progetto “etico-politico-terapeutico” l’avevamo poi definito e nominato nel tempo, dove riversare idee ed esperienze mettendole a confronto con i desideri e le angosce di chi soffre, ma anche con le paure, l’intolleranza e lo smarrimento di una collettività sempre più chiusa, autistica, in difficoltà ad accogliere senza remore, a riconoscersi senza escludere.

Feste, concerti, spettacoli teatrali, mostre, cinema, dibattiti seminari…la città e le sue piazze vengono invase e “occupate” da iniziative ed eventi che determinano progressivamente una nuova sfera politica pubblica.

Dopo 15 anni di lavoro, di progressi e crisi regressive, almeno due degli obiettivi progettuali originari, ci sembrano ancora molto stimolanti ed attuali: 1)promuovere la salute mentale attraverso processi di  contaminazione culturale e l’intervento sociale sul territorio,  in maniera specifica e approfondita all’interno delle scuole cittadine grazie all’attivazione dei Laboratori di cittadinanza (con gli studenti del Liceo Classico e delle Scienze Umane,Liceo Artistico, IIS-Liceo Scienze Sociali); 2)costruire e attivare  un reale lavoro di rete con i movimenti sociali, l’associazionismo, i servizi, le istituzioni, il mondo della cooperazione e del volontariato.

Anche per l’anno 2016 i Laboratori di cittadinanza comprenderanno gli stage formativi all’interno della nostra Comunità, inizieranno nei mesi di maggio, giugno e novembre, dove gli studenti faranno tirocinio pratico, interagendo direttamente con i nostri ospiti, attraverso le varie attività gruppali terapeutico-riabilitative affiancando gli operatori in servizio.

 

Jesi, 6 aprile 2016

 

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Continua la collaborazione del dott. Benaglia con la rivista Il Fisco.

Il litisconsorzio necessario e la sospensione dei processi per i soci di società a “ristretta base” sociale. Questo è il titolo dell’ultimo lavoro pubblicato dal dott. Giovanni Benaglia sulla rivista IL FISCO, prestigioso settimanale di approfondimento per professionisti e imprese, nel numero che si può trovare da lunedì in edicola. Come ci dice lo stesso autore l’articolo vuole approfondire “la disciplina del litisconsorzio necessario, quale strumento giuridico a disposizione del socio non amministratore per contestare il maggiore reddito calcolato su una società di capitali da lui partecipata”.
Con il numero in uscita continua, così, la pluriennale collaborazione del dott. Benaglia con la prestigiosa rivista fiscale che, ricordiamo, da 40 anni è presente negli studi di moltissimi professionisti italiani. 
Tra i lavori pubblicati recentemente possiamo ricordare:
- la disciplina dell’imposta di registro per le aree destinate a edilizia convenzionata;
- la disciplina dell’imposta di registro per la piccola proprietà contadina;
- l’analisi del concordato con riserva e il ruolo del Collegio Sindacale;
- il finanziamento dei soci nel concordato preventivo e nell’accordo di ristrutturazione dei debiti
Per chi fosse interessato può acquistare la rivista o l’articolo, oltreché che come già detto in edicola da lunedì, anche sul sito web del settimanale

 

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Continua la collaborazione del dott. Benaglia con la rivista Il Fisco.

Il litisconsorzio necessario e la sospensione dei processi per i soci di società a “ristretta base” sociale. Questo è il titolo dell’ultimo lavoro pubblicato dal dott. Giovanni Benaglia sulla rivista IL FISCO, prestigioso settimanale di approfondimento per professionisti e imprese, nel numero che si può trovare da lunedì in edicola. Come ci dice lo stesso autore l’articolo vuole approfondire “la disciplina del litisconsorzio necessario, quale strumento giuridico a disposizione del socio non amministratore per contestare il maggiore reddito calcolato su una società di capitali da lui partecipata”.
Con il numero in uscita continua, così, la pluriennale collaborazione del dott. Benaglia con la prestigiosa rivista fiscale che, ricordiamo, da 40 anni è presente negli studi di moltissimi professionisti italiani. 
Tra i lavori pubblicati recentemente possiamo ricordare:
- la disciplina dell’imposta di registro per le aree destinate a edilizia convenzionata;
- la disciplina dell’imposta di registro per la piccola proprietà contadina;
- l’analisi del concordato con riserva e il ruolo del Collegio Sindacale;
- il finanziamento dei soci nel concordato preventivo e nell’accordo di ristrutturazione dei debiti
Per chi fosse interessato può acquistare la rivista o l’articolo, oltreché che come già detto in edicola da lunedì, anche sul sito web del settimanale

 

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Da Berlino a Erdogan: colloquio con Giulietto Chiesa.

Lo Studio Grassi Benaglia Moretti è stato scelto come main sponsor dell’iniziativa che vedrà protagonista, il 19 marzo 2016 alle ore 21 presso il Teatro Tiberio di Rimini, Giulietto Chiesa, che da 30 anni segue i grandi avvenimenti esteri. 
La serata prende spunto dai fatti di cronaca recenti che stanno interessando tutto il continente Europeo. Il nostra Pianeta, oggi, è soggetto ad una migrazione di circa 60 milioni di esseri umani. Guerre, Fame, mutamenti Geopolitici, spingono un numero enorme di persone a spostarsi per trovare una condizione migliore. L'Europa, che con l'abbattimento del Muro di Berlino, si era concessa di sognare un futuro di Comunità senza frontiere, oggi si risveglia nell'inefficacia del trattato di Dublino e degli Accordi di Schengen.
Molti giornalisti hanno documentato la Caduta del Muro di Berlino e documentano oggi la crisi delle Frontiere Europee.
Giulietto Chiesa sarà intervistato da tre giornalisti locali: Andrea Rossini del Corriere Romagna,  Davide Brullo de La Voce di Romagna e Franco Fregni di Rimini 2.0.
La serata è a entrata libera.

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Da Berlino a Erdogan: colloquio con Giulietto Chiesa.

Lo Studio Grassi Benaglia Moretti è stato scelto come main sponsor dell’iniziativa che vedrà protagonista, il 19 marzo 2016 alle ore 21 presso il Teatro Tiberio di Rimini, Giulietto Chiesa, che da 30 anni segue i grandi avvenimenti esteri. 
La serata prende spunto dai fatti di cronaca recenti che stanno interessando tutto il continente Europeo. Il nostra Pianeta, oggi, è soggetto ad una migrazione di circa 60 milioni di esseri umani. Guerre, Fame, mutamenti Geopolitici, spingono un numero enorme di persone a spostarsi per trovare una condizione migliore. L'Europa, che con l'abbattimento del Muro di Berlino, si era concessa di sognare un futuro di Comunità senza frontiere, oggi si risveglia nell'inefficacia del trattato di Dublino e degli Accordi di Schengen.
Molti giornalisti hanno documentato la Caduta del Muro di Berlino e documentano oggi la crisi delle Frontiere Europee.
Giulietto Chiesa sarà intervistato da tre giornalisti locali: Andrea Rossini del Corriere Romagna,  Davide Brullo de La Voce di Romagna e Franco Fregni di Rimini 2.0.
La serata è a entrata libera.

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Start up innovative: la Regione Emilia Romagna pubblica il bando di finanziamento

Con delibera n. 11 dell’11 gennaio 2016 la Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ha approvato il bando di finanziamento rivolto alle startup innovative per sostenere l’avvio e il consolidamento di progetti innovati nei settori dell’agroalimentare, edilizia e costruzioni, meccatronica e motoristica, industria della salute e del benessere, industrie culturali e creative, innovazione nei servizi.

Ne parliamo con il dott. Benaglia Giovanni, che per lo studio GRASSI BENAGLIA MORETTI segue il settore della finanza agevolata e dello sviluppo d’impresa.

Dottor Benaglia, quali sono gli obiettivi di questo bando?

L’obiettivo è semplice: favorire la nascita e la crescita di star up nell’ambito della Regione Emilia Romagna, sostenendo sia la valorizzazione economica dei risultati della ricerca sia lo sforzo di introdurre nuovi prodotti, servizi di alta tecnologia o ad alto contenuto innovativo nel mercato.

Possono partecipare tutte le imprese?

No. Il bando contiene due importanti limitazioni. La prima riguarda il fatto che i beneficiari debbano essere costituiti sottoforma di società di capitali, inclusi quelli costituiti sotto forma di Srl uninominali, consorzi, società consortili e cooperative. La seconda limitazione riguarda il fatto che i beneficiari debbano essere registrati nella sezione speciale del Registro delle imprese presso la Camera di Commercio dedicata alle start up innovative.

Altre limitazioni?

Si. Per i progetti di avvio di attività, quelli che il bando chiama di Tipologia A, possono presentare domanda le imprese costituite successivamente al 1 gennaio 2013. Per i progetti di espansione di start up già avviate, definite di Tipologia B, possono presentare domanda le imprese costituite dopo il 01 marzo 2011.

Quali spese sono ammesse?

Per gli interventi di Tipologia A che, ricordo, sono quelli sostenuti dalle imprese neo-costituite, sono ammessi costi riguardanti i macchinari, attrezzature, impianti, hardware e software, ma anche l’affitto e noleggio di laboratori, acquisto di brevetti, spese di costituzione, spese promozionali anche per partecipazione a fiere ed eventi. Per gli interventi di Tipologia B, cioè quelli riguardanti le imprese già presenti sul mercato, sono ammessi costi riguardanti l’acquisizione di sedi produttive, l’acquisto di macchinari, impianti, attrezzature e arredi, hardware e software, spese promozionali e consulenze esterne specialistiche.

Le scadenze, invece, quali sono?

Le domande possono essere presentate dalle ore 10 del 21 marzo 2016 alle ore 17 del 30 settembre 2016 esclusivamente on line. Mi sia consentito, però, al fine di una corretta informazione, di sottolineare una cosa.

Prego, faccia pure.

Il bando di finanziamento contiene una serie di particolarità e di limitazioni che difficilmente si riescono a riassumere in una breve intervista.  L’invito che faccio è quello, quindi, a chiunque sia interessato di rivolgersi al nostro studio o al sottoscritto per verificare la presenza dei requisiti per accedere a questo importante opportunità messa a disposizione dalla Regione Emilia Romagna.

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Rinnovata la certificazione di qualità Iso 9001: Target Sinergie supera l’audit del nuovo ente DNV che sottolinea la riorganizzazione aziendale

E' uno degli appuntamenti più sentiti in azienda da tutti i settori, quest'anno forse più degli altri per due importanti motivi: il rinnovo della certificazione di qualità ISO 9001 dal 2016 è rilasciata da un nuovo ente certificatore, DNV e, secondo motivo, mentre Target Sinergie ha avviato una forte ristrutturazione metodologica. L'azienda riminese e le sue consorziate Log It e In Opera Onlus hanno quindi confermato anche con un altro soggetto certificatore la qualità nella “Progettazione ed erogazione, di servizi di: logistica conto terzi (gestione magazzini); pulizie in ambito industriale e civile, call center, front office e data entry”.

L'ennesima soddisfazione da parte del personale che ha seguito le complesse procedure, coordinati dal responsabile Qualità Luca Morri. L'audit infatti mobilita tutti i settori, Commerciale, Operations, Personale, in un «momento particolarmente importante per il consorzio – rileva Luca Morri - che sta affrontando un significativo processo di riorganizzazione aziendale, e conferma che i passi intrapresi nel cambiamento in corso sono nella giusta direzione e mantengono l’impegno di Target Sinergie a mantenere la piena funzionalità di un sistema di gestione per perseguire i propri obiettivi».

I tecnici dell'ente certificatore DNV hanno rilevato nelle loro conclusioni la «fidelizzazione dei clienti», il «nuovo modello formativo: “progetto conoscere il lavoro per valorizzarlo e valutarlo”», il «sistema di monitoraggio commessa attraverso indicatori economico finanziari» e, infine, la «pianificazione e valorizzazione economica del progetto». Mentre per quanto riguarda la riorganizzazione aziendale «volta a ridefinire le regole interne», nel focus dedicato hanno rilevato la «volontà nell’armonizzare le abitudini del personale operativo pressi i diversi cantieri» e di aver «definito, diffuso ed applicato “Il regolamento aziendale”».

luca_morri_responsabile_qualita_sicurezza_target_sinergie.jpg Facility Management Igiene e pulizie Logistica
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Rinnovata la certificazione di qualità Iso 9001: Target Sinergie supera l’audit del nuovo ente DNV che sottolinea la riorganizzazione aziendale

E’ uno degli appuntamenti più sentiti in azienda da tutti i settori, quest’anno forse più degli altri per due importanti motivi: il rinnovo della certificazione di qualità ISO 9001 dal 2016 è rilasciata da un nuovo ente certificatore, DNV e, secondo motivo, mentre Target Sinergie ha avviato una forte ristrutturazione metodologica. L’azienda riminese e le sue consorziate Log It e In Opera Onlus hanno quindi confermato anche con un altro soggetto certificatore la qualità nella “Progettazione ed erogazione, di servizi di: logistica conto terzi (gestione magazzini); pulizie in ambito industriale e civile, call center, front office e data entry”.

L’ennesima soddisfazione da parte del personale che ha seguito le complesse procedure, coordinati dal responsabile Qualità Luca Morri. L’audit infatti mobilita tutti i settori, Commerciale, Operations, Personale, in un «momento particolarmente importante per il consorzio – rileva Luca Morri – che sta affrontando un significativo processo di riorganizzazione aziendale, e conferma che i passi intrapresi nel cambiamento in corso sono nella giusta direzione e mantengono l’impegno di Target Sinergie a mantenere la piena funzionalità di un sistema di gestione per perseguire i propri obiettivi».

I tecnici dell’ente certificatore DNV hanno rilevato nelle loro conclusioni la «fidelizzazione dei clienti», il «nuovo modello formativo: “progetto conoscere il lavoro per valorizzarlo e valutarlo”», il «sistema di monitoraggio commessa attraverso indicatori economico finanziari» e, infine, la «pianificazione e valorizzazione economica del progetto». Mentre per quanto riguarda la riorganizzazione aziendale «volta a ridefinire le regole interne», nel focus dedicato hanno rilevato la «volontà nell’armonizzare le abitudini del personale operativo pressi i diversi cantieri» e di aver «definito, diffuso ed applicato “Il regolamento aziendale”».

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Linee operative per le istituzioni

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Lun, 22/02/2016 - 22:59

Il Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” organizza il seminario

LINEE OPERATIVE PER LE ISTITUZIONI

venerdì 18 marzo 2016 dalle ore 16.00 alle ore 19.00

presso l’Hotel Imperial Beach in via Toscanelli 19, Rivabella – Rimini

In questo periodo si sta esaurendo la spinta che ha portato all’accreditamento, alla produzione di numerosissimi protocolli ed all’accentramento delle linee di comando in una dimensione verticale. E’ arrivato il momento di dimostrare che i gruppi, le equipe di lavoro e il piano orizzontale sono pienamente operativi.
Il seminario si propone di presentare e discutere gli schemi concettuali di riferimento e operativi (ECRO) che stanno funzionando nelle istituzioni.

Relazioni di:
Loredana Boscolo (Responsabile dell’Unità Operativa Disabilità della Asl 14 Chioggia)
Massimo De Berardinis (Responsabile del reparto di Psichiatria dell’Ospedale Nuovo del Mugello di Borgo San Lorenzo, FI)
Massimo Mari (Responsabile del Centro di Salute Mentale, ASL 10 Camerino, MC)
Marella Tarini (Responsabile dell’Unità Operativa Dipendenze Patologiche Area Vasta n. 2 – Asur Marche)

Coordina Laura Buongiorno

Le relazioni occuperanno una ora e mezza, a seguire una ora e mezza di discussione.

Non sono previsti, e né saranno richiesti, crediti ECM.
Si richiede interesse per il tema e volontà di partecipare alla discussione.
Il seminario è gratuito e, a seguire, ci sarà l’occasione per godere di un aperitivo insieme.

Partecipate e fate partecipare:
https://www.facebook.com/events/1720894751476481/

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Startup innovative: niente notaio per la loro costituzione

Nei giorni scorsi il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, ha firmato un decreto che introduce la possibilità di costituire una startup innovativa sottoforma di srl, mediante un modello standard tipizzato con firma digitale. L’obiettivo è quello di rendere più snelle le procedure per costituire nuove imprese e rendere più snelle le procedure burocratiche necessarie a realizzare il proprio progetto imprenditoriale. Il decreto del Ministero delle Sviluppo Economico è attuativo dell’articolo 4, comma 10 bis, del decreto legge n. 3/2015 (Investimet compact), convertito nella legge n. 33/2015.
In concreto viene introdotta la previsione per cui,  chiunque voglia costituire una società a responsabilità limitata avente il carattere della start-up innovativa, lo potrà fare senza andare dal notaio. 
Gli esperti del ministero hanno spiegato che “Gli atti potranno essere redatti direttamente dai soci della startup, oppure avvalendosi dell’ufficio del Registro delle imprese che autenticherà le sottoscrizioni e procederà in tempo reale all’iscrizione, permettendo la nascita della società contestualmente all’apposizione dell’ultima firma”. 
A frenare gli entusiasmi, però, c'è il fatto che, per la concreta applicazione di questa importante novità normativa manca, occorre che sia emanato il decreto direttoriale che dovrà approvare il modello informatico e la modulistica per la trasmissione e l’iscrizione al Registro delle imprese compilabile online. 
Si ricorda, infine, che le start-up innovative devono avere la forma giuridica delle società di capitali (Srl, Spa, Sapa) costituite anche in forma cooperativa, non devono essere quotate su mercati regolamentati o su sistemi multilaterali di negazione. Le start up innovative devono, poi, iscriversi nella speciale sezione del registro delle imprese e sono esonerate dal pagamento dell’imposta di bollo e dei diritti di segreteria dovuti per le pratiche inoltrate al registro delle imprese stesso.

 

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Registrazione Marchi: aperto il bando di finanziamento

Il 3 dicembre 2015 è stato pubblicato il Bando per il finanziamento di attività delle PMI relative ai marchi che mira a sostenere la capacità innovativa e competitiva delle PMI attraverso la concessione di agevolazioni in favore delle PMI per l’estensione all'estero dei propri marchi.
Il “Bando Marchi +2” prevede la concessione di agevolazioni alle PMI fino all’80% della spesa sostenuta per la registrazione di marchi comunitari e internazionali.
Le agevolazioni sono dirette a:
* favorire la registrazione di marchi comunitari presso UAMI (Ufficio per l’Armonizzazione nel Mercato Interno)
* favorire la registrazione di marchi internazionali presso OMPI (Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale)
Le risorse disponibili ammontano complessivamente a € 2.800.000,00 (due milioni e ottocentomila).
Le domande di finanziamento possono essere presentate a partire dal giorno 01 febbario 2016 fino ad esaurimento delle risorse disponibili.
Le imprese, oltre a potere chiedere il rimborso delle somme già ad oggi sostenute dopo il giorno 01.02.2015, sono ancora in tempo per depositare nuovi marchi comunitari e internazionali e chiederne il relativo finanziamento.
Le risorse disponibili ammontano complessivamente a € 2.800.000,00 (due milioni e ottocentomila).
Lo Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI è a disposizione dei propri clienti e di tutti gli interessati per qualsiasi chiarimento in merito al suddetto finanziamento e mette a disposizione la propria professionalità per la predisposizione, redazione ed invio delle richieste di finanziamento. 

 

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Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Gio, 28/01/2016 - 12:19

La Scuola di prevenzione “José Bleger”, in collaborazione con l’associazione di etnopsicanalisi Esodo, organizza il seminario:

Dall’Ayahuasca all’Inipi: Ricerche sugli stati modificati di coscienza

L’incontro si terrà venerdì 12 febbraio
dalle ore 16,00 alle ore 19,00
presso la Sala RM 25, a Rimini, in Corso d’Augusto 241.

Questo il programma:

16.15- 16.25 Introduzione, Leonardo Montecchi

16.30-16.50 Ayahuasca, la liana degli spiriti- botanica, farmacologia, effetti neurofisiologici e psicologici, Massimiliano Geraci

16.55-17.10 Un’esperienza con Inipi e Gruppi Operativi con gli utenti del Cod di Vallecchio, Luca Bersani

17.15-17.35 Etnografia dell’ayahuasca, Annalisa Valeri

17.35- 19.00 Dibattito

 

Non sono stati richiesti, ne lo saranno crediti ECM.
Il seminario è gratuito. Si richiede l’interesse al tema e la volontà di partecipare.

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Charles Peirce nostro contemporaneo

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mar, 19/01/2016 - 21:51

Il Dipartimento di Scienze per la Qualità della Vita – Università di Bologna,

e la Scuola José Bleger di Rimini,

invitano al seminario su Charle Sanders Peirce, il più importante filosofo americano e fondatore della semiotica:

Su Perice. Interpretazioni, ricerche, prospettive

(Bompiani, 2015)

a cura di Massimo A. Bonfantini, Rossella Fabbrichesi e Salvatore Zingale

Il seminario si svolgerà venerdì 22 gennaio dalle ore 16.00 alle ore 19.00
presso la Sede Universitaria Valgimigli, via Santa Chiara 40 

Ne dialogano, assieme ai partecipanti,

Massimo A. Bonfantini,
Leonardo Montecchi
Giampaolo Proni

 

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La memoria e la speranza al centro degli auguri di Giovanni Benaglia per il nuovo anno

Quando un popolo non ha più il senso vitale del suo passato si spegne: la vitalità creatrice è fatta di una riserva di passato”. Con queste parole di Cesare Pavese inizia il messaggio che il dott. Benaglia, socio dello studio GRASSI BENAGLIA MORETTI, ha rivolto ai suoi clienti per le festività natalizie.

Il messaggio, improntato tutto sul tema della memoria e della speranza per il futuro, prende spunto dalla ricorrenza del settantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, che sulla città di Rimini ha avuto un impatto devastante. 350 bombardamenti aerei con il 60% dei fabbricati distrutti o totalmente inagibili, il 35% lesionati e solo il 5% integri. Il dott. Benaglia ricorda come il Sindaco di allora scriveva, in un documento inviato al Ministero degli Interni, che la Città era “distrutta per quattro quinti” ed era “crollata la sua attrezzatura turistico balneare, sconvolta l’agricoltura dall’irrigidirsi per circa un mese della battaglia asperrima sul suo territorio, depredati il bestiame e le cose, demolita la struttura dei pubblici servizi, dispersa la ricchezza pubblica e privata e impoverita la popolazione, tutte le risorse di Rimini sono rimaste troncate e inaridite”. Rimini era la “Grande Mutilata di Italia”.

Il tradizionale augurio è accompagnato con un dono, anch’esso rivolto ai clienti: una pubblicazione dal titolo “LA GRANDE MUTILATA DI ITALIA – RIMINI, DALLA DISTRUZIONE ALLA RINASCITA 01 NOVEMBRE 1943 – 30 APRILE 1945”, elaborata dallo stesso dott. Benaglia e che riproduce la copia del bollettino originale che riporta i danni del primo bombardamento aereo del primo novembre 1943, la relazione del Sindaco inviata al Ministero dell’Interno all’indomani della liberazione di Rimini e una serie di relazioni dei primi mesi del 1945 che descrivono la nostra città completamente distrutta. Il tutto accompagnato da una breve introduzione del dott. Bagnaresi, che illustra la vita quotidiana nella città in quei terribili mesi.

Un messaggio che, però, “non vuole rimanere un monito confinato alla funzione didattica di non ripetere più gli errori commessi” ma che “vuole essere un utile esercizio di speranza per il futuro. Di fronte a questi nostri tempi difficili, di crisi economica, dove tutto appare più difficile dobbiamo sempre ricordare che siamo parte di un grande Paese che ha conosciuto, in anni non poi così distanti, una distruzione fisica, morale e umana ben più peggiore. Così come ce l’abbiamo fatta settant’anni fa, dove la morte e il dolore accompagnavano la vita quotidiana, dove il mondo sembrava dovesse finire sotto l’odio degli uomini, ecco, allora, sono sicuro che ce la faremo anche oggi”.

Chi volesse ricevere copia della pubblicazione (gratuita se in via informatica) può inoltrare la propria richiesta all’indirizzo mail g.benaglia@gbmassociati.it.

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Lo Studio scelto come consulente per la nuova partnership gestionale del sito Nurse24.It

Lo Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI, tramite i suoi professionisti, ha seguito l’associazione Comunicare nell’operazione che ha portato alla partnership tra il portale da questa gestito, www.nurse24.it, specializzato nell’informazione rivolta al settore infermieristico, e il gruppo francese Izeos, operante nei servizi di comunicazione, selezione, formazione e fornitura di apparecchiature professionali in favore di operatori sanitari ed assimilati. 

Questa joint venture ha trovato espressione nella nascita della società italiana IZEOS s.r.l..

Il gruppo francese è stato assistito dallo studio milanese BC& e, per gli aspetti di diritto francese, si è avvalso dell’assistenza dello studio Winston & Strawn di Parigi.

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Il pensiero dialettico di José Bleger

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Sab, 12/12/2015 - 12:47

di Ariel Liberman

La sezione sui lavori chiave dell’International Journal of Psychoanalysis che verrà pubblicata (agosto 2012, vol. 93, Issue 4, p. 819-1100) tratta di un lavoro di José Bleger, del (1969) 1970, che è commentato da due riconosciuti psicoanalisti contemporanei: Haydée Faimberg e Jay Greenberg. Questa sezione della rivista mira a riportare sulla scena della riflessione della psicoanalisi contemporanea alcuni lavori e/o autori che, in qualche modo, possiamo arrivare a considerare dei classici della storia della psicoanalisi. José Bleger, psicoanalista argentino, nacque nel 1922 e morì molto giovane nel 1972. Nonostante questa prematura scomparsa presentò un lavoro, un pensiero, all’interno del fertile contesto della psicoanalisi rioplatense degli anni 50, 60 e 70, che lo ha reso creditore di un meritato riconoscimento.

La sezione inizia con il lavoro di Haydéè Faimberg, “Il pensiero dialettico di José Bleger”, continua con il lavoro di Bleger che si intitola “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”, e termina con il commentario che Jay Greenberg realizza su questo articolo. Noi opteremo per un altro ordine di esposizione perché pensiamo che sarà più chiaro per il lettore: inizieremo esponendo il testo di Bleger, dopo quello di Faimberg e sotto il commentario di Greenberg.

Nell’esporre il testo di Bleger cercheremo di definire, con i termini dello stesso Bleger, o con i nostri, alcune espressioni-concetti che Bleger trae da altre discipline e che, molto probabilmente, non risulteranno familiari al lettore contemporaneo.

Bleger: “Teoria e pratica in psicoanalisi. La prassi psicoanalitica”

Il proposito del testo è occuparsi di alcuni problemi relativi alla teoria e alla pratica della psicoanalisi, alle sue interrelazioni e alle sue contraddizioni.

Bleger parte dagli sviluppi epistemologici che evitano, già nel momento in cui scrive, l’ingenuo schema di supporre che i fatti “sono lì”, e che deduciamo le ipotesi-teorie dalla loro osservazione e studio. Questo problema epistemologico non riguarda solo la psicoanalisi ma tutte le discipline. Per Bleger la psicoanalisi approfondisce la crisi di questo schema nelle scienze.

Portato allo specifico psicoanalitico questo presuppone, secondo Bleger, che la teoria sviluppata ed esplicitata –la teoria ufficiale, quella che si formula pubblicamente e che guiderebbe la pratica della psicoanalisi- non sempre coincide con la teoria implicita nell’esercizio clinico medesimo, ovvero, nella pratica clinica. Nella psicoanalisi si dà questa divario tra la teoria esplicitata e la teoria implicita. Questo divario può, secondo Bleger, essere all’origine dei nuovi sviluppi teorici e pratici. In un libro pubblicato nel 1958, Bleger formulò una diagnosi di questa situazione che basava su una tripla divergenza:

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica –la ricostruzione della biografia del paziente- mentre la teoria implicita, ciò che si fa nella pratica, è fondamentalmente situazionale poiché il lavoro psicoanalitico si centra su ciò che accade nel transfert-controtransfert.

 

  1. La teoria esplicita è fondamentalmente dinamica –cioè, “che fa derivare i processi psichici da un intergioco di forze” (1958, p. 111)- mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica. Poi ci concentreremo su quest’ultimo concetto che è nodulare nel pensiero di Bleger. In questa enumerazione ci teniamo a precisare che il termine dinamica ha due usi abituali in psicoanalisi che, secondo Bleger, è necessario differenziare poiché generalmente si confondono e non si riferiscono allo stesso tipo di problema. Da un lato, Freud parla di dinamica per riferirsi allo sforzo teorico di far derivare i processi psichici dal gioco di forze che questo presuppone nella sua origine –questa è la concezione che Bleger fondamentalmente discuterà. Dall’altro lato, si suole usare il termine “dinamico/a” per segnalare, ci dice, “lo studio della comportamento nel suo sviluppo, nella sua evoluzione” (1958, p. 111-112).

 

  1. La “teoria esplicita” si organizza intorno alla logica formale mentre la “teoria implicita” nella pratica, che si esprime nel suo stesso esercizio, risponde alla logica dialettica.

Andiamo al primo punto. Delle serie complementari freudiane, sostiene Bleger, si è posta molta enfasi sulla seconda serie, ossia, sulla predisposizione per fissazione libidinale (articolazione di fattori costituzionali e vissuti infantili). La finalità terapeutica, di monitorare gli eventi infantili, cerca di modificare la disposizione superando le fissazioni e la compulsione alla ripetizione attraverso una rettificazione dell’esperienza. L’analogo freudiano è l’investigazione archeologica. Parallelamente, afferma Bleger, l’introduzione del concetto di transfert ed il lavoro sistematico sullo stesso ha portato a che si gerarchizzi nel lavoro la relazione interpersonale sulla situazione presente, ciò che non implica lo scartare il lavoro archeologico bensì che venga superato-incluso. Quest’ultima cosa ha portato a sottolineare le relazioni d’oggetto “sopra o almeno alla pari” delle tendenze istitntive. Bleger pensa che le relazioni oggettuali stanno cercando di colmare questo divario, questo vuoto, tra la teoria esplicita e la teoria implicita. In Freud, se non erano totalmente assenti le relazioni oggettuali, si enfatizzò maggiormente gli aspetti istintivi storico-genetici. Ricorderemo che per Bleger l’introduzione del concetto di transfert ha presupposto un “cambiamento radicale” poiché l’essere umano cessa di essere studiato come un “sistema chiuso” e passa ad esserlo come una relazione interpersonale nella quale il dialogo e la comunicazione umana sono posti in primo piano. Il transfert, ci diceva già nel 1958, non può essere più visto come un fenomeno “unipersonale” (Rikman) “ma come un campo attivo, originale e particolare, come quello che è ciascuno dei vincoli che si stabiliscono tra due o più persone in qualunque situazione [… e questo porta a che] il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958, p. 114).

Il punto due della diagnosi era la opposizoine tra dinamica e drammatica. La “drammatica” è definita in questo testo come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”, mentre la dinamica riduce la drammatica ai giochi di forze istintive che determinano gli avvenimenti umani. Per Bleger non si è percepito o considerato sufficientemente che la tecnica e la pratica psicoanalitica non fanno ricorso alla dinamica bensì che lavorano e operano totalmente nella drammatica.

Il concetto di drammatica proviene dall’opera di Georges Politzer, un pensatore unghero-francese che nel 1928 scrisse un libro intitolato “Critica dei fondamenti della psicologia”, nel quale sostiene ciò che chiama una Psicologia Concreta, ossia, una psicologia priva della zavorra del meccanicismo e dello spiritualismo, che questo autore ritiene abbiano dominato nel campo della psicologia in generale e anche nell’opera di Freud. Questo non impedisce che sostenga “il carattere rivoluzionario della psicoanalisi”, poiché apporta, grazie a un lavoro critico di lettura, “nuovi fondamenti” per la “costruzione della psicologia”. Per Bleger Politzer realizza uno stusio epistemologico della psicoanalisi che porta a ciò che denomina, ispirandosi probabilmente a Spinoza, una “riforma della comprensione” o, come dice Bleger, di ciò che oggi chiamiamo “modelli concettuali” (1958, p. 196). Bleger la definisce come la “critica più lucida e valente della psicologia e della psicoanalisi” (p. 197). Politzer intende, lo citiamo, che “Il dramma è originale […] Allora il dramma implica l’uomo preso nella sua totlaità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (1928, p. 250). E continua: “l’originalità stessa del fatto psicologico è data dall’esistenza medesima di un piano propriamente umano e della vita drammatica dell’individuo che si sviluppa” (p. 250). Ma è necessario chiarire che per Politzer il dramma, la sua originalità, risiede nel fatto che non è né “interno” e né “esterno”. Richiede un luogo e uno spazio per svilupparsi, ma non è lo spazio della vita fisiologica o biologica, bensì è “… il luogo della mia vita drammatica, e, inoltre, le azioni, i crimini e la pazzia hanno luogo in uno spazio…” (p. 251). “La psicoanalisi, sostiene Bleger, studia la vita umana nel suo senso umano. Questo è ciò che Politzer chiama Drammatica: termine che accettiamo totalmente per la sua esattezza e capacità descrittiva” (1958, p. 219). Bleger si era riferito, anteriormente, a Drammatica come cio “che è, in ultima istanza, la descrizione, comprensione e spiegazione del comportamento in funzione della vita del paziente, in funzione di tutto il suo comportmaento” (1958, p. 90). “Dramma e significato, sostiene Bleger, hanno il vantaggio e la particolarità che orientano e centrano la ricerca sugli esseri umani concreti; e per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958, p. 220).

Il terzo punto della diagnosi era l’opposizione tra laogica formale e logica dialettica. Per Bleger la drammatica del campo analitico si sviluppa ed è compresa a partire dal pensiero dialettico. Un pensiero dialettico non postula la lotta di opposti formali tradotti in entità [reificate, ossia, convertite in cose esistenti]. Ovvero, per Bleger, certe teorie dinamiche, che postulano una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sono i processi psichici, è il risultato dell’“abbandono di una certa drammatica, una trasposizione, una sostituzione del fatto o dell’accadere umano da parte di forze gestite come entità o cose, al posto dei fatti umani” (1958, p. 112). Questo presuppone attribuire il fenomeno a ciò che si manifesta nell’esperienza, un “doppio ontologico” (Sartre, in Bleger, 1958, p. 112), cioè, dargli uno statuto di cosa, di una entità del mondo naturale. Come afferma Bleger nel lavoro che commentiamo “molto probabilmente uno sviluppo teorico formulato dialetticamente rende inutile la contrapposizione tra, per esempio, fenomeni coscienti da un lato e inconsci dall’altro, tra il processo primario e quello secondario, tra approccio topografico, approccio dinamico ed economico, ecc.”.

Conclude Bleger che le tre contraddizioni che ha diagnosticato tra teoria e pratica potrebbero ridursi e comprendersi in forma unificata come “un riflesso della teoria dell’alienazione che porta sempre implicita una de-dialettizzazione della drammatica, dell’essere umano come totalità”. Chiariamo un po’ questa sintesi estrema che Bleger formula in questo testo programmatico. Bleger intende per alienazione il fenomeno che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958, p. 152). Perché l’alienazione presuppone la de-dialettizzazione della drammatica? Perché frammenta ciò che dovrebbe essere articolato, disperde ciò che dovrebbe essere integrato, e perché “le relazioni umane si sovvertono in modo da diventare rapporti di cose nelle quali si ‘cristallizzano’ questi rapporti, e alle quali gli esseri umani sono subordinati come potenze straniere; le relazioni umane si reificano, perdono la qualità di comunicazione diretta e piena. Nella misura in cui l’uomo si ‘reifica’ (si trasforma da essere umano in cosa perché si esteriorizzano le sue qualità umane, si svuota, si impoverisce, si trasforma in un ‘altro’) in quella stessa misura gli oggetti si animano, acquistano proprietà umane e sono dotati di un potere che sfugge al controllo degli uomini…” (1958, p. 148). La teoria si costruì, secondo Bleger, rispecchiando la struttura stessa dell’alienazione e della de-dialettizzazione propria del processo nevrotico: una disarticolazione dell’accadere della drammatica umana in elementi dissociati e, come conseguenza, la paralisi del processo dialettico, ciò che psicoanaliticamente si chiama dissociazioni, secondo Bleger.

Quindi Bleger tratta il punto epistemologico della sua diagnosi generale. Oppone l’approccio naturalista a quello fenomenologico. Secondo il primo, i fatti-fenomeni che studia lo scienziato, trasformati in cose, sono alieni al soggetto che li studia. Al contrario, l’approccio fenomenologico studia i fenomeni così come sono percepiti e sperimentati tanto dal soggetto che li studia come dal soggetto studiato. Secondo Bleger in Freud sono convissuti ambedue questi approcci in contraddizione. Il punto di vista dinamico presuppone un approccio naturalista poiché spiega l’essere umano con entità totalmente aliene a che le studia e a che è studiato. Per Bleger, la conoscenza dei fenomeni trasferali e controtrasferali, così come la configurazione del campo che presuppone la situazione analitica, dovrebbero avere rettificato la teoria medesima. Questa è una delle idee centrali della riformulazione blegeriana. Oppone, pertanto, una comprensione unipersonale-dinamica della situazione analitica ad una comprensione bipersonale o relazionale (sic) che ha come campo i fenomeni trasferali e controtrasferali. O sia che, da un lato, vede una teoria impulsivista, unipersonale e anoggettuale e, dall’altro, una teoria che enfatizza le relazioni oggettuali e che è bipersonale.

Afferma Bleger: “Il processo di alienazione e de-dialettizzazione che concepisco come soggiacente e comune denominatore delle contraddizioni che sto segnalando tra teoria e pratica…”, è presente nel carattere elementarista e non gestaltico della teoria psicoanalitica – e lo equipara con il processo stesso della nevrosi. Il processo di alienazione è, per lui, un processo di de-totalizzazione (separare in elementi, elementarismo). L’idea di de-totalizzazione è un altro modo di parlare della de-dialettizzazione. L’idea di totalità o configurazione dinamica (usando dinamica nel senso del movimento) presuppone che la modifica di uno degli elementi altera la struttura totale del campo di cui si tratta poiché tutti i suoi elementi sono interdipendenti. Porta, come esempio di questo, la sessione analitica, alla quale dedica un lavoro (1958, p. 107). Lì sostiene, per illustrare quest’idea di totalità nel campo clinico, che paziente e analista “formano una Gestalt nella quale niente è occasionale e ciò che succede nei due è condizionato da ciò che succede tra i due e dalla totalità della Gestalt in un momento dato” (p. 116-117)

Sostiene che nell’opera di Melanie Klein vediamo inoltre coabitare l’approccio naturalista-impulsivista con un intento di comprensione in termini di relazioni oggettuali e di gestalt.

Quindi, prende l’assunto della sessualità e dell’aggressività per illustrare la necessità di un movimento di “de-totalizzazione” della teoria così com’è. O sia, non prendere un aspetto parziale e far dipendere da quello la totalità di ciò che accade psichicamente. Per Bleger l’errore sta nell’aver preso ambedue i parametri come elementi privilegiati che strutturano la totalità dei fenomeni “quando dobbiamo capire che tanto l’aggressività quanto la sessualità sono fenomeni inclusi in una totalità”. La visione attuale, secondo Bleger, intenderà la sessualità, per esempio, come una delle vicissitudini di una Gestalt “nella quale privilegiamo le ansietà psicotiche”. Tanto le erpversioni quanto gli altri comportamenti sessuali non devono essere compresi come fenomeni originari bensì come difese e anche, sostiene, come restituzioni psicotiche.

Termina questa parte affermando che la sua diagnosi pretende essere un inventario di problemi e non una critica. La totalità della prassi psicoanalitica, come tutte le prassi, è un processo pieno di contraddizioni e divergenze. Chiariamo che Bleger usa il termine prassi per riferirsi al “processo del conoscere, nel quale coincidono pensiero e azione, la teoria e la pratica, e nel quale si ha un superamento dell’antitesi tra –come diceva Hegel- ‘la unilateralità della soggettività e la unilateralità dell’oggettività’” (1958, p. 111).

Conclude il lavoro con il punto istituzionale, con il come si insegna e si apprende psicoanalisi nelle associazioni. Se comprende che l’istituzionalizzazione è necessaria pensa che anche in questo campo si dà una contraddizione tra gli obiettivi primari di queste istituzioni e alcuni dei suoi risultati. Se l’obiettivo primario della stessa è diffondere, insegnare ed approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica, pensa che questo obiettivo abbia sofferto uno spostamento e che la preservazione dell’istituzione, la necessità della continuazione dell’organizzazione come tale rimpiazzi l’obiettivo primario. Questo porta i membri delle istituzioni a pervenire ad accordi, espliciti o impliciti, su ciò che si intende per psicoanalisi, come la si pratica e la si insegna, ecc., ciò che porta a privilegiare quello che non è pericoloso per l’istituzione. Questa enfasi entra in contraddizione, secondo Bleger, con quella caratteristica, che mette sempre e necessariamente in questione lo stabilito, che presuppone ogni ricerca. L’istituzione comincia a limitare la ricerca o riduce la libertà a quegli aspetti che non toccano gli assiomi accordati. Si ha, nelle istituzioni, un incremento molto grande della formalizzazione che sfocia in burocrazia. Così, afferma Bleger, “… l’organizzazione psicoanalitica nel suo complesso soffre da lungo tempo quel processo di ortodossia, di resistenza al cambiamento, di ricerca di un maggior consolidamento interno promuovendo i cambiamenti verso il fuori”.

 

Haydée Faimberg: Il pensiero dialettico di José Bleger

Haydée Faimberg ritiene che Bleger combini due caratteristiche che non si ritrovano frequentemente in psicoanalisi: essere un pensatore creativo e, allo stesso tempo, rigoroso nelle sue ricerche. Commenta che sebbene l’autore sia poco conosciuto dai lettori di lingua inglese, questa lacuna presto sarà riparata con la traduzione e la pubblicazione, già in corso, di uno dei testi centrali di questo autore: “Simbiosi e ambiguità” (Bleger, 1967). Pensa che Bleger può essere considerato un autore classico nella misura in cui la sua opera è generatrice di nuove idee nel lettore attuale. L’obiettivo del suo lavoro, sostiene, è sottolineare il pensiero creativo e dialettico di Bleger. Ci mette in guardia contro i rischi di ciò che intende come “anacronismo nella lettura”, ossia, attribuire alle idee che Bleger trasmise nel suo tempo un significato che appartiene ai lettori contemporanei. Tuttavia segnala che, per i suoi interlocutori, Bleger anticipò assunti che non hanno potuto essere sviluppati.

Parte dalla lettura del testo di Bleger pubblicato in questo numero. Mette in evidenza prima, per mezzo di una citazione del testo, la critica epistemologica che Bleger realizza rispetto a certe concezioni ingenue che pensano che i fatti “sono qui” e che bisogna solamente osservarli, studiarli e dedurre ipotesi (teorie) a partire da quelli. Faimberg si concentra solamente su come questo influisce sui fenomeni psicoanalitici. Seguendo Bleger, sostiene che tutta la ricerca deve partire dall’esperienza analitica attuale e che tutta la pratica è implicitamente supportata da una teoria. Partendo da questo punto epistemologico, a Bleger interessa il concetto di “praxis”, che allude a problemi vincolati alla complessa relazione tra teoria e tecnica psicoanalitica e anche alle istituzioni psicoanalitiche. Come dice Bleger: “…la totalità della psicoanalisi, la totalità che costituisce e configura la sua prassi è, necessariamente, come tutta la prassi, un processo pieno di divergenze e contraddizioni…”, divergenze e contraddizioni che è necesario non smentire e né ignorare poiché ciò andrebbe a detrimento di una ricerca effettiva. L’esplorazione di queste contraddizioni è al centro del pensiero dialettico di Bleger. Ciò distingue il suo lavoro tra la teoria esplicita di uno psicoanalista e la sua teoria implicita, quella che realmente utilizza nell’esperienza clinica. Haydée Faimberg qui ci ricorda, in una nota, che è stata una dei pionieri nel riattivare, a partire dal 1993 e fino al 2001, in seno della Federazione Europea di Psicoanalisi, gruppi di discussione clinica con uno spirito che è in debito con il pensiero di Bleger e che consiste nell’esplorare il ruolo fondamentale del dialogo nel pensare ciò che non sapevamo di stare pensando. “Così ho sviluppato un metodo per i gruppi di discussione di materiale clinico, nel 2002, conosciuto come ‘l’ascolto dell’ascolto’” (p. 93). Tanto Faimberg che, dopo, Greenberg ricorderanno che fu Joseph Sandler ad introdurre nel mondo anglosassone, nel 1983, la distinzione tra teporie esplicite e teorie implicite.

Bleger oppone, nel suo testo, l’approccio naturalista e quello fenomenologico nel problema epistemologico di cosa è l’oggettività nella scienza. Sosterrà anche, nel testo, che il progetto scientifico di Freud è basato sul modello naturalista. In una nuova nota, questa volta una comunicazione personale di Bleger a Faimberg, commenterà che nel marzo 1972 Bleger progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive, motivo che le impone di omettere ciò che Bleger scrisse sui concetti di Freud in questo e altri suoi scritti.

Quindi riprende il cocetto di ‘campo analitico’, che introdusse Enrique Pichon-Riviére e che fu sviluppato da un insieme di discepoli e, essendo Bleger il più vicino – fa anche una menzione a M. e W. Baranger.

In opposizione all’approccio dinamico Bleger introduce il concetto di ‘dramma’, che definisce come “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di eventi che si riferiscono alla stessa vita degli esseri umani considerata come tale”. Bleger segnala, partendo da questo concetto, la divergenza tra il modo di teorizzazione che suppone l’approccio dinamico e la teoria implicita dell’esperienza analitica; sostiene che la psicoanalisi non si è fatta carico, nel paino della rettificazione teorica, delle conseguenze dei fenomeni di transfert e controtransfert e della configurazione del campo analitico.

Dopo questa introduzione, Faimberg situa ciò che chiama “la posizione nucleare” del pensiero di Bleger, che indica che l’esperienza clinica, centrata sulla drammatica, si sviluppa in un processo dialettico. Bleger, citato dall’autrice, sostiene che la disarticolazione del processo o della distribuzione del dramma umano in elementi dissociati paralizza il processo dialettico e presuppone l’alienazione e la de-dialettizzazione dello stesso. Bleger cercherà di studiare questo fenomeno di de-dialettizzazione. Faimberg qui cita il testo di Bleger “Simbiosi e ambiguità” (1967), riproduco la citazione:

“Dover ammettere, così come si fa, l’esistenza dell’identificazione proiettiva-introiettiva per tutti i casi, esige il presupposto che ciascun soggetto sia un ‘sistema chiuso’ e che si comunichi attraverso vari canali con altri esseri umani, mentre l’ammettere la partecipazione come fenomeno originario implica l’ipotesi che l’essere umano cominci o parta da un’organizzazione come ‘sistema aperto’ e che, gradualmente, si vada individualizzando e personificando” (p. 189).

Faimberg riferisce il concetto di sistema aperto al pensiero di Loewald, al suo testo “Io e realtà” (1951) che, per essa, propone un approccio dialettico simile.

A partire dagli anni 60 Bleger sviluppa l’idea che il mondo fusionale originario del paziente, che denomina “nucleo agglutinato”, è stato scisso. Su questa idea Bleger propone un nuovo concetto (una nuova posizione): la posizione ghlischro-carica, il cui sostrato è il nucleo agglutinato, posizione che precederebbe la posizione schizo-paranoide.

Poi l’autrice passa a commentare l’idea della dialettica dell’inquadramento secondo Bleger, portando come referenza il suo testo “Psicoanalisi dell’inquadramento psicoanalitico”, tradotto precedentemente nell’IJP. Questo testo parte dall’idea della ritualizzazione dell’inquadramento come sintomo della pratica psicoanalitica e come resistenza al cambiamento. Il problema che si pone è il seguente: com’è possibile mantenere l’inquadramento analitico, necessario per lo sviluppo del processo, e allo steso tempo, superare la sua ritualizzazione? Faimberg cita la tesi centrale di Bleger con le sue parole: “In realtà ci sono due inquadramenti”, uno, quello che lo psicoanalista propone, mantiene ed il paziente accetta, e, due, “un inquadramento del mondo di fantasia sul quale il paziente proietta”. “La cornice è l’implicito da cui dipende l’esplicito”. L’inquadramento è muto fino a che, in qualche momento dell’analisi, comincia a parlare. Questo riconoscimento dei due inquadramenti con una differenza tra essi permette all’analizzando, secondo Faimberg, di riconoscere l’alterità dell’analista. È un momento di interpretazione.

Faimberg espone brevemente un materiale clinico che Bleger lavora nell’articolo citato. Sostiene che la sua ipotesi è che sia in questa interpretazione, per mezzo della quale l’alterità dell’analista è riconosciuta, che si sviluppa il “superamento” (aufhebung). Chiarisce che, secondo lei, riconoscere l’alterità dell’analista non significa riconoscere la persona reale dell’analista. Il riconoscimento ha due facce: da un lato, la funzione analitica che sostiene il transfert e, dall’altro, l’analista come altro differenziato dal paziente. Secondo questa autrice, la sua posizione è in linea con Loewald e Bleger, nella misura in cui intende che il transfert non è solamente ripetizione ma anche creazione. Questo superamento per mezzo dell’interpretazione, conclude, è possibile dall’analisi “in silenzio” che l’analista fa della sua posizione controtransferale.

 

Commento di Jay Greenberg

Greenberg definisce il testo un manifesto più che un argomento. Anticipa, secondo lui, molte delle controversie più importanti che hanno preoccupato gli analisti da quando l’articolo fu pubblicato. Porta il segno, nel suo sviluppo, della visione che caratterizza la psicoanalisi del Rio de la Plata (rioplatense), secondo l’autore.

Greenberg cerca di guardare, da un lato, il testo di Bleger nel suo contesto storico, ossia, come parte di un gruppo di pensatori che abitano quelle latitudini, il Rio de la Plata; dall’altro latostabilisce similitudini e differenze con movimenti di apertura propri degli Stati Uniti d’America, poiché pensa che anche lì si posero alcuni problemi simili.

Il suo commento affronta esplicitamente tre assunti:

1) qual è il linguaggio proprio del discorso psicoanalitico e le implicazioni per la comprensione della situazione analitica;

2) il ruolo del controtransfert e la sua relazione con l’epistemologia psicoanalitica;

3) alcune riflessioni sulla sessualità ed il suo ruolo etiologico.

Nel primo punto riprende la differnza che realizza Bleger tra la teoria/linguaggio formale della psicoanalisi e la teoria dialettica/drammatica della stessa. La prima si caratterizza per la sua concezione dinamica della mente, la sua comprensione dell’individuo come un’entità isolata, in generale, per una comprensione della mente come un sistema chiuso; la seconda, per una comprensione drammatica e dialettica che apre la teoria formale e personalizza ciò che viene sollevato da quest’ultima nei termini meccanicisti della metapsicologia.

Oltre a evidenziare altri autori rioplatensi, come i Baranger, che sviluppavano assunti paralleli a quelli che Bleger sintetizza in questo lavoro, Greenberg segnala come negli USA, all’inziio della decade dei ’70, anche figure come Merton Gill, George Klein o Roy Schafer discutevano se il linguaggio della metapsicologia freudiana fosse il più idoneo per dar conto della clinica psicoanalitica. Schafer pubblicò, nel 1976, un libor il cui titolo è: “Un nuovo linguaggio in psicoanalisi”, libro che discuteva in forma radicale la concezione energetica e metapsicologica freudiana ma che, a dire di Greenberg, non usciva dal quadro unipersonale. Perciò l’autore segnala, allo stesso tempo, che questa similitudine nella discussione è un’originalità propria della psicoanalisi rioplatense: costituiva il movimento da una psicologia di un persona verso, come dice Bleger nel testo, una psicologia di due persone. Ricordiamo che Bleger porta come referenza centrale di questo movimento al bi-personale la necessità che la teoria si costriusca ome una riflessione intorno alla situazione clinica intesa come un campo transferale-controtransferale.

Mentre i dissidenti americani avevano come sottofondo la Psicologia dell’Io, gli psicoanalisti rioplatensi avevano come tradizione dominante il pensiero della Klein e, molte volte, di Fairbairn.

Per Bleger il cambiamento di linguaggio della psicoanalisi è intimamente vincolato ad una realtà fondamentale: la situazione analitica è una gestalt irriducibile e qualsiasi tentativo di teorizzare un elemento isolato presuppone un violentare il fenomeno. Bleger si fa eco, in questo senso –sostiene Greenberg- tanto delle idee di Pichon-Riviére quanto di Racker.

Nel secondo punto, Greenberg affronta la questione del controtransfert. La compresione di Bleger della situazione analitica come una totalità presuppone delle modifiche nella sua comprensione. In questo senso Bleger si colloca sulla scia della singolarità della riformulazione del controtransfert che, negli anni 50, si realizza nel Rio de la Plata e che differisce in aspetti importanti tanto da questo stesso giro in Inghilterra quanto, certo, dalla concezione freudiana classica che rimaneva dominante in altre parti del mondo psicoanalitico. Domande sul fatto se il controtransfert sia o no fonte di informazione (dati) rlevante per la situazione clinica, se può essere strumentalizzata o no, ecc., sono alcune delle questioni intorno alle quali ruotavano questi dibattiti. La svolta degli anni 50 presuppone il considerare che il controtransfert era onnipresente e non patologico: non poteva più essere escluso da ciò che accadeva tra i partecipanti ad un trattamento. Eppure, come vedremo in seguito, ci sono stati diversi modi di comprenderlo.

Greenberg sostiene che il termine controtransfet sia, nel suo nucleo, un ossimoro: “… perché il primo elemento del termine –contro- implica che è reattivo, stimolato da qualcosa di fuori che impatta nel soggetto dell’esperienza. Però il secondo elemento ha una connotazione differente: ci ricorda che il controtransfert è, dopo tutto, un tipo di transfert e che, classicamente definito, è proprio la componente dell’esperienza che emerge in maniera endogena, che modella l’esperienza del soggetto del mondo degli oggeti più che esserne influenzata” (p. 1010). Dunque il controtransfert evoca simultaneamente una strutturazione attiva del mondo dell’oggetto e la nostra reattività allo stesso.

Il problema che si pose dopo della svolta degli anni 50 fu come interpretare e lavorare con questo concetto. C’erano, schematicamente, due grandi correnti che Greenberg mette in relazione ai significati in conflitto nel termine stesso che viene posto. Da un lato, coloro che enfatizzano la prima parte, il “contro” del termine, e vedono nel paziente l’unico agente attivo del processo: l’analista sperimenta certe cose però queste esperienze riflettono il modo in cui il paizente ha agito su di lui. Paula Heimann parla del controtransfert come “creazione del paziente… parte della personalità del paziente” (1950, p. 83). Il concetto di identificazione proiettiva è il perno concettuale di questo tipo di comprensione. Questo modo di comprendere il controtransfert, afferma Greenberg, preserva l’essenziale del modello unipersonale della mente. Dall’altro lato ci sono quelli che hanno dato la priorità alla contraddizione stessa che il termine solleva dialettizzandola, ciò che conduce questo concetto in un luogo molto diverso. Sono gli autori della psicoanalisi rioplatense, nella linea di Pichon-Riviére e Racker. Il pensiero dialettico articola le relazioni di oggetto, interne ed esterne, creando una nuova Gestalt –che definisce le relazioni tra le persone. Essere coscienti diq eusta Gestalt rende impossibile sostenere e supporre –sostiene Greenberg- che l’analista sia solamente recettivo o solamente attivo. Anche Racker, sebbene non usi il concetto di gestalt, è sulla stessa linea. Esempio di quest’ultimo è la sua idea del “mito della situazione analitica” (1957, p. 308). Per lui la situazione analitica è co-creata in modo tale che è difficile –se non impossibile- attribuire l’attività e/o la passività. Greenberg sostiene che possiamo vedere anche nel concetto di “terzo analitico” di Thomas Ogden un parallelo attuale di questi pensieri.

Successivamente passa alla distinzione che Bleger fa tra versioni naturaliste o fenomenologiche del processo analitico. L’approccio fenomenologico ha implicazioni importanti nel suo modo di osservre e teirzzare il processo che accade nell’inquadramento psicoanalitico.

Greenberg conclude questo paragrafo sostenendo che: “Sebbene non utilizzo questo termine, la drammatica di Bleger e la sua visione della situazione analitica come una gestalt o campo prefigurano, molti anni prima, le teorie contemporanee dell’enactment (messa in scena). La sua visione (condivisa da molti nel Rio della Plata) rimane controversa oggi; l’enactment è onnipresente e continua lungo tutto l’incontro analitico” (p. 1013).

Nel terzo punto affronta il dibattito sulla sessualità e la causalità. Bleger, molto presto (1958) avanzò una serie di critiche rilevanti al concetto di istinto. Per lui Freud arriva al concetto di istinto perché portò le forze che agiscono al di fuori del contesto dei processi psicologici e del loro interazoine. Questo isolamento ha portato a considerarle alle spalle del comportamento. Non si deve pensare gli istinti al di fuori delle situazioni interpersonali nelle quali appaiono: “… ciò che appare come pulsione, sostiene Greenber, è una proprietà emergente dei contesti interpersonali”. In questo senso, argomenta, la posizione di Bleger è più radicae della revisione nordamericana: “lui cerca di fare di più che liberare la teoria pulsionale dalla sua impalcatura impersonale e meccanicista. Piuttosto, la sua intenzione è liberarsi tanto da essa quanto da un primo movimento endogeno, invertendo la conoscenza ricevuta della direzione della causalità psicologica. Le pulsioni non creano le situazioni, argomenta; le situazioni creano le pulsioni” (p. 1014).

Riprendendo il tema della sessualità e dell’aggressività, Greenberg sostiene che Bleger discute il suo privilegio motivazionale. Comprendere tanto la sessualità quanto l’aggresività dalla loro inclusione nella totalità, come sostiene Bleger nel suo lavoro, riformula il loro statuto. La visione di Bleger, sostiene l’autore, risuona con le critiche di Fairbairn o Kohut. Ma, continua, il punto di arrivo di Bleger è diverso: per lui la sessualità è una delle vicissitudini della gestalt nella quale Bleger dà priorità alle angosce psicotiche.

Ciò che è notevole di questo lavoro, conclude Greenberg, è sia che i suoi temi sono universali quanto, d’altra parte, che siano propri di quella particolare e creativa comunità rioplatense dalla quale emergono.

 

Commento personale

In primo luogo vorremmo segnalare l’importanza che ha, a nostro modo di vedere, la rilettura degli psicoanalisti creativi di diverse latitudini che ci offre questa sezione dell’IJP. Siamo convinti del fatto che la conoscenza della storia concettuale e situazionale della psicoanalisi aiuti a far sì che la problematizzazione dei suoi concetti abbia oggi consistenza e ricchezza. Inoltre troviamo molto soddisfacente, soprattutto, il recupero di pensatori del Rio della Plata che svilupparono un pensiero originale e personale grazie alle libertà che, tra le altre cose, permette l’abitare nelle periferie dei centri di potere.

Il lavoro di Bleger, come sergnala Greenberg, è più un manifesto che un argomento. La sua brevità forze ciò che Freud denoiminava la “esposizione dogmatica” delle sue idee (1940). Ma incontriamo questi argomenti già in un suo libro del 1958 così come nell’insieme della sua opera. Intento ambizioso, quest’ultima, come segnala Ricardo Bernardi (2009), poiché dirige le sue energie e inquietudini verso aree molto differenti: la psicoanalisi, l’ambito istituzionale così come la sua partecipazione attiva nelle questioni sociali e nelle politiche nazionali o di indole identitaria (vedasi le sue parecipazioni al Congresso Ebraico Mondiale o le sue riflessioni sulla situazione in Medio Oriente). Bleger era un uomo che affrontava le sfide, che affrontava gli stereotipi –sociali, istituzionali e del pensiero (come mostra in questo lavoro)- e solamente una morte prematura –aveva solo 50 anni- gli impedì un maggiore sviluppo.

Il lavoro che ci impegna e i commenti di questi psicoanalisti di spicco ne è una chiara manifestazione: il clinico, il teorico, l’istituzionale e l’espistemologico si articolano in ciò che definerei un “linguaggio dell’epoca” che oggi, forse, è poco indicativo per alcuni lettori. Il mio utilizzo dell’espressione “linguaggio dell’epoca” non ha niente di peggiorativo, al contrario. Penso che articoli questioni che oggi hanno un grande valore sebbene la terminologia in uso sia diversa.

Metterei in evidenza solo alcune questioni che questi lavori mi hanno suscitato, centrandomi fondamentalmente sui commenti al lavoro di José Bleger.

In primo luogo vorrei segnalare che tanto Faimberg come Greenberg evidenziano l’opposizione che fa Bleger tra “teorie esplicite” e “teorie implicite” in psicoanalisi. Ambedue, in nota, accennano al testo di Sandler del 1983 nel quale si utilizza questa opposizione. Tuttavia credo interessante chiarire che gli usi che ne fanno l’uno e l’altro, Bleger e Sandler, hanno delle differenze. Già solamente richiamare l’attenzione su questo fatto ha un effetto di ampliamento di prospettiva e di discussione che è interessante in se stesso.

Sandler propone l’uso più comune che oggi ha questa differenza. Tutti sappiamo che nella comunità analitica convivono differnti forme di comprendere tanto il funzionamento psichico quanto la situazione clinica; ma Sandler va più in là di questa costatazione: afferma che gli psicoanalisti, in forma inconscia, assumono determinati modi di stare nella clinica, di lavorare, che sono organizzati da teorie implicite o private e che molte volte, anche se non intenzionalmente, non le esponiamo perché non considerate abbastanza “kosher”, come dice Sandler, cioè, “pure”, che non si accordano a quella teoria ufficiale, esplicita e pubblica che un detemrinato individuo o gruppo sostiene. Così, afferma Sandler, “Ho la ferma convinzione che la ricerca delle teorie implicite o private degli psicoanalisti clinici apra una grande nuova porta nella ricerca psicoanalitica” (1983, p. 38).

Da parte sua, l’opposizione che rileva Bleger ha un altro fine poiché si rivolge, credo di capire, ad una certa universalità che deriverebbe dalla stessa pratica della psicoanalisi. Per Bleger, la clinica psicoanalitica mette in evdenza, come lui sostiene, il carattere bipersonale o relazionale di detta pratica, la sua essenza drammatica, e questo va al di là, per come lo capisco io, delle teorie implicite che ciascun analista può avere nel portare avanti un trattamento. Ci sarebbe un “implicito” della pratica psicoanalitica stessa che veniva negato, disconosciuto, nelle formulazioni teoriche di ciò che lì stava accadendo. Questa tesi è totalmente coerente con le critiche di Bleger alle diverse mitologie (1958, 1973) che molte volte accompgnano le teorizzazioni. Ricordiamo la tripla mitologia che non cessava di denunciare: il mito dell’uomo naturale, dell’uomo isolato o dell’uomo astratto.

In secondo luogo mi è sembrato interessante come ambedue gli autori, in modi differenti, mettono in relazione il lavoro di Bleger con psicoanalisti che hanno sviluppato il proprio pensiero in ambito americano. Faimberg suggerisce un’articolazione, che trovo molto affascinante, tra il pensiero di Bleger e quello di Hans Loewald, in relazione all’opposizione tra sistema chiuso e sistema aperto. Bleger sostiene, nella citazione estratta da Faimberg, che è necessario partire dall’idea di “partecipazione” nel mondo come fenomeno originario, ossia, che l’essere umano inizia come parte di un “sistema aperto” che si personalizza gradualmente. Da parte sua, Loewald, dall’inizio dei suoi lavori (1949), richiamò l’attenzionesulla necesità di intendere il narcisisimo primario come uno stato di indifferenziazione tra il bambino ed il suo mondo che, progressivamente, si va differenziando. La sua successiva idea di “densità primaria” cercherà di dare conto dell’origine della relazione d’oggetto discriminata a partire da questo “sincretismo” primario, per usare l’espressione di Bleger. Certo, ci sono stati molti altri autori che affrontarono questi problemi in sintonia con queste formulazioni: Winnicott o Balint, solo per citarne alcuni. Continuo a pensare che il segno più chiaro in Bleger sia il pensiero di Fairbairn, considerato oggi come il più rigoroso e raffinato rappresentante di una teoria delle relazioni oggettuali non istintivista. Nella sua opera incontriamo anche l’opposizione tra sistema aperto e chiuso (quello della nevrosi, secondo lui), che gli permette di partire da un concetto di “identificazione primaria” [inteso] come indifferenziazione soggetto-oggetto, che Bleger usa nel suo libro “Simbiosi e ambiguità”. Non possiamo non segnalare, tuttavia, l’influenza di M. Malher nell’opera blegeriana, soprattutto della sua idea di “simbiosi”, discutendo poi Bleger l’idea di “autismo primario” di questa autrice. Questo insieme di riferimenti permisero a Bleger, probabilmente, di uscire da ciò che lui riteneva fossero i “sistemi chiusi” del kleinismo della sua epoca.

Da parte sua, Greenberg, ci consente di scrutare gli sforzi che negli Stati Uniti si facevano, nello stesso periodo, per far fuoriuscire la psicoanalisi dall’“istintivismo”, dall’astrazionismo (metapsicologia) o dall’isolamento unipersonalista. Gli esempi più rilevanti sono la Psicoanalisi interpersonale (ricordiamo che negli anni 70 erano già stati pubblicati da qualche tempo autori come Edgar Levenson o Benjamin Wolstein), Georges Klein o Roy Schafer –solo per citare i più rilevanti.

In terzo luogo vorrei insistere nel riferimento a Racker che ha fatto Greenberg. Allude al concetto di “mito della situazione analitica” che pone nei sui “Studi di tecnica psicoanalitica” (Liberman A., 2007). Questo “mito” che la comunità analitica sosteneva, secondo Racker, per differenti ragioni vincolate all’esercizio del potere e a quello nevrotico, è articolato, a sua volta, con l’altra serie di “miti” che Bleger sviluppò.

Per mito intendiamo, qui, una credenza o un sistema di credenze che, come Freud disse in relazione al feticismo, è basato sulla negazione e sulla scissione. Questa mitologia include tanto “ideali irreali infantili”, ossia la difficoltà ad accettare di “essere bambini e nevrotici pur essendo adulti e analisti” (Racker, p. 228), come un certo ideale “ossessivo” di oggettività, ironizza Racker, inteso come esclusione della soggettività, che traduce il “mito dell’analista ‘senza angoscia e senza rabbia’”; per ultimo –per non citare che un altro mito ricorrente- quello che M. Little denominò il “mito dell’analista impersonale” (1950).

Vediamo come Racker definisce il mito della situazione analitica:

“Se si vuole considerare il “mito della situazione analitica”, si potrebbe iniziare deicendo che l’analisi è una questione tra un malato e un sano. La realtà è che è una questione tra due personalità il cui Io viene pressato dall’Es, dal Super Io e dal mondo esterno, ciascuno con le proprie dipendenze interne e esterne, angoscie e difese patologiche, ciascuno, altresì, un bambino con i propri genitori interni, e rispondendo, tutta questa personalità tanto dell’analizzato come dell’analista, a ciascuno degli accadimenti della situazione analitica” (p. 230-231).

Racker riprende, in una nota a pié di pagina, un altro fattore presente sul disconoscimento di questa situazione: i residui dell’ordine patriarcale che agiscono in un certo modo per costruire lo spazio analitico. Tuttavia, lo smontaggio o la decostruzione di questo ordine non comporta, necessariamente, la confusione tra mutualità e simmetria. Qualche anno fa L. Aron (1996) sviluppò ampliamente questo assunto e sostenne la necessità di differenziare ambedue i concetti. Mentre la mutualità, in termini di impatto e regolazione reciproca, è parte inerente della situazione analitica, anche l’asimmetria o “dissimmetria” –come la chiamano i Baranger- in termini funzionali lo è. Tornando alla definizione di Racker, abbiamo definito in precedenza che ciò che è negata, nel mito della situazione analitica, è la dimensione interattiva e bipersonale che le è propria. Questa negazione è stata una delle caratteristiche più salienti della storia della psicoanalisi (Mitchell, 1997). Riconoscendo l’inevitabilità di questa dimensione e, pertanto, la reciproca influenza nel processo analitico, permette che, come sostiene Mitchell, “… ne maneggiamo l’effetto in modo più responsabile quando riflettiamo su di esso, apertamente, dentro noi stessi e, in momenti molto importanti, con i pazienti (2000, la traduzione è mia).

In quarto luogo vorrei segnalare un aspetto dei progetti istituzionali di Bleger: la costituzione di un istituto di insegnamento per coloro che, per diverse ragioni, non vogliono o non possono fare la propria formazione nell’Istituto di Psicoanalisi dell’Associazione Psicoanalitica Argentina (allora si ammettevano solamente medici, e non gli psicologi). Insieme ad altri quattro psicoanalisti (Jorge Canestri, Cecilia Millonschik, Emilce Dio Bleichmar e Hugo Bleichmar) si decise di creare una scuola di formazione psicoanalitica. Il progetto avanzò, si delinearono i criteri fondamentali dell’insegnamento da sviluppare, si elesse un nome per la scuola (“Dianoia”, in greco: “ragione discorsiva”, che è l’acquisizione della conoscenza per mezzo della ragione rispetto a presunte consocenze acquisite in forma intuitiva e immediata). Si raggiunse anche la fase in cui era pronta la pubblicità per annunciare la scuola ma il progetto si fermò a quel punto a causa di problemi di rapporto istituzionale con l’Associazione Psicoanalitica Argentina. (Comunicazione personale di Hugo Bleichmar a Ariel Lieberman).

Infine, vorrei concentrarmi sugli stili e le forme che hanno avuto i commenti del testo. Presentiamo, prima, questi due rinomati psicoanalisti per coloro che non li consocono. Jay Greenberg è un’analista di formazione (didatta) e supervisore del William Alanson White Institute. Questo istituto fu la culla della psicoanalisi interpersonale dalla quale sono nati molti dei più influenti psicoanalisti relazionali contemporanei (vedasi Stephen A. Mitchell, amico personale e co-autore di Greenberg nel 1983. Da parte sua Haydée Faimberg è un’analista di formazione e supervisore della Società Psicoanalitica di Parigi, appartenente all’IPA. La sua formazione analitica inizia a Buenos Aires, ciò che lascerà un’impronta e un’interazione permanente nella sua opera, e, successivamente, si sviluppa a Parigi negli ultimi decenni.

Nel lavoro di Greenberg abbiamo una lettura molto attuale del pensiero di Bleger. Sensibile agli sviluppi del pensiero relazionale, vede nella sua opera un illustre antenato poco conosciuto negli ambienti di lingua inglese. Il testo è chiaro, dà priorità al contesto storico del pensiero di Bleger –probabilmente molto più accessibile a lui per l’impatto che ha avuto, al tempo, il libro di Racker negli USA- soprattutto sui mezzi di comunicazione interpersonale- e per le recenti traduzioni che l’IJP e altri stanno facendo dei testi dei Baranger. Il suo paragone con gli sviluppi americani ci sembrano interessanti e, anche, la capacità di cogliere l’originalità del pensiero rioplatense. Probabilmente molto di questo stile, oltre ad essere una qualità di scrittura, risponde ad una maggior distanza personale dal pensiero di Bleger, se si considera il testo.

Da parte sua il testo di è pieno di ciò che vorrei chiamare “lisci” o “ambivalenze”, sicuramente dovute ad una lunga storia di controversie, esterne o interne, con l’opera di José Bleger (come probabilmente le mie con il suo pensiero). Nonostante sia un testo che risalta alcune caratteristiche senza dubbio centrali del pensiero di Bleger, l’impressione del lettore –la mia, in ogni caso- è che ha molto da discutere con lui ma che, in questo testo, mette in sordina l’argomento poiché non è il luogo ideale per discuterlo o che la brevità dell’esposizione non le permette di toccare questo o quel tema. Ho rivisto, nella mia lettura di questo breve testo, sette argomenti di questo tipo che impediscono un possibile sviluppo in luoghi che, a mio avviso, risultavano significativi in quanto erano i temi più polemici o più rivelatori di una posizione critica di Faimberg verso il pensiero di Bleger. Ne segnalerei uno che mi è risultato particolarmente curioso: a p. 984 riferisce che Bleger afferma che il progetto di Freud è soggetto e inscritto dentro un modello naturalista ma segnala anche che c’è un altro Freud in contraddizione con questo approccio. In una nota Faimberg ci racconta, come comunicazione personale, che nel marzo 1972, Bleger “progettava di realizzare un seminario per tornare a leggere Freud da altre prospettive”. Questa è la ragione, suggerisce l’autrice, per la quale ometterà ciò che Bleger scrive in questo e altri lavori sui concetti di Freud. Credo che questa nota mi colpì per varie ragioni: da un lato, perché non riesco a capire il fatto di non discutere un tema perché si pensa che l’autore in questione avrebbe detto che avrebbe realizzato un seminario, ecc. Bleger, di fatto, nella sua opera scritta, ha detto molto, ha dibattuto molto e salvato molto del pensiero di Freud, e difficilmente penso che ci incontreremmo con un Freud che, e questa è la mia impressione fondamentale, fosse più in sintonia con Faimberg o che gli permetta di accordarsi maggiormente con la lettura che fece Bleger. D’altro lato, mi ha colpito come trascuri la forte discussione della metapsicologia freudiana che realizza Bleger.

 

Penso che Bleger sia più vicino a Laplanche quando quest’ultimo sosteneva che l’opera di Freud è piena di contraddizioni, come l’opera di tutti i grandi pensatori, che ci sono vari Freud e che, sulla base di un lavoro rigoroso sulla sua opera, si dovrebbero fare “elezioni” [“scelte”], queste ultime, senza dubbio e inevitabilmente, aggiungo, a seconda dei nostri interessi e problemi attuali. In questo senso penso che ubicare un autore nel suo contesto storico di produzione non ci impedisce di incontrare risonanze, chiavi di lettura e aperture per il nostro pensiero attuale.

 

Bibliografía

Aron, L. (1996). A Meeting Of Minds. Hillsdale, Nj: Analytic Press.

Bernardi, R. (2006), “El itinerario de José Bleger: caminos abiertos”. Jornada de Homenaje al Dr. José Bleger, 17-18 de Noviembre, Buenos Aires, Facultad de Psicología de la Universidad de Buenos Aires (UBA).

Bleger J. (1958). Psicoanálisis y Dialéctica Materialista. Buenos Aires. Paidós.

Bleger J. (1967). Simbiosis y ambigüedad. Estudio Psicoanalítico. (4ª ed.) Buenos Aires: Paidós.

Bleger J. (1969). Teoría y práctica en psicoanálisis. La praxis psicoanalítica.Revista Uruguaya de Psicoanálisis, XI, 287-303. También publicado en: Revista de Psicoanálisis, 2003, LX, 4, 1191-1104.

Bleger J. (1973). La Asociación Psicoanalítica Argentina, el psicoanálisis y los psicoanalistas. Revista de Psicoanálisis, XXX, 515-528.

Greenberg, J. And Mitchell, S.A. (1983). Object Relations In Psychoanalytic Theory. Cambridge, Ma/London: Harvard Univ.Press

Klein, G. S. (1970). ¿Dos teorías o una? Perspectiva para el cambio en la teoría psicoanalítica. Revista de Psicoanálisis, XXVII, 553-594.

Levenson, E. (1972) The Fallacy of Understanding, New York, Basic Books.

Liberman, A. (2007) Algunas contribuciones de H. Racker y M. y W. Baranger a la tradición del Psicoanálisis Relacional, CeiR, Vol 1 (2), diciembre

Loewald, H (1949-51) Ego and Reality, en The Essential Loewald, 2000, Maryland, University Publishing Group,.

Mitchell, S. A. (1997). Influence And Autonomy In Psychoanalysis.Hillsdale, Nj:Analytic Press

Politzer, G. (1928) Critique des Fondements de la Psychologie, Paris, PUF (edición de 1967).

Racker, H. (1960). Estudios Sobre Técnica Psicoanalítica. Buenos Aires : Paidós.

Sandler, J. (1983). Reflections on some relations between psychoanalytic concepts and psychoanalytic practice. Int.J.Psychoanal., 64, 35-45.

 

(pubblicato nella rivista n° 043 di “aperturas psicoanaliticas” – revista intenracional de psicoànalisis, www.aperturas.org. Il titolo originale dell’articolo è “El pensamiento dialectico de José Bleger” e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di Lorenzo Sartini)

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Presentato il Bilancio Sociale Aggregato Unindustria Rimini 2014, Target Sinergie per il secondo anno aderisce al panel di imprese

Con il Bilancio Sociale Aggregato, le aziende partecipanti, associate a Unindustria Rimini, vogliono informare in modo trasparente tutti gli associati, le istituzioni e l'opinione pubblica sulla propria mission, sui valori nei quali credono e sulle attività coerenti con le attese degli attori sociali del territorio. Per questo Target Sinergie ha rinnovato la sua convinta adesione a questo strumento di trasparenza e comunicazione della Responsabilità sociale d'impresa. E' infatti questo il secondo anno di partecipazione allo strumento varato da Unindustria Rimini, che è stato presentato all'incontro del 3 dicembre, "Internazionalizzare per crescere", che ha chiuso il ciclo delle celebrazioni per il settantesimo di Unindustria Rimini.

L'incontro è stato scandito dagli interventi di Paolo Maggioli, presidente Confindustria Romagna e Pres. Unindustria Rimini, Andrea Gnassi sindaco e presidente Provincia di Rimini, Sido Bonfatti presidente Carim, Patrizio Bianchi assessore Scuola, Formazione Professionale, Università e Ricerca, Lavoro – Regione Emilia Romagna, Licia Mattioli presidente Comitato tecnico per l’internazionalizzazione e gli investitori esteri di Confindustria, Paola Giuri Professoressa e Responsabile dell’Unità organizzativa del Dipartimento di Scienze Aziendali Università di Bologna – Campus di Rimini.

Al Bilancio Sociale Aggregato del 2015 (elaborato su dati riferiti al 2014) hanno partecipato 29 aziende che contano 7.660 dipendenti e 2.200 milioni di fatturato. Il Valore Aggiunto globale netto 2014 supera i 572 milioni di euro. La remunerazione del personale: nel 2014 è stata di oltre 376 milioni di euro. La remunerazione della P.A., che non è altro che le tasse pagate rileva che le imprese hanno versato all’erario oltre 73 milioni di euro. Un dato che evidentemente sfata l’opinione che le imprese, specialmente quelle grandi, non paghino le tasse.

Analizzando il numero dei lavoratori, l’84% dei dipendenti risulta assunto con contratto a tempo indeterminato (di cui il 94% a full-time). Persiste da parte delle imprese aderenti al progetto la volontà di investire: nelle proprie persone: in formazione e sicurezza, con impegno crescente rispetto al 2013, in ricerca e sviluppo; nello sviluppo dell’internazionalizzazione e dell’innovazione; nel mantenimento – e in diversi casi nel rinnovo – degli impianti, delle attrezzature e della tecnologia nel rispetto di precise politiche ambientali.
Durante l'incontro, Unindustria ha presentato la ricerca “Internazionalizzare per crescere” realizzata dall'Università di Bologna-Campus di Rimini sui dati delle indagini export-internazionalizzazione elaborate da Unindustria Rimini nel tempo grazie al contributo di Banca Carim, rileva che le imprese campione impegnate in attività di import ed export, sono passate da 69 nel 2005 a 169 nel 2015. Le aziende esportatrici sono cresciute da 63 a 151 e quelle importatrici da 41 a 116.

Il 14% delle imprese esporta in modo persistente in tutto il periodo analizzato, mostrando anche un aumento dell’intensità delle esportazioni ed una vocazione marcatamente internazionale. Soprattutto le più piccole, rappresentano esportatori occasionali o che si affacciano per la prima volta sui mercati internazionali. Le imprese più piccole tendono ad esportare in pochi paesi, anche a causa dell’elevato rischio ed investimento associato a nuovi processi di internazionalizzazione.
Il numero di imprese che esporta in pochi paesi (da 1 a 5) è piuttosto elevato ed aumenta nel tempo in particolar modo nel 2014 e 2015, passando da meno di 50 imprese fino al 2010 a oltre 90 imprese nel 2015.

Le aziende stanno allargando L’ORIZZONTE GEOGRAFICO delle esportazioni aprendosi verso i principali Paesi emergenti, anche se distanti geograficamente e culturalmente. Restano preponderanti le esportazioni in Europa occidentale e dell’Est (in particolare Germania, Francia e Spagna - rispetto al 2005 Germania e Francia si scambiano la prima posizione). Seguono Asia, Stati Uniti e Russia. Rispetto al 2005 nelle prime dieci posizioni nel 2015 entrano Belgio, Cina, Olanda ed Emirati Arabi.

GLI OSTACOLI maggiormente percepiti (tra il 50%-60% del campione negli anni) restano l'individuazione di partner stranieri. Seguono, per una quota importante di imprese che nel 2014 arriva al 42%, la complessità delle operazioni legali, burocratiche ed amministrative. Fra gli ostacoli finanziari e di supporto l’inadeguatezza delle risorse finanziarie e l’assicurazione al credito all’export rappresentano barriere ritenute rilevanti soprattutto nel periodo 2010-2014 da oltre il 25% delle imprese.

Fondamentale l'importanza dell'esperienza sul campo, del fare sistema: dai risultati sulla percezione degli ostacoli e la necessità dei servizi ritenuti prioritari dalle imprese si può ritenere che le aziende abbiano acquisito esperienza nei processi di internazionalizzazione, e allo stesso tempo che il lavoro fatto da istituzioni ed associazioni territoriali come Unindustria Rimini, abbiano fornito servizi sempre più utili ed efficaci per l’apertura ai mercati internazionali delle imprese del territorio.

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