Scuola di prevenzione José Bleger Rimini

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Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.
Aggiornato: 13 ore 41 min fa

Psicoanalisi e Poesia

Sab, 03/12/2011 - 14:25

L’esplorazione psicoanalitica del mondo interno del paziente che si dispiega nella relazione terapeutica tramite le vicissitudini del transfert e del contro-transfert, così come la specifica attenzione all’ incontro tra mondo interno e realtà esterna, tra soggettivo ed oggettivo, fa si che il linguaggio psicoanalitico non possa essere solo quello della scienza, rivolto al misurare ,a stabilire rapporti causa-effetto e ad esporre  fatti oggettivi.

La psicoanalisi si è progressivamente dotata di un linguaggio relazionale, empatico, rivolto, per dirla con la fenomenologia, più al comprendere che non al capire,un linguaggio per  operare una rielaborazione del Mondo che sia affettiva prima che cognitiva, capace di fornire validazione e ri-conoscimento all’ esperienza e di dare parole che sostengono il sè impegnato ad esperire.( Quando  si sta vivendo una esperienza, la mente procede per associazioni e sensazioni non potando contare su categorizzazioni della esperienza che è in corso) .

Scrive Claudio Neri : ” Gli psicoanalisti italiani, per un’antica tradizione che risale a Federn e Weiss e che è stata portata avanti da Perrotti, Musatti e Servadio, sono stati allenati a monitorare momento per momento ciò che accade in seduta; in particolare il mutare di sensazioni, atmosfere, vissuti corporei. Essi cercano con costanza il contatto emotivo con il paziente, seguono accuratamente il minuto scambio – fatto di silenzi, gesti, cambiamenti nello spazio e mutamenti della postura – tra il paziente e loro stessi, che sostiene, modifica e mette a punto la relazione terapeutica. Le percezioni vengono annotate nella mente dell’analista come osservazioni utili per seguire lo sviluppo della seduta; esse però possono anche non essere annotate come osservazioni, ma trasformate in immagini, fantasie e narrazioni che al momento opportuno potranno venire condivise (o meno) con il paziente.”
Io credo che all’ analisi ed alla psicoterapia psicoanalitica serve un linguaggio in grado di rappresentare i fenomeni che avvengono nell’ area intermedia dell’ esperienza. Intendo per area intermedia sia quella compresa tra il polo soggettivo e quello oggettivo dell’ esperienza, che tra il Sé e l’ Altro da sé. Per comodità espositiva, facendo riferimento alla concettualizzazione proposta da Winnicot, definisco questo linguaggio come :

linguaggio dell’area transazionale.

Certo non può essere il solo utilizzato dal terapeuta che deve saper usare anche parole precise , in grado di definire traumi avvenuti,promuovere confronti ruvidi e dolorosi esami di scomode realtà.

Il linguaggio dell’area transizionale è  basato più sul tatto che non sulla presa, ha il fine di rendere pensabili emozioni di cui non si era fatta esperienza., ha valenze poetiche. Gioco simbolico, risonanza affettiva,condivisone del sentire,produzione di associazioni ed immagini …… sono tutte qualità che definiscono sia questo linguaggio  sia la poesia stessa.

Con la poesia ” Disturbo dell’ umore” ho cercato di dare voce  al bisogno di comprensione di un paziente diagnosticato in base ai criteri oggettivi forniti dal manuale DSM IV, come narcisista e ciclotimico ( il cui problema psico-patologico principale è di non riuscire a riempire il vuoto ).

“Disturbo dell’ umore”

Mi vergogno del mio umore trapezista
al suono dell’applauso alto volteggia,
basta una svista un fischio cade in basso
più spesso in loco d’ogni luce muto.
Facile per te comodo seduto
sulla poltrona, trono d’analista,
dirmi: – deve accettare l’insuccesso –.
Provaci tu ad esistere nel vuoto
strizzacervelli che vuoi darmi un voto.

****

Il rimando concettuale è , innanzitutto, all ” area transizionale” descritta da Donald W. Winnicot come l’area del gioco dove soggettivo ed oggettivo si incontrano consentendo la creatività. Area che si forma solo se all’ inizio della propria vita il bambino incontra una madre sufficientemente buona,(o comunque un care-giver sufficientemente buono). E’ da quell’ incontro che scaturisce la possibilità di un dialogo tra mondo interno e realtà esterna.

Molti pazienti non sono in grado di essere creativi senza correre il rischio di delirare.

Molti non riescono ad immettere creatività nel loro rapporto con il reale che risulta così opprimente e devitalizzato e con cui possono avere solo un rapporto imitativo e compiacente.

Scrive Winnicot che la creatività “è una sorta di colorazione dell’intero atteggiamento verso la realtà esterna”.
“La creatività consiste nel mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare il mondo”.

Come poeta ( non residente), quando scrivo sperimento il piacere di abitare l’area transizionale, il piacere del gioco simbolico che mi consente di personalizzare il mio rapporto con il mondo immettendo in esso la mia soggettività. E’una possibilità inusuale quella che dona la poesia in questi tempi concreti dove efficacia, efficienza, “evidence based” sono valori assoluti.

Quando un poeta nomina un oggetto, quell’oggetto lo rappresenta, diviene importante e significativo ,acquista vitalità anche se si tratta di una cosa morta, si pensi ad esempio agli “ossi di seppia” di Montale.

Un esempio clinico tra i tanti possibili dell’importanza dell’area transizionale per riuscire ad immettere la propria soggettività nel mondo, ricrearlo senza però perdere il rapporto con la realtà condivisa, insomma senza delirare, lo fornisce una mia paziente: L.
Il primo incontro con L è iniziato in modo drammatico e ha comportato un ricovero obbligatorio in psichiatria.

Quando l’ho conosciuta L era in avanzato stato di gravidanza, allontanatasi da casa vagava per la città. Delirava, negava che il padre del bambino che portava in grembo avesse avuto qualsiasi ruolo nel concepimento.

Quell’uomo l’aveva delusa, non poteva essere lui il genitore di suo figlio.

L’aveva lasciato ed ora affermava che il concepimento era il frutto della sua unione con una persona speciale individuata in un cantautore famoso, ma a volte questa persona diveniva una sorta di entità immateriale come lo Spirito Santo.

Ora L sta molto meglio, dipinge e scrive poesie grazie all’arte riesce a separare e mettere in contatto il mondo interno degli affetti e dei desideri con la realtà esterna e condivisa.

Nella sua vita c’è ancora la presenza sempre più immaginaria e sempre meno delirante di un compagno ideale, a volte ne avverte la presenza, in passato ne sentiva anche la voce,ma riesce sempre più a collocarla nel mondo della fantasia come avviene quando lo descrive con struggenti parole d’amore in una poesia che conclude così: “Tutti mi dicono che non esisti – tu esisti nel mio desiderio”.

Delirio e poesia si escludono reciprocamente, dove ci sono metafore e similitudini non c’è il delirio. Quando Dino Campana scriveva i “Canti orfici” era strano, eccentrico, ma non matto, Quando è impazzito non ha più scritto una sola poesia.
Con la poesia L pare dimostrare di riuscire a ritrovare l’accesso all’area transazionale, per dirla con Winnicot può dare la propria coloritura al reale, mantenendo però un rapporto con esso.

All’opposto di chi come L delira ci sono quei pazienti iper-oggettivi descritti da Winnicot come :”Falsi Sé” che con il reale possono solo avere un rapporto imitativo, per cui la vita è un susseguirsi di accadimenti senza risonanza interiore, vivono nella oggettività e il loro raccontarsi è solo cronaca di fatti.

Al rapporto imitativo con la realtà si riferisce la mia poesia:

“Normopatia”

Abbiamo pensieri già pensati
ognuno appeso dentro alla mente
pronto all’uso come un indumento
nell’armadio, solo da indossare.
Per quanto poi riguarda i sentimenti
ci affidiamo al telegiornale
che trasmettendoci immagini cruente
ci mostra il mostro che è da odiare,
c’è poi la moda in obbedienza a Dio
di perdonarlo, buoni, per Natale.
Infine i consigli per gli acquisti
danno prove che il tripudio esiste
se l’intestino ritorna puntuale
vincendo la stipsi che fa tristi.
Noi si lascia tutte agli anormali
le ciarle degli psicoanalisti

Oltre a Winnicot molti autori , (tra i quali Balint, Bion, Fonaghy….) hanno dato fondamentali apporti per definire un linguaggio terapeutico rivolto al dare forma alla esperienza così come avviene nell’ area di transizione tra soggettivo ed oggettivo, mondo interno e realtà esterna, quell’ area da cui origina il nostro sé ed il nostro flusso di coscienza.

Per non appesantire il discorso mi limito a citare solo Russel Meares che in “Intimità ed alienazione” scrive:

“Durante il gioco simbolico il bambino prende le cose del mondo che non sono le sue e le trasforma … la foglia in una barca, il bastone in un uomo, la pietra in un mostro”. “Nel gioco dunque gli oggetti alieni del mondo vengono trasformati in cose che vengono avvertite come mie. Sono permeate … di una specie di calore e di intimità”.

“Il gioco simbolico, il linguaggio particolare e la forma del gioco del bambino sono espressioni di una particolare forma di attività mentale che trasforma sia gli oggetti sia le parole del mondo esterno nei pensieri e nelle parole del mondo interiore e personale”.
Il gioco simbolico porterà poi alla possibilità di sviluppare quello che Meares definisce il linguaggio del sé, cioè un linguaggio non lineare, basato sulle associazioni, che corrisponde al monologo interiore.

Meares indica la necessità per il terapeuta di: “creare un’atmosfera di connessione con un’altra persona che permetta al gioco simbolico di venire alla luce e che è necessaria per la nascita di una vita interiore e per giungere alla sensazione di essere vivi. E’ questo, dunque il primo compito di un terapeuta”.

****

Possiamo tutti testimoniare che quando cerchiamo di definire una esperienza nuova, affettivamente importante ,quindi non ancora codificata da termini ormai acquisiti, ci scopriamo a cercare un linguaggio con aspetti poetici, associativo, non linearmente logico e quando ci riusciamo ne traiamo piacere e sentiamo che quella esperienza entra a fare parte di noi.

Non sono in grado di fornire una definizione esaustiva dell’ aggettivo “poetico”. Posso affermare che il linguaggio poetico cerca l’ incontro tra immaginazione, sensorialità e significato .

In questo articolo propongo alcune annotazioni facendo riferimento alle figure retoriche mediante le quali la poesia prende forma e arriva al cuore del lettore .

La metafora comporta un trasferimento di significato nel campo semantico, quindi consente di parlare degli affetti senza imprigionarli subito con parole troppo oggettive, o scontate. Riporto una poesia di Goethe che è una ottima metafora dei limiti di un approccio conoscitivo teso ad afferrare la mente per esaminarla scientificamente :

Attorno alla fonte volteggia
La cangiante libellula;
m’incanto a contemplarla:
ora è scura ora è chiara,
come il camaleonte
da rossa si fa azzurra
e da azzurra a verde.
Se potessi vedere
da vicino le sue tinte!

Frulla si libra, è sempre in moto!
ma zitto, ora si posa sul salice.
ecco, ecco, sono riuscito a prenderla!
e adesso che la osservo attentamente
vedo solo un blu cupo e malinconico-

Ben ti sta, analista delle tue gioie!

Goethe

La metafora è largamente impiegata in analisi, ricordo a tale proposito che per Stern è uno strumento terapeutico di primaria importanza e la metafora terapeutica può divenire una ” chiave” che consente di comprendere e cambiare la vita di un paziente.

La metafora in psicoanalisi non può certo essere “ermetica” e deve riproporre al paziente elementi che appartengono a lui ed alla relazione paziente/analista, evitando una colonizzazione della mente del primo componente della coppia analitica,con parole che esprimono solo la creatività del secondo.

Un buon esempio di utilizzazione della metafora nell’ ambito del rapporto psicoterapeutico ce l’ha fornito la collega dott.ssa Laura Lazzarini esponendo nel Gruppo di Studio e Ricerca Psicoanalitico di Rimini il caso di un paziente da lei seguito.

Il paziente, segnato da gravissimi traumi  passati ed attuali, si difende dalla depressione utilizzando difese paranoidi.

La collega gli propone l’ immagine metaforica di un cecchino in uno scenario di guerra

La metafora racchiude  tutta la  storia del paziente, contiene il suo incontro con la morte, la paura,la solitudine ,l’ essere sia vittima che carnefice, l’ angoscia persecutoria che lo costringe alla costante necessità di riconoscere i “nemici”.Parla di lui e del  rapporto terapeutico dove l’ analista corre il rischio  costante di   venire  fatta fuori.

La metafora è nata dall’ incontro tra analista e paziente, comunica al paziente che  è contenuto nella mente dell’ analista, quindi è già terapeutica.

La Dott.ssa Lazzarini ha avvertito la necessità di parlare in gruppo del paziente per riuscire  a capirlo in pieno, eppure con quella metafora ha  dimostrato di averlo già perfettamente compreso.

La metafora consente di veicolare una comprensione relazionale, affettiva, basata sull’ incontro .

Scriveva Freud ” l’ inconscio si rivela in simboli o metafore e la psicoanalisi per entrare in contatto con l’ inconscio cerca di usare il suo linguaggio metaforico. ”

L’ originario approccio freudiano prevedeva un uso delle metafore da parte del terapeuta come di una illustrazione a mezzo ” di una immagine esemplare, intuitiva e calzante … di una verità che tuttavia esiste in sé al di là del gioco e della forza espressiva della metafora ”

Oggi, in una visione più moderna e complessa della realtà e del linguaggio “la metafora può apparire di per sé forma di conoscenza, di costruzione di realtà “( Gian Paolo Scano).

Scrive a tale proposito Umberto Eco : ” Quando le figure retoriche sono usate in modo creativo esse non servono ad abbellire un contenuto già dato ma contribuiscono a delineare un contenuto diverso ” .

La parola poetica stabilisce accostamenti, collegamenti, correlazioni tra pensiero, affettività, sensorialità ,tra diverse percezioni e rappresentazioni del reale, tra affetti contrastanti…

Gli accostamenti si realizzano mediante similitudini.

La similitudine, è il creare associazioni di idee mediante l’uso del come

“si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.”
Giuseppe Ungaretti

Questa , invece l’ ho scritta io:

“Lo psicotico”

Per ogni oscuro psicotico,
la vita è un atto eroico
come stare nel mesozoico
tra le zampe d’un dinosauro,
o nel labirinto minoico
tra le corna del Minotauro.

Gli accostamenti poetici si possono realizzare anche mediante altre figure retoriche tra cui sinestesie ed ossimori .
La sinestesia consiste nell’ accostamento di termini che appartengono a sfere sensoriali diverse.

” Io venni in loco d’ ogni luce muto”( Dante Alighieri)

Questa sinestesia credo che possa essere una efficace descrizione poetica dell’ inferno della depressione grave e l’ ho utilizzata come terapeuta e come poeta.

L’ ossimoro è una figura retorica che accostando termini opposti consente di dare forma con potenza espressiva e con immediatezza a sentimenti contrastanti.

Ci sono pazienti che espongono i terapeuti ad un- silenzio assordante-

terapeuti che trasmettono ai pazienti un -freddo calore-

Le ultime due annotazioni riguardano la sensorialità ed il simbolo

Antonello Correale descrivendo quei pazienti che non riescono ad inscrivere affetti caotici e travolgenti in una griglia linguistica, a causa di traumi subiti durante la loro crescita, afferma:

“A me sembra che per affrontare il tema del trauma e delle esperienze traumatiche ripetitive noi ci dobbiamo dotare di un linguaggio che sia sufficientemente poetico. Intendo per poetico un linguaggio che sia molto impregnato di sensorialità, ma una sensorialità che ha delle valenze narrative, delle valenze comunicative, per cui all’interno delle immagini sensoriali ci sia come una apertura verso una scena più ampia che è prevalentemente la scena che la persona cerca di raccontare”.

Correale definisce il linguaggio poetico come impregnato di sensorialità. L’attenzione alla sensorialità del linguaggio credo che sia un altro punto di incontro tra poesia e psicoanalisi e forse tra psicoanalisi ed estetica .Vale la pena di ricordare che Boumgarten , fondatore dell’ estetica moderna definisce l’ estetica come la scienza della conoscenza sensibile, dando alla rete sensoriale una sua specifica ed autonoma funzione conoscitiva.

E’ nel DNA psicoanalitico, a partire dal primo modello pulsionale l’ attenzione al rapporto mente-corpo, sensorialità-pensiero.
Possiamo pensare alle prime interpretazioni psicoanalitiche sottese solo dalla teoria pulsionale, (con i continui rimandi al corpo ed alla libido) anche come a delle metafore intrise di sensorialità. La  psicoanalisi credo che spesso presti una attenzione, forse intuitiva, all’ aspetto sensoriale della parola , inteso non tanto come suono e ritmo, ma come la possibilità della parola di evocare sensazioni percettive.

Pensiamo a termini semplici che usiamo con i nostri pazienti quali : si sente leggero, si sente appesantito, o a interpretazioni complesse,ad es. “a quanto pare le mie parole le sono risultate indigeste ed ora vuole vomitarle”. Tutte  queste espressioni permettono un collegamento comunicativo con quella prima consapevolezza del sè che è innanzitutto sensoriale e percettiva.
Scrive Lucia Pancheri : “la sensorialità influenza immediatamente lo stato di coscienza e il senso di sé, forse perché le percezioni sensoriali possiedono una vividezza e un’immediatezza che funzioni intellettuali più complesse, come il pensiero, non possiedono e sono in rapporto più diretto con le emozioni.”……..

Di sensorialità si è  occupato Bion; nel suo complesso e affascinante modello psicoanalitico teorizza che gli stimoli sensoriali devono essere trasformati dalla funzione mentale chiamata alfa, una funzione relazionale che nasce all’ inizio del rapporto tra madre e figlio, grazie alla capacità della madre di contenere le emozioni e le esperienze sensoriali che il bambino non riesce ad elaborare.

I pazienti psicotici hanno un difetto della funzione alfa che li rende esposti al rischio costante di impazzire per una sovra-stimolazione sensoriale ed emotiva. Suggestiva a questo proposito  l’ immagine del “girasole impazzito di luce” proposta da Montale.

Dall’associazione tra questa immagine, il modello di Bion ed i pazienti che si chiudono in casa, definiti in Giappone Hikikimori è nata la mia poesia

“Hikikimori”

Il dolore scuce la mente
aprendola in ampi fori
così che il Sole fuori
entra lancinante e la violenta.
Come il fiore di Montale
pazzo di luce, cerca l’ombra
chiude gli scuri alla finestra
il pallido ragazzo Hikikimori.
Servono parole poetiche
nella sua stanza ingombra,
chiedono, arresi, i genitori
farmaci da dargli di nascosto
insapori inodori incolori.

In psicoanalisi come in poesia vengono fornite sempre e solo  parole, cioè simboli - Il simbolo rimanda ad un’assenza.

La psicoanalisi e la psicoterapia psicoanalitica   possono fornire al paziente parole che l’ accarezzano ma non  carezze reali. Tutta la comprensione possibile , il tatto, l’ empatia, la vicinanza sono sempre e solamente mediate dalle parole, mai da un incontro di corpi e/o dalla assunzione di un ruolo diverso di quello del terapeuta. Parole  nate  dall’ incontro tra terapeuta e paziente che si svolge sempre all’ interno della cornice del setting., quindi con un orario programmato, posizioni mantenute, il pagamento…. Un paziente esprime intense angoscie abbandoniche, il terapeuta stabilisce un caldo contatto empatico, ma l’ ora finisce e arrivederci alla prossima volta, al paziente rimangono le parole.
.
Psicoanalisi e poesia sono entrambe impegnate nel darci la possibilità di esistere attorno al sentimento di mancanza. (In particolare la psicoanalisi Kleiniana ha teorizzato che la creatività nasce a partire da vissuti depressivi di mancanza e dalla accettazione di questi.)

Un piatto di spaghetti senza vongole diventa un piatto di “spaghetti alle vongole scappate”, questa ricetta campana è una produzione simbolica , è una operazione poetica, è ” presenza fatta d’assenza”( e “ presenza fatta d’ assenza” è un ossimoro di J. Lacan .)

Accontentarsi dei simboli non è cosi scontato, a tal proposito propongo in chiusura le mie due poesie :” Trauma della nascita” e “Dipendenza dallo psicoanalista”.

“Trauma della nascita”

Cianotico uscito dalla pancia
mi ha dato il benvenuto l’asfissia
neonato ho conosciuto l’ansia.
Io del grembo conservo nostalgia:
senza avere fatto l’esperienza
della strettoia nel fondo dell’imbuto,
al suono del battito cardiaco
fluttuavo in una danza lenta
Cresciuto, ho un analista tondo
nel suo lettino cerco la placenta.

“Dipendenza dallo psicoanalista”

Lo psicoanalista non va in ferie
sarebbe imperdonabile mancanza
come per un dentista che con la carie
aperta ti lascia, va a casa e pranza.
Un maestro di sci nel fuoripista
si stanca, ti lascia alle intemperie.
Il mio se la può scordare la vacanza
se non fornisce motivazioni serie.
Se vuole il mare, prima mi guarisca.
Lo tengo chiuso a chiave nella stanza.

Bibliografia

Fernando Bollino, ” Nuove lezioni di estetica” CLUEB Bologna 2011

Antonello Correale, “Memoria implicita, area traumatica e schemi emozionali”, on line in Gruppo di studio per il disturbo border line di personalità

Umberterto Eco, ” Trattato di semeiotica generale”, Boringhieri Milano 1975

Peter Fonagy, ” La mentalizzazione nella pratica clinica”, Raffaello Cortina  Milano 2010

Russel Meares,” Intimità e alienazione “, Raffaello Cortina Milano 2005

Claudio Neri, ” La nozione allargate di campo in psicoanalisi”, Rivista di Psicoanalisi 2007 vol. 1

Lucia Pancheri, ” Analisi della sensorialità nel romanzo il Profumo di Patrick Suskind”, On line in Psychomedia

Claudio Roncarati, “La fata fatua e lo psichiatra”, Co-edizione CFR – Alpes Roma 2011

Donald W. Winnicot,

  • “Gioco e realtà”, Armando Roma 1974
  • ” Dalla pediatria alla psicoanalisi, scritti scelti!”, Martinelli Firenze 1981
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Sab, 03/12/2011 - 14:25

L'esplorazione psicoanalitica del mondo interno del paziente che si dispiega nella relazione terapeutica tramite le vicissitudini del transfert e del contro-transfert, così come la specifica attenzione all' incontro tra mondo interno e realtà esterna, tra soggettivo ed oggettivo, fa si che il linguaggio psicoanalitico non possa essere solo quello della scienza, rivolto al misurare ,a stabilire rapporti causa-effetto e ad esporre  fatti oggettivi.

La psicoanalisi si è progressivamente dotata di un linguaggio relazionale, empatico, rivolto, per dirla con la fenomenologia, più al comprendere che non al capire,un linguaggio per  operare una rielaborazione del Mondo che sia affettiva prima che cognitiva, capace di fornire validazione e ri-conoscimento all' esperienza e di dare parole che sostengono il sè impegnato ad esperire.( Quando  si sta vivendo una esperienza, la mente procede per associazioni e sensazioni non potando contare su categorizzazioni della esperienza che è in corso) .

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Platone: il dialogo e la cura per la vita armoniosa

Gio, 01/12/2011 - 23:11

Presentazione del volume Platone, di Massimo A. Bonfantini. Dialogano con l’autore Leonardo Montecchi e Giampaolo Proni. Organizzano l’incontro la Scuola di prevenzione Josè Blegér e ZoneModa Rimini. Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Polo Universitario di Rimini. Rimini, venerdì 16 dicembre, ore 20:30 Provincia di Rimini, Sala del Buonarrivo Corso d’Augusto, 231

Massimo Bonfantini ha insegnato semiotica all’Università di Bologna, all’Università degli studi di Napoli – L’Orientale, e al Politecnico di Milano. E’ il maggiore studioso di Charles Peirce in Italia. Il suo percorso teorico nella disciplina semiotica e nella filosofia ha prodotto un disegno originale, ampio e rigoroso. Da una parte ha toccato, con la teoria dell’abduzione, il tema della logica dell’indagine scientifica, umanistica e della vita quotidiana. A partire da questo programma ha dato vita nel 1985, assieme al neurologo Renato Boeri, al Club Psòmega, una società di artisti, scienziati, filosofi per lo studio del pensiero inventivo e la pratica del vivere inventivo. Assieme ad Augusto Ponzio ha sviluppato con saggi e conferenze una teoria originale del dialogo. Da sempre personalmente impegnato in una visione e azione politica di utopia e progetto, la rilettura di Platone, primo maestro occidentale della ricerca sulla vita comune e sul fare umano, lo ha portato a un libro che è esso stesso un vivace dialogo, di piacevole lettura e affascinante ampiezza e profondità. Bonfantini ci offre l’esempio di una rilettura propositiva e dialettica del maestro che fondò la filosofia occidentale, e che mostra che la filosofia è discussione, dubbio e indagine, vita, e non contemplazione di assoluto o resa a inesorabili meccanismi della storia.

Leonardo Montecchi è psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Prevenzione Josè Bleger.

Giampaolo Proni insegna semiotica all’Università di Bologna, Polo di Rimini.

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Platone: il dialogo e la cura per la vita armoniosa

Gio, 01/12/2011 - 23:11

Presentazione del volume Platone, di Massimo A. Bonfantini. Dialogano con l'autore Leonardo Montecchi e Giampaolo Proni. Organizzano l'incontro la Scuola di prevenzione Josè Blegér e ZoneModa Rimini. Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Polo Universitario di Rimini. Rimini, venerdì 16 dicembre, ore 20:30 Provincia di Rimini, Sala del Buonarrivo Corso d'Augusto, 231

Massimo Bonfantini ha insegnato semiotica all'Università di Bologna, all'Università degli studi di Napoli – L'Orientale, e al Politecnico di Milano. E' il maggiore studioso di Charles Peirce in Italia. Il suo percorso teorico nella disciplina semiotica e nella filosofia ha prodotto un disegno originale, ampio e rigoroso. Da una parte ha toccato, con la teoria dell'abduzione, il tema della logica dell'indagine scientifica, umanistica e della vita quotidiana. A partire da questo programma ha dato vita nel 1985, assieme al neurologo Renato Boeri, al Club Psòmega, una società di artisti, scienziati, filosofi per lo studio del pensiero inventivo e la pratica del vivere inventivo. Assieme ad Augusto Ponzio ha sviluppato con saggi e conferenze una teoria originale del dialogo. Da sempre personalmente impegnato in una visione e azione politica di utopia e progetto, la rilettura di Platone, primo maestro occidentale della ricerca sulla vita comune e sul fare umano, lo ha portato a un libro che è esso stesso un vivace dialogo, di piacevole lettura e affascinante ampiezza e profondità. Bonfantini ci offre l'esempio di una rilettura propositiva e dialettica del maestro che fondò la filosofia occidentale, e che mostra che la filosofia è discussione, dubbio e indagine, vita, e non contemplazione di assoluto o resa a inesorabili meccanismi della storia.

Leonardo Montecchi è psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Prevenzione Josè Bleger.

Giampaolo Proni insegna semiotica all'Università di Bologna, Polo di Rimini.

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Pregiudizio e malattia. Funzione e Ruolo dei Pregiudizi nella Tossicodipendenza

Ven, 21/10/2011 - 11:57

“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.” A. Einstein

Premessa

Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato.

“La tossicodipendenza è un vizio, il tossicodipendente è un delinquente, è una vittima del sistema, è un individuo pericoloso, rappresenta la feccia della società, la tossicodipendenza è inguaribile, è la nuova marginalità sociale, la comunità terapeutica è l’unico sistema di cura , il metadone è la droga di stato, etc…”. Questi e tanti altri sono i luoghi comuni, i pregiudizi che circolano nella società occidentale intorno alla tossicodipendenza informando la cultura ed il pensiero comune.

Da questi pregiudizi derivano le condotte e i comportamenti dell’uomo della strada e non solo; anche gli operatori dei servizi specialistici deputatati alla cura e al trattamento delle dipendenze patologiche sono condizionati dal sentire collettivo.
In generale il pensiero comune oscilla tra il versante risolutivo – terapeutico a quello difensivo – stigmatizzante, in una sorta di altalena spinta dalle istanze socio-culturali ed economiche dominanti del momento.

Il senso comune si identifica con la cultura di un popolo e, in quanto tale, contribuisce a determinare le modalità di comportamento e gli atteggiamenti che adottiamo nelle relazioni. Anche i comportamenti nei confronti delle persone affette da dipendenza patologica sono dunque il riflesso della cultura di appartenenza. Di fatto succede poi che le diverse modalità di approccio, diventate teorie, costituiscono il substrato ideologico ed il terreno di cultura su cui si organizzano le risposte espulsive e segregative.

Spesso si pensa che la scienza condizioni la cultura ma questo è un pensiero unidirezionale; è un’ottica grossolana e parziale che non tiene conto della teoria della ‘circolarità dei sistemi’; poco si riflette su quanto la cultura condizioni la scienza. Nella cultura di appartenenza, nel corso del tempo e attraverso modalità su cui per ora non ci soffermiamo, si istituiscono i comportamenti compresi quelli che caratterizzano la relazione tra il tossicodipendente e l’altro. Molti fattori contribuiscono a strutturare i processi istituenti dei comportamenti che, a volte, possono diventare stereotipie culturali. Dall’altro, in considerazione della teoria secondo la quale l’interiorizzazione delle istanze istituzionali partecipa alla strutturazione della personalità, noi stessi diventiamo l’espressione ed il veicolo dei comportamenti adottati nella società.

E’ lecito e conseguente chiederci allora quale è la implicazione individuale e collettiva rispetto al ruolo e alla funzione dei pregiudizi istituiti nella cultura di appartenenza.

Date queste premesse, nel momento in cui ci si accinge ad una riflessione sulla rappresentazione e sul significato simbolico dei pregiudizi a livello culturale, comunitario e sociale è imprescindibile rimandare al rapporto che intercorre tra il senso comune e la scienza per scoprire correlazioni e interdipendenze davvero interessanti. A tal fine è significativo lo studio del linguaggio inteso nella sua funzione performativa e organizzativa dei comportamenti.

Ma analizziamo un problema alla volta.

Il primo punto è come e se la cultura e l’ideologia benpensante si insinuino nella cultura scientifica, nelle discipline di settore fino ad inficiare gli atteggiamenti ed i comportamenti degli stessi operatori socio sanitari senza che questi ne siano affatto consapevoli posto che nelle scienze sociali fino a quelle medico-psicologiche si ritrovano gli stessi contenuti stigmatizzanti e le stesse stereotipie espresse a livello sociale.

Sul piano manifesto ciò non è così evidente. Le istanze paradigmatiche sono camuffate, mascherate dai valori buonisti e perbenisti della cura tipici della società neo-liberale i quali, a loro volta, rimandano ai meccanismi di controllo biopolitico in senso foucaultiano del termine. Sia le stereotipie comportamentali sia quelle ideologiche contribuiscono a strutturare i fondamenti di base di teorie scientifiche spesso anche molto complesse, e possono costituire il presupposto fondante e il terreno di coltura su cui imperano le ideologie e le politiche di gestione e di controllo. E’ difficile accettare, riconoscere, smascherare gli intricati meccanismi di interdipendenza tra scienza e senso comune ma un lavoro in tal senso ci potrebbe aiutare per diventare consapevoli che anche le buone pratiche e la prassi nei servizi e nelle istituzioni di cura sono derivate da pregiudizi e intrise di moralismo .

Esiste tutta una ampia e copiosa letteratura sulle pratiche relative all’assistenzialismo e alla sicurezza, oggi più che mai diffuse e adottate nei contesti di cura, che legittimano e riconfermano approcci formalmente corretti. Se analizziamo questo materiale in un’ottica di disindentificazione e decostruzione dell’apparato concettuale di riferimento è interessante ritrovare i luoghi comuni e le espressioni verbali che rimandano allo schema di riferimento proprio a ciascuno di noi.

La dinamica della circolarità tra scienza, istituzioni e senso comune ci fa vedere come questi aspetti si condizionino reciprocamente tanto che i comportamenti e, in maniera retroattiva, i costrutti di alcune teorie scientifiche costituiscono l’uno il rinforzo dell’altro. Difficile è discriminare come e quale sia la componente che sostanzi e condizioni l’altra essendo questo processo una questione di punteggiatura e quindi arbitrario perchè relativo al punto in cui si inizia ad osservare il fenomeno oggetto di interesse.

Se siamo attenti ad analizzare i nostri comportamenti con questa lente diventa facile ritrovare dentro i servizi di cura, siano essi pubblici o privati, Ospedali, Dipartimenti di Salute Mentale, Dipartimenti di Dipendenze Patologiche o Comunità Terapeutiche, molti stereotipie stigmatizzanti che inquinano il processo terapeutico e nulla hanno a che fare con la ‘cura’.
Ma come riconoscere tutto questo? Una strada percorribile, come abbiamo già detto, potrebbe essere la decodifica del linguaggio e la decostruzione dei paradigmi comportamentali degli operatori laddove si ritrovano le istanze espulsive e pregiudiziali, troppo spesso negate o rimosse.

Molto ci sarebbe da dire sui giudizi che circolano in modo copioso nei servizi. Durante tutta la nostra formazione ci è stato insegnato che il giudizio è estraneo al lavoro terapeutico. Esso dovrebbe essere temuto da tutti coloro che si occupano dei processi di cura, soprattutto se la professionalità è definita dal termine ‘psichè’. Mi riferisco in particolare allo psicologo, allo psichiatra, allo psicoterapeuta, allo psicoanalista e a tutte le altre figure affini che operano nel privato sociale o nel terzo settore. Ma torniamo al nostro ragionamento.

Si è detto che per confermare l’ipotesi sulla eventuale presenza di pregiudizi nelle condotte dei sanitari si devono individuare i dispositivi atti a rilevarli. In questo senso si intende utilizzare il concetto dell’emergente , derivato dalla concezione operativa . Sono emergenti gli enunciati verbali significativi utilizzati nelle pratiche di cura che, interpretati secondo il modello della concezione operativa, rimandano ai contenuti latenti e impliciti che costituiscono lo schema di riferimento individuale e collettivo
( Ecro, secondo il modello della concezione operativa). In quanto tali le istanze latenti non sono coscienti agli operatori ma presumibilmente sono rimosse con meccanismi di scissione e di negazione.

“Tutti a lavorare. Ci vogliono le maniere forti. Saprei io come fare. Non è possibile trattare con quella gente. Non guariranno mai. etc…” sono le frasi più comunemente in uso anche tra tutti coloro che svolgono un ruolo di cura. Possiamo considerarli l’emergente dell’implicito che sottende agli atteggiamenti formalmente corretti del dell’operatore i quali, al contrario, rimandano a contenuti di rifiuto e di stigma del tossicodipendente di cui si è ampiamente detto a proposito dei pregiudizi.

Tutto ciò ha una ricaduta sui pregiudizi interiorizzati dai soggetti affetti da dipendenza patologica. La autopercezione si modifica al punto che lo stesso pregiudizio, espresso a livello sociale, partecipa prepotentemente alla strutturazione e alla rappresentazione della immagine e, in ultima analisi, alla costruzione del Sé dello stesso tossicodipendente .

Egli si identifica con gli stereotipi della collettività e del senso comune tanto da non percepirsi come persona malata e bisognosa di trattamento sanitario bensì come criminale. Anche qui se analizziamo il linguaggio appare curioso con quanta frequenza il tossicodipendente, rivolgendosi all’operatore sanitario o di comunità all’interno di un trattamento, usi frasi del tipo “mi spiace, anche questa volta mi sono comportato male o non ho fatto il bravo” intendendo in tal modo giustificarsi per l’uso recente di sostanze stupefacenti. Adotta lo stesso linguaggio e lo stesso percepito che detta il senso comune, che utilizza il benpensante così come è diffuso dall’ideologia dominante. L’istanza di base permane di fatto di stampo moralistico.

E’ pertanto difficile credere che non ci sia una stretta interdipendenza tra questi fenomeni. Se li osserviamo in relazione al costrutto concettuale della concezione operativa e della teoria sistemica, questi fenomeni ci rimandano all’ipotesi già espressa all’inizio per cui il tutto si configura come un processo governato e determinato da un meccanismo di circolarità che si autoconferma e si riproduce.

I pregiudizi negli operatori, nella famiglia e nel tossicodipendenteinformano la nostra idea di malattia. Funzione e ruolo

Si è visto come i pregiudizi e gli stereotipi si cristallizzano nelle strutture linguistiche; ora è doveroso analizzare come a poco a poco si attribuisce loro una valenza scientifica ed una coerenza logico-formale invadendo i vari contesti di vita e di cura per chiederci quale sia il senso di tutto ciò. In questo caso analizziamo il rapporto tra lo psichismo individuale e il sistema sociale nell’ottica di una psicologia sociale che si interroga anche sui complessi rapporti tra ideologia dominante e i processi psichici, sul concetto di malattia e di cura in quanto derivato storico e sociale .

Si è detto che i pregiudizi esistono in tutti noi e in parte contribuiscono a strutturare la nostra soggettività; ne deriva che anche la nostra idea di malattia ne è in gran parte condizionata così come le modalità di trattamento e di cura conseguentemente messe in atto.

La rappresentazione della dipendenza patologica da sostanze tossiche è derivata da rappresentazioni simboliche, in parte di derivazione moralistica e in parte scientifica, e sostenuta da teorie di stampo organicista e psicologista. Queste stesse rappresentazioni, che includiamo nella categoria degli stereotipi, si riversano sull’immaginario collettivo fino ad interessare gli stessi soggetti, le famiglie, gli operatori e perfino gli studiosi e gli scienziati del settore.

Sappiamo che questo fenomeno è ricorrente nella storia; basta ripensare alle teorie lombrosiane che hanno sostenuto “scientificamente” la tesi per cui esiste una correlazione tra il ‘cafone brigante’ e certe conformazioni antropo-morfologiche, oppure alle teorie sulla ‘purezza della razza ariana’ per ritrovare quale e quanta interdipendenza esista tra scienza e politica e verificarne poi gli effetti tragicamente nefasti che ne sono scaturiti .

Ma torniamo ai pregiudizi per valutare quanto incidono sulla nostra vita oggi. Facendo parte strutturalmente del nostro linguaggio dobbiamo, per la natura performativa dello stesso, comprenderne la struttura, la cristallizzazione e la istituzionalizzazione all’interno dei nostri comportamenti. E dall’altro studiare come si realizza il processo, inconsapevole, attraverso cui trasformiamo i pregiudizi in principi teorico-scientifici attribuendo loro il carattere feticistico della razionalità e della scientificità. Ed il gioco è fatto.
A ben vedere però le teorie così dette ” scientifiche ” sul consumo, abuso di droghe sono spesso decontestualizzate e totalmente prive di una cultura storicizzante. Si assiste infatti nella scienza ufficiale ad una sorta di generalizzazione di stampo riduzionistico ed omologante, in una sorta di conformismo globalizzante, dove si perdono le specificità culturali di comunità e di culture con approcci religiosi, magici e simbolici diversi .

Si pensi ad esempio ai rituali della transe e a molte liturgie sciamaniche dove la peculiarità ed il senso di taluni comportamenti, sono spesso legati all’assunzione di droghe. Ma ciò ha un senso ed un valore all’interno di quelle stesse culture, diverse dalla nostra, su cui non è lecito alcuna interpretazione né giudizio pena l’assunzione di un atteggiamento etnocentrico-eurocentrico veramente imbarazzante. Va infatti sottolineato come il rapporto tra cultura e sostanze psicotrope, nei contesti “altri”, è perfettamente integrato ed integrante e non è lecita alcuna interferenza di stampo neocoloniale che legittimi interpretazioni ed interventi di tipo repressivo.

Al contrario, nella cultura occidentale, si sono create nuove credenze e nuovi miti scientifici, del tutto astorici e acontestuali, che hanno selezionato e strutturato un linguaggio congruo e adeguato per sostenere in modo assoluto e acritico solo la condanna all’uso di psicotropi con poca attenzione al ruolo che questo comportamento gioca all’interno della cultura occidentale in questo periodo storico e alle nostre latitudini. Questa mancanza o meglio questo evitamento di comprensione è l’altra faccia del pregiudizio che, nel divieto e nella condanna, diventa paradossalmente elemento di rinforzo alla condotta tossicomanica contro cui il potere istituito dichiara di voler “combattere”. ( Interessante il linguaggio mutuato dal gergo militarista, machista e guerrafondaio)
Come meta del nuovo pellegrino laico, che assume un atteggiamento di sudditanza e di acritica acquiescenza rispetto a tutto ciò che viene mistificato sotto l’egida della scienza, nasce così la ‘teoria scientifica’ a cui fa seguito tutta una abbondante produzione di articoli scientifici, libri, convegni, protocolli di cura, farmaci, trattamenti e formazione di personale specifico con tutto il relativo business. Accade per la tossicodipendenza, così come per la malattia mentale e la malattia in genere: il concetto di malattia è strutturalmente implicato e inficiato dall’ideologia corrente o, come si diceva una volta, dominante.

La scienza e la religione si mettono al servizio dell’ideologia e ricercano un linguaggio, dei modelli esplicativi per giustificarla. Non esiste una scienza neutra e non implicata da qualcosa altro da sé.

Confusi e distratti da tutto ciò si perdono di vista gli elementi estremamente importanti che sottostanno all’ideologia stessa. Ad esempio i processi economico-produttivi che regolano la società e la comunità globale i quali, a loro volta, determinano e guidano le scelte in tema di politica sanitaria. Non si può infatti tralasciare né dimenticare che esistono processi economici, finanziari e commerciali che fanno della droga un mercato che, in quanto tale, è regolato dalla dinamica della domanda e dell’offerta.
E’ talmente ovvio e banale ma vale la pena ricordare che la droga si vende e si acquista; c’è un utile e un interesse economico non solo nell’ambito dell’illegalità ma anche in quello legale che troppo spesso si evita di prendere in considerazione.
Le istituzioni di cura e di ricerca scientifica, le case farmaceutiche, i servizi sanitari con tutto l’organico di persone che vi operano, gli organi di polizia, le commissioni parlamentari, gli studiosi del settore sono tutti coinvolti in un circuito economico che, a prescindere dal mandato istituzionale, rappresenta un sistema di interesse speculativo a sé stante e autoalimentatesi.
Si deve assolutamente conoscere e pensare a ciò con serenità… ma anche con spirito critico. Noi, operatori dei servizi addetti alla cura, dobbiamo contribuire a smascherare queste dinamiche e i falsi miti per non diventare gli sciamani o i sacerdoti di questa ideologia che ci ripugna.

Affrontare queste tematiche significa porre una serie di problemi che debbono essere inquadrati nell’ambito della psicologia sociale, al fine di dare una risposta al quesito sulla funzione ed il ruolo del pregiudizio. Quale è il rapporto di circolarità esistente tra il sentire comune e la cultura istituita all’interno del sistema?

Pensiamo che la funzione svolta dal pregiudizio sia quella di evitamento e copertura del conflitto, in ambito sociale ed individuale, con la conseguente incapacità a gestire l’ansia che ne consegue. Il conflitto assume diverse valenze, si manifesta con diverse sembianze e si colloca in diversi ambiti.

Implica questioni di potere e di dominio non risolto che un certo tipo di società ha tutto l’interesse a mantenere tale senza determinarsi in una risoluzione di cambiamento.

Facciamo riferimento al conflitto intrapsichico per ciò che attiene alla dinamica tra la pulsione di vita e la pulsione di morte che l’individuo non riesce più ad elaborare o, ancora peggio, con cui non riesce neanche a confrontarsi.

Facciamo riferimento al conflitto generazionale tra i padri (assenti, evaporati nel loro ruolo classico ma tuttavia ancora presenti in qualche modo) e i figli, in cui l’assenza di una elaborazione costante sul limite e sulla castrazione produce confusione e incapacità nell’espressione del desiderio, con tutti i conseguenti problemi nello strutturare legami e vincoli tra sé e l’altro.

Facciamo riferimento al conflitto sociale tra una maggioranza della popolazione sempre più impoverita e sfruttata e la sua controparte che gode di un aumento esponenziale della concentrazione della ricchezza nelle proprie mani.

Facciamo infine riferimento all’appiattimento del conflitto di genere dove tutto tende a ricomporsi in una sorta di recupero della mitologia del maschio padrone, sultano, che si circonda di belle odalische beate della sua presenza.

E’ lecito pertanto ipotizzare che la condizione di dipendenza da sostanze tossiche possa essere un sintomo, un indicatore, che segnala tutte queste difficoltà e sofferenze laddove una società non è più in grado di gestire le esigenze dei singoli e delle comunità né di corrispondere ai bisogni di base. Allo stesso modo può costituire anche, in quanto emergente, il punto di partenza di analisi socio-istituzionali sulla complessità e sulle contraddizioni all’interno del nostro vivere quotidiano. Questa incapacità d’altronde non è una conseguenza casuale bensì organizzata e pianificata rispetto al sistema di valori che la società persegue. Attraverso il processo di codificazione, di reificazione e di mercificazione essa lascia intravedere e sviluppare i nuovi miti che sono il consumo e la produzione, funzionali al sistema capitalista post-moderno.

L’ indicatore di benessere sociale, cui si tende attualmente a fare riferimento per rilevare l’andamento e lo stato di salute del singolo e della collettività, è la capacità di acquisto di beni di consumo. L’equazione è semplice: più compri e più sei felice. Essa diventa assioma e quindi unità di misura dello status sociale e della felicità.

Ne consegue l’effetto paradosso per cui lo stesso schema indica sia il percorso di guarigione sia il percorso che fa ammalare. ‘Comprare la droga’ e ‘comprare le cose’ è giusto perché fa stare bene, dà felicità.

Queste frasi che diventano poi comportamenti hanno un comune denominatore nell’acquisto; cambia l’oggetto ma permane l’identificazione tra acquistare ed essere felici. Non importa se nel caso degli stupefacenti ciò che acquista è una felicità chimica. D’altronde l’ipotesi che la teoria consumistica sia alla base di un processo di autodistruzione e di trasformazione antropologico-sociale è da molti autori già da tempo sostenuta ed elaborata seppure poco accolta e condivisa ( cfr. P. P Pasolini).
Questa complessità ed ambiguità è funzionale alla società dei consumi capitalistica postmoderna che, essendo determinata da istanze economiche e produttive, deve soprattutto rispondere a logiche di mercato.

Le droghe sono innanzitutto oggetto di consumo, merce da immettere nel mercato, anche e soprattutto quando assumono forme e sembianze riparatrici, di cura, come nel caso dei farmaci sostitutivi o agonisti degli oppiacei. La società occidentale ne fa un largo uso nei servizi specialistici, fino a celebrarne le qualità terapeutiche forse in modo esagerato seppure non è lecito misconoscerne la indubbia utilità. E questo con grande piacere e riconoscenza da parte delle case farmaceutiche produttrici. Poi il mercato si affina, assume altre forme e si insinua dentro ciò che di primo acchito potrebbe sembrare lontano da una logica produttivista e mercantile, fino a corrompere il trattamento psicoterapeutico che d’altro canto continua a proliferare in una molteplicità di approcci, troppo spesso approssimativi e selvaggi.

E’ lecito chiedersi se l’operatore sanitario, che prescrive farmaci o fa psicoterapia, sia consapevole del giro d’affari in cui è implicato o, se ingenuamente, sia preso in un circuito di cui spesso ignora la portata in termini di volume di capitale economico-finanziario coinvolto.

Se invece si osserva il fenomeno della dipendenza patologica dal punto di vista comunitario e ci si avvale anche delle conoscenze di discipline antropologico-sociali si può ipotizzare che la dipendenza da sostanze tossiche sia una risposta al malessere di chi non si riconosce in meccanismi sempre più alienati e alienanti.

Il piacere, o meglio il divertimento, si trasforma in una industria e si assiste al proliferare di aziende deputate ad organizzare la grande mistificazione per cui esistono addetti alla realizzazione della grande orgia pianificata del divertimentificio. Questi non-luoghi del divertimentificio diventano il rifugio-cuccia di chi non ha molte prospettive per il futuro in termini di pienezza dell’essere, di chi non sa cosa è il piacere profondo, di chi ha perso la capacità di stare in relazione perché vive in una società sempre più individualista dove è facile perdere il contatto con se stesso e con l’altro.

D’altra parte però l’inganno, o meglio l’ambiguità insita nelle sostanze psicotrope, sta nel fatto che la droga può assopire o eccitare facendo perdere il contatto con le proprie emozioni di scontento e di ribellione. Si determina così un effetto paradosso: il sistema dichiara su un piano manifesto di voler cambiare le cose, poi di fatto mantiene il proprio equilibrio proprio grazie agli effetti determinati dalle sostanze psicoattive sulla popolazione giovanile, addormentandola o distraendola.

Il fine dichiarato nelle politiche sanitarie o preventive è di modificare un certo modo di vivere e di stare al mondo, nei fatti questa politica in genere e l’approccio sanitario lo favorisce o addirittura lo incrementa. Vanno letti e interpretati in tal senso i processi e le economie di alcuni zone del mondo che si reggono sulla produzione e sulla lavorazione delle sostanze primarie di base, le guerre, comprese quelle umanitarie che rispondono sempre a logiche di mercato e di produzione, per poi arrivare al business delle politiche repressive e di cura.

I soggetti, i gruppi , le istituzioni e le comunità sono lo specchio di un sistema produttivo.

Rompere l’adattamento ad un dogma, dare spazio alla critica del pregiudizio e aprire una riflessione ampia su tale complessità diventa disfunzionale al sistema vigente e viene perciò censurata ed evitata. Il sistema pianifica la riproduzione ideologica di istanze e di contenuti ritenuti funzionali per mantenere incontaminata la logica economica ed efficientista su cui si fonda e si perpetra il sistema capitalistico post moderno, su cui poi si instaura la ripetizione, la stereotipia dei pregiudizi.

Riteniamo che l’unico modo per contrastare e arginare questo meccanismo sia cooperare e pensare assieme. Le situazioni conflittuali e i certi meccanismi debbono essere pensati al fine di ‘trasformare in dialettiche le situazioni dilemmatiche’, come diceva Pichòn Rivere. La distruzione degli stereotipi ci potrà permettere di uscire dal pensiero conformista e dalla prigione che blocca i sentimenti e la creatività e, in quanto operatori, intacca il nostro ruolo di promotori di un cambiamento sia sul versante individuale che su quello comunitario e istituzionale.

In tal modo si può recuperare quella soggettività e quella funzione etica che, a nostro parere, costituiscono parte integrante e indissolubile della funzione di un operatore delle dipendenze patologiche e dei servizi sanitari in generale. Sappiamo che questa posizione potrebbe non essere condivisa da molti e potrebbe essere avversata con l’affermazione per cui tale approccio rappresenta un atteggiamento e un modo spurio di pensare al proprio lavoro.

Noi però rivendichiamo proprio questa specificità, la nostra prospettiva partigiana e l’implicazione etica di tutti coloro che svolgono lavori di cura, in particolare nel settore della salute mentale e delle dipendenze patologiche. Questo campo di intervento comporta di necessità competenze e contaminazioni di tante discipline quali quelle sociali, antropologiche, mediche, tossicologiche, culturali e filosofiche tra cui valutazioni e scelte di carattere etico.

Ma in ultima analisi esiste una professione o un ruolo che si possa esimere dal considerare anche le questioni etiche? Pensiamo decisamente di no.

Se accettiamo e affermiamo che la prevenzione è la scienza del ‘progettare, comprendere ed analizzare le cause multifattoriali della malattia e della salute’, allora dobbiamo assolutamente ribadire la necessità di una riflessione continua sui sintomi della salute come punto di forza per provocare il cambiamento, quel cambiamento che rappresenta il fine ultimo verso cui tende proprio la prevenzione stessa.

Noi operatori, assunti coscientemente il ruolo e il compito che siamo chiamati a svolgere dalla società, dobbiamo senza timore schierarci. O si va nella direzione radicale e vera di un agire per il cambiamento, quindi prevenzione e produzione di salute o si implode nella gestione della malattia che equivale a essere produttori di morte.

Bibliografia

Bauleo J. Armando, Ideologia , gruppo e famiglia, Feltrinelli;
Curcio R, Razzismo ed indifferenza, Sensibili alle foglie;
Deleuze G. e Guattari F., L’Anti – Edipo, Einaudi ;
Fouacault M. , Le parole e le cose, Rizzoli;
Boumard P, Lapassade G, La normalità della dissociazione, Sensibili alle foglie;
Bateson J , Ruesch J, La matrice sociale della psichiatria, Il Mulino;
Bleger J, Psicoigiene e psicologia istituzionale, Lauretana ;
Freud S, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Feltrinelli;
Lourau R, La chiave dei campi, Sensibili alle foglie;
Pasolini P.P, Lettere luterane,Einaudi;
Recalcati M., L’uomo senza inconscio, Cortina;

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Pregiudizio e malattia. Funzione e Ruolo dei Pregiudizi nella Tossicodipendenza

Ven, 21/10/2011 - 11:57
"E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio." A. Einstein
Premessa

Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato.

"La tossicodipendenza è un vizio, il tossicodipendente è un delinquente, è una vittima del sistema, è un individuo pericoloso, rappresenta la feccia della società, la tossicodipendenza è inguaribile, è la nuova marginalità sociale, la comunità terapeutica è l'unico sistema di cura , il metadone è la droga di stato, etc...". Questi e tanti altri sono i luoghi comuni, i pregiudizi che circolano nella società occidentale intorno alla tossicodipendenza informando la cultura ed il pensiero comune.

Da questi pregiudizi derivano le condotte e i comportamenti dell'uomo della strada e non solo; anche gli operatori dei servizi specialistici deputatati alla cura e al trattamento delle dipendenze patologiche sono condizionati dal sentire collettivo.
In generale il pensiero comune oscilla tra il versante risolutivo - terapeutico a quello difensivo – stigmatizzante, in una sorta di altalena spinta dalle istanze socio-culturali ed economiche dominanti del momento.

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La comunicazione sociale diviene spazio psicopatogeno: ripensare la terapia in modo da contenere o eludere gli effetti schizogeni dell'Infosfera sociale.

Mar, 06/09/2011 - 13:41

La definizione di malattia mentale, come la definizione delle strategie terapeutiche deve tenere conto dell'intreccio sempre più stretto tra patogenesi e forme della relazione sociale. Forme che in altri tempi avremmo definito psicotiche sembrano oggi disegnare l'orizzonte dell'agire collettivo.

La stampa e la televisione ci informano del fatto che uno studente si presenta alla Virginia Tech University e uccide a rivoltellate una trentina dei suoi compagni per vendicarsi della solitudine di cui è sempre stato circondato. Siamo informati del fatto che i dipendenti della Telecom France si uccidono a decine perché non riescono più a sopportare l'accelerazione dei ritmi produttivi, l'insicurezza del posto di lavoro, la frenetica girandola della flessibilità. Siamo informati del fatto che diciannove giovani arabi si uccidono precipitandosi a bordo di aerei di linea contro le torri gemelle del WTC di Manhattan. Ma sembra che si tratti di casi isolati, esplosioni immotivate di follia o fanatismo criminale integralista. possiamo anche ammettere che si tratti di follia e di fanatismo criminale integralista. Ma se il fanatismo integralista cresce in proporzione diretta con l'umiliazione subita, la follia non è più un fenomeno eccezionale, bensì una patologia di massa che si diffonde come conseguenza del supersfruttamento cui è sottoposta la mente e il sistema nervoso della collettività. E il suicidio tende a diffondersi sempre più ampiamente quando il cervello collettivo non vede più alcuna via di scampo.

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Campagna per una psicopatologia non statistica, l'adesione del Centro Studi e Ricerche Josè Bleger

Ven, 12/08/2011 - 14:59
Il Centro Studi e Ricerche Josè Bleger, Scuola di Prevenzione, condivide la campagna partita da Barcellona per una psicopatologia non statistica (della quale pubblica, in calce, il Manifesto tradotto). Il DSM è un codice di classificazione che raggruppa sintomi in sindromi cliniche. L'idea di fondo è il riduzionismo biologico che a sua volta è una condizione necessaria per l'industria farmaceutica . In fatti i farmaci hanno bisogno di indicazioni precise e non vaghe. Tuttavia la clinica dimostra che l'efficacia di un trattamento psicofarmacologico è una efficacia simbolica. L'efficacia reale è sempre subordinata all'efficacia simbolica.
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Istituzioni sanitarie ed inversioni ad U

Mer, 10/08/2011 - 15:52
Questo contributo vorrebbe, attraverso la condivisione del resoconto che segue, stimolare la riflessione intorno alla tortuosità che assumono certi percorsi macroistituzionali nell’ ambito delle politiche sanitarie. 

Il settore di intervento è quello delle Dipendenze Patologiche, il riferimento spaziale è il territorio regionale delle Marche.

All’interno di questo inquadramento, inaspettatamente, qualche anno fa, a livello dei vertici decisionali regionali si è consolidato un movimento volto a produrre e a sostenere interventi organizzativi ed operativi costruiti secondo il paradigma della complessità; inaspettatamente, in quanto questo orientamento cozzava con la storia precedente di un settore, quello delle Dipendenze Patologiche, che era stata sempre caratterizzata, come d’altra parte su tutto il territorio nazionale, dallo stigma della scarsa importanza, della scarsa significatività e dei “ brutti, sporchi e cattivi”, assegnato agli utenti dei Servizi, e anche agli operatori; ma l’elemento di sorpresa era dato anche dal fatto che l’orientamento medesimo è stato poi accompagnato da un’attenzione effettiva e forte posta dagli stessi vertici all’ottenimento dei risultati attesi, e questa determinazione non era affatto scontata.

Improvvisamente, però, ecco che si presentano recentissime manovre che sembrano voler restaurare l’ordine della disattenzione istituzionale alla gestione dei fenomeni complessi che caratterizzano questo ambito di intervento sociosanitario.

In un batter d’occhio, infatti, è stata approvata pochi giorni fa una legge di riordino del sistema sanitario regionale che vede la soppressione delle Zone Territoriali e la configurazione della gestione del territorio della regione in cinque Aree Vaste.

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La Teoria del vincolo: Marta De Brasi al seminario della Josè Blégher

Gio, 28/04/2011 - 21:24

La teoria del Vincolo: sarà la dottoressa Marta De Brasi l'ospite del seminario organizzato dalla Scuola di prevenzione Josè Blégher di Rimini. Da Buenos Aires, Marta De Brasi è autrice di numerose pubblicazioni e, tra l'altro, ha curato "Psichiatria sociale e Psicoigiene", 1992, pp.140, testo che ha inaugurato la collana "I sintomi della salute", a cura della Scuola di Prevenzione Josè Bléger, per i tipi di Pitagora editrice, Bologna. Il seminario, aperto al pubblico e gratuito, si terrà dalle 16 alle 19 di venerdì 27 maggio  presso l'Hotel Imperial Beach, via Toscanelli, 19, Rimini.

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«Implicazione», un seminario intensivo della scuola di prevenzione José Bleger a Riminii

Dom, 20/03/2011 - 19:44
L'implicazione è il vincolo con l'istituzione. In questo seminario intensivo vogliamo interrogarci su questo concetto a partire da come siamo implicati nella pratica e nella teoria.
Hotel Imperial Beach, via Toscanelli, 19, Rimini Programma Venerdì 1 aprile

ore 15,30 Registrazione dei partecipanti e formazione dei gruppi operativi
ore 15,45 Introduzione al seminario di Tomas Von Salis
ore 16 Tavola rotonda
coordina Massimo De Berardinis
relazioni di Remi Hess, Renato Curcio, Leonardo Montecchi, Massimo Mari.
Ore 17,30 Pausa
ore 18 – 19,30 Gruppi operativi

Sabato 2 aprile

ore 9,30 Tavola rotonda
coordina Loredana Boscolo
relazioni di Federico Suarez, Patrick Boumard, Nicola Valentino, Patrice Ville
ore 11,30 pausa
ore 12 – 13,30 gruppi operativi
ore 13,30 pausa pranzo
ore 14,30 – 17 assemblea finale

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Avatares de la Clinica: introduzione al seminario «Psicanalisi e psicofarmaci» a Rimini

Mar, 16/11/2010 - 19:39
Questa occasione ci permette una operazione molto significativa, che consiste nella ripresa del dialogo tra paradigmi conoscitivi relativamente ai temi che attengono alla Psichiatria.

Mi sembra importante affermare con chiarezza la necessità di riattivare tale dialogo e di riproporre l’avvio agli approfondimenti che ne conseguono, proprio in questo momento storico, politico e culturale.

In questa nostra Italia abbiamo assistito alcuni decenni fa al parto della riforma psichiatrica più avanzata del mondo, ed alcuni di noi hanno anche contribuito a produrla, e a renderla effettiva ed operativa.

Nelle maglie di tale trasformazione, che aveva assunto per certi aspetti una configurazione rivoluzionaria, si intravedeva la promozione di una concezione concettuale complessa e transdisciplinare intorno alla sofferenza psichica, che permetteva di pensarla come un fenomeno che poteva modificarsi e cambiare, per via della sua interazione con i contesti, tra i quali si diceva giocassero un ruolo essenziale quelli istituzionali dell’intervento trattamentale.

In questa stessa nostra Italia stiamo oggi assistendo in questo ambito ad un potente movimento restaurativo e reazionario, che promuove la rincorsa verso assetti istituzionali nuovamente rigidi e totalizzanti, e che è basata su cognizioni culturali e pseudoscientifiche , prese molto spesso in prestito da forme di pensiero sviluppatesi in altri paesi, che tendono a semplificare la lettura dei problemi psichici e psichiatrici, a ridurli, a riferirli di nuovo ad un campo che è quello squisitamente fenomenico – fattuale, e a riportarli a manifestazioni che meramente emergerebbero da una sfera biologica isolata dagli ambiti in cui si produce e si esprime, e che, di conseguenza, presenterebbero possibilità di risoluzione e di cambiamento molto ridotte.

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Necessità di un Approccio Transdisciplinare nel Futuro della Psichiatria: Psicoterapia, Farmacoterapia e Trattamento Combinato

Mar, 16/11/2010 - 19:05
Innanzitutto grazie è per la vostra presenza. è un onore ed un piacere perme poter condivídere questa conferenza, che riassume il mio lavorodi molti anni ed anche quello di vari autori di diverse discipline,con professionisti della terra di mio padre e dei miei nonni.

Questo incontro non sarebbe stato possibile senza la collaborazione dei mieiamici e colleghi i dottori, Massimo De Berardinis di Firenze, Massimo Mari di Jesi, e Leonardo Montecchi di Rimini; neppure possiamo dimenticare il nostro amico e maestro, il professor Armando Bauleo diBuenos Aires, grazie al quale ci siamo conosciuti.

Come preambolo possiamo dire che noi professionisti della salute mentale, vista la complessità del nostro lavoro quotidiano, siamo ancora in un momento nel quale numerose scuole, anche se non tutte,contínuano ad alimentare una contrapposizione drastica tra quanti ritengono che le cause dei diversi disturbi mentali siano da ricondurre solamente a problematiche di ordine genetico e biologico e quanti ritengono invece che le cause dei disturbimentali siano da ricondurre solamente all'azione delle variabili  ambientali.

Questa discussione conduce è molte volte ad assumere posizioni radicali suimetodi diagnostici e terapeutici: o tutto è biologico e èfarmacologico, o tutto è ambiente socio-culturale e la suainterpretazione. Cosí il trattamento psicofarmacologico, la terapíacognitiva, la terapia psicoanalitica ed altri approcci terapeutici,finiscono spesso con l'entrare in contrapposizione tra loro senzaalcun tentativo di apprendimento reciproco come invece potrebbeavvenire attraverso un lavoro transdisciplinare.

Occorretuttavía riconoscere che ci sono stati, e ci sono, diversi autoriche hanno tentato un approccio a questa complessitá senza squalificare, né subordinare una disciplina all'altra.

In questa conferenza intitolata "Necessità di un Approccio Transdisciplinare nel Futuro della Psichiatria:Psicoterapía, Farmacoterapía eTrattamento Combinato" farò prima una breve è introduzionestorica relativa a questa problemática, è quindi misoffermerò su è un disturbo specifico, è rappresentato dai quadridepressivi, dove vedremo come è le più recenti è e èsignificative è ricerche sugli aspetti è fisiopatologicie terapeutici risolvono, almeno in parte, questa problematica; daultimo presenterò le proposte per il lavoro clinico e terapeutico.

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