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Presentato il Bilancio Sociale Aggregato Unindustria Rimini 2014, Target Sinergie per il secondo anno aderisce al panel di imprese

Con il Bilancio Sociale Aggregato, le aziende partecipanti, associate a Unindustria Rimini, vogliono informare in modo trasparente tutti gli associati, le istituzioni e l’opinione pubblica sulla propria mission, sui valori nei quali credono e sulle attività coerenti con le attese degli attori sociali del territorio. Per questo Target Sinergie ha rinnovato la sua convinta adesione a questo strumento di trasparenza e comunicazione della Responsabilità sociale d’impresa. E’ infatti questo il secondo anno di partecipazione allo strumento varato da Unindustria Rimini, che è stato presentato all’incontro del 3 dicembre, “Internazionalizzare per crescere”, che ha chiuso il ciclo delle celebrazioni per il settantesimo di Unindustria Rimini.

L’incontro è stato scandito dagli inetrventi di Paolo Maggioli, presidente Confindustria Romagna e Pres. Unindustria Rimini, Andrea Gnassi sindaco e presidente Provincia di Rimini, Sido Bonfatti presidente Carim, Patrizio Bianchi assessore Scuola, Formazione Professionale, Università e Ricerca, Lavoro – Regione Emilia Romagna, Licia Mattioli presidente Comitato tecnico per l’internazionalizzazione e gli investitori esteri di Confindustria, Paola Giuri Professoressa e Responsabile dell’Unità organizzativa del Dipartimento di Scienze Aziendali Università di Bologna – Campus di Rimini.
Al Bilancio Sociale Aggregato del 2015 (elaborato su dati riferiti al 2014) hanno partecipato 29 aziende che contano 7.660 dipendenti e 2.200 milioni di fatturato. Il Valore Aggiunto globale netto 2014 supera i 572 milioni di euro. La remunerazione del personale: nel 2014 è stata di oltre 376 milioni di euro. La remunerazione della P.A., che non è altro che le tasse pagate rileva che le imprese hanno versato all’erario oltre 73 milioni di euro. Un dato che evidentemente sfata l’opinione che le imprese, specialmente quelle grandi, non paghino le tasse.
Analizzando il numero dei lavoratori, l’84% dei dipendenti risulta assunto con contratto a tempo indeterminato (di cui il 94% a full-time). Persiste da parte delle imprese aderenti al progetto la volontà di investire: nelle proprie persone: in formazione e sicurezza, con impegno crescente rispetto al 2013, in ricerca e sviluppo; nello sviluppo dell’internazionalizzazione e dell’innovazione; nel mantenimento – e in diversi casi nel rinnovo – degli impianti, delle attrezzature e della tecnologia nel rispetto di precise politiche ambientali.
Durante l’incontro, Unindustria ha presentato la ricerca “Internazionalizzare per crescere” realizzata dall’Università di Bologna-Campus di Rimini sui dati delle indagini export-internazionalizzazione elaborate da Unindustria Rimini nel tempo grazie al contributo di Banca Carim, rileva che le imprese campione impegnate in attività di import ed export, sono passate da 69 nel 2005 a 169 nel 2015. Le aziende esportatrici sono cresciute da 63 a 151 e quelle importatrici da 41 a 116.
Il 14% delle imprese esporta in modo persistente in tutto il periodo analizzato, mostrando anche un aumento dell’intensità delle esportazioni ed una vocazione marcatamente internazionale. Soprattutto le più piccole, rappresentano esportatori occasionali o che si affacciano per la prima volta sui mercati internazionali. Le imprese più piccole tendono ad esportare in pochi paesi, anche a causa dell’elevato rischio ed investimento associato a nuovi processi di internazionalizzazione.
Il numero di imprese che esporta in pochi paesi (da 1 a 5) è piuttosto elevato ed aumenta nel tempo in particolar modo nel 2014 e 2015, passando da meno di 50 imprese fino al 2010 a oltre 90 imprese nel 2015.
Le aziende stanno allargando L’ORIZZONTE GEOGRAFICO delle esportazioni aprendosi verso i principali Paesi emergenti, anche se distanti geograficamente e culturalmente. Restano preponderanti le esportazioni in Europa occidentale e dell’Est (in particolare Germania, Francia e Spagna – rispetto al 2005 Germania e Francia si scambiano la prima posizione). Seguono Asia, Stati Uniti e Russia. Rispetto al 2005 nelle prime dieci posizioni nel 2015 entrano Belgio, Cina, Olanda ed Emirati Arabi.
GLI OSTACOLI maggiormente percepiti (tra il 50%-60% del campione negli anni) restano l’individuazione di partner stranieri. Seguono, per una quota importante di imprese che nel 2014 arriva al 42%, la complessità delle operazioni legali, burocratiche ed amministrative. Fra gli ostacoli finanziari e di supporto l’inadeguatezza delle risorse finanziarie e l’assicurazione al credito all’export rappresentano barriere ritenute rilevanti soprattutto nel periodo 2010-2014 da oltre il 25% delle imprese.
Fondamentale l’importanza dell’esperienza sul campo, del fare sistema: dai risultati sulla percezione degli ostacoli e la necessità dei servizi ritenuti prioritari dalle imprese si può ritenere che le aziende abbiano acquisito esperienza nei processi di internazionalizzazione, e allo stesso tempo che il lavoro fatto da istituzioni ed associazioni territoriali come Unindustria Rimini, abbiano fornito servizi sempre più utili ed efficaci per l’apertura ai mercati internazionali delle imprese del territorio.

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I nuovi volti del CSR: intervista a Simone Vezzali, Presidente In Opera

Su Csr news, la newsletter del Consorzio Sociale Romagnolo, è stata pubblicata l'intervista a Simone Vezzali, presidente della cooperativa sociale In Opera, nonché direttore del personale del gruppo Target Sinergie.

Simone Vezzali, presidente della cooperativa In Opera dal 2011: dopo oltre un anno dell’insediamento del nuovo CdA del CSR, può raccontare quali sono le sue sensazioni rispetto al lavoro che viene svolto dal CSR e sull’importanza del suo ruolo?

In quest’ultimo anno è cambiata la configurazione del CSR, sicuramente grazie al fatto che c’è stato un ricambio generazionale nel CdA, un passaggio che ha generato la necessità di creare una direzione operativa più strutturata e più dinamica. Questo cambiamento è stato un bene perché ci ha permesso di supportare adeguatamente la trasformazione del CSR da ambito territoriale riminese all’Area Vasta Romagnola. Il dinamismo della direzione ha permesso di superare le difficoltà che potevano derivare dalla poca conoscenza delle nuove realtà aggregate.

Ora il CSR con l’ingresso delle nuove cooperative del ravennate e del forlivese si è ampliato decisamente, assumendo i contorni di consorzio di Area Vasta: cosa ne pensa di questo allargamento?

Il CSR è una grande opportunità, che è nata dall’aver colto una necessità: un soggetto di area vasta per competere nelle gare del sociale. Era Romagnolo di nome, ora lo è anche di fatto, e ha avuto un suo primo battesimo sul terreno di bandi di ampio respiro. Se ci fermiamo però a questo solo ambito, rischiamo di perdere la vera opportunità che è la creazione di un soggetto davvero portatore di contenuti sociali di portata molto più complessa, che travalicano i confini ristretti ai quali siamo abituati come singole cooperative. Come fare a sfruttare la nostra opportunità ed essere portatori di nuovi contenuti? Di sicuro continuando il lavoro dei gruppi tematici – commerciale pubblico e privato, comunicazione, inserimenti lavorativi – aggirando il rischio di non portarli avanti con la dovuta continuità. Faccio un po’ di autocritica, su questo. Ma sono conscio che avere tante forze fresche e punti di vista nuovi possono darci nuova linfa e contenuti da elaborare: non possiamo perdere le nuove opportunità che ci donano i colleghi romagnoli appena entrati.

Quali sono le sfide più importanti che secondo lei il CSR ha davanti a se’?

Per la sua esistenza il CSR ha bisogno di affrontare il mercato sempre di più con professionalità. E’ quello che ci chiedono i nostri clienti sia pubblici sia privati. Ma occorre farlo senza “far fuori” la nostra identità sociale. Questo significa che occorre investire in ambito formativo, progettuale, comunicativo.

Su cosa sta lavorando oggi In Opera?

Stiamo lavorando a un allargamento della base sociale, che significa però anche un maggior coinvolgimento dei soci. E registriamo anche un andamento molto altalenante dell’occupazione. Territorialmente abbiamo cambiato il nostro target di lavori, i luoghi dove avevamo concentrate le commesse. Ora grazie a collaborazioni che abbiamo costruito, i nostri cantieri sono situati dall’Abruzzo alla Lombardia, un cambiamento che ci ha portati a un diverso e più duttile approccio organizzativo, oltre ad averci aperto a diverse esigenze sociali.

Qualche numero della cooperativa: quanti operatori e quanti diversamente abili?

Al primo dicembre 2015 dovremmo raggiungere i 100 lavoratori, di cui 47 appartenenti a categorie protette, il che ci porta a sfiorare il 50% di occupazione sociale. Sull’ampliamento a nuovi soci non posso essere preciso perché il processo è in corso, ma stiamo parlando di un aumento davvero significativo.

Tra i servizi della cooperativa, ne è nato qualcuno di nuovo particolarmente importante o diverso rispetto al passato che la qualifica in maniera interessante?

Abbiamo accresciuto notevolmente il nostro impegno rispetto alla gestione di servizi di tipo Cuptel sanitario, con partner incontrati sul nostro cammino con i quali abbiamo partecipato a gare di grande respiro. Questo ci ha permesso di partecipare a occasioni che prima non ci sognavamo nemmeno di guardare.

Come immagina il futuro della sua cooperativa?

Sempre più qualificata nella gestione dei servizi, ma sarebbe una prospettiva affascinante sviluppare nuovi progetti in ambito produttivo, penso alle occasioni legate alla natura o alla produzione agricola.

Adesso che il CSR è di area vasta, cosa cambia per in Opera?

Si aggiungono nuovi auspici: che le collaborazioni che abbiamo intrapreso possano diventare proficue anche con i nuovi soci del Consorzio Sociale Romagnolo.

simone_vezzali_direttore_hr_target_sinergie.jpg Dicono di noi Notizie
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Natale in casa Target Sinergie è festa in 5 regioni con tutti i dipendenti

Debutta a Oristano il Natale con i circa 800 dipendenti Target Sinergie (in tutta Italia) per scambiarsi gli auguri e i doni in allegria, anche quest'anno attraverso appuntamenti nelle città principali dove l'azienda riminese ha dei cantieri di logistica. Si comincia con la Sardegna, oggi alle 19,30 e domani alle 11,30, all'agriturismo Archelao (S.P. Fenosu Tiria - Podere 80, Loc. San Quirico), a Oristano, con i dipendenti impiegati presso la Marr e il pastificio Cellino. Poi si passa in Toscana, con la festa di domenica 13 dicembre alle 10,30, presso il Novotel in via Tevere 23, a Sesto Fiorentino, dove arriveranno i nostri collaboratori impiegati nelle strutture della GDO toscana, quelli impiegati nella sede Marr di Bologna e le operatrici impiegate presso l'Ausl di Siena.

I dipendenti della sede centrale di Rimini e dei cantieri abruzzesi e romagnoli si daranno appuntamento sabato 12 dicembre alle ore 19 al Circolo Parrocchiale Spadarolo Vergiano (via Marecchiese 293), Rimini, mentre in Campania l'appuntamento è mercoledì 16 dicembre alle ore 14, alla Country House (Via D’Annunzio 42) di Carinaro, dove festeggeranno i nostri collaboratori impiegati presso la Comifar, azienda di grande distribuzione farmaceutica. In Lombardia invece è in preparazione l'appuntamento natalizio: pochi dettagli da sistemare e presto comunicheremo luogo e data per i nostri collaboratori meneghini.

In attesa di vederci di persona, buon Natale e buone Feste.

invito_natale_dipendenti_15.jpg Notizie
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Natale in casa Target Sinergie è festa in 5 regioni con tutti i dipendenti

Debutta a Oristano il Natale con i circa 800 dipendenti Target Sinergie (in tutta Italia) per scambiarsi gli auguri e i doni in allegria, anche quest’anno attraverso appuntamenti nelle città principali dove l’azienda riminese ha dei cantieri di logistica. Si comincia con la Sardegna, oggi alle 19,30 e domani alle 11,30, all’agriturismo Archelao (S.P. Fenosu Tiria – Podere 80, Loc. San Quirico), a Oristano, con i dipendenti impiegati presso la Marr e il pastificio Cellino. Poi si passa in Toscana, con la festa di domenica 13 dicembre alle 10,30, presso il Novotel in via Tevere 23, a Sesto Fiorentino, dove arriveranno i nostri collaboratori impiegati nelle strutture della GDO toscana, quelli impiegati nella sede Marr di Bologna e le operatrici impiegate presso l’Ausl di Siena.

I dipendenti della sede centrale di Rimini e dei cantieri abruzzesi e romagnoli si daranno appuntamento sabato 12 dicembre alle ore 19 al Circolo Parrocchiale Spadarolo Vergiano (via Marecchiese 293), Rimini, mentre in Campania l’appuntamento è mercoledì 16 dicembre alle ore 14, alla Country House (Via D’Annunzio 42) di Carinaro, dove festeggeranno i nostri collaboratori impiegati presso la Comifar, azienda di grande distribuzione farmaceutica. In Lombardia invece è in preparazione l’appuntamento natalizio: pochi dettagli da sistemare e presto comunicheremo luogo e data per i nostri collaboratori meneghini.

In attesa di vederci di persona, buon Natale e buone Feste.

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Responsabilità civili e penali degli amministratori: studio Grassi Benaglia Moretti protagonista del convegno gratuito Legacoop Romagna

Il dott. Giovanni Benaglia e l’avv. Davide Grassi parteciperanno, in qualità di relatori, al convegno dal titolo “Responsabilità civili e penali degli amministratori e del collegio sindacale in caso di fallimento o crisi aziendale”. Il convegno, organizzato da Legacoop Romagna, Rete servizi Romagna, Federcoop, Coopservizi e Contabilcoop, si terrà il giorno 20 novembre 2015 dalle ore 15 alle 19 presso la sala ROMOLO BIANCHI, in via Caduti di Marzabotto 40 a Rimini. L’obiettivo è quello di fornire agli amministratori delle cooperative e delle società in genere gli strumenti per capire le responsabilità personali a cui vanno incontro quotidianamente.

La realtà economica di questi anni ci ha messo sotto gli occhi il fatto che le società e le cooperative falliscono sempre più spesso”, spiega Giovannni. Benaglia “Le conseguenze per gli amministratori sono identiche sia che si tratti di multinazionali o di piccole società a conduzione familiare. Anche se si è in buona fede, non tutti sono consapevoli delle responsabilità patrimoniali e penali a cui si va incontro”.

Il dottor Benaglia relazionerà sulla disciplina della responsabilità civile di amministratori e sindaci revisori mentre l’avvocato Grassi sui reati fallimentari quali bancarotta semplice, documentale e fraudolenta. Gli altri relatori del corso saranno il dott. Luca Grossi, commercialista riminese, che relazionerà sulla disciplina della responsabilità degli amministratori e del collegio sindacale per le società che adottano il modello ex D. Lgs 231/01 e il dott. Massimo Albore, notaio a Rimini, che interverrà illustrando la disciplina dei trust e dei fondi patrimoniali.

Il convegno è gratuito ed è aperto a tutti.

Notizie ImpreseOggi
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Lettera a Pichon Riviére

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Sab, 07/11/2015 - 11:25

di Alejandro Scherzer

I) Il mio vincolo con il Grande Maestro: E. Pichon Rivière.

Alla fine del 2006, Ana M. Pampliega ha avuto la cortesia di invitarmi al tributo realizzato dalla 1° Scuola di Psicologia Sociale della Repubblica Argentina e la A. P. S. R. A. (Associazione degli Psicologi Sociali della Reppublica Argentina) in occasione della commemorazione, nel giugno 2007, dei 100 anni di Pichon Rivière.
Si celebravano anche i 50 anni della Psicologia Sociale Argentina e i 40 anni della fondazione della Scuola. Di fronte a questo onore, accettai subito.
Inoltre, ci chiese, anche ad altri colleghi, un breve contributo da divulgare prima dell’evento per pubblicarlo sul sito web della Scuola.
In quell’occasione, ho voluto far conoscere un aspetto del mio rapporto con il Grande Maestro: da un sogno con Pichon Rivière.
Quello che leggete in seguito, è stato inviato come risposta alla richiesta fatta.

Per: caballeroandanteEPR@orillasdelplata.com
C.C: a pag. Web Omaggio a Pichon Rivière
Oggetto: dall’altra parte del fiume (Rivière).

Stimato Pichon Rivière, caro Maestro:
È con grande emozione che mi metto in contatto con Lei dopo più di trent’anni.
Grazie alla sensibilità di Ana Quiroga e di Joaquín P. R., ho avuto il Suo nuovo indirizzo di posta elettronica e so, per certo, che solo pochissime persone lo conoscono.
Sono quell’uruguaiano che, nel 1975, lasciò a casa Sua i miei primi scritti che mi legano alla Psicologia Sociale che Lei fondò –insieme ad altri “hidalgos” che l’hanno seguita, ispirati nelle “Strategie Terapeutiche” e nell’ “Approccio Pluridimensionale”.
Racconto spesso il lapsus che ho avuto quando abbiamo parlato al telefono alcuni giorni dopo. Volevo sapere il parere che meritavano i miei lavori e, volendo dire che ero uno grandemente dedito alle sue idee, ho detto che ero ““un gran adicto” (tossicomane) delle sue idee”. Sono stato molto preoccupato per un po’ di tempo, per questo lapsus, pensando come avrebbe Lei preso quelle parole. Più tardi ho capito che era stata la cosa migliore che Lei avrebbe potuto sentire da un giovane uruguaiano appena laureato in Psicologia Sociale, dalla Sua Scuola e dall’altra parte del fiume.

Avendo il privilegio di conoscere la Sua posta elettronica, invio questa mail per congratularmi con Lei con tutto me stesso, per questi anniversari così importanti: Il Suo e quello della Sua Scuola. E colgo l’occasione per raccontarLe che ho provato, insieme ad altri, a portare avanti, con una certa originalità, le Sue idee, nel mio paese. È stato da quando Bauleo, un precursore, un altro Grande Maestro, nel 1967 – sempre 40 anni fa-, arrivò a questa riva del “Plata”. Abbiamo un altro compleanno da festeggiare come può vedere. So che, pur essendo così impegnato a scrivere nuovi argomenti ed essendo un viaggiatore itinerante del mondo, vorrei presentarLe alcuni dei miei contributi. Così come continuo a pensarli, come cerco di risolverli alla luce della pratica. Sempre dalla pratica. Pichon, il Suo pensiero è vivo. A Montevideo noi diciamo: “Vivo e vegeto”. Non so se lei sa che, in uno degli omaggi che la Scuola Le organizzò, nel 2000, presentai un lavoro intitolato “Il pensiero vivo di EPR”, in un tavolo indimenticabile insieme a: Ana Quiroga, Fidel Moccio, Marcos Berstein, Alberto González.

ALEJANDRO SCHERZER

“Il pensiero di EPR, per noi, è un punto di riferimento…” dicevo all’inizio del lavoro, e ho sviluppato quello che per me è stato il suo maggior contributo nel campo della pratica clinica e gruppale: il concetto di EMERGENTE. E ho spiegato anche il perché. Non sono il suo ripetitore, neanche la suo eco. Mi sento un sostenitore e contribuisco allo Schema Aperto Pichoniano. Porto e apporto.
Tento di coniugare il suo pensiero, base della nostra pratica sociale in questo tempo. Coniugare, giocare con, estrarre il succo, per creare, per produrre strumenti, materie prime, per la pratica psicosociale. Con il peso degli anni, oso dirLe che la vedo come un “baqueano” nel mondo, un esperto nello sfidare le correnti avverse quando si è sulla barca.
Io mi vedo come un rabdomante nella mia terra, passo dopo passo, colpendo i due pezzi di legno -come fanno loro- per vedere in quale punto del terreno bisogna scavare per trovare, con alta probabilità, una sorgente d’acqua sotterranea. Come potrà vedere, quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive.
Pichon –mi piace come soprannome rispettoso- preferisco non racchiudere la Psicologia Sociale definendola “Psicologia Sociale Pichoniana”, perché così finiremmo soltanto per ripetere le sue idee iniziali –geniali a quei tempi- ma rimanendo impantanati nel passato. Ancora di meno, ridurla a una Psicologia degli ambiti o a una Psicologia di gruppi operativi.
Preferisco chiamarla “Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana. La Psicologia Sociale Operativa (come altri preferiscono)”. Mi interessa sottolineare di più la radice anziché l’origine.

Pichon, il suo pensiero vivo è emancipazione. Decentra il soggetto dall’individualismo attraverso il gruppo. Collettivizza, rende coscienti, punta alla liberazione delle condizioni concrete quotidiane dell’esistenza. È in movimento! Non è più quello di prima, stava cambiando. Si è evoluto, è quello di adesso. Come molti dei suoi compatrioti dicono: “lui ci ha (E) arricchiti, (E) arricchendoci…”. È qui in giro, viene, sta con noi, dentro di noi, ci accompagna, ci sostiene.
Sa una cosa, aggiungerei –se qualcun’altro non l’ha fatto prima- che lei continua ad essere parte di ognuno di noi che ci siamo ispirati in quella fonte inesauribile e illimitata: “Enrique essendo noi…”

Senza false modestie, credo che ho imparato da lei a sviluppare un certo pensiero connettivo complementare, e ad aprirlo. Nelle mie produzioni c’è qualcosa di questo.
Voglio raccontarle qualcosa di incredibile che mi è capitato nel 2003.
Ho sognato con Lei.
Il sogno era così: lei era in piedi sul ciglio della porta di casa mia, un edificio di appartamenti, Vidal 715. Vestito con un gilet scuro, camicia bianca con maniche lunghe, pantaloni scuri, capelli bianchi, barba anche sul mento e baffi bianchi. Era alto e snello. Sorrideva e diceva alla gente che stava arrivando a una conferenza che io tenevo a casa mia: “Avanti… passate, passate…” E gli consegnava con la mano sinistra una sorta di programma sulle attività, mentre salutava stringendogli la mano destra. Era ancora presto, e c’erano poche persone nella sala. In quel momento, sono arrivate due Psicologhe amiche e discepole mie, che erano state detenute durante la dittatura in Uruguay, per la loro militanza politica. Pichon, lei era molto simile, fisicamente, a un ex Decano di Architettura della nostra Università della Repubblica che arrivò ad essere Presidente dell’Assemblea Generale del Claustro, massimo organo dell’Università del co-governo universitario.
Lì, in piedi, irradiava un’energia imponente, trasmetteva una vibrazione “molto speciale”, tale come quella che ho sentito quando la vidi per la prima volta entrando alla Scuola, salutando tutti quelli che si incontravano sul proprio cammino.
Questo è stato il sogno.

Queste Psicologhe mi raccontarono, una volta libere, nella democrazia, che quando erano detenute nel penitenziario femminile, ricordavano molto il loro gruppo di appartenenza della formazione in Psicologia Sociale, e quello gli dava speranza. Loro hanno lavorato clandestinamente, insieme ad altre detenute, con il gruppo operativo, sui compiti della convivenza all’interno del carcere. Né più né meno. Hanno trasgredito le regole del carcere, coordinando in maniera operativa il loro Gruppo!.. è come il momento della verità degli strumenti appresi!!!

Ho fatto tantissime interpretazioni personali, con diversi episodi della mia storia, a causa delle mie associazioni che ora sono irrilevanti. Ma è stato soltanto un sogno? O lei è passato a casa mia? Per abilitarmi con quel: “passate, passate”, dandomi un passaggio, passandomela, come nel calcio? O per incoraggiarmi con quel: “avanti”?
Abilitazione che, alla base di questo incontro, questa volta a casa mia, assumo, per concretizzare diversi cambiamenti nella mia vita. Un altro giro di spirale nella mia produzione e nella mia identità personale, dopo essermi ritirato dai miei incarichi come Professore universitario.
E quella figura donchisciottesca? Come Le sembra quel nobile cavaliere, alto, esile, che assunse un ruolo storico nella lotta contro l’ingiustizia sociale, con le sue utopie, che forse alcuni hanno associato, anni indietro, a un Don Chisciotte contro i mulini a vento! Una persona di grande statura intellettuale, artistica, letteraria, estetica, alternata con un umile “apriporta” di un’attività estranea.

Mi stava forse ricambiando la breve visita che, accompagnando Bauleo, Le abbiamo fatto nella sua abitazione tanti anni fa? Se non ricordo male, stava aspettando Zito Lema per continuare alcune conversazioni. Col passar degli anni, sono riuscito a migliorare quella dipendenza, che mi generava grandi emozioni, ma che limitava la mia capacità di scelta. Oggi posso dire che sono arrivato allo stato di addetto. Così, sono più libero di scegliere di essere un sostenitore – formare parte – di questa linea di pensiero e di azione.
Nell’allegato Le invio alcuni abbozzi su contributi, convergenze e divergenze.
Sono titoli.
Forse, a partire d’ora, già veterani ambedue, potremo incontrarci presto, per uno scambio proficuo e permanente.
Attendo una pronta risposta, Le auguro il meglio nei suoi meritati omaggi e nelle sue produzioni.
Un profondo ringraziamento a Lei, ai miei maestri, alla vita.
Un abbraccione e al prossimo giro di spirale (molto dialettico), Alejandro Scherzer.

(Diciembre de 2006).

alescher@adinet.com.uy
Teléfono: (005982) 27107378.

II) Dopo questa e-mail a Pichon Rivière, ho inviato tre copie:

Alla Scuola di Psicologia Sociale, ad Ana Quiroga e a Joaquín Pichon Rivière, (figlio di Pichon, Psicologo Sociale e Presidente di A.P.S.R.A.: Associazione di Psicologi in Psicologia Sociale della Repubblica Argentina). Mi hanno ringraziato molto emozionati per il testo che hanno pubblicato nella web.
Alcuni giorni dopo, Joaquín P. R. si è messo in contatto con me dicendomi che non gli avevo inviato l’allegato di cui parlo nella mail a Pichon.
La sua richiesta mi ha fatto sorridere perché tale allegato non esisteva, era una licenza della scrittura. Ridiamo tutti i due ogni volta che lo racconto.
Però Joaquín aveva ragione. Ero in debito con E. P. R. a cui avevo promesso quel documento.
Così, come promesso un paio di anni fa a E. P. R., gliel’ho inviato e oggi lo pubblico qui.

A)   CONTINUITÁ PICHON  RIVIERE, OGGI B)   IN DIBATTITO  C)   SVILUPPI E APPORTI L’adattamento attivo alla realtà.  Il Gruppo come struttura.  Una Psicologia Sociale di Origine e Radice Pichoniana.  Il passaggio della Psicanalisi alla Psicologia Sociale.  La denominazione: pre-compito (concordiamo con i fenomeni che descrive, non con la denominazione). Preferiamo: “proto-compito”. Proponiamo il titolo del pre-compito. L’imparare a pensare.  La denominazione di gruppo interno.  L’approccio Psicosociale. La dialettica del mondo interno – mondo esterno. La relazione gruppo interno – esterno (perché il gruppo non è interno né esterno). La 1°, 2°, 3°, 4°, 5°, 6° questione sui Gruppi Operativi. L’importanza della vita quotidiana nella costruzione della soggettività. Analisi delle ideologie e del potere nella famiglia. Le limitazioni dello Schema del Cono Rovesciato. Gli “Aggruppamenti” invece della denominazione gruppo interno. L’Epistemologia Convergente.  Il funzionamento del Gruppo appena iniziato quando gli integranti raggiungono la loro mutua rappresentazione interna. La Zona Comune.
La Mutualità La Famiglia come Gruppo L’orizzontalità e la verticalità: manca una maggior enfasi nella trasversalità. Il pensiero strategico – connettivo – congiunto. L’Emergente Gruppale. La teoria della “miniatura”. La presenza. Il paziente “designato” come emergente gruppale familiare. Differenze tra Vincolo – Zona Comune – Gruppo La Salute Mentale come criterio ideologico. Apporti alla nozione di Emergente La Tecnica Operativa di Gruppo. La necessità, il desiderio. Funzionamento Gruppale Operativo nei livelli 1, 2 e 3. La famiglia come unità di “salute”, di “malattia mentale”, o di “cura”. Apporti alla Scala di Valutazione Basica del funzionamento gruppale operativo. La teoria della “malattia unica”. La fenomenologia delle cinque depressioni. La poli-causalità. Il malinteso. Gli stereotipi. Come funzionerebbe lo psichismo: pseudopodi “bastoni-antenne” di appoggio e di connessione. La teoria del Vincolo. La Trasduzione di energie. I geni e lo psichismo aperti all’Ambiente La teoria del Deposito. La “teoria” delle 4 I (identificazione) L’identificazione con unità collettive. Teoria dell’Apprendimento. Meccanismi del Noi. Gli strumenti mutuanti. Teoria della Comunicazione. Definizione operativa della Famiglia come Gruppo: dalla famiglia edipica alla famiglia gruppale L’Arte, il Teatro e la Poesia. La Clinica Psicosociale. Nuove malattie. Nuovi quadri clinici? Direzionalità dell’approccio e dell’Intervento Operativo. Le differenti forme di partecipazione di genitori nella psicoterapia di bambine e adolescenti. Manovre “tecniche”: Le Strategie Terapeutiche di approccio pluridimensionale. Le Terapie Combinate L’Approccio della Psicosi Infantile di Base Emotiva. Sei passi nell’Intervento Il Carnevale. La “Murga Montevideana”.

III) Dopo un po’ di tempo, nel Laboratorio di Scrittura con i Professori Adriana Pastorino e Cholo Gómez, stimolanti collaboratori di questo prodotto, e di altri, è sorta l’idea di pubblicare, congiuntamente con altri compagni di quella corrente letteraria, il libro “Storia di labirinti”. Abbiamo concordato che la lettera a Pichon era materiale pertienente.

Adriana Pastorino ha scritto:

Nota dell’editore: “L’appropriazione dell’arte nell’espressione delle più variegate discipline dell’accadere umano non è una novità. In più di un tratto del percorso scientifico, ci sono dei labirinti che solo si esprimono o si risolvono ricorrendo alla finzione. Questo è il caso del seguente testo, un messaggio di posta elettronica ad un gran maestro che non c’è più. Alejandro, che è docente, ricercatore ed ex-cattedratico universitario, ha avuto bisogno di rompere le convenzioni e si è espresso in forma fantasticata per collaborare ad un omaggio al suo grande maestro. Come dice nella sua “e-mail”, ha avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, “quasi un medium, impegnando la mia energia in tutte le sue aree espressive”.

Nota dell’autore (A. S.): Enrique Pichon Riviére nacque nel 1907. Arrivò alla Repubblica Argentina all’età di 4 anni. Morì nel 1977. Fu uno dei precursori della Psicanalisi in Argentina e il fondatore della Psicologia Sociale di Rio de la Plata.
L’ho visto tre volte in vita mia. Solo una volta sono stato al suo fianco, a casa sua, poco prima della sua scomparsa.
Abbiamo avuto una breve conversazione e una stretta di mano che ancora il mio palmo destro conserva.

IV) Inserisco ora il commento della Dott.ssa Ana M. Rodríguez, uruguaiana, collega e artista in Arti Plastiche, sulla lettera a Pichon.

Quando Alejandro ci disse che “aveva avuto bisogno di comportarsi come un rabdomante, quasi un “medium”, impegnando tutte le sue energie in tutte le aree espressive”, a mio avviso, descrive lo stato di qualcuno che è gioioso e proficuamente catturato da un sogno ad occhi aperti.
Le parole che cito qui sotto sono di Bachelard e mi baso su di loro per spiegare le mie dichiarazioni precedenti: “ Improvvisamente un’immagine si colloca al centro del nostro essere immaginativo fermandoci, fissandoci, infondendo essere. Il cogito è conquistato da un oggetto del mondo, un oggetto che da solo rappresenta il mondo. Il dettaglio immaginato è una punta che penetra il sognatore originando in lui una meditazione concreta”. (La parte sottolineata è mia) (1.2)

Nel caso di Alejandro l’immagine che lui vive come “passaggio” è incontro e trasmutazione. Alejandro diventa Enrique e Pichon diventa Scherzer producendo un giro di vite o di spirale produttiva che aggiungerà nuove idee-mattoni a una comune edificazione: la Psicologia Sociale Operativa che per essere sociale e operativa sarà sempre in costruzione.
È in quella conjunctio che segnalavamo sopra, dove la voce –così sottolinea Alejandro- non diventa eco perché quell’incontro quasi corporeo genera e materializza una nuova voce. Voce polifonica che anche se crea scienza, germina, costruisce, non solo dall’intelletto ma anche dal sentimento e questo è molto serio dato che può succedere che il suo suono faccia rinascere Don Chisciotte “quel manchego, quel bizzarro fantasma del deserto” nel secolo XXI, il quale, sotto l’impero della stupidità, la tecnologizzazione e la banalizzazione: “tutto il mondo è sano di mente, terribile, mostruosamente sano” (3), (4).

V) Il documento allegato condensa e concentra argomenti che sono affrontati in diversi lavori sul web. Ho voluto fare una breve spiegazione di ogni item, ma la sua estensione de-contestualizzava il carattere del documento della lettera a E. P. R.. Preferisco rimandare ai contenuti del web.

Bibliografía:

1. Bachelard Gastón. “La poética de la ensoñación”. 1982, México, Fondo de Cultura Económica.

2. León Felipe: Pero ya no hay locos. En Antología rota1947, Bs. As Editorial Pleamar.

3. Idem.

4. Dott.ssa Ana M. Rodríguez.

 

(traduzione dallo spagnolo ad opera di Fabiola Gomez)

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Una giornata intensa e divertente: “Golf school: il gioco come metafora della logistica” con responsabili logistici e consulenti

Una giornata di golf, intensa e divertente a giudicare dagli scatti che ritraggono i partecipanti al primo evento di Target Sinergie «Golf school: il gioco come metafora della logistica», in scena al Riviera Golf Resort il 9 ottobre. Undici ospiti tra dirigenti, responsabili logistica di aziende come Gucci, Palletways, Mec3, consulenti d’impresa e aderenti ad Adaci ed a Apco hanno accettato l’inconsueto invito a imparare il golf e a scoprire con noi le connessioni che questo gioco ha con la supply chain e i servizi in outsourcing.

L’appuntamento era al Riviera Golf Resort, a San Giovanni in Marignano, una splendida cornice ricettiva che si è confermata all’altezza della fama, dove dopo un breve briefing conoscitivo, i nostri ospiti sono stati scortati sul campo da golf dal maestro Matteo Matteoni, PGA professional, che ha spiegato i fondamenti del gioco e poi via, sul campo pratica, attrezzato professionalmente con tutto il necessaire per imparare lo swing. Qualche spiegazione suil gesto atletico, qualche tiro di prova e poi via, tutti a “sparare palline”, dapprima in modo incerto, poi via via più sicuri, sotto la esperta guida del maestro. Poi, la seconda parte della sessione di insegnamento, dedicata al putt: al mettere la palla in buca. Qualche colpo per prendere confidenza con la diversa postura e poi la competizione: una gara a coppie, ospiti – operativi Target Sinergie, che ha divertito e coinvolto sul green del Riviera Golf.

«E’ stato un momento di incontro con clienti e colleghi davvero importante per noi – ha commentato Davide Zamagni, presidente di Target Sinergie, anche lui nei panni di golfista in erba per un giorno – divertente per l’aspetto ludico ma sopratutto perché ci ha permesso di stringere relazioni più proficue e chiarire lo spirito dell’outsourcing: fare insieme per raggiungere l’obiettivo. Poche ore dopo Maurizio Raggi, direttore commerciale di Mec 3, mi ha scritto una lusinghiera mail che ben riassume lo spirito della giornata: “Ciao Davide, volevo ringraziarti per il bel pomeriggio. Una iniziativa originale organizzata con la vostra consueta cordialità e professionalità. Con sincera stima per te e per la Vostra Azienda”. L’ho inoltrata ai miei collaboratori: la stima di un cliente è il miglior plauso che possiamo ricevere per il nostro lavoro».

Il blog fotografico di Marco Mantanari delle sessioni mattutina e pomeridiana.

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Anche lo studio Grassi Benaglia Moretti partecipera’ all’evento “centro divino”.

Venerdì 9 ottobre anche lo studio Grassi Benaglia Moretti brinderà al nuovo volto del centro storico all’interno dell’iniziativa “CENTRO DIVINO”, manifestazione organizzata dal Comune di Rimini che unisce shopping, enogastronomia, musica e cultura per dare il benvenuto al nuovo volto della città che cambia. Lo Studio, infatti, avrà un proprio punto informativo in Piazzetta Zavagli, all’interno dell’evento che si svilupperà lungo tutto il percorso semicircolare che parte da piazza Ferrari per arrivare a Piazza Cavour. “Finalmente si restituisce a Piazzetta Zavagli quella dignità che merita”, dichiara Giovanni Benaglia socio fondatore dello Studio associato. “Negli ultimi anni era diventata un parcheggio selvaggio di auto, moto e biciclette, abbandonata a sé stessa. Ringraziamo, per questo, l’Amministrazione Comunale per gli interventi messi in cantiere in questi mesi, non solo in Piazzetta Zavagli ma in tutto il centro cittadino”. Benaglia ricorda, poi, che “come Studio nel 2006, in netta controtendenza per l’epoca, abbiamo scelto di aprire la sede all’interno del Centro Storico: molti nostri colleghi lo stavano progressivamente lasciando, perché ritenuto scomodo, per de-localizzarsi in periferia, in punti più accessibili con l’automobile e più vicini agli uffici pubblici. Noi, invece, abbiamo scelto la qualità della vita e di ridare valore alle relazioni umane. Il centro storico è una filosofia di vita: niente traffico, vita più lenta e riflessiva, incontrare gente, vivere senza lo smog. Il centro storico è l’elogio della lentezza, della vita a misura d’uomo, del dialogo e dell’incontro. Abbiamo scelto di riappropriarci dei nostri tempi. Oggi possiamo dire di avere avuto ragione!” 

Notizie ImpreseOggi
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Golf school: il gioco come metafora della logistica. Un evento Target Sinergie

Cosa c’entra il golf con la logistica? Per noi di Target Sinergie c’entra, eccome, e lo spiegheremo ai nostri invitati – responsabili logistici, Ceo e consulenti – al primo evento organizzato al Riviera Golf, venerdì 9 ottobre, insegnandogli attraverso un professionista i primi rudimenti di questo sport affascinate, che diverte e nello stesso tempo racchiude in se alcuni fondamenti del fare impresa oggi e dei servizi logistici in outsourcing.

Il golf è un gioco che si basa su tattica, tecniche e concentrazione, capacità mentali che utilizziamo ogni giorno quando affrontiamo il lavoro nella supply chain. Nello stesso tempo insegna a gestire lo stress, pensare strategicamente e a costruire, giocando, resistenza mentale e fiducia in se stessi. Ecco perché viene praticato da dirigenti e quadri d’azienda in tutto il mondo. Ventisette milioni di giocatori – 20 solo negli Stati Uniti – non possono avere torto.

Nel golf, si gioca insieme ad altri giocatori, ma l’avversario da battere è il campo. E’ una delle essenze del golf, perché ti misuri con gli ostacoli e con la tua capacità di superarli contando sull’attrezzatura a tua disposizione e la tua abilità nell’utilizzarla. Solo professionalità e risultati. E anche questi elementi risuonano familiari quando parliamo di mercato e logistica. Se parliamo di logistica in outsourcing, ancora di più: si gioca in partnership per battere “il campo”.

Ai nostri ospiti, oltre all’occasione di conoscerci meglio, offriremo i fondamenti del gioco sotto forma di lezione – tenute dal PGA professional Matteo Matteoni – sullo swing e sul putt, i due tiri fondamentali del golf. Lo swing, infatti, serve alla partenza e lungo tutto il percorso per avvicinarsi all’obbiettivo, il green. Il putt invece è il tiro di precisione per chiudere la buca. Due aspetti ugualmente fondamentali per affrontare qualunque percorso, dal più semplice al più impegnativo. Un po’ come la logistica in outsourcing: uno strumento che, una volta conosciuto, consente di raggiungere qualunque obbiettivo e superare ogni ostacolo del mercato.

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Gladys Adamson: una ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Sab, 26/09/2015 - 17:38
Il Centro Studi e Ricerche “J. Bleger” invita al seminario che si terrà il 2 ottobre dalle 16 alle 19 presso la Sala di RM25

in Corso d’Augusto 241 a Rimini.

Sarà relatrice Gladys Adamson, da Buenos Aires, che presenterà un suo lavoro di ricerca operativa con giovani in condizione di vulnerabilità. Si tratta di un intervento di prevenzione in quartieri periferici e degradati di Buenos Aires.

La partecipazione è gratuita.

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Convegno regionale: StartUP innovative – dall’idea all’impresa

Lo studio Grassi Benaglia Moretti promuove questo Convegno e vi partecipa attraverso Marco Moretti, consigliere dell'Unione dei Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili di Rimini, che è l'organizzatrice dell'evento.

 

Scarica la locandina al seguente link:

http://www.ugdcec.rimini.it/wp-content/uploads/2015/07/convegno_startup_18_09_2015_UGDCEC_RN_locandina.pdf

 

Programma:

Modera il prof. dott. Pier Luigi Marchini, professore associato Università di Parma, presidente Fondazione Centro Studi UNGDCEC.

14.30 / REGISTRAZIONE PARTECIPANTI

15.00 / INTRODUZIONE E SALUTI

dott.ssa Eleonora Ursini Casalena, presidente UGDCEC Rimini

dott. Bruno Piccioni, presidente ODCEC Rimini

dott. Simone Caprari, coordinatore UNGDCEC Emilia Romagna

dott. Fazio Segantini, presidente UNGDCEC

15.15 / INIZIO LAVORI

Il panorama di riferimento delle StartUP innovative in Italia e all’estero
prof.ssa Paola Giuri, professore associato Università di Bologna

Aspetti giuridici delle StartUP innovative: forme e deroghe societarie
dott.ssa Laura Mastrangelo, dottore commercialista in Parma

Aspetti fiscali delle StartUP innovative
dott. Stefano Ruberti, dottore commercialista in Mantova, vice presidente UNGDCEC

StartUP design model
il ruolo del commercialista nella creazione e nello sviluppo del progetto d’impresa
dott. Alessandro Garlassi, dottore commercialista in Reggio Emilia

17.00 / COFFEE BREAK

17.30 / TAVOLA ROTONDA

Gli strumenti di finanziamento delle StartUP innovative tra metodi tradizionali e innovativi con un’esperienza applicativa

Intervengono:

– dott. Maurizio Maraglino Misciagna, dottore commercialista in Taranto, fondatore di Puglia Startup, direttore generale Muum Lab

– dott. Giovanni De Caro, innovation manager Gruppo Intesa Sanpaolo

 Giorgio Pruccoli, consigliere regione Emilia Romagna

– Maurizio Ermeti, presidente associazione Forum Rimini Venture

 TIWI s.r.l.

19.00 / FINE LAVORI

È stata richiesta al C.N.D.C.E.C. l’attribuzione dei crediti validi per la Formazione Professionale Continua.

Seguirà SERATA UNIONE con cena e dopocena presso

NEWPORT RIMINI

VIA BECCADELLI 17, 47921 RIMINI

È richiesto un contributo per la serata di euro 35,00 a persona, da saldare in loco, che include la cena e una consumazione per il dopocena. Occorre confermare la partecipazione alla serata tramite il modulo che segue. (Si chiede di comunicare eventuali allergie e/o intolleranze nel campo “note” o inviando un’email all’indirizzo segreteria@ugdcec.rimini.it).

La partecipazione al convegno è gratuita, è tuttavia richiesta l’iscrizione obbligatoria per fini organizzativi mediante la compilazione del modulo che troverete al seguente link:

http://www.ugdcec.rimini.it/news/2015/convegno-regionale-startup-innovative-dall-idea-all-impresa-18-09-2015/

Notizie Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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Fondo Patrimoniale Addio

Con il decreto legge 83/2015, pubblicato in Gazzetta Ufficiale del 20 agosto 2015, viene introdotta una normativa specifica, con lo scopo di rafforzare la tutela del creditore in caso di pignoramento, che riguarda  l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito: la cosiddetta “revocatoria semplificata”.

L'istituto introdotto dal d.l. in esame permette al creditore, qualora si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale o un vincolo di destinazione in genere, di poter iniziare l'esecuzione forzata senza attendere una sentenza dichiarativa d’inefficacia del trasferimento ritenuto lesivo. 

Viene introdotta nel nostro ordinamento civilistico una presunzione secondo cui gli atti sopra indicati sono stipulati  in frode al creditore: tale presunzione, però, lede il diritto di difesa del debitore, ma anche del terzo che ha ricevuto tali beni. In particolare è proprio la posizione di quest’ultimi ad essere fortemente compromessa. Potranno, infatti, opporsi all’esecuzione solo rappresentando motivi circoscritti all’esistenza del pregiudizio e alla conoscenza in capo al debitore del pregiudizio medesimo. L’opposizione, da parte del terzo che si ritiene pregiudicato, va proposta entro un anno dalla data di trascrizione dell'atto di trasferimento del debitore. Da ciò deriva che tutti gli atti di cessione, di donazione, di costituzione di fondo patrimoniale, trust e vincoli in genere, sono da ritenersi "sospesi" sino al termine dell'anno dalla loro trascrizione.

Decorso l’anno, il creditore pregiudicato avrà la possibilità di agire con l'azione revocatoria prevista dall’art. 2901 c.c.. Tuttavia non potrà avvalersi della “revocatoria semplificata”: infatti, prima di iniziare l’azione di esproprio, dovrà ottenere la sentenza dichiarativa dell'inefficacia del trasferimento posto in essere e solo successivamente iniziare le azioni esecutive.

Notizie Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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“Vietare ai commercialisti di riscuotere le imposte per conto dei clienti”

L'Ordine dei Dottori Commercialisti di Rimini dovrebbe vietare ai propri iscritti di riscuotere le imposte per conto dei clienti”. Giovanni Benaglia va giù duro sull'ennesimo scandalo che ha riguardato, nei giorni, scorsi un commercialista riminese che, secondo l'accusa, sarebbe scappato con le tasse dei propri clienti, invece di versarle all'erario. Copione identico da anni ormai, cambiano solo nomi e vittime: la soluzione, però, per prevenire questi reati è semplicissima, come spiega Giovanni Benaglia, socio dello studio legale tributario GRASSI BENAGLIA MORETTI: ”l’Ordine potrebbe emanare una direttiva con la quale vieta agli iscritti di incassare le tasse dai propri clienti, perché non si svolge alcun servizio utile a loro facendo questo. Ciascun commercialista, infatti, può inviare, attraverso i canali Entratel, direttamente sul conto del cliente i bollettini di addebito delle imposte. Incassare i soldi in anticipo è semplicemente inutile! Vietarlo vorrebbe dire impedire comportamenti anomali da parte di alcuni pochi iscritti”.

Benaglia poi continua:”La circolare può essere emanata immediatamente, nel primo Consiglio utile. Dopodichè si passa a fare i controlli a campione tra gli iscritti, per verificarne il rispetto e, nel caso, comminare le sanzioni. Così come si richiede il rispetto della formazione professionale continua, allo stesso modo lo si deve chiedere per quello che riguarda le norme deontologiche. Il compito dell'Ordine è prevenire i comportamenti fraudolenti, non punirli. Per questo c'è la magistratura. Gli Ordini professionali non nascono per limitare l'accesso alla professione! Il loro compito è quello di tutelare la “fede pubblica”, surrogando lo Stato nei compiti di vigilanza. Se questo non accade, come la cronaca dimostra, tanto vale chiuderli!”. Infine, conclude “il nostro Studio non incassa dai clienti alcuna tassa ma ad ogni scadenza invia a ciascuno di loro l'avviso dell'imminente addebito sul conto. Mi sembra un'azione di trasparenza e correttezza dovuta a chi quotidianamente ci dà fiducia”.

Analisi e commenti Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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Il trauma: una ricerca nell’ambito individuale della Concezione Operativa di Gruppo

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mar, 11/08/2015 - 17:44

di Simona Maini, Agnese Marchetti, Elena Marini, Arianna Occhio, Marella Tarini


INTRODUZIONE

Il nostro gruppo di ricerca si costituisce nel 2010. Il tema intorno a cui ci raggruppiamo è il trauma. Sicuramente non è casuale che 7 donne (rimaste poi 5) siano attratte da una riflessione su questo argomento.
Non è casuale. Ci diciamo, sorridendo, che siamo nella pancia, nell’antico, nel primordiale, e chissà quale emergente rappresentiamo nella Scuola “J. Bleger”, o cosa sentiamo su di noi depositato per immergerci in un pozzo già a prima vista così profondo.


L’INIZIO.

All’inizio la strada è stata tracciata dal prof. Bonfantini che, durante una lezione sulla metodologia della ricerca, ci parla del “fatto sorprendente” come motore di ogni ricerca degna di essere chiamata tale.
Il generatore della ricerca è il fatto sorprendente, il nuovo che stupisce e non ha spiegazione immediata nel già noto.
Di fatti sorprendenti ne emergono almeno 3 nel corso delle condivise riflessioni all’interno del nostro gruppo di ricercatrici. Il comune denominatore è comunque la parola “trauma”.

PRIMO FATTO SORPRENDENTE
E’ la non corrispondenza tra entità del trauma ed effetto.
Un apparente piccolo trauma può produrre effetti psichici importanti, talvolta devastanti, e viceversa. Semplificando, visualizziamo la situazione in un contenitore che ha un contenuto più o meno fluido, più o meno organizzato, che venga colpito da un corpo contundente e si incrini. L’entità dell’incrinatura sarà la risultante tra la forza del colpo e lo spessore del contenitore. E quello che si fa strada, il contenuto che fuoriesce, dipenderà sia dall’entità dell’incrinatura ma anche dall’essere più o meno fluido del contenuto, dal suo essere più o meno grezzo, disorganizzato, instabile . La cosa si complica laddove la demarcazione contenente\contenuto non è così netta. In quelle personalità che hanno già di per sé falle e varchi, risultati, forse, non di grandi eventi ma di tanti ripetuti piccoli quotidiani microtraumi.

SECONDO FATTO SORPRENDENTE
E’ il trauma che, in alcuni casi, ripete se stesso, si autoriproduce. Per usare un paragone biologico, in alcuni casi sulle forze riparative, rigenerative, che portano naturalmente la ferita a guarigione, prevalgono forze di automantenimento della ferita, che si cronicizza, diventa ulcera torbida, infetta, o peggio, ancora più subdolamente, guarisce per poi ricomparire, riprodursi, in una specie di memoria del danno che non vuol guarire. Un Alien che riproduce se stesso e non vuol dimenticare…. che sia come diceva Brecht che è la fragilità della memoria che dà forza agli uomini?….

CHI E’ STATO SBATTUTO A TERRA SEI VOLTE
COME POTREBBE RISOLLEVARSI LA SETTIMA
PER RIVOLTARE IL SUOLO PIETROSO
PER RISCHIARE IL VOLO NEL CIELO?
E’ LA FRAGILITÀ DELLA MEMORIA CHE DA’
FORZA AGLI UOMINI
(Brecht, Elogio della dimenticanza)

TERZO FATTO SORPRENDENTE
In un gruppo di operatori che assistono al trauma provocato da parte di un utente ad uno di loro, o al racconto di questo trauma, accadono cambiamenti significativi.
Nel pensare a questi interrogativi è inevitabile cercare una definizione comune sui termini chiave: Trauma” e Memoria.


TRAUMA

Parola innanzi tutto somatica: lesione prodotta accidentalmente da agenti meccanici la cui azione vulnerante è superiore alla resistenza dei tessuti su cui operano. Ma Trauma è anche parola psichica per eccellenza.
Ci colpisce il concetto di Freud di post definizione di un evento come trauma.
All’inizio, quando un evento accade, è COMMOZIONE e SPAVENTO.
La COMMOZIONE: con questo si intende l’aspetto somatico dell’evento, che provoca un’affluenza di eccitazione che irrompe e pone in pericolo l’integrità.
Il soggetto non può reagire mediante scarica adeguata o elaborazione psichica.
Lo SPAVENTO: è l’aspetto psichico dell’evento. Il termine usato da Freud è “Hilflosigkeit” che letteralmente è: lo stato di impotenza dell’originale e naturale condizione del cucciolo d’uomo.
All’inizio l’evento è commozione e spavento. Viene rimossa la memoria di qualcosa che solo più tardi sarà definito trauma.
Ancora, abbiamo lavorato molto sul termine Memoria con le infinite declinazioni, il rapporto che ha la memoria nella definizione, risoluzione o mantenimento del trauma.
In questo girovagare senza mete precise, ma ricco di suggestioni, ci guidano alcune letture. Ma anche libere associazioni, frammenti di film, di libri, ricordi, immagini infantili, racconti brevi e sinceri. Forse è a questo punto che, più o meno consapevolmente, il gruppo prende una svolta.
Diviene evidente:

  1. l’eccesso di ipotesi;
  2. ricercando, verifichiamo che, alla fine, le ipotesi non sono particolarmente sorprendenti. Ma non è questo il problema. Anzi, forse questo presupposto della sorpresa è fuorviante, perché rischia di far sembrar inutile un lavoro di studio che per noi è stato molto produttivo;
  3. il lavoro rischiava di diventare un piacevole ma infruttuoso percorso circolare, senza una meta precisa, senza un tempo di scadenza;
  4. infine, il problema sostanziale che si fa evidente è: in che consiste la ricerca ? Chi ricerca su chi?

Il Trauma nell’ambito individuale

Il tema del trauma è vastissimo ed affrontabile da infinite prospettive, è ritornato negli ultimi anni all’attenzione dei clinici e dei ricercatori dopo essere stato adombrato per molto tempo nella formulazione del pensiero psicoanalitico.
Nella ricerca, l’ambito a cui ci siamo riferite è quello individuale, ed il trauma è stato inteso non tanto come evento, quanto come esperienza soggettiva che si sviluppa in processi fenomenici successivi. Naturalmente, la nostra teoria di riferimento è la Concezione Operativa di Gruppo, quindi per noi, concettualmente, qualsiasi esperienza soggettiva, individuale, avviene all’interno di una dimensione gruppale, sia se inserita in un contesto istituzionale che collettivo.

Questo, anche quando l’esperienza sia vissuta da un soggetto “isolatamente”, in quanto entrano in azione, nella organizzazione della risposta all’evento traumatico, le rappresentazioni interne che il soggetto ha del gruppo al quale appartiene o al quale è appartenuto, in sostanza le dinamiche relative al suo gruppo interno primario o ai suoi gruppi di appartenenza successivamente internalizzati nel corso della sua esistenza.
Cosicché la nostra ricerca si è incentrata sulla investigazione di come si possano essere prodotte risposte ad un evento traumatico vissuto soggettivamente, laddove questo soggetto appartiene ad un gruppo, e di come le rappresentazioni del suo gruppo interno abbiano rispecchiato o meno le dinamiche presenti nel suo gruppo esterno attuale, il gruppo a cui il soggetto appartiene prima dell’evento, al momento dell’evento e nello sviluppo del processo successivo all’evento.

L’ipotesi sulla quale stiamo tentando di investigare è che un evento traumatico soggettivo irrompe determinando alterazioni sia sul contenitore che sul contenuto o, nel linguaggio della concezione operativa, sia sull’inquadramento che sul processo interno del soggetto e del gruppo di appartenenza e, nello specifico, sul sistema dei vincoli presente in quel determinato gruppo.


LA RICERCA

Per questa ricerca, secondo le ipotesi appena descritte, abbiamo lavorato su un gruppo istituzionale, una équipe di lavoro, all’interno della quale un operatore ha vissuto una esperienza traumatica durante lo svolgimento della propria professione.
Ciò che si voleva verificare è la dimensione e la qualità dei vincoli esterni ed interni sperimentati dai soggetti in quel gruppo e la loro eventuale trasformazione in seguito all’evento traumatico.

Si tratta di un’équipe istituzionale pubblica di un Servizio dell’Italia Centrale che eroga interventi nel campo della Igiene Mentale, multiprofessionale e transdisciplinare, istituita nel 1991.
Nel corso dei decenni, l’organizzazione ha avuto varie rimodulazioni che l’hanno portata a delinearsi secondo la dimensione che mostra al momento dell’indagine: tre infermieri professionali, un’assistente sociale, tre psicologi, di cui uno a contratto, quattro medici, di cui tre sono psichiatri. Una particolarità di questa équipe è che è costituita quasi completamente da donne, l’unico professionista di sesso maschile è uno degli infermieri professionali. Peraltro, il Servizio interagisce anche con personale appartenente al Privato Sociale del territorio attivo nel medesimo settore di intervento (Comunità Residenziali), con il quale condivide periodicamente, oltre ai programmi messi in essere per i pazienti, i percorsi formativi congiunti ed i momenti di supervisione, e anche uno di questi operatori esterni di comunità è di sesso maschile

In questo quadro, una delle psichiatre, dopo la stabilizzazione in ruolo, subisce un’aggressione, mentre presta servizio, da parte di una paziente assistita da molto tempo dalla struttura. Durante un colloquio individuale, l’utente, femmina, aggredisce la dottoressa verbalmente e con il lancio di alcuni oggetti che non la colpiscono direttamente, ma le conseguenze di questo evento derivano dai movimenti bruschi fatti per evitare gli oggetti scagliati. Dopo l’evento, la psichiatra sviluppa un problema alla colonna vertebrale e poi una sindrome post- traumatica da stress, per cui resta per circa sei mesi lontana dal servizio, con un certificato di infortunio sul lavoro per i postumi descritti. L’assenza della professionista, per tutto il tempo in cui si svilupperà, non verrà colmata da alcuna sostituzione.
Appare significativo segnalare che questa équipe, fin dal momento della sua fondazione, ha voluto costruire un’ECRO (Schema Concettuale di Riferimento Operativo) condiviso tra i suoi integranti per operare attraverso una effettiva interazione multiprofessionale e transdisciplinare. A questo scopo, tutti gli operatori di qualsiasi qualifica che si sono avvicendati nel corso degli anni, hanno frequentato la Scuola “José Bleger” per l’apprendimento della Concezione e della Tecnica Operativa di Gruppo. Sempre con la medesima finalità, l’équipe è stata fin dall’inizio costantemente supervisionata, attraverso incontri cadenzati, grazie all’intervento di un supervisore esterno esperto in COG.
Una volta rientrata in servizio la psichiatra, sono stati attivati, per decisione condivisa nell’équipe, cinque incontri di supervisione a cadenza quindicinale espressamente dedicati alla elaborazione di questa esperienza traumatica.

Metodologia

In questo campo apparivano rappresentate le istanze dei fatti sorprendenti che avevamo enucleato in premessa. Si è pensato quindi di ricercare proprio al suo interno, e di applicare i metodi che si riferiscono al paradigma della Investigazione Qualitativa, secondo il dispositivo della Osservazione Partecipante. Abbiamo deciso cioè di partecipare in qualità di osservatrici partecipanti alle sedute di supervisione che l’équipe aveva programmato per l’elaborazione dell’evento, di predisporre una rotazione delle osservatrici in modo che il processo potesse essere partecipato da più di un soggetto del gruppo di ricerca, e di enucleare gli emergenti di questo processo per analizzarli, in seguito, all’interno dell’intero gruppo di ricerca riunito, nel tentativo di addivenire collettivamente ad una ricostruzione delle risultanze investigative.

Prima di descrivere come si è svolto il lavoro sull’osservazione del gruppo degli operatori, crediamo sia necessario descrivere anche come ha operato al suo interno il nostro gruppo per tale lavoro di ricerca.
Innanzitutto le date per i nostri incontri erano stabilite di volta in volta, gli incontri sono stati numerosi, a volte con lunghe pause, ma il nostro gruppo ha tenuto, i vincoli si sono formati e non c’è mai stata la volontà di abbandonare malgrado la difficoltà nell’incontrarsi.
In alcuni momenti difficili in cui il gruppo sembrava sfilacciarsi, e pareva impossibile andare avanti, abbiamo riconosciuto come elemento di coesione l’aver partecipato noi stesse, come integranti, ai gruppi operativi organizzati dalla Scuola Bleger.
Nei nostri incontri abbiamo sempre pensato di non voler stabilire ruoli particolari: lavoriamo in gruppo ma senza avere un coordinatore o un osservatore, ci autogestiamo, non c’è qualcuno che in maniera stabile verbalizza.
Ad ogni incontro si integrano le verbalizzazioni individuali precedenti e su quelle nascono nuovi spunti di riflessioni e lavoro.

Lavorare sul trauma: pensarlo, osservarlo, scriverne, non è un lavoro facile, sempre ritorna il proprio vissuto interno.
Anche nel nostro gruppo viviamo ruoli diversi, così come nell’équipe osservata: siamo psicologhe, medico e psichiatra.
Inoltre, il nostro gruppo di ricerca ha una implicazione forte con l’équipe osservata: una delle nostre colleghe lavora nel Servizio stesso dove si è svolto l’incidente ed ha partecipato come integrante a tutte le sedute di supervisione, altri componenti dell’équipe sono conosciuti da tutte noi, frequentano l’Istituto Bleger e ne hanno condiviso la formazione; questa sottolineatura è importante, ma non impedisce una lettura degli eventi così come da noi impostata.

Veniamo ora alle osservazioni svolte. Gli incontri di supervisione sono stati in totale 5, noi abbiamo deciso di osservare il primo, quello centrale e l’ultimo.
Il Supervisore della équipe era il Dott. Montecchi, sostituito nei due centrali dal Dott.de Berardinis. Noi, come già detto, ci siamo alternate per effettuare la osservazione partecipante attraverso la quale sviluppare la ricerca, per cui le tre sedute di supervisione osservate hanno avuto tre osservatrici diverse.
Ognuna delle tre osservatrici ha poi riportato dentro il gruppo di ricerca ciò che ha annotato durante le supervisioni e si sono individuati gli emergenti.
Abbiamo poi analizzato le osservazioni attraverso i nostri riferimenti teorici, le nostre libere associazioni, il vissuto di gruppo attraversato a sua volta dal trauma. Quel che ci interessava non era tanto l’evento in sé, e attribuire una qualche responsabilità, ma studiare il possibile cambiamento dei vincoli e del gruppo, in questo caso un’équipe, attraversata da un trauma.

Vediamo ora, di seguito, un breve resoconto di ognuno dei tre incontri osservati, e i tre emergenti individuati.
Da notare che le frasi pronunciate dagli integranti dell’équipe sono messe tra virgolette e tra parentesi i ruoli professionali degli operatori; infine chiamiamo X l’operatrice che ha subito l’aggressione


1° Gruppo 23/11/2012

Supervisiona: L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Agnese
Integranti: 14
L’operatrice aggredita non c’e all’inizio, arriverà in ritardo.
Presentazione del compito da parte del supervisore.

” L’idea era quella di riflettere su ciò che si è prodotto nell’équipe in seguito all’aggressione degli operatori , se siamo d’accordo”

Silenzio…..

Parla X (operatrice aggredita, che intanto è arrivata) : “Forse ci è stato utile parlare del conflitto esterno ma anche le nostre modalità sono molto violente… Il conflitto è stato al nostro interno…”

In tutta la riunione non si parlerà mai dell’accaduto, il discorso si sposta all’interno dell’équipe, si fa riferimento ad un gruppo di studio precedente: tempo addietro, infatti, nel Servizio si era costituito un gruppo di studio temporaneo composto da alcuni degli operatori, che si era dato come compito la rilettura del testo “Simbiosi ed Ambiguità” di José Bleger.

(Psicologa): ” Il conflitto traumatico è al nostro interno. Nel gruppo di studio sono emerse difficoltà sul mettere insieme professionalità diverse sulla diagnosi, sul suo significato, come si fa, etc.”

Per quasi tutto il tempo domina il tema della diagnosi, con confusione e conflittualità.

(Operatore di comunità): “Senza diagnosi non puoi lavorare… arrivano persone senza diagnosi…”

(Psicologa): “E’ sulla discriminazione, l’esplicitazione di una discriminazione porta ad un conflitto”.

Si fa riferimento qui al fatto che, solo di recente, è stato espressamente chiesto al Servizio, per questioni amministrative, di formulare diagnosi psicopatologiche “ufficialmente” condivise dai sistemi di classificazione ICD 10 o DSM IV, indispensabili per ottenere le ripartizioni della spesa necessaria per l’inserimento in Comunità Residenziale e per avvalorare la prescrizione di farmaci, in particolare antipsicotici atipici.

(Psicologa) : “Queste diagnosi psicopatologiche come avete intenzione di gestirle? La mia diagnosi è una restituzione di una valutazione diagnostica su base relazionale, con codici linguistici diversi dal DSM… c’è un problema di ruoli, il gruppo forse era simbiotico, ora si sta differenziando…”

(Psichiatra): “Lo avete capito perché ho chiesto le diagnosi?”

Solo alla fine della riunione, all’interno di un conteggio statistico sugli utenti, emerge il dato di due utenti che si sono suicidati dopo le dimissioni e di uno deceduto per overdose.

Gli emergenti sono:
1) La persona aggredita arriva in ritardo.
2) “Le epistemologie non convergono, frammentazioni di linguaggi… ognuno parla una lingua propria”
3) “Due suicidi sono un grosso trauma, la famiglia di P. (uno dei ragazzi suicidi) si è comportata in modo molto violento con il Servizio”.


2°Gruppo: 13/12/2012

Supervisiona: M. De Berardinis
Ricercatrice osservatrice partecipante: Elena
Integranti: 10
Inizia la supervisione , manca X, che arriverà in ritardo.
Compito: parlare di quel che è accaduto all’interno del servizio e di tutto ciò che si vuole.

Emerge il fatto dei suicidi, il fatto che la famiglia di uno di questi ragazzi si sia scagliata contro il Servizio e che il parroco, durante la messa di commiato, abbia fatto un’omelia contro la struttura pubblica..

Viene raccontato per la prima volta l’episodio dell’aggressione ma sembra soprattutto perché è cambiato il supervisore, e quindi per renderlo edotto degli accadimenti. Ma poi viene fuori il fatto che 3 anni prima, la stessa paziente ha agito un comportamento simile con un altro psichiatra, maschio, poi trasferitosi (per altri motivi) in un altra Struttura.

C’è tensione tra le diverse figure operative, si parla della Diagnosi Operativa.

Arriva X, insieme ad un’altra operatrice.

Emerge la sensazione di una disgregazione tra i ruoli, gli infermieri lamentano di sentirsi come poliziotti, non si sente il riconoscimento del ruolo.

I pazienti sembra sappiano da chi poter ottenere ciò che vogliono.

Emerge il problema di una non comunicazione tra i diversi settori e ruoli.

C’è rabbia, perché c’è chi viene ascoltato e chi no.

X.: “Fuori di qui ho cercato la risposta”.

Alcune operatrici escono perché hanno un gruppo.

X.: “Il gruppo mi avrebbe frammentato”, “non volevo sentire nessuno” .

“Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento. Sono stata paralizzata dalla paura”.

Si discute animatamente sulla definizione del ruolo.

Ci si chiede se lo psichiatra deve dare per scontato che ci siano aggressioni e saper in qualche modo reagire ad esse o se queste aggressioni invece non debbano far parte del mandato.

Le opinioni a tal proposito non sono concordi.

Emerge la domanda se loro, come operatori, si devono occupare di maleducati da rieducare o di pazienti.

Gli emergenti individuati sono:
1) La persona aggredita arriva in significativo ritardo.
2) “Quello che succede in quella casa non si sa, come noi qui”. “Qui per parlare bisogna usare violenza”.
3) “Chi è il nostro alleato: il paziente violento o il collega?”.


3° Gruppo 10/ 5/ 2013

Supervisiona L. Montecchi
Ricercatrice osservatrice partecipante: Arianna
Integranti: 13, 1 assente
Anche a questo incontro l’operatrice aggredita arriva in ritardo.

Il primo intervento è significativo : “C’è l’accorpamento dei Dipartimenti, stiamo anticipando una diaspora…”

Il gruppo si riferisce al fatto che sta per concretizzarsi una riorganizzazione regionale della rete delle strutture sanitarie secondo criteri di Area Vasta, e si teme che il Servizio verrà accorpato insieme ad altri in un unico Dipartimento provinciale.

Questo sarà il motivo di fondo di tutto il gruppo, la sensazione di qualcosa destinato a cambiare per sempre, e l’impossibilità di opporre resistenza.

Arriva X in ritardo, mentre il discorso è: tutto finisce e nessuno ha detto niente, ho un brutto presagio , il peggio deve arrivare.

Le viene detto : “hai tentato una fuga”

L’idea è che per riprendere le forze bisogna andare fuori.

X dice: “devo tornare nella caverna”.

Quindi l’équipe è attraversata da questo continuo pensiero dello stare dentro o fuori, del pubblico e del privato, dell’esterno che arriva come una minaccia a sgretolare tutto.

Nella parte centrale dell’incontro vengono portati per la prima volta dei sogni.

Nel primo, c’è la descrizione dello stesso gruppo d’équipe, in una stanza rivestita di mattoni, con una rete in alto, ad un certo punto una persona, descritta come un’amazzone, sembra un uomo ma è una donna, si alza, corre verso la finestra e si lancia rompendo la rete, chi racconta dice che va a vedere e quella persona è sfracellata.

“Era la persona più pessimista del gruppo!”

Il secondo sogno è stato fatto da un’altra operatrice la stessa notte del primo: “dovevo recuperare la mia macchina con gli alberi che si sfracellavano ed era pericoloso.”

Terzo sogno, raccontato da una ulteriore operatrice: “torno a casa e la trovo piena d’acqua, era il mare, mi mettevo su una zattera di rete ma cado, non so nuotare e dico: è il momento di morire. Trovo un ragazzo che mi dice: ti aiuto!. Quando esco c’è un uomo elegante vestito di blu che mi dice di stare tranquilla, ma in realtà non fa niente, poi vedo due colleghe che mi aiutano e mi aspettano con gli asciugamani…”.

Tutti i tre sogni fanno pensare al gruppo che c’è una parte, il femminile, che protegge, come una madre, e c’è una parte negativa, maschile, che va eliminata, ammazzata, o sfracellata, ci sono il maschile e il femminile che si mischiano ma allo stesso tempo confondono, la persona del primo sogno che si sfracella è un’amazzone, con gli stivali, con la coda di cavallo, una donna che fa l’uomo.

Il gruppo lavora su questi temi: dentro/fuori, precari/stabili, il ruolo che si gioca, con tutte le diverse professioni, ma anche con il maschile o femminile: madre che deve solo nutrire o femmina che si può divertire, c’é il cambiamento che porta alla disgregazione, i vincoli e le relazioni che se mutano, finiscono:

“Sono stufa di nutrire, il compito femminile non può essere solo questo”

“Indurre dipendenza è un modo per non vedere la propria”

“Un conto è la vacanza, un conto la foto delle vacanze!”

“Se veniamo accorpati perdiamo questo modo di lavorare”

Nell’ultima parte si lavora su come ci si aspetta che avvenga il cambiamento, è la violenza che irrompe, rappresentata proprio da un uomo (il nuovo direttore che arriva dal potere centrale e che si teme sarà incaricato di dirigere l’unica struttura dipartimentale che verrà configurata in seguito all’accorpamento degli attuali servizi) che usa la violenza e la sua forza sulle Strutture gestite da donne.

Nella conclusione ci si sforza di essere propositivi, viene detto che i modelli che funzionano sono così come questo, a rete, e la rete consiste in una forma articolata, non come un modello dove c’è un sole centrale che nasconde ed ha la supremazia su tutto il resto.

Gli emergenti sono:
1) la persona aggredita arriva in ritardo: “stiamo anticipando una diaspora.”
2) Chi esce si sfracella o annaspa.
3) L’uomo che viene da fuori violenta.


CONSIDERAZIONI

In questo lavoro ci colpiscono immediatamente 3 elementi.
In prima istanza, rileviamo l’effettività del fatto sorprendente dal quale siamo partite: un trauma “apparentemente” lieve può provocare un’onda traumatica con una significatività importante.
L’utente si è scagliata infatti contro l’operatrice con forte aggressività, ma non c’è stato un esito immediato particolarmente grave.
Per la particolare competenza clinica del Servizio, si può rilevare che rabbia ed aggressività siano comportamenti che si possono attendere da utenti così problematici, ma l’effetto dell’attacco è dirompente: sia sull’individuo, portando l’operatrice a rimanere assente dal lavoro per diversi mesi, sia sul gruppo, innescando un processo che è stato l’oggetto delle nostre osservazioni. Quindi: piccolo trauma – grande effetto.

In secondo luogo, l’apparente scarso interesse ad affrontare il caso in sé.
Non si parla mai, o quasi, del fatto accaduto; solo nel secondo incontro, in maniera approssimativa e principalmente per via del cambio del supervisore. In pratica, è assente una cronaca dell’evento, una narrazione che possa condurre il gruppo a rivedere ciò che è successo e cercare di comprendere cause ed effetti.

Il terzo elemento è il ritardo dell’aggredita, che si ripeterà sempre.

Il conflitto e le ansie del gruppo si coagulano intorno a due temi principali che useremo come analizzatori: il potere e le differenze (di ruolo, sessuali, di linguaggi).


IL POTERE

Sin dalla prima riunione è evidente un conflitto di ruoli tra le professioni incentrato sul problema della diagnosi: chi deve o vuole o può fare diagnosi, come la si fa, a cosa serve.
Dall’osservazione emerge che vi è stata la richiesta istituzionale, esterna al servizio, di redigere diagnosi specifiche per i pazienti, questo conduce a discutere su chi ufficialmente può o deve fare la diagnosi, quindi su chi ha maggiori responsabilità ma anche potere.

Questa evidenza porta ad un altro analizzatore. La necessità della diagnosi espressa secondo criteri nosografici descrittivi e la conseguente differenziazione dei ruoli probabilmente mobilita delle ansie latenti, ci si riferisce al fatto che ci fosse un tempo in cui il linguaggio era comune (il tempo della “diagnosi operativa” costruita con l’apporto valutativo di tutte le figure professionali), condiviso, un “ bel tempo perduto”, linguaggio che ora appare frammentato, non più familiare e scontato.
La richiesta esterna della diagnosi fa uscire dall’idea, un po’ utopica, che gli operatori sono tutti uguali, dall’idea di una comunicazione condivisa, che poi si è incrinata e comunque non è più quella di prima.
Gli integranti dell’équipe, che non pensavano alle differenze come origine di conflitto e per i quali la diagnosi era il risultato di un lavoro collettivo, sono costretti ad assumere la differenza e l’obbligo di una diagnosi specifica secondo canoni esterni.
Si distingue tra chi ha più o meno potere, o ruoli diversi: lo psichiatra che è diverso dallo psicologo, chi è assunto a tempo indeterminato e chi no, chi è un tirocinante o un volontario, chi fa il padre o la madre, chi è accogliente e chi è autoritario. E la declinazione di queste distinzioni è caricata di una forte tonalità aggressiva.


LE DIFFERENZE

Sembra emergere la differenza tra ruolo materno e paterno che si inserisce su quello professionale. Ricordiamo che l’équipe è costituita quasi tutta da donne ad eccezione di un infermiere.
Il ruolo dello psicologo sembrerebbe quello più accogliente e tollerante, quindi simile al ruolo materno, il ruolo dello psichiatra, diversamente, sembra essere (o meglio, questo sembra il deposito del gruppo di operatori nei suoi confronti) quello di chi dà le regole, più autoritario. Proprio per questo esercizio d’autorità è il ruolo professionale verso cui, secondo questo gruppo, anche se non esplicitamente, sembra più naturale sia rivolta l’aggressività di coloro che le regole le devono subire.
Il gruppo è calibrato su un’identificazione collettiva con il “femminile”, mentre il ruolo dello psichiatra è vissuto come rappresentante della mascolinità ed è questo che viene esposto, per mandato conferito dal gruppo medesimo, all’aggressione esterna. Quindi, sembra di poter dire che questo stesso ruolo è oggetto di una forte aggressione implicita anche all’interno del gruppo delle operatrici.
I conflitti professionali sembrano, allora, confondersi con i conflitti di genere.

Quel che è accaduto può quindi essere l’agito di una aggressività non riconosciuta interna al gruppo, ma elementi aggressivi e violenti erano provenuti già da prima dall’esterno: il Servizio aveva in effetti subìto delle aggressioni importanti:

  1. una in seguito ai suicidi di due giovani pazienti (dei quali uno dimesso da poco da un programma residenziale). La famiglia di uno dei ragazzi aveva organizzato insieme alla parrocchia un’assemblea pubblica alla quale il Servizio non era stato invitato, e pare che il parroco avesse fatto un’omelia criticando pesantemente l’operato del Servizio medesimo, nonostante la Struttura si fosse in realtà molto prodigata nel tempo, operativamente e finanziariamente, per rispondere ai bisogni di questo assistito;
  2. la seconda è la notizia dell’imminente accorpamento di più Servizi e della imposizione del cambio dei direttori, stabilito unilateralmente dai livelli decisionali apicali, con una paventata probabile soppressione dell’autonomia gestionale ed organizzativa sperimentata finora;
  3. infine, la richiesta di redigere diagnosi nosografiche standardizzate al posto delle diagnosi operative che il Servizio era invece formato a produrre collettivamente, per la somministrazione di farmaci e la razionalizzazione dei costi.

Sembra, allora, che il trauma abbia messo in luce alcune fragilità nei vincoli, non evidenti finora sul piano manifesto, e procurate o esacerbate, presumibilmente, da queste azioni, ed esperienze politraumatizzanti precedenti: l’aggressività latente legata al conflitto professionale e di genere, la rabbia non esplicitata legata a questo conflitto latente e quella legata alle altre aggressioni subite dall’esterno, il dissenso non detto o non ascoltato che si sono insinuati tra le crepe ed il gruppo all’improvviso si è dovuto rimettere in gioco.
Il trauma può fungere in un gruppo come collante ma anche come elemento disgregativo: a noi sembra che, in questa osservazione, sia andato un po’ più in questa seconda direzione.
Si è inserito come un cuneo nella quotidianità e ha rotto il linguaggio familiare: prima erano apparentemente tutti uguali, una sorta di condivisione matriarcale dei poteri, adesso no, irrompe ed emerge il conflitto, determinato dalla percezione evidente delle differenze, che sono differenze di ruoli e di genere, e la differenza di genere richiama e sembra sovrapporsi alla differenza dei ruoli e innesca dinamiche competitive. La compattezza del gruppo è destabilizzata, la gestione della paziente non avviene secondo percorsi autenticamente condivisi, si apre il varco alla possibilità dell’aggressione, si genera il trauma: anche la risposta ad esso non è aggregata e condivisa, ma mostra modelli di risposta e di elaborazione frammentati. Il soggetto, vittima dell’evento aggressivo, cerca risposte secondo un paradigma individualistico.

Ci chiediamo: la posizione del gruppo di professionisti è dipesa anche da come si è posta l’operatrice aggredita? E lei avrebbe potuto sottrarsi al mandato conferitole da esso? Diceva infatti di sé, durante una delle supervisioni osservate: “Sapevo che sarebbe andata così, avevo chiesto di vedere insieme a qualcuno questa paziente, ma sono abituata a far da sola senza pensarci. Mi è stato detto che dovevo farlo io, perché ero l’operatore di riferimento.”
Apparentemente lei ha poi avuto, in seguito all’accadimento traumatico, un atteggiamento di rottura col gruppo: non ha chiesto aiuto, si è assentata per un lungo periodo, alle supervisioni da noi osservate è arrivata sempre in ritardo, “anticipando la diaspora” con un messaggio aggressivo che si riflette nelle dinamiche gruppali.

Tutto quel che abbiamo osservato e poi riportato al nostro gruppo di ricercatrici riverbera su di noi in modo differente, dati i nostri ruoli e i nostri gruppi interni: intorno a questo dibattiamo e cerchiamo di analizzare i contenuti che emergono. E’ come essere una squadra, un’osservatrice si avvicina di più ad un’ipotesi o all’altra.
Ma ci sembra di poter condividere unitariamente che la ricerca abbia evidenziato alcune risultanze, che vorremmo lasciare però sotto forma di domande aperte, per suscitare ed identificare pensieri e canali ulteriori di ricerca . Infatti, secondo alcuni autori della Rivista “Psicologia Social” di Bahia Bianca (Bernardo Jiménez Dominguez ) i ricercatori psicosociali dovrebbero considerarsi “costruttori di opere effimere” , quindi la ricerca dovrebbe servire, una volta ultimata, a produrre pensieri generativi e desideri di aprire ulteriori canali di investigazione.

Le risultanze sono:
1) un gruppo curante omogeneo per genere ascrive al suo proprio genere la specificità dell’esercizio della cura? Un gruppo di maschi, cioè, pensa che la cura debba seguire criteri “maschili” e un gruppo di donne pensa che  la cura sia legittima solo secondo criteri “femminili”? Il curare è maschile e la cura è femminile?

2) I conflitti fra categorie professionali sono conflitti di genere?

3) Come gioca la specificità di genere nel determinare difficoltà a rifiutare il deposito dei mandati? Per le donne è forse più difficile rifiutare il deposito di un mandato?

4) La prevalente omogeneità di genere, in un gruppo, rende i processi di differenziazione più difficili? Li rende carichi di un’aggressività reciproca importante tra i membri? Fa emergere dinamiche espulsive rispetto a chi si differenzia?

5) I politraumi precedenti e ripetuti espongono a successive, più dirompenti, esperienze traumatiche?

 

 

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Equitalia: lo studio in prima linea contro le cartelle illegittime

Lo studio GRASSI BENAGLIA MORETTI è in possesso dell’elenco dei 767 dirigenti dell’Agenzia delle Entrate dichiarati illegittimi dalla sentenza n. 37 del 2015 grazie alla precisa richiesta avanzata dal dott. Benaglia Giovanni nei confronti dell’Ufficio Fiscale di Rimini. 
Si ricorda che la conseguenza di tale sentenza è quella di disporre che gli atti firmati dai dirigenti dichiarati illegittimi siano da considerare nulli, per carenza di legittimità dei dirigenti stessi. 
Vista l’importanza della sentenza lo Studio è a disposizione dei propri clienti o degli interessati, per verificare, attraverso i suoi professionisti, se le cartelle di Equitalia ricevute si basano su atti dell’Agenzia delle Entrate che sono stati emessi da dirigenti non legittimati a farlo. In tal caso, infatti, si potrà avanzare ricorso per far dichiarare l’inesistenza dell’atto impositivo.

 

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La Corte Costituzionale dichiara illegittima la recidiva obbligatoria

La Corte Costituzionale dichiara illegittima la recidiva obbligatoria. Il Giudice delle leggi, investito della questione di conformità alla Costituzione, si è pronunciato con sentenza n. 185/2015 (depositata il 23 luglio), dichiarando l'illegittimità costituzionale della norma. Alla Corte era stato posto il seguente quesito: 

E’ rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 99, quinto comma, del codice penale in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione (Cass. penale, sez. V, ord., 10 settembre 2014 (ud. 3 luglio 2014), n. 37443)

In particolare, la Consulta ha ritenuto illegittimo il 1° comma dell'art. 99 del Codice penale, per violazione degli articoli 3 e 27 della Carta Costituzionale, poiché comporterebbe un inaccettabile automatismo sanzionatorio. La norma in questione prevede un aumento di pena sulla base del riscontro della precedente condanna e della circostanza che il nuovo reato commesso rientri nell'elenco indicato all'art. 407 comma 2, lettera a) del Codice di procedura penale (di "grave allarme sociale"). 

Secondo la Corte Costituzionale, dunque, l'inasprimento del trattamento sanzionatorio appare privo di ragionevolezza, "perché inadeguato a neutralizzare gli elementi eventualmente desumibili dalla natura e dal tempo di commissione dei precedenti reati e dagli altri parametri che dovrebbero formare oggetto della valutazione del giudice, prima di riconoscere che i precedenti penali sono indicativi di una più accentuata colpevolezza e di una maggiore pericolosità del reo".

L'automatismo previsto dall'art. 99 comporta un aumento anche laddove vi sia un unico precedente, benché remoto e altresì inidoneo ad accentuare il disvalore penale ai fini della recidiva.

Si tratta perciò di una presunzione assoluta che si pone in contrasto con l'art. 3 della Costituzione. 

Così il comma 5 dell'art. 99, il quale a giudizio della Consulta violerebbe anch'esso i dettami costituzionali - l'art. 27 - non rispettando il principio di necessaria proporzione tra offesa recata e qualità/quantità della sanzione. Osserva, infatti, la Corte: "la preclusione dell'accertamento della sussistenza nel caso concreto delle condizioni che dovrebbero legittimare l'applicazione della recidiva può rendere la pena palesemente sproporzionata, e dunque avvertita come ingiusta dal condannato, vanificandone la finalità rieducativa prevista dall'art. 27 Cost. 3° comma".

Conclude, il Giudice delle leggi, dichiarando "pertanto incostituzionale l'art. 99 comma 5, limitatamente alle parole "è obbligatorie e.."

La pronuncia della Corte Costituzione dovrebbe ora conseguire effetti soprattutto con riguardo ai procedimenti ancora pendenti.

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Ricerca, sviluppo e innovazione: la Regione Emilia Romagna pubblica due bandi di finanziamento.

In data 29 giugno 2015 la Regione Emilia Romagna ha approvato due bandi destinati al finanziamento di progetti di sviluppo, ricerca ed innovazione. 
Il primo bando riguarda progetti di ricerca e sviluppo delle imprese ed è rivolto a tutte le imprese, senza limiti dimensionali. Scopo del bando è quello, da un lato, di rafforzare le strutture di ricerca e sviluppo delle imprese attraverso l’impiego sia di nuovo personale laureato sia mediante l’incremento dei rapporti con il sistema della ricerca; dall’altro lato vuole valorizzare la promozione dei processi di diversificazione e individuazione di nuove nicchie di mercato attraverso nuovi prodotti, servizi e sistemi di produzione a elevato contenuto tecnologico. 
La domanda può essere presentata dalle imprese che hanno unità locale in cui si realizza il progetto in Emilia-Romagna, dalle aggregazioni di imprese e i consorzi. Il contributo regionale è concesso a fondo perduto nella misura del 45% delle spese ammissibili relative ad attività di ricerca industriale e del 20% delle spese ammissibili relative ad attività di sviluppo sperimentale.  La scadenza per presentare la domanda, esclusivamente in via telematica, è fissata per le ore 17.00 del 30 ottobre 2015.

Il secondo bando riguarda i progetti di ricerca industriale strategica rivolti agli ambiti della strategia di specializzazione intelligente ed è rivolto ai laboratori di ricerca. Scopo del finanziamento è quello di sviluppare e diffondere significativi avanzamenti tecnologici per il sistema produttivo attraverso la realizzazione di nuovi risultati di rilevanza tecnologica e industriale, di interesse per le filiere produttive regionali, nella forma di dimostratori di nuovi prodotti o nuovi sistemi di produzione.
La scadenza per la presentazione della domanda, esclusivamente in via telematica, è fissata per le ore 17.00 del 30 settembre 2015.

Lo Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI è a disposizione dei propri clienti e di tutti gli interessati per qualsiasi chiarimento in merito ai suddetti finanziamenti e mette a disposizione la propria professionalità per la predisposizione, redazione ed invio delle richieste di finanziamento. 

 

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Target Sinergie rinnova il suo sostegno a Banco Alimentare Abruzzo

Hanno distribuito a circa 40 mila poveri di Abruzzo e Molise mediante 240 strutture caritative ben 1.434.973 kg di prodotti alimentari: è questo in sintesi il saldo benefico che Banco Alimentare Abruzzo presenterà ai sostenitori dell’associazione all’Open House di Pescara, mercoledì 15 luglio. E tra questi ci sarà anche Davide Zamagni, presidente, e Gianluca Fabbri, sales manager, in rappresentanza di Target Sinergie, che dallo scorso anno sostiene questo importante progetto di aiuto alle persone, sancendo così il rinnovo di un impegno comune nell’aiuto al prossimo.

In Abruzzo Target Sinergie è presente con la gestione in outsourcing della piattaforma logistica della De Cecco, marchio alfiere del Made in Italy della pasta, a Val di Sangro (Chieti). E’ diventato naturale quindi per Target Sinergie ampliare, negli anni scorsi, il raggio della propria Responsabilità Sociale d’Impresa al territorio abruzzese, proprio nel settore dove maggiormente l’azienda riminese è impegnata, l’agroalimentare, rinovando anche quest’anno il sostegno allo sforzo dei 35 volontari che, attraverso le 245 strutture caritative convenzionate, aiutano il prossimo nei bisogni primari: l’alimentazione.

Il tema della serata Open house, scrive il presidente del Banco Alimentare Abruzzo Luigi Nigliato «sarà EDIFICARE, CREARE, COSTRUIRE e trae spunto dalle parole di Papa Francesco: “Dobbiamo imparare ad incontrare i poveri. La cosa importante non è guardarli da lontano o aiutarli da lontano. No, no! È andare loro incontro. Questo è cristiano! Questo è ciò che insegna Gesù. Dobbiamo edificare, creare, costruire una cultura dell’incontro”». Un messaggio positivo che l’associazione abruzzese rilancia aprendo la sua struttura e illustrando i risultati raggiunti in questo periodo certamente di grande difficoltà per molte persone.

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Incrementano fatturato e posti di lavoro per Target Sinergie: bilancio 2014 presentato alla cena con i dipendenti

«Stiamo costruendo qualcosa di positivo, per noi e per tutti quelli che vogliono costruirlo insieme a noi»: il 2014 del gruppo Target Sinergie presenta un bilancio in attivo e con numeri in incremento, e ciò giustifica il commento ottimista del fondatore Domenico “Mimmo” Pirozzi, alla cena che ha visto partecipare oltre 170 dipendenti. E’ uno dei due appuntamenti clou per il gruppo riminese attivo nella logistica, nei servizi di Facility Management, nell’igiene e pulizie civili, industriali e alimentari. A Natale infatti si scambiano gli auguri con i lavoratori, a maggio si discutono Bilancio e andamento del lavoro, con i dipendenti giunti dalle regioni dove Target Sinergie eroga servizi alle imprese: Sardegna, Campania, Abruzzo, Toscana, Lombardia, Emilia – Romagna e, ovviamente, Rimini, dove ha sede. Quest’anno, in più, un piccolo gesto di solidarietà: ad ogni dipendente sono stati donati due biglietti della lotteria Fondo per il Lavoro della Caritas diocesana di Rimini, che Target Sinergie sponsorizza.

Il fatturato 2014 ha superato i 21 milioni 400 mila euro, con un incremento di quasi un milione di euro rispetto al 2013. E se nell’anno precedente si era registrato un lieve passivo, ampiamente coperto dagli accantonamenti, il 2014 è stato nel segno positivo: fatturato, incremento dell’occupazione (5%) – in totale sono quasi 750 i dipendenti – e attivo di bilancio.

Il settore logistica di stabilimento nel 2014 si è confermato il principale, passando dal 74% al 77% del fatturato: circa 16 milioni e mezzo. «Oltre a nuove importanti commesse da parte di uno dei nostri clienti storici, Marr, che ci ha affidato nuovi servizi in diversi stabilimenti – ha spiegato Davide Zamagni, presidente di Target Sinergie alla platea di lavoratori e dirigenti – è partita con successo la collaborazione con De Cecco, un marchio prestigioso del made in Italy, con la gestione della piattaforma di Val di Sangro (Chieti). Anche nel settore Beverage abbiamo rafforzato la partnership con Partesa (gruppo Heineken) a Cortemaggiore (Piacenza), mentre nella logistica Farmaceutica abbiamo ampliato i servizi alla Comifar, del gruppo internazionale Phoenix, a Carinaro (Caserta)».

I servizi di Facility Management (ovvero la gestione in outsourcing delle pratiche amministrative) sono la seconda voce di bilancio, con oltre 3 milioni di fatturato. Tra i clienti che si affidano a Target Sinergie si consolidano i rapporti con la multiutility Hera e con la holding dell’energia Sgr. Infine il settore dell’igiene e pulizie, con le riminesi Banca Carim, Banca di Rimini e Bcc Valmarecchia, la multinazionale Teddy, oltre a marchi conosciuti come Celli spa, Riviera Golf Resort e Gruppo Maggioli.

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La ricerca e l’abduzione

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mar, 26/05/2015 - 15:11

Charles Sanders Peirce, in “Some consequences of four incapacities” (trad. it. “Alcune conseguenze di quattro incapacità”), sostiene che il motore che muove l’essere umano alla ricerca è il dubbio: è la situazione di dubbio che stimola nell’uomo l’attivazione di un processo psichico, il pensiero, con il fine di porre fine alla situazione di dubbio e ricreare una situazione di tranquillità e quiete.
Questo motore può essere inteso in tre modi:

1. come stimolo che viene dalla realtà, una cosa di cui bisogna occuparsi;
2. una passione soggettiva che viene da lontano, legata alle relazioni sociali del vissuto;
3. l’egotismo, la soddisfazione derivante dal far parte di un gruppo che si occupa di un certo oggetto.

Aggiunge poi che non esiste nell’uomo un processo psichico che abbia come obiettivo la conoscenza e che non sia di tipo inferenziale. Con inferenza è da intendersi un percorso logico compiuto dalla mente dell’uomo: si parte da un oggetto conosciuto e, utilizzando un passaggio intermedio, si arriva a carpire una nuova conoscenza, un oggetto prima ignoto.

Fondamentalmente nei suoi ragionamenti l’uomo utilizza tre tipologie di inferenze, ossia tre forme di argomentazione: l’induzione, la deduzione e l’abduzione.

In ambito semiotico l’importanza delle inferenze è legata all’interpretazione: “…le inferenze costituiscono la via maestra attraverso cui un’interpretazione prende forma, o attraverso cui un oggetto diventa prima segno per essere poi pienamente interpretato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 1).

La differenza tra i tre tipi di inferenza sta nel fatto che nell’in-duzione si va verso qualcosa e la conclusione che viene prodotta è una sintesi; nella de-duzione si proviene da questo qualcosa e la conclusione che si ottiene è una tesi; nell’ab-duzione si compie invece un movimento logico laterale o a ritroso (retro-duzione in questo caso) e la conclusione cui si perviene è un’ipotesi.

Nell’inferenza di tipo induttivo si utilizza una logica di tipo associativo: ricercando relazioni tra due eventi osservati, uno considerato causale e l’altro considerato come effetto del primo, si perviene ad una conclusione (sotto forma di implicazione del tipo se … allora) che si propone come legge o regola generalizzata. Tale conclusione è determinata dalla sintesi tra le due premesse ed ha valore probabilistico, dunque fallibile e da considerare vera fino a prova contraria.
 Un esempio di inferenza induttiva[1] è:

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

La regola cui si perviene è però solamente probabile poiché il terreno potrebbe essere bagnato anche per altri motivi. Così, ad una prima fase di osservazione dei fenomeni di interesse, deve seguire la fase della sperimentazione, nella quale due oggetti di ricerca vengono messi in relazione, e, successivamente, quella della verifica, che ha l’obiettivo di controllare la validità delle procedure utilizzate e delle scelte fatte.

 Nella inferenza di tipo deduttivo si parte da un oggetto già conosciuto, una regola o legge, da cui si sviluppano, necessariamente, delle conseguenze. In questo caso è la premessa iniziale ad essere un’implicazione del tipo se… allora, e tale premessa si deve ripetere sempre con le stesse modalità: in sostanza deve essere considerata, o presunta, vera. Dunque da una premessa (legge) considerata vera, se si verifica un certo fenomeno e se viene condotto un ragionamento secondo una modalità “meccanica” corretta, allora ne deriva una conclusione certa.
 L’inferenza deduttiva ha questa sequenzialità:

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Risultato: Il terreno è bagnato

Nell’inferenza di tipo abduttivo si produce un’ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato: dato un evento (fatto sorprendente), considerando che potrebbe dipendere da una legge d’implicazione (del tipo se… allora) particolare, se ne fa derivare una possibile causa (assente possibile). La conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un’ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica. L’ipotesi, nella concezione peirceiana, deve essere considerata come una domanda che, richiedendo una verifica, cerca una teoria.
L’inferenza abduttiva si presenta con questa forma:

Risultato: Il terreno è bagnato

Regola: La pioggia comporta il terreno bagnato

Caso: Ha piovuto

Ma non è detto effettivamente che abbia piovuto; la pioggia è soltanto una delle possibilità che avrebbero potuto comportare quella conclusione, ossia il terreno bagnato.

L’abduzione è dunque un azzardo poiché, pur fondandosi sulle premesse del ragionamento, non si configura come pura ripetizione del contenuto delle premesse medesime, come avviene negli altri due tipi di inferenza, bensì come “ricomposizione di tale contenuto semantico” (M. A. Bonfantini e G. Proni, To guess or not to guess?, p. 152): anche con premesse valide la conclusione potrebbe risultare falsa. Questo rischio è il prezzo che viene pagato a fronte del forte potenziale creativo proprio dell’abduzione: questo tipo di argomentazione, in effetti,  non si fonda sul ragionamento logico meccanico quanto sull’interpretazione del dato o “risultato”, che viene motivato facendo leva su un principio generale (o legge-mediazione). È l’elemento interpretativo che connota l’inferenza abduttiva come rischiosa, in quanto non è detto a priori che sia proprio la legge-mediazione che si ipotizza ad essere motivo dell’effetto sorprendente osservato. Ed anzi è nella scelta della legge-mediazione che si gioca la creatività e la possibilità di scoperta del ricercatore, poiché tanto più la legge-mediazione appartiene ad un campo semantico distante dal quello proprio dell’evento osservato, e tanto più è possibile ritenere l’abduzione innovativa. Ossia tanto meno la conclusione abduttiva era suggerita dalle informazioni incluse nel campo osservato e quanto più la si può connotare come una nuova conoscenza.

A tale proposito i due semiologi Massimo A. Bonfantini e G. Proni distinguono tra tre tipi di abduzione:

1) un primo tipo in cui la legge-mediazione usata per inferire il caso dal risultato è data in modo obbligato o semiautomatico: sono abduzioni che si elaborano in maniera inconsapevole, utilizzando schemi mentali abitudinari (o abiti, per dirla con Peirce) per rispondere agli stimoli provenienti dal mondo esterno;

2) un secondo tipo in cui la legge-mediazione utilizzata viene reperita e selezionata nell’ambito dell’enciclopedia disponibile: accanto agli abiti personali si utilizzano le informazioni e le conoscenze che consapevolmente si hanno, si fa riferimento ad un sapere istituzionalizzato, a teorie già esistenti;

3) un terzo caso in cui la legge-mediazione viene costituita ex novo, inventata[2]: è l’invenzione che propone una conoscenza del mondo “così come ancora non è stato” (S. Zingale, Il ciclo inferenziale, p. 11).

Peirce paragona il ragionamento abduttivo ad un tirare a indovinare (il lume naturale), appunto per la distanza esistente tra le premesse e la conclusione di tale inferenza, ma ipotizza l’esistenza di un’affinità tra la mente dell’uomo che produce un’ipotesi e la natura su cui si applica il suo interesse, sostenendo “che la mente umana, essendosi sviluppata sotto l’influenza delle leggi naturali, per questa ragione in qualche modo pensa secondo modelli naturali”(C.S. Peirce, 1929, p.269). Nelle previsioni che fanno, gli uomini sarebbero guidati da concezioni sistematiche della realtà, presenti in maniera più o meno consapevole, che determinano orientamenti di giudizio specifici. Dunque partendo da tale presupposto suppone che gli elementi che sostengono un’ipotesi sarebbero già presenti nella mente dell’uomo, ma la novità consiste nel immaginare di poter metter insieme, come attraverso un “insight”, un’intuizione, ciò che prima non si  pensava minimamente di associare.

L’abduzione, dice ancora Peirce, è “il primo passo del ragionamento scientifico”, l’inferenza mediante la quale è possibile adottare una nuova idea, un’ipotesi che possa permettere di dare spiegazione di un fatto altrimenti considerato inspiegabile. A questa deve però seguire un’inferenza induttiva, che funge da prova sperimentale dell’ipotesi (si deve ripetere molte volte un esperimento per eliminare il più possibile il frutto del caso, sosteneva Galileo Galilei), e poi quella deduttiva, che permette di trarre dall’ipotesi sperimentale le necessarie conseguenze e conclusioni. 

Note:
[1] Rifacendoci alla teoria dell’abduzione di Peirce consideriamo che con “caso” si intende la “conclusione abduttiva” o “ipotesi” del ragionamento; con “risultato” si intende il “fatto osservato”; con “regola” invece si intende la “legge generale”, l’“esperienza”.

[2] Questo terzo tipo di abduzione può a sua volta essere suddiviso in tre sottotipi: un primo nel quale la legge-mediazione viene estesa ad altro campo semantico (spostamento); un secondo nel quale la legge-mediazione crea una nuova relazione tra due elementi già presenti nel medesimo campo semantico (connessione); un terzo nel quale la legge-mediazione introduce come antecedente logico un termine inventato (inventato dal suo istitutore).

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