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Taylormade in rosa per Giorgia Piccini, la Podio Argenti parla giapponese con Matsunaga

Riviera Golf - Gio, 09/06/2016 - 11:51

Sabato 4 giugno è tornato il tradizionale appuntamento con la Taylormade Open Race To Marrakech, gara a nove buche molto apprezzata da ospiti e soci del Riviera Golf. Il miglior risultato lordo è stato appannaggio di una lady, la pesarese Giorgia Piccini, mentre la Prima categoria netta ha visto un atleta di Salsomaggiore, Giorgio Preda, vincere con 20 punti sul riccionese Tristano Tamagnini, fermatosi a 18. In Seconda categoria un altro pesarese, Alex Cantarini, ha primeggiato su Giampiero Santucci, mentre il morcianese Simone Ceccolini si è aggiudicato la Terza categoria con 24 punti, davanti alla romana Sandra Massaccesi.

La Podio Argenti Tour 2016 parla giapponese: Shigemitsu Matsunaga, il giocatore del Riviera che vive a Gradara, si è aggiudicato l’ultima edizione di questa gara ormai tradizionale sui green marignanesi, svoltasi domenica 5 giugno. Sempre per la Prima categoria, ma in classifica netta, il cattolichino Roberto Lenti ha concluso la prova vincendo con 38 punti, due più di Vincenzo Mancuso. In Seconda categoria torna ad affermarsi il riccionese Giorgio Attala, con 38 punti, distaccando di quattro l’atleta di Sant’Angelo in Lizzola Vincenzo Mariani. In Terza categoria vince di misura Emidio Del Governatore sul monzese Michele Colio. Annunziata Persini è la prima nella categoria Lady, mentre il miglior Senior viene da Battaglia Terme, Massimo Saccardi.

Le prossime gare. Con la bella stagione si infittisce il calendario gare del Riviera Golf: sabato si gioca invece il trofeo La Sangiovesa, 18 buche stableford a 2 categorie, valevole per il campionato sociale stableford. Domenica è la volta della Coppa del Presidente, una 18 buche speciale a 6 categorie: la Prima e la Seconda giocano Medal, stableford invece dalla Terza alla Quinta 5 categoria, per la sesta categoria è prevista un giro a 9 buche. Le partenze sono per categorie ed è valevole per il campionato sociale stableford. Mercoledì 15 si gioca la Black JK by Cristian Events, 18 buche stableford con finali nazionale ed estera e green fee a prezzo agevolato.

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Ristogolf trasforma il Riviera in un ristorante a cielo aperto: la gara dell’Associazione ristoratori golfisti a Roberto Agricola e Riccardo Pastorello

Riviera Golf - Mar, 07/06/2016 - 15:17

Più che un campo da golf, un ristorante a cielo aperto: un colpo d’occhio davvero inusuale per il Riviera Golf, venerdì 3 giugno per la seconda tappa del Circuito Ristogolf 2016 by KitchenAid & Estra, che per la prima volta ha fatto sosta al club marignanese. Una buvette per la colazione degli atleti in segreteria, prima dell’accesso ai green, e una serie di chioschi lungo le 18 buche dove dissetarsi con vini di qualità e riprendere le energie con gli spuntini preparati espressi dai cuochi. Del resto, stiamo parlando del circuito golfistico allestito dall’Associazione dei Ristoratori Golfisti italiani. La formula di gioco – 4 palle la migliore a coppie – ha visto primeggiare come migliore coppia lorda con 38 punti Roberto Agricola – Riccardo Pastorello, il primo di Ancona, il secondo di Cattolica, che per questo saranno ospiti alla finale di Roma del circuito, a Roma. Stessa destinazione per i primi netti di Prima categoria, Giandomenico Danzo e Fabio Grandicelli, che con 43 punti ma una migliore performance nelle ultime buche hanno superato in classifica le coppie pari punteggio Massimo Chemello – Tommaso Viel e Andrea Gandolfi – Cristian Monari.

Destinazione Roma anche per Carlo Vecchio – Luigi Steffanini, che in Seconda categoria ipotecano il viaggio con 44 punti. A due lunghezze la coppia Andrea Meroni – Caterina Agnoli, mentre chiudono a 41 punti Massimo Oriani e Natascia Disperati. In Terza categoria staccano il biglietto per la finale Ristogolf di Roma Alessandro Seveso e Silvia Mombelli, con 42 punti, due in più di Eugenio Rossi e Massimo Testa, ben 5 in più dei terzi classificati, Aldo Baldoni e Marta Venturi.

La ghiotta – è il caso di dirlo – manifestazione ha visto anche numerosi premi speciali, quale il premio Coppia Mista Spirito Ristogolf by Acqua Panna e San Pellegrino, andato a Franco Imperiale e Maria Grazia Giorgi, eletti “Diversamente Primi”. Stessa simpatica motivazione per la coppia Ermenegildo Sartore – Angiolino Cominelli. Il premio Special Hole 18 – Coppia Ristogolf by Glenmorangie è andato a Luigi Mion e Gloria Papi, la miglior copia senior è stata premiata da Zonin 1821: Giulio Gustavo Bertuccini e Cristino Giorgetti, la prima coppia Lady by Shiseido è andata a Marta Venturi e Sara Dominidiato , mentre il premio Coppia Mista di Rivolta Carmignani è stato appannaggio di Cinzia Pedemonte e Francesco Vullo. Il Nearest to the pin femminile by Lavazza è andato a Silvia Mombelli che con il primo tiro è andata a 7,80 metri dalla buca. Tra i maschietti il Nearest to the pin by Gruppo Lorenzi è stato appannaggio di Andrea Gandolfi, a solo 1,39 dalla bandierina. Orietta Barocci è stata l’atleta con il drive più potente, premiata dalla Veuve Clicquot, al pari del collega Walter Faustini.

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Camionista in versione Steve McQueen salvo grazie ad un 'cavillo'

Grazie all'intervento dei colleghi di Studio, Gaia Galeazzi e Filippo Capanni, un camionista si è visto annullare una sanzione di 2833,33 euro.

La notizia è stata ripresa anche dagli organi di stampa locali.

Dicono di noi Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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L'importanza della gestione del detenuto transgender

Martedì 31 maggio, a Rimini, l’avvocato Davide Grassi, socio e co-fondatore dello Studio Legale e Tributario "Grassi Benaglia Moretti" ha presentato il libro "La gestione del denuto Transgender" dell’ispettore Gabriele Celli.

L’evento è stato organizzato dall’associazione “Papillon Rebibbia” di Rimini, realtà che da anni si occupa di diritti delle persone ristrette e della sensibilizzazione sul tema.

Gabriele Celli (laureato in sociologia all’Università di Urbino ed esperto di criminologia e psichiatria forense) è in servizio da 25 anni nella polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Rimini ed è autore del volume dal titolo “La gestione del detenuto transgender”. Si tratta del primo saggio per gli addetti ai lavori. All’interno, oltre ad una dettagliata descrizione della struttura penitenziaria in cui l’ispettore Celli presta servizio, vi è anche un contributo importante con le testimonianze di tutti gli operatori della Casa Circondariale “Casetti”.

“L’istituto di Rimini è uno dei pochi in Italia ad avere una sezione specializzata per i detenuti transessuali”, ha raccontato l’ispettore Celli, durante il dibattito e alla presenza di numerosi partecipanti interessati all’argomento e “non esiste una formazione specifica per la gestione di questo tipo di detenuto”.

Nella prefazione scritta dal Dott. Luigi Pagano, Vice Capo Vicario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, appare evidente la consapevolezza che la gestione del detenuto transgender possa avere successo solo grazie alla professionalità e alla sensibilità degli agenti, che sono tuttavia privi di strumenti adeguati: “Il mio intento, scalfendo solo un minimo di superficie, è solo quello di rendere, appena, idea di quanto spigoloso, nell’accezione etimologicamente più vasta del termine, sia l’argomento e quanto auto-controllo, tatto, sensibilità, capacità, professionalità deve dimostrare, e dimostra, di avere il nostro personale e, per inciso, mai celebrato come merita.”

Il libro di Gabriele Celli è stato tradotto in lingua inglese e verrà utilizzato anche all’estero nelle scuole di formazione della polizia penitenziaria.

Si può acquistare al seguente indirizzo web:

http://www.youcanprint.it/youcanprint-libreria/didattica-e-formazione/la-gestione-del-detenuto-transgender.html

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Martedì 31 maggio, a Rimini, l’avvocato Davide Grassi, socio e co-fondatore dello Studio Legale e Tributario "Grassi Benaglia Moretti" ha presentato il libro "La gestione del denuto Transgender" dell’ispettore Gabriele Celli.

L’evento è stato organizzato dall’associazione “Papillon Rebibbia” di Rimini, realtà che da anni si occupa di diritti delle persone ristrette e della sensibilizzazione sul tema.

Gabriele Celli (laureato in sociologia all’Università di Urbino ed esperto di criminologia e psichiatria forense) è in servizio da 25 anni nella polizia penitenziaria della Casa Circondariale di Rimini ed è autore del volume dal titolo “La gestione del detenuto transgender”. Si tratta del primo saggio per gli addetti ai lavori. All’interno, oltre ad una dettagliata descrizione della struttura penitenziaria in cui l’ispettore Celli presta servizio, vi è anche un contributo importante con le testimonianze di tutti gli operatori della Casa Circondariale “Casetti”.

“L’istituto di Rimini è uno dei pochi in Italia ad avere una sezione specializzata per i detenuti transessuali”, ha raccontato l’ispettore Celli, durante il dibattito e alla presenza di numerosi partecipanti interessati all’argomento e “non esiste una formazione specifica per la gestione di questo tipo di detenuto”.

Nella prefazione scritta dal Dott. Luigi Pagano, Vice Capo Vicario del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, appare evidente la consapevolezza che la gestione del detenuto transgender possa avere successo solo grazie alla professionalità e alla sensibilità degli agenti, che sono tuttavia privi di strumenti adeguati: “Il mio intento, scalfendo solo un minimo di superficie, è solo quello di rendere, appena, idea di quanto spigoloso, nell’accezione etimologicamente più vasta del termine, sia l’argomento e quanto auto-controllo, tatto, sensibilità, capacità, professionalità deve dimostrare, e dimostra, di avere il nostro personale e, per inciso, mai celebrato come merita.”

Il libro di Gabriele Celli è stato tradotto in lingua inglese e verrà utilizzato anche all’estero nelle scuole di formazione della polizia penitenziaria.

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Doppia vittoria per Lele Danzi: 1° lordo alla Ticket to Paradise e alla coppa Rotary Riccione – Cattolica

Riviera Golf - Mar, 31/05/2016 - 17:12

Un fine settimana all’insegna di Emanuale Danzi, al Riviera Golf: sabato 25 maggio alla Ticket to Paradise e domenica 26 alla coppa Rotary Riccione – Cattolica l’atleta riccionese ha segnato il miglior punteggio lordo, concludendo entrambe le prove a 31 punti. La settimana agonistica al Riviera si è aperta con la Goldenfour Jacket organizzata dalla Cristian Events mercoledì 25 maggio, una 18 Buche stableford a formula 4 palle la migliore, giocata a coppie. In Prima categoria miglior risultato Lordo alla coppia Paolo Valmirti – Gianluigi Bardeggi, entrambi riminesi, con 35 punti di score finale. Nella classifica Netto il duo Daniele Bartezzaghi – Tonino Ruscelli chiudono a 49 punti, staccando di tre lunghezze la coppia Valer Catalin Bria – Emanuele Roseo. Miglior coppia mista da Fano Roland Ender e JrmaKehrer, con 41 punti. Miglior coppia senior Lucio Omicciolie Marco Monti, anch’essi a 41 punti.

Il fine settimana si apre con la promessa di un “Biglietto per il paradiso”, la Ticket to Paradise, sabato, gara stableford a due categorie di un circuito nazionale che ha visto nella classifica lorda affermarsi il riccionese Emanuele Danzi. Nella classifica netta vince il giovane marignanese Valer Catalin Bria, fresco di passaggio di categoria che festeggia con 44 punti. Inseguono a grande distanza i pesaresi Andrea Corsini con 38 e Filippo Fabbri con 37. In Seconda categoria è Mauro Berti del golf club Le Fonti a primeggiare a parità di punteggio con i pesaresi Gabriele Fiorucci e, terzo, Mirko Del Prete.

Domenica invece si è giocata la Coppa Rotary Riccione – Cattolica, che vedeva le classifiche per le categorie dei rotariani e degli ospiti. Tra questi ultimi come detto si è affermato Emanuele Danzi nella classifica lorda, mentre il suo collega rotariano è stato Francesco Tardella del golf Village di Porto Recanati. In prima categoria tra i rotariani ha vinto Mario Mariani, con 32 punti, seguito da Roberto Santacchi a 28 punti. Tra i non rotariani si è affermato Andrea Ricci, con 42 punti, davanti al fanese Guido Pianosi. In seconda categoria tra i rotariani affermazione di Riccardo Donadio con 33 punti, davanti a Fabio Sampaolesi Assirelli, mentre nella stessa categoria per gli ospiti il miglior risultato è appannaggio della cattolichina Barbara Simoncelli che, a parità di punti con Daniele Bartezzaghi, fa pesare il miglior risultato nelel ultime buche. Nella categorie lady tra le rotariane si afferma Fabrizia Fati,mentre tra gli ospiti si distingue di nuovo l’atleta di Cattolica Orietta Barocci. Chiude la rassegna dei risultati le classifiche Senior, che vedono al primo posto per gli atleti Rotary Marco Minucci, per gli ospiti Michele Colio.

Le prossime gare. Giugno si apre con la IV Tappa Interregionale Agis, gara 18 buche stableford 3 categorie AGIS in programma mercoledì. Venerdì 3 fa tappa al Riviera la Ristogolf, gara 18 buche stableford 4plm, organizzata dall’associazione dei golfisti ristoratori Sabato 04 torna una nove buche molto amata dai giocatori del Riviera, la Tailormade Open Race to Marrakech, stableford 3 categorie. Primo lordo e i primi netti di categoria accedono alla semifinale nazionale. Domenica 5 torna il circuito Golf & Go, gara 18 buche stableford 3 categorie, accesso diretto alla semifinale nazionale per il 1° netto e il primo lordo di categoria. Martedì 7 è la volta della T42 Ega Pure Golf Attitude 2016, ottima palestra per i neofiti, mentre mercoledì 8 Cristian events propone una delle sue apprezzatissime Jacket tournaments, circuito con finale nazionale ed estera, Green fee e iscrizione gara prezzo agevolato.

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Danzi è Blue Jacket CristianEvents, a Giorgetti la Golf & Go, a Greganti la Taylormade

Riviera Golf - Mar, 24/05/2016 - 12:05

Una intensa settimana di gare al Riviera Golf, con il calendario degli appuntamento che comincia ad allungarsi con l’incedere della bella stagione. Ad aprire il valzer delle competizioni mercoledì 18 maggio è stata la Blue Jacket by CristianEvents, gara 18 buche stableford dove su 50 partecipanti il miglior Lordo è risultato Emanuele Danzi, di Riccione, con 31 punti. Sempre per la Prima categoria il miglior risultato Daniele Montagnani del golf club Le Fonti di Fonti di Bologna, con 37 punti, che ha superato in virtù delle migliori performance nelle ultime buche il cattolichino Domenico Parma, anche lui a 37 punti. Terzo di categoria il pesarese Filippo Fabbri, con 35 punti.

In Seconda categoria Mirco Ottaviani ha concluso le 18 buche con un ottimo 46 punti. Il giocatore di Gradara ha distanziato il secondo classificato, il fanese Enzo Capogna, fermatosi a un pur lusinghiero punteggio di 42. In Terza categoria è Daniele Bartezzaghi ad affermarsi pur avendo ottenuto lo stesso punteggio – 39 – del secondo, il fanese Daniele Longhini, che si contenta della piazza d’onore per i risultati ottenuti nelle ultime buche. Nella classifica Ladies è Federica Parenti da Faenza, con 33 punti, a cogliere la vittoria, battendo l’atleta di casa, Nicoletta Ricci, di due punti. Tra i Senior è Valter Sartori a primeggiare, con 39 punti, battendo di misura Claudio Bernardi.

Sabato 21 maggio è stata la volta della Taylormade Open Race to Marrakech, un circuito a nove buche stableford che tappa dopo tappa sta riscuotendo un buon successo di partecipazione, a dispetto della ridotta distanza di gioco. La Prima categoria è stata appannaggio dei giocatori marchigiani: primo Lordo Stefano Greganti, da Senigallia, con 12 punti, mentre il primo Netto è stato il pesarese Fabio Grandicelli, con 16 punti, seguito dal corianese Davide Zaghini. In Seconda categoria si afferma Giorgio Attala, che con una migliore performance sulle ultime buche valorizza i 19 punti superando Marco Sebastiani a parità di punteggio. La Terza categoria vede la vittoria del pesarese Floriano Savini con 23 punti, che batte di appena una lunghezza Simone Ceccolini, di Morciano.

E’ stato Cristino Giorgetti il miglior Lordo sui 72 giocatori della Golf & Go di domenica 22 maggio, gara stableford sulla distanza di 18 buche, mentre il primo classificato della Prima categoria Netta è stato Filippo Fabbri, l’atleta di Pesaro che con 38 punti ha battuto Matteo Meloni del Mia golf Club (An). In Seconda categoria è Marco Monti del Riviera a vincere, con 40 punti, anche lui di fronte a un atleta del Mia Golf club, Andrea Gradoni, fermatosi a 39 punti. Miglior fortuna per il marchigiano Paolo Cardoni, del Golf Village di Porto Recanati, che ha vinto la Terza categoria con 44 punti, distanziando il fanese Franco Eusebi, fermatosi a 37 punti. La miglior Lady è venuta da Salsomaggiore, Cristina Maggioli, che ha chiuso la prova con 35 punti, mentre il miglior Senior è un atleta del Golf Village di Porto Recanati, Marco Baldoni, che ha concluso la prova a 38 punti.

Le prossime gare – Mercoledì 25 maggio Jk Tournaments by Cristian Events, circuito con finale nazionale ed estera, Green fee e iscrizione gara prezzo agevolato. Sabato 28 maggio la Tm Open Race to Marrakech, gara 9 buche stableford 3 categorie. Primo lordo e i primi netti di categoria accedono alla semifinale nazionale. Domenica 29 maggio la Rotary Club Riccione Cattolica Golf Cup, gara 18 buche stableford 3 categorie. Categoria speciale soci Rotary. Valevole per il campionato sociale stableford. Mercoledì 1 giugno IV Tappa Interregionale Agis, gara 18 buche stableford 3 categorie AGIS.

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I riccionesi Federico Pietanesi e Nicoletta Michelini vincono l’AirDP a Verucchio e San Giovanni, Alberto Bianchi e Bratislav Ckrkic migliori netti

Riviera Golf - Gio, 19/05/2016 - 16:32

La vetta più alta sportivamente parlando della settimana è stata la doppia prova che ha coinvolto sabato e domenica i due campi da golf della provincia di Rimini, Verucchio e San Giovanni in Marignano. Ma al Riviera si è giocato tutta la settimana con altre due prove divertenti e impegnative. Cominciamo la narrazione dal clou, l’AirDP Golf Style Cup, il torneo a coppie intitolato alla linea di occhiali di Alessandro Del Piero, al quale ha partecipato anche la madre del campione Manassero, impegnata nel promuovere l’evento benefico “In buca per un sorriso”. Il torneo si è concluso domenica con l’affermazione del duo sportivo e nella vita Federico Pietanesi e Nicoletta Michelini, entrambi riccionesi, come migliori Lordo assoluti, con 57 punti. Il netto invece è stato appannaggio di Alberto Bianchi e Bratislav Ckrkic , che hanno vinto con un totale di 82 punti. Il torneo, giocato tra sabato e domenica, si componeva la prima prova con formula greensome e al seconda con la formula Quattro palle la migliore. La miglior coppia mista ha visto primeggiare gli anconetani Roberto Agricola e Valentina Rinaldi, con 77 punti totali, mentre la miglior coppia senior viene da San Clemente, ovvero Giampiero Santucci e Orazio Pensalfini. Premi di giornata al Riviera sono stati assegnati alla coppia prima Lordo Cosimo Delfino e Monica Sperandini, di Fano, primi netti invece i due Ubertini, Alberto e Omar, da Ancona.

Mercoledì 11 maggio al Riviera si è giocato invece la Brown Jacket, organizzata dalla Cristian Events, la pirma gara di una serie molto apprezzata da soci e amici del Riviera, sia per i premi offerti da Alce nero sia per l’accesso diretto alla finale al Golf Feudo d’Asti. Primo Lordo si è classificato Emanuele Danzi, il riccionese ha chiuso la 18 buche stableford con 32 punti. Primo netto, sempre della Prima categoria, invece Guido Bertoni, del golf club di Cervia, con 41 punti, seguito a una lunghezza da Domenico Parma e, a 35 punti, da Stefano Palmieri, entrambi di Cattolica.

In seconda categoria il podio vincente vede il fanese Enzo Capogna sul gradino più alto, con 33 punti, seguito dal riminese Loris Cerbara e infine dal riccionese Giorgio Attala a una lunghezza. La terza categoria viene vinta da un giocatore di fuori, Federico Mei, iscritto al Golf Village di Porto Recanati, che con 43 punti ha messo in file il pesarese del Riviera Stefano Marchioni, fermatosi a 37 punti, ed Emidio Del Governatore, di Rimini, che ha concluso a 37 punti. Prima Lady la bolognese Gloria Papi, primo senior il suo conterraneo Luigi Mion.

Non è mancato il divertente appuntamento con la gara a nove buche Taylormade Open Race To Marrakech, che giovedì 12 maggio ha riscosso il solito successo di partecipazione, nmnostante la formula sia ridotta come lunghezza. Una edizione della gara in salsa cattolichina: tutti i premiati vengono infatti dalla Regina, tranne il primo Lordo, il fanese Enzo Capogna. In prima categoria Netta ha vinto Domenico Parma con 18 punti, lasciando a 3 punti il secondo Stefano Palmieri. In Seconda categoria per un solo punto ha primeggiato Enrico Giovannetti su Orietta Barocci, menre in Terza categoria più netta l’affermazione di Ernesto Di Giacinto, conb 23 punti, su Andrea Cipriano, con 20 punti.

Il calendario gare della prossima settimana prevede sabato 21 la Tm Open Race to Marrakech, gara 9 buche stableford 3 categorie. Primo lordo e i primi netti di categoria accedono alla semifinale nazionale. Domenica 22 la Golf & Go, gara 18 buche stableford 3 categorie, accesso diretto alla semifinale nazionale per il 1° netto e il primo lordo di categoria. Infine mercoledì 25 la Jacket Tournaments by Cristian Events, circuito con finale nazionale ed estera, Green fee e iscrizione gara prezzo agevolato.

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Il Riviera Golf fa l’impresa: promosso in A1 il team capitanato da Filippo Bernabé con Artur Kryhan, Davide Di Lorenzi e Gianluigi Bardeggia.

Riviera Golf - Mar, 17/05/2016 - 13:41

Sulla carta giocavano per mantenersi in A2, ma sul campo di Poggio dei Medici, al Mugello, i 4 del Riviera Golf hanno fatto l’impresa: in due giorni di gare capitan Filippo Bernabé e i suoi tre compagni Artur Kryhan, Davide Di Lorenzi e Gianluigi Bardeggia, allenati da Matteo Matteoni, con il quarto posto sono saliti alla massima serie: A1. Gongola il presidente del club, Gianluca Ghiglione: «sono contento, un po’ di fortuna – il maltempo ha annullando l’ultima delle prove – ci ha premiato con il quarto posto, ma il primo giorno eravamo secondi e in una giornata davvero difficile. Quindi significa che c’eravamo».

La cronaca della due giorni la racconta Filippo Bernabé, team leader della squadra di San Giovanni: «La prima gara è caratterizzata da una giornata molto ventosa, giocare bene in quel campo non era facile. Io ho giocato alla pari con il campo, Artur finisce la sua gara a + 3 colpi, Davide a +6». Il Riviera conclude così la giornata con la seconda posizione in classifica. Il secondo giorno però le condizioni climatiche sono perfette e le altre squadre ne approfittano per recuperare, mentre i nostri si alternano nei risultati: Artur Kryhan è il migliore del Riviera finendo con un colpo in più del campo, Filippo Bernabé conclude a +4 mentre Davide Di Lorenzi scivola a +11. Va bene così: nella classifica generale il Riviera cede solo due posti: sono quarti a pari merito. Il terzo giorno il maltempo fa il regalo: gara prima sospesa per fulmini, poi annullata e il quarto posto è confermato: il Riviera Golf è promosso alla massima serie. «E’ la prima volta che siamo in A1 – commenta capitan Bernabé – fino a pochi anni fa eravamo sconosciuti, ed è una bella soddisfazione, oltre che una bella pubblicità per il circolo».

«E’ stata un’impresa – taglia corto Matteo Matteoni, il toscanaccio Pro che li allena – perché già in classifica come somma di handicap eravamo 23 esimi. Sulla carta partivamo tra quelli che miravano a salvarsi. Il che è più che onorevole: già l’A2 è un’ottima categoria per un circolo come il nostro. Ora andremo a giocare con i circoli più blasonati, il che non sarà facile: noi abbiamo 5 giocatori sotto i 5 punti di HCP, mentre quelli che andremo a sfidare ne hanno non meno di 60. Ci aspetta un impegnativo anno di preparazione». Non lesina i complimenti ai suoi ragazzi: «la squadra si è comportata benissimo, sopratutto il primo giorno con un campo difficilissimo e le avverse condizioni climatiche. Artur e Filippo erano in forma, Davide ha fatto un bel salto di qualità, da garantire il terzo. Sicuramente una bella esperienza per Gianluigi Bardeggia, che ha dato il suo contributo grazie alla recente qualificazione all’interregionale».

Si proietta già sul prossimo anno il presidente Gianluca Ghiglione: «sarà più difficile, aumenta il livello di gioco, aumentano i giocatori da portare alle competizioni. Intanto faccio i complimenti a Matteo Matteoni, che li ha seguiti, oltre all’impegno dei ragazzi che hanno preso la cosa seriamente: erano molto carichi. E complimenti a tutto il circolo che sta crescendo, come livello di handicap e di gioco di tutti gli iscritti. Questa promozione è un grande premio per tutto il circolo».

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Target Sinergie e le cooperative consorziate presentano il Bilancio 2015 a soci e dipendenti

Target Sinergie e le cooperative consorziate presentano il Bilancio 2015 al tradizionale appuntamento con soci e dipendenti. Sabato 21 maggio 2016 soci delle coperative consorziate e dipendenti sono attesi presso il Campo don Pippo  (via Santa Cristina 22 a Rimini, località Casetti).
Il programma prevede:

  • ore 15.00: torneo di calciotto e beach-volley
  • ore 18.00: approvazione del bilancio 2015,
  • presentazione delle nuove attività, sviluppi commerciali

Al termine dell’assemblea sarà offerto un aperitivo a buffet. Vi chiediamo di confermare la presenza e la partecipazione ai tornei al Responsabile Operativo di riferimento entro venerdì 13 maggio.

 

target_sinergie_rimini_cena_dipendenti_bilancio_2014.jpg Notizie CSR Facility Management Igiene e pulizie Logistica
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Uisp Golf Cup a Lenti e Tamagnini, la “In Crociera Con Golf Lab” a Pelliccioni e Stramigioli

Riviera Golf - Gio, 12/05/2016 - 12:34

Centotrenta atleti sui green del Riviera Golf, lo scorso fine settimana, durante il quale hanno partecipato a due prove: sabato 7 maggio si è disputata la Uisp Golf Cup, mentre la domenica seguente in 75 hanno inseguito il sogno di andare “In Crociera Con Golf Lab”. Ma andiamo per ordine cronologico. Sabato, in prima categoria, il miglior Lordo è stato Roberto Lenti, di Cattolica, che ha chiuso la gara con 22 punti, mentre nella classifica Netto si è aggiudicata la Uisp Golf Cup il riccionese Tristano Tamagnini, che con 30 punti ha battuto di una sola lunghezza il cattolichino Domenico Parma.

Il giovane Valer Catalin Bria di San Giovanni ha festeggiato il fresco salto di categoria, dalla Terza alla Seconda, dominando la prova con 47 punti, lasciandone ben 5 di distacco al fanese Enzo Capogna. In terza categoria Rodolfo Favi del club Riolo Promotion ha battuto per una sola lunghezza il pesarese Gabriele Fiorucci: 44 a 43. Prima lady Marcella Galvani, della Fattoria del Golf, mentre viene da Corinaldo il miglior senior della Uisp Golf Cup: Alberto Ubertini.

In 75 hanno tentato di arrivare, domenica 8 maggio, alla finale del circuito nazionale “In Crociera con Golf Lab”, prova stableford su 18 buche che è stata animata da diverse prove speciali e che si è risolta per tutti con un premio di giornata di partecipazione con un buono da 100 euro da spendere in vacanze. Il miglior lordo è andato a un atleta di San Marino, Federico Pelliccioni, con 31 punti, la classifica Netta per la Prima categoria è stata vinta da Elvino Stramigioli, di San Giovanni, con 39 punti, inseguito a una sola lunghezza di distacco da Orazio Pensalfini, di San Clemente. In seconda categoria altra vittoria di misura: il bolognese Guido Pedrini ha conquistato 39 punti battendo il cattolichino Ernesto Di Giacinto. Continua a inanellare vittorie nella categoria Lady Nicoletta Ricci, mentre il miglior senior è stato il riminese Leandro Zaghini.

Tra i premi speciali il nearest to the pin è andato a Luciano Annibali, che con un tiro dal tee è andato a ad appena 2,05 metri dalla buca Tre, mentre i drive più lunghi sono stati quelli di Riccardo Palumbo per i maschietti e Consuelo Vagnini tra le lady. Infine, al termine della gara, la prova più impegnativa, quella del “putting gin”: dopo aver degustato la tradizionale bevanda britannica i giocatori dovevano mettere la pallina in buca. La gara si giocava sulla distanza delle nove buche, non è dato sapere se per proclamare il vincitore si misuravano i colpi o il tasso alcoolico.

Le prossime gare: AirDP Golf Style Cup, il torneo a coppie intitolato alla linea di occhiali di Alessandro Del Piero gli occhiali si giocherà sui due campi della provincia riminese, sabato 14 maggio, sul campo del Rimini Verucchio Golf, la prima prova con formula greensome, domenica, sul campo del Riviera Golf di san Giovanni la prova del torneo seguirà la formula Quattro palle la migliore. Martedì 17 sarà la volta della T42 Ega Pure Golf Attitude 2016, gara 9 buche stableford 2 categorie EGA: 26,5 – 36 / 37 – 54. Premiati i primi netti di categoria. Mercoledì 18 invece la Jk Tournaments by Cristian Events, circuito con finale nazionale ed estera, Green fee e iscrizione gara prezzo agevolato.

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Target Sinergie e le cooperative consorziate presentano il Bilancio 2015 a soci e dipendenti

Target Sinergie e le oooperative consorziate presentano il Bilancio 2015 al tradizionale appuntamento con soci e dipendenti. Sabato 21 maggio 2016 soci delle coperative consorziate e dipendenti sono attesi presso il Campo don Pippo  (via Santa Cristina 22 a Rimini, località Casetti).
Il programma prevede :
ore 15.00: torneo di calciotto e beach-volley
ore 18.00: approvazione del bilancio 2015, presentazione delle nuove attività, sviluppi commerciali

Al termine dell’assemblea sarà offerto un aperitivo a buffet. Vi chiediamo di confermare la presenza e la partecipazione ai tornei al Responsabile Operativo di riferimento entro venerdì 13 maggio.

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Artur Kryhan campione interregionale Emilia – Romagna Marche di Golf.

Riviera Golf - Mar, 10/05/2016 - 18:17

Artur Kryhan del Riviera Golf si è laureato Campione interregionale Emilia Romagna Marche, vincendo la doppia prova del 7 e maggio ad Argenta. La gara federale si è giocata su due prove, 18 buche medal e ha visto il giocatore di San Giovanni da subito nella prima posizione, giocando con il par del campo fino alla buca 17. Alla 18 l’inciampo: un colpo finisce in acqua e, anziché chiudere la buca in 5 colpi la chiude in sette. Una defaillance che gli vale il secondo posto nella classifica parziale a pari merito con Kevin Latchayya, a una sola lunghezza dal primo, Edoardo Gallerani di Ferrara.

Nel secondo giorno di gara è subito un testa testa tra Artur e il primo in classifica provvisoria, Gallerani, che allunga il passo sul giocatore del Riviera, portandosi in vantaggio di quattro colpi grazie ai birdie nelle prima due buche. Artur Kryhan insegue con un par e poi a bogie. La competizione prosegue invariata per le prime nove buche, poi Kryhan allunga il passo e con un eagle alla buca 13 accorcia la distanza a un colpo solo di svantaggio. Gallerani sbaglia alla 14 e alla 16 e Artur passa in vantaggio. Non solo, allunga il passo chiudendo la gara a un colpo in più rispetto al campo concludendo la due giorni come campione Interregionale Emilia Romagna – Marche, davanti a Kevin Latchayya.

Da segnalare nella due giorni del campionato Interregionale la bella prova della riccionese Nicoletta Michelini, è arrivata quinta portando a casa il primo punto per l’ordine di merito. Il prossimo fine settimana, a Poggio dei Medici, Firenze, una nuova prova per il team agonistico del Riviera Golf, che dovrà difendere la propria partecipazione ai campionati italiani di golf A2. In campo venerdì, sabato e domenica il team allenato dal nostro Pro maestro Matteo Matteoni: Davide Di Lorenzi, Gianluigi Bardeggia, Artur Kryhan e Filippo Bernabé, mentre Emanuale Danzi non potrà partecipare perché impegnato nel torneo AirDP Golf Style Cup, in programma il 14 e 15 maggio al Rimini Verucchio Golf e al Riviera Golf.

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Alcune suggestioni su Bleger e l’istituzione della psicoanalisi

Scuola di prevenzione José Bleger Rimini - Mar, 10/05/2016 - 12:25
di Lorenzo Sartini

Nel 1969 Josè Bleger scrive un articolo, “Teoria e pratica in psicoanalisi: la prassi psicoanalitica”, nel quale cerca di evidenziare alcuni problemi relativi al rapporto tra teoria e pratica nella psicoanalisi. L’analisi di Bleger inizia affrontando la questione da un punto di vista epistemologico, sottolineando l’ingenuità di un pensiero (che definirà naturalista) che sancisca la netta separazione tra soggetto ed oggetto, per il quale “i fatti sono lì” e semplicemente osservandoli, in modo decisamente s-vincolato, si ha la possibilità di formulare ipotesi o teorie sull’oggetto di studio. Una questione, sottolinea lo psicoanalista argentino, che riguarda tutte le scienze umane e che la disciplina psicoanalitica ripercorre. Nello specifico della psicoanalisi questo si evidenzia anche con la differenza esistente tra la teoria sviluppata ed esplicitata, la teoria ufficialmente accettata dall’istituzione psicoanalitica (riferendosi all’IPA, International Psychoanalytic Association), e la teoria implicita, quella che effettivamente si utilizza nella pratica clinica. Bleger evidenzia tre punti che sostengono questo divario:
1) la teoria esplicita è fondamentalmente storico-genetica, ossia si fonda sulla ricostruzione della biografia del paziente, mentre la teoria implicita è situazionale, ovvero si fonda su ciò che accade nel “qui ed ora” della seduta attraverso l’analisi degli elementi transferali e controtransferali. Il lavoro archeologico, di ricerca dei fattori disposizionali, viene sviluppato, e superato, dal lavoro che si fonda sulla relazione attuale, partendo dall’analisi della dinamica transfert-controtransfert. Il soggetto, in analisi, smette di essere considerato un sistema chiuso e il transfert non viene più considerato come un fenomeno ‘unipersonale’ bensì come un fenomeno che si innesta sul vincolo che si costituisce tra soggetti (soggetto-oggetto) in relazione.


2) la teoria esplicita è dinamica, facendo derivare i processi psichici da un intergioco di forze, mentre la teoria implicita è fondamentalmente drammatica, intendendo con questo termine “una comprensione dell’essere umano e del suo comportamento in termini di avvenimenti che si riferiscono alla vita medesima degli esseri umani considerata come tale”. “La dinamica - scrive Bleger nel suo articolo – è una rappresentazione o modello della drammatica ma non la sua causa”. Bleger si ispira, qui, a Politzer, per cui “il dramma implica l’uomo preso nella sua totalità e considerato come il centro di un certo insieme di accadimenti che, precisamente perché sono in una relazione con una prima persona [protagonista], hanno un senso” (cfr. Liberman, 2013). Lo scopo è di dare concretezza ai fondamenti della psicoanalisi, aggiungendo che “per concreto non si intende solamente l’essere umano come è in se stesso nella sua vita quotidiana ma anche nelle condizioni nelle quali la sua vita si sviluppa” (1958).
3) la teoria esplicita si organizza attorno alla logica formale mentre quella implicita vede l’utilizzo di una logica di tipo dialettico. Bleger sostiene che certe teorie dinamiche rispondono ad una logica di tipo formale postulando una serie di forze che operano nello psichismo e la cui espressione sarebbero, attraverso una sorta di reificazione, i processi psichici. Considerare l’accadere umano costringerebbe a fare i conti con una logica di tipo dialettico forse rendendo superfluo l’utilizzo di concetti esplicativi astratti. Quei “personaggi sconosciuti e che non ci assomigliano: rappresentazioni, immagini, istinti”, come scrive Politzer (1934).

Questi tre punti si imperniano sul concetto di alienazione, concetto che Bleger usa per intendere che “il soggetto si estranea o si espropria, si svuota di qualità umane che disperde e attribuisce (proiezione) a oggetti (oggetti in generale: animati o inanimati); l’oggetto si fa altro per il soggetto, diviene investito di qualità e poteri particolari” (1958). L’alienazione conduce ad una frammentazione di ciò che dovrebbe essere integrato, fa presente Ariel Liberman (2013), così la relazione tra soggetti si reifica e diventa una rapporto cristallizzato tra cose. Nell’alienazione della relazione, o nella de-dialettizzazione della drammatica, seguendo sempre Bleger, si ha a che fare con elementi dissociati, con la perdita di contatto tra i termini in gioco, dunque con la paralisi del processo dialettico. Una dissociazione che è propria di un approccio di tipo naturalistico, che considera il ricercatore (o l’osservatore) come assolutamente estraneo, distaccato, s-vincolato appunto, dall’oggetto di studio, che nel caso della psicoanalisi è un altro soggetto. Diversamente da un approccio di tipo fenomenologico che considera, invece, il fenomeno, ovverosia il modo di percepire ed esperire ciò che accade da parte del soggetto. Freud, ci fa notare Bleger, dichiarò esplicitamente che il suo progetto per la costruzione di una psicologia scientifica era basato su un modello naturalistico”, ma nello stesso tempo creò un approccio che guardava anche alla fenomenologia.

Fachinelli, ne “Sul tempodenaro anale” (1965), pare proporre simili interrogativi sulla psicoanalisi. Biasima Freud che, per uno dei suoi lavori, si avvalse in maniera eccessivamente entusiastica delle osservazioni dei bambini, dunque necessariamente esterne, da parte di Lou Andreas Salomè, affermando che quel procedimento si poneva fuori dal metodo analitico. Freud stesso, dunque, si lasciò certamente tentare dalla possibilità di confermare naturalisticamente, ovvero “in modo esatto”, ipotesi desunte dal contesto analitico. Fachinelli fa notare, però, che si tratta di due tipi di dati non direttamente confrontabili e che si corre il rischio di semplificare eccessivamente una serie di comportamenti complessi, riducendoli a livelli di “regolarità e univocità istintivo-biologica” fuori luogo per lo stesso metodo freudiano. Aggiunge che Freud sapeva “come soltanto i dati interni di una vicenda, quali emergono nella situazione di neutralità dell’analisi, siano in grado di assumere un significato, di costruire una storia. Il resto è sovrappiù, rientra legittimamente nei canoni del misurabile e del confrontabile, che sono quelli dell’osservazione naturalistica”.

Sembrerebbe che questa contrapposizione tra un naturalismo alienante ed una fenomenologia vincolante abbia percorso tutta la storia della psicoanalisi e in effetti Freud, già nel 1895, in “Progetto di una psicologia” affermava l’intenzione di fare della psicologia una scienza: “L’intenzione di questo progetto è di dare una psicologia che sia una scienza naturale, ossia di rappresentare i processi psichici come stati quantitativamente determinati di particelle materiali identificabili”.  L’obiettivo fondamentale di Freud era di dare una spiegazione della meccanica della mente, ciò che doveva avvenire mediante un linguaggio costituito da dinamiche di forze e strutture: ovverosia, per mezzo di un paradigma quantitativo. Allo stesso tempo, però, Freud ritenne che avrebbe potuto spiegare il funzionamento della mente solo attraverso lo studio, e la cura, dei casi clinici e subito iniziarono le difficoltà poiché si rese conto che le informazioni che emergevano dai casi di cui si occupava non corrispondevano alle ipotesi precedentemente formulate: “Sento ancora io stesso un’impressione curiosa per il fatto che le storie cliniche che scrivo si leggono come novelle e che esse sono, per così dire, prive dell’impronta rigorosa della scientificità. Devo consolarmi pensando che di questo risultato si deve evidentemente rendere responsabile più la natura dell’oggetto che le mie preferenze” (“Studi sull’isteria”, 1892-1895). Sottolinea Bauleo, a questo proposito, che quelle storie cliniche sono “una narrazione romanzata della psicopatologia”, le cui fantasie vanno scoperte nella relazione analitica per poter dar loro un senso: perché, in definitiva, ci si confronta con storie di pazienti e non di malattie (1999).

Ne “Il Mosè di Michelangelo” Freud parla di Ivan Lermolieff, un esperto d’arte russo, che scoprì un modo per distinguere con sicurezza le imitazioni dei quadri dagli originali. In realtà si venne a sapere che sotto lo pseudonimo russo si nascondeva un medico italiano, Giovanni Morelli. Morelli invece che concentrarsi sui tratti fondamentali dei dipinti e sull’impressione generale, così come si faceva allora, sottolineò l’importanza dei dettagli secondari, di come venivano dipinte le unghie, i lobi auricolari, di come venivano rese le mani, elementi cui, in genere, si poneva poca attenzione, passando così inosservati. Freud ritenne che questo metodo fosse “strettamente apparentato con la tecnica della psicoanalisi medica” (1914), laddove particolari considerati di scarsa importanza, marginali, che proprio per tale motivo venivano sottratti al controllo della coscienza, permettevano di avere informazioni estremamente significative sul soggetto. La psicoanalisi, sullo stesso filone della medicina ippocratica, è una disciplina semeiotica o indiziaria, rileva lo storico Carlo Ginzburg che scrive: “Solo osservando attentamente e registrando con estrema minuzia tutti i sintomi – affermavano gli ippocratici – è possibile elaborare ‘storie’ precise delle singole malattie: la malattia è, di per sé, inattingibile” (2004).

Questa sembra essere la croce e la delizia della psicoanalisi che, in quanto disciplina indiziaria, non può rientrare nei criteri di scientificità proposti dal metodo sperimentale galileiano. La psicoanalisi è una disciplina qualitativa, che si occupa di casi o situazioni individuali[1], e che, proprio a ragione di ciò, può arrivare a risultati che hanno un elemento ineliminabile di aleatorietà. Il metodo scientifico galileiano, mirando a cogliere solamente l’aspetto quantitativo dei fatti, si proponeva lo studio di quei fenomeni che potevano essere misurati e tradotti in formule matematiche, permettendo di arrivare alla conoscenza per tramite di un ragionamento certo che Galilei comparava alla “sapienza divina”. Riteneva, di conseguenza, che di ciò che fosse caratterizzato dal particolare, dall’individuale, non si poteva parlare.
In sostanza, si ha a che fare sin dall’inizio con una cesura tra teoria e pratica in psicoanalisi e l’obiettivo di Freud, fare della psicologia una scienza, si scontra, come egli stesso rileva nel passo tratto da “Studi sull’isteria” sopra citato, con la particolarità dell’oggetto di studio che non consente di rispondere totalmente ai criteri richiesti (esperimento e dimostrazione) dal metodo scientifico proposto dal fisico e matematico italiano.

Una tensione, quella tra approccio naturalistico e fenomenologico, che mi pare resa evidente dalle vicissitudini che hanno accompagnato diversi concetti cui il movimento psicoanalitico ha fatto ricorso nella sua storia. Tra questi concetti una nota particolare merita certamente quello di controtransfert poiché, oltre ad avere una forte valenza simbolica (con la scoperta della dinamica del controtransfert che coinvolge anche l’analista, si inizia a ritenere che non sia solamente il paziente, con i suoi portati psichici e comportamentali, a incidere sul colloquio, ma, appunto, che il campo del colloquio possa essere ‘sporcato’ anche dal terapeuta), sembra essere stato anche una causa determinante della costituzione dell’istituzione psicoanalitica per eccellenza, l’Associazione Psicoanalitica Internazionale (IPA).
La prima volta in cui Freud parla di controtransfert è nel 1910. In quello stesso anno si tiene il secondo Congresso Internazionale di Psicoanalisi a Norimberga e Freud lesse una relazione sullo stato della disciplina psicoanalitica (“Le prospettive future della terapia psicoanalitica”, 1910) nel quale parla del controtransfert, allora controtraslazione, “che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla”. Si esprime anche sulla necessità dell’autoanalisi affinché il medico possa approfondire le sue resistenze interne. È in quello stesso anno che viene fondata l’Associazione Psicoanalitica Internazionale che, scriverà Freud in “Psicoanalisi selvaggia”, sempre del 1910, considerate le difficoltà che comporta l’applicazione della terapia psicoanalitica, avrebbe il compito di differenziare tra chi aderisce all’associazione, seguendo le norme di formazione dispensate, e chi invece non lo fa, e potendo così “respingere le responsabilità dell’operato di coloro che, pur non essendo dei nostri, chiamano i loro procedimenti medici ‘psicoanalisi’”. È nel 1912 che Freud, seguendo le impostazioni della scuola psicoanalitica di Zurigo, consiglierà ai medici che si vogliono occupare di psicoanalisi la necessità di sottoporsi ad analisi presso un esperto.
Questa è la concezione cosiddetta ‘classica’ del controtransfert, che viene inteso come ostacolo nello sviluppo di un processo analitico nel quale il paziente viene visto come oggetto da conoscere da un’analista neutrale. Ciò che sembra accadere è che, ritenuto il controtransfert un ostacolo alla comprensione del paziente da parte del terapeuta, si decide di stabilire delle norme che fissino il percorso formativo che il futuro psicoanalista dovrà seguire per poterlo superare: si fonda così l’istituzione psicoanalitica.

Dagli anni ’20, e per circa 30 anni, il controtransfert sembra passare in secondo piano, ed è intorno agli anni 50, con Heinrich Racker e Paula Heimann, che il controtransfert inizia ad essere maggiormente valorizzato, allorché si comincia a ritenere la relazione tra paziente ed analista un vincolo tra due persone e non più semplicemente una situazione nella quale una persona osserva l’altra, ossia un soggetto osserva un oggetto. All’analista, ai cui sentimenti ed emozioni ora si dà molta importanza, viene richiesto di imparare a dissociarsi: da un lato deve riuscire a fare attenzione alle sue reazioni, a ciò che sente, e dall’altra deve riuscire a mantenere una parte osservante, così da poter sostenere ed elaborare le fantasie ed i sentimenti che prova nella relazione con il paziente invece di scaricarli. Una concezione che richiama una mentalità di gruppo poiché si ritiene che transfert e controtransfert si generino all’interno di una relazione, non potendo più ben determinare dove inizia il materiale di una persona e dove finisce quello dell’altra.
Questa seconda concezione pare ancora occupare una posizione marginale all’interno dell’istituzione psicoanalitica che sembra riconoscersi maggiormente attorno alla prima, quella classica.

Una terza concezione, che si spinge ancora più in là, è quella proposta da autori quali Searles, Winnicott, Little e Tower che enfatizzano l’interazione nella situazione analitica, che viene ad essere definita da una continua e reciproca comunicazione inconscia tra i due soggetti della relazione. Se precedentemente l’enfasi era posta sulle potenzialità che permettevano di conoscere parti del mondo interno del paziente, ora viene suggerita una visione più simmetrica della relazione analitica, nella quale vengono incluse tutte le fantasie e i sentimenti che l’analista può provare nei confronti del paziente, tanto che si giunge a parlare di interazione tra transfert del paziente e transfert dell’analista.
Anche questa concezione, sebbene registrata, non viene propriamente appoggiata dall’istituzione psicoanalitica che, a tutt’oggi, parrebbe continuamente ragionare sul controtransfert, anche problematizzandolo, assumendo come posizione privilegiata quella della concezione classica.

Per quanto riguarda Bleger, il suo bagaglio teorico si fondava su una concezione gruppale della soggettività, sulla scorta di quanto proponeva il suo maestro, Enrique Pichon-Rivière. L’idea di base postula che la soggettività si organizza partendo dai vincoli che coinvolgono l’essere umano che, in continua relazione dialettica con il mondo circostante, non può che costruirsi costantemente. Una soggettività che si fonda ed evolve partendo dalle necessità che vive l’essere umano, ed il cui soddisfacimento può avvenire solamente all’interno delle relazioni che lo definiscono. Allo stesso tempo, però, si tratta anche di un soggetto prodotto, emergente dell’interazione con i gruppi cui partecipa (primariamente quello familiare) e le istituzioni sociali che lo attraversano.  Centrale, in questa concezione, è il concetto di vincolo, inteso come una struttura relazionale che include il soggetto, l’oggetto e le reciproche interrelazioni, consce e inconsce. Pichon-Rivière, sostituendo al concetto di istinto quello di esperienza, giunge a sostenere che “tutta la vita mentale inconscia, cioè il dominio della fantasia inconscia, deve essere considerato come l’interazione tra oggetti interni (gruppo interno) in permanente interrelazione dialettica con gli oggetti del mondo esteriore” (1971).
Partendo da questo presupposto, Bleger considerava già l’introduzione del concetto di transfert come un cambiamento radicale nel panorama psicoanalitico poiché si cessava di pensare all’essere umano come a un sistema chiuso, aprendo ad una concezione che, per conoscere l’oggetto di studio, iniziava a considerare la relazione, il vincolo. Considerare il transfert permetteva di ripensare un fenomeno che precedentemente veniva inteso come ‘unipersonale’, consentendo ora di considerarlo come un campo attivo e originale, un fenomeno che coinvolge dinamicamente due o più persone in una situazione particolare. Conseguentemente, Bleger pensa che “il controtransfert smetta di essere un elemento perturbatore (entro certi limiti) per divenire un elemento attivo, operante, integrante di un atteggiamento e partecipando, immancabile e inevitabilmente, a quella sintesi che è l’interpretazione” (1958).

Penso che la questione del controtransfert possa certamente essere considerata un emergente del processo di sviluppo della psicoanalisi, in quanto rappresentativa degli ostacoli che Bleger evidenzia nel suo articolo a proposito del rapporto tra teoria e pratica. Sebbene le concezioni successive del controtransfert, già da circa 60 anni, abbiano messo in discussione la concezione classica del controtransfert, quella che prevede un’analista oggettivamente neutrale e impermeabile, nel senso di arbitrariamente distaccato, alle sollecitazioni del paziente, pare che quella concezione ‘unipersonale’ continui ad esercitare una certa attrazione e dunque sempre con quella si debbano fare i conti. La discriminante, a mio modo di vedere, è la concezione del controtransfert come strumento: se all’inizio il controtransfert veniva inteso come ostacolo, successivamente si è iniziato a coglierne gli aspetti positivi, di risorsa, dunque l’aspetto strumentale. Ora la questione è che questo aspetto, le cui potenzialità sono state accettate dalla comunità psicoanalitica, viene però alienato dalla relazione analitica: in altri termini, il controtransfert viene inteso come uno strumento che l’analista può decidere se usare o no, viene oggettivato. Se riesco ad elaborarlo e mi serve lo uso altrimenti non lo espongo, non lo faccio vedere. Non pare considerarsi il controtransfert come implicazione ineluttabile del campo analitico (bipersonale, come dicevano M. e W. Baranger), che coinvolge inevitabilmente l’analista, ma come uno strumento che entra in gioco solamente allorquando l’analista ritiene di poterlo usare poiché è stato in grado di elaborare la dinamica cognitiva ed emotiva che lo vede coinvolto. L’idea di fondo, dunque, è che il controtransfert, a discrezione dell’analista, possa essere reso muto e inoperante. Al di là dell’asimmetria della relazione analitica, stabilita partendo già dalla richiesta di aiuto del paziente e sancita con la predisposizione del setting, e dunque con la differenziazione dei ruoli e la formalizzazione del contratto analitico, questa concezione sembrerebbe legittimare la convinzione che l’analista possa mantenere sempre e comunque una posizione oggettiva, imperturbabile, una posizione di assoluta neutralità e forza, nella quale gli si riconosce implicitamente la possibilità di controllare tutto ciò che accade in seduta, incluso, dunque, ciò che avviene in lui anche inconsciamente. Sebbene il discorso istituzionale predominante affermi di mettere in discussione questa concezione tesa all’oggettività della posizione dell’analista, la sensazione è che, di fatto, questa posizione sia ancora quella che ne sostiene l’identità. Questa credo fosse anche la posizione sostenuta da un importante psicoanalista nordamericano, Merton Max Gill, che, in uno scritto dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, “Prospettiva intrasoggettiva e prospettiva intersoggettiva: ‘Osservazioni sull’amore di transfert’”, così si esprimeva: “Probabilmente il maggior ostacolo che impedisce agli analisti di riconoscersi partecipi della situazione analitica è il presumere di poter scegliere se partecipare o meno. Il punto è che l’analista partecipa che gli piaccia o no. La sua partecipazione sarà avvertita dal paziente in tutte le sfumature della soddisfazione e della frustrazione.”

Tornando all’articolo che ha mosso queste riflessioni, si rileva che, nella parte conclusiva del suo scritto, Bleger, sempre riallacciandosi al rapporto tra teoria e pratica psicoanalitica, pone attenzione alla questione istituzionale. Se da un lato, avendo molto lavorato e teorizzato sull’ambito istituzionale, afferma di comprendere, al fine dell’autoconservazione, l’inevitabilità di un movimento istituzionalizzante all’interno delle istituzioni, dunque anche all’interno di quella psicoanalitica, dall’altro ritiene che, se l’obiettivo fondamentale di questa istituzione è quello di “diffondere, insegnare e approfondire la ricerca e la conoscenza psicoanalitica”, questo venga inevitabilmente ostacolato da quello stesso presupposto di base. Infatti, per non mettere in pericolo l’istituzione garantendole al contempo una continuità, accade che i vari membri dell’istituzione possano pervenire ad accordi, impliciti od espliciti, per definire ciò che è psicoanalisi, focalizzandosi su aspetti di minore rilevanza, non ritenuti pericolosi per l’istituzione. Se l’istituzione psicoanalitica per poter sussistere deve fondarsi su degli accordi di minima, su degli assiomi condivisi, allora, nell’istituzionalizzazione quegli assiomi vengono dati per scontati e, considerati dimostrati a priori, spariscono dal tavolo delle discussioni. In sostanza, questo comporta che per continuare ad esistere, l’istituzione deve limitare la ricerca, spostandola su elementi che non tocchino gli assiomi basilari. L’obiettivo fondamentale dell’istituzione viene tralasciato per dedicarsi al proprio mantenimento: in altre parole, conclude l’analista, il consolidamento interno dell’istituzione psicoanalitica viene perseguito attraverso l’utilizzo di pratiche ortodosse, burocratizzate, connotate dalla resistenza al cambiamento, e mettendo in discussione solamente ciò che si trova all’esterno, dunque proponendosi come agente di cambiamento verso il fuori.
Credo sia importante ricordare che Bleger puntualizzi che, con questo suo lavoro, intende fare una diagnosi, o meglio un inventario della situazione della psicoanalisi la quale, se considerata nella sua totalità di teoria e pratica, dunque come prassi, necessariamente porta a scontrarsi con divergenze e contraddizioni.  Ciò che si propone di fare Bleger è, allora, di “illuminare possibili vie in funzione di quelle che sono già state delineate nello stesso processo di prassi, in modo tale che la ricerca successiva possa essere compiuta o tentata con maggiore chiarezza di obiettivi o correre lungo i sentieri della ricerca con meno cecità”. Bleger faceva parte dell’APA (Asociación Psicoanalítica Argentina) e, nonostante le perplessità che accompagnavano le sue considerazioni sull’operato dell’istituzione psicoanalitica, non si risolse mai ad uscirne.

A proposito del rapporto tra l’istituzione psicoanalitica dominante e i nuovi modelli concettuali emergenti, lo psicoanalista statunitense Jay R. Greenberg (2012), soffermandosi sui recenti sviluppi della psicoanalisi in Nord America, sostiene che dopo anni di privilegio della tecnica psicoanalitica ‘classica’, oggi la situazione è un po’ cambiata poiché nel secolo scorso si è assistito all’emergere di nuove correnti teoriche, oltre a quella pulsionale classica, che hanno avuto un certo riconoscimento: psicologia dell’Io, psicoanalisi relazionale e psicologia del Sé. Nota inoltre come, a fronte dell’intenzione di Freud di creare un’autorità centrale che avesse il compito di presiedere alla pratica della psicoanalisi, oggi ci si trova di fronte a diversi modelli teorici che, seppur affermando di imperniarsi su aspetti clinici differenti, sembrano condividere un panorama comune condividendo alcune idee di fondo: la pratica psicoanalitica come campo dinamico, la partecipazione conscia e inconscia dell’analista nella seduta, l’importanza della comunicazione verbale e non verbale. Conclude ipotizzando che sia la comune fiducia nel valore della “cura della parola” che tiene uniti gli psicoanalisti che si riconoscono nelle diverse correnti teoriche.
Certamente la questione è molto complessa ma, almeno questa è la mia impressione, il tentativo di spiegazione di Greenberg della situazione in cui versa il movimento psicoanalitico nordamericano pare abbastanza frettoloso. Il livello della discussione più ‘scottante’, in effetti, sembra venir liquidato con poche parole lasciate in sospeso. Premette che il problema della corrispondenza tra teoria e pratica in psicoanalisi è stato per lungo tempo evitato e che, a metà anni ’50, la posizione dominante sembrava postulare un’inevitabile connessione tra la pratica della tecnica standard e la teoria. Il pensiero implicito era che attraverso la tecnica psicoanalitica corretta si sarebbero potuti raccogliere dati psicoanalitici, che dunque avrebbero confermato la teoria; se invece la teoria non veniva confermata ciò significava che non si era utilizzata una tecnica giusta, ovvero non si era riusciti ad andare a fondo nell’analisi dell’inconscio. Un rapporto tautologico. Questa pratica, continua Greenberg, è andata avanti per molto tempo rendendo difficile l’affermarsi di nuove teorie o nuove metodologie, che non trovavano la considerazione e l’appoggio degli psicoanalisti classici: “Le strutture organizzative e politiche della psicoanalisi dominante sostenevano e perpetuavano il collegamento ipotizzato e forse desiderato tra metodo e risultanze. La certificazione degli analisti in training presso l’American Psychoanalytic Association e il relativo controllo delle analisi di training e delle supervisioni consistevano proprio in questo, cioè garantiva che gli analisti approvati avrebbero seguito le tecniche approvate e che sarebbero arrivati a risultati approvati. Le variazioni potevano essere causa di esclusione, una pratica che in una certa misura continua anche oggi”.
La constatazione con cui chiude il periodo, “una pratica che in una certa misura continua anche oggi”, espressa in modo così fugace, sebbene possa assurgere a posizione realistica, mi pare piuttosto inquietante. Nonostante lo psicoanalista statunitense concluda il suo intervento con toni di soddisfazione, registrando la presenza sulla scena psicoanalitica nordamericana di altri modelli teorici oltre a quello classico, viene da chiedersi qual è il prezzo da pagare all’Associazione Psicoanalitica Americana (aderente all’IPA), ossia che cosa venga escluso e perché.

Scrive Kaës che una funzione assolutamente fondamentale dell’istituzione è quella di “fornire rappresentazioni comuni e matrici identificatorie: dare uno statuto alle relazioni tra la parte e il tutto, legare gli stati non integrati, proporre oggetti di pensiero che hanno un senso per i soggetti ai quali la rappresentazione è destinata e che generano pensieri sul passato, il presente e il futuro, indicare i limiti e le trasgressioni, assicurare l’identità, drammatizzare i movimenti pulsionali…” (1988). In altri termini l’istituzione comunica ciò che vorrebbe che il soggetto cui è rivolta pensasse di essa; anche se la comunicazione non ne rispecchia lo stato reale. Un sorta di propaganda ante litteram. L’istituzione si preoccupa di dare un’immagine di sé che possa raccogliere l’interesse della comunità sociale e che possa avere un significato per l’utenza-target. Per fare questo si richiama a quell’immagine sociale stereotipata con la quale è stata riconosciuta, che ha sancito la propria costituzione potremmo dire, al costo, però, della perdita di contatto con l’organizzazione concreta che la caratterizza nell’attualità. Si crea, così, una dissociazione tra ciò che viene trasmesso e ciò che viene effettivamente proposto, tra la teoria, ciò che viene formalmente comunicato, e la pratica, ciò che viene effettivamente fatto.
Un semplice esempio potrebbe essere quello della SPI (Società Psicoanalitica Italiana, anch’essa partecipante all’IPA)  che, attraverso il suo sito ufficiale, fa presente che un percorso di psicoanalisi comporta il rispetto di una precisa serie di regole (dalle tre alle cinque sedute a settimana, l’uso del lettino, il pagamento delle sedute saltate, ecc.) che fanno riferimento ad un tipo di psicoanalisi, classica/ortodossa/mitica, che oggi, nei fatti, non sembra più essere così tanto sostenuta e, soprattutto, praticata. Se mai lo fosse stata (cfr. Cremerius, 1995). In effetti, eminenti esponenti della stessa organizzazione psicoanalitica, in alcune interviste rilasciate negli ultimi anni a varie importanti testate giornalistiche[2], sembrano sconfessare la necessità di una pratica tanto rigida, mostrando una diversa apertura rispetto alle esigenze emergenti ed ai cambiamenti sociali avvenuti nel corso del tempo[3].

Nel 2015 a Bologna si è svolto un convegno organizzato dalla SPI, dal titolo “La relazione analitica”. Il convegno si concludeva con un intervento dell’attuale presidente dell’IPA, nonché past-president della SPI, Stefano Bolognini, che stilava una lista delle ‘certezze’ acquisite dal movimento psicoanalitico contemporaneo: e, tra queste, la prima, che aveva effettivamente occupato molto spazio durante le due giornate del convegno, era l’inclusione del concetto di enactment. Un concetto del quale, almeno all’interno della psicoanalisi nordamericana, si è iniziato a parlare nel 1986 quando venne introdotto dallo psicoanalista Theodore J. Jacobs del New York Psychoanalytic Society & Institute (NYPSI). L’enactment, che dovrebbe indicare “un evento analiticamente rilevante, che coinvolge contemporaneamente paziente e analista […] un episodio relazionale a reciproca induzione che si evidenzia attraverso un comportamento”, ci dice Maria Ponsi (2013) della SPI fiorentina, viene legato ad una psicoanalisi di impostazione relazionale che si differenzia da quella classica, legata agli aspetti pulsionali ed intra-psichici, che lo considera come “una collusione transfert-controtransfert, da imputare essenzialmente a un mancato controllo del controtransfert: è dunque in qualche modo un errore, o una smagliatura nella relazione analitica”. Questa, dunque, è, o dovrebbe essere, la posizione ufficiale della psicoanalisi istituzionale.
Voglio rilevare che, all’interno del panorama psicoanalitico attuale un modello di cui si parla spesso è quello del campo analitico, portato avanti, in Italia, dal gruppo di Antonino Ferro, attuale presidente della SPI, e Giuseppe Civitarese, anch’egli socio SPI. Questo modello trae espressamente spunto dalle formulazioni concettuali di Bion e propone l’idea di una relazione analitica fondata sul “campo inteso come narrazione in/conscia a due” (Civitarese, 2013). Formulazioni che appartengono, invero, a molta tradizione psicoanalitica gruppale e che, a mio parere, come abbiamo precedentemente accennato a proposito della concezione vincolare della soggettività di Bleger, riprendono molte intuizioni che fanno parte del bagaglio della concezione dei gruppi operativi di Pichon-Rivière. Devo dire che, sebbene la mia non estesa conoscenza di questa nuova proposta, mi colpisce che questo modello venga ritenuto così innovativo, appunto perché si fonda su concetti piuttosto noti per chi si è avvicinato agli autori testé citati. Al di là del mio stupore, è però interessante notare che nell’introduzione del suo libro, “I sensi e l’inconscio”, nel quale viene delineato il suo modo di intendere la relazione analitica facendo diversi accenni alla teoria del campo analitico, Giuseppe Civitarese rifiuti la nozione di enactment perché legata ad una concezione individualistica della relazione analitica. Una posizione in assoluta contrapposizione rispetto a quella formalizzata dal presidente dell’IPA, massimo esponente dell’istituzione psicoanalitica contemporanea, e menzionata precedentemente.

Da un certo punto di vista, tanto nel caso italiano (che vede coinvolti esponenti certamente importanti della psicoanalisi contemporanea) quanto in quello nordamericano descritto da Greenberg, si potrebbe vedere la difformità di idee ed il cambiamento di opinioni come prova dell’humus democratico del movimento psicoanalitico. Un ambiente in cui si possono manifestare apertamente opinioni discordanti, si dirà, e nel quale c’è spazio per tutti.
È lo stesso Greenberg, però, come precedentemente riportato, a sottolineare che all’interno dell’IPA le variazioni dalla norma istituita, ossia dalle direttive impartite, potevano, e possono, costare l’esclusione. La differenza può essere bandita e chi si trova nella posizione del più forte, nei fatti chi è riconosciuto ed interno all’istituzione, decide. Da questo punto di vista, invece, l’idea di democrazia viene messa piuttosto in discussione. Qui siamo al cospetto di un’altra contraddizione, che però non viene esplicitata: si rimane nell’ambiguità. Un qualcosa che verrebbe da definire inevitabile, se solamente si pensa alla rigida gerarchizzazione presente all’interno delle associazioni di psicoanalisi ed a tutta la complessa struttura organizzativa che guida il percorso da intraprendere per diventarne membri.

Affrontare il tema dell’istituzione psicoanalitica è molto complesso; autorevoli psicoanalisti che si sono occupati dell’ambito istituzionale hanno trattato l’argomento solamente in maniera marginale, ritenendo di non approfondire la questione. Vien da pensare che, anche per essi, scottasse il problema della propria implicazione, ovvero della propria appartenenza a quella istituzione. Certamente qualche critica è stata fatta, soprattutto riguardo al percorso formativo richiesto per poter essere riconosciuti come psicoanalisti. Per esempio, è ancora Fachinelli (1973) a criticare con decisione l’istituzione psicoanalitica quando, ricordando l’iter da sostenere per diventare analisti, e in particolar modo rivolgendosi alla cosiddetta analisi didattica, sostiene che esso favorisca una rigida ripetizione del modello istituzionale piuttosto che uno sviluppo ed un arricchimento della personalità: “… il processo analitico non favorisce qui l’autonomia e lo svincolamento dagli arcaici legami di dipendenza. Anzi, al contrario: proprio perché è legato all’istituzione, esso promuove la assimilazione di un nuovo e robusto sistema di regole, di norme, di procedure, che rafforza gli antichi legami anziché scioglierli”. E, a proposito di contraddizioni, nota che “il periodo più fecondo dell’analisi è stato quello in cui Freud era circondato da ‘selvaggi’, cioè da analisti che agli occhi degli attuali tutori dell’istituzione non sarebbero neanche analisti; la produttività analitica più interessante dei giorni nostri si situa fuori o ai margini dell’istituzione, mentre all’interno il sapere è istituzionale, cioè svolge un compito definito di affiliazione, conferma e riconoscimento”.
Si tratta di un aspetto critico che, in anni più recenti, è stato evidenziato in diversi lavori anche da altri autorevoli esponenti della stessa IPA, quali il già citato Johannes Cremerius e Otto Kernberg.
Fachinelli, comunque, faceva parte del ristretto gruppo di psicoanalisti che nel 1969, quando si tenne il congresso internazionale dell’IPA a Roma, all’Hotel Cavalieri Hilton, organizzarono un controcongresso in un ristorante lì vicino, “Carlino al Panorama”. Di quel gruppo[4] facevano parte molti nomi noti: oltre al già citato Elvio Fachinelli, c’erano Pierfrancesco Galli, Marianna Bolko, Berthold Rothschild, Armando Bauleo, Hernan Kesselman, Mauro Mancia ed altri ancora. Alla protesta di questi allora giovani candidati si unirono anche analisti più anziani e di chiara fama come Paul Parin, Alexander Mitscherlich e altri analisti didatti della società psicoanalitica di Zurigo; e poi Marie Langer, Emilio Servadio e Ralph Greenson, solo per fare alcuni nomi. Furono più di 200 le adesioni di psicoanalisti provenienti da diversi paesi, non solamente europei. Il gruppo si diede il nome di Plattform (Piattaforma) e aveva l’obiettivo di “attaccare a fondo l’ideologia delle società psicoanalitiche che si manifestava nella loro struttura gerarchica di potere, nel loro allontanamento dal pensiero freudiano radicale, nella ricerca, nella formazione, ecc., incompatibile con l’idea di una psicoanalisi con potenzialità eversive e rivoluzionarie” (Bolko M., Rothschild B., 2006). Il gruppo decise di proseguire anche dopo il controcongresso, con l’idea di rimanere eterni allievi in formazione permanente all’interno della società di psicoanalisi. Questa idea costituì il punto di rottura con l’IPA poiché da un lato si enfatizzava il valore culturale, lo studio, l’impegno personale non finalizzato ad un riconoscimento istituzionale e, dall’altro, rimanendo eterni allievi, si squalificava il valore della carriera all’interno dell’istituzione. Un valore, quest’ultimo, considerato strettamente collegato alle mire di potere personale all’interno del meccanismo burocratico messo a punto dall’istituzione psicoanalitica e che, proprio per tale motivo, costituiva un motore propulsivo per molti aspiranti analisti. Una presa di posizione che non piacque alla SPI, dalla quale partirono minacce di espulsione dall’iter formativo analitico per i candidati partecipanti al gruppo Plattform. Il risultato fu che alcuni di questi candidati, e tra questi anche qualcuno che aveva partecipato direttamente alla progettazione del controcongresso, ritirarono la propria adesione al gruppo.

Il terzo giorno del controcongresso intervenne anche Jacques Lacan, in aperta polemica già da qualche anno con l’IPA, rispetto alle direzioni teoriche prese dall’associazione e al metodo formativo utilizzato al suo interno. Lacan, inizialmente membro della “Société psychanalytique de Paris”, sarà protagonista di una prima scissione nel 1953 quando fonderà la “Société française de psychanalyse”, che, sempre legata all’IPA, non fu riconosciuta dall’associazione internazionale se non come “Study group”. Dopo dieci anni, nel 1963, venne praticamente escluso e decise di fondare una sua propria scuola, l’“Ecole freudienne de Paris”, che successivamente decise di sciogliere nel 1980. A livello istituzionale è interessante riportare anche il fatto che fino alla fine degli anni ’90, Lacan, o meglio i suoi allievi, non potevano ‘teoricamente’ godere del titolo di psicoanalista, essendo ritenuto questo di esclusivo appannaggio dell’IPA. È soltanto nel 1998, quando avvenne un incontro tra Horacio Etchegoyen (anch’egli allievo di Pichon-Rivière), allora presidente uscente dell’IPA, e Jacques-Alain Miller, presidente dell’AMP (Associazione Mondiale di Psicoanalisi), che, in virtù della declamata “essenza pluralistica” della disciplina analitica, avvenne l’“esplicito riconoscimento da parte del Presidente dell’IPA del pieno diritto di cittadinanza di Lacan nel variopinto consesso della dottrina analitica e con la conseguente rinuncia da parte dell’IPA alla prerogativa di dispensare tale formazione in via esclusiva” (Licita-Rosa, 2006)[5].

Penso che quando si ha a che fare con l’istituzione ci si trovi a confrontarsi con un rapporto sempre carico di ambiguità, nebuloso, e non si può pensare di affrontare un tema così intricato ritenendo di arrivare alla netta differenziazione di termini antinomici puri.
Armando Bauleo, nell’intervento proposto nel seminario “Psicoanalisi e istituzioni” (i cui interventi sono stati raccolti in un libro pubblicato nel 1983, “Il gioco impari”), sostiene che il vincolo tra soggetto ed istituzione è sempre costituito da una duplicità: una dissociazione, da un lato, e l’illusione di poter pervenire ad un unione, dall’altro. I due termini in gioco non sono in relazione per la loro corrispondenza, bensì per la loro diversità, dunque all’inizio c’è una non-relazione: “c’è carta carbone”, dice Bauleo. Il soggetto si muove all’interno di una situazione già decisa e cercherà di produrre un discorso, evidentemente caratterizzato anche da una certa aggressività, visto che ogni bisogno emancipativo si gioca sull’aggressività, con l’intento di discriminare l’Io da quel non-Io depositato nell’istituzione (cfr. Bleger, 1967) che, d’altra parte, gli consente di proteggersi dalle ansie psicotiche. Si tratta, utilizzando i termini proposti dall’analisi istituzionale, dell’istituzione intesa come costante movimento tra l’istituito e l’istituente: attraverso le fessure istituzionali le tensioni, gli affetti e i desideri cercano la scarica che la burocrazia tenta di fermare e impedire. Horacio Foladori (2008), partendo proprio dalla proposta di Castoriadis che considera l’istituzione come rapporto tra l’istituito e l’istituente, parla di teoria dell’incrinatura (teoria de la fisura) e sostiene che, affinché nell’istituzione si possa pensare ad un cambiamento, si deve registrare un’incrinatura, ossia, in seguito al movimento istituente, teso al cambiamento dello status quo, deve emergere uno stato di sofferenza, più o meno marcata. Se si crea questa incrinatura allora l’istituente può agire in due modi differenti sull’istituito al fine di determinare un cambiamento: un primo caso, detto di cambiamento riformista, è quello che René Lourau chiama dell’istituente nell’istituito e che ha a che fare con un cambiamento previsto, un cambiamento normato, il minimo indispensabile affinché l’istituzione non diventi anacronistica. Quasi fossimo al cospetto di un tipo di cambiamento, in un certo qual modo, già istituito. Un secondo caso, invece, è quello del cambiamento di rottura, che richiede la dissoluzione dell’istituito esistente per istituire qualcos’altro, per creare una nuova istituzione. Si tratterebbe di un atto rivoluzionario mirante alla creazione di una controistituzione.
Ma, nota Foladori, in molti casi l’unico cambiamento possibile parrebbe essere quello riformista poiché la corrente istituente fallisce. In effetti, la situazione di ‘pericolo’ registrata dall’istituito fa sì che esso riattivi le proprie difese, determinando una situazione di chiusura che, accettando alcuni cambiamenti minori, copre l’incrinatura, ovvero la tensione verso il cambiamento, manifestatasi. Alla fine, continua Foladori, è come se tutto questo movimento costituisse una trappola che l’istituito tende all’istituente per farlo manifestare e poterne prendere le contromisure.

Torna subito alla mente l’annotazione di Bleger, e ripresa anche da Kaës, per cui un’istituzione riesce a mantenere se stessa laddove vengano preservati gli assiomi fondamentali sui quali si erige, potendosi discutere solamente questioni di secondaria importanza, che non mettono in pericolo l’impalcatura condivisa dell’edificio istituzionale. E quale sarebbe, in questo caso, l’impalcatura condivisa della quale non si può parlare? Che cos’è che non si può mettere in discussione? Che cos’è che resta fuori? Perché è di questo che si occupa la psicoanalisi, come sottolineava Freud riprendendo l’esperto d’arte Morelli, di ciò che viene marginalizzato e non cade sotto l’attenzione della coscienza.
Penso che il concetto di enactment, oggetto di contrapposte opinioni all’interno della stessa SPI, se inteso come emergente dell’istituzione, possa aiutare ad ipotizzare una risposta. Formalizzando l’adozione di questo concetto, si istituzionalizza qualcosa che non appartiene all’istituzione. L’enactment, come abbiamo visto, indica un comportamento inconscio che coinvolge ambedue i protagonisti della relazione analitica, mettendo, di fatto, in forte discussione la possibilità dell’analista di mantenere una posizione neutrale. È un’infrazione della norma istituita, propria del modello psicoanalitico classico, che intende la relazione terapeuta-paziente come una relazione che si organizza tra un soggetto/terapeuta ed un oggetto/paziente (modello unipersonale) in maniera dissociata, svincolata, con il terapeuta come campo chiuso al riparo da qualsiasi implicazione[6]. Il taglio costituito dalla nozione di enactment, al contrario, riferisce di una relazione tra due soggetti, che hanno certamente ruoli differenti ma anche implicazioni personali che influenzano la relazione medesima (modello bipersonale, relazionale). Una concezione che, però, non viene estesa a tutto l’incontro analitico bensì solamente ad un singolo frammento dello stesso. Paradossalmente, il concetto di enactment fatto proprio e formalizzato da un’istituzione psicoanalitica nella quale è ancora predominante il modello definito classico, mitico, e che, come ricordava Greenberg, è ancora dominante nel panorama analitico istituzionale internazionale, le permette di non modificare le proprie concezioni profonde, i propri assiomi di base, rimanendo identica a se stessa.

Adriano Voltolin in “Grand hotel: o dell’immaginario”, scrive che “la trasgressione, in quanto difformità dalla regola, non implica di per sé un pericolo per l’istituzione, ma sottolinea invece solamente la sua potenza” (1983). L’istituzione, istituzionalizzando l’infrazione, la assorbe e la sottomette eludendo il principio di non contraddizione: considerandola estranea a sé, si permette di tollerarla ma non di confrontarcisi, sino a poterla, piano piano, espellerla.
Una sorta di granuloma istituzionale, si potrebbe dire. Ricorda, infatti, un processo simile a quella reazione immunitaria dell’organismo che, in termini medici, viene chiamata granuloma: quando l’organismo soffre per lesioni dovute a infiammazioni croniche di natura infettiva o da corpi estranei, può accadere che le cellule producano una sorta di capsula per rivestire l’agente infettivo/estraneo e renderlo innocuo. Infine il granuloma può evolvere verso la necrosi, con il focolaio infiammatorio che si estingue. Se l’infiammazione è dovuta ad un corpo estraneo, può accadere che il granuloma si sposti sempre più verso la superficie cutanea fino a rilasciarlo all’esterno. Il corpo estraneo viene espulso e tutto torna come prima. Anzi, tutto è stato sempre come prima, visto che l’agente estraneo, ad eccezione della lesione iniziale che ha provocato l’infiammazione e di un breve periodo susseguente, nel quale si sono prese delle contromisure per tenerne monitorata la presenza affinché non producesse un aggravamento dell’infezione, non ha avuto più alcun contatto con il resto dell’organismo.
Accade come nelle personalità ossessive che, per difendersi rispetto ad un contenuto disturbante, utilizzano il meccanismo di difesa dell’isolamento: l’elemento estraneo, affettivo, disturbante, viene isolato, slegato dal resto della personalità, per meglio controllarlo non facendosene influenzare. Lo stesso sembra poter avvenire nelle istituzioni dove, al fine di monitorare i contenuti considerati estranei e pericolosi, vengono formalizzati e strettamente sottoposti a procedure burocratiche che, come suggeriva anche il Foucault di “Sorvegliare e punire”, ne permettono il controllo.

È il tema del controllo in ambito psicoanalitico su cui Bleger si focalizza nel lavoro che ha dato il là a queste riflessioni. Un tema che, con sfumature diverse, ha convogliato l’interesse, le riflessioni e le azioni anche di molti altri psicoanalisti. Questa preoccupazione per il controllo non solo è emersa con evidenza in diverse fasi della vita dell’istituzione psicoanalitica, ma sembra averla contraddistinta sin dagli albori. Come abbiamo visto, la psicoanalisi è sempre stata attraversata da una tensione che metteva di fronte un approccio naturalistico, per il quale la disciplina freudiana poteva e doveva addivenire allo stesso statuto delle scienze naturali, come se fosse una comune attività da laboratorio nella quale un soggetto può porsi in maniera neutra e imperturbabile rispetto al suo oggetto di studio, e un approccio fenomenologico, nel quale la separatezza tra il soggetto e l’oggetto viene messa in discussione ritenendo che l’unica possibilità di studio dell’oggetto sia la focalizzazione sul vincolo esistente tra i due termini, ovvero esaminando il fenomeno percepito. Penso che anche nella differenza tra queste due diverse concezioni si giochi la questione del controllo, che a ha che fare, altresì, con il tema del riconoscimento sociale e del potere: una questione estremamente scottante per il movimento psicoanalitico istituzionale.
Come si è riportato all’inizio di questo lavoro, Freud ha esplicitamente ritenuto di dover fondare l’istituzione psicoanalitica per poter distinguere un noi da un loro, al fine di poter controllare chi aderiva all’allora giovanissimo movimento psicoanalitico e chi, invece, spacciava per psicoanalisi una modalità di intervento che, par di capire leggendo le considerazioni freudiane, aveva poco a che fare con la cura della parola messa a punto dal neurologo viennese. E, a quanto si evince, credo che la preoccupazione di Freud fosse più volta a proteggere lo sviluppo della sua giovane creatura dalla possibilità di essere criticata socialmente, piuttosto che a proteggere gli eventuali pazienti da interventi terapeutici mal condotti. Comunque sia, com’è noto, già allora Freud dovette affrontare diverse difficoltà, ritrovandosi ad allontanare chi, anche tra i suoi più fidati collaboratori, non si mostrava d’accordo con le sue posizioni. È proprio rispetto alla fondazione dell’istituzione psicoanalitica che avvenne l’allontanamento di Adler. La fondazione dell’Associazione è mossa da una fondamentale preoccupazione di Freud, che scrive: “Sapevo fin troppo bene quali errori attendevano chiunque affrontasse i problemi dell’analisi e speravo che si sarebbe riusciti ad evitarne molti erigendo un’autorità disposta a istruire e vigilare”. Nel dichiarare formalmente gli scopi dell’Associazione Psicoanalitica si decide di tradurre tale motivazione di fondo con questi termini: “Coltivare e promuovere la scienza psicoanalitica fondata da Freud, sia come psicologia pura sia nella sua applicazione alla medicina e alle scienze morali; garantire ai membri dell’Associazione il sostegno reciproco in tutti gli sforzi intesi ad acquisire e diffondere le conoscenze psicoanalitiche”. L’intenzione di Freud venne letta in chiave critica da Adler che “espresse con appassionata animazione il timore che si mirasse ad una censura e restrizione della libertà scientifica” (1914): il risultato fu che Adler venne allontanato. Alla base dell’Associazione Psicoanalitica Internazionale, dunque, c’è il desiderio di controllo, il cui soddisfacimento viene realizzato mediante la fondazione dell’istituzione psicoanalitica. Adler venne allontanato perché non era d’accordo con questa idea che interpretava come castrante, come limitante la libertà di ricerca scientifica: e forse non si sbagliava di molto visto che, successivamente, seguirono gli allontanamenti di altri nomi illustri come Stekel, Jung, Rank, Reich e Ferenczi.

Di fatto, il riconoscersi istituzionalmente ha permesso a Freud di separare il dentro dal fuori, l’interno dall’esterno, appropriandosi totalmente della disciplina psicoanalitica. Facendo coincidere l’istituzione fondata, l’IPA, con la psicoanalisi, si è ritenuto di poter decidere ciò che perteneva a quel campo di studi da ciò che non gli era proprio. L’istituzione è venuta così a coincidere con la totalità: dentro c’è il sapere assoluto, la verità (psicoanalitica), fuori l’errore, il travisamento (della psicoanalisi). In altre parole, sembra che l’aver assunto una forma istituzionale abbia permesso l’illusione di poter controllare totalmente l’oggetto di interesse, potendo autonomamente decidere che cosa far rientrare nel campo della psicoanalisi e cosa no. I pensieri e le opinioni non coincidenti con quelli dell’istituzione sono stati considerati ‘eretici’, non inerenti la verità già promulgata. Pur riconoscendo, senza alcun dubbio, l’atteggiamento scientifico che Freud ha mostrato lungo tutto il corso della sua attività professionale (perlomeno a livello di ricerca individuale), proponendo ipotesi esplicative e poi superandole per dar corso ad altre idee o ad altri modelli teorici sulla base della sua attività clinica, non si può non registrare che, in genere, quando ci si trova di fronte alle posizioni prima ricordate si parla di dogmatismo. Sappiamo che questo è un pericolo sempre presente in ambito istituzionale ed è un aspetto del quale è difficile liberarsi. L’IPA è un’istituzione che, nel corso del suo secolo di vita, è riuscita a conquistare un notevole riconoscimento sociale ed una solida credibilità professionale, nonostante i molti aspetti contradditori che hanno accompagnato la sua storia ed il suo proporsi all’esterno. Prima ho accennato a ciò che viene definito percorso psicoanalitico individuale da un punto di vista teorico e a quanto sembra venir svolto, in modo molto diverso, nella pratica. Un altro aspetto interessante è quello che riguarda il lavoro con i gruppi e con le istituzioni: fino a qualche decennio fa l’intervento su questi ambiti non poteva assolutamente essere considerato di natura psicoanalitica (nonostante eminenti psicoanalisti avessero già iniziato a lavorare con setting gruppali), non considerando psicoanaliticamente rilevanti le attività proposte su quei piani dai professionisti che le praticavano, mentre ora le pratiche di lavoro gruppali e istituzionali sembrano essere entrate nel regime della liceità, ovverosia le istituzioni psicoanalitiche paiono riconoscere la possibilità di svolgere lavori di carattere psicoanalitico anche in quegli ambiti.

Parrebbe che fondante l’istituzione psicoanalitica sia stata la preoccupazione per ciò che poteva legittimamente rientrare nell’alveo della psicoanalisi, con l’intento di rendere riconoscibile la disciplina a livello sociale da un punto di vista medico e scientifico: per raggiungere tale scopo si è ritenuto di erigere un’autorità che potesse controllare gli sviluppi della psicoanalisi. Lourau, sosteneva che un’istituzione per essere riconosciuta come equivalente alle altre istituzioni presenti all’interno di una comunità sociale, deve istituzionalizzarsi, stabilizzarsi. Solamente così è possibile un confronto. Da questo punto di vista, l’istituzione di un’associazione psicoanalitica potrebbe essere considerata un primo passo verso l’agognato riconoscimento sociale del carattere scientifico della disciplina. Un passo che, però, ha comportato anche risvolti meno positivi: inizialmente, le esclusioni eccellenti, e successivamente, una burocratizzazione dell’istituzione che parrebbe aver suscitato una sorta di paranoia generalizzata imperniata su un controllo interno che ha ostacolato le possibilità espressive e creative del movimento (cfr. Cremerius, 1995, e Kernberg, 1996).

L’idea di chi scrive è che la questione relativa al riconoscimento di scientificità non abbia ancora trovato una soluzione all’interno dell’associazione psicoanalitica e che sempre con quel dilemma stiano ancora facendo i conti le istituzioni di psicoanalisi odierne. Ancora oggi, continuando a sussistere il bisogno di essere riconosciute socialmente, la preoccupazione parrebbe legata al timore di perdere legittimità medica e scientifica[7], quella stessa legittimità cui aspirava Freud sin dall’inizio. Credo un segno ne sia il fatto che la domanda “la psicoanalisi è morta?” riemerga con costante frequenza dagli interstizi dell’umana società.
Di fatto, il pensare la relazione analitica come costituita da termini, analista/soggetto e paziente/oggetto, non nettamente disgiungibili, porta ad avere conseguenze non propriamente desiderabili per l’istituzione psicoanalitica, su due livelli: quello propriamente istituzionale e quello individuale dello psicoanalista che dell’istituzione è parte.
A livello individuale tale concezione comporta una ferita narcisistica per l’analista: accettando l’idea che nella relazione analitica vengano messi in gioco aspetti inconsci dell’analista (sembra tautologico affermarlo ma: anche e soprattutto quando egli stesso non se ne rende conto), dunque non immediatamente gestibili, si crea una situazione che chiede all’analista di fare un passo indietro, di scendere dal piedistallo di colui che tutto sa e che tutto vede, di colui che si riconosce un potere, e pensarsi come non totalmente in controllo della situazione analitica. Credo non sia una considerazione irrilevante poiché, al di là dell’eventuale ferita narcisistica, mette in discussione l’idea dell’analista come scienziato/osservatore che può raccogliere dati in modo oggettivo, ossia misurare in maniera neutra il proprio oggetto di studio e rendere pienamente conto della situazione analitica.
A livello istituzionale, questo presupposto rende più ostico il confronto con le cosiddette ‘scienze dure’ o esatte, imperniate sulla possibilità di fornire dati il più possibile oggettivi, quantificabili e ripetibili. E questa difficoltà mette in pericolo il riconoscimento sociale fino ad ora acquisito dalla psicoanalisi. Una ricerca di scientificità, forse, mossa anche dal dover confrontarsi con la psicologia cognitiva e comportamentale che, facendo proprio della rigida distinzione tra soggetto ed oggetto il suo tratto fondamentale, parrebbe permetterle di connotarsi come disciplina scientifica e di proporsi come disciplina credibile, cioè funzionale e spendibile, agli occhi del mondo medico-sanitario contemporaneo. In realtà, da questo punto di vista, al di là del confronto con la psicologia cognitiva e comportamentale così in auge in questi tempi, la ricerca della scientificità attraverso la netta distinzione tra soggetto ed oggetto sembrerebbe attualmente un paradosso poiché, occorre sottolinearlo, la scienza contemporanea, soprattutto nel campo della meccanica quantistica, teoria a base probabilistica, sta fortemente mettendo in discussione l’idea di poter considerare il ricercatore/osservatore di un evento come neutrale rispetto al proprio oggetto di studio, ovverosia l’idea di poter addivenire ad una conoscenza pura, oggettiva e totalmente verificabile. L’esattezza della fisica quantistica si fonda sulla ripetibilità del fatto studiato e definito, e sul riuscire a prevedere il proprio errore piuttosto che sulla convinzione di produrre dati certi.
In definitiva, parrebbe che la psicoanalisi, forse fuori tempo, sia ancora alle prese con la difficoltà di darsi uno statuto scientifico che vorrebbe essere della stessa natura di quelli delle scienze considerate esatte, una natura quantitativa, invece che qualitativa come sarebbe più agevole riconoscere alla materia psicoanalitica. Timore dell’istituzione psicoanalitica sembra sia che il non riuscire a definire chiaramente, rendendoli oggettivamente evidenti, i presupposti sui quali si fonda il metodo psicoanalitico, possa mettere la psicoanalisi a rischio di essere considerata una disciplina irragionevole, priva di fondamenta certe, ed essere così sospinta nell’alveo delle attività fideistiche, magiche o aleatorie.

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Note:

[1] Scrivo di ‘situazioni individuali’ per semplicità, per non rischiare di complicare il discorso sul metodo: oggi, ma non da oggi, le applicazioni della psicoanalisi coprono ambiti molto variegati e si estendono ai gruppi, alle istituzioni e alle comunità sociali.

[2]Qui è possibile reperire gli articoli cui ci si riferisce, apparsi nel 2011 sul “Corriere della sera”: http://www.corriere.it/cultura/11_febbraio_14/messina-giu-lettino_9c54f2e4-3818-11e0-9d0e-ca1b56f3890e.shtml?refresh_ce-cp
e nel 2013 su “La Stampa”, cui ci si riferisce:
http://www.spiweb.it/rassegna-stampa/538-italiana-ed-estera/rassegna-stampa-italiana-2013/3034-portero-da-noi-la-psicanalisi-low-cost-e-le-sedute-via-skype-la-stampa-3-marzo-2013

[3] Le contraddizioni, interne alle stesse istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA, suscitate dal cercare di definire che cosa possa essere inteso per ‘psicoanalisi’ e quali criteri la caratterizzano sono tante: lo scritto di Cremerius, “Il futuro della psicoanalisi”, approfondito e molto articolato, in cui si esprime una critica serrata e su più piani alla psicoanalisi istituzionale, ne propone una panoramica molto interessante.

[4] L’idea del controcongresso, evento che sembra venire lasciato cadere nel dimenticatoio, partì dal gruppo degli italiani e da quello di Zurigo: a questi si unirono via via gli altri.

[5] Oggi, in Italia, sono riconosciute dal MIUR diverse scuole di psicoanalisi lacaniana: istituzioni che possono riconoscere il titolo di ‘psicoanalista’ ai propri allievi. La questione è particolarmente interessante poiché le istituzioni di psicoanalisi lacaniana, rispondendo ad una diversa concezione nel considerare la relazione analizzando-analizzante, propongono, a quanto mi è dato sapere, una modalità di pensare e strutturare i percorsi con i pazienti molto diversa da quella che si esprime nel setting classico proposto dalle associazioni di psicoanalisi aderenti all’IPA.

[6] È la concezione naturalistica cui fa cenno Bleger nel suo articolo.

[7] È chiaro che la questione della legittimità scientifica dell’istituzione psicoanalitica (come, per altri versi, facevano notare gli aderenti al gruppo Plattform, ma anche come sottolinea Cremerius nell’articolo citato) va oltre, avendo implicazioni a livello personale, ovvero comportando dei risvolti utilitaristici e convenienti per i membri dell’istituzione: il far parte dell’istituzione psicoanalitica permette l’acquisizione di uno status professionale riconosciuto socialmente e, man mano che si scalano le gerarchie, come in tutte le istituzioni, si ha la possibilità di confrontarsi con la gestione del potere che viene riconosciuto all’interno di un’istituzione organizzata in maniera estremamente burocratica. Con i vantaggi sociali ed economici conseguenti. A questo proposito, Cremerius nota che, almeno nella Germania di fine anni ‘60, gli analisti didatti e chi occupava posizioni preminenti all’interno dell’istituzione psicoanalitica tedesca vivevano una condizione di vantaggio economico rispetto agli altri. Non so come stiano le cose attualmente ma una delle critiche che maggiormente vengono rivolte alle istituzioni psicoanalitiche aderenti all’IPA è che, prevedendo un sistema formativo chiuso, ossia il candidato analista potendo svolgere la propria analisi didattica solamente con analisti didatti, dunque appartenenti all’istituzione (da questo punto di vista non considerando le implicazioni cui soggiacciono il candidato e lo stesso analista didatta), si realizza un sistema che crea e assicura direttamente opportunità di lavoro per questi ultimi. Freud faceva ‘indirettamente’ presente già questa dinamica nel 1937, in “Analisi terminabile e interminabile”, dove scrive: “Una volta avevo a che fare con un numero piuttosto considerevole di pazienti, i quali, com’è comprensibile, puntavano a cavarsela rapidamente; negli ultimi anni le analisi didattiche presero il sopravvento e rimase in cura da me un numero relativamente esiguo di soggetti gravemente ammalati, il cui trattamento, se pure intervallato da pause più o meno lunghe, si protrasse nel tempo”.

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AirDP Golf Style Cup il 14 e 15 maggio al Rimini Verucchio Golf e al Riviera Golf

Riviera Golf - Mar, 10/05/2016 - 09:49

Lo stile AirDP invade i golf club Riviera Golf e Rimini Verucchio Golf, accompagnando i giocatori lungo le 18 buche, colpo su colpo. Una scelta di cuore, guidata dalla passione per la magia di questo sport e dalla volontà di creare degli accessori contemporanei ispirati a questo mondo. Occhiali leggeri, dal potente grip, con lenti fotocromatiche altamente performanti e dal design elegantemente smart.

Qui, in anteprima nazionale, viene presentata anche la collezione di scarpe, calzature handmade polifunzionali con un brevetto esclusivo che mutano in base alle esigenze e capaci di accompagnarci dal green alla club house: una perfetta fusione di tecnologia e artigianalità, genialità e innovazione, praticità e glamour.

AirDP Golf Style Cup è un torneo a coppie, giocato con 2 formule diverse: sabato con la forma “greensome”, mentre domenica con la formula “Quattro palle la migliore”. Sono previsti sia premi di Torneo che premi di giornata.

Due giorni di gioco impegnativo, dove tecnica, concentrazione e lucidità sono le skill indispensabili per raggiungere l’obiettivo. Due giorni di sport e divertimento con un ‘caddy’ d’eccezione – AirDP – a iniettare stile, classe e tocchi fashion alla gara. Domenica pomeriggio la premiazione spettacolarizzata dei vincitori, con dinner party a chiusura dell’evento.

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Bardeggia e Giorgetti vincono sabato, Orazi e Bernabé domenica nel fine settimana del primo maggio

Riviera Golf - Mar, 03/05/2016 - 15:57

Fine settimana di gare al Riviera Golf, con il doppio appuntamento con la formula delle nove buche al sabato con Taylormade Open Race To Marrakech che riceve un ottimo riscontro con 51 partecipanti, e la classica 18 buche la domenica, la Apart All Inclusive by Birra Collesi.

Sabato 30 Aprile 2016 è il riminese Gianluigi Bardeggia a vincere nella Prima categoria la classifica Lordo, con 14 punti, mentre nel Netto sono due cattolichini ad ottenere la prima e la seconda piazza, Cristino Giorgetti con 20 punti che precede Stefano Palmieri con 17. In seconda categoria è ancora un cattolichino a imporsi, Alberto Ferretti con 22 punti, che ha lasciato indietro Giampiero Santucci, da San Clemente. In terza categoria invece le prime due piazze parlano con accento pesarese: vince infatti Luciano Del Greco che con 21 punti precede di una misura Stefano Marchionni.

Domenica primo maggio è Mirko Orazi, del golf club Alpe della Luna, ad affermarsi in classifica Netta della prima categoria della Apart All Inclusive by Birra Collesi. Con 38 punti, Orazi ha staccato di 3 lunghezze Vincenzo Mancuso, il giocatore del Riviera sport da Montellabate. La classifica Lorda invece è appannaggio del marignanese Matteo Bernabé, che ha consegnato uno score da 30 punti. In seconda categoria è stato un testa a testa tra i due cattolichini Orietta Barocci e Pierpaolo Saioni, finiti entrambi a 37 punti, ma la migliore performance di quest’ultimo nelle buche finali gli è valsa la vittoria di categoria.

La terza categoria si è giocata invece su un punto solo: tanto è bastato infatti per il cattolichino Daniele Bartezzaghi per battere il riminese Nicola Mordini, che ha concluso le 18 buche a 42 punti. Le premiazioni di giornata hanno visto infine prevalere nella categoria ladies la pesarese Nicoletta Ricci, mentre tra i senior si è imposto il riccionese Giorgio Attala, concludendo la prova a 34 punti.

Il prossimo fine settimana di gare si aprirà sabato 7 con la Uisp Golf Cup 2016, gara singola stableford di 18 buche a 3 categorie, mentre domenica 8 maggio In crociera con Golf Lab, una 18 buche a 2 categorie che rientra nel circuito con finale nazionale diretta. I vincitori della finale si aggiudicheranno un viaggio crociera. La gara è valevole per il campionato sociale stableford.

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“La Memoria come riserva di vitalità: Ricordando Rimini, dalla distruzione alla rinascita”. Giovanni Benaglia invitato a una serata del Rotary.

Lo scorso 28 aprile 2016, nella cornice dell’Hotel Ambasciatori di Rimini, il socio dello studio Benaglia Giovanni ha tenuto una breve dissertazione sul valore della Memoria rapportata alle vicende belliche che hanno riguardato la città di Rimini.
“Devo ringraziare l’opportunità che mi ha dato il Rotary di Rimini e il suo Presidente, il dott. Venturelli. Un ringraziamento particolare, però, lo voglio mandare a un amico che si è adoperato affinchè tutto succedesse: l’arch. Mauro Ioli al quale è venuto in mente che io fossi la persona adatta a presentare una piccola ricerca nata senza nessuna pretesa scientifica”.
La serata ha avuto come tema centrale la Memoria e la descrizione della devastazione bellica nella città di Rimini e fa seguito alla piccola pubblicazione inviata lo scorso Natale dal Dott. Benaglia a tutti i suoi clienti. “Durante la serata ho cercato di affrontare il tema della Memoria non solo come monito confinato alla funzione didattica di non ripetere più gli errori commessi” ma ho cercato di dargli anche il significato di utile esercizio di speranza per il futuro. Di fronte a questi nostri tempi difficili, di crisi economica, dove tutto appare più difficile dobbiamo sempre ricordare che siamo parte di un grande Paese che ha conosciuto, in anni non poi così distanti, una distruzione fisica, morale e umana ben peggiore. Così come ce l’abbiamo fatta settant’anni fa, dove la morte e il dolore accompagnavano la vita quotidiana, dove il mondo sembrava dovesse finire sotto l’odio degli uomini, ecco, allora, sono sicuro che ce la faremo anche oggi”.

Notizie Newsletter Grassi Benaglia Moretti, avvocati & commercialisti
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“La Memoria come riserva di vitalità: Ricordando Rimini, dalla distruzione alla rinascita”. Giovanni Benaglia invitato a una serata del Rotary.

Lo scorso 28 aprile 2016, nella cornice dell’Hotel Ambasciatori di Rimini, il socio dello studio Benaglia Giovanni ha tenuto una breve dissertazione sul valore della Memoria rapportata alle vicende belliche che hanno riguardato la città di Rimini.
“Devo ringraziare l’opportunità che mi ha dato il Rotary di Rimini e il suo Presidente, il dott. Venturelli. Un ringraziamento particolare, però, lo voglio mandare a un amico che si è adoperato affinchè tutto succedesse: l’arch. Mauro Ioli al quale è venuto in mente che io fossi la persona adatta a presentare una piccola ricerca nata senza nessuna pretesa scientifica”.
La serata ha avuto come tema centrale la Memoria e la descrizione della devastazione bellica nella città di Rimini e fa seguito alla piccola pubblicazione inviata lo scorso Natale dal Dott. Benaglia a tutti i suoi clienti. “Durante la serata ho cercato di affrontare il tema della Memoria non solo come monito confinato alla funzione didattica di non ripetere più gli errori commessi” ma ho cercato di dargli anche il significato di utile esercizio di speranza per il futuro. Di fronte a questi nostri tempi difficili, di crisi economica, dove tutto appare più difficile dobbiamo sempre ricordare che siamo parte di un grande Paese che ha conosciuto, in anni non poi così distanti, una distruzione fisica, morale e umana ben peggiore. Così come ce l’abbiamo fatta settant’anni fa, dove la morte e il dolore accompagnavano la vita quotidiana, dove il mondo sembrava dovesse finire sotto l’odio degli uomini, ecco, allora, sono sicuro che ce la faremo anche oggi”.

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Ponte della Liberazione, doppia affermazione del marignanese Barnabé, sabato la Taylormade al gradarese Grandicelli

Riviera Golf - Gio, 28/04/2016 - 12:06

Le previsioni meteo negative non hanno fermato ospiti e soci del Riviera Golf per il ponte del 25 aprile. Tre competizioni erano attese, tra sabato 23 e lunedì 25 aprile, con la tappa del circuito Taylormade Open Race To Marrakech, seguita dalla Pool Cup, per culminare dalla gara giocata in onore di una delegazione di imprenditori cinesi in vista d’affari nel territorio riminese per la Festa della Liberazione. E il ricco calendario in programma non ha deluso le aspettative di golf.

Da Gradara Fabio Grandicelli si è affermato per la Prima categoria classifica Lordo nella nove buche Taylormade Open Race To Marrakech, sabato, insieme al cattolichino Stefano Palmieri che ha vinto nella classifica Netto. In seconda categoria ancora un cattolichino, Riccardo Pastorello, mentre il giovane marignanese Valer Catalin Bria, vincendo sabato, si conferma un Terza categoria di punta per il Riviera Golf.

Domenica 24 aprile la gara organizzata dal Riviera, la Pool Cup, su una distanza di 18 buche con punteggio stableford, ha visto primeggiare nel Lordo Enrico Bernabé, di San Giovanni, mentre nel Netto di Prima categoria si è affermato Vincenzo Mancuso, da Montelabate, Pesaro, che con 36 punti ha distanziato il cattolichino Francesco Morri, finito secondo a 30 punti.

In Seconda categoria lo scontro tra Andrea Guercilena del golf club Crema e il pesarese Jerry Douglas del Rivierasport si è risolto a sfavore di quest’ultimo, pur avendo i due atleti concluso la prova a 36 punti. Molto più netta l’affermazione di Daniele Longhini, atleta di Fano, in Terza categoria: ha infatti superato Michele Colio di Pesaro 39 punti a 37. Tra le ladies, torna a vincere Orietta Barocci, con 35 punti, così come torna a vincere il riccionese Gilberto Schilirò tra i seniores.

Lunedì 25 aprile è ancora Enrico Barnabé ad intestarsi l’alloro di miglior Lordo in Prima categoria nella China to Italy 2016 Iceberg Trophy, gara stableford organizzata in occasione della visita della delegazione di imprenditori cinesi nella nostra provincia. Il primo Netto invece, dal golf club Alpe della Luna è risultato Mirko Orazi, che ha concluso le 18 buche con 35 punti, in Seconda categoria è la cattolichina (ma iscritta al golf club Cervia) Francesca Pastorello ad affermarsi con 39 punti, mentre in Terza categoria vince il fanese Francesco Currenti. Prima lady Nicoletta Ricci, di Pesaro, con 31 punti.

Le competizioni del Riviera Golf tornano sabato 30 aprile, con il circuito Taylormade Open Race To Marrakech, gara 9 buche stableford 3 categorie. Primo lordo e i primi netti di categoria accedono alla semifinale nazionale. Domenica prima maggio invece si gioca la Apart Only Inclusive Golf Challenge 2016, 18 buche stableford a 3 categorie che permette l’accesso diretto alla semifinale nazionale ed è valevole per il campionato sociale stableford.

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