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Save the date: convegno "Le leve dell'impresa futura: dalla Gestione delle risorse umane alla Contract Logistics. Stato dell'arte e buone prassi contrattualistiche"

In principio era “esternalizzare per ridurre i costi”. Oggi, l'orizzonte è la Contract Logistics: la logica dei tagli è stata superata e flessibilità, variabilizzazione dei costi, snellimento della struttura aziendale, riduzione dei rischi d'impresa sono diventati i fattori strategici. E' un’evoluzione in atto e, come per ogni evoluzione, ci sono molti ‘‘come’’ e ‘‘perché’’, varie regole e buone prassi. Tutto questo diventa il tema della tavola rotonda "Le leve dell'impresa futura: dalla Gestione delle risorse umane alla Contract Logistics. Stato dell'arte e buone prassi contrattualistiche".

Target Sinergie insieme a Confindustria Ascoli Piceno e ADACI hanno organizzato un seminario per parlare della Contract Logistics, invitando due esperti della materia: Damiano Frosi, Project Manager dell’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano, che illustrerà lo stato dell'arte della Contract logistic in Italia, secondo l'ultimo rapporto appena stilato dal centro studi, Graziana Dell'Apa, (avvocato dello studio legale Lucchini Gattamorta e Associati di Bologna) che porterà la sua contrattuale in materia, e Alessandro Belli (HR manager, temporary manager, Ideeprogetti - Consulenza Direzionale, Risorse Umane e Ambiente). Insieme, dialogheranno con imprenditori, manager e dirigenti d'impresa, portando le studi, esperienze e case histories, moderati da Davide Zamagni (presidente Target Sinergie, Contract Logistics & Facility Management).

L’evento si svolgerà il 15 novembre a partire dalle ore 16.30 presso la sede di Confindustria Servizi a San Benedetto del Tronto, in Contrada San Giovanni Scafa. Per iscriversi compilate il form, per ulteriri informazioni potete contattare Barbara Pifferi via web oppure via tel. 0541 796462 e Fax 0541 796450 (Target Sinergie Rimini), o Confindustria Servizi: Antonella Marinelli, info@confindustriaservizi.ap.it, tel 0735 610102 fax 0735 751125.

Vista la disponibilità limitata, le adesioni si riceveranno entro il 14 novembre.

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Sull’attualità del gruppo operativo

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mar, 01/11/2016 - 21:52

del Professor Armando Bauleo

(Il titolo originale dell’articolo, tratto da www.area3.org.es Numero Especial nº 1, è “Sobre l’actualidad del Grupo Operativo” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)

Conferenza inaugurale del congresso internazionale “Sull’attualità del Gruppo Operativo”, svoltosi a Madrid dal 24 al 26 febbraio 2006

L’asse che spero guidi questo incontro comprende un messaggio doppio, sottilmente compreso nel titolo, i cui diversi aspetti sarebbero articolati grazie alla questione dell’attualità.
Il messaggio è doppio nel senso che punta a due direzioni: una di esse è la domanda sulle condizioni nelle quali si trova oggi il Gruppo Operativo; l’altra si deve al fatto che, chiedendo a proposito di queste condizioni, inevitabilmente si pone il problema su ciò che succede, nel presente, con l’operatività dei gruppi.

Con la nozione di operativo, operatività, operazione gruppale, ci troviamo nel campo della prassi gruppale, cioè in un piano dal quale abbiamo sempre voluto poter intravedere le relazioni che mantenevano un insieme di nozioni con le attività gruppali. Tutto questo ritagliato in questo momento storico-sociale-economico.

Rispetto alla questione dell’attualità si rende necessario esplicitare la nostra posizione. Foucault in “Sapere e verità”, interrogando il presente, si domandava “qual è la mia attualità? Qual è il senso di questa attualità? Che cosa è che faccio quando parlo di essa? Ho qui, mi sembra, la singolarità di questa nuova interrogazione sulla modernità?”.
La sua inchiesta è, per volere di Nietzsche, una genealogia, pertanto “condurre l’analisi partendo dalla questione del presente”.
“Il lavoro genealogico – segnalano Alvarez-Uria e Varela, autori del prologo di quel testo foucaultiano – esige una minuziosa analisi delle mediazioni, isolare le trame secondo i fili, definire le sue conformazioni, le sue trasformazioni, la sua incidenza nell’oggetto di studio e, infine, ripensare i concetti che permettono la sua definizione”.
Ricordiamo che nelle sfumature di questi pensieri emerge la sentenza dell’Ecce Homo di Nietzsche: “La mia filosofia trionferà un giorno sotto questo motto: ci lanciamo nelle braccia del proibito. Ed è che, ancora oggi, quello che è stato sistematicamente proibito era la verità”.
La problematizzazione dell’attualità, l’interrogazione sul presente, porta il senso specifico di ciò che si può inquadrare di una pratica, di un discorso, di un successo o fenomeno, in un’epoca determinata.
Nel nostro caso, quindi, cercheremo di iniziare l’analisi di queste due direzioni attraverso le osservazioni o le domande sullo sviluppo gruppale nel presente.
Per essere più preciso e chiaro: “La storia non ha ‘senso’, che non vuol dire che sia assurda o incoerente. Al contrario è intellegibile e deve poter essere analizzata fino al suo più minimo dettaglio: ma partendo dall’intelligibilità delle lotte, delle strategie e delle tattiche” (Michel Foucault, “Verità e potere” in “Microfisica del potere”)

Ora miriamo alle condizioni attuali del Gruppo Operativo. Partendo da quella esperienza primitiva nel Manicomio di Buenos Aires, modello mitico di una nascita, l’idea e la pratica dei Gruppi Operativi transitarono per diverse regioni o paesi, istituiti in innumerevoli scuole, conferenze, seminari, gruppi di studio così come pratiche istituzionali o comunitarie.
Da molto tempo osserviamo questa grande diffusione che ha acquisito il Gruppo Operativo, ma essa non può essere confusa con un aumento della densità concettuale e pratica che oggi dovrebbe aver arricchito la nostra concezione.
Ci troviamo con un’enorme disparità tra quella diffusione e il magro accrescimento dell’insieme concettuale.
Una questione generale di come ci troviamo attualmente illuminerebbe questo quadro. Quindi, confrontati con questa situazione, cercando di sciogliere i fili, verifichiamo che non mancano scritti, ma questi mirano alle applicazioni del Gruppo Operativo e alle osservazioni sul funzionamento in circostanze specifiche.
Abbiamo notato anche qui un grande sforzo per ripensare alle possibilità che fornisce questo tipo di gruppo.
Ma ci troviamo anche con molte descrizioni, al contrario, che sono mere volgarizzazioni che fanno entrare il nostro Gruppo Operativo nell’ambito di un populismo esasperato che permette di indovinare la mancanza di elaborazione teorica dell’autore o le resistenze al cambiamento che lo cinsero, non facendolo uscire dal manifesto grossolano del suo lavoro.
Una certa quantità di autori hanno omologato la nostra concezione gruppale con giochi infantili, non in senso winnicottiano ma circense, per esempio, un autore commenta a proposito delle divertenti conseguenze che deriverebbero dall’assenza del compito, quando ben sappiamo che la non presenza del compito provoca un’angoscia per l’imprecisione della situazione e un clima di confusione.

Aggiungo che il vero divertimento si produce quando la demolizione dell’ostacolo epistemologico provoca ‘esplosioni creative’. Lavorando con un intendimento psicoanalitico in situazioni di disagio, come in ‘Villas en Emergencia’[1], non siamo mai stati obbligati a diminuire il livello teorico del nostro lavoro. In un’occasione il nostro autore affermò che: “lavorare significa intraprendere il cammino per pensare qualcosa di differente da ciò che fino allora si pensava”. Centreremo, ora, il nostro sguardo su tre questioni fondamentali, le ritagliamo e cerchiamo di orientarci nella loro attualità.
L’idea di compito, la comprensione del latente (nelle sue due versioni, la trasmissione e la sua comprensione) e la valutazione della nozione di emergente.

Ognuno di noi che ha studiato attentamente le diverse prassi gruppali può confermare  – in molte di esse – che l’idea di compito non è percepita nella sua pienezza, si prende formalmente come l’obiettivo o il ‘dovere scolare’, pertanto si può fare una specie di bilancio esprimendo che ‘è, bene o male’ realizzato.
Il compito, elemento che convoca alla realizzazione di un gruppo, ha sfaccettature manifeste e latenti, provoca mobilizzazioni inconsce dei vincoli tra gli integranti, stimola la dinamica dell’aggiudicazione e assunzione dei ruoli e la finalizzazione di un compito è dato dall’inquadramento gruppale o istituzionale che si era fissato del tempo e dello spazio, dall’inizio dell’esercizio gruppale.
Pertanto, il compito oltrepassa il titolo dato ad una dinamica di gruppo. Sottolineiamo che siamo nell’ambito della ‘sofferenza’ del corpo teorico della nostra concezione, sperando che dall’errore possiamo estrarre il vantaggio di apprendere, inoltre si tratta di delucidare non ciò che corrisponde o no alla concezione operativa, cioè in un clima di ortodossia, ma di svelare le linee storiche di questa concezione che ce ne permette l’uso nel nostro lavoro.

Continuiamo, ora, con le problematiche che riguardano il latente. Possiamo dire che l’insufficienza nella comprensione del latente fa che, chi coordina osservi il funzionare del gruppo sullo stretto piano manifesto, cioè si prende come elementi forti del processo gruppale ciò che si può ‘palpare con la mano’. Segnalano, per esempio, in certe comunicazioni per descrivere l’evoluzione del gruppo, una lista di commenti o di aneddoti che esprimono gli integranti del gruppo, a cui segue una serie di opinioni dei coordinatori, o questi dirigono l’ordine degli oratori o indicano come i membri debbano farsi carico del compito. La descrizione assomiglia a una riunione di amici. Il gruppo ha perso la propria autonomia in quanto si è istaurata una leadership che lo dirige.
Esiste, pertanto, un vedere o un sentire con i padiglioni delle orecchie. Nei primi scritti freudiani già si parlava dei punti ciechi dell’analista. È difficile, per chi non ha elaborato certi conflitti propri, aiutare gli altri a risolvere quegli stessi conflitti.
Ora credo che dobbiamo affrontare queste circostanze iniziando ad interrogarci circa il nostro atteggiamento nella didattica. Il modello del sogno ci ha permesso di intendere la dialettica esistente tra il suo manifesto ed il latente intrecciato con esso. Gli insegnamenti su come interpretare il sogno ci spingono a considerare questa dialettica.
Sarebbe utile, nell’affrontare questa tematica, che ci confrontassimo, almeno, con due livelli di problematiche, alcune vincolate con la trasmissione, cioè con i modelli dell’insegnamento/apprendimento, le altre con le probabilità di capire, da parte dell’auditorio, o da parte degli alunni, la nozione di latente.

C’è un principio che indica che il nostro modello didattico (informazione-gruppo) contiene come un’iniziativa per avviare i membri del gruppo a percepire, intuire, apprezzare, capire, in uno stato tra il cosciente e l’incosciente, l’intergioco latente che sta funzionando nei distinti momenti del processo gruppale.
Le interpretazioni del coordinatore favoriranno le strade per questa comprensione, poiché il capire il funzionamento del latente proviene dall’esperienza gruppale realizzata e non solamente da una conferenza formale.
Il gruppo operativo dovrebbe contenere momenti iniziatici per acquisire una specie di sapere del latente. È così che si comincia a comprendere che i vincoli con gli altri includono aspetti che mai ci sono totalmente chiari, pertanto è necessario un terzo – il coordinatore – per arrivare a dar loro qualche significato.
Questo principio, che si incontra nel nucleo del Gruppo Operativo, dovrebbe essere internalizzato nei professori e nei coordinatori. Se non è così, allora dobbiamo domandarci se essi sono coscienti delle loro posizioni e delle loro responsabilità di fronte all’insegnamento ‘latente’ del latente.
Che fare con i punti ciechi di se stessi, a che cosa si devono, come possiamo uscire da questo pantano?

Non credo che possiamo sfuggire e né uscire da questa situazione con dei consigli.
Si rende necessaria una riflessione istituzionale sulla stessa, ricordiamo la frase di Paul Veyne: “Foucault non attaccava le elezioni degli altri, ma le razionalizzazioni che gli altri aggiungevano alle sue elezioni”.
Dall’altro lato ci domandiamo: che cosa accade agli utilizzatori o agli alunni? È abbastanza facile parlare di resistenze al cambiamento o di duri ostacoli epistemologici, sebbene teniamo a mente il deterioramento culturale proprio della globalizzazione e del consumismo.
Pichon-Rivière, alla domanda su chi dovrebbe integrarsi in un gruppo, in base alla sua idea di eterogeneità, segnalava che chiunque avrebbe potuto farlo, solamente si rendeva necessaria la sua motivazione a partecipare.
Cioè, il gruppo attuale ‘insegna’ al gruppo interno ad elaborare l’informazione che è stata fornita.
Pertanto, la prima questione che dovrebbe essere introdotta nell’insegnamento è il carattere caleidoscopico del compito, questo è e non ciò che si stipulò come finalità del gruppo. Questo già indicherebbe che esiste qualcosa di distinto dal manifesto. Ma questa circostanza sorge, semplicemente, quando i membri dimostrano che tutti hanno idee differenti sul compito proposto, e che queste idee provengono dalle proprie esperienze precedenti e dalle ‘voci’ interiori nate nel gruppo interno.
Ci interrompiamo per segnalare una questione che è sorta nel nostro discorso: continua ad esser valida, oggi, l’immagine o il sentimento della presenza di un gruppo interno nei soggetti? Si diffonde, ora, che questo gruppo interno è uno dei pilastri della concezione operativa?

Non dimentichiamo che esso è un elemento essenziale di qualsiasi vincolo, a sua volta è ciò che rende possibile la dinamica di aggiudicazione e assunzione dei ruoli, questioni, queste, che servono per studiare la patologia familiare ed i suoi emergenti. Ricordiamo che il gruppo interno cerca di trasformare in familiare il gruppo nel quale si sta partecipando nel momento attuale, per ‘salvare’ il soggetto, un modo di salvare l’individuo nel suo sforzo di elaborare le differenze esistenti tra lui e gli altri del gruppo.

Poiché ci siamo addentrati su questo tema, affronteremo la terza questione, la spinosa questione dell’emergente. Dall’inizio della nostra concezione la questione dell’emergente non è stata mai univoca.
Proporre un’indicazione esatta della cosa alla quale ci riferivamo ci sfuggiva sempre tra le mani o, per meglio dire, tra le diverse definizioni. Il caso che lo esemplifica meglio è la situazione del sofferente mentale, nella quale questo sarebbe l’emergente ed il prodotto dell’incrocio dei disagi nei vincoli familiari. L’emergente sarebbe quella figura che condensa e specifica in se stessa le mancanze nella comunicazione, i problemi generazionali e la dislocazione dei posizionamenti familiari, dei conflitti e lutti non elaborati nella dinamica familiare.
Da ora in poi esiste una semi-oscurità, un conoscere ambiguo su ciò che può essere considerato l’emergente di un gruppo. In varie occasioni lo si confonde con l’apparizione di un leader, ciò che gli fa perdere la sua proprietà di elemento del latente, quindi di essere alieno alla coscienza degli integranti del gruppo, o di costituire l’iceberg di una fantasia gruppale.

Per me, la percezione e l’interpretazione dell’emergente dipende da un lavoro del controtransfert del coordinatore, controtransfert costruito non solo dalle esperienze emozionali, ma anche dall’articolazione di queste con la formazione teorico-pratica di quel coordinatore.
Seguendo le tracce delle indicazioni freudiane, direi che ci imbattiamo nella segnalazione della ‘comunicazione da inconscio a inconscio’. Il coordinatore ‘appena darà conto’ del contenuto della sua interpretazione, la risposta apparirà nella creazione di un altro emergente gruppale, pertanto non si chiude mai il dialogo attorno al tema proposto come compito. La sua parola non è oracolare.

Se così non lo pensano i colleghi della nostra comunità scientifica – come direbbe Khun -, sarebbe bene che esprimessero come si capisce e segnala un dato emergente, e che cosa denominano emergente.
Ci rimarrebbe da affrontare – e non lo faremo oggi – in questa problematizzazione del presente della nostra concezione, già iniziata la discussione sui Gruppi Operativi, l’altra metà di questa concezione che corrisponde alle idee e alle pratiche accumulate intorno alla denominazione di Psicologia Sociale.
Una definizione concisa e veloce segnalerebbe che la Psicologia Sociale si incarica di studiare gli scambi esistenti tra la struttura sociale e l’organizzazione psichica dei soggetti, uno studio ritagliato della soggettività sorta in un momento storico-sociale-economico.
Possiamo dedurre che i Gruppi Operativi sono stati concepiti non solamente per studiare i movimenti interni di una dinamica gruppale, ma anche costruiti per un fuori, per un contesto, come metodo o strumento per indagare e intervenire in un campo disegnato da una Psicologia Sociale. Aggiungiamo che Bleger ha indicato chiaramente gli ambiti per i quali transitano questi gruppi. È così che il contesto sarà investigato nelle sue diverse qualità dalla prassi gruppale, indagine che, a sua volta, va trasformando questo contesto e le forme gruppali che sono intervenute in esso.

Quindi, in questo momento ci troviamo con questioni o domande che, partendo dal presente, devono risignificare la storia della nostra concezione.
L’idea di questa Psicologia Sociale si intreccia con l’apparato nozionale e con le pratiche dei gruppi. Ci sembra difficile stabilire che cosa o chi nacque da che cosa o da chi. Abbiamo presente che Pichon-Rivière è sempre stato uno psicoanalista, l’‘apparato analitico’ è stato il suo gruppo di lavoro interno. Aggiungiamo che non lo ha mai soddisfatto una metodologia clinica calibrata sull’attività individuale e privata.
I gruppi appaiono come una situazione collettiva lavorata in forma collettiva. La nozione di vincolo, da lui coniata, lo ha provvisto di un elemento ‘plus’ per entrare in quei collettivi, non solo gruppali ma anche istituzionali e comunitari.

Il precedente dimostra, in parte, i legami e le difficoltà di una separazione tranciante. Ma lo stesso Pichon-Rivière ha stabilito un primariato, o luogo di privilegio, nel dare alla Psicologia Sociale la possibilità di accogliere un’identità.
Noi ci definiamo come Psicologi Sociali e non come gruppalisti, sebbene adottiamo quest’ultima definizione in circostanze precise.
In un disegno sulla disposizione delle scienze sociali, la Psicologia Sociale sarebbe come un’intermediazione, che si adatta e si colloca come cuneo tra la Psicologia – che deve necessariamente ridefinirsi a partire dalla scoperta della Psicoanalisi –  e la Sociologia, si fissa così un elemento che si occupa di elaborare le relazioni tra soggetto ed il suo contesto.

In alcune università esiste una disciplina con quel titolo, non saprei dire in quali, ma in quei casi la Psicologia Sociale è sperimentale e circoscritta a effettuare studi sui comportamenti sociali marcatamente manifesti.
All’interno della nostra concezione, la Psicologia Sociale si occupa di situazioni di alta complessità, poiché inizia partendo da emergenti comunitari e/o regionali e da questo presente si immerge nella profondità delle sue storie.
Credo di aver realizzato una punteggiata sintesi che ci permette di iniziare un’indagine sulla nostra attualità nel campo del movimento gruppale. Movimento che ci serve per studiare e intervenire nel contesto storico-sociale nel quale siamo inclusi. Spero che questa occasione sia solo l’inizio per approfondire questa indagine.

Madrid, 24 febbraio 2006

[1] Le ‘Villas de Emergencia’ o ‘Villas Miseria’, in Argentina, sono delle città sorte intorno agli anni ’90 in aree periferiche di poco valore e caratterizzate da un alto grado di precarietà e scarso equipaggiamento dal punto di vista sociale (n.d.t.).

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REVI.COOP: una cooperativa al servizio di imprese e privati

L'esperienza decennale che contraddistingue i componenti dello Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI ha permesso di far nascere REVI.COOP, cooperativa che ha come obiettivo quello di fornire servizi nell’ambito della consulenza fiscale e contabile, dell’auditing e della consulenza strategica. Nell'ambito romagnolo è una novità che una pluralità di professionisti decide di organizzarsi sottoforma di cooperativa. 

Ne parliamo con il dott. Giovanni Benaglia, che della nuova realtà è l’amministratore unico.

Innanzitutto, perché una cooperativa?

Principalmente perché questa forma societaria ribalta la concezione dei rapporti fra le persone che ci lavorano dentro. Vede, nelle imprese capitalistiche l’obiettivo è il profitto, fatto anche a discapito dei lavoratori e dei collaboratori. Nelle cooperative, invece, le persone si uniscono volontariamente per soddisfare i propri bisogni economici, sociali e culturali attraverso la creazione di una società di proprietà comune e controllata in maniera democratica.

Quali vantaggi dovrebbero esserci per i vostri Clienti?

Se si lavora meglio, il servizio offerto ai Clienti è migliore.

A questo punto non ci resta da chiedere quali servizi offrite.

Consulenza fiscale, contabile e amministrativa sia ai privati che alle famiglie. Consulenza in ambito societario e strategico. Il fatto poi, che la Cooperativa sia formata principalmente da Revisori contabili, ci permette di svolgere una preventiva attività di controllo della società e dei suoi conti. Inoltre, il fatto che i suoi soci abbiano già una esperienza pluriennale nel settore, permette a REVI COOP di fornire consulenza su tutto ciò che ruota intorno all’imprenditore.

Ci può fare qualche esempio?

Assisterlo nella creazione di società, aiutarlo a separare i rischi personali da quelli dell’impresa. Ma non solo. Siamo in grado di fornire consulenza nelle operazioni straordinarie, quali acquisizioni, trasformazioni e fusioni d’azienda. Nell’ambito societario, invece, i professionisti di REVI COOP sono in grado di fornire consulenza e assistenza nella nascita di nuove iniziative societarie, predisporre patti parasociali per definire i rapporti tra i soci. Infine, un altro ambito di operatività della cooperativa, è quello dei contratti di impresa legati, soprattutto, ad operazioni di finanza straordinaria. Mi lasci, infine, dire una cosa.

Prego.

REVI COOP si rivolge anche a quegli imprenditori in erba che pensano di essere spaventati di fronte ai costi di consulenti che li aiutino a dare corpo alle proprie idee. REVI COOP sarà partner del progetto “IO IMPRENDO” che lo Studio Grassi Benaglia Moretti lancerà a breve a sostengo proprio dei giovani imprenditori. Ma di questo, credo, avremo modo di parlarne più avanti. 

Notizie Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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Tecnologia e innovazione nei sistemi di controllo di gestione

In occasione del Convegno Nazionale sull'Internazionalizzazione dell'UNGDCEC (Unione Nazionale dei Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) del 6-7 ottobre 2016 è stato presentato questo volume.dal contenuto innovativo, di cui Marco Moretti è co-autore in qualità di componente della commissione nazionale "Cultura d'impresa, controllo di gestione e imprenditorialità" dell'UNGDCEC. Presto sarà disponibile come E-book.

Partendo dall'analisi del ruolo del commercialista nell'attuale contesto economico, il testo cerca di approfondire le criticità della professione in relazione alle mutate esigenze del mercato, cercando di cogliere le opportunità insite nel cambiamento in corso. L'evoluzione tecnologica e scientifica offre sempre maggiori strumenti per la gestione e il controllo delle imprese, sia dal punto di vista economico che finanziario. In questo ambito, il compito del commercialista sarà sempre più centrale nell'affiancamento degli imprenditori, in modo da guidare il loro intuito nella gestione della crisi e verso un miglioramento continuo.

Questo libro, oltre ad offire in modo chiaro e sintetico preziose nozioni sulle principali tecniche di controllo di gestione e sui sistemi di reportistica, mette a disposizione anche strumenti pratici di analisi, dandone piena e approfondita spiegazione. Conclude con tre "case history" e con i nuovi schemi del rendiconto finanziario, obbligatorio a partire dall'esercizio 2016 per tutte le imprese che non potranno adottare lo schema di bilancio abbreviato ex art. 2435-bis o quello per le micro-imprese, previsto dal nuovo art 2435-ter del codice civile.

 

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Il nostro nuovo web: le nostre radici d'impresa con i germogli del futuro: il blog e la newsletter

Target Sinergie ha evoluto la sua presenza web con un nuovo strumento, il sito, per essere più vicino ai suoi clienti e ai suoi dipendenti, e per far conoscere meglio i suoi servizi alle imprese italiane nella Contract logistic, nel Facility Management amministrativo e nell'igiene e pulizie.

Negli ultimi anni la comunicazione sul web è cambiata, così come è cambiata l'offerta informativa che Target Sinergie offre al suo pubblico, fatto di medie e grandi imprese in tutta Italia. Una evoluzione del principale strumento di comunicazione era inevitabile per diffondere il nostro operato e i nostri valori di impresa egualmente su pc, tablet e smarthphone. Per farlo abbiamo riscritto da zero il nostro web, mantenendo le nostre radici, le tappe che hanno contrassegnato la nostra impresa, ma innestando su queste forti radici i germogli del futuro. Ridisegnando l'organizzazione delle informazioni e, cosa più evidente, la grafica, valorizzando il nostro patrimonio fotografico che ritrae le nostre attività aziendali e i nostri collaboratori. A proposito: nelle nostre immagini e nei video non ci sono modelli, troverete solo le persone che ogni giorno producono i servizi per i nostri clienti. Niente trucchi, solo realtà.

Il blog, una risorsa per tanti interessi

Le notizie che diffondiamo e gli eventi che creiamo ora hanno un nuovo blog, nella quale il lettore troverà la collocazione e le materie che più gli aggradano. Il blog infatti è una vetrina generale, che a seconda del tema trattato – logistica, facility management, igiene e pulizie – trova le sue diramazioni in sezioni dedicate e nelle pagine di riferimento. Alle notizie istituzionali – presentazione del Bilancio, azioni di Responsabilità sociale d'impresa, goal raggiunti - si affiancano argomenti più specifici, approfondimenti sull'evoluzione dell'outsourcing e delle sue numerose sfaccettature, interventi di esperti coinvolti da Target Sinergie nei convegni che promuove per diffondere, nella cultura d'impresa italiana, i valori e i vantaggi dei servizi di terziarizzazione. Già qualche assaggino è pubblicato, se avete fame di cultura dell'outsourcing.

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Restate in contatto con noi, vogliamo esserne all'altezza. Non solo con il blog e la galassia Social Network, anche con una newsletter periodica – periodica, non invasiva – dedicata ai temi più cari ai nostri clienti e lettori, per farvi partecipi dell'evoluzione di Target Sinergie e del mercato nel quale crediamo di essere player attivi. Il sito, in definitiva, racconta e vuole raccontare questo. Niente di meno e, speriamo, qualcosa di più.

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Teoria dei gruppi e famiglia

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Ven, 26/08/2016 - 18:28

  di Armando Bauleo

(Il titolo originale dell’articolo, tratto da www.area3.org.es Nº 2 – Primavera 1995, è “Teorias de los grupos y familia” ed è stato tradotto dallo spagnolo da Lorenzo Sartini)

C’è una frase di Pichon-Rivière che utilizzerò e che potrebbe sembrare una tautologia: “la famiglia dovrebbe essere come un gruppo operativo e un gruppo operativo come una famiglia”.
Questa definizione con caratteristica circolare cerca di spiegare l’intergioco che si stabilisce quando desideriamo concettualizzare sia la nostra pratica gruppale che il nostro intervento in una famiglia.

È che sarebbe difficile comprendere una situazione familiare senza un corpo di nozioni gruppali, così come teorizzare sui gruppi senza tenere conto della struttura particolare del gruppo familiare.

Pertanto, per la nostra scuola di pensiero, solamente una teoria della gruppalità ci rende possibile intervenire nelle diverse vicissitudini dei processi gruppali.
Il modello del gruppo operativo segnala la situazione concreta di fondazione del gruppo che collochiamo sempre a partire da una delimitazione di un compito da sviluppare. Cioè, il compito sarebbe il supporto che permette che un insieme di persone si organizzi come una struttura gruppale. Detto in altra maniera, il passaggio da ‘aggrupazione’ a gruppo, da insieme a struttura, è reso possibile dalla presenza del compito.

 Stipuliamo che il compito (o finalità) è il supporto poiché il transito dalla situazione originaria (di insieme) alla struttura gruppale, non è diretto e a una sola via, bensì è ‘zigzagante’, ondulato, con forme indecise di progresso e di regresso, con tempi interrotti, in registri diversi e con espressioni che passano dal verbale all’azione (e viceversa).

 Le irregolarità di questo transito sono dovute al fatto che ciascun partecipante del processo gruppale vi arriva munito di una idea precostituita di quello che avrebbe dovuto essere il compito che ha convocato il gruppo. Pertanto, ciascuno arriva con fantasie sulle modalità di organizzazione che deve assumere la ‘aggruppazione’ e delle forme mediante le quali il compito dovrebbe svilupparsi.

All’interno di un gruppo terapeutico possiamo tradurre quelle fantasie come fantasia di cura, fantasia di malattia, e fantasia di trattamento.

Ma anche prima di stabilirsi nella struttura gruppale dovremmo indicare che quel passaggio o transito (da ‘aggruppazione’ a gruppo) è avvolto e infiltrato da un sentimento che definiamo come ansietà confusionale.

Questa ansietà sarebbe, in parte, provocata dal confronto tra quelle idee precostituite e la probabile ristrutturazione delle stesse.

La successiva appartenenza al gruppo, la necessità di un contratto tra loro, obbliga a un riaggiustamento e a una riorganizzazione del mondo fantasmatico.

Esplicitiamo che, quando si parla della struttura gruppale, si sta definendo un istante, un ritaglio, un evento, di un processo gruppale.

Invertendo la formula abbiamo che i partecipanti si immergono in un processo di gruppo la cui finalità sarebbe il compito stipulato, pertanto quando segnaliamo la struttura di gruppo stiamo realizzando un ritaglio momentaneo in questo processo, ossia un fotogramma di un film.

Non per questo la struttura gruppale è semplice. La sua complessità deriva dall’esistenza di un manifesto e di un latente. Come nel sogno, esiste un discorso manifesto (verbale o di immagini) che sarebbe quello che si formò con gli elementi che la censura lasciò passare dall’universo delle idee inconsce.

Nel gruppo, ciò che viene espresso, siano parole, gesti o azioni, stabilisce il piano manifesto.

L’indicibile, i sentimenti nascosti, i desideri occulti, le fantasie non comunicate, le illusioni non condivise, le storie segrete, costituiscono quel tessuto che determina lo spessore di ciascun momento gruppale.

Il balbettio, le indecisioni, le contrarietà, l’ambiguità o la ambivalenza, gli atti falliti, la titubanza, i lapsus sono segni di quella frangia non tracciata tra manifesto e latente.

Ma stabilire una struttura gruppale significa che si è stabilita una linea, un involucro, un continente (contenitore). Frontiera immaginaria che consente una serie di passaggi di sostantivazione, di cambiamento di personaggi, di inscrizione differente degli attori.

Si passa dal singolare al plurale (dall’Io al Noi) e si colloca un dentro e un fuori (Noi e Loro). Qui incontriamo un punto di ancoraggio affinché si costituisca l’identità. Il processo gruppale si sviluppa mediante differenziazioni e posizioni. Si istallano punti transitori di contatto e di alienazione tra fantasie e principio di realtà.

A sua volta, dentro il contenitore, appare un esercizio della libera associazione, di parole, di immagini, di sogni ad occhi aperti, di utopie, di cariche libidinali, di impulsi emozionali.

A tratti, ciascuno gioca il ruolo necessario per lo sviluppo dell’argomento, il cui autore è una soggettività prodotta dall’insieme.

È così che si installa un collettivo produttore che crea, in accordo con i diversi tempi, racconti che provano a risolvere i conflitti. O, in alcune circostanze, sono la stessa soluzione. In altre, il sintomo, e in altre ancora, la resistenza al cambiamento.

La soggettività si dipana, cresce, coinvolge tempo e spazio. La sua presenza occupa dimensioni non misurabili ma, non per questo, meno veritiere. La sua esistenza segna la cultura interna di ciascun gruppo, poiché le storie individuali si risignifcano. L’altra storia (quella sociale) fornisce gli elementi che permettono che il processo gruppale sia permanentemente un confronto tra gruppo interno e mondo esterno.

Sintetizzando, si stabilisce un compito che consente l’organizzazione di una struttura gruppale costituita da una rete di scambi tra i soggetti partecipanti. Si costruisce un codice comune che in un doppio livello (di parole e azioni) garantisce il funzionamento della rete.

La dinamica del gruppo risulta dall’intreccio che si produce tra il parlare e l’agire (e gesticolare) pertanto non solo si ascolta ma si guarda anche. Lo sguardo, a volte diretto e altre volte di traverso, fornisce linee che saranno percorse dalle proiezioni o dalle introiezioni che cercano di collocare i fantasmi. Il cipiglio mostrerà diverse versioni dei conflitti che sorgono nell’accadere gruppale e, nelle varie occasioni, accompagnerà la parola o il silenzio che circonda l’interdetto.

I conflitti sono multiformi nella loro apparizione e nella possibile interpretazione.

Lo schema di riferimento, che deriva dalla combinazione tra l’osservazione e l’enunciazione, prodotto dai membri del gruppo e che, a sua volta, differenzia un gruppo da un altro, non solamente è l’asse della comunicazione, ma anche quello dell’apprendimento. Apprendimento di relazioni, di funzioni, di emozioni e, soprattutto, del commentare, cioè di come raccontare ‘ciò’ che ci è successo.

Ma se stiamo affrontando il comportamento gruppale, dobbiamo segnalare un elemento centrale per le sue vicissitudini. L’emergente sarebbe quell’elemento che, derivato da un contatto brusco tra manifesto e latente, attrae la nostra attenzione affinché investighiamo il significato di quella situazione.

Detto in altro modo, una parola o un gesto o un’azione o un dialogo accalorato tra due partecipanti o un colpo causato dalla chiusura intempestiva di una porta, obbligano il terapeuta a cercare il senso di ciò che accade in quel momento.

Questa ricerca del senso si concluderà in un’interpretazione. Quegli elementi che provocarono l’inizio della ricerca e che si arrivasse alla interpretazione, li denominiamo Emergenti.

È un qualcosa che emerge, che si mostra e si nasconde, una doppia faccia, un chiaro-scuro, che domanda un intervento, uno Schema di Riferimento che accoglie e scioglie un nodo latente che rende impossibile il fluire del processo gruppale.

Adesso possiamo entrare nella problematica familiare. Lo faremo a partire dalla nozione di emergente.

Lasciando la linea storico-genetica e la funzione edipica nella costruzione del gruppo familiare, mi centrerò sulla questione dell’intervento e su quella si dirige in questo momento il mio discorso.

“Tutto andava bene, come in ogni famiglia, ma l’altro giorno, senza che niente lo facesse supporre, a partire da una discussione stupida accadde che divenne furioso, iniziò a gridare, colpì alcuni dei presenti, ruppe quello che incontrava sul suo cammino, si chiuse nella sua abitazione e non esce dall’altro ieri”.

Crisi, conflitto familiare (essi cercano di incollarlo all’individuo), irruzione psicotica, scompenso, stupore-negazione.

Pichon-Rivière suggeriva, e la pratica lo confermò, che l’osservazione doveva dirigersi verso l’organizzazione di quell’emergente nel gruppo familiare.

Perché e per che cosa fu quel soggetto, e non un altro, il portavoce del conflitto familiare?

Alcune idee-chiave ci permettono di introdurci nella situazione.

L’idea di depositazione stabilisce che in ogni situazione gruppale esiste un gioco di scambi, i quali sono possibili grazie a uno spostamento di alcuni elementi in movimento.

Esisterebbe tra un depositante e depositario un vincolo attraverso il quale transita il depositato. Il momento cruciale o di origine di una crisi sarebbe quello nel quale nel depositario si è accumulato il depositato in eccesso (conflitti, ansietà, ambizioni, obblighi, esigenze), senza che questo staccarsi da questo materiale né elaborarlo.

Le allucinazioni e i deliri, come alcuni atti compulsivi, mostrano chiaramente l’accumulazione degli elementi, come una condensazione densa di difficile assimilazione per la quale si cercano spazi e tempi differenti al fine di collocarla. Il depositario, nell’urgenza, cerca di sbarazzarsi rapidamente di quel bagaglio che lo molesta. Non si tratterebbe di reprimerlo né di opprimerlo, bensì di accompagnarlo nella scarica. Ma, per secoli, è stato messo a tacere. Il manicomio o gli psicofarmaci furono utilizzati solamente per quello. I pazienti tranquilli sono quelli che si abituarono a proprie spese.

In questo modo, l’emergente segnala lo scompenso dell’equilibrio familiare ma la storia di quell’emergente è un lungo cammino che dovremo ripercorrere al contrario nella sua organizzazione, per capire qualcosa dell’intreccio dei fattori causali.

È interessante segnalare come il movimento di configurazione dell’emergente (del paziente) si accompagna ad un secondo movimento che è quello della sua esclusione dalla struttura familiare. La fantasia sarebbe che, con quel secondo movimento, si espelle, mescolati, il depositario e il depositato. L’espulsione si trasforma in un rito di purificazione. Nel campo immaginario si tratta di iniziare di nuovo, di far nascere nuovamente il gruppo familiare. In innumerevoli occasioni il senso di colpa che provoca questa fantasia impedisce di ascoltare il terapeuta in quanto tale, poiché è sentito come un giudice che cerca di trovare il colpevole.

La questione è studiare come funzionò la rete dello scambio, in quali punti fallì il sistema vincolare, la nostra preoccupazione è centrata sui disturbi dei vincoli, ci interessa l’origine e lo sviluppo delle relazioni; ma non dobbiamo mai pensare ad una superpotenza individuale che può creare malattie, nonostante le onnipotenze che alcuni membri del gruppo familiare si attribuiscono. Ossia, il sistema depositante-depositario-depositato ci fornisce una via di comprensione della situazione.

Ma, a sua volta, quel sistema comporta l’asse del ruolo aggiudicato-ruolo assunto.

All’interno della dinamica gruppale si stabilisce un rapporto tra gruppo esterno e gruppo interno. Ovvero, il gruppo attuale provoca, in ciascun integrante, il gruppo interno (che lo accompagna). “Gruppo interno” sarebbe una figura composta, inconscia, organizzata da tratti identificatori, relazioni oggettuali, resti fantastici, pezzi del romanzo familiare, che è il risultato del nostro passato gruppale e familiare.

In ciascun processo gruppale aggiudichiamo o assumiamo ruoli in accordo alle necessità e alle occasioni che si presentano, alcuni desiderano cercare un destinatario, altri attendono qualche risposta, ciascun partecipante si colloca e si ricolloca in una dimensione fantastica di alti e bassi che si alternano, di personaggi che evocano altri personaggi, di attori che mettono in scena altre scene.

Nel gruppo familiare l’abituale, la consuetudine, la quotidianità lungamente condivisa, l’impressione di stare sempre uniti, produce l’illusione che tutti si conoscono. È dentro o dietro quell’illusione che si stabiliscono le incomprensioni, i segreti, la mancanza di informazione, i destinatari sbagliati, la dislocazione dei messaggi, i falsi investimenti.

L’agitazione tra i familiari è enorme quando capiscono che pur appartenendo ad uno stesso gruppo, non per quello tutti hanno lo stesso gruppo interno, pertanto ciascun accadimento può avere significati diversi per ciascuno di essi e differente impegno. Nonostante il tetto condiviso, le storie individuali differiscono.

Un’ultima indicazione. Innumerevoli occasioni mi hanno indicato che una differenza tra un gruppo e una famiglia è che quest’ultima non ha un compito. È importante segnalare che la famiglia ha molti problemi perché, giustamente, ha innumerevoli compiti, a volte difficili da diversificare per decidere a quali dare la priorità.

Per concludere. Prima stabiliamo una differenza tra nozione e esperienza di gruppo.
Quest’ultima non solo riguarda il vissuto degli integranti, ma anche la ricomposizione relazionale che capita a ciascuno, alla ristrutturazione del gruppo interno individuale e al clima (o “spirito”) che il gruppo nel suo insieme ha prodotto, unito agli effetti di apprendimento o terapeutici che risultano dai processi gruppali. Di quello rimarrà un’immagine che andrà scolorandosi con il tempo ma che lascia tracce nella nostra vita.

La nozione di gruppo riguarda la concettualizzazione di quell’esperienza, il momento di riflessione e di comprensione e, come corollario, permette le ipotesi e le interpretazioni che possono suscitare i diversi momenti della dinamica gruppale.

Se continuiamo, ci scontriamo con altre vicissitudini. Se fino ad ora abbiamo parlato di ciò che succede nella struttura gruppale, ora dovremo indicare che succede con l’intervento in un processo gruppale. Ossia, l’organizzazione che si stipula mediante un contratto per poter intervenire.

A partire da questo contratto si stabilisce una situazione gruppale, cioè una struttura triangolare nella quale ci installiamo per osservare la situazione.

Tale struttura si configurerà mediante tre funzioni. Una teoria della tecnica segnala le interazioni nella situazione gruppale.

Le funzioni sono:
a) la struttura gruppale;
b) il compito della struttura gruppale;
c) la coordinazione.

Ovvero, ciascuno di questi tre poli deve essere tenuto in considerazione in ogni operazione che si realizza in una situazione gruppale.

La non presenza manifesta di uno di essi obbliga a indagare come punto di urgenza quell’assenza. È così che la non presenza non è correlativa all’inesistenza per il nostro schema di riferimento. Le assenze sono inizi di ricerca.
La funzione di coordinazione si centra sul vincolo del gruppo con il suo proprio compito. Espresso in altro modo, diciamo che è impossibile interpretare un conflitto gruppale se non si parte dall’elemento che oggi lo riunisce.

Sempre, il lavoro terapeutico si esercita in circostanze vincolari.

In relazione alla psicoterapia familiare desidero solamente aggiungere l’importanza di segnalare e interpretare la distanza che è necessaria mantenere tra biologia e funzione. Anche nella famiglia, come in ogni gruppo, la dinamica dipende dalla rotazione della leadership. Cioè, di fronte ai conflitti che sorgono, si dovrebbe occupare di quelli chi è capace di farlo. Allo stesso momento, sarebbe un’altra strada per evitare le formazione di stereotipi.

Un esempio sulla questione.

Mi trovavo a Città del Messico, nell’Ospedale Pediatrico Universitario, e mi chiesero di realizzare un colloquio, che l’équipe avrebbe osservato dietro lo specchio.

Si trattava di una situazione famigliare singolare. Un prete voleva adottare una bambina e, come accompagnante per questa adozione, utilizzava sua madre, la quale si sarebbe trasformata in madre adottiva.
La situazione aveva creato, come è facile supporre, confusione e disorientamento nella bambina, la quale non faceva altro che riflettere la situazione nella quale cadeva quel gruppo con pretese di famiglia.

Come possiamo vedere, le circostanze cliniche non sempre hanno le caratteristiche che ci attendiamo.

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Reti di impresa nella logistica: esperienze, punti cruciali, soluzioni e progetti innovativi per ecommerce nel convegno CDO logistica svoltosi a Rimini

«Il primo problema che abbiamo incontrato era trovare aziende che credevano nella Rete delle imprese. E questo a causa del forte individualismo che permea le aziende». Luigi Panizzi ha sintetizzato il maggiore scoglio incontrato nella creazione di una rete di imprese nella logistica e lo ha raccontato alla platea dell'annuale incontro della Cdo logistica, a Rimini. Al Meeting 2016, infatti, Panizzi è stato invitato a raccontare la sua esperienza insieme a Luca Castagnetti, esperto di reti e aggregazioni – partner Studio Impresa, Massimo Bagnoli, presidente Cds, e Raffaele Bonizzato, presidente Gruppo Sinergia, a trattare il tema delle Reti nella Logistica, moderato dal presidente CDO logistica e presidente di Target Sinergie Davide Zamagni. Forte della sua esperienza, Luigi Panizzi ha affermato che per la gestione di una Rete «va creato un gruppo e occorre accompagnare l'affiliato in questo percorso». E che ci sono dei fattori cruciali ai quali fare attenzione, perché «non aiutano la Rete» Sono tre, sui quali si è soffermato: «Non avere un obbiettivo comune, coltivare ciascuno il proprio orticello, non accompagnare l'affiliato una volta entrato nella Rete».

Luca Castagnetti, nel suo intervento su cosa occorra per creare una Rete di imprese ha individuato il punto cruciale: «occorre una visione chiave, un progetto contestualizzato». Sgombrando il campo dai rischi di “individualismo” ricordati dal collega Panizzi: «per rendnere competitivo un progetto occorre chiarire bene che non c'è contrapposizione tra il progetto industriale della Rete e lo sviluppo competitivo del soggetto partecipante». Le leve per raggiungere questo obbiettivo, e la riuscita della Rete, ci sono ed occorre individuarli. Tra questi «gli strumenti comuni (per lo scambio dati, informatici e gestionali) come elementi di adesione dei processi o degli interessi». Ma occorre essere anche molto sereni sulle defezioni: «La Rete non è per tutti». Ma è comunque per Castagnetti lo strumento che, attualmente, permette a specifici settori dell'azienda una crescita più rapida rispetto all'opzione della formazione interna, grazie agli apporti esterni.

Massimo Bagnoli ha parlato di “Reti che funzionano”, illustrando la case history dell'impresa che presiede, la Cds, un aggregato di «aziende collettamistiche per l’ottimizzazione delle linee primarie e secondarie ed il miglioramento dei tempi di resa delle merci a destino», il cui raggio d'azione travalica i confini italiani fino a coprire quasi tutta l'Europa. La cui Mission comprende il «gestire uno o più hub e organizzare i percorsi ai migliori costi possibili con le migliori garanzie di servizio». E tramite un regolamento comune «uniformare i canoni dei servizi della distribuzione fisica su tutto il territorio coperto dalle aziende aggregate». Per Bagnoli «la possibilità di vivere senza stress l’esigenza dei volumi di base per formare le trazioni, ci consente di vendere la qualità del servizio che offriamo al prezzo corretto. Mentre la flessibilità ci garantisce quel vantaggio competitivo che aziende di dimensioni maggiori non potranno avere in nessun modo: tanti imprenditori possono solo essere migliori di “tante filiali”».

Raffaele Bonizzato ha incentrato il suo intervento sulla logistica del mondo ecommerce: «E' in corso una profonda trasformazione del modo di creare, distribuire e promuovere un prodotto». Come rendere tale trasformazione una opportunità per le imprese? Per Bonizzato occorre formare – questo il suo progetto - «una rete di imprese che offra la presenza capillare in Italia, in grado di gestire consegna e reso prodotti». Per farlo, occorrono partner della Rete che abbiano un know - how psecifico on line, procedure prestabilite per garanzia di qualità, tecnologia informatica, certificazione di qualità, sistemi di sicurezza adeguati, e soprattutto che sappiano fare riferimento un unico brand. In definitiva, «sta nascendola più grande Rete della logistica in Italia per la gestione logistica dell'ecommerce».

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«Tu sei un bene per me… nella logistica»: al Meeting 2016 l'annuale incontro CDO logistica, moderato da Davide Zamagni

Torna il Meeting di Rimini e con esso l'annuale incontro che la Cdo Logistica organizza nei padiglioni della Fiera, quest'anno incentrato sul valore delle Reti di impresa nella Logistica. Giovedì 25 agosto dalle ore 11,30 alle 13 (sala Tiglio, pad. A6), sarà Davide Zamagni, presidente di Target Sinergie, a moderare la tavola rotonda in qualità di presidente di Cdo Logistica, del numeroso panterre di ospiti che l'associazione imprenditoriale ha invitato a parlare. Tra questi, Luca Castagnetti, esperto di reti e aggregazioni – partner Studio Impresa, il cui intervento verterà su “Come si fa una rete di impresa”, seguito da Massimo Bagnoli, presidente Cds: “Una rete che funziona”, Luigi Panizzi, titolare Dnr trasporti, che spiegherà “I problemi che nascono nelle reti” e infine Raffaele Bonizzato, presidente Gruppo Sinergia: "Una rete per l’e-commerce". L'ingresso è libero.

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Quando il lavoratore è vittima di straining

▶ Cos'è? Quali le differenze con il "Mobbing"? A differenza del mobbing, il quale presuppone una pluralità di atti persecutori ravvicinati nel tempo e di gravità crescente, lo straining - letteralmente "sforzare" - consiste nell'inflizione al lavoratore di uno "stress forzato" a mezzo di pochi atti distanziati nel tempo o anche di un atto singolo, compiuto appositamente e deliberatamente e che continua a far sentire per lungo tempo e in modo costante i propri effetti negativi sulla posizione lavorativa del dipendente.

▶ Cosa può ottenere il lavoratore vittima di straining? Il lavoratore colpito può agire per il risarcimento del danno biologico (comprensivo sia della compromissione psicofisica subita che della sofferenza morale a essa connessa) ed eventualmente del danno patrimoniale per lesione della professionalità (per esempio qualora vi sia ipotesi di demansionamento). Nel 2013, una pronuncia della sezione penale della Corte di Cassazione, nell'ambito di un procedimento per maltrattamenti (ex 572 c.p.) ai danni di un dipendente di banca, ha riconosciuto il suo diritto al risarcimento in quanto era stato costretto a lavorare in un "vero e proprio sgabuzzino, spoglio e sporco, con mansioni dequalificanti, meramente esecutive e ripetitive”. Tale condotta aveva cagionato al lavoratore in questione una lesione che si era concretizzata nella “causazione di un’incapacità di attendere alle proprie ordinarie occupazioni per un periodo di tempo superiore a 40 giorni”. Importante: la pretesa risarcitoria può essere esercitata entro dieci (10) anni, trattandosi di responsabilità contrattuale ai sensi dell'art. 2087 c.c. Il consiglio è comunque di attivarsi tempestivamente presso uno studio legale e contestualmente rivolgersi a medici-psicologici specializzati per certificare eventuali lesioni psico-fisiche.

▶ Può esserci straining anche in assenza di mobbing? Sì, la Cassazione ha stabilito che il giudice, "pur se accerti l'insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare gli episodi in modo da potersi configurare una condotta di "mobbing", è tenuto a valutare se, dagli elementi dedotti - per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto - possa presuntivamente risalirsi al fatto ignoto dell'esistenza di questo più tenue danno" (Cassazione civile sez. lav. 19 febbraio 2016 n. 3291). 

In definitiva, per la giurisprudenza lo straining si configura quale forma attenuata del mobbing, dal quale si differenzia potendo verificarsi anche solo tramite poche sporadiche condotte, ma al quale rimane accomunato dagli effetti - negativi - sullo stato psico-fisico del lavoratore che ne è colpito.

 

 

Avv. Patrick Francesco Wild

 

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Quando il lavoratore è vittima di straining

▶ Cos'è? Quali le differenze con il "Mobbing"? A differenza del mobbing, il quale presuppone una pluralità di atti persecutori ravvicinati nel tempo e di gravità crescente, lo straining - letteralmente "sforzare" - consiste nell'inflizione al lavoratore di uno "stress forzato" a mezzo di pochi atti distanziati nel tempo o anche di un atto singolo, compiuto appositamente e deliberatamente e che continua a far sentire per lungo tempo e in modo costante i propri effetti negativi sulla posizione lavorativa del dipendente.

▶ Cosa può ottenere il lavoratore vittima di straining? Il lavoratore colpito può agire per il risarcimento del danno biologico (comprensivo sia della compromissione psicofisica subita che della sofferenza morale a essa connessa) ed eventualmente del danno patrimoniale per lesione della professionalità (per esempio qualora vi sia ipotesi di demansionamento). Nel 2013, una pronuncia della sezione penale della Corte di Cassazione, nell'ambito di un procedimento per maltrattamenti (ex 572 c.p.) ai danni di un dipendente di banca, ha riconosciuto il suo diritto al risarcimento in quanto era stato costretto a lavorare in un "vero e proprio sgabuzzino, spoglio e sporco, con mansioni dequalificanti, meramente esecutive e ripetitive”. Tale condotta aveva cagionato al lavoratore in questione una lesione che si era concretizzata nella “causazione di un’incapacità di attendere alle proprie ordinarie occupazioni per un periodo di tempo superiore a 40 giorni”. Importante: la pretesa risarcitoria può essere esercitata entro dieci (10) anni, trattandosi di responsabilità contrattuale ai sensi dell'art. 2087 c.c. Il consiglio è comunque di attivarsi tempestivamente presso uno studio legale e contestualmente rivolgersi a medici-psicologici specializzati per certificare eventuali lesioni psico-fisiche.

▶ Può esserci straining anche in assenza di mobbing? Sì, la Cassazione ha stabilito che il giudice, "pur se accerti l'insussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare gli episodi in modo da potersi configurare una condotta di "mobbing", è tenuto a valutare se, dagli elementi dedotti - per caratteristiche, gravità, frustrazione personale o professionale, altre circostanze del caso concreto - possa presuntivamente risalirsi al fatto ignoto dell'esistenza di questo più tenue danno" (Cassazione civile sez. lav. 19 febbraio 2016 n. 3291). 

In definitiva, per la giurisprudenza lo straining si configura quale forma attenuata del mobbing, dal quale si differenzia potendo verificarsi anche solo tramite poche sporadiche condotte, ma al quale rimane accomunato dagli effetti - negativi - sullo stato psico-fisico del lavoratore che ne è colpito.

 

 

Avv. Patrick Francesco Wild

 

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Amministratore formale di società: il contributo all'illecito deve essere sempre dimostrato

L’amministratore formale di società non risponde automaticamente, per il solo fatto della carica rivestita, del reato di falso documentale commesso da altro soggetto delegato alla gestione della compagine sociale, dovendosi verificare la sua compartecipazione materiale o morale al fatto.

Così la Quinta sezione della Corte di Cassazione, la quale ha accolto il ricorso di un imputato - legale rappresentante di una s.r.l. - condannato (con sentenza confermata anche in appello) in quanto avrebbe contraffatto il DURC, affermando che, in base ai criteri di imputazione della responsabilità penale, l'aver ricoperto la carica formale di amministratore non lo rendeva automaticamente responsabile degli illeciti commessi dai suoi collaboratori. Deve cioè essere sempre accertato quale sia il contributo dato dall'amministratore alla perpetrazione dell'illecito. Infatti, anche laddove la gestione della società sia delegata di fatto altri e questo non esime l'amministratore di diritto da tutte le responsabilità civilistiche connesse alla carica, ciò non comporta l'automatica responsabilità per gli illeciti penali, essendo il diritto penale governato dal principio di personalità. Nel caso di specie, la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Milano è stata dunque annullata con rinvio per nuovo esame. (Cass. sez. V, n. 32793 ud. 13/06/2016 - deposito del 27/07/2016)

Avv. Patrick Wild

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Amministratore formale di società: il contributo all'illecito deve essere sempre dimostrato

L’amministratore formale di società non risponde automaticamente, per il solo fatto della carica rivestita, del reato di falso documentale commesso da altro soggetto delegato alla gestione della compagine sociale, dovendosi verificare la sua compartecipazione materiale o morale al fatto.

Così la Quinta sezione della Corte di Cassazione, la quale ha accolto il ricorso di un imputato - legale rappresentante di una s.r.l. - condannato (con sentenza confermata anche in appello) in quanto avrebbe contraffatto il DURC, affermando che, in base ai criteri di imputazione della responsabilità penale, l'aver ricoperto la carica formale di amministratore non lo rendeva automaticamente responsabile degli illeciti commessi dai suoi collaboratori. Deve cioè essere sempre accertato quale sia il contributo dato dall'amministratore alla perpetrazione dell'illecito. Infatti, anche laddove la gestione della società sia delegata di fatto altri e questo non esime l'amministratore di diritto da tutte le responsabilità civilistiche connesse alla carica, ciò non comporta l'automatica responsabilità per gli illeciti penali, essendo il diritto penale governato dal principio di personalità. Nel caso di specie, la sentenza emessa dalla Corte d'appello di Milano è stata dunque annullata con rinvio per nuovo esame. (Cass. sez. V, n. 32793 ud. 13/06/2016 - deposito del 27/07/2016)

Avv. Patrick Wild

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Slideshow: il convegno «Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics» organizzato da Target Sinergie

Organizzata da Target Sinergie in collaborazione con Unindustria Rimini e Adaci, martedì 12 luglio a partire dalle ore 18.30 si è tenuto il convegno «Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics». Presso Le Palme Beach Club (Lungomare Libertà Riccione), Damiano Frosi (Project Manager dell’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano) e Gianvincenzo Lucchini (avvocato dello studio legale Lucchini Gattamorta e Associati di Bologna) hanno dialogato con imprenditori e manager moderati da Davide Zamagni, presidente Target Sinergie. Su questo blog sono consultabili il servizio televisivo e l'articolo dell'evento.

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«Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics», stato dell'arte, tendenze e aspetti contrattuali della logistica italiana al convegno organizzato da Target Sinergie a Riccione

«Uno dei principali falsi miti che circola nel mondo della logistica è che l'outsourcing venga fatto perché un'attività non è importante o centrale nella strategia di un'azienda. Nulla di più falso: la strategia aziendale è fatta di attività di core competence e di attività che sono coessenziali ma che possono essere svolte da partner di business, come può essere il caso della logistica fatta da operatori logistici». Damiano Frosi, project manager dell'Osservatorio logistico del Politecnico di Milano, esordisce così al convegno organizzato a Riccione dall'azienda riminese Target Sinergie, in collaborazione con Unindustria Rimini e Adaci, dal titolo «Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics» e moderata da Davide Zamagni, presidente di Target Sinergie.

Al ricercatore milanese fa eco il secondo relatore della giornata di studio, l'avvocato Gianvincenzo Lucchini, dello studio Lucchini Gattamorta e associati di Bologna: «Quando un'impresa decide di terzializzare un'area del proprio business è una cosa molto delicata, quando l'area da esternalizzare è la logistica, la delicatezza diventa quasi una criticità. Una logistica non adeguata è senz'altro in grado di porre nel nulla anche la produzione e il settore commerciale più smart e sofisticato. La società di successo ha la necessità assoluta di inserire nella propria catena del valore una capacità logistica di grande spicco. Non tutti ci riescono ed è il motivo per cui si cerca un partner che possa portare nella catena del valore una capacità logistica sofisticata almeno quanto è sofisticata la capacità industriale o commerciale dell'azienda stessa».

Alla platea balneare – il convegno è stato organizzato nell'inconsueta cornice della spiaggia di Riccione – fatta di imprenditori, manager e consulenti d'impresa, Frosi ha ricordato il valore del mercato dell'outsourcing logistico: «La logistica sta crescendo nel mercato italiano, parliamo del 2 – 3% negli ultimi sei anni, è un mercato che vale 80 miliardi, quindi non poco, di cui circa la metà in appalto. Il vero mercato, quello che le aziende danno all'esterno, l'outsourcing logistico, vale 43 miliardi di euro». Cifre importanti, dopo le quali Frosi ha puntato l'attenzione sull'evoluzione del settore. «Il trend di questo periodo è di affidare al fornitore di servizi logistici non solo le attività tradizionali come la movimentazione di magazzino, l'ultimo miglio e il trasporto, - ha detto il ricercatore del Politecnico di Milano - ma anche altre attività che tradizionalmente l'azienda normalmente gestiva in proprio. Esempi sono la gestione del fine linea produttivo, che viene dato a un partner logistico, l'approvvigionamento delle materie prime o dei semilavorati all'interno degli stabilimenti, il premontaggio e l'assemblaggio, così come la gestione delle scorte, affidata a terzi».

Frosi ha offerto uno sguardo alle tendenze più rilevanti, come l'ecommerce, «l'unico che cresce a doppia cifra», nel quale tutti i fornitori di servizi logistici stanno cercando di sviluppare un'offerta e al quale tutti i committenti stanno guardando. «Nel 2012, abbiamo mappato nel mondo Consumer circa il 6% delle grandi aziende italiane, nel 2016 siamo arrivati al 43%. Anche qui l'operatore logistico ha una grande importanza nella gestione di questa iniziativa che può essere molto strategica. Un altro esempio di outsourcing è il copacking, nel quale al fornitore logistico viene data la responsabilità di reimpacchettare la merce in caso di ricorrenze o promozioni: viene sempre più spostato a valle nella filiera e lo svolge sempre più spesso il fornitore di servizi logistici».

Gianvincenzo Lucchini si è poi addentrato nella parte legale del rapporto tra committenza e fornitore dei servizi di outsourcing in generale e di logistica in particolare, con le criticità che essa potrebbe comportare. Una disciplina «abbastanza semplice ma estremamente complicata. Semplice nel senso che esiste un contratto, tipico nel nostro ordinamento, complicata perché la legge non ci da un contenuto adeguato allo scopo: il contratto di appalto è stato pensato 70 anni fa per fare case, non certo quello di cui stiamo parlando. Se si vuole istituire e regolamentare un rapporto di questo tipo, nella trattativa per individuare la strategia comune tra committente e fornitore, si dovrà creare una piena coerenza tra il contenuto nelle trattative e ciò che viene trasposto nel contratto. Il contratto riporterà la descrizione analitica di ciò che accadrà nello svolgimento delle attività. Diventa da un lato la legge tra le parti, e dall'altro il manuale che disciplina in maniera puntuale ma pragmatica il rapporto tra committente e fornitore di servizi logistici».

Le leve dell'impresa futura: dall'outsourcing alla contract logistics, come e perché Video of Le leve dell'impresa futura: dall'outsourcing alla contract logistics, come e perché Eventi Notizie Logistica
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Scomparso Vittorio Tadei, fondatore del gruppo Teddy: il messaggio di cordoglio di Target Sinergie

Carissimi,

è un giorno di dolore ma anche di letizia. Tutta la vita di Vittorio ci ha indicato una strada e noi con voi siamo grati di questo dono. Abbiamo sempre guardato a Vittorio come uomo, cristiano, imprenditore e abbiamo cercato di imparare da lui questa capacità di essere sempre uno davanti alla realtà anche la più complessa. Lui ha raggiunto la sua meta. A noi rimarrà il dolore di un'assenza e la speranza di un nuovo incontro.

Mimmo e gli amici della Target

domenico_pirozzi_vittorio_tadei.jpg Notizie
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Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics.

In principio era “esternalizzare per ridurre i costi”. Oggi, l'orizzonte è la Contract Logistics: la logica dei tagli è stata superata e flessibilità, variabilizzazione dei costi, snellimento della struttura aziendale, riduzione dei rischi d'impresa, sono diventati i fattori strategici. E' un’evoluzione in atto e, come per ogni evoluzione, ci sono molti ‘‘come’’, molti ‘‘perché’’, varie regole e buone prassi. E' il tema dlelal tavola rotonda in riva al mare "Le leve dell'impresa futura: dall'Outsourcing alla Contract Logistics".

Target Sinergie insieme a Confindustria Rimini e ADACI hanno organizzato un seminario “balneare” sulla Contract Logistics: L’evento si svolgerà il 12 luglio a partire dalle ore 18.30 presso LE PALME Beach Club, in via Lungomare Libertà, stabilimento balneare n° 88-89 a Riccione (RN). In uno scenario stimolante, Damiano Frosi (Project Manager dell’Osservatorio Contract Logistics del Politecnico di Milano) e Gianvincenzo Lucchini (avvocato dello studio legale Lucchini Gattamorta e Associati di Bologna e collaboratore della LUISS, Eni University e Bologna Business School), dialogheranno con imprenditori, manager e dirigenti d'impresa, portando le proprie esperienze e case histories, moderati da Davide Zamagni (presidente Target Sinergie, Contract Logistics & Facility Management).

Per adesioni fare riferimento a Barbara Pifferi, bpifferi@targetsinergie.com, tel. 0541 796462 - Fax 0541 796450 Target Sinergie Rimini

Seguirà aperitivo in spiaggia servito da Hotel Lungomare accompagnato da lounge music.

L’evento si svolgerà il 12 luglio a partire dalle ore 18.30 presso LE PALME Beach Club, in via Lungomare Libertà, stabilimento balneare n° 88-89 a Riccione (RN)

Vista la disponibilità limitata, le adesioni termineranno entro il 8 luglio

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Concezione della soggettività in Enrique Pichon-Rivière

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Gio, 23/06/2016 - 13:33

di Gladys Adamson

(Gladys Adamson è direttrice della ‘Escuela de Psicologia Social’ di Buenos Aires e discepola diretta di Enrique Pichon-Rivère. Il titolo originale dell’articolo è “Concepcion de la subjectividad en Enrique Pichon-Rivière” e la traduzione dallo spagnolo è ad opera di Lorenzo Sartini.

 

Il tema che ci convoca è “Soggettività e Interazione verso il Nuovo Millennio”. La mia riflessione parte dall’ECRO di Enrique Pichon-Rivière e vorrei prima proporre la concezione della soggettività di E. Pichon-Rivière.

1) In primo luogo, la soggettività, per E. Pichon Rivière è di natura sociale. Lo è in riferimento a ciò che già Freud propose in “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”, nel senso che “Nella vita psichica del singolo l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico”[1]. L’altro sociale è sempre presente nell’orizzonte di ogni esperienza umana. E. Pichon Rivière parte da una controversia radicale: “Il soggetto non è solo un soggetto in relazione, è un soggetto prodotto. Non c’è niente in lui che non sia il risultato della interazione tra individui, gruppi e classi”[2]. Questo significa che non c’è niente nel soggetto che non implichi la presenza dell’altro sociale, acculturato. Pertanto colloca la costituzione della soggettività in una dimensione interazionale simbolica.
L’essere umano manca di qualsiasi facoltà o meccanismo istintivamente acquisito che gli faciliti l’adattamento all’ambiente, al territorio, o stabilisca risposte fisse agli stimoli del suo habitat. In questo senso l’uomo è l’unico mammifero superiore che crea la natura alla quale si adatterà. Questa produzione sociale culturale è presa come natura perché precedente alla nascita del soggetto.

2) La soggettività è, allo stesso tempo, singolare e emergente delle trame vincolari che la trascendono e con le quali mantiene una relazione di produttore e prodotto. Dice E. Pichon Rivière: “il contrasto che più sorprende lo psicoanalista nell’esercizio del suo compito consiste nello scoprire, con ciascun paziente, che noi non siamo di fronte ad un uomo isolato, bensì di fronte ad un emissario, e capire che l’individuo come tale non è solo l’attore principale di un dramma che cerca chiarificazione attraverso l’analisi, ma anche il portavoce di una situazione” [3].

Per E. Pichon Riviere la soggettività si costituisce nelle strutture vincolari che la trascendono e che concettualizza in termini di ambiti gruppali, istituzionali e comunitari. Queste strutture sono autonome e interdipendenti allo steso tempo. Quando nel 1946 scrive sull’Opera del Conte di Lautremont intende la sua soggettività formata non solo dall’emergere nelle vicissitudini della sua struttura familiare-edipica, ma anche dal fatto di trovarsi a Montevideo (dal 1843 al 1851). “Durante i primi 5 anni aveva sentito storie di sgozzamenti, smembramenti, le cui vittime erano spesso amici di suo padre”[4].

3) La soggettività è concepita come un sistema aperto al mondo e, pertanto, sempre in via di strutturazione. È una Gestalt-Gestaltung (corrisponde a uno strutturalismo genetico). Non costituisce una strutura chiusa nello stile di Humpty Dumpty di “Alice nel paese delle meraviglie”, tuttavia la sua unica possibilità è strutturarsi con il mondo. E. Pichon-Rivière intende il soggetto in una doppia dialettica: intrasistemica e intersistemica. La soggettività non è un’interiorità. Neppure, questo soggetto, vale solo per la sua esteriorità. Il soggetto dell’ECRO pichoniano è un soggetto inteso nella sua verticalità però decentrato nel vincolo, che parla al di là di se stesso e produce socialmente, sempre, con un altro imprescindibile.

4) La soggettività per Pichon-Rivière si gioca nel dentro-fuori e nell’interno-esterno. Questo posizionamento soggettivo ha semplicemente a che vedere con la sua concezione di salute che implica un soggetto conoscente. Il processo di socializzazione è concepito da Pichon-Rivière come un lungo processo di apprendimento che dà luogo alla formazione, in ciascuna soggettività, di uno schema di riferimento che denomina anche “apparato per pensare la realtà”. Questo concetto dà conto di una struttura soggettiva che, prodotto della socializzazione, determina la riproduzione inconscia che il soggetto esegue delle relazioni sociali che lo hanno plasmato. Lo ‘schema di riferimento’ è ciò che dà conto della riproduzione delle condizioni di esistenza che il soggetto compie, riproduzione, anche, delle situazioni di sfruttamento e di assoggettamento.
Questo ‘apparato per pensare’ ci permette di percepire, distinguere, sentire, organizzare e operare nella realtà. Partendo da un lungo processo di identificazioni con le caratteristiche delle strutture vincolari nelle quali siamo immersi, costruiamo questo schema di riferimento che stabilizza una determinata concezione di concepire il mondo che, altrimenti, emergerebbe nella sua condizione di eccesso, incomprensibilità e caos. Questa conformazione dello schema di riferimento lo effettua una soggettività attiva, anche produttrice delle sue condizioni di esistenza. Questa soggettività implica che il soggetto pensi, senta e modifichi il contesto. Questa condizione attiva trasformatrice permette che la riproduzione che compie l’essere umano della struttura sociale che lo produsse non possa essere mai testuale. Si riproduce sempre, sebbene con minime trasformazioni. Questo porta E. Pichon-Rivière a pensare la metafora della spirale per rendere conto di questa caratteristica in cui la ripetizione o riproduzione “sembra uguale, ma non è uguale”.
La struttura sociale esterna in tutti gli ambiti intermediari diviene una struttura soggettiva mediante lo schema di riferimento. Qui, il grande mediatore è il concetto di vincolo. L’origine etimologica della parola vincolo è “legame” e credo che sia stato eletto da E. Pichon-Rivière come la condizione materiale della nostra costituzione soggettiva. I vincoli umani sono le strutture che permettono e effettuano il “legame” dell’essere, che nasce aperto al mondo, con impulsi aspecifici, in un campo simbolico, ovverosia la cultura, nel tempo storico sociale che ha vissuto. Vincolo è una struttura sensibile, affettiva, ideativa e di azione che ci unisce, ci “lega” all’altro essere con il quale il soggetto si identifica. L’identificazione non è posta come identificazione ad un’immagine, bensì a una caratterstica della struttura vincolare che include modelli di significazione sensibili, affettivi, ideativi e di azione che il soggetto successivamente riproduce.
Il vincolo è ciò che media e permette l’inserimento del soggetto nel campo simbolico della società. Il vincolo è una struttura bifronte, ha una faccia interna ed una esterna. La soggettività è intesa da E. Pichon-Rivière come una “vera e propria selva di vincoli”.
Dice E. Pichon-Rivière: “Lo schema di riferimento è l’insieme di conoscenza, di attitudini che ciascuno di noi ha nella sua mente e con le quali lavora in relazione con il mondo e con se stesso” (“Applicazioni della Psicoterapia di gruppo”, 1957, e in “Tecnica dei gruppi operativi”, 1960). Partiamo dalla base della “preesistenza in ciascuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali l’individuo pensa e agisce)”[5]. Questo schema di riferimento è ciò che permette al soggetto di possedere modelli di sensibilità, modi di pensare, sentire e fare nel mondo e che segnano il suo corpo in una certa maniera. È la sua tendenza alla ripetizione che offrirà resistenza al nuovo, agli stimoli (idee o esperienze) che tendono a destrutturarlo. Queste vicissitudini sono essenziali per pensare una soggettività inserita in una società moderna.

5) La concezione di soggettività in E. Pichon-Rivière è quella della soggettività moderna. È qui, dove appare E. Pichon-Rivière nella sua condizione di genio che, nella decade degli anni ’60, anticipa problematiche che, solamente a partire dagli anni ’70 e ’80, sarebbero apparse come problematiche egemoniche nel campo intellettuale delle Scienze Sociali. Negli anni ’60 E. Pichon-Rivière suggeriva che dobbiamo pensare alla soggettività nella sua condizione moderna e alla società come struttura in continuo cambiamento e che tende alla frammentazione dei significati sociali[6]. Per questo sosteneva che così come abbiamo necessità di uno schema di riferimento, un sistema di idee che guidi la nostra azione nel mondo, abbiamo necessità che questo sistema di idee, questo apparato per pensare, operi anche come un sistema aperto che permetta la sua modificazione. È l’interrelazione dialettica mutuamente trasformatrice con l’ambiente ciò che guiderà la ratificazione o la rettificazione del quadro di riferimento soggettivo. Ma E. Pichon-Rivière non concepisce le modificazioni dello schema di riferimento come una rinuncia, bensì come le modificazioni necessarie per un adattamento attivo alla realtà affinché, davanti ai cambiamenti del contesto, i desideri ed i progetti continuino ad essere possibili. La strategia soggettiva non sorgerebbe inconsciamente come prodotto di uno schema di riferimento che riproduce le condizioni della sua formazione, ma, al contrario, la concepisce come una strategia che possiede la direzione di un progetto,  e che ha una autonomia che si prospetta in una relazione  trasformabile in maniera reciproca con il suo contesto. In sintesi: ogni schema di riferimento è inevitabilmente proprio di una cultura in un momento storico-sociale determinato. Siamo sempre emissari ed emergenti della società che ci vede nascere. Ogni schema di riferimento è, contemporaneamente, produzione sociale e individuale.
È costruito attraverso vincoli umani e riesce a trasformarci, noi che costituiamo soggettività che producono e riproducono la società in cui viviamo. Enrique Pichon-Rivière ci mette di fronte la sfida di pensarci come soggetti, contrassegnati dal cambiamento, inseriti in una società che, lo stesso, si modifica continuamente e che, attualmente, è stata definita come “contesto di turbolenza” (Mario Robirosa). Questo ci obbliga a pensare il soggetto e la società in condizioni di creazione e mutabilità. E. Pichon-Rivière riscatta così la nostra condizione di creatori. Perché non concepisce alcun sistema come chiuso e prodotto ‘per sempre’, perché tutti i sistemi, il soggetto, i gruppi, le istituzioni, i quadri teorici, l’ECRO sono aperti ai cambiamenti, i quali, inesorabilmente, ci presentano la società nella sua condizione di modernità.

6) La soggettività, così come la concepisce Pichon-Rivière, è quella che si fa presente nel Gruppo Operativo. Quella soggettività concepita nella sua verticalità, la sua storia unica e singolare, ma che è immersa in una struttura contrassegnata dal faccia a faccia e dalla presenza corporale multipla, con una logica interattiva e di produzione sociale. È il soggetto produttore e prodotto delle strutture cognitive, affettive e di azione o di presa di decisione che emergeranno nelle condizioni di produzione congiunta.

Società:
Cos’è la società per Pichon-Rivière? In “Psicologia de la vida cotidiana” fa riferimento, in numerose occasioni, alla moderna organizzazione industriale.
Starebbe riferendosi, qui, alla società, fondamentalmente, come modo di produzione.
Ma una società non potrebbe formare una struttura soggettiva come lo schema di riferimento in ciascun soggetto se non fosse concepita come una struttura simbolica.
Se la società è, fondamentalmente, una cultura determinata, può essere intesa come un ordito di significati che ciascuna società produce mediante la creazione congiunta, e che stabilisce cos’è un uomo, cos’è una donna, cos’è lo Stato, cos’è Dio, cos’è il lavoro, cos’è il peccato, la virtù, ecc. ecc. Così come segnala Castoriadis[7].
Ogni società ha strutture oggettive esterne come: a) il proprio modo di produzione e i suoi rapporti di produzione (che corrispondono a come si stabilisce la distribuzione dei mezzi materiali e dei modi di appropriazione di questi beni e valori sociali); b) la sua cultura, le sue ideologie, la sua religione, ecc.
Ogni società ha una determinata organizzazione economica che corrisponde al suo modo di produzione e ai suoi rapporti di produzione, e ha una determinata struttura sociale e ideologica che, sostiene Castoriadis, costituiscono un ordito di significazioni immaginarie sociali.
Ma la società non è solo un insieme di significazioni, poiché queste significazioni sono articolate attraverso certe modalità di relazione e corrispondono a strutture vincolari interrelate, precisamente, all’ambito di cui si tratta.
La società non è costituita, per Pichon, da strutture progettate linguisticamente, bensì, essenzialmente, da relazioni vincolari[8] che includono il linguaggio. Sono relazioni simboliche che includono rapporti di potere, rapporti economici, rapporti tecnologici. Questa concezione della società è presente nel suo libro “Psicologia de la vida cotidiana”.
La società non è un blocco omogeneo, né agisce come un tutto. Sempre la società, come tutta la realtà, ci si presenta frammentata. Al fine di oggettivarla E. Pichon-Rivière la concepisce spazialmente, per cui, parlando di soggettività, dobbiamo pensarla come emergente da un determinato gruppo, in rapporto a determinate istituzioni che si trovano in un certo contesto comunitario, che ha una certa cultura particolare. È una nozione molto vicina alla concezione topologica della società in Pierre Bordieu e alla concezione, di questo stesso autore, di campo sociale. La società è distinta in campi, per P. Bordieu[9], quali il campo economico, quello politico, quello del potere, quello culturale, ecc.
Nel nostro paese è essenziale distinguere le culture particolari presenti nella società, sebbene le integriamo in una cultura globale.
Il concetto di schema di riferimento è quello che dà conto della soggettivazione della società. È ciò che spiega il fatto che ogni società ha necessità di costruire una soggettività che a sua volta la riproduca. Ogni società, quindi, si assicura una minima universalizzazione di modelli per percepire la realtà, modi di organizzarla, di valutarla, modelli di reagire affettivamente e modelli di fare, di operare davanti alle problematiche che ci presenta il mondo.

La logica formale classica:
La logica formale classica si divide in due rami: la sintassi e la semantica.
La sintassi contiene i simboli con i quali si costruisce la logica delle proposizioni. Per esempio, “4 è divisibile per 2” si rappresenterà con lettere. Un’intera proposizione può essere rappresentata da una lettera. Per esempio, “Socrate è mortale” si rappresenta con “p”. Ci sono formalizzazioni per rappresentare le operazioni proposizionali. Per esempio, la negazione: “-” ; la congiunzione “&”, l’equivalenza “=”.
Il ramo della semantica si avvicina al senso, al fatto che i simboli abbiano un valore di verità o falsità e non ci sia un termine medio: “8 è divisibile per quattro” è vero; “8 è divisibile per cinque” è falso. In una sola proposizione ci sono solo due opzioni: o la proposizione è falsa o la proposizione è vera. La ‘Legge del terzo escluso’ implica che ci sono solamente due opzioni “p o non p”. La ‘Legge di non contraddizione’ “non si dà il caso di p e non p”.

Logiche inconsistenti
Le logiche inconsistenti sono respinte dalla logica formale classica e la ragione è semplicemente perché, partendo da una contraddizione, non si può dimostrare se qualcosa sia vero o falso. Nelle logiche inconsistenti si ammettono le proposizioni che sono vere o false ma accettano anche la presenza di antinomie: stabilire che una proposizione può essere allo stesso tempo vera o falsa. Si ammette che ci siano proposizioni complesse che hanno due valori.
Già, gli antichi greci avevano sollevato antinomie, come quella famosa di Epimenide che disse: “La proposizione che sto enunciando ora è falsa”. Se questa proposizione è vera deve essere falsa. Al contrario, se dico che è falsa, allora è vera.
F. Nietzsche: “Il fatto che un giudizio sia falso non costituisce, nella nostra opinione, una obiezione contro quel giudizio”“per principio, noi siamo inclini ad affermare che i giudizi più falsi sono, per noi, quelli più indispensabili…”, “… il non vero è la condizione della vita…” e la verità è “il tipo di errore senza il quale l’uomo non può vivere”.
Ci sono proposizioni che possono avere due valori di verità. Per esempio, dire “non è vero che la proposzione che sto enunciando ora è falsa”.
La logica della vaghezza (fuzzy) include le antinomie. Ha a che vedere con il fatto che le parole sono vaghe. La logica della vaghezza la definì il matematico Menger, ma chi la sviluppò fu un logico statunitense chiamato Zadeh. Per esempio: “Maria è cattiva”; però, Maria è cattiva tutto il tempo? E non ha mai avuto tratti di gentilezza e mai ne avrà?
La logica della vaghezza è una prova che la logica concreta è inconsistente, contraddittoria.

Soggettività e logica inconsistente:
Ho trovato interessante prendere il concetto di soggettività di E. Pichon-Rivière e pensarla dal punto di vista della moderna logica inconsistente.
È una concezione di soggettività pensata in accordo a una logica inconsistente. Perché? Perché include il paradossale, l’antinomico. La soggettività è concepita come un sistema aperto, incompiuto, che non è un Tutto. Allo stesso tempo, è un Tutto che non è un Uno, è una unità del molteplice, è un campo complesso, antinomico, con multiple contraddizioni che non si risolvono né si sintetizzano, prodotta in condizioni né di esterno, né di interno, ma di estimità (questa felice condensazione proposta da Lacan). È una struttura, però non lo è: è un facendosi, uno strutturandosi. Una Gestalt-Gestaltung, come segnala lo stesso E. Pichon-Rivière. È una struttura che cambia ma allo stesso tempo è la stessa.
Le soggettività non sono parte di un tutto che sarebbe la società e dove è possibile ricostruire il tutto per somma delle sue parti. Ciasun soggetto è una parte totale della società (C. Castoriadis). È un universale che solamente nel singolare esiste.
È una soggettività che è determinata, però è impredicibile. Si esprime e si occulta allo stesso tempo. Si trova nel presente, nel qui ed ora, però allo stesso tempo è tutta la convergenza del suo passato ed è anche l’anticipazione del suo futuro.

Soggettività e interazione verso il nuovo millennio:
Consideriamo che la Società è il contesto quadro dove troviamo la chiave della costituzione della soggettività. Questa stessa Società crea forme e modelli di interazione tra i soggetti che la integrano.
La Nostra Società si è formata partendo da due immaginari sociali eterogenei, così come segnala C. Castoriadis: 1) l’immaginario sociale democratico, caratterizzato dagli ideali e dai modelli di uguaglianza di fronte alla legge, solidarietà, autonomia, partecipazione, trasparenza, possibilità di autocritica, il modello di etica e di soddisfazione personale come partecipazione sociale e 2) l’immaginario sociale capitalista, caratterizzato dalla competenza, l’individualismo, il trionfo del più forte, la guerra simbolica dei mercati, la volontà di spostamento dei concorrenti, il modello di felicità come realizzazione materiale individualista.
La nostra società attuale si caratterizza per l’avanzamento dell’immaginario capitalista sopra a quello democratico. Questo ha prodotto l’avanzamento dell’interese individuale e privato su quello pubblico, insieme ad un ideale di edonismo come proposta di esistenza. La ricerca di una felicità riservata all’ambito privato delle persone, a detrimento di un modello di felicità legata a forme organizzative di partecipazione sociale. Si deve solo ricordare ciò che significava la partecipazione dei cittadini nell’organizzazione della polis, per gli antichi greci, per vedere la differenza di questi due ideali sociali. Il nostro mondo attuale si caratterizza per la ricerca di profitto e per l’impero di una logica predatoria che invade le relazioni sociali che, fino a poco tempo fa, non erano soggette a ‘prezzi’. Per esempio, l’azione della Giustizia non aveva prezzo, o le strategie dei partiti politici che oggi sono soggetti alle condizioni di ‘negoziazione’ (sarebbe questo: “cosa mi dai se io voto affermativamente nel Parlamento”). Questo dimostra un processo di ‘mercantilizzazione’ che colpisce profondamente i rapporti ed i cittadini. Come segnala Eduardo S. Bustelo Graffigna: “la società si svuota di società”.
Marshall Berman sostiene che lasciare la logica del mercato che guida le questioni sociali è come “mettere un motore cieco alla storia”. Ma è anche peggio un motore cieco che non sappia dove sta andando. La Legge del mercato, si sa dove va. Fallisce sempre a favore dei più forti. I risultati delle ultime decadi sono una prova di questo. La ricchezza è andata distribuendosi con iniquità progressiva. Il modello della nostra società capitalista è l’uomo economico, pragmatico, utilitaristico, infallibile e vincente, ricco, bello, sportivo, arrogante, dominatore e sicuro. Questo è l’eroe capitalista.
La disuguaglianza sociale ha un carattere centrale, pubblico e essenzialmente politico. La politica è stata svuotata di preoccupazioni comuni e hanno ridotto gli spazi democratici di partecipazione e di legittimità della lotta per invertire questo processo.
Il principale problema sociale è il livello di iniqua distribuzione del reddito e della ricchezza. Il processo di comncentrazione di ricchezza continua aumentando il divario. La politica sociale tradizionalmente è sempre stata legata alla possibilità di raggiungere livelli più elevati di uguaglianza sociale, la costruzione di una cittadinanza partecipativa e di una giustizia distributiva.
La responsabilità consiste nel fare avanzare il processo di espansione dei diritti di cittadinanza e di responsabilità. Questa responsabilità interessa le Organizzazioni della Comunità poiché il loro lavoro consiste nel cercare forme organizzative che facciano crescere la cittadinanza con progetti che aprano nuove possiblità per la lotta per l’uguaglianza. L’espansione della democrazia è l’obiettivo delle nuove lotte per la costruzione della cittadinanza. La democrazia non è solamente una forma di governo, bensì è essenzialmente una sorta di società nella quale esiste un insieme di rapporti di reciprocità e di solidarietà tra i membri che la compongono. La Democrazia è ancora in evoluzione.
Che cosa ci attendiamo dalla Democrazia nel nuovo secolo (non oso dire il nuovo millennio). Una Democrazia partecipativa, attiva e non formale. Questo significa che le nostre istituzioni trovino la propria strada nell’attenzione al cittadino (attualmente il povero cittadino sembra un mercato vincolato e la sua unica opzione è quella di essere sfruttato da uno Stato vorace), il funzionamento indipendente dei poteri, specialmente la autonomia della magistratura, una maggior partecipazione dei cittadini negli organi legislativi, trovare nuove forme nelle quali i cittadini deliberino sulla società, la creazione di nuovi meccanismi di controllo delle decisioni dei poteri, ecc., il controllo della correttezza, l’etica dei funzionari pubblici.
Non solo democratizzare l’educazione e l’accesso a eguali opportunità per competere, bensì democratizzare l’economia, questa è la sfida storicamente maggiore. Per questo è indiscutibile che la politica debba rendere i mercati governabili.
Lo Stato si è trasformato nella nuova Nobiltà per il godimento dei privilegi “legittimi”, istituiti dallo Stato medesimo. La funzione pubblica si è trasformata nel negozio privato di ciascun funzionario. Questo, porta i giovani a identificare la politica con pratiche delittuose e corrotte.
Gli obiettivi, allora, per il prossimo secolo, sono il raggiungimento di un’uguaglianza nella distribuzione dei beni sociali, non solamente beni materiali economici, ma beni in termini di educazione, salute, cultura, espansione, libertà, autonomia. Che i diritti sociali siano equamente distribuiti.
L’espansione della democrazia significa l’espansione della cittadinanza partecipativa. La democrazia è la sola che può contrapporsi al sistema di disuguaglianze che impone il sistema capitalista. Costruire una società più egualitaria per l’approfondimento della democrazia, dei suoi meccanismi e delle sue istituzioni.
Il Lavoro Comunitario deve preservare l’obiettivo di legittimare, rafforzare i vincoli, i meccanismi e le forme organizzative democratiche tra la popolazione senza distinzioni di età, sesso, razze, religioni, cultura, ecc. L’obiettivo è di legittimare le forme organizzative democratiche non solamente come forme rappresentative o simboliche bensi nell’azione. Che la popolazione con meno beni sociali (e che vive ancora in una società disciplinare esercitata per mezzo di una violenza simbolica e fisica) possa autodisciplinarsi, pensarsi e organizzarsi in funzione dei suoi diritti, delle sue necessità e delle sue proprie risorse sociali.
È un modo di esercitare un contro-potere, una resistenza al potere che ha instaurato il privilegio dei potenti stabilendo una scandalosa e progressiva iniquità sociale.
Nelle parole di Pierre Bordieu, si tratta di lavorare in funzione di un “utopismo razionale applicando la conoscenza del probabile per promuovere l’avvenire possibile”.

Note:

[1] S. Freud: “Psicología de las Masas y Análisis del Yo” Obras Completas. Ed. Amorrortu

[2] V. Zito Lema: Cap. VI de “Conversaciones con Enrique Pichón Riviere” Ed. Nueva Visión.

[3] E. Pichón Riviere: “La Psicología Social” de “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión

[4] E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión

[5] E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión

[6] “Engranaje y Envoltura” de “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión, 1966: “Una società stabile permette all’individuo di riconoscersi attraverso una serie di funzioni fisse che agiscono come specchi che gli danno un volto. Ma oggi quegli specchi, come un sinistro parco di divertimento, restituisce un’immagine distorta e irriconoscibile. La confusione dei ruoli sociali, che preoccupa tanto l’uomo come la donna, il fallimento di stereotipi di pensiero e di condotta, l’incertezza su un destino imprevedibile, portano ad una situazione critica e angosciante che esige di essere chiarita.”

[7] C. Castoriadis: “Lo imaginario: la creación en el dominio históricosocial” de “Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto” Gedisa editorial 1988. Castoriadis stabilisce una diferenza importante tra l’immaginario sociale efficace che è quello che tende a riprodurre gli istituiti sociali e l’immaginario sociale radicale che tende alla sua trasformazione per creare l’istituente.

[8] Karl Marx nei “Grundrusse” scrive: “La società non si ciompone di individui; esprime la somma dei vincoli e dei rapporti in cui sono inseriti gli individui”.

[9] Il Campo di Pierre Bordieu è composto da un insieme di relazioni storiche oggettive tra le posizioni ancorate in certe forme di potere o del capitale, che siano queste economiche, simboliche o sociali. Il Campo è simultaneamente uno spazio di conflitto e di competizione.

Bibliografia:

E. Pichón Riviere: “El Proceso Grupal” Ed. Nueva Visión. 1985
E. Pichón Riviere: “Psicología de la vida cotidiana” Ed. Nueva Visión. 1985
V. Zito Lema: “Conversaciones con Enrique Pichón Riviere” Timerman Editores. 1976
S.Freud: “Psicología de las Masas y Análisis del Yo” Amorrortu editores. Tomo XVIII. 1979
J. Corominas: “Diccionario Crítico etimológico de la lengua castellana” Editorial Gredos. Madrid. 1974
C.Castoriadis: “Los dominios del hombre: las encrucijadas del laberinto” Gedisa editorial 1988.
Pierre Bourdieu: “Razones practicas” Editorial Anagrama. 1977
Pierre Bourdieu y Loic J.D. Wacquant: “Respuestas.”Por una antropología reflexiva”Ed. Grijallbo. 1995
Florencio González Asenjo: “Lógicas Inconsistentes” Edita EOL. 1998
Graciela Cardarelli y Mónica Rosenfeld: “Las participaciones de la pobreza” Paidos. 1998
Marshall Berman: “Todo lo sólido se desvanece en el aire” Ed. Siglo XXI

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Il segreto del mondo: Paradisi fiscali e riciclaggio

Lo Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI vuole segnalare un evento giornalistico che si terrà venerdì 24 giugno 2016 a Riccione, in Piazzale Ceccarini, nell’ambito del DIG AWARDS. Si tratta di una conferenza che esaminerà il tema dei paradisi fiscali, più volte indagato da grandi inchieste giornalistiche  condotte da reporter di tutto il mondo. I grandi evasori usano società offshore e conti segreti in Paesi compiacenti per nascondere fondi neri e riciclare denaro sporco. Al DIG Festival un gruppo di esperti di crimini finanziari discute di questo fenomeno sempre più attuale insieme a Hervé Falciani, l’informatico che ha contribuito alla condanna di centinaia di evasori internazionali diffondendo i dati di oltre 130.000 conti segreti della HSBC Private Bank di Ginevra. Da quelle rivelazioni è nata Swiss Leaks, la maxi-inchiesta del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ) che ha svelato un giro di evasione superiore ai 180 miliardi di euro. All’incontro prende parte anche Marcos García Rey, uno dei reporter dell’ICIJ impegnati nella colossale inchiesta Panama Papers: uno scandalo senza confini che coinvolto più di quaranta capi di governo, dall’Islanda all’Arabia Saudita, dalla Russia all’Argentina. 
L’evento ha ottenuto anche il riconoscimento dell’Ordine dei Dottori Commercialisti di Rimini che l’ha inserito nell’ambito della formazione professionale obbligatoria dei propri iscritti.

 

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Lo Studio GRASSI BENAGLIA MORETTI vuole segnalare un evento giornalistico che si terrà venerdì 24 giugno 2016 a Riccione, in Piazzale Ceccarini, nell’ambito del DIG AWARDS. Si tratta di una conferenza che esaminerà il tema dei paradisi fiscali, più volte indagato da grandi inchieste giornalistiche  condotte da reporter di tutto il mondo. I grandi evasori usano società offshore e conti segreti in Paesi compiacenti per nascondere fondi neri e riciclare denaro sporco. Al DIG Festival un gruppo di esperti di crimini finanziari discute di questo fenomeno sempre più attuale insieme a Hervé Falciani, l’informatico che ha contribuito alla condanna di centinaia di evasori internazionali diffondendo i dati di oltre 130.000 conti segreti della HSBC Private Bank di Ginevra. Da quelle rivelazioni è nata Swiss Leaks, la maxi-inchiesta del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi (ICIJ) che ha svelato un giro di evasione superiore ai 180 miliardi di euro. All’incontro prende parte anche Marcos García Rey, uno dei reporter dell’ICIJ impegnati nella colossale inchiesta Panama Papers: uno scandalo senza confini che coinvolto più di quaranta capi di governo, dall’Islanda all’Arabia Saudita, dalla Russia all’Argentina. 
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Processo Vulcano: in appello riconosciuto il danno a favore della parte civile

 

 

Si è concluso lunedì 13 giugno, davanti alla Corte d'Appello di Bologna, il processo d'appello scaturito dall'indagine "Vulcano" della DDA felsinea. I giudici hanno sostanzialmente riconfermato le condanne inflitte in primo grado ai nove imputati per estorsione aggravata dal metodo mafioso (L. 203/91), relativamente ad episodi di vessazione nei confronti di due imprenditori attivi tra la riviera romagnola e la Repubblica di San Marino. Gli imputati avevano evocato a vario titolo la vicinanza e l'appartenza a clan camorristici e dei casalesi. La sentenza emessa dal Tribunale di Rimini è stata riformata solo parzialmente per uno degli imputati, al quale è stata disapplicata la recidiva contestata, e nella parte relativa al danno lamentato dalla parte civile. Nel processo di primo grado, tramite lo Studio Grassi Benaglia Moretti, si era infatti costituita l'associazione SOS IMPRESA a tutela degli imprenditori oppressi dalla criminalità organizzata. In quella sede, tuttavia, il risarcimento del danno non era stato riconosciuto. Assieme agli imputati, anche la parte civile ha dunque proposto appello per sostenere le proprie ragioni, le quali sono state infine condivise anche dai giudici della Corte d'Appello (le motivazioni si conosceranno solo al deposito della sentenza). 

 

 

 

 

Dell'esito del processo d'appello ha scritto l'Informazione di San Marino, con un articolo a firma di Antonio Fabbri, che scrive: "[...] La Corte ha anche riconosciuto il risarcimento del danno, da liquidare in separata sede, a favore di Sos Impresa, in giudizio rappresentata dagli avvocati Patrick Wild e Rachele Grassi dello Studio Grassi Benaglia Moretti di Rimini. Riconoscimento, anche questo, non secondario che attesta come l'attività collettiva e la forte valenza sociale delle associazioni portatrici di principi alti e comuni, sia presidio importante e fondamentale da fare valere anche nelle sedi giudiziarie nella lotta al metodo mafioso".

 

 

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