Scuola di prevenzione José Bleger Rimini

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Scuola di prevenzione, psicanalisi operativa e concezione operativa di gruppo.
Aggiornato: 3 giorni 16 ore fa

L’Istituzione implicata. Istituzione, implicazione e ideologia.

Mer, 17/04/2013 - 09:41

Di Daniela Barazzoni, Yuri Gidoni, Anna Maria Marinelli e Lorenzo Sartini

Il lavoro qui presentato è stato realizzato da uno dei gruppi di ricerca all’interno del Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” di Rimini; nasce dalla necessità di interrogarsi sui fattori che favoriscono o limitano le collaborazioni fra le istituzioni che, a vario titolo e con metodologie diverse, si attivano per promuovere e realizzare interventi di prevenzione in ambito socio-sanitario.

Se prendiamo le mosse dalla “Teoria degli ambiti” di Bleger tale studio si colloca nell’ambito istituzionale, seppure nel corso del processo di ricerca più volte ci siamo chiesti se la sua collocazione fosse corretta o se dovessimo rivalutarla per inserirla nell’ambito comunitario.

L’applicazione della metodologia della concezione operativa ha accompagnato costantemente il nostro lavoro, in una continua tensione dialettica tra il fare ed il pensare; ha attraversato in modo trasversale il compito, il setting, i ruoli ed il nostro gruppo interno ed esterno. La complessità di un oggetto di studio fortemente collegato alle tematiche della ideologia e dell’implicazione rispetto ai ruoli ci ha portato a creare un dispositivo che permettesse una sorta di dissociazione strumentale per leggere, comprendere come queste tematiche agissero anche all’interno del gruppo di ricerca. Lavorare intorno alla questione dell’implicazione, soprattutto, è risultato particolarmente ostico: il problema si è posto fin dall’inizio, ma solamente alla fine del percorso è stato possibile recuperarlo in tutta la sua pregnanza e rielaborarlo.

Un ultimo breve cenno, poi, va dedicato alla scelta di scrivere insieme, alla ricerca di una scrittura collettiva come ennesima sintesi di produzione gruppale, come ricombinazione di elaborati individuali, tante volte rimaneggiati dall’altro da non riconoscere più quale fosse il pezzo di ciascuno. Una pratica difficile ed entusiasmante allo stesso tempo.

Dal metodo alla ricerca Teorie di riferimento

Il laboratorio di ricerca ha utilizzato una metodologia basata fondamentalmente sul concetto di abduzione, sulla concezione operativa e sull’applicazione di un pensiero auto-riflessivo rispetto al processo del gruppo di lavoro che abbiamo chiamato ‘metaricerca’.

Nell’inferenza di tipo abduttivo si produce un’ipotesi per provare a dare una spiegazione di un fatto osservato: si parte da un evento, o fatto sorprendente e, considerando che potrebbe dipendere da una legge d’implicazione (del tipo seallora) particolare, se ne fa derivare una possibile causa, ovvero l’assente possibile. La conclusione del ragionamento di tipo abduttivo è un’ipotesi, ossia una possibilità che deve essere sottoposta a verifica. L’ipotesi, nella concezione di Charles Sanders Peirce, da cui deriva tale pensiero, deve essere considerata come una domanda che, richiedendo una verifica, cerca una teoria. Tenendo presente che durante la ricerca sarà sempre possibile avere nuove intuizioni e formulare nuove ipotesi, rispetto all’oggetto della ricerca, che dovranno successivamente essere vagliate.

L’abduzione è dunque un azzardo poiché, pur fondandosi sulle premesse del ragionamento, non si configura come pura ripetizione del contenuto delle premesse medesime, come avviene negli altri due tipi di inferenza (deduzione e induzione), bensì come ricomposizione di tale contenuto semantico (M. A. Bonfantini e G. Proni, To guess or not to guess?, p. 152): anche con premesse valide la conclusione potrebbe risultare falsa. Questo rischio è il prezzo che viene pagato a fronte del forte potenziale creativo proprio dell’abduzione: questo tipo di argomentazione, in effetti, non si fonda sul ragionamento logico meccanico quanto sull’interpretazione del dato o ‘risultato’, che viene motivato facendo leva su un principio generale (o legge-mediazione). È l’elemento interpretativo che connota l’inferenza abduttiva come rischiosa, in quanto non è detto a priori che sia proprio la legge-mediazione che si ipotizza ad essere motivo dell’effetto sorprendente osservato.

Per quanto riguarda la concezione operativa di gruppo ci si è focalizzati soprattutto sui concetti degli teoria degli ambiti, di ECRO e di inquadramento.

Verso la metà degli anni sessanta José Bleger teorizza che qualsiasi forma di progetto e di intervento debba essere pensato considerando l’individuo nella sua costante relazione con i diversi ambiti nei quali è inserito: l’ambito individuale (da ritenersi astratto, in quanto non si può pensare una persona come completamente svincolata dal contesto); l’ambito gruppale (nelle relazioni con gli amici, con i familiari, con i colleghi); l’ambito istituzionale (nelle dinamiche familiari, lavorative); l’ambito comunitario (nel contesto paesano, cittadino, nazionale). Recentemente Leonardo Montecchi ne ha proposto un quinto, l’ambito globale (o sociale), che racchiude i precedenti ed è legato al fenomeno della globalizzazione, dello spostamento continuo, attraverso gli stati, le nazioni, di persone e di merci. Esiste una comunità globale che permea qualsiasi cosa, per cui diventano molto più fragili i legami, gli affetti tra le persone, mentre aumenta massicciamente l’invasività dei prodotti e delle merci.

ECRO è un acronimo che sta per Esquéma conceptual de riferimento y operativo (Schema Concettuale di Riferimento e Operativo) ed Enrique Pichon-Rivière, da cui deriva tale concetto, lo descrive così: La didattica interdisciplinare si basa sulla preesistenza in ognuno di noi di uno schema di riferimento (insieme di esperienze, conoscenze e affetti con i quali lindividuo pensa e agisce) che acquista unità attraverso il lavoro in gruppo e che a sua volta produce in quel gruppo o comunità uno schema di riferimento operativo, sostenuto dal comune denominatore degli schemi precedenti (1971).

Per inquadramento, sinteticamente, s’intende: Questi elementi: spazio, tempo, ruolo, compito o compiti costituiscono la cornice che ci permette di ritagliare lingresso nella dimensione gruppale. Questa cornice delimita un campo in cui si producono degli eventi che appartengono al processo di gruppo(Montecchi L., 2000).

Con il termine di meta-ricerca intendiamo il fatto che il gruppo abbia pensato di utilizzare se stesso, con le varie modulazioni affettive esperite durante gli incontri, come fonte di informazione per lavorare sul compito che si era dato. Così, probabilmente condizionato dall’ipotesi di lavoro (assenza di inquadramento inter-istituzionale), e nel tentativo di osservare con maggior efficacia il processo gruppale, il gruppo di ricerca ha deciso di dotarsi di un proprio inquadramento.

Si è individuata la figura di un coordinatore (con la funzione, oltre a quella di partecipare in prima persona alle riflessioni del gruppo, di riportare il gruppo al proprio compito nelle situazioni più confuse), si è identificato l’ osservatore (con il compito di verbalizzare gli incontri) e si sono definiti il tempo (una riunione di tre ore una volta al mese) e lo spazio (nello studio della psicologa del Dipartimento Dipendenze all’interno del servizio) degli incontri.

La necessità di tenere un verbale derivava dal fatto che si era sviluppata nei ricercatori la convinzione che, così come avviene nelle istituzioni, mentre si sta lavorando sul contenuto della ricerca si innescano meccanismi e dinamiche all’interno del gruppo che in qualche modo riflettono l’oggetto di studio; il verbale sembrava costituire lo strumento o dispositivo che poteva permettere un controllo e lo studio di questi aspetti. A questo proposito citiamo R. Hess: “Il ricercatore istituzionalista [] fa parte del suo oggetto. Senza questa consapevolezza il produttore di conoscenza è soprattutto un produttore diatti mancati(Lourau R.,1994). Come analizzare il modo in cui il ricercatoreè preso nel suo oggetto? René Lourau segnala linteresse (e limportanza) di tenere un diario della ricerca [...].(Corso di analisi istituzionale, pag. 75).

Abbiamo ritenuto necessario dotarci di un inquadramento poiché ciò avrebbe facilitato l’analisi dei movimenti e delle dinamiche espresse dal gruppo medesimo, permettendoci di confrontarci con gli stimoli che conseguentemente ne derivavano.

L’evento sorprendente

Nel 2008/09 il Dipartimento Dipendenze Patologiche (ex Ser.T) dell’ASUR Zona 4 di Senigallia, avendo la possibilità di ricevere dei finanziamenti ministeriali con la finalità di strutturare un progetto di prevenzione, decide di coinvolgere alcune realtà istituzionali del territorio che aggregano i ragazzi della città di Senigallia:

- il Centro di Aggregazione giovanile “Bubamara”, co-gestito, promosso dal Comune di Senigallia e istituito nel 2003 con finanziamenti provenienti dal Fondo nazionale lotta alla droga. Il Dipartimento Dipendenze è risultato coinvolto nel progetto poiché i finanziamenti venivano erogati per un 30 % sulla base dellutenza tossicodipendente in carico ai Ser.T ricadenti in ciascuna provincia (dall’Atto di definizione dei criteri e delle modalità gestionali della quota del fondo assegnata alla regioneesercizio finanziario 2000).

- il Centro sociale autogestito “Mezzacanaja”.

Nel corso di due incontri separati, uno con i ragazzi frequentatori del centro di aggregazione e uno con quelli del centro sociale autogestito, gli operatori del Dipartimento Dipendenze prospettano loro la possibilità di collaborare, avendo appunto dei fondi disponibili, per organizzare un progetto di prevenzione: non c’è niente di prestabilito ed il tutto è da strutturare.

La proposta avanzata dal Dipartimento Dipendenze riceve una risposta negativa dal “Bubamara”, emanazione di istituzioni pubbliche sorto con l’obiettivo di fare prevenzione; la stessa proposta è, al contrario, accolta positivamente dal “Mezzacanaja”, centro sociale autogestito, che si pone invece come antagonista alle istituzioni formalmente riconosciute.

L’evento sorprendente è costituito dal fatto che i ragazzi del centro di aggregazione “rifiutano la proposta e non si riesce a strutturare una collaborazione: questa eventualità era considerata molto poco probabile, ed anzi si pensava che la collaborazione fosse quasi scontata, anche in ragione di alcune considerazioni:

  1. il centro di aggregazione è stato istituito con una collaborazione tra Comune di Senigallia e Dipartimento Dipendenze;

  2. il Dipartimento Dipendenze è un servizio organizzato secondo lo schema di riferimento della concezione operativa di gruppo;

  1. l’apertura del centro di aggregazione era stata anticipata da un percorso di formazione, appoggiato dal Dipartimento Dipendenze, accettato ed organizzato dal Comune di Senigallia con il coinvolgimento della Scuola “José Bleger”. In esso si era utilizzato il metodo della concezione operativa di gruppo con il compito di formare i possibili frequentatori del centro di aggregazione alla ‘co-gestione’;

  2. un operatore del centro di aggregazione era conosciuto dagli operatori del Dipartimento Dipendenze per precedenti collaborazioni e si era formato alla Scuola di prevenzione “José Bleger”. Tra l’altro, sua era stata l’idea di proporre il progetto di formazione sulla ‘co-gestione’ di cui sopra.

L’potesi della ricerca

Dopo aver valutato alcune ipotesi legate all’ambito istituzionale, la ricerca si è sviluppata attorno ad un’ipotesi che, sebbene abbia accompagnato il gruppo di ricerca fino alla fine del proprio percorso, non si è mai mancato di mettere in discussione allorquando sorgevano dubbi e perplessità sulla plausibilità dell’ipotesi medesima.

L’ipotesi sulla quale si è imperniato il lavoro di ricerca è: se manca un inquadramento, una cornice a livello inter-istituzionale, le istituzioni coinvolte si muovono in maniera frammentata, non coesa, contribuendo a determinare un’organizzazione inadeguata nell’istituzione che deve nascere. O, più sinteticamente: se manca l’inquadramento non è possibile una collaborazione tra le istituzioni e non si riesce a strutturare un’ECRO comune.

Il processo della ricerca

Per verificare l’ipotesi, il gruppo di ricerca ha ritenuto di esplorare due direttrici:

- la prima incentrata sulla lettura della documentazione disponibile attinente alla costituzione del centro di aggregazione;

- la seconda basata su alcune interviste a persone che, a titolo diverso, erano state direttamente coinvolte nella vicenda (il funzionario del Comune, la responsabile del Dipartimento Dipendenze, l’operatore del centro di aggregazione e due frequentatori ‘della prima ora’ del medesimo centro).

Se fossimo stati in una detective story potremmo dire che prima abbiamo cercato le impronte e poi interrogato i testimoni. 

La documentazione: atti mancanti, atto mancato?

La ricerca della documentazione relativa al progetto di istituzione del “Bubamara” ci ha messi subito di fronte ad un’evidenza: all’interno del Dipartimento Dipendenze non si è riusciti a trovare alcun documento inerente al progetto o che possa testimoniare di ciò che si era concordato con il Comune. Anche i ricordi sullo svolgimento dei fatti da parte degli operatori dello stesso servizio risultavano piuttosto confusi, testimoniando dunque della poca chiarezza presente in seno all’organizzazione nell’affrontare il progetto.

Il funzionario del Comune, che ha promosso e redatto il progetto seguendone tutto il percorso di costituzione, aveva tutta la documentazione e pareva ricordare con precisione il susseguirsi degli eventi.

Leggendo i documenti reperiti si evidenzia un accenno ad un presunto ‘coordinamento’ che dovrebbe avvenire tra gli enti coinvolti ma senza definire niente di più (incontri, compiti, ruoli…). Sembra emergere, tra l’altro, una certa marginalità del Dipartimento Dipendenze nell’organizzazione del centro di aggregazione. 

Le interviste

L’idea della mancanza dell’inquadramento tra le istituzioni coinvolte come ipotesi per cercare di spiegare l’assenza di continuità e di legame tra Comune e Dipartimento Dipendenze appare confermata dalle informazioni raccolte per mezzo delle interviste.

Il funzionario del Comune coinvolto nel progetto del “Bubamara” riferisce che non si è mai discussa una divisione dei compiti tra le varie istituzioni coinvolte nel progetto poiché il centro di aggregazione era fondamentalmente legato al Comune.

L’idea che il Bubamara fosse legato esclusivamente al Comune non è condivisa dagli operatori del Dipartimento Dipendenze; questi ultimi, peraltro, ritengono di non essere stati dovutamente considerati per ciò che attiene gli aspetti organizzativi del centro di aggregazione, anche in relazione all’importante ruolo del Dipartimento Dipendenze per l’acquisizione del finanziamenti specifici. Sembra palesarsi l’assenza di uno spazio all’interno del quale elaborare eventuali conflitti e ricercare una sintesi progettuale.

Le stesse impressioni appaiono confermate dalle successive interviste ad altre figure coinvolte nel processo istituente.

L’operatore del “Bubamara”, che avrebbe dovuto costituire il trait dunion tra Dipartimento Dipendenze e centro di aggregazione, parla di una generale assenza del Dipartimento Dipendenze nella gestione del centro dopo la sua istituzione. Per quanto riguarda la mancata accettazione della proposta di costruire insieme un progetto di prevenzione, l’intervistato riferisce che non cera interesse allargomento da parte dei frequentatori. L’operatore evidenzia anche la distanza che si è creata nel tempo tra lui, allora dipendente del Comune con contratto di collaborazione, ed il Dipartimento Dipendenze con il quale aveva avuto modo di collaborare in passato.

I due frequentatori del centro di aggregazione intervistati fanno fatica a ricordare l’incontro con gli operatori del Dipartimento Dipendenze.

L’assenza del ricordo espressa dai ragazzi frequentatori e la distanza percepita dall’operatore del centro di aggregazione potrebbero rappresentare gli emergenti della mancanza di un ECRO comune tra “Bubamara” e Dipartimento Dipendenze, in quanto l’ECRO si costruisce sulla base di riconoscimenti e vincoli reciproci.

Inoltre, all’inizio, sembrava ci fosse stata una co-progettazione pressoché ‘alla pari’ tra Comune di Senigallia e Dipartimento Dipendenze (tale è la posizione espressa dagli operatori del servizio); di fatto nel tempo l’influenza del servizio per le tossicodipendenze, sia nella progettazione e sia nell’organizzazione istitutiva del centro, appare più marginale rispetto a quella del Comune.

Sia il funzionario del Comune e sia gli operatori del Dipartimento Dipendenze hanno evidenziato conflitti e problematicità, presenti già da prima dell’inizio del progetto, nel rapporto tra le due istituzioni.

Il corso di formazione alla co-gestione

L’unico punto di incontro tra i due enti sembra essere stato il corso di formazione sul modello organizzativo della ‘co-gestione’ organizzato subito prima dell’apertura del “Bubamara”.

Gli operatori del Dipartimento Dipendenze tenevano molto a che il corso di formazione del centro di aggregazione si dovesse organizzare con la metodologia della concezione operativa di gruppo, in quanto a tale metodo si riferisce l’intero servizio per gli aspetti formativi, gestionali e clinici.

Il corso di formazione sembrerebbe essere stato strumentalizzato sia dal Dipartimento Dipendenze sia dal Comune, divenendo il deposito di conflitti non elaborati tra le due istituzioni. Ciascuna istituzione, partendo dalle proprie implicazioni, poteva vedere in questo dispositivo l’opportunità per raggiungere i propri fini. Da un lato il Dipartimento riteneva di importare sul territorio il proprio ECRO, legato alla concezione operativa di gruppo; dall’altro, il Comune, accogliendo la proposta del dispositivo, ricompensava il Dipartimento dell’appoggio avuto per ottenere i finanziamenti ministeriali, consapevole del fatto che la gestione (o co-gestione) del centro di aggregazione sarebbe rimasta pienamente di sua competenza.

Il corso di formazione sembrerebbe essere diventato, paradossalmente, il luogo deputato alla non elaborazione di conflitti che, da diversi anni, tenevano a distanza le due istituzioni. È diventato il “depositario” di ciò che era rimosso dai due “depositanti” (Dipartimento Dipendenze e Comune) mentre le ansie, i conflitti inter-istituzionali sono stati “depositati” nel corso. Il corso di formazione parrebbe, quindi, aver perpetuato il non incontro tra le due istituzioni coinvolte.

Un incontro sfiorato, che non si concretizza, che non pare creare vincoli.

Verifica della ipotesi e riflessioni Tra implicazioni, ECRO ed ideologie si affaccia una nuova ipotesi

In seguito ad un periodo di impasse piuttosto lungo, durante il quale non si è redatto il verbale, il gruppo ha ritenuto di poter fare a meno della funzione di coordinazione. Questa funzione era stata ricoperta dalla la psicologa che, al tempo stesso, era: portavoce della proposta di collaborazione al centro di aggregazione; integrante e coordinatrice del gruppo di ricerca che si incontrava nel suo studio.

È stato in seguito a questo riassetto gruppale che pare sia stato possibile esprimere emozioni (stanchezza, frustrazione, rabbia..) collegabili alla situazione di stallo nella quale ci si trovava e che presumibilmente già da tempo circolavano tra i membri, anche se in maniera latente. Questo outing pare aver prodotto una mutazione nelle modalità di rapporto con l’oggetto della ricerca che il gruppo aveva avuto sino ad allora e, probabilmente, l’aver ripreso a fare il verbale degli incontri può essere considerato un segno indicativo del fatto che qualcosa fosse accaduto.

È divenuto possibile mettere se stessi in discussione e aprirsi ad una domanda che ha sorpreso lo stesso gruppo per la sua banalità: per quale motivo gli operatori del Dipartimento Dipendenze si aspettavano che la loro proposta dovesse essere accolta? Per quale motivo il ‘no’ espresso dai frequentatori del “Bubamara” aveva creato così tanta sorpresa nel Dipartimento Dipendenze?

Nel corso del lavoro di gruppo è scaturita, quindi, una nuova domanda che sembra mettere in discussione l’ipotesi iniziale: perché la presenza di un inquadramento nella fase istitutiva del “Bubamara” (2003) doveva comportare la sicura adesione dei frequentatori del centro alla proposta fatta dal Dipartimento Dipendenze nel 2008? E inoltre perché si pensa che da un ECRO comune debba necessariamente conseguire una risposta positiva rispetto alla proposta di collaborazione? E ancora: era viziata da dogmatismo l’ipotesi iniziale per cui si ha collaborazione solo se c’è un inquadramento?

Sembra quasi che ci si riferisca ad un mito per cui l’appartenenza ad un’istituzione, o comunque la condivisione del proprio percorso di vita (formazione, amicalità, ideologia), possa autorizzare a pensare che ci debba essere, nell’altro, una disponibilità a progettare insieme, a dire ‘si’. Pare piuttosto una situazione di fusività ed indiscriminazione.

Si riflette sulle difficoltà incontrate dal gruppo e dalle istituzioni coinvolte a mettere in discussione i propri schemi di riferimento. Si pensa al pericolo insito nell’utilizzo di determinati concetti quali l’ECRO, preso come riferimento per spiegare il proprio agire, ma troppo spesso assunto, anche inconsapevolmente, in maniera ideologica, dogmatica, come nascondimento per non mettersi in discussione nel confronto/scontro con l’altro.

Il lavoro di ricerca mette in luce due elementi strutturali e concettuali di criticità: l’implicazione e l’ECRO.

L’implicazione

Attraverso l’analisi della documentazione e l’elaborazione delle interviste effettuate ai vari soggetti istituzionali, ci si è resi conto, sempre in modo più marcato, che si profilava un problema di implicazione. Mancava la distanza ottimale per potere leggere i fenomeni e gli accadimenti oggetto di studio a causa dei coinvolgimenti pregressi o attuali dei ricercatori, in quanto soggetti fortemente implicati, seppure a vario titolo e con modalità diverse, nel processo oggetto di studio.

Il gruppo di lavoro ha cominciato a chiedersi se l’intero processo di ricerca potesse essere inquinato dalle implicazioni esistenti. Il singolo accadimento o intervista veniva interpretato, infatti, in base al vincolo che il ricercatore aveva, o aveva avuto in passato, con le istituzioni oggetto di studio.

Si è delineata in modo chiaro la difficoltà e la complessità insita nel concetto di implicazione: risorsa o elemento di intrusività disturbante, addirittura bloccante?

Sappiamo che ci si può riferire all’implicazione nella sua accezione negativa allorché evoca riferimenti di invischiamento e irretimento ma, d’altro canto, per la concezione operativa, l’implicazione ha anche un’accezione ed un valore positivo. Nella concezione operativa di gruppo il concetto di implicazione rimanda all’esserci, allo stare dentro, accettando il fatto di appartenere all’istituzione. Se si parte dal presupposto che l’istituzione è dentro di noi siamo dunque consapevoli dell’impossibilità di raggiungere una posizione di assoluta neutralità. Se noi siamo la rete dei nostri vincoli l’implicazione potrebbe assumere un ruolo conoscitivo e di intelligibilità nella consapevolezza, tuttavia, che tutto ciò che ci determina non è conoscibile.

Prendere consapevolezza della potenza delle implicazioni nel determinare pensieri, rappresentazioni e agiti all’interno del laboratorio di ricerca, ci ha portato a riflettere sull’importanza dell’analisi delle implicazioni come elemento imprescindibile allorché le istituzioni promuovono una progettualità comune.

Per esemplificare ciò che si intende con il termine ‘implicazione’ è significativo riprendere un’affermazione di uno degli attori coinvolti nel progetto: il fatto di essere una dipendente del Dipartimento Dipendenze e che avevo depositato dentro di me lappartenenza mi faceva dire che era impossibile collaborare con il comune. Da una parte, in ciò che si era dichiarato, ci si proponeva di collaborare con il Comune e dall’altra, nel latente, si riteneva trattarsi di una collaborazione impossibile. Quando parliamo di ‘implicazione’ parliamo di questa complessità.

Ma allora come può essere possibile gestire e controllare tutto l’insieme di investimenti libidici, anche inconsci, che si strutturano tra le istituzioni coinvolte in un progetto comune? Che cosa mette in gioco un progetto inter-istituzionale a questo livello? E ancora: chi e come ci si può fare carico del vincolo esistente tra le istituzioni, ossia del vincolo inter-istituzionale?

Queste domande ci rimandano, in termini psicodinamici, ai concetti di transfert e controtransfert istituzionale.

Come possiamo leggere i concetti di transfert e controtransfert all’interno del rapporto fra le istituzioni coinvolte e che tipo di struttura relazionale si origina in tale dinamica inter-transferale?

Come può essere gestita questa dinamica tra i vari soggetti implicati e che tipo di conseguenze ne derivano nel lavoro inter-istituzionale finalizzato alla elaborazione e realizzazione di progetti? Può una mancata attenzione ed elaborazione alla dimensione controtransferale costituire una condizione di impedimento e di ostacolo?

Se così fosse se ne potrebbe dedurre, a maggior ragione, che diventa fondamentale strutturare un dispositivo finalizzato anche alla gestione ed all’elaborazione di queste dimensioni.

Potremmo pensare che la disattenzione o il poco interesse posto alla dimensione controtransferale inneschi meccanismi non gestibili o addirittura inconsapevoli, latenti, i quali costituiscono elementi di distruttività e di sabotaggio rispetto alle dichiarazioni e alle intenzioni razionali esplicite.

Il dispositivo che, in termini operativi, potrebbe costituire l’argine e lo strumento di elaborazione di tali dinamiche è l’inquadramento con la definizione dei diversi elementi che lo strutturano: ruolo, compito, tempo e spazio.

Allora se dovessimo rifarci allo schema di ricerca proprio del metodo abduttivo di Peirce, la regola che definirebbe l’ipotesi di lavoro potrebbe essere così formulata: “Linquadramento istituzionale permette di gestire le istanze transferali e controtransferali inter-istituzionali.

Osvaldo Saidon scrive: No podremos investigar el quehacer institucional si no es en sus relaciones con otras instituciones: dunque è nel rapporto e nel confronto di una istituzione con un’altra che possiamo indagare il lavoro, il compito istituzionale. È nel confronto all’interno del rapporto tra le diverse istituzioni che ci si può interrogare sui movimenti delle singole organizzazioni.

ECRO ed ideologie istituzionali

La questione dell’implicazione richiama il concetto di ECRO, della sua funzione e della sua declinazione operativa.

Nelle aspettative del Dipartimento Dipendenze il centro di aggregazione avrebbe dovuto avere il suo stesso ECRO. Gli operatori del Dipartimento Dipendenze avevano più volte sottolineato, in fase istituente del “Bubamara”, l’importanza che esso aderisse allo schema di riferimento della concezione operativa. A suffragio di ciò aveva accolto il corso di formazione iniziale rivolto ai futuri frequentatori e confidava anche nella presenza di un operatore della struttura formato allo stesso modello. Ma le aspettative degli operatori del Dipartimento Dipendenze sono state deluse in relazione all’evento da noi definito sorprendente, in quanto il rifiuto è stato interpretato come assenza di un comune schema di riferimento: se si ha la stesso ECRO come può avvenire il rifiuto rispetto ad una proposta di elaborazione comune di un progetto di prevenzione? Ciò significa che non è presente la stessa ECRO?

Quando Pichon-Rivière parla di epistemologia convergente intende indicare la possibilità di una conoscenza dell’oggetto facendo riferimento all’incontro di punti di vista differenti. Nell’acronimo ECRO il primo termine, ésquema, ovvero schema, deriva dal latino e significa forma. In latino il vocabolo forma, di origine incerta, indicava lo stampo della cera, di metalli vari e soprattutto del formaggio, in latino formaticus, da cui deriva appunto il termine forma.

Il concetto di forma è, dunque, da pensarsi come un contenitore vuoto, cui si contrappone ciò che deve essere contenuto, la materia. È il contenuto che da sostanza alla forma. Il contenuto è il riferimento, ciò di cui concretamente ci si occupa.

È, allora, con l’operatività, con l’esperienza che quel contenitore vuoto, l’ésquema, la forma, si riempie e si attiva. Operativo è l’ultimo riferimento della parola ECRO e sta ad indicare la necessità di operare nella realtà per poter produrre un cambiamento ed adattarvisi in maniera attiva. Nel modello della concezione operativa di gruppo il criterio di operatività è come se sostituisse quello di verità: non si dà una verità coincidente con se stessa, assoluta ed immodificabile, una verità che si possiede e che risulterebbe allora dogmatica.

La verità la si costruisce, continuamente, nel vincolo con il compito.

Dunque quando si parla di ECRO si fa riferimento ad una tensione vincolare costante che, almeno dal punto di vista concettuale, dovrebbe impedire l’arroccamento dello schema di riferimento in certezze precostituite e far sì che esso sia sempre in movimento, in costruzione permanente, continuamente arricchito dagli apporti dei diversi punti di vista potenzialmente in gioco. In altre parole, l’ECRO è indissolubilmente collegato ad un processo dialettico di scambio continuo e di reciproca influenza tra la forma ed il contenuto, tra la teoria e l’esperienza, tra il soggetto ed il compito. Un processo che, attraverso l’alternanza di momenti di critica ed autocritica, permette la ratificazione o la rettificazione delle ipotesi prodotte mediante il confronto con la realtà, mirando a raggiungere un grado sempre maggiore di obiettività.

Il concetto di ECRO è molto articolato e di difficile definizione e per riflettere sulla sua complessità torna utile rifarsi ad un’affermazione presente nel lungo e complesso articolo di J. C. De Brasi: [] penso che non si dovrebbe avere unECRO. Ogni domanda che tenta di dare conto delle sue proprietà la cristallizza. Operare in uno dei suoi possibili percorsi, provare la sua validità, etc, è differente, in quanto questo parla del compito incrostato nel piacere del pensare, e di esercitarlo per trasformare e trasformarci effettivamente (1992, pag 74).

È altresì difficile definire l’ECRO soggettivo (o istituzionale) perché come si tenta di definirlo si va incontro alla sua cristallizzazione, ossia alla sua istituzionalizzazione. Una volta che si istituzionalizza, e dunque perdendo il suo carattere dialettico, inevitabilmente lo schema di riferimento diventa dogma, un principio considerato assoluto e indiscutibile. L’identificazione con l’ECRO, ovvero con il dogma, a questo punto significa identificazione con la verità. E se lo schema di riferimento si fa dogma, il confronto con l’altro diviene impossibile poiché si considera lecito, pregiudizialmente, ciò che viene ritenuto appartenere al proprio ECRO, la verità, e non ci si lascia scalfire da ciò che viene visto come estraneo, come diverso ed irriducibile a sé. L’ECRO diviene totalitaristico. L’identificazione idealistica con il proprio ECRO rappresenta la perdita di contatto con la realtà dell’altro, come soggetto implicato nella relazione.

È la vita quotidiana, l’esperienza che determina lo schema di riferimento, e dunque l’ideologia, che guida le modalità di relazione del soggetto con il mondo esterno. È possibile riprendere Bauleo che dice: LECRO rappresenta lideologia che permette di agire e di analizzare in un determinato campo. Pertanto tale schema si può dedurre direttamente dai differenti tipi di comportamento in gioco nel gruppo []. Un gruppo affronta il compito con gli strumenti in suo possesso, cioè con una serie di comportamenti abituali (pag. 37). Ciascun soggetto è implicato con il proprio ECRO, che non ha solamente una matrice teorica ma è definito anche, e forse in misura maggiore, dall’esperienza vissuta e dalle conseguenze cognitive ed affettive che ne derivano in termini di costruzione di significati.

Il dispositivo dell’inquadramento

La risposta inaspettata che il Dipartimento Dipendenze faceva fatica ad accettare rimanda all’incapacità di accogliere il rifiuto, il limite, il ‘no’ dei frequentatori del ‘Bubamara’. Ma anche il ‘no’ è segno di relazione poiché si assume, dal luogo del ‘no’, una posizione chiara e responsabile, posizione che può costituire un nuovo punto di partenza dal quale poter proseguire nella edificazione delle basi di un nuovo confronto

.

Nella definizione del vincolo con l’altro, convocati dal compito di avviare un centro di aggregazione giovanile, sembrano emergere elementi di ambiguità tra il Dipartimento Dipendenze ed il Comune. Nessuna delle due parti ha detto ‘sì’ e nessuna delle due parti ha detto ‘no’, ma si è andati avanti nel progetto di collaborazione per la strutturazione del centro ciascuna al riparo dietro la propria ideologia e agiti dalle proprie implicazioni.

A questo proposito Bleger scrive: Dobbiamo far che lideologia diventi uno strumento in mano alluomo e non che questultimo si trasformi in uno strumento dellideologia. [] Nel gruppo operativo cerchiamo costantemente di ottenere che ognuno utilizzi il proprio o i propri schemi di riferimento, così come le proprie ideologie. Il resto va da sé.(pag. 174).

Nel caso specifico il Dipartimento Dipendenze ed il Comune, al contrario, sembrano aver decisamente evitato un confronto che mettesse in gioco le rispettive dichiarate ideologie. Un confronto che sarebbe stato, con tutta probabilità, proprio in ragione delle differenti ECRO, assolutamente conflittuale e faticoso da sviluppare. Ambedue manifestano, riprendendo il concetto blegeriano, un basso ‘grado di dinamica, non chiarendo le ambiguità presenti in rapporto al compito, né rendendo espliciti ed affrontabili i conflitti.

Per evitare situazioni di ambiguità tra le istituzioni è necessario predisporre il dispositivo dell’inquadramento inter-istituzionale con un compito specifico. L’inquadramento a questo livello permetterebbe di definire in maniera chiara i ruoli di ciascuno nel progetto che si vuole attuare, le differenti responsabilità, i passi da compiere per raggiungere gli obiettivi, ecc., consentendo una maggior consapevolezza delle ansie e delle tensioni che sempre emergono quando si compie un lavoro in comune. Solo in questo modo si può cercare di evitare il malinteso che ha determinato tutta una serie di incomprensioni e di sorprese nel Dipartimento Dipendenze.

Trasversalità di una riflessione

Felix Guattarì propone la differenziazione tra gruppo in , ossia un gruppo che esegue quasi meccanicamente ciò che gli si dice di fare, e gruppo per , ovvero un gruppo che mentre agisce prova a riflettere su di sé, sui meccanismi che operano al proprio interno, sulla sua organizzazione e sulle relazioni che prendono forma.

Il gruppo di ricerca ha continuamente provato a riflettere, mentre lavorava sul compito, su ciò che stava accadendo al proprio interno anche in rapporto al contesto istituzionale nel quale è inserito: è ciò che inizialmente abbiamo definito ‘metaricerca’.

Va ricordato che la ricerca è nata all’interno di un contesto specifico: il Centro Studi e Ricerche “José Bleger”. Questa istituzione sta attraversando una fase istituente per riorganizzare il corso formativo biennale già attivo da circa venti anni e per poter essere riconosciuta come scuola di specializzazione in psicoterapia dal MIUR. È all’interno di questa riorganizzazione che il Centro Studi e Ricerche ha pensato di doversi dotare di gruppi di ricercatori per continuare a riflettere sui concetti cardine della Concezione operativa di gruppo. Il gruppo di ricerca sull’ambito istituzionale è solamente uno dei gruppi esistenti all’interno dell’istituzione, essendovi anche il gruppo dei docenti, i diversi gruppi di ricerca dedicati agli altri ambiti di intervento e i gruppi di allievi.

Giunti al termine della ricerca che aveva come oggetto le modalità di relazione fra istituzioni con il compito di creare una istituzione “figlia”, emerge una riflessione di grande interesse; una riflessione che, in verità, ha accompagnato il lavoro del gruppo sin dall’inizio.

Lo specifico della ricerca ha permesso di riflettere sul rapporto esistente tra il neo-istituito gruppo di ricerca, che ha provato ad istituirsi dandosi un inquadramento (cfr. Psicoanalisi dellinquadramento psicoanalitico” di Bleger), e l’istituzione che lo contiene, ossia il Centro Studi e Ricerche “José Bleger”.

Abbiamo visto lo stupore e lo scontento del Dipartimento Dipendenze ma solo dopo un lavoro di riflessione durato tre anni il gruppo di ricerca è potuto arrivare a concepire la legittimità di quel rifiuto. Quel ‘no’ sanciva la differenziazione, perlomeno, tra una delle due istituzioni genitoriali, il Dipartimento Dipendenze, e l’istituzione figlia, il “Bubamara”: il rifiuto, forse vissuto da parte dei frequentatori del Centro di aggregazione come movimento vitale di potenziale individuazione, è stato recepito dall’istituzione del servizio sanitario pubblico con ansia e paranoia, sentendo messa in discussione la propria funzione.

Il rapporto tra istituzione genitoriale ed istituzione figlia sembra riproporsi all’interno del Centro Studi e ricerche “Josè Bleger”. Crediamo si possa affermare che il gruppo di ricerca, dovendo svolgere un determinato compito, si sia istituito e, in diverse fasi del proprio percorso, pareva costituire un riferimento stabile rispetto all’instabilità percepita nell’istituzione di appartenenza in fase istituente. È pure da rimarcare che il gruppo di ricerca dell’ambito istituzionale si è sentito più volte messo in discussione ed attaccato dagli altri gruppi presenti all’interno dell’istituzione genitoriale proprio per il fatto di essersi dotato di un inquadramento ed aver provato ad istituirsi per portare avanti il proprio compito. È corretto riportare anche che, a fianco di questa corrente più critica, se ne è avvertita un’altra, contraria, tesa a sostenere la direzione del lavoro che il gruppo di ricerca aveva scelto.

L’idea è che l’istituzione del gruppo di ricerca abbia contribuito a creare uno spostamento di equilibri, già precari in virtù della fase istituente cui si accennava più sopra, nel Centro Studi e Ricerche. Horacio Foladori, parlando della “teoria de la fisura” (teoria della fessura) scrive: Diría que es lo instituido que instituye la fisura, aunque paradójicamente se resiste a reconocer su existencia en tanto la naturaleza de la misma proviene de lo instituyente (Foladori, 2008, pag. 37)

Come se l’istituirsi fosse in stretto contatto con il differenziarsi. Ci si istituisce e, conseguentemente, ci si distacca. Se l’istituzione, permettendo il deposito delle parti psicotiche della propria personalità in un “tempo/spazio comune” è rassicurante, il vincolo che si crea con gli altri partecipanti alla nuova istituzione pare permettere, o perlomeno facilitare, anche l’assunzione di responsabilità. L’unione e la condivisione permesse dallo stringersi dei vincoli sembrano consentire la facilitazione dell’espressione delle proprie istanze e, dunque, l’assunzione di una propria originale posizione. A questo proposito riprendiamo ancora Foladori che sostiene: Recuperar la palabra es romper la represión psíquica, superar la apatía, ponerse en movimiento, porque hablar es moverse (2008, pag. 88). Ma un movimento rispetto a chi o che cosa? Ci si muove avendo come riferimento l’istituzione all’interno della quale si trova uno spazio di senso. In termini operativi il gruppo istituito permette la creazione di un nuovo schema di riferimento, un nuovo ECRO potenzialmente non riducibile a quello dell’istituzione di appartenenza.

Al di là dei concetti teorici cui ciascuna istituzione suole riferirsi le domande che riteniamo siano emerse da questo lavoro sono: come si pone l’istituzione di appartenenza, o genitoriale, rispetto alla nascita di una nuova realtà con proprie idee, proprie esperienze e propri valori, in definitiva con una propria storia non riducibile a quella dell’istituzione di origine? E ancora: che ansie scatena nell’istituzione iniziale e come si attrezza per affrontarle?

Note

Con la definizione di ‘centro di aggregazione co-gestito’ si intende una gestione dello spazio di incontro organizzata in collaborazione tra i frequentatori dello spazio aggregativo e l’ente, pubblico o privato, che ne finanzia la sussistenza.

Con la formula di ‘centro sociale autogestito’ si intende, invece, uno “spazio di aggregazione e di proposta di attività culturali e politiche, che viene gestito in maniera comunitaria e collettiva, permettendo a chi partecipa alle iniziative di esserne al tempo stesso promotore ed organizzatore (definizione tratta da wikipedia), dove è cardine il concetto di autonomia decisionale, cioè il rifiuto di qualsiasi intervento di una volontà esterna nella definizione del processo decisionale (N. Bobbio e altri “Dizionario di politica”).

Ci ha fornito la seguente documentazione: il Progetto per l’accesso alla quota regionale del Fondo Nazionale Lotta alla Droga anno 2000; l’Atto di definizione dei criteri e delle modalita’ gestionali della quota del fondo assegnata alla regione; il Protocollo d’intenti tra il Comune di Senigallia (Servizio servizi educativi, culturali, sociali, sportivi e manifestazioni), Azienda ASUR n° 4 – Servizio Tossicodipendenze e l’Osservatorio di area sulla dispersione scolastica; i Criteri funzionamento centro di aggregazione giovanile.

Ci si riferisce alla Teoria del deposito di Pichon-Rivière per la quale all’interno dei gruppi, di fronte a situazioni di difficoltà e crisi, avviene un movimento di questo tipo: un soggetto, il depositante, proietta materiale non accettabile, il deposito (costituito da ansie, problemi, tensioni, ecc..), su un altro soggetto, il depositario, che funge quindi da capro espiatorio.

Come a confermare questo assunto, ovvero l’opportunità di non considerare il ‘no’ come cesura nella costruzione di una relazione bensì come possibile base di partenza per una relazione, e dunque una progettazione congiunta futura, è interessante mettere in evidenza come nel 2012, 4 anni dopo la proposta di collaborazione fatta dagli operatori del DDP e rifiutata dai frequentatori del CAG “Bubamara”, un esponente del centro di aggregazione abbia contattato il DDP per chiedere la possibilità di organizzare presso il centro un percorso di prevenzione alle sostanze stupefacenti.

Il problema, a questo punto, riguarda il rapporto con l’altra istituzione genitoriale, il Comune: si è avuta l’opportunità di differenziarsi rispetto ad essa oppure da quella si continua a dipendere? Il Centro di aggregazione “Bubamara” riesce a vedersi come differenziato rispetto al Comune che lo finanzia e che decide, in ultima istanza, le attività che si possono proporre o che sono da rifiutare?

Direi che è listituito che istituisce la fessura, anche se paradossalmente si rifiuta di riconoscere la sua esistenza in quanto la natura di esso proviene dallistituente

Recuperare la parola è rompere la repressione psichica, superare la apatia, porsi in movimento, perché parlare è muoversi.

Bibliografia

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O. Saidon, G. Baremblitt, F. Ulloa, La escena institucional

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L’Istituzione implicata. Istituzione, implicazione e ideologia.

Mer, 17/04/2013 - 09:41
Daniela Barazzoni, Yuri Gidoni , Anna Maria Marinelli, Lorenzo Sartini INTRODUZIONE

Il lavoro qui presentato è stato realizzato da uno dei gruppi di ricerca all’interno del Centro Studi e Ricerche “Josè Bleger” di Rimini; nasce dalla necessità di interrogarsi sui fattori che favoriscono o limitano le collaborazioni fra le istituzioni che, a vario titolo e con metodologie diverse, si attivano per promuovere e realizzare interventi di prevenzione in ambito socio-sanitario.

Se prendiamo le mosse dalla “Teoria degli ambiti” di Bleger tale studio si colloca nell’ambito istituzionale, seppure nel corso del processo di ricerca più volte ci siamo chiesti se la sua collocazione fosse corretta o se dovessimo rivalutarla per inserirla nell’ambito comunitario.

L’applicazione della metodologia della concezione operativa ha accompagnato costantemente il nostro lavoro, in una continua tensione dialettica tra il fare ed il pensare; ha attraversato in modo trasversale il compito, il setting, i ruoli ed il nostro gruppo interno ed esterno. La complessità di un oggetto di studio fortemente collegato alle tematiche della ideologia e dell’implicazione rispetto ai ruoli ci ha portato a creare un dispositivo che permettesse una sorta di dissociazione strumentale per leggere, comprendere come queste tematiche agissero anche all’interno del gruppo di ricerca. Lavorare intorno alla questione dell’implicazione, soprattutto, è risultato particolarmente ostico: il problema si è posto fin dall’inizio, ma solamente alla fine del percorso è stato possibile recuperarlo in tutta la sua pregnanza e rielaborarlo.

Un ultimo breve cenno, poi, va dedicato alla scelta di scrivere insieme, alla ricerca di una scrittura collettiva come ennesima sintesi di produzione gruppale, come ricombinazione di elaborati individuali, tante volte rimaneggiati dall’altro da non riconoscere più quale fosse il pezzo di ciascuno. Una pratica difficile ed entusiasmante allo stesso tempo.

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“La sinistra freudiana: il fiume carsico che parte dall’Europa, scorre in Argentina e giunge in Italia”

Ven, 15/03/2013 - 11:00

Il corso si pone l’obiettivo di discutere il percorso che dal “Disagio della civiltà” di Sigmund Freud dipana la questione storica dell’ampliamento dell’intervento psicoanalitico dall’individuo alla società, con particolare riferimento alla funzione attributiva di ruoli e compiti fornita dalle istituzioni sociali. La verticalità del potere, il simbolismo coercitivo che attraversa gli ambiti dell’universo psicologico umano dalla sua condizione (impraticabile) di individuo a quella di depositario attivo e passivo delle norme comunitarie. La funzione degli stereotipi e dei pregiudizi ed i principi del gruppo operativo di E. Pichon-Riviere e Josè Bleger. La pratica clinica. La attualizzazione europea di Armando Bauleo e Leonardo Montecchi.

Esercizi di Sinistra Freudiana
Philolab 17 maggio 2011 Roma

1. Brevi citazioni dalla “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” (1921) e da “Il disagio della Civiltà”, S. Freud (1929)

Psicologia delle masse e analisi dell’Io

“Nella vita psichica del singolo, l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto la psicologia individuale è anche, fin dall’inizio, psicologia sociale”
“La psicologia delle masse considera quindi l’uomo singolo in quanto membro di una stirpe, di un popolo, di una casta, di un ceto sociale, di una istituzione, o in quanto elemento di un raggruppamento umano che a un certo momento e in vista di un determinato fine si è organizzato come massa”  imponendo l’esigenza di identificare una forza specifica, la pulsione sociale, il cui costituirsi può venire individuato nell’ambito più ristretto della formazione familiare.

“Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon (1895): “La massa psicologia è una creatura provvisoria, i cui membri si legano fra loro necessariamente per mezzo di una qualche forma di vincolo, che sarebbe ascrivibile ad aspetti inconsci della personalità. “Nella massa l’individuo si trova posto in condizioni che gli consentono di sbarazzarsi delle rimozioni dei propri moti pulsionali inconsci (…) in tali circostanze la coscienza morale o il senso di responsabilità vengono meno, e sappiamo che la coscienza morale è il risultato della angoscia sociale legata alla repressione degli istinti necessaria alla convivenza sociale.”La massa è impulsiva, mutevole e irritabile, è governata per intero dall’inconscio (…) si sente onnipotente, per l’individuo appartenente alla massa svanisce il concetto di impossibile (…) è influenzabile, pensa per immagini, i sentimenti sono semplici ed esagerati (…) chi desidera agire su di essa, non bisogno di coerenza logica fra i propri argomenti (…) vuole essere dominata e oppressa e temere il proprio padrone. Fondamentalmente conservatrice in senso assoluto (…) per influsso della suggestione le masse sono però anche capaci di realizzazioni più alte, l’abnegazione, il disinteresse, la dedizione ad un ideale (…) si può parlare di una moralizzazione del singolo attraverso la massa (…) Le masse non hanno mai conosciuto la sete della verità, hanno bisogno di illusioni e a queste non possono rinunciare”. Si evidenzia un predominio della vita fantastica, dell’appagamento sostitutivo ed illusorio di desideri inconsci, della realtà psichica su quella materiale, tipicamente nevrotico.

“La psiche collettiva” di W. Mc Dougall (1920)
“Anche l’anima delle masse è capace di creazioni spirituali geniali (lingua, canto popolare, folklore, la rivoluzione russa e cubana, ecc..) sono state classificate masse formazioni assai diverse che occorre distinguere, le masse di Le Bon fanno riferimento a gruppi di breve durata, eterogenee e frettolose, transitorie (…) le affermazioni contrarie scaturiscono dalla considerazione di quelle masse o associazioni stabili entro cui gli uomini trascorrono la loro vita e che si incarnano nelle istituzioni della società. Gli elementi più interessanti di questa analisi si riferiscono agli aspetti costitutivi della masso altamente organizzate, dove si comincia ad individuare, grazie a Mc Dougall, la conformazione distintiva di ciò che chiameremo gruppo operativo, fondato sul compito e sulla suddivisione dei ruoli, e su aspetti di proiezione emozionale di carattere ambivalente

“Libido è un termine desunto dalla teoria dell’affettività, chiamiamo così l’energia delle pulsioni attinenti a tutto ciò che può venir compendiato come amore (sessuale, filiale, amicale, per l’umanità per idee astratte e oggetti concreti). Tramite la parola amore nelle sue molteplici accezioni, la lingua ha creato una sintesi perfettamente legittima seppur questo utilizzo abbia provocato numerose reazioni ed accuse di pansessualismo alla psicoanalisi alle quali Freud risponde: “Non posso scorgere alcun merito nel fatto di vergognarsi della sessualità”ma, in relazione alle questioni dibattute si considererà l’ipotesi che le relazioni d’amore (i legami del sentimento) costituiscono l’essenza della psiche collettiva. Due ipotesi: la massa viene tenuta insieme da qualche potenza, l’Eros; Se  nella massa il singolo rinuncia al proprio modo di essere personale e si lascia suggestionare dagli altri, sembra farlo perchè in lui c’è un bisogno di concordare con gli altri anziché contrapporsi. Ci si lascia suggestionare per amore (nel senso sopra descritto, libidico/energetico) degli altri.

Due masse artificiali: “la chiesa e l’esercito: altamente durevoli ed organizzate, per salvaguardarle dalla dissoluzione e per impedire modificazioni della loro struttura viene impiegata una certa coercizione esterna. Di regola non veniamo consultati circa la nostra volontà di entrare a far parte di una massa siffatta ne la cosa resta affidata alla nostra decisione§; il tentativo di uscirne viene solitamente perseguito o severamente punito o risulta vincolato a condizioni ben determinate (…) nella chiesa come nell’esercito vige la medesima illusione, in base a cui esiste un capo supremo che ama di amore uguale tutti i singoli componenti della massa. Vige una subordinazione al capo motivata da un investimento libidico, in entrambe queste masse artificiali ogni singolo è legato da un lato al capo (Cristo, il comandante supremo) e dall’altro agli altri individui componenti la massa per cui ci sembra di essere sulla strada giusta, ossia sulla strada che può condurci a una spiegazione del fenomeno fondamentale della psicologia collettiva: l’assenza di libertà del singolo all’interno della massa
Freud aggiunge anche che sostanzialmente ogni religione è una siffatta religione dell’amore per tutti coloro che essa abbraccia nel suo ambito (per l’esercito, per le tifoserie, per i partiti politici?)  e ogni religione è per sua natura crudele e intollerante nei confronti di coloro che non ne fanno parte.
Sorge qui spontaneo il riferimento ai concetti di stereotipo, pregiudizio di Bleger e Montecchi e agli assunti di base di Bion.
Inoltre è interessante la chiosa di Freud al paragrafo: Se, come oggi sembra accadere per quanto riguarda  il sentimento socialista, al posto del legame religioso subentra un legame collettivo diverso, ne deriverà, nel confronto con gli esterni, la medesima intolleranza avutasi al tempo delle guerre di religione e, qualora i divari tra le concezioni scientifiche potessero acquistare per le masse un’importanza analoga, il medesimo risultato si ripeterebbe anche per la nuova motivazione”.

“Occorrerebbe partire dalla constatazione che, fin quando tali legami non vi siano stabiliti, una mera moltitudine (v. Revelli) di uomini non è ancora una massa, e ammettere al tempo stesso che in una qualsivoglia moltitudine umana si manifesta con grande facilità la tendenza al formarsi di una massa psicologica (v. Sartre, gruppo seriale e gruppo in fusione), diviene interessante citare il famoso paragone schopenaureiano dei porcospini che hanno freddo, nessuno tollera una vicinanza troppo intima dell’altro (v. pag. 97). In base alla testimonianza della psicoanalisi, quasi ogni stretto rapporto emotivo sufficientemente durevole tra due persone contiene un sedimento di sentimenti di rifiuto, ostili, sedimento che rimane impercettibile solo in virtù della rimozione (…) lo stesso accade allorchè gli uomini si riuniscono in unità più grandi (…) quando l’ostilità ha per oggetto le persone amate, la chiamiamo ambivalenza emotiva e ci spieghiamo tale caso, in termini troppo razionali, adducendo le molteplici occasioni di conflitto d’interesse che sorgono (…) nella palese avversione e ripugnanza provata per l’estraneo con cui siamo a contatto, è avvertibile l’espressione di un amore per noi medesimi, di un narcisismo che tende alla autoaffermazione (…) in tale comportamento umano si manifesta una aggressività la cui origine ci è sconosciuta e a cui potremmo attribuire un carattere elementare (la pulsione di morte esplicitato in Al di là del principio di piacere rifiutato poi da Reich) ma tutta questa intolleranza scompare, temporaneamente o durevolmente, tramite la formazione collettiva e nella massa (…) in base alle concezioni teoriche psicoanalitiche tale limitazione del narcisismo può essere solo il prodotto di un solo fattore, il legame libidico con altre persone (…) che non può essere esclusivamente di carattere utilitaristico poiché se così fosse in maniera esclusiva la tolleranza non dura più a lungo del vantaggio immediato che viene ricavato dalla collaborazione con l’altro (…) l’esperienza ha infatti dimostrato che nel caso della collaborazione si formano invariabilmente fra gli associati legami libidici che prolungano e fissano di la da ciò che è vantaggioso la relazione reciproca (…) se quindi nella massa compaiono limitazioni dell’egoismo narcisistico non operanti all’infuori di essa, ciò costituisce una prova persuasiva del fatto che l’essenza della formazione collettiva consta di legami libidici di tipo nuovo fra i membri della massa”.
Consideriamo quindi quali tipologie di legame libidico possono intervenire nella formazione collettiva.
“L’identificazione è per la psicoanalisi la prima manifestazione di un legame emotivo con un’altra persona. Svolge una sua funzione nella preistoria del complesso edipico. Il maschietto manifesta un interesse particolare per il proprio padre, vorrebbe divenire ed essere come lui, sostituirlo in tutto e per tutto (…) prende il padre come proprio ideale (…) Contemporaneamente il maschietto ha cominciato a sviluppare un vero e proprio investimento oggettuale della madre (…) egli manifesta allora due legami psicologicamente diversi, un investimento nettamente sessuale verso la madre, un’ identificazione con il padre inteso come modello. Questi due legami (…) finiscono per incontrarsi e da tale loro confluire scaturisce il normale complesso edipico.
Tale forma primigenia di relazione oggettuale, che può apparire anche in maniera regressiva quando diventa il sostituto di un legame oggettuale libidico e quindi acquista carattere parziale, come quando ad esempio una bambina esprime il desiderio di sostituirsi alla madre (desiderio rimosso e colpevolizzante) acquisendone il medesimo carattere sintomatico o come quando un adolescente assume atteggiamenti evidentemente simili ad un altro individuo amato.
“C’è un terzo caso, particolarmente frequente e importante, di formazione del sintomo, quello in cui l’identificazione prescinde interamente dal rapporto oggettuale con la persona copiata, nei confronti della quale non è presente un investimento libidico e può sorgere in rapporto a qualsiasi aspetto posseduto in comune. “Siamo già in grado di scorgere che il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di tale identificazione dovuta a un importante aspetto affettivo posseduto in comune, e possiamo supporre che questa cosa in comune sia il tipo di legame istituito col capo.
Dall’identificazione, passando per l’imitazione si giunge alla immedesimazione, ossia all’intendimento del meccanismo mediante il quale ci è possibile prendere posizione nei confronti di un’altra vita psichica.
Tali questioni pongono come naturale conseguenza l’esistenza di un Io diviso, all’interno del quale si sviluppi una istanza suscettibile di separarsi dal resto dell’Io e di entrare in conflitto. L’abbiamo chiama ta ideale dell’io e le abbiamo attribuito come funzioni l’auto-osservazione, la coscienza morale, la censura onirica e l’influsso determinante nella rimozione. Essa è l’erede del narcisismo originario (…) essa fa proprie, a poco a poco, dagli influssi dell’ambiente, le richieste che questo pone all’Io e cui l’Io non sempre si dimostra pari: di modo che, qualora non possa essere soddisfatto del proprio Io in quanto tale, l’uomo possa trovare la propria soddisfazione nell’Io ideale differenziatosi dall’Io.

A questo proposito diviene centrale la definizione psicoanalitica di innamoramento, con le sue dinamiche di relazione esclusivistiche grazie alle quali avviene una sopravvalutazione sessuale, per cui l’oggetto amato sfugge entro certi limiti alla critica e tutte le sue qualità vengono apprezzate in modo particolarmente netto. Lo sforzo che falsa il giudizio qui è quello dell’idealizzazione (…) l’oggetto viene trattato alla stregua del proprio Io (…) una quantità notevole di libido narcisistica straripa sull’oggetto. In alcuni casi si avverte addirittura la sostituzione del proprio non soddisfacente ideale dell’Io con l’oggetto amato.
Nella complessa definizione delle differenze esistenti tra identificazione ed innamoramento possiamo intravedere un’altra alternativa che contiene in se l’essenza di questo stato di cose, quella tra collocare l’oggetto al posto dell’Io oppure collocarlo al posto dell’ideale dell’Io. Nel primo caso potremmo riferirci all’identificazione, nel secondo all’innamoramento o all’ipnosi, definita da Freud come formazione collettiva a due: l’ipnosi si distingue dalla formazione collettiva per questa limitazione di numero, e insieme si distingue dall’innamoramento per l’assenza di pulsioni sessuali dirette. Tali modalità relazionali, dette anche impulsi sessuali inibiti alla meta si contraddistinguono per la loro durevolezza, legata alla impossibilità di soddisfacimento completo della carica libidica investita. Ne consegue che la definizione di massa subordinata ad un capo, secondo Freud è un insieme di individui che hanno assunto a loro ideale dell’Io lo stesso oggetto e che pertanto si sono identificati gli uni agli altri nel loro Io.

Il ragionamento successivo si dirige verso il concetto di pulsione gregaria, riprendendolo da Trotter W. (Instincts in the Herd in peace and war, 1916) che deduce i fenomeni psichici riscontrabili nella massa da un istinto gregario che risulta innato. Biologicamente, tale gregarietà è un analogia e al tempo stesso una continuazione della pluricellularità; nel senso della teoria della libido, è un’ulteriore espressione della tendenza, di origine libidica, di tutti gli esseri viventi della stessa specie a riunirsi in unità via via più ampie. Freud aggiunge a queste considerazioni quelle relative al bisogno di assoggettamento ad un capo tipico di molte specie animali e soprattutto dell’uomo che, piuttosto che un animale che vive in gregge è un animale che vive in orda, un essere singolo appartenente ad un ‘orda guidata da un capo supremo.
In questo senso Freud si riallaccia al suo importante scritto del 1912, Totem e tabù, nel quale si propone di proseguire sulla strada delle ipotesi darwiniane di composizione originaria della società umana, quella di un orda sottoposta al dominio di un maschio forte, il quale dominava l’orda animalesca proibendo la soddisfazione sessuale dei suoi membri e detenendone l’esclusività, Tale obbligo all’astinenza permise lo sviluppo di relazioni basate su impulsi inibiti alla meta che diedero vita alla prima forma di psicologia collettiva che culminò nell’uccisione del padre e con la creazione della divinità, del totemismo e quindi della primigenia religione e articolazione sociale basata su regole intersoggettive. Secondo Freud la massa intesa come la stiamo trattando finora ci appare come una reincarnazione dell’orda originaria poiché le descrizioni fin qui fatte presentano gli aspetti della scomparsa delle personalità dingola cosciente, il predominio dell’affettività e delle tendenze inconsce: il carattere perturbante, costrittivo, della formazione collettiva, il quale è manifesto nei fenomeni di suggestione che la contraddistinguono, può venir con ragione ricondotto all’origine di questa nell’orda primordiale. Il capo della massa è ancora sempre il temuto padre primigenio, la massa vuole sempre venir dominata (…) ha sete di sottomissione (…) il padre primigenio è l’ideale della massa che domina l’Io invece dell’ideale dell’Io. (vedi pp. 133-134) quindi affermiamo con Freud che tutti i legami su cui poggia la massa sono del tipo delle pulsioni inibite alla meta, in effetti le tendenze sessuali dirette sono sfavorevoli alla formazione collettiva,  a meno che non si considerino delle regressioni ad uno stadio primitivo delle relazioni sessuali, stadio nel quale l’innamoramento non svolgeva alcuna funzione e gli oggetti sessuali venivano considerati equivalenti come nel caso dell’orgia. Non a caso nelle grandi masse artificiali, chiesa ed esercito, non c’è posto per la donna in quanto oggetto sessuale, la relazione amorosa tra uomo e donna rimane estranea a tali organizzazioni. Le psiconevrosi entrano in relazione con tali suggestioni quando osserviamo il rapporto duplice che hanno le formazioni collettive, da un lato esse tendono alla disgregazione delle masse, in quanto tendono verso una generale asocialità e dall’altro possono scomparire temporaneamente quando l’individuo vive una esperienza gruppale emotivamente potente. La funzione terapeutica dell’esperienza di gruppo è prassi assodata in psicologia e nel senso comune e diviene particolarmente evidente, seppur si debba sospendere il giudizio sulla reale efficacia, nelle comunità a sfondo mistico (confronto con la visione reichiana del misticismo).

Il disagio della civiltà

“Il programma impostoci dal principio di piacere: diventar felici, non può essere adempiuto, ne attraverso la fede religiosa, la sublimazione intellettuale, la pratica del lavoro, il godimento estetico, l’eremitismo, l’utilizzo di sostanze inebrianti, l’amore sessuale sfrenato o monogamico. Se non in maniera puramente episodica.
La malattia psichica, la nevrosi, la psicosi divengono strumenti sostitutivi dolorosi ed inefficaci, la religione sminuisce il valore della vita presente per idealizzare quello della vita ultraterrena mediante la fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo.
Tre fonti da cui proviene la nostra sofferenza: la forza soverchiante della natura, la fragilità del nostro corpo e l’inadeguatezza delle istituzioni che regolano le reciproche relazioni degli uomini nella famiglia, nello Stato e nella società.
A ben vedere dobbiamo considerare il momento storico, immediatamente successivo al primo conflitto mondiale, caratterizzato dalla incapacità delle istituzioni nazionali ed internazionali di evitare una guerra sanguinosissima di cui l’Austria, patria di Freud, fu protagonista.
Sembrerebbe quindi che la civiltà stessa sia la fonte primaria della sofferenza umana e del mancato raggiungimento della felicità per l’essere umano, poiché tutto si svolge in essa, anche le risposte alle frustrazioni che da essa derivano sembrano, per l’uomo, proponibili e praticabili solo al suo interno.
Che cos’è la civiltà?  La civiltà (Kultur) designa la somma delle realizzazioni e degli ordinamenti che differenziano la nostra vita da quella dei nostri progenitori animali e che servono a due scopi: a proteggere l’umanità contro la natura e a regolare le relazioni degli uomini fra loro.
Nel primo caso le argomentazioni riguardano la capacità dell’essere umano di intervenire nei confronti della conoscenza, del controllo, nella previsione dei fenomeni naturali che, attraverso lo sviluppo della meccanica e della tecnologia, appaiono progressivamente più sottoposti al dominio umano.
Nel secondo caso ci si riferisce al percorso di autoregolamentazione delle società umane derivato, secondo Freud, dalle prime norme di “diritto” associativo scaturite dalla necessaria confluenza di interessi dei fratelli, componenti dell’orda primordiale, a seguito della eliminazione del padre tirannico e la conseguente nascita dei tabù, prime ingiunzioni restrittive necessarie a definire la regolamentazione della convivenza, che diede vita alle esperienze matriarcali poi degenerate nella re-instaurazione della logica autoritaria patriarcale. Quindi la vita in comune degli uomini ebbe un duplice fondamento: la coercizione al lavoro, creata dalla necessità (ananke) e la potenza dell’amore (eros), che nel maschio provocò il desiderio di non essere privato dell’oggetto sessuale, cioè della femmina, e nella femmina quello di non essere privata della parte da lei separatasi, cioè del figlio. Eros e Ananke sono divenuti del pari i progenitori della civiltà umana. La prima conseguenza fu che ora un numero anche abbastanza grande di uomini poté restare unito in comunità.
L’amore che fondò la famiglia continua ad operare nella civiltà nella sua forma originaria, nella quale non rinuncia al soddisfacimento sessuale diretto, e nella forma modificata, come tenerezza inibita alla meta. In ambedue le forme adempie alla sua funzione di legare l’uno all’altro un numero considerevole di persone, più intensamente di quel che può fare l’interesse del lavoro in comune.
Ma la correlazione tra amore e civiltà cessa, nel corso dell’evoluzione, di essere univoca. Da un lato, l’amore oppone agli interessi della civiltà, dall’altro, la civiltà minaccia l’amore con gravi restrizioni. Nel primo caso si manifesta come una opposizione tra la famiglia e la comunità più ampia a cui il singolo appartiene, nei confronti dei giovani che intendono allontanarsi dalle restrizioni familiari, e nei confronti delle donne che vedono la loro vita sessuale ristretta dalle esigenze di investimento oggettuale degli uomini nel campo  del lavoro e, nel secondo, dai meccanismi repressivi che nei confronti della urgenza delle pulsioni sessuali la civiltà impone ai bambini prima e agli adulti poi nell’obbligo morale ad una conduzione monogamica della vita sessuale, rivolta esclusivamente ad individui del sesso opposto, adducendo come perversioni i soddisfacimenti extragenitali. Ma la società incivilita si è vista costretta a passare sotto silenzio molte trasgressioni che secondo i suoi canoni avrebbe dovuto punire (…) la vita sessuale dell’uomo civile è in effetti seriamente danneggiata, nella vita dell’uomo civile contemporaneo non c’è più posto per l’amore semplice, naturale di due esseri umani poiché al di la del raggiungimento del naturale piacere sessuale che si contrae tra due persone la civiltà necessita di energia libidica necessaria alla costruzione di legami tra i membri della comunità, la cosiddetta inibizione alla meta, ed obbliga una restrizione della vita sessuale.
Tutto ciò parrebbe definire un contesto pulsionale nel quale l’elemento amoroso, di investimento libidico, mantiene una sua esclusività ma, in relazione alle questioni etiche della contrapposizione tra bene e male, nelle quali la civiltà ha un ruolo decisorio fondamentale, Freud afferma che l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace, al massimo, di difendersi se viene attaccata; ma che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale aiuto e oggetto sessuale, ma anche un invito a sfogare la propria aggressività, a sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, ad abusarne sessualmente senza il suo consenso, a sostituirsi a lui nel possesso dei beni, ad umiliarlo, a farlo soffrire, a torturarlo e a ucciderlo. Homo homini lupus. A questo punto Freud riconosce alla causa comunista della abolizione della proprietà privata, dell’abolizione della famiglia autoritaria, l’eventuale funzione di togliere armi al meccanismo aggressivo ma, ritenendo questo una pulsione primaria, ne evidenzia la futura inefficacia. Inoltre, accennando ai meccanismi gruppali di definizione di comunità distinte, sciorina una delle sue affermazioni di sapore sociologico più affascinanti: é sempre possibile riunire un numero anche rilevante di persone che si amino l’uno l’altro fin tanto che ne restino altri per le manifestazioni di aggressività. Vedremo poi come Reich contesterà fortemente, riformandole sostanzialmente, queste pessimistiche conclusioni. Ma la civiltà, con le sue regole e i suoi statuti e le sue costituzioni impone sacrifici tanto grandi non solo alla sessualità ma anche alla aggressività dell’uomo (…) di fatto l’uomo primordiale stava meglio, poiché ignorava qualsiasi restrizione pulsionale, in compenso la sua sicurezza di godere a lungo di tale felicità era molto esigua. L’uomo civile ha barattato una parte della sua possibilità di felicità per un po’ di sicurezza. Egli giunge anche ad affermare che forse ci abitueremo anche all’idea che ci sono difficoltà inerenti alla essenza stessa della civiltà e che non cederanno di fronte ad alcun tentativo di riforma poiché ci sovrasta il pericolo d’una condizione che potremmo definire la miseria psicologica della massa, particolarmente presente laddove i legami tra gli uomini si basano su meccanismi identificativi sottomessi all’autorità di capi inadatti a tale ruolo. Si evincono numerosi spunti che verranno ripresi e traslati fortemente da Reich ma appare emergere una tendenza autoritario-conservatrice che fu poi rilevata da alcuni critici freudiani, soprattutto da sinistra.

Ora, data per Freud, l’indiscussa esistenza di una pulsione di morte, avente tendenza autodistruttiva, anch’essa caratterizzabile in senso narcisistico, va indagato attraverso quali mezzi usa la civiltà per frenare la spinta aggressiva che le si oppone, per renderla innocua, per abolirla? (…) L’aggressività viene introiettata, interiorizzata, propriamente viene rimandata la donde è venuta, ossia è volta contro il proprio io. Qui  viene assunta da una parte dell’Io, che si contrappone come Super-Io al rimanente, ed ora come coscienza è pronta a dimostrare contro l’Io la stessa inesorabile aggressività che l’Io avrebbe volentieri soddisfatto contro altri individui estranei. Chiamiamo senso di colpa la tensione tra il rigido Super-Io e l’Io ad esso soggetto; tale senso si manifesta come bisogno di punizione. La civiltà domina dunque io pericoloso desiderio di aggressione dell’individuo infiacchendolo, disarmandolo e facendolo sorvegliare da una istanza nel suo interno ma, in assenza della possibilità che la distinzione tra bene e male possa sussistere originariamente nella struttura umana, il male spesso non è quel che danneggia o mette in pericolo l’Io, anzi può essere anche qualcosa che l’Io desidera (…) qui agisce dunque un influsso estraneo, il quale decide cosa debba chiamarsi bene o male (…) è facile scoprirlo nella debolezza dell’uomo e nella sua dipendenza dagli altri; può essere indicato meglio come paura di perdere l’amore (…) pertanto il male è originariamente tutto ciò a causa di cui si è minacciati della perdita d’amore (…) perciò conta poco se si è già fatto il male  se soltanto si intenda farlo; in entrambi i casi il pericolo si presenta solo se l’autorità lo scopre (…) questo stato d’animo si chiama cattiva coscienza e a questo stadio il senso di colpa è chiaramente solo paura della perdita d’amore, angoscia sociale. Quando, in relazione al incivilimento, il Super-Io diviene istanza strutturata vengono anche a cessare sia la paura di venir scoperti, sia la differenza tra fare e volere il male, perchè niente può rimaner nascosto dinanzi al Super-Io, neppure i pensieri. Perciò, nel passaggio tra fanciullezza e adultità, quindi nella instaurazione della istanza super egoica, il sentimento di colpa può avere due origini: una dal timore che suscita l’autorità (genitoriale), e una successiva dal timore che suscita il Super-Io. La prima obbliga a rinunciare al soddisfacimento pulsionale, la seconda, oltre a ciò e poiché è impossibile nascondere al Super-Io che i desideri proibiti continuano, preme per la punizione.
A questo punto, non possiamo prescindere dall’ipotesi che il senso di colpa dell’umanità abbia origine dal complesso edipico e venisse acquisito con l’uccisione del padre da parte dei fratello alleati. In quell’occasione una aggressione non fu repressa ma effettuata, la medesima aggressione che, repressa nel bambino, è destinata ad essere la fonte del senso di colpa (…) ma se l’umano senso di colpa risale davvero all’uccisione del padre primordiale, esso fu un caso di rimorso (…) quel rimorso fu il risultato dell’ambivalenza emotiva primigenia verso il padre: i figli lo odiavano ma anche l’amavano; dopo che l’odio fu soddisfatto con l’aggressione, l’amore prevalse nel rimorso per l’atto, elevò il Super-Io mediante l’identificazione col padre, gli diede il potere paterno quasi a punire l’atto d’aggressione perpetrato contro lui, instaurò le restrizioni che dovevano prevenire il ripetersi del fatto.
A questo punto del ragionamento, afferma Freud, non è questione realmente decisiva se abbiamo ucciso il padre o se ci siamo astenuti dal farlo, in entrambi i casi dobbiamo sentirci colpevoli perchè il senso di colpa è l’espressione del conflitto ambivalente, dell’eterna lotta tra l’Eros e la pulsione distruttiva o di morte (…) finché l’unica forma di comunità è quella della famiglia, il conflitto si esprime per forza nel complesso edipico, insedia la coscienza e crea il primo senso di colpa. E qui si lega l’amara conclusione freudiana che sostiene che dato che la civiltà obbedisce a una spinta erotica interna che le ordina di unire gli uomini in una massa collegata intimamente, essa può raggiungere tale meta solo per la via di un sempre crescente rafforzamento del senso di colpa.
Tale meccanismo di costruzione del senso di colpa e del bisogno di punizione però non riguardano solo i casi coscienti di rimorso, bensì appaiono nettamente negli episodi nevrotici, dove i desideri aggressivi o inaccettabili vengono sottoposti a rimozione: se una tendenza pulsionale soggiace alla rimozione, le sue parti libidiche si trasformano in sintomi, le sue componenti aggressive in senso di colpa.
Questo percorso della psicologia individuale, così strettamente interconnesso con il processo d incivilimento prevede l’esistenza, in termini del tutto simili, di un Super-Io civile, derivato anch’esso dalla tensione tra le pulsioni vitali e quelle distruttive insite nella natura umana, che si tradurrebbe in forma di Etica civile dinamica, spesso contradditotria, come quella individuale come ad esempio alcuni precetti moralistici della religione cattolica quali “ama il prossimo tuo come te stesso”, pulsionalmente impercorribili
Ma l’elemento più stimolante, alla luce della psicologia sociale e istituzionale che si svilupperanno da tali notevoli intuizioni freudiane è contenuta nella parte finale del saggio quando Freud si chiede se l’evoluzione della civiltà è tanto simile a quella dell’individuo e se usa gli stessi mezzi, non saremmo giustificati nel fornire le diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, forse l’intero genere umano, sono divenuti “nevrotici” per effetto del loro sforzo di civiltà? (…) bisognerebbe andar molto cauti, non dimenticare che in fin dei conti si tratta solo di analogie, e che è pericoloso, non solo con gli uomini ma anche coi concetti, strapparli dalla sfera in cui sono sorti e si sono evoluti. La diagnosi di nevrosi collettive s’imbatte poi in una difficoltà particolare. Nella nevrosi individuale, il contrasto che il malato fa sullo sfondo del suo ambiente considerato come “normale” ci offe un immediato punto di riferimento. Un simile sfondo viene a mancare in una massa tutta egualmente ammalata e dovrebbe essere cercato altrove. Quanto poi all’applicazione terapeutica della comprensione raggiunta, a che cosa gioverebbe la più acuta analisi delle nevrosi sociali, visto che nessuno possiede l’autorità di imporre alla massa la terapia?
Wilhelm Reich intende proseguire, conflittualmente, esattamente accettando queste ultime sfide poste dal padre della psicoanalisi.

2. Osservazioni su “Psicologia di massa del fascismo” di W. Reich (1933) – terza edizione con  
prefazione di Reich del 1942

L’opera “Analisi del carattere” (1933), l’unica opera del ricercatore austriaco riconosciuta dalla psicoanalisi ortodossa (SPI) che lo espulse nel 1934, apre la prefazione all’edizione in questione dell’importante saggio reichiano con queste parole: Un vasto e coscienzioso lavoro terapeutico sul carattere umano mi ha dato la certezza che nel giudicare le reazioni umane ci troviamo di fronte a tre strati differenti della natura bio-psichica, Questi tre strati della struttura caratteriale sono sedimenti che funzionano in modo autonomo (…) nello strato superficiale del proprio essere l’uomo medio è moderato, cortese, caritatevole, conscio del proprio dovere, coscienzioso. Non esisterebbe una tragedia sociale dell’animale uomo se questo strato superficiale fosse direttamente collegato con il nucleo centrale. Purtroppo non è così: lo strato superficiale della cooperazione sociale non ha alcun contatto con il profondo nucleo biologico dell’uomo; esso viene sorretto da un secondo strato caratteriale intermedio, che si compone senza eccezioni di impulsi crudeli, sadici, sessualmente lascivi, rapaci ed invidiosi. Questo strato costituisce l’inconscio o il rimosso di Freud; in termini sessuo-economici, la somma di tutte le pulsioni secondarie. La bio-fisica orgonica riuscì a scoprire che l’inconscio di Freud, l’aspetto antisociale dell’uomo, non era altro che il risultato secondario della repressione di pulsioni biologiche primarie.
L’Orgonomia è la scienza che studia l’energia cosmica primordiale, pre-atomica, essa si differenzia da tutte le altre energie conosciute, che derivano dalla materia, elettrica, magnetica, nucleare. Queste deriverebbero dalla funzione dell’energia orgonica definita Superimposizione, unione di correnti energetiche da cui si genera la materia e quindi la vita. Una seconda funzione sarebbe quella della Pulsazione, immediatamente riscontrabile in numerosi organismi viventi, e la Convulsione Orgastica, grazie alla quale l’accumulo di energia in eccesso nell’organismo, ottenuta dalle funzioni vitali, concentrata nei genitali, ottiene funzione di scarica attraverso l’eccitazione sessuale soddisfatta nella raggiungimento dell’orgasmo, dando vita ad un naturale processo di riequilibrio psico-fisico-biologico.
Tale energia orgonica, secondo le ricerche effettuate da Reich e dai suoi collaboratori, tutti rigorosamente preparati sul piano tecnico-scientifico, sarebbe dimostrabile obiettivamente in vari modi, termicamente, elettroscopicamente, visivamente, con il contatore Geiger.Mueller.
Le branche principali della scienza orgonomica attraversano i settori della fisica, della biologia, della medicina e della sociologia.
Quest’ultimo campo di interesse è quello che caratterizza gli studi sulla psicologia di massa che tenteremo di affrontare.

“Se ci addentriamo oltre questo secondo strato di pervertimento fino al fondamento dell’animale uomo, scopriamo regolarmente il terzo strato (e più profondo) che chiamiamo nucleo biologico. In fondo, in questo nucleo, l’uomo è, in circostanze sociali favorevoli, un animale onesto, cooperativo,capace di amare o, se vi è motivo, di odiare razionalmente. In nessun caso è possibile penetrare la liberazione caratteriale dell’uomo attuale fino a questo profondissimo e tanto promettente strato senza aver prima eliminato la falsa educazione apparentemente sociale. Quando cade la maschera dell’educazione, non appare immediatamente la socialità naturale, ma soltanto lo strato caratteriale sadico-pervertito. Questa disgraziata strutturazione è responsabile del fatto che ogni impulso naturale, sociale o libidinoso, che esce dal nucleo biologico per tramutarsi in azione , debba passare attraverso lo strato delle pulsioni secondarie pervertite, subendo una deviazione in questa fase. Questa deviazione trasforma il carattere originariamente sociale degli impulsi naturali in pervertimento e costringe ad imporre un freno a qualsiasi autentica espressione vitale. Trasponiamo la nostra struttura umana nel campo sociale e politico. Non è difficile vedere che i diversi raggruppamenti politici ed ideologici della società umana corrispondono ai diversi strati della struttura caratteriale. Ovviamente non cadiamo nell’errore della filosofia idealistica secondo cui la struttura umana è sempre esistita sotto questa forma e continuerà ad essere invariabile per l’eternità. Dopo che circostanze e mutamenti sociali hanno trasformato le esigenze biologiche originarie dell’uomo in struttura caratteriale, la struttura caratteriale riproduce sotto forma di ideologie la struttura sociale della società.
Da quando la primitiva organizzazione democratico-lavorativa è definitivamente tramontata, il nucleo biologico non ha più trovato un’espressione sul piano sociale. Ciò che è naturale ed elevato nell’uomo, ciò che lo lega al suo cosmo, ha trovato soltanto nell’arte, soprattutto nella musica e nella pittura un’autentica espressione, ma è fruibile solo ad una comunità ristretta, non può modificare la comunità di tutti gli uomini.
Negli ideali etici del liberalismo si possono riconoscere i tratti dello strato caratteriale superficiale, caratterizzato dall’autocontrollo e dalla tolleranza, in quanto egli deplora il pervertimento caratteriale umano con norme etiche, ma non ha nulla a che fare con la naturale socialità, come le catastrofi del XX secolo ci insegnano, in quanto non ha impedito l’emergere delle più bieche espressioni del pervertimento umano.
Tutto ciò che è veramente rivoluzionario, arte e scienza, nasce dal nucleo biologico, ma anche questa potenzialità è stata evidentemente finora incapace di attuarsi nelle masse umane.
Le cose stanno diversamente per quanto riguarda il fascismo. Sostanzialmente il fascismo non rappresenta né lo strato superficiale né quello più profondo, ma il secondo strato caratteriale intermedio delle pulsioni secondarie (…) le mie esperienze mediche fatte con molte persone appartenenti ai più disparati strati sociali , razze, nazioni, religioni, mi avevano insegnato che il fascismo non è altro che l’espressione politicamente organizzata della struttura caratteriale umana media, di una struttura che non è vincolata ne a determinate razze o nazioni ne a determinati partiri, ma che è generale e internazionale. Secondo il significato caratteriale il fascismo è l’atteggiamento emotivo fondamentale dell’uomo autoritariamente represso dalla civiltà delle macchine e dalla sua concezione meccanicistico-mistica della vita. Il carattere meccanicistico-mistico degli uomini del nostro tempo crea il fascismo e non viceversa. Non si tratta della dittatura di una piccola cricca reazionaria, come spessissimo si è valutato e si valuta tutt’oggi. Il fascismo come movimento politico si differenzia da altri partiti reazionari per il fatto che viene sostenuto e diffuso dalle masse umane (…) non è,come si crede generalmente, un movimento puramente reazionario, ma costituisce un amalgama tra emozioni ribelli e idee sociali reazionarie (…) non vi è dubbio che esso può fare la sua comparsa ammantato di sentimenti rivoluzionari, ma non si chiamerà rivoluzionario quel medico che combatte con sfrenate imprecazioni una malattia, ma al contrario quello che con calma, coraggiosamente e coscienziosamente, cerca e combatte la causa della malattia. La ribellione fascista nasce sempre laddove una emozione rivoluzionaria viene trasformata in illusione per paura della verità. Il fascismo, nella sua forma più pura, è la somma di tutte le reazioni irrazionali del carattere umano medio. Il sociologo ottuso (…) considera la teoria fascista della razza soltanto un interesse imperialistico (…) un pregiudizio (…) l’intensità e la vasta diffusione di questi pregiudizi razziali sono la prova che essi affondano le radici nella parte irrazionale del carattere umano. La teoria della razza non è una creazione del fascismo. Al contrario: il fascismo è una creazione dell’odio razziale e la sua espressione politicamente organizzata. Di conseguenza esiste un fascismo tedesco, italiano, spagnolo, anglosassone, ebreo ed arabo. L’ideologia razziale è una tipica espressione caratteriale biopatica dell’uomo orgasticamente impotente.
Si definisce biopatia ogni processo patologico derivante da un disturbo della naturale pulsazione biologica e che, invariabilmente, porta alla stasi energetica. Avremo biopatie psichiche, nevrosi e psicosi, e somatiche, ansia, ipertensione, allergie, malattie degenerative, diabete, malattie endocrine, cancro, ecc.
Il carattere sadico-pervertito dell’ideologia razziale tradisce la sua natura anche nel suo atteggiamento di fronte alla religione. Si dice che il fascismo sarebbe un ritorno al paganesimo e il nemico mortale della religione. Ben lungi da ciò, il fascismo appoggia quella religiosità che nasce dal pervertimento sessuale, e trasforma il carattere masochista della religione della sofferenza dell’antico patriarcato in una religione sadica. Di conseguenza traspone la religione dall’aldilà della filosofia della sofferenza nell’aldiquà dell’omicidio sadico. La mentalità fascista è la mentalità dell’uomo della strada mediocre soggiogato, smanio di sottomettersi ad un’autorità e allo stesso tempo ribelle. Non è casuale che tutti i dittatori fascisti escano dalla sfera sociale del piccolo uomo della strada reazionario (quando non sono generali dell’esercito assurti al potere per mezzo di colpi di stato ndr). Il grande industriale e il militarista feudale approfittano di questa circostanza sociale per i propri scopi (…) la civiltà meccanicistica ed autoritaria raccoglie, sotto forma di fascismo, solo dal piccolo borghese represso ciò che da secoli ha seminato, come mistica mentalità del caporale di giornata e  come automatismo fra le masse degli uomini mediocri e repressi. Questo piccolo borghese ha copiato fin troppo bene il comportamento del grande e lo riproduce in modo deformato e ingigantito. Il fascista è il sergente del gigantesco esercito della nostra civiltà profondamente malata e altamente industrializzata.
Nella sua feroce critica al liberalismo, principio politico reggente le nazioni divenute culle del fascismo organizzato  aggiunge:  Nella ribellione delle masse di animali umani maltrattati contro le insignificanti cortesie del falso liberalismo apparve lo strato caratteriale  delle pulsioni secondarie. Non è possibile rendere inoffensivo l’energumeno fascista (…) se non lo si rintraccia nel proprio essere; se non si combattono le istituzioni sociali che lo covano ogni giorno. Si può battere il fascismo solo se lo si affronta obbiettivamente e praticamente, con una approfondita conoscenza dei processi vitali. Nessuno è capace di imitarlo in fatto di manovre politiche, abilità nel destreggiarsi nei rapporti diplomatici, e organizzazione delle parate. Ma non sa rispondere a questioni vitali pratiche(…) quando un carattere fascista di qualsiasi colorazione si mette a predicare l’onore della nazione (anziché l’onore dell’umanità) o la salvezza della sacra famiglia e della razza (anziché la comunità dell’umanità che lavora); quando monta la superbia e quando dalla sua bocca escono slogans, allora gli si chieda pubblicamente, e con la massima calma e semplicità: che cosa fai per dar da mangiare alla nazione senza assassinare altre nazioni? Che cosa fai come medico contro le malattie croniche, che cosa fai come educatore per favorire la gioia di vivere dei bambini, che cosa fai come economista contro la miseria, che cosa fai come assistente sociale contro il logoramento delle madri con tanti figli, che cosa fai come costruttore per sviluppare l’igiene delle abitazioni? Ora, cerca di non parlare a vanvera e cerca di dare una risposta concreta e pratica, altrimenti tieni il becco chiuso!
Da ciò consegue che il fascismo internazionale non potrà mai essere battuto con manovre politiche. Soccomberà alla naturale organizzazione del lavoro, dell’amore e del sapere su scala internazionale.

Il percorso di Reich, nella divulgazione delle sue idee e ricerche fu ostacolato da molti lati, dalla maggioranza degli psicoanalisti, dal partito comunista tedesco, al quale aderì e partecipò con grande entusiasmo attivando numerose campagne di informazione e prevenzione, come la Lega nazionale per la politica sessuale proletaria (SexPol), dagli apparati burocratico-scientifici dell’Urss, naturalmente dalla Germania nazista, dai governi danesi e svedesi e, infine, dalla Food and Drug administration e dalla FBI americane, fino alla sua morte avvenuta in carcere dopo che molti dei suoi macchinari di ricerca e dei suoi scritti furono sequestrati.
Il suo impegno nel campo assolutamente minoritario della sessuologia scientifica si connesse spontaneamente con il pensiero freudiano e l’atmosfera rivoluzionaria degli anni 20 in Austria e Germania lo avvicinò alle formazioni politiche della sinistra socialista e comunista. Ma l’autonomia di pensiero e una forte idiosincrasia per il compromesso caratterizzarono la sua personalità fino alla fine, ad un costo considerevole.
Scrive ancora Reich: intorno al 1930 non avevo alcuna idea dei rapporti naturali democratico-lavorativi (…) a quell’epoca lavoravo in organizzazioni culturali liberali, socialiste e comuniste ed ero costretto, normalmente, ad impiegare i concetti marxisti-sociologici durante le mie spiegazioni sessuo-economiche (…) e non riuscivo a capire per quale motivo i membri del partito combattessero con estrema violenza gli effetti sociali del mio lavoro medico proprio quando masse di impiegati, operai dell’industria, piccoli commercianti, studenti, affollavano le organizzazioni orientate sessuo-economicamente, ansiose di conoscere il funzionamento dei processi vitali.
Il termine sessuo-economia si riferisce al criterio di regolazione dell’energia biologica, o , ciò che è lo stesso, dell’economia delle energie sessuali dell’individuo. Sessuo-economia significa in modo in cui un individuo impiega la propria energia biologica; quanta se ne ingorga e quanta ne scarica orgasticamente. I fattori che influenzano questo tipo di reolazione sono di carattere sociologico, psicologico e biologico. La scienza della sessuo-economia consiste in quell’insieme di cognizioni che furono dedotte dallo studio di questi fattori. Questo termine fu applicabile all’opera di Reich a partire dal momento in cui rifiutò la filosofia culturale di Freud, rifiutando l’originarietà della pulsione di morte e la centralità conservatoristica del principio di realtà, fino alla scoperta dell’orgone, quando fu sostituita dall’orgonomia, la scienza della energia vitale.

La sociologia sessuo-economica nacque dallo sforzo di conciliare la psicologia del profondo di Freud con la teoria economica di Marx (…) e risolve la contraddizione che fece dimenticare alla psicoanalisi il fattore sociale e al marxismo l’origine animalesca dell’uomo (…) oggi non sono più i partiti comunisti o socialisti, ma in contrasto con essi, molti gruppi apolitici e strati sociali di ogni sfumatura politica che sono sempre più orientati (…) verso un ordinamento sociale sostanzialmente nuovo (devo ammettere di non sapere a quali movimenti alluda Reich ma la somiglianza con il presente è spiccata, soprattutto se pensiamo che l’analisi reichiana della emersione del fascismo europeo parte dalle conseguenze della grande depressione economica del 1929-1933) e i bisnipoti dei proletari del XIX secolo sono diventati lavoratori dell’industria, specializzati, altamente qualificati sul piano tecnico, indispensabili, responsabili e professionalmente consapevoli. La parola coscienza di classe viene sostituita con la parola coscienza professionale o responsabilità sociale. Nel marxismo del XIX secolo la coscienza di classe era limitata ai lavoratori manuali. Ma gli altri lavoratori che svolgono un’attività vitale indispensabile senza la quale la società non potrebbe funzionare venivano contrapposti come intellettuali e piccoli borghesi al proletariato dei lavoratori manuali. Questa contrapposizione schematica e oggi inesatta ha contribuito alla vittoria del fascismo in Germania (…) il lavoro vitalmente necessario, il lavoratore, sono concetti che comprendono tutti i lavoratori che svolgono un lavoro socialmente necessario alla vita. Quindi non solo i lavoratori dell’industria, ma anche i medici, gli educatori, i tecnici, i ricercatori di laboratorio, gli scrittori, gli amministratori delle società, gli agricoltori, gli scienziati. Da qui nasce un abisso che ha contribuito non poco alla frantumazione della società umana lavoratrice e quindi alla vittoria del fascismo, sia nero che rosso.
La sociologia marxista contrapponeva per ignoranza della psicologia di massa il borghese al proletario (…) la struttura caratteriale non si limita al capitalista, ma impregna i lavoratori di tutte le professioni. Vi sono capitalisti liberali e lavoratori reazionari. Non esistono confini caratteriali di classe.
Da queste affermazioni, biologicamente fondate sulla teoria orgonica e sulle sue numerose applicazioni e ricerche scientifiche, prosegue il discorso reichiano che affronta analiticamente le questioni inerenti le cause della diffusione di NEVROSI DI MASSA o PESTE PSICHICA:
1. L’ideologia come forza materiale: perchè i diseredati agiscono contro se stessi?;
2. L’autoritarismo come modello familiare preparatorio all’assoggettamento ad un capo;
3. la funzione della teoria della superiorità razziale in ottica misticheggiante di rifiuto della sessualità naturale;
4. la spinta reazionaria e antisessuale della influenza della chiesa, la sua ambiguità anticapitalistica e la sua natura irrazionale dogmatica dove l’estasi spirituale soddisfa parzialmente la spinta sessuale;
5. l’autogoverno e l’estinzione dello stato,il superamento della illibertà della massa che necessita sempre di assoggettarsi ad un capo;
6. democrazia del lavoro vitalmente necessario, legato al piacere, alla responsabilità, alla interdipendenza tra i lavoratori, stimolo delle funzioni razionali dell’esistenza, già presenti nella natura umana;
7. restituzione del significato autentico della parola libertà, intesa come liberazione di ciò che è vivo, contro il meccanicismo coercitivo che ci allontana dalla natura, attraverso il pensiero funzionale, che prevede che la conoscenza passi attraverso una costante analisi critica, volta alla riformulazione continua delle informazioni raccolte e dei concetti sviluppati, in costante rapporto dialettico con l’esperienza;
8. il rapporto tra lavoro e politica, l’inconciliabilità tra questi due elementi;

Opere
In Italiano:
Passioni di gioventù: un’autobiografia 1897-1922 (1919-1925) (tr. Barbara Bergonzi, SugarCo, Milano 1990)
Conflitti libidici e fantasie deliranti: il «Peer Gynt» di Ibsen (1920) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-7198-299-1)
Il coito e i sessi (1922) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-300-9)
Scritti giovanili volume I (1920-1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1977 ISBN 88-7198-296-7)
Scritti giovanili volume II (1920-1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1977 ISBN 88-7198-297-5)
Il carattere pulsionale (1925) (tr. Ettore Zelioli, SugarCo, Milano 1982 ISBN 88-7198-302-5)
Il tic come equivalente della masturbazione (1925) (tr. SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-301-7)
Genitalità (o scritti giovanili vol. n. III) (tr. Giovanna Agabio, SugarCo, Milano 1980 ISBN 88-7198-167-7)
Analisi del carattere (1933) (tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1973 ISBN 88-7198-209-6)
Psicologia di massa del fascismo (1933) (tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1971; Mondadori, Milano 1974 ISBN 88-06-16376-0 ISBN 88-7198-148-0)
La rivoluzione sessuale (1930-1934) (tr. Vittorio Di Giuro, Feltrinelli, Milano 1963; tr. Enrica Albites-Coen e Roberto Massari, Emme emme, Roma 1992 ISBN 88-07-80440-9 ISBN 888537835)
L’irruzione della morale sessuale coercitiva (1934-1935) (tr. Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1972 ISBN 88-7198-228-2)
Sessualità e angoscia: un’indagine bioelettrica (1935-1936) (tr. SugarCo, Milano 1983 ISBN 88-7198-213-4)
Esperimenti bionici sull’origine della vita (1936) (tr. Giovanna Agabio, SugarCo, Milano 1981 ISBN 88-7198-176-6)
La scoperta dell’orgone, volume n. I – La funzione dell’orgasmo (1942) (tr. Furio Belfiore, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-515-2222-7)
La scoperta dell’orgone, volume n. II – La biopatia del cancro (1948) (tr. Adriano Caiani, SugarCo, Milano 1976 ISBN 88-7198-317-3)
Ascolta, piccolo uomo (1948) (tr. Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1973 ISBN 88-7198-298-3)
Etere, Dio e diavolo (1949) (tr. Maria Luraschi e Maria Agrati, SugarCo, Milano 1974 ISBN 88-7198-287-8)
Bambini del futuro: sulla prevenzione delle patologie sessuali (1950) (tr. Annelise Wolf e Sibilla Belfiore, SugarCo, Milano 1987 ISBN 88-7198-286-X)
L’assassinio di Cristo: la peste emozionale dell’umanità (1951) (tr. Marco Amante, SugarCo, Milano 1972 ISBN 88-7198-107-3)
Superimposizione cosmica (1951) (tr. Maria Gallone e Maria Luraschi, SugarCo, Milano 1975 ISBN 88-7198-219-3)
Reich parla di Freud (1952) (a cura di Mary Higgins e Chester M. Raphael, tr. Furio Belfiore e Anneliese Wolf, SugarCo, Milano 1970 ISBN 88-7198-194-4)
Individuo e Stato (1953) (tr. Alberto Tessore e Silvana Ziviani, SugarCo, Milano 1978 ISBN 88-7198-232-0)
La teoria dell’orgasmo e altri scritti (tr. Luigi De Marchi e Mary Boyd Higgins, Lerici, Milano 1961; tr. Furio Belfiore, SugarCo, Milano 1969)
La lotta sessuale dei giovani (tr. Nicola Paoli, Samonà e Savelli, Roma 1972)
In tedesco:
Der triebhafte Charakter : eine psychoanalytische Studie zur Pathologie des Ich, 1925
Die Funktion des Orgasmus : zur Psychopathologie und zur Soziologie des Geschlechtslebens, 1927
Ueber den Oedipuskomplex : drei psychoanalytische Studien with Felix Boehm and Otto Fenichel, 1931
Character analysis or in the original: Charakteranalyse : Technik und Grundlagen für studierende und praktizierende Analytiker, 1933
Massenpsychologie des Faschismus, 1933, original German edition, banned by the Nazis and the Communists.
The Mass Psychology of Fascism, 1946 revised and enlarged U.S. edition
Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936 U.S. edition 1945 The Sexual Revolution
Dialektischer Materialismus und Psychoanalyse, 1929
Der Einbruch der Sexualmoral, 1932
Die Sexualitaet im Kulturkampf, 1936
Die Bione, 1938
In inglese
American Odyssey: Letters and Journals 1940-1947
Beyond Psychology: Letters and Journals 1934-1939
The Bioelectrical Investigation of Sexuality and Anxiety
The Bion Experiments: On the Origins of Life
Function of the Orgasm (Discovery of the Orgone, Vol.1)
The Cancer Biopathy (Discovery of the Orgone, Vol.2)
Character Analysis – Analisi del carattere (1933)
Children of the Future: On the Prevention of Sexual Pathology
The Oranur Experiment, First Report (1947-1951)
Contact With Space: Oranur Second Report, 1951-56, Core Pilot Press, 1957
Cosmic Superimposition: Man’s Orgonotic Roots in Nature
Early Writings
Ether, God and Devil (1951)
Genitality in the Theory and Therapy of Neuroses
The Invasion of Compulsory Sex-Morality – ‘L’irruzione della morale sessuale coercitiva (1932)
Listen, Little Man! – La lotta sessuale dei giovani (1932)
Mass Psychology of Fascism – La psicologia di massa del fascismo (1933)
The Murder of Christ (Emotional Plague of Mankind, Vol.2)
The Oranur Experiment
The Orgone Energy Accumulator, Its Scientific and Medical Use
Passion of Youth: An Autobiography, 1897-1922
People in Trouble: Emotional Plague of Mankind, Vol.1)
Record of a Friendship: The Correspondence of Wilhelm Reich and A.S. Neill (1936-1957)
Reich Speaks of Freud
Selected Writings: An Introduction to Orgonomy
The Sexual Revolution – La rivoluzione sessuale (1936)
Bibliografia
Albini, C. (1997) Creazione e castigo. La grande congiura contro W. Reich, Tre Editori, ISBN 978-88-86755-09-2
Dadoun, R. (2007) Cento fiori per Wilhelm Reich, Spirali, ISBN 978-88-7770-771-0
De Marchi, L.; Valenzi, V. (2007) Wilhelm Reich. Una fornidabile avventura scientifica ed umana, Macro Edizioni, ISBN 978-88-7507-859-1
Totton, N.; Edmondson, E. (2007) Nuovi sviluppi della terapia di Wilhelm Reich, Red, ISBN 978-88-7447-534-6
Zabini, A. (1996) W. Reich e il segreto dei dischi volanti, Tre Editori, ISBN 978-88-86755-02-3

 

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"La sinistra freudiana: il fiume carsico che parte dall’Europa, scorre in Argentina e giunge in Italia"

Ven, 15/03/2013 - 11:00

Il corso si pone l’obiettivo di discutere il percorso che dal “Disagio della civiltà” di Sigmund Freud dipana la questione storica dell’ampliamento dell’intervento psicoanalitico dall’individuo alla società, con particolare riferimento alla funzione attributiva di ruoli e compiti fornita dalle istituzioni sociali. La verticalità del potere, il simbolismo coercitivo che attraversa gli ambiti dell’universo psicologico umano dalla sua condizione (impraticabile) di individuo a quella di depositario attivo e passivo delle norme comunitarie. La funzione degli stereotipi e dei pregiudizi ed i principi del gruppo operativo di E. Pichon-Riviere e Josè Bleger. La pratica clinica. La attualizzazione europea di Armando Bauleo e Leonardo Montecchi.

Esercizi di Sinistra Freudiana
Philolab 17 maggio 2011 Roma

1. Brevi citazioni dalla “Psicologia delle masse e analisi dell'Io” (1921) e da “Il disagio della Civiltà”, S. Freud (1929)

Psicologia delle masse e analisi dell'Io

“Nella vita psichica del singolo, l'altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, e pertanto la psicologia individuale è anche, fin dall'inizio, psicologia sociale”
“La psicologia delle masse considera quindi l'uomo singolo in quanto membro di una stirpe, di un popolo, di una casta, di un ceto sociale, di una istituzione, o in quanto elemento di un raggruppamento umano che a un certo momento e in vista di un determinato fine si è organizzato come massa”  imponendo l'esigenza di identificare una forza specifica, la pulsione sociale, il cui costituirsi può venire individuato nell'ambito più ristretto della formazione familiare.

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Stalking. Una riflessione psicopatologica

Gio, 07/02/2013 - 14:20

Lo Stalking non è una diagnosi psichiatrica, in molti stalkers non si evidenzia una patologia mentale conclamata ,lo stalking pertanto si colloca nella zona grigia posta tra normalità del male e psicopatologia.

Una riflessione sullo stalking non può quindi essere condotta solo con categorie psichiatriche servono anche altri vertici di osservazione : la sociologia, la criminologia, la psicologia e ,all’ interno della psicologia , la psicoanalisi.

In questo mio intervento , utilizzerò soprattutto la psicoanalisi proprio per la capacità di questa disciplina di parlare sia della normalità che della patologia considerate come condizioni comunicanti tra loro e divise da una linea di confine a tratti sottile.

Lo stalking colpisce soprattutto le donne, l’ 80% delle vittime sono donne. Il significato originario del termine “Stalking” è importato dal linguaggio venatorio e indica l’appostamento, l’inseguimento furtivo della preda.

Lo stalker è un predatore e la donna diventa una preda, viene negata la possibilità per la donna di sottrarsi al desiderio maschile.

Esistono determinanti culturali, sociali ed anche biologiche per cui lo lo stalking riguarda prevalentemente comportamenti persecutori compiuti da uomini su donne,queste determinanti credo siano in buona sostanza simili a quelle per cui la maggioranza dei reati violenti è compiuta da maschi in prevalenza giovani .

Non credo che l’essenza dello stalking sia riconducibile ad uno specifico comportamento predatorio del’ uomo sulla donna, esiste anche lo stalking compiuto all’ interno dello stesso genere e, seppure raramente, da donne su uomini.

Lo stalker non riesce ad accettare che l’ oggetto del suo desiderio sia pienamente Altro da sé ,ossia una persona che costituisce un centro autonomo di iniziativa, dotata di libertà ,con il diritto di respingerlo rifiutarlo o ignorarlo. La psicoanalisi ci insegna che non è una operazione così semplice e scontata accettare che l’ altro sia tale, che non sia pronto a soddisfare i nostri bisogni ed i nostri desideri.

Secondo gli studi della Sezione Atti persecutori del Reparto Analisi Criminologiche dei Carabinieri gli stalker potrebbero inquadrarsi (a stretti, pragmatici fini di polizia) in cinque tipologie:

  • il “risentito”, caratterizzato da rancori per traumi affettivi ricevuti da altri a suo avviso ingiustamente (tipicamente un ex-partner di una relazione sentimentale);
  • il “bisognoso d’affetto”, desideroso di convertire a relazione sentimentale un ordinario rapporto della quotidianità; insiste e fa pressione nella convinzione che prima o poi l’oggetto delle sue attenzioni si convincerà;
  • il “corteggiatore incompetente”, che opera stalking in genere di breve durata, risulta opprimente e invadente principalmente per “ignoranza” delle modalità relazionali, dunque arreca un fastidio praticamente preterintenzionale;
  • il “respinto”, rifiutato dalla vittima, caratterizzato dal voler contemporaneamente vendicarsi dell’affronto costituito dal rifiuto e insieme riprovare ad allestire una relazione con la vittima stessa;
  • il “predatore”, il cui obiettivo è di natura essenzialmente sessuale, trae eccitazione dal riferire le sue mire a vittime che può rendere oggetto di caccia e possedere dopo avergli incusso paura; è una tipologia spesso riguardante voyeur e pedofili.

Schematicamente credo si possa affermare che queste tipologie rimandano, chi più chi meno, a diverse “aree problematiche “ che appartengono sia alla normalità che alla patologia, sono :

l’ aggressività intesa come desiderio di impossessamento, la dipendenza affettiva, il narcisismo.

L’ impossessamento dell‘Altro

Molti psicoanalisti hanno teorizzato che già all’ inizio della vita il rapporto con l’ altro è sostanzialmente ambivalente, che è presente accanto ad una corrente affettiva caratterizzata da sentimenti di amore , riconoscenza e gratitudine, anche un’altra corrente affettiva caratterizzata da sentimenti di aggressività, da invidia, da desiderio di controllo e possesso.

L’ amore contiene una tendenza all’ impossessamento come è sintetizzato nel noto aforisma :

“Cara tu dici che ami i fiori e li strappi dai campi, dici che ami gli animali e te li mangi.
Cara, quando dici che mi ami, io ho paura!”

( Dino Ignani).

Anche se nell’aforisma è un uomo che esprime la propria paura, la tendenza all’ impossessamento sembra statisticamente potere diventare pericolosa quando riguarda il desiderio dell’ uomo verso la donna.

Il mito e la letteratura sono pieni di esempio, Don Rodrigo che rapisce Lucia , oggi sarebbe uno stalker, un persecutore,

Ancora più eloquente è il fenomeno degli Dei stalkers

Il più celebre è il padre di tutti gli dei: Zeus, che non si premurava certo di ottenere il consenso dell’oggetto delle sue passioni.

Ma voglio citare solo un mito molto bello e poetico : quello del rapimento di Proserpina ad opera di Plutone.

Plutone il Dio degli inferi concupiva la bella Proserpina figlia di Zeus e Demetra, ma lei lo rifiutava così Plutone comportandosi come uno Stalker la rapì brutalmente e la portò con sè nel triste e buio Ade. Demetra, la madre di Proserpina, addolorata e furente gettò la terra in un lungo inverno fino a quando Plutone non consentì a Proserpina di tornare libera sulla terra almeno per quattro mesi dell’anno: così si stabilì la ciclicità delle stagioni. Questo mito è raffigurato in una celebre statua del Bernini esposta a villa Borghese. Bernini era così bravo a scolpire che raffigura le dita nodose di Plutone che affondano nella coscia di Proserpina mentre la afferra. Il marmo sembra diventare carne.

Lo Stalking è espressione di una tensione verso l’ oggetto del desiderio che porta all’impossessamento.

Già due secoli fa Freud spiegava che la sessualità contiene l’ aggressività e che per arrivare ad un incontro amoroso è necessario un percorso maturativo che ponga l’ aggressività al servizio dell’ amore ( Freud diceva della Libido) e non viceversa .

Scriveva Sigmund Freud nel libro: “Il disagio della civiltà,,”

“l’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni….”

C’è chi condivide e chi contesta questa visione dell’ uomo proposta da Freud che descrive l’ uomo come tendenzialmente egoista fino ad essere spietato. L’ educazione al rispetto dell’ altro deve fornire ,in questa visione dell’ uomo, dei freni inibitori , in assenza dei quali si manifesterebbe una sorta di tendenza naturale alla soddisfazione immediata degli istinti.

Per Freud vale la frase “ i buoni si limitano a sognare di notte ciò che i cattivi fanno di giorno”

Due elementi costitutivi nello sviluppo della personalità, che hanno a che fare con la morale, con l’ interiorizzazione delle norme, con la voce della coscienza e rappresentano dei potenti freni inibitori , sono il Senso di Colpa e la Vergogna.

Il Senso di Colpa di cui spesso si parla come di un ingombrante fardello è invece importantissimo per assicurare il reciproco rispetto. Se ci pensiamo è molto più efficace il Senso di colpa per prevenire condotte di Stalking , che non la vergogna , chi è frenato solo dalla vergogna può tranquillamente, maltrattare una persona , infierire sul partner fino a quando viene scoperto e smascherato , solo allora prova vergogna . Sentirsi in colpa invece impedisce di fare male all’ altro , comporta la capacità di preoccuparsi dell’ altro.

Ho avuto a che fare, in carcere dove svolgo consulenze psichiatriche, con detenuti per stalking, mi ha colpito che quando esercitavano i loro comportamenti persecutori non provavano senso di colpa, potevano invece provare vergogna, anche insopportabile quando venivano scoperti e smascherati.

Vale la pena ricordare che nel disturbo antisociale di personalità, che descrive il delinquente patologicamente incorreggibile, caratterizzato dal disprezzo patologico del soggetto per le regole e le leggi della società, da comportamento impulsivo, dall’incapacità di assumersi responsabilità e dall’indifferenza nei confronti dei sentimenti altrui , il dato psicologico fondamentale è proprio la mancanza del senso di colpa e del rimorso.

La Dipendenza Affettiva

Siamo esseri sociali, abbiamo bisogno dell ‘altro durante tutta la nostra vita. Siamo sempre dipendenti, dalle persone a cui vogliamo bene e che ci volgliono bene. Riusciamo a conquistare progressivamente durante la crescita una condizione di Autonomia.

Autonomia comporta autonomia di sé dalla persona amata e desiderata e accettazione della autonomia della persona amata e desiderata da sé.

Riuscire a d accettare l’ autonomia dell’ oggetto di desiderio, tollerare le frustrazioni e le delusioni, tenere assieme l’ immagine buona dell’ altro che ci dice di si e quella cattiva che ci dice di no, costituisce un traguardo evolutivo raggiungibile se l’ ambiente in cui si cresce è fondamentalmente un buon ambiente che permette di fare in prevalenza esperienze positive .

Esistono dipendenze buone, sane, e dipendenze affettive patologiche.

Le dipendenze affettive patologiche sono correlate da un fallimento delle prime fondamentali esperienze affettive che lasciano un senso di vuoto, mancanza di autostima, difficoltà nel prendersi cura di sè stessi, intolleranza alla solitudine.

La Dipendenza Affettiva non è troppo diversa da altre dipendenze patologiche rivolte ad una droga o all’ alcool, porta ad una dipendenza verso una persona di tale intensità che non se ne può fare a meno., la separazione causa una crisi d’ astinenza.

Un’unica relazione sentimentale può venire estremamente idealizzata, ci si “avvinghia come l’edera” al partner che diviene apparentemente l’unica motivazione di vita.

Ma gli intensi bisogni di Dipendenza affettiva possono essere negati in primo luogo a sé stessi, mascherati ad es. con il machismo. Nelle Dipendenze Affettive l’amore, inteso come mutuo scambio di affetti fra persone libere ed autonome può venire sostituito da una dinamica di potere molto forte, in cui ci si scambia i ruoli di Vittima e Carnefice .

Elevato è il rischio di creare una Codipendenza: spesso le persone che soffrono di Dipendenza Affettiva scelgono dei partners a loro volta problematici (con dipendenza da sostanze, dal gioco, dall’alcool etc.).

Il modo migliore per non occuparsi dei propri bisogni affettivi à quello di porsi come un Salvatore in grado di salvare l’altro dai suoi problemi.

Nella Dipendenza Affettiva si diviene dipendente dal comportamento dell’altro e contemporaneamente si cerca di controllarlo. La relazione diviene una gabbia, sempre insoddisfacente e spesso autodistruttiva.

A volte in modo evidente, a volte segretamente , nella Dipendenze Affettive domina la paura :

Paura di cambiare

Paura di perdere la persona amata

Paura di essere abbandonati

Paura della separazione, del distacco

Paura della solitudine .

Sono sentimenti che rimandano al bisogno che il bambino ha della mamma.

Il bisogno è intenso ,la paura si mescola a Gelosia e Possessività con relativo restringimento della vita sociale .

Se lo Stalking è sotteso da dipendenza affettiva,conserva l’ eco si una disperazione infantile, di una collera infantile per la mamma che abbandona, collera però che viene agita da un adulto, con conseguenza che possono essere gravi e pericolose.

Il caso di M. illustra come lo Stalking sia sotteso da desiderio di impossessamento non controllato da freni inibitori e da una dipendenza affettiva patologica che non permette la separazione

Ho conosciuto M. in Carcere dove era detenuto per omicidio, M era un giovane uomo che aveva ucciso , accoltellandola,la sua fidanzata perchè voleva lasciarlo. Prima l’ aveva minacciata, anche picchiata.

In carcere non esprimeva rimorso ne’ colpa, non provando questi sentimenti non riusciva ad accettare l’ idea di dovere scontare una pena. Si lamentava del carcere perchè ci si annoia, non si può disporre del proprio tempo, non si mangia bene..

M era stato abbandonato dalla madre quando era bambino. La madre aveva lasciato figlio e marito per andare a vivere con un nuovo compagno.

Possiamo pensare che l’ abbandono da parte della fidanzata avesse riaperto la ferita dell’ abbandono da parte della madre, che avesse riattivato rabbia e disperazione, che M avesse bisogni di dipendenza affettiva molto forti e di cui probabilmente non era consapevole.

M. era stato cresciuto dal padre ( considerato un uomo debole) e dalla nonna materna. Gliele avevano date tutte vinte, perchè “poverino aveva sofferto tanto a causa della madre cattiva”.

Sembra quindi evidenziarsi un Superio (il giudice interno) fragile, espressione di un ambiente familiare che non gli ha trasmesso la capacità di tollerare le frustrazioni, di accettare i no controllando la rabbia.

M. evidenziava anche problematiche connesse ad un’ altra area posta al confine tra normalità e patologia :

considerava la sua ragazza come la moto o come i vestiti ,qualcosa che gli apparteneva e che doveva rispecchiare il suo valore, doveva sostenere e confermare il suo narcisismo.

Il Narcisismo.

Chiarisco subito che esiste un narcisismo sano che ha a che fare con la consapevolezza delle proprie qualità, dei propri pregi e con la capacità di manifestarle serenamente senza provare vergogna e lascia l’ altro libero di rispecchiare o meno. Certo meglio se arrivano applausi ma sono ammessi anche i fischi.

Il narcisismo patologico è quello che come nel mito di Narciso ( il ragazzo che si innamorò della sua immagine riflessa nell’ acqua ) non cerca un altro con cui entrare in relazione ma chiede all’ altro di essere uno specchio che deve rimandare al narcisista l’ immagine di una persona bella, desiderabile, interessante, di fatto l’ altro deve essere in funzione del rispecchiamento del narcisista.

Un grande psicoanalista americano Kohut ha scritto che quando l’ altro viene meno alla funzione di specchio, il narcisista prova rabbia e desiderio di vendetta. Un esempio che ci fornisce Kohut è dato dalla caccia implacabile che il capitano Amab da a Mobby Dick , la balena bianca. Potremmo dire che Akab è stato un implacabile stolker per la balena Moby Dick.

Moby Dick per sfuggire ad una caccia di Akab gli aveva provocato la perdita di una gamba : metafora della ferita narcisistica ,dell’ affronto ,dell’ offesa .Da quel momento la balena bianca diventa una ossessione per il capitano che dedicherà tutta la propria vita, fino all’ autodistruzione, per catturarla, ucciderla, vendicarsi.

Se si legge il carteggio tra Mussolini e la Petacci nel periodo della disfatta del fascismo credo si possa trovare un altro esempio di rabbia che scaturisce dall’ offesa al narcisismo, ossia di rabbia narcisistica, è impressionante come nel carteggio il Duce non esprima un solo sentimento di colpa per le sofferenze del popolo italiano, non esprime compassione, ma solo sdegno e collera perchè il popolo irriconoscente non è è pronto a combattere per lui .

Il narcisismo porta a concepire l’ altro in funzione del rispecchiamento , l’ altro non può essere libero ed autonomo, non può andarsene così come uno specchio non può lasciare la parete a cui è appeso. Il narcisista ha bisogno che l’ Altro resti disponibile a confermare il suo valore, non può rinunciare alla conferma della sua identità e del suo valore che l’ altro deve fornirgli.

Se è possibile in poche tempo dare una prima idea di che cosa è il Narcisismo patologico è quasi impossibile in poco tempo spiegarne le cause, però ci provo.

L’origine non è tanto da cercare in genitori che hanno incensato troppo i figli o che li hanno viziati, ma in una carenza del rispecchiamento fatta dai genitori verso i figli quando erano piccoli. Cosa intendo per rispecchiamento ? Il volto dela madre è uno specchio per il bambino che gli permette innanzitutto di vedere sè stesso come una persona amata e dotata di valore

Ha scritto Virgilio nelle egloghe ;

a chi i genitori non sorrisero,

nessun dio lo degnerà della mensa,

nessuna dea del suo letto.

(Virgilio: Ecloga IV,vv 60-63)

è una frase potentissima, il poeta in poche righe condensa ed anticipa un sapere a cui si arriverà dopo secoli.

Molto schematicamente possiamo affermare che se il normale rispecchiamento non avviene , l’ individuo nella propria vita adulta avrà costantemente bisogno di cercare una conferma del proprio valore nell’ immagine di sè che gli rimanda un altro e chiederà al partner di svolgere questa funzione.

. ****

Possessività ,dipendenza affettiva, narcisismo, sono aree problematiche della mente che quando diventano tropo grandi,pervasive e dominano il funzionamento mentale ( affettivo e cognitivo ) ed il funzionamento comportamentale e relazionale, danno origine a patologie psichiatriche definite Disturbi di Personalità e qui entriamo nell’ area della patologia mentale, così come viene descritta nei manuali di psichiatria.

I dati della letteratura specialistica indicano che tra gli stalkers che manifestano una patologia mentale conclamata predominano i Disturbi di Personalità ,seguono , staccate, le psicosi deliranti: ( i matti).

Al Disturbo Antisociale di Personalità ho giò accennato.

Voglio solo menzionare, il Disturbo Borderline : una complessa patologia psichiatrica la cui incidenza sembra essere così in aumento che si parla di “ epidemia borderline” tra gli aspetti che caratterizzano il Disturbo Borderline di personalità vi sono proprio :

-sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono

-impulsività

-rabbia immotivata ed intensa.

Questi tratti di personalità, nel Disturbo Borderline sono così costanti e pervasivi da essere tratti rigidi e disadattativi permanenti che segnano l’ intera esistenza.

Il Delirio

Tra i tanti tipi di delirio esiste il deliro erotomanico che consiste nella convinzione assoluta ed impermeabile alle verifiche che una persona sia innamorata del delirante.

Io ho una Stalker delirante , una mia ex paziente , inossidabilmente convinta che io l’ ami, ha una psicosi di tipo schizofrenico che comporta allucinazione uditive, lei sente la mia voce che le conferma il mio amore.

Per fortuna l’ unica manifestazione del suo stalking consiste in incessanti telefonate da cui riesco a difendermi grazie alla funzione filtro del telefonino.

Chiudo con qualche parola sulle vittime dello stalking

Che effetto provoca lo stalking su chi lo subisce ?

Si può andare dal malessere che non si esprime con sintomatologia di pertinenza psichiatrica, alla reazione ansiosa o ansioso-depressiva , fino al Disturbo Post Traumatico da Stress.

Un collega australiano, Meares afferma che le esperienze traumatiche subite si organizzano nella memoria in un Sistema Traumatico che viene attivato da nuove esperienze traumatiche e da stimoli che in qualche modo rimandano ai traumi precedenti. Questo è un modo elegante per afferrmare che l’ effetto di uno stalking subito sarà tanto più grave se “ piove sul bagnato”, se la persona che subisce lo stalking ha fatto altre esperienze in cui è stato vittima di soprusi i cui effetti sono tanto più gravi, persistenti, destabilizzanti ,quanto più era giovane ed immatura quando li ha subiti.

Il concetto del Sistema del trauma proposto da Meares mi piace molto, è semplice ed utile, è applicabile non solo alla vittima ma anche allo Stalker.

L’ ipotesi è che in chi ha subito traumi significativi , semplici no detti dal partner, normali mancanze di empatia, non accoglimento dei bisogni, riattivano il Sistema del trauma, la collera provata è rivolta non solo al partner ma anche verso le persone importanti del passato che sono state frustranti e traumatizzanti. L’individuo rivolge la collera verso la moglie che non lo capisce ma anche verso la madre che non lo ha mai capito,verso il padre che lo picchiava, in quel momento la collera contiene tutte le collere provate, come spiega Meares presente e passato si confondono.

Il Sistema del trauma viene allontanato dalla coscienza perchè fatto di ricordi dolorosi, di emozioni penose .Credo che venga rappresentato in quegli incubi dove bisogna lottare contro una entità malvagia e dove l’ unica relazione possibile è costituita dall’ odio e gli unici ruoli sono quelli di vittima o carnefice., non esiste perdono ne’ compassione.

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Stalking. Una riflessione psicopatologica

Gio, 07/02/2013 - 14:20

Lo Stalking non è una diagnosi psichiatrica, in molti stalkers non si evidenzia una patologia mentale conclamata ,lo stalking pertanto si colloca nella zona grigia posta tra normalità del male e psicopatologia.

Una riflessione sullo stalking non può quindi essere condotta solo con categorie psichiatriche servono anche altri vertici di osservazione : la sociologia, la criminologia, la psicologia e ,all' interno della psicologia , la psicoanalisi.

In questo mio intervento , utilizzerò soprattutto la psicoanalisi proprio per la capacità di questa disciplina di parlare sia della normalità che della patologia considerate come condizioni comunicanti tra loro e divise da una linea di confine a tratti sottile.

Lo stalking colpisce soprattutto le donne, l’ 80% delle vittime sono donne. Il significato originario del termine "Stalking" è importato dal linguaggio venatorio e indica l'appostamento, l'inseguimento furtivo della preda.

Lo stalker è un predatore e la donna diventa una preda, viene negata la possibilità per la donna di sottrarsi al desiderio maschile.

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Seminario di Osvaldo Saidon “Gruppi autogestiti nella clinica”

Mar, 11/09/2012 - 23:18

La scuola di prevenzione José Bleger riaprirà le sessioni di studio 2012 – 2013 con un seminario di Osvaldo Saidon su “Gruppi autogestiti nella clinica”. Il seminario si svolgerà presso l’Hotel Imperial Beach in Via Toscanelli 19 a Rimini dalle 16 alle 19 di venerdì 28 settembre 2012. Attività in collaborazione con http://area3.org.es

Osvaldo Saidon

Psichiatra Psicoanalista, Docente della scuola Bleger, si occupa di gruppi e di interventi istituzionali. E’ stato per diverso tempo esule in Brasile dove ha  lavorato sui temi dei gruppi e dell’analisi istituzionale. A Buenos Aires  esercita la clinica e formazione, interventi di supervisione e attività psicopolitica. E’ impegnato su temi che riguardano la scena teatrale di avanguardia ed il cambiamento sociopolitico  come forma di diffusione del benessese psicosociale. Sviluppa la schizoanalisi di Deleuze e Guattari.

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La potencia Grupal, Paidos

El cuerpo en la clinica Istituzional, con Bernardo Kononovich, Paidos

Articolo di Saidon

http://www.area3.org.es/Uploads/Pensar-es-resistir.pdf

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Seminario di Osvaldo Saidon "Gruppi autogestiti nella clinica"

Mar, 11/09/2012 - 23:18

La scuola di prevenzione José Bleger riaprirà le sessioni di studio 2012 - 2013 con un seminario di Osvaldo Saidon su "Gruppi autogestiti nella clinica". Il seminario si svolgerà presso l'Hotel Imperial Beach in Via Toscanelli 19 a Rimini dalle 16 alle 19 di venerdì 28 settembre 2012. Attività in collaborazione con http://area3.org.es

Osvaldo Saidon

Psichiatra Psicoanalista, Docente della scuola Bleger, si occupa di gruppi e di interventi istituzionali. E' stato per diverso tempo esule in Brasile dove ha  lavorato sui temi dei gruppi e dell'analisi istituzionale. A Buenos Aires  esercita la clinica e formazione, interventi di supervisione e attività psicopolitica. E' impegnato su temi che riguardano la scena teatrale di avanguardia ed il cambiamento sociopolitico  come forma di diffusione del benessese psicosociale. Sviluppa la schizoanalisi di Deleuze e Guattari.

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Psicoanalisi e Poesia

Sab, 03/12/2011 - 14:25

L’esplorazione psicoanalitica del mondo interno del paziente che si dispiega nella relazione terapeutica tramite le vicissitudini del transfert e del contro-transfert, così come la specifica attenzione all’ incontro tra mondo interno e realtà esterna, tra soggettivo ed oggettivo, fa si che il linguaggio psicoanalitico non possa essere solo quello della scienza, rivolto al misurare ,a stabilire rapporti causa-effetto e ad esporre  fatti oggettivi.

La psicoanalisi si è progressivamente dotata di un linguaggio relazionale, empatico, rivolto, per dirla con la fenomenologia, più al comprendere che non al capire,un linguaggio per  operare una rielaborazione del Mondo che sia affettiva prima che cognitiva, capace di fornire validazione e ri-conoscimento all’ esperienza e di dare parole che sostengono il sè impegnato ad esperire.( Quando  si sta vivendo una esperienza, la mente procede per associazioni e sensazioni non potando contare su categorizzazioni della esperienza che è in corso) .

Scrive Claudio Neri : ” Gli psicoanalisti italiani, per un’antica tradizione che risale a Federn e Weiss e che è stata portata avanti da Perrotti, Musatti e Servadio, sono stati allenati a monitorare momento per momento ciò che accade in seduta; in particolare il mutare di sensazioni, atmosfere, vissuti corporei. Essi cercano con costanza il contatto emotivo con il paziente, seguono accuratamente il minuto scambio – fatto di silenzi, gesti, cambiamenti nello spazio e mutamenti della postura – tra il paziente e loro stessi, che sostiene, modifica e mette a punto la relazione terapeutica. Le percezioni vengono annotate nella mente dell’analista come osservazioni utili per seguire lo sviluppo della seduta; esse però possono anche non essere annotate come osservazioni, ma trasformate in immagini, fantasie e narrazioni che al momento opportuno potranno venire condivise (o meno) con il paziente.”
Io credo che all’ analisi ed alla psicoterapia psicoanalitica serve un linguaggio in grado di rappresentare i fenomeni che avvengono nell’ area intermedia dell’ esperienza. Intendo per area intermedia sia quella compresa tra il polo soggettivo e quello oggettivo dell’ esperienza, che tra il Sé e l’ Altro da sé. Per comodità espositiva, facendo riferimento alla concettualizzazione proposta da Winnicot, definisco questo linguaggio come :

linguaggio dell’area transazionale.

Certo non può essere il solo utilizzato dal terapeuta che deve saper usare anche parole precise , in grado di definire traumi avvenuti,promuovere confronti ruvidi e dolorosi esami di scomode realtà.

Il linguaggio dell’area transizionale è  basato più sul tatto che non sulla presa, ha il fine di rendere pensabili emozioni di cui non si era fatta esperienza., ha valenze poetiche. Gioco simbolico, risonanza affettiva,condivisone del sentire,produzione di associazioni ed immagini …… sono tutte qualità che definiscono sia questo linguaggio  sia la poesia stessa.

Con la poesia ” Disturbo dell’ umore” ho cercato di dare voce  al bisogno di comprensione di un paziente diagnosticato in base ai criteri oggettivi forniti dal manuale DSM IV, come narcisista e ciclotimico ( il cui problema psico-patologico principale è di non riuscire a riempire il vuoto ).

“Disturbo dell’ umore”

Mi vergogno del mio umore trapezista
al suono dell’applauso alto volteggia,
basta una svista un fischio cade in basso
più spesso in loco d’ogni luce muto.
Facile per te comodo seduto
sulla poltrona, trono d’analista,
dirmi: – deve accettare l’insuccesso –.
Provaci tu ad esistere nel vuoto
strizzacervelli che vuoi darmi un voto.

****

Il rimando concettuale è , innanzitutto, all ” area transizionale” descritta da Donald W. Winnicot come l’area del gioco dove soggettivo ed oggettivo si incontrano consentendo la creatività. Area che si forma solo se all’ inizio della propria vita il bambino incontra una madre sufficientemente buona,(o comunque un care-giver sufficientemente buono). E’ da quell’ incontro che scaturisce la possibilità di un dialogo tra mondo interno e realtà esterna.

Molti pazienti non sono in grado di essere creativi senza correre il rischio di delirare.

Molti non riescono ad immettere creatività nel loro rapporto con il reale che risulta così opprimente e devitalizzato e con cui possono avere solo un rapporto imitativo e compiacente.

Scrive Winnicot che la creatività “è una sorta di colorazione dell’intero atteggiamento verso la realtà esterna”.
“La creatività consiste nel mantenere, nel corso della vita, qualcosa che appartiene all’esperienza infantile: la capacità di creare il mondo”.

Come poeta ( non residente), quando scrivo sperimento il piacere di abitare l’area transizionale, il piacere del gioco simbolico che mi consente di personalizzare il mio rapporto con il mondo immettendo in esso la mia soggettività. E’una possibilità inusuale quella che dona la poesia in questi tempi concreti dove efficacia, efficienza, “evidence based” sono valori assoluti.

Quando un poeta nomina un oggetto, quell’oggetto lo rappresenta, diviene importante e significativo ,acquista vitalità anche se si tratta di una cosa morta, si pensi ad esempio agli “ossi di seppia” di Montale.

Un esempio clinico tra i tanti possibili dell’importanza dell’area transizionale per riuscire ad immettere la propria soggettività nel mondo, ricrearlo senza però perdere il rapporto con la realtà condivisa, insomma senza delirare, lo fornisce una mia paziente: L.
Il primo incontro con L è iniziato in modo drammatico e ha comportato un ricovero obbligatorio in psichiatria.

Quando l’ho conosciuta L era in avanzato stato di gravidanza, allontanatasi da casa vagava per la città. Delirava, negava che il padre del bambino che portava in grembo avesse avuto qualsiasi ruolo nel concepimento.

Quell’uomo l’aveva delusa, non poteva essere lui il genitore di suo figlio.

L’aveva lasciato ed ora affermava che il concepimento era il frutto della sua unione con una persona speciale individuata in un cantautore famoso, ma a volte questa persona diveniva una sorta di entità immateriale come lo Spirito Santo.

Ora L sta molto meglio, dipinge e scrive poesie grazie all’arte riesce a separare e mettere in contatto il mondo interno degli affetti e dei desideri con la realtà esterna e condivisa.

Nella sua vita c’è ancora la presenza sempre più immaginaria e sempre meno delirante di un compagno ideale, a volte ne avverte la presenza, in passato ne sentiva anche la voce,ma riesce sempre più a collocarla nel mondo della fantasia come avviene quando lo descrive con struggenti parole d’amore in una poesia che conclude così: “Tutti mi dicono che non esisti – tu esisti nel mio desiderio”.

Delirio e poesia si escludono reciprocamente, dove ci sono metafore e similitudini non c’è il delirio. Quando Dino Campana scriveva i “Canti orfici” era strano, eccentrico, ma non matto, Quando è impazzito non ha più scritto una sola poesia.
Con la poesia L pare dimostrare di riuscire a ritrovare l’accesso all’area transazionale, per dirla con Winnicot può dare la propria coloritura al reale, mantenendo però un rapporto con esso.

All’opposto di chi come L delira ci sono quei pazienti iper-oggettivi descritti da Winnicot come :”Falsi Sé” che con il reale possono solo avere un rapporto imitativo, per cui la vita è un susseguirsi di accadimenti senza risonanza interiore, vivono nella oggettività e il loro raccontarsi è solo cronaca di fatti.

Al rapporto imitativo con la realtà si riferisce la mia poesia:

“Normopatia”

Abbiamo pensieri già pensati
ognuno appeso dentro alla mente
pronto all’uso come un indumento
nell’armadio, solo da indossare.
Per quanto poi riguarda i sentimenti
ci affidiamo al telegiornale
che trasmettendoci immagini cruente
ci mostra il mostro che è da odiare,
c’è poi la moda in obbedienza a Dio
di perdonarlo, buoni, per Natale.
Infine i consigli per gli acquisti
danno prove che il tripudio esiste
se l’intestino ritorna puntuale
vincendo la stipsi che fa tristi.
Noi si lascia tutte agli anormali
le ciarle degli psicoanalisti

Oltre a Winnicot molti autori , (tra i quali Balint, Bion, Fonaghy….) hanno dato fondamentali apporti per definire un linguaggio terapeutico rivolto al dare forma alla esperienza così come avviene nell’ area di transizione tra soggettivo ed oggettivo, mondo interno e realtà esterna, quell’ area da cui origina il nostro sé ed il nostro flusso di coscienza.

Per non appesantire il discorso mi limito a citare solo Russel Meares che in “Intimità ed alienazione” scrive:

“Durante il gioco simbolico il bambino prende le cose del mondo che non sono le sue e le trasforma … la foglia in una barca, il bastone in un uomo, la pietra in un mostro”. “Nel gioco dunque gli oggetti alieni del mondo vengono trasformati in cose che vengono avvertite come mie. Sono permeate … di una specie di calore e di intimità”.

“Il gioco simbolico, il linguaggio particolare e la forma del gioco del bambino sono espressioni di una particolare forma di attività mentale che trasforma sia gli oggetti sia le parole del mondo esterno nei pensieri e nelle parole del mondo interiore e personale”.
Il gioco simbolico porterà poi alla possibilità di sviluppare quello che Meares definisce il linguaggio del sé, cioè un linguaggio non lineare, basato sulle associazioni, che corrisponde al monologo interiore.

Meares indica la necessità per il terapeuta di: “creare un’atmosfera di connessione con un’altra persona che permetta al gioco simbolico di venire alla luce e che è necessaria per la nascita di una vita interiore e per giungere alla sensazione di essere vivi. E’ questo, dunque il primo compito di un terapeuta”.

****

Possiamo tutti testimoniare che quando cerchiamo di definire una esperienza nuova, affettivamente importante ,quindi non ancora codificata da termini ormai acquisiti, ci scopriamo a cercare un linguaggio con aspetti poetici, associativo, non linearmente logico e quando ci riusciamo ne traiamo piacere e sentiamo che quella esperienza entra a fare parte di noi.

Non sono in grado di fornire una definizione esaustiva dell’ aggettivo “poetico”. Posso affermare che il linguaggio poetico cerca l’ incontro tra immaginazione, sensorialità e significato .

In questo articolo propongo alcune annotazioni facendo riferimento alle figure retoriche mediante le quali la poesia prende forma e arriva al cuore del lettore .

La metafora comporta un trasferimento di significato nel campo semantico, quindi consente di parlare degli affetti senza imprigionarli subito con parole troppo oggettive, o scontate. Riporto una poesia di Goethe che è una ottima metafora dei limiti di un approccio conoscitivo teso ad afferrare la mente per esaminarla scientificamente :

Attorno alla fonte volteggia
La cangiante libellula;
m’incanto a contemplarla:
ora è scura ora è chiara,
come il camaleonte
da rossa si fa azzurra
e da azzurra a verde.
Se potessi vedere
da vicino le sue tinte!

Frulla si libra, è sempre in moto!
ma zitto, ora si posa sul salice.
ecco, ecco, sono riuscito a prenderla!
e adesso che la osservo attentamente
vedo solo un blu cupo e malinconico-

Ben ti sta, analista delle tue gioie!

Goethe

La metafora è largamente impiegata in analisi, ricordo a tale proposito che per Stern è uno strumento terapeutico di primaria importanza e la metafora terapeutica può divenire una ” chiave” che consente di comprendere e cambiare la vita di un paziente.

La metafora in psicoanalisi non può certo essere “ermetica” e deve riproporre al paziente elementi che appartengono a lui ed alla relazione paziente/analista, evitando una colonizzazione della mente del primo componente della coppia analitica,con parole che esprimono solo la creatività del secondo.

Un buon esempio di utilizzazione della metafora nell’ ambito del rapporto psicoterapeutico ce l’ha fornito la collega dott.ssa Laura Lazzarini esponendo nel Gruppo di Studio e Ricerca Psicoanalitico di Rimini il caso di un paziente da lei seguito.

Il paziente, segnato da gravissimi traumi  passati ed attuali, si difende dalla depressione utilizzando difese paranoidi.

La collega gli propone l’ immagine metaforica di un cecchino in uno scenario di guerra

La metafora racchiude  tutta la  storia del paziente, contiene il suo incontro con la morte, la paura,la solitudine ,l’ essere sia vittima che carnefice, l’ angoscia persecutoria che lo costringe alla costante necessità di riconoscere i “nemici”.Parla di lui e del  rapporto terapeutico dove l’ analista corre il rischio  costante di   venire  fatta fuori.

La metafora è nata dall’ incontro tra analista e paziente, comunica al paziente che  è contenuto nella mente dell’ analista, quindi è già terapeutica.

La Dott.ssa Lazzarini ha avvertito la necessità di parlare in gruppo del paziente per riuscire  a capirlo in pieno, eppure con quella metafora ha  dimostrato di averlo già perfettamente compreso.

La metafora consente di veicolare una comprensione relazionale, affettiva, basata sull’ incontro .

Scriveva Freud ” l’ inconscio si rivela in simboli o metafore e la psicoanalisi per entrare in contatto con l’ inconscio cerca di usare il suo linguaggio metaforico. ”

L’ originario approccio freudiano prevedeva un uso delle metafore da parte del terapeuta come di una illustrazione a mezzo ” di una immagine esemplare, intuitiva e calzante … di una verità che tuttavia esiste in sé al di là del gioco e della forza espressiva della metafora ”

Oggi, in una visione più moderna e complessa della realtà e del linguaggio “la metafora può apparire di per sé forma di conoscenza, di costruzione di realtà “( Gian Paolo Scano).

Scrive a tale proposito Umberto Eco : ” Quando le figure retoriche sono usate in modo creativo esse non servono ad abbellire un contenuto già dato ma contribuiscono a delineare un contenuto diverso ” .

La parola poetica stabilisce accostamenti, collegamenti, correlazioni tra pensiero, affettività, sensorialità ,tra diverse percezioni e rappresentazioni del reale, tra affetti contrastanti…

Gli accostamenti si realizzano mediante similitudini.

La similitudine, è il creare associazioni di idee mediante l’uso del come

“si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie.”
Giuseppe Ungaretti

Questa , invece l’ ho scritta io:

“Lo psicotico”

Per ogni oscuro psicotico,
la vita è un atto eroico
come stare nel mesozoico
tra le zampe d’un dinosauro,
o nel labirinto minoico
tra le corna del Minotauro.

Gli accostamenti poetici si possono realizzare anche mediante altre figure retoriche tra cui sinestesie ed ossimori .
La sinestesia consiste nell’ accostamento di termini che appartengono a sfere sensoriali diverse.

” Io venni in loco d’ ogni luce muto”( Dante Alighieri)

Questa sinestesia credo che possa essere una efficace descrizione poetica dell’ inferno della depressione grave e l’ ho utilizzata come terapeuta e come poeta.

L’ ossimoro è una figura retorica che accostando termini opposti consente di dare forma con potenza espressiva e con immediatezza a sentimenti contrastanti.

Ci sono pazienti che espongono i terapeuti ad un- silenzio assordante-

terapeuti che trasmettono ai pazienti un -freddo calore-

Le ultime due annotazioni riguardano la sensorialità ed il simbolo

Antonello Correale descrivendo quei pazienti che non riescono ad inscrivere affetti caotici e travolgenti in una griglia linguistica, a causa di traumi subiti durante la loro crescita, afferma:

“A me sembra che per affrontare il tema del trauma e delle esperienze traumatiche ripetitive noi ci dobbiamo dotare di un linguaggio che sia sufficientemente poetico. Intendo per poetico un linguaggio che sia molto impregnato di sensorialità, ma una sensorialità che ha delle valenze narrative, delle valenze comunicative, per cui all’interno delle immagini sensoriali ci sia come una apertura verso una scena più ampia che è prevalentemente la scena che la persona cerca di raccontare”.

Correale definisce il linguaggio poetico come impregnato di sensorialità. L’attenzione alla sensorialità del linguaggio credo che sia un altro punto di incontro tra poesia e psicoanalisi e forse tra psicoanalisi ed estetica .Vale la pena di ricordare che Boumgarten , fondatore dell’ estetica moderna definisce l’ estetica come la scienza della conoscenza sensibile, dando alla rete sensoriale una sua specifica ed autonoma funzione conoscitiva.

E’ nel DNA psicoanalitico, a partire dal primo modello pulsionale l’ attenzione al rapporto mente-corpo, sensorialità-pensiero.
Possiamo pensare alle prime interpretazioni psicoanalitiche sottese solo dalla teoria pulsionale, (con i continui rimandi al corpo ed alla libido) anche come a delle metafore intrise di sensorialità. La  psicoanalisi credo che spesso presti una attenzione, forse intuitiva, all’ aspetto sensoriale della parola , inteso non tanto come suono e ritmo, ma come la possibilità della parola di evocare sensazioni percettive.

Pensiamo a termini semplici che usiamo con i nostri pazienti quali : si sente leggero, si sente appesantito, o a interpretazioni complesse,ad es. “a quanto pare le mie parole le sono risultate indigeste ed ora vuole vomitarle”. Tutte  queste espressioni permettono un collegamento comunicativo con quella prima consapevolezza del sè che è innanzitutto sensoriale e percettiva.
Scrive Lucia Pancheri : “la sensorialità influenza immediatamente lo stato di coscienza e il senso di sé, forse perché le percezioni sensoriali possiedono una vividezza e un’immediatezza che funzioni intellettuali più complesse, come il pensiero, non possiedono e sono in rapporto più diretto con le emozioni.”……..

Di sensorialità si è  occupato Bion; nel suo complesso e affascinante modello psicoanalitico teorizza che gli stimoli sensoriali devono essere trasformati dalla funzione mentale chiamata alfa, una funzione relazionale che nasce all’ inizio del rapporto tra madre e figlio, grazie alla capacità della madre di contenere le emozioni e le esperienze sensoriali che il bambino non riesce ad elaborare.

I pazienti psicotici hanno un difetto della funzione alfa che li rende esposti al rischio costante di impazzire per una sovra-stimolazione sensoriale ed emotiva. Suggestiva a questo proposito  l’ immagine del “girasole impazzito di luce” proposta da Montale.

Dall’associazione tra questa immagine, il modello di Bion ed i pazienti che si chiudono in casa, definiti in Giappone Hikikimori è nata la mia poesia

“Hikikimori”

Il dolore scuce la mente
aprendola in ampi fori
così che il Sole fuori
entra lancinante e la violenta.
Come il fiore di Montale
pazzo di luce, cerca l’ombra
chiude gli scuri alla finestra
il pallido ragazzo Hikikimori.
Servono parole poetiche
nella sua stanza ingombra,
chiedono, arresi, i genitori
farmaci da dargli di nascosto
insapori inodori incolori.

In psicoanalisi come in poesia vengono fornite sempre e solo  parole, cioè simboli - Il simbolo rimanda ad un’assenza.

La psicoanalisi e la psicoterapia psicoanalitica   possono fornire al paziente parole che l’ accarezzano ma non  carezze reali. Tutta la comprensione possibile , il tatto, l’ empatia, la vicinanza sono sempre e solamente mediate dalle parole, mai da un incontro di corpi e/o dalla assunzione di un ruolo diverso di quello del terapeuta. Parole  nate  dall’ incontro tra terapeuta e paziente che si svolge sempre all’ interno della cornice del setting., quindi con un orario programmato, posizioni mantenute, il pagamento…. Un paziente esprime intense angoscie abbandoniche, il terapeuta stabilisce un caldo contatto empatico, ma l’ ora finisce e arrivederci alla prossima volta, al paziente rimangono le parole.
.
Psicoanalisi e poesia sono entrambe impegnate nel darci la possibilità di esistere attorno al sentimento di mancanza. (In particolare la psicoanalisi Kleiniana ha teorizzato che la creatività nasce a partire da vissuti depressivi di mancanza e dalla accettazione di questi.)

Un piatto di spaghetti senza vongole diventa un piatto di “spaghetti alle vongole scappate”, questa ricetta campana è una produzione simbolica , è una operazione poetica, è ” presenza fatta d’assenza”( e “ presenza fatta d’ assenza” è un ossimoro di J. Lacan .)

Accontentarsi dei simboli non è cosi scontato, a tal proposito propongo in chiusura le mie due poesie :” Trauma della nascita” e “Dipendenza dallo psicoanalista”.

“Trauma della nascita”

Cianotico uscito dalla pancia
mi ha dato il benvenuto l’asfissia
neonato ho conosciuto l’ansia.
Io del grembo conservo nostalgia:
senza avere fatto l’esperienza
della strettoia nel fondo dell’imbuto,
al suono del battito cardiaco
fluttuavo in una danza lenta
Cresciuto, ho un analista tondo
nel suo lettino cerco la placenta.

“Dipendenza dallo psicoanalista”

Lo psicoanalista non va in ferie
sarebbe imperdonabile mancanza
come per un dentista che con la carie
aperta ti lascia, va a casa e pranza.
Un maestro di sci nel fuoripista
si stanca, ti lascia alle intemperie.
Il mio se la può scordare la vacanza
se non fornisce motivazioni serie.
Se vuole il mare, prima mi guarisca.
Lo tengo chiuso a chiave nella stanza.

Bibliografia

Fernando Bollino, ” Nuove lezioni di estetica” CLUEB Bologna 2011

Antonello Correale, “Memoria implicita, area traumatica e schemi emozionali”, on line in Gruppo di studio per il disturbo border line di personalità

Umberterto Eco, ” Trattato di semeiotica generale”, Boringhieri Milano 1975

Peter Fonagy, ” La mentalizzazione nella pratica clinica”, Raffaello Cortina  Milano 2010

Russel Meares,” Intimità e alienazione “, Raffaello Cortina Milano 2005

Claudio Neri, ” La nozione allargate di campo in psicoanalisi”, Rivista di Psicoanalisi 2007 vol. 1

Lucia Pancheri, ” Analisi della sensorialità nel romanzo il Profumo di Patrick Suskind”, On line in Psychomedia

Claudio Roncarati, “La fata fatua e lo psichiatra”, Co-edizione CFR – Alpes Roma 2011

Donald W. Winnicot,

  • “Gioco e realtà”, Armando Roma 1974
  • ” Dalla pediatria alla psicoanalisi, scritti scelti!”, Martinelli Firenze 1981
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Psicoanalisi e Poesia

Sab, 03/12/2011 - 14:25

L'esplorazione psicoanalitica del mondo interno del paziente che si dispiega nella relazione terapeutica tramite le vicissitudini del transfert e del contro-transfert, così come la specifica attenzione all' incontro tra mondo interno e realtà esterna, tra soggettivo ed oggettivo, fa si che il linguaggio psicoanalitico non possa essere solo quello della scienza, rivolto al misurare ,a stabilire rapporti causa-effetto e ad esporre  fatti oggettivi.

La psicoanalisi si è progressivamente dotata di un linguaggio relazionale, empatico, rivolto, per dirla con la fenomenologia, più al comprendere che non al capire,un linguaggio per  operare una rielaborazione del Mondo che sia affettiva prima che cognitiva, capace di fornire validazione e ri-conoscimento all' esperienza e di dare parole che sostengono il sè impegnato ad esperire.( Quando  si sta vivendo una esperienza, la mente procede per associazioni e sensazioni non potando contare su categorizzazioni della esperienza che è in corso) .

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Platone: il dialogo e la cura per la vita armoniosa

Gio, 01/12/2011 - 23:11

Presentazione del volume Platone, di Massimo A. Bonfantini. Dialogano con l’autore Leonardo Montecchi e Giampaolo Proni. Organizzano l’incontro la Scuola di prevenzione Josè Blegér e ZoneModa Rimini. Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Polo Universitario di Rimini. Rimini, venerdì 16 dicembre, ore 20:30 Provincia di Rimini, Sala del Buonarrivo Corso d’Augusto, 231

Massimo Bonfantini ha insegnato semiotica all’Università di Bologna, all’Università degli studi di Napoli – L’Orientale, e al Politecnico di Milano. E’ il maggiore studioso di Charles Peirce in Italia. Il suo percorso teorico nella disciplina semiotica e nella filosofia ha prodotto un disegno originale, ampio e rigoroso. Da una parte ha toccato, con la teoria dell’abduzione, il tema della logica dell’indagine scientifica, umanistica e della vita quotidiana. A partire da questo programma ha dato vita nel 1985, assieme al neurologo Renato Boeri, al Club Psòmega, una società di artisti, scienziati, filosofi per lo studio del pensiero inventivo e la pratica del vivere inventivo. Assieme ad Augusto Ponzio ha sviluppato con saggi e conferenze una teoria originale del dialogo. Da sempre personalmente impegnato in una visione e azione politica di utopia e progetto, la rilettura di Platone, primo maestro occidentale della ricerca sulla vita comune e sul fare umano, lo ha portato a un libro che è esso stesso un vivace dialogo, di piacevole lettura e affascinante ampiezza e profondità. Bonfantini ci offre l’esempio di una rilettura propositiva e dialettica del maestro che fondò la filosofia occidentale, e che mostra che la filosofia è discussione, dubbio e indagine, vita, e non contemplazione di assoluto o resa a inesorabili meccanismi della storia.

Leonardo Montecchi è psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Prevenzione Josè Bleger.

Giampaolo Proni insegna semiotica all’Università di Bologna, Polo di Rimini.

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Platone: il dialogo e la cura per la vita armoniosa

Gio, 01/12/2011 - 23:11

Presentazione del volume Platone, di Massimo A. Bonfantini. Dialogano con l'autore Leonardo Montecchi e Giampaolo Proni. Organizzano l'incontro la Scuola di prevenzione Josè Blegér e ZoneModa Rimini. Con il patrocinio di Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Polo Universitario di Rimini. Rimini, venerdì 16 dicembre, ore 20:30 Provincia di Rimini, Sala del Buonarrivo Corso d'Augusto, 231

Massimo Bonfantini ha insegnato semiotica all'Università di Bologna, all'Università degli studi di Napoli – L'Orientale, e al Politecnico di Milano. E' il maggiore studioso di Charles Peirce in Italia. Il suo percorso teorico nella disciplina semiotica e nella filosofia ha prodotto un disegno originale, ampio e rigoroso. Da una parte ha toccato, con la teoria dell'abduzione, il tema della logica dell'indagine scientifica, umanistica e della vita quotidiana. A partire da questo programma ha dato vita nel 1985, assieme al neurologo Renato Boeri, al Club Psòmega, una società di artisti, scienziati, filosofi per lo studio del pensiero inventivo e la pratica del vivere inventivo. Assieme ad Augusto Ponzio ha sviluppato con saggi e conferenze una teoria originale del dialogo. Da sempre personalmente impegnato in una visione e azione politica di utopia e progetto, la rilettura di Platone, primo maestro occidentale della ricerca sulla vita comune e sul fare umano, lo ha portato a un libro che è esso stesso un vivace dialogo, di piacevole lettura e affascinante ampiezza e profondità. Bonfantini ci offre l'esempio di una rilettura propositiva e dialettica del maestro che fondò la filosofia occidentale, e che mostra che la filosofia è discussione, dubbio e indagine, vita, e non contemplazione di assoluto o resa a inesorabili meccanismi della storia.

Leonardo Montecchi è psichiatra e psicoterapeuta, Direttore della Scuola di Prevenzione Josè Bleger.

Giampaolo Proni insegna semiotica all'Università di Bologna, Polo di Rimini.

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Pregiudizio e malattia. Funzione e Ruolo dei Pregiudizi nella Tossicodipendenza

Ven, 21/10/2011 - 11:57

“E’ più facile spezzare un atomo che un pregiudizio.” A. Einstein

Premessa

Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato.

“La tossicodipendenza è un vizio, il tossicodipendente è un delinquente, è una vittima del sistema, è un individuo pericoloso, rappresenta la feccia della società, la tossicodipendenza è inguaribile, è la nuova marginalità sociale, la comunità terapeutica è l’unico sistema di cura , il metadone è la droga di stato, etc…”. Questi e tanti altri sono i luoghi comuni, i pregiudizi che circolano nella società occidentale intorno alla tossicodipendenza informando la cultura ed il pensiero comune.

Da questi pregiudizi derivano le condotte e i comportamenti dell’uomo della strada e non solo; anche gli operatori dei servizi specialistici deputatati alla cura e al trattamento delle dipendenze patologiche sono condizionati dal sentire collettivo.
In generale il pensiero comune oscilla tra il versante risolutivo – terapeutico a quello difensivo – stigmatizzante, in una sorta di altalena spinta dalle istanze socio-culturali ed economiche dominanti del momento.

Il senso comune si identifica con la cultura di un popolo e, in quanto tale, contribuisce a determinare le modalità di comportamento e gli atteggiamenti che adottiamo nelle relazioni. Anche i comportamenti nei confronti delle persone affette da dipendenza patologica sono dunque il riflesso della cultura di appartenenza. Di fatto succede poi che le diverse modalità di approccio, diventate teorie, costituiscono il substrato ideologico ed il terreno di cultura su cui si organizzano le risposte espulsive e segregative.

Spesso si pensa che la scienza condizioni la cultura ma questo è un pensiero unidirezionale; è un’ottica grossolana e parziale che non tiene conto della teoria della ‘circolarità dei sistemi’; poco si riflette su quanto la cultura condizioni la scienza. Nella cultura di appartenenza, nel corso del tempo e attraverso modalità su cui per ora non ci soffermiamo, si istituiscono i comportamenti compresi quelli che caratterizzano la relazione tra il tossicodipendente e l’altro. Molti fattori contribuiscono a strutturare i processi istituenti dei comportamenti che, a volte, possono diventare stereotipie culturali. Dall’altro, in considerazione della teoria secondo la quale l’interiorizzazione delle istanze istituzionali partecipa alla strutturazione della personalità, noi stessi diventiamo l’espressione ed il veicolo dei comportamenti adottati nella società.

E’ lecito e conseguente chiederci allora quale è la implicazione individuale e collettiva rispetto al ruolo e alla funzione dei pregiudizi istituiti nella cultura di appartenenza.

Date queste premesse, nel momento in cui ci si accinge ad una riflessione sulla rappresentazione e sul significato simbolico dei pregiudizi a livello culturale, comunitario e sociale è imprescindibile rimandare al rapporto che intercorre tra il senso comune e la scienza per scoprire correlazioni e interdipendenze davvero interessanti. A tal fine è significativo lo studio del linguaggio inteso nella sua funzione performativa e organizzativa dei comportamenti.

Ma analizziamo un problema alla volta.

Il primo punto è come e se la cultura e l’ideologia benpensante si insinuino nella cultura scientifica, nelle discipline di settore fino ad inficiare gli atteggiamenti ed i comportamenti degli stessi operatori socio sanitari senza che questi ne siano affatto consapevoli posto che nelle scienze sociali fino a quelle medico-psicologiche si ritrovano gli stessi contenuti stigmatizzanti e le stesse stereotipie espresse a livello sociale.

Sul piano manifesto ciò non è così evidente. Le istanze paradigmatiche sono camuffate, mascherate dai valori buonisti e perbenisti della cura tipici della società neo-liberale i quali, a loro volta, rimandano ai meccanismi di controllo biopolitico in senso foucaultiano del termine. Sia le stereotipie comportamentali sia quelle ideologiche contribuiscono a strutturare i fondamenti di base di teorie scientifiche spesso anche molto complesse, e possono costituire il presupposto fondante e il terreno di coltura su cui imperano le ideologie e le politiche di gestione e di controllo. E’ difficile accettare, riconoscere, smascherare gli intricati meccanismi di interdipendenza tra scienza e senso comune ma un lavoro in tal senso ci potrebbe aiutare per diventare consapevoli che anche le buone pratiche e la prassi nei servizi e nelle istituzioni di cura sono derivate da pregiudizi e intrise di moralismo .

Esiste tutta una ampia e copiosa letteratura sulle pratiche relative all’assistenzialismo e alla sicurezza, oggi più che mai diffuse e adottate nei contesti di cura, che legittimano e riconfermano approcci formalmente corretti. Se analizziamo questo materiale in un’ottica di disindentificazione e decostruzione dell’apparato concettuale di riferimento è interessante ritrovare i luoghi comuni e le espressioni verbali che rimandano allo schema di riferimento proprio a ciascuno di noi.

La dinamica della circolarità tra scienza, istituzioni e senso comune ci fa vedere come questi aspetti si condizionino reciprocamente tanto che i comportamenti e, in maniera retroattiva, i costrutti di alcune teorie scientifiche costituiscono l’uno il rinforzo dell’altro. Difficile è discriminare come e quale sia la componente che sostanzi e condizioni l’altra essendo questo processo una questione di punteggiatura e quindi arbitrario perchè relativo al punto in cui si inizia ad osservare il fenomeno oggetto di interesse.

Se siamo attenti ad analizzare i nostri comportamenti con questa lente diventa facile ritrovare dentro i servizi di cura, siano essi pubblici o privati, Ospedali, Dipartimenti di Salute Mentale, Dipartimenti di Dipendenze Patologiche o Comunità Terapeutiche, molti stereotipie stigmatizzanti che inquinano il processo terapeutico e nulla hanno a che fare con la ‘cura’.
Ma come riconoscere tutto questo? Una strada percorribile, come abbiamo già detto, potrebbe essere la decodifica del linguaggio e la decostruzione dei paradigmi comportamentali degli operatori laddove si ritrovano le istanze espulsive e pregiudiziali, troppo spesso negate o rimosse.

Molto ci sarebbe da dire sui giudizi che circolano in modo copioso nei servizi. Durante tutta la nostra formazione ci è stato insegnato che il giudizio è estraneo al lavoro terapeutico. Esso dovrebbe essere temuto da tutti coloro che si occupano dei processi di cura, soprattutto se la professionalità è definita dal termine ‘psichè’. Mi riferisco in particolare allo psicologo, allo psichiatra, allo psicoterapeuta, allo psicoanalista e a tutte le altre figure affini che operano nel privato sociale o nel terzo settore. Ma torniamo al nostro ragionamento.

Si è detto che per confermare l’ipotesi sulla eventuale presenza di pregiudizi nelle condotte dei sanitari si devono individuare i dispositivi atti a rilevarli. In questo senso si intende utilizzare il concetto dell’emergente , derivato dalla concezione operativa . Sono emergenti gli enunciati verbali significativi utilizzati nelle pratiche di cura che, interpretati secondo il modello della concezione operativa, rimandano ai contenuti latenti e impliciti che costituiscono lo schema di riferimento individuale e collettivo
( Ecro, secondo il modello della concezione operativa). In quanto tali le istanze latenti non sono coscienti agli operatori ma presumibilmente sono rimosse con meccanismi di scissione e di negazione.

“Tutti a lavorare. Ci vogliono le maniere forti. Saprei io come fare. Non è possibile trattare con quella gente. Non guariranno mai. etc…” sono le frasi più comunemente in uso anche tra tutti coloro che svolgono un ruolo di cura. Possiamo considerarli l’emergente dell’implicito che sottende agli atteggiamenti formalmente corretti del dell’operatore i quali, al contrario, rimandano a contenuti di rifiuto e di stigma del tossicodipendente di cui si è ampiamente detto a proposito dei pregiudizi.

Tutto ciò ha una ricaduta sui pregiudizi interiorizzati dai soggetti affetti da dipendenza patologica. La autopercezione si modifica al punto che lo stesso pregiudizio, espresso a livello sociale, partecipa prepotentemente alla strutturazione e alla rappresentazione della immagine e, in ultima analisi, alla costruzione del Sé dello stesso tossicodipendente .

Egli si identifica con gli stereotipi della collettività e del senso comune tanto da non percepirsi come persona malata e bisognosa di trattamento sanitario bensì come criminale. Anche qui se analizziamo il linguaggio appare curioso con quanta frequenza il tossicodipendente, rivolgendosi all’operatore sanitario o di comunità all’interno di un trattamento, usi frasi del tipo “mi spiace, anche questa volta mi sono comportato male o non ho fatto il bravo” intendendo in tal modo giustificarsi per l’uso recente di sostanze stupefacenti. Adotta lo stesso linguaggio e lo stesso percepito che detta il senso comune, che utilizza il benpensante così come è diffuso dall’ideologia dominante. L’istanza di base permane di fatto di stampo moralistico.

E’ pertanto difficile credere che non ci sia una stretta interdipendenza tra questi fenomeni. Se li osserviamo in relazione al costrutto concettuale della concezione operativa e della teoria sistemica, questi fenomeni ci rimandano all’ipotesi già espressa all’inizio per cui il tutto si configura come un processo governato e determinato da un meccanismo di circolarità che si autoconferma e si riproduce.

I pregiudizi negli operatori, nella famiglia e nel tossicodipendenteinformano la nostra idea di malattia. Funzione e ruolo

Si è visto come i pregiudizi e gli stereotipi si cristallizzano nelle strutture linguistiche; ora è doveroso analizzare come a poco a poco si attribuisce loro una valenza scientifica ed una coerenza logico-formale invadendo i vari contesti di vita e di cura per chiederci quale sia il senso di tutto ciò. In questo caso analizziamo il rapporto tra lo psichismo individuale e il sistema sociale nell’ottica di una psicologia sociale che si interroga anche sui complessi rapporti tra ideologia dominante e i processi psichici, sul concetto di malattia e di cura in quanto derivato storico e sociale .

Si è detto che i pregiudizi esistono in tutti noi e in parte contribuiscono a strutturare la nostra soggettività; ne deriva che anche la nostra idea di malattia ne è in gran parte condizionata così come le modalità di trattamento e di cura conseguentemente messe in atto.

La rappresentazione della dipendenza patologica da sostanze tossiche è derivata da rappresentazioni simboliche, in parte di derivazione moralistica e in parte scientifica, e sostenuta da teorie di stampo organicista e psicologista. Queste stesse rappresentazioni, che includiamo nella categoria degli stereotipi, si riversano sull’immaginario collettivo fino ad interessare gli stessi soggetti, le famiglie, gli operatori e perfino gli studiosi e gli scienziati del settore.

Sappiamo che questo fenomeno è ricorrente nella storia; basta ripensare alle teorie lombrosiane che hanno sostenuto “scientificamente” la tesi per cui esiste una correlazione tra il ‘cafone brigante’ e certe conformazioni antropo-morfologiche, oppure alle teorie sulla ‘purezza della razza ariana’ per ritrovare quale e quanta interdipendenza esista tra scienza e politica e verificarne poi gli effetti tragicamente nefasti che ne sono scaturiti .

Ma torniamo ai pregiudizi per valutare quanto incidono sulla nostra vita oggi. Facendo parte strutturalmente del nostro linguaggio dobbiamo, per la natura performativa dello stesso, comprenderne la struttura, la cristallizzazione e la istituzionalizzazione all’interno dei nostri comportamenti. E dall’altro studiare come si realizza il processo, inconsapevole, attraverso cui trasformiamo i pregiudizi in principi teorico-scientifici attribuendo loro il carattere feticistico della razionalità e della scientificità. Ed il gioco è fatto.
A ben vedere però le teorie così dette ” scientifiche ” sul consumo, abuso di droghe sono spesso decontestualizzate e totalmente prive di una cultura storicizzante. Si assiste infatti nella scienza ufficiale ad una sorta di generalizzazione di stampo riduzionistico ed omologante, in una sorta di conformismo globalizzante, dove si perdono le specificità culturali di comunità e di culture con approcci religiosi, magici e simbolici diversi .

Si pensi ad esempio ai rituali della transe e a molte liturgie sciamaniche dove la peculiarità ed il senso di taluni comportamenti, sono spesso legati all’assunzione di droghe. Ma ciò ha un senso ed un valore all’interno di quelle stesse culture, diverse dalla nostra, su cui non è lecito alcuna interpretazione né giudizio pena l’assunzione di un atteggiamento etnocentrico-eurocentrico veramente imbarazzante. Va infatti sottolineato come il rapporto tra cultura e sostanze psicotrope, nei contesti “altri”, è perfettamente integrato ed integrante e non è lecita alcuna interferenza di stampo neocoloniale che legittimi interpretazioni ed interventi di tipo repressivo.

Al contrario, nella cultura occidentale, si sono create nuove credenze e nuovi miti scientifici, del tutto astorici e acontestuali, che hanno selezionato e strutturato un linguaggio congruo e adeguato per sostenere in modo assoluto e acritico solo la condanna all’uso di psicotropi con poca attenzione al ruolo che questo comportamento gioca all’interno della cultura occidentale in questo periodo storico e alle nostre latitudini. Questa mancanza o meglio questo evitamento di comprensione è l’altra faccia del pregiudizio che, nel divieto e nella condanna, diventa paradossalmente elemento di rinforzo alla condotta tossicomanica contro cui il potere istituito dichiara di voler “combattere”. ( Interessante il linguaggio mutuato dal gergo militarista, machista e guerrafondaio)
Come meta del nuovo pellegrino laico, che assume un atteggiamento di sudditanza e di acritica acquiescenza rispetto a tutto ciò che viene mistificato sotto l’egida della scienza, nasce così la ‘teoria scientifica’ a cui fa seguito tutta una abbondante produzione di articoli scientifici, libri, convegni, protocolli di cura, farmaci, trattamenti e formazione di personale specifico con tutto il relativo business. Accade per la tossicodipendenza, così come per la malattia mentale e la malattia in genere: il concetto di malattia è strutturalmente implicato e inficiato dall’ideologia corrente o, come si diceva una volta, dominante.

La scienza e la religione si mettono al servizio dell’ideologia e ricercano un linguaggio, dei modelli esplicativi per giustificarla. Non esiste una scienza neutra e non implicata da qualcosa altro da sé.

Confusi e distratti da tutto ciò si perdono di vista gli elementi estremamente importanti che sottostanno all’ideologia stessa. Ad esempio i processi economico-produttivi che regolano la società e la comunità globale i quali, a loro volta, determinano e guidano le scelte in tema di politica sanitaria. Non si può infatti tralasciare né dimenticare che esistono processi economici, finanziari e commerciali che fanno della droga un mercato che, in quanto tale, è regolato dalla dinamica della domanda e dell’offerta.
E’ talmente ovvio e banale ma vale la pena ricordare che la droga si vende e si acquista; c’è un utile e un interesse economico non solo nell’ambito dell’illegalità ma anche in quello legale che troppo spesso si evita di prendere in considerazione.
Le istituzioni di cura e di ricerca scientifica, le case farmaceutiche, i servizi sanitari con tutto l’organico di persone che vi operano, gli organi di polizia, le commissioni parlamentari, gli studiosi del settore sono tutti coinvolti in un circuito economico che, a prescindere dal mandato istituzionale, rappresenta un sistema di interesse speculativo a sé stante e autoalimentatesi.
Si deve assolutamente conoscere e pensare a ciò con serenità… ma anche con spirito critico. Noi, operatori dei servizi addetti alla cura, dobbiamo contribuire a smascherare queste dinamiche e i falsi miti per non diventare gli sciamani o i sacerdoti di questa ideologia che ci ripugna.

Affrontare queste tematiche significa porre una serie di problemi che debbono essere inquadrati nell’ambito della psicologia sociale, al fine di dare una risposta al quesito sulla funzione ed il ruolo del pregiudizio. Quale è il rapporto di circolarità esistente tra il sentire comune e la cultura istituita all’interno del sistema?

Pensiamo che la funzione svolta dal pregiudizio sia quella di evitamento e copertura del conflitto, in ambito sociale ed individuale, con la conseguente incapacità a gestire l’ansia che ne consegue. Il conflitto assume diverse valenze, si manifesta con diverse sembianze e si colloca in diversi ambiti.

Implica questioni di potere e di dominio non risolto che un certo tipo di società ha tutto l’interesse a mantenere tale senza determinarsi in una risoluzione di cambiamento.

Facciamo riferimento al conflitto intrapsichico per ciò che attiene alla dinamica tra la pulsione di vita e la pulsione di morte che l’individuo non riesce più ad elaborare o, ancora peggio, con cui non riesce neanche a confrontarsi.

Facciamo riferimento al conflitto generazionale tra i padri (assenti, evaporati nel loro ruolo classico ma tuttavia ancora presenti in qualche modo) e i figli, in cui l’assenza di una elaborazione costante sul limite e sulla castrazione produce confusione e incapacità nell’espressione del desiderio, con tutti i conseguenti problemi nello strutturare legami e vincoli tra sé e l’altro.

Facciamo riferimento al conflitto sociale tra una maggioranza della popolazione sempre più impoverita e sfruttata e la sua controparte che gode di un aumento esponenziale della concentrazione della ricchezza nelle proprie mani.

Facciamo infine riferimento all’appiattimento del conflitto di genere dove tutto tende a ricomporsi in una sorta di recupero della mitologia del maschio padrone, sultano, che si circonda di belle odalische beate della sua presenza.

E’ lecito pertanto ipotizzare che la condizione di dipendenza da sostanze tossiche possa essere un sintomo, un indicatore, che segnala tutte queste difficoltà e sofferenze laddove una società non è più in grado di gestire le esigenze dei singoli e delle comunità né di corrispondere ai bisogni di base. Allo stesso modo può costituire anche, in quanto emergente, il punto di partenza di analisi socio-istituzionali sulla complessità e sulle contraddizioni all’interno del nostro vivere quotidiano. Questa incapacità d’altronde non è una conseguenza casuale bensì organizzata e pianificata rispetto al sistema di valori che la società persegue. Attraverso il processo di codificazione, di reificazione e di mercificazione essa lascia intravedere e sviluppare i nuovi miti che sono il consumo e la produzione, funzionali al sistema capitalista post-moderno.

L’ indicatore di benessere sociale, cui si tende attualmente a fare riferimento per rilevare l’andamento e lo stato di salute del singolo e della collettività, è la capacità di acquisto di beni di consumo. L’equazione è semplice: più compri e più sei felice. Essa diventa assioma e quindi unità di misura dello status sociale e della felicità.

Ne consegue l’effetto paradosso per cui lo stesso schema indica sia il percorso di guarigione sia il percorso che fa ammalare. ‘Comprare la droga’ e ‘comprare le cose’ è giusto perché fa stare bene, dà felicità.

Queste frasi che diventano poi comportamenti hanno un comune denominatore nell’acquisto; cambia l’oggetto ma permane l’identificazione tra acquistare ed essere felici. Non importa se nel caso degli stupefacenti ciò che acquista è una felicità chimica. D’altronde l’ipotesi che la teoria consumistica sia alla base di un processo di autodistruzione e di trasformazione antropologico-sociale è da molti autori già da tempo sostenuta ed elaborata seppure poco accolta e condivisa ( cfr. P. P Pasolini).
Questa complessità ed ambiguità è funzionale alla società dei consumi capitalistica postmoderna che, essendo determinata da istanze economiche e produttive, deve soprattutto rispondere a logiche di mercato.

Le droghe sono innanzitutto oggetto di consumo, merce da immettere nel mercato, anche e soprattutto quando assumono forme e sembianze riparatrici, di cura, come nel caso dei farmaci sostitutivi o agonisti degli oppiacei. La società occidentale ne fa un largo uso nei servizi specialistici, fino a celebrarne le qualità terapeutiche forse in modo esagerato seppure non è lecito misconoscerne la indubbia utilità. E questo con grande piacere e riconoscenza da parte delle case farmaceutiche produttrici. Poi il mercato si affina, assume altre forme e si insinua dentro ciò che di primo acchito potrebbe sembrare lontano da una logica produttivista e mercantile, fino a corrompere il trattamento psicoterapeutico che d’altro canto continua a proliferare in una molteplicità di approcci, troppo spesso approssimativi e selvaggi.

E’ lecito chiedersi se l’operatore sanitario, che prescrive farmaci o fa psicoterapia, sia consapevole del giro d’affari in cui è implicato o, se ingenuamente, sia preso in un circuito di cui spesso ignora la portata in termini di volume di capitale economico-finanziario coinvolto.

Se invece si osserva il fenomeno della dipendenza patologica dal punto di vista comunitario e ci si avvale anche delle conoscenze di discipline antropologico-sociali si può ipotizzare che la dipendenza da sostanze tossiche sia una risposta al malessere di chi non si riconosce in meccanismi sempre più alienati e alienanti.

Il piacere, o meglio il divertimento, si trasforma in una industria e si assiste al proliferare di aziende deputate ad organizzare la grande mistificazione per cui esistono addetti alla realizzazione della grande orgia pianificata del divertimentificio. Questi non-luoghi del divertimentificio diventano il rifugio-cuccia di chi non ha molte prospettive per il futuro in termini di pienezza dell’essere, di chi non sa cosa è il piacere profondo, di chi ha perso la capacità di stare in relazione perché vive in una società sempre più individualista dove è facile perdere il contatto con se stesso e con l’altro.

D’altra parte però l’inganno, o meglio l’ambiguità insita nelle sostanze psicotrope, sta nel fatto che la droga può assopire o eccitare facendo perdere il contatto con le proprie emozioni di scontento e di ribellione. Si determina così un effetto paradosso: il sistema dichiara su un piano manifesto di voler cambiare le cose, poi di fatto mantiene il proprio equilibrio proprio grazie agli effetti determinati dalle sostanze psicoattive sulla popolazione giovanile, addormentandola o distraendola.

Il fine dichiarato nelle politiche sanitarie o preventive è di modificare un certo modo di vivere e di stare al mondo, nei fatti questa politica in genere e l’approccio sanitario lo favorisce o addirittura lo incrementa. Vanno letti e interpretati in tal senso i processi e le economie di alcuni zone del mondo che si reggono sulla produzione e sulla lavorazione delle sostanze primarie di base, le guerre, comprese quelle umanitarie che rispondono sempre a logiche di mercato e di produzione, per poi arrivare al business delle politiche repressive e di cura.

I soggetti, i gruppi , le istituzioni e le comunità sono lo specchio di un sistema produttivo.

Rompere l’adattamento ad un dogma, dare spazio alla critica del pregiudizio e aprire una riflessione ampia su tale complessità diventa disfunzionale al sistema vigente e viene perciò censurata ed evitata. Il sistema pianifica la riproduzione ideologica di istanze e di contenuti ritenuti funzionali per mantenere incontaminata la logica economica ed efficientista su cui si fonda e si perpetra il sistema capitalistico post moderno, su cui poi si instaura la ripetizione, la stereotipia dei pregiudizi.

Riteniamo che l’unico modo per contrastare e arginare questo meccanismo sia cooperare e pensare assieme. Le situazioni conflittuali e i certi meccanismi debbono essere pensati al fine di ‘trasformare in dialettiche le situazioni dilemmatiche’, come diceva Pichòn Rivere. La distruzione degli stereotipi ci potrà permettere di uscire dal pensiero conformista e dalla prigione che blocca i sentimenti e la creatività e, in quanto operatori, intacca il nostro ruolo di promotori di un cambiamento sia sul versante individuale che su quello comunitario e istituzionale.

In tal modo si può recuperare quella soggettività e quella funzione etica che, a nostro parere, costituiscono parte integrante e indissolubile della funzione di un operatore delle dipendenze patologiche e dei servizi sanitari in generale. Sappiamo che questa posizione potrebbe non essere condivisa da molti e potrebbe essere avversata con l’affermazione per cui tale approccio rappresenta un atteggiamento e un modo spurio di pensare al proprio lavoro.

Noi però rivendichiamo proprio questa specificità, la nostra prospettiva partigiana e l’implicazione etica di tutti coloro che svolgono lavori di cura, in particolare nel settore della salute mentale e delle dipendenze patologiche. Questo campo di intervento comporta di necessità competenze e contaminazioni di tante discipline quali quelle sociali, antropologiche, mediche, tossicologiche, culturali e filosofiche tra cui valutazioni e scelte di carattere etico.

Ma in ultima analisi esiste una professione o un ruolo che si possa esimere dal considerare anche le questioni etiche? Pensiamo decisamente di no.

Se accettiamo e affermiamo che la prevenzione è la scienza del ‘progettare, comprendere ed analizzare le cause multifattoriali della malattia e della salute’, allora dobbiamo assolutamente ribadire la necessità di una riflessione continua sui sintomi della salute come punto di forza per provocare il cambiamento, quel cambiamento che rappresenta il fine ultimo verso cui tende proprio la prevenzione stessa.

Noi operatori, assunti coscientemente il ruolo e il compito che siamo chiamati a svolgere dalla società, dobbiamo senza timore schierarci. O si va nella direzione radicale e vera di un agire per il cambiamento, quindi prevenzione e produzione di salute o si implode nella gestione della malattia che equivale a essere produttori di morte.

Bibliografia

Bauleo J. Armando, Ideologia , gruppo e famiglia, Feltrinelli;
Curcio R, Razzismo ed indifferenza, Sensibili alle foglie;
Deleuze G. e Guattari F., L’Anti – Edipo, Einaudi ;
Fouacault M. , Le parole e le cose, Rizzoli;
Boumard P, Lapassade G, La normalità della dissociazione, Sensibili alle foglie;
Bateson J , Ruesch J, La matrice sociale della psichiatria, Il Mulino;
Bleger J, Psicoigiene e psicologia istituzionale, Lauretana ;
Freud S, Psicologia delle masse e analisi dell’Io, Feltrinelli;
Lourau R, La chiave dei campi, Sensibili alle foglie;
Pasolini P.P, Lettere luterane,Einaudi;
Recalcati M., L’uomo senza inconscio, Cortina;

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Pregiudizio e malattia. Funzione e Ruolo dei Pregiudizi nella Tossicodipendenza

Ven, 21/10/2011 - 11:57
"E' più facile spezzare un atomo che un pregiudizio." A. Einstein
Premessa

Quante volte abbiamo sentito affiorare in noi, accorgendoci di condividerli, quei luoghi comuni e pregiudizi che professionalmente spesso abbiamo avversato e criticato.

"La tossicodipendenza è un vizio, il tossicodipendente è un delinquente, è una vittima del sistema, è un individuo pericoloso, rappresenta la feccia della società, la tossicodipendenza è inguaribile, è la nuova marginalità sociale, la comunità terapeutica è l'unico sistema di cura , il metadone è la droga di stato, etc...". Questi e tanti altri sono i luoghi comuni, i pregiudizi che circolano nella società occidentale intorno alla tossicodipendenza informando la cultura ed il pensiero comune.

Da questi pregiudizi derivano le condotte e i comportamenti dell'uomo della strada e non solo; anche gli operatori dei servizi specialistici deputatati alla cura e al trattamento delle dipendenze patologiche sono condizionati dal sentire collettivo.
In generale il pensiero comune oscilla tra il versante risolutivo - terapeutico a quello difensivo – stigmatizzante, in una sorta di altalena spinta dalle istanze socio-culturali ed economiche dominanti del momento.

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La comunicazione sociale diviene spazio psicopatogeno: ripensare la terapia in modo da contenere o eludere gli effetti schizogeni dell'Infosfera sociale.

Mar, 06/09/2011 - 13:41

La definizione di malattia mentale, come la definizione delle strategie terapeutiche deve tenere conto dell'intreccio sempre più stretto tra patogenesi e forme della relazione sociale. Forme che in altri tempi avremmo definito psicotiche sembrano oggi disegnare l'orizzonte dell'agire collettivo.

La stampa e la televisione ci informano del fatto che uno studente si presenta alla Virginia Tech University e uccide a rivoltellate una trentina dei suoi compagni per vendicarsi della solitudine di cui è sempre stato circondato. Siamo informati del fatto che i dipendenti della Telecom France si uccidono a decine perché non riescono più a sopportare l'accelerazione dei ritmi produttivi, l'insicurezza del posto di lavoro, la frenetica girandola della flessibilità. Siamo informati del fatto che diciannove giovani arabi si uccidono precipitandosi a bordo di aerei di linea contro le torri gemelle del WTC di Manhattan. Ma sembra che si tratti di casi isolati, esplosioni immotivate di follia o fanatismo criminale integralista. possiamo anche ammettere che si tratti di follia e di fanatismo criminale integralista. Ma se il fanatismo integralista cresce in proporzione diretta con l'umiliazione subita, la follia non è più un fenomeno eccezionale, bensì una patologia di massa che si diffonde come conseguenza del supersfruttamento cui è sottoposta la mente e il sistema nervoso della collettività. E il suicidio tende a diffondersi sempre più ampiamente quando il cervello collettivo non vede più alcuna via di scampo.

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Campagna per una psicopatologia non statistica, l'adesione del Centro Studi e Ricerche Josè Bleger

Ven, 12/08/2011 - 14:59
Il Centro Studi e Ricerche Josè Bleger, Scuola di Prevenzione, condivide la campagna partita da Barcellona per una psicopatologia non statistica (della quale pubblica, in calce, il Manifesto tradotto). Il DSM è un codice di classificazione che raggruppa sintomi in sindromi cliniche. L'idea di fondo è il riduzionismo biologico che a sua volta è una condizione necessaria per l'industria farmaceutica . In fatti i farmaci hanno bisogno di indicazioni precise e non vaghe. Tuttavia la clinica dimostra che l'efficacia di un trattamento psicofarmacologico è una efficacia simbolica. L'efficacia reale è sempre subordinata all'efficacia simbolica.
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Istituzioni sanitarie ed inversioni ad U

Mer, 10/08/2011 - 15:52
Questo contributo vorrebbe, attraverso la condivisione del resoconto che segue, stimolare la riflessione intorno alla tortuosità che assumono certi percorsi macroistituzionali nell’ ambito delle politiche sanitarie. 

Il settore di intervento è quello delle Dipendenze Patologiche, il riferimento spaziale è il territorio regionale delle Marche.

All’interno di questo inquadramento, inaspettatamente, qualche anno fa, a livello dei vertici decisionali regionali si è consolidato un movimento volto a produrre e a sostenere interventi organizzativi ed operativi costruiti secondo il paradigma della complessità; inaspettatamente, in quanto questo orientamento cozzava con la storia precedente di un settore, quello delle Dipendenze Patologiche, che era stata sempre caratterizzata, come d’altra parte su tutto il territorio nazionale, dallo stigma della scarsa importanza, della scarsa significatività e dei “ brutti, sporchi e cattivi”, assegnato agli utenti dei Servizi, e anche agli operatori; ma l’elemento di sorpresa era dato anche dal fatto che l’orientamento medesimo è stato poi accompagnato da un’attenzione effettiva e forte posta dagli stessi vertici all’ottenimento dei risultati attesi, e questa determinazione non era affatto scontata.

Improvvisamente, però, ecco che si presentano recentissime manovre che sembrano voler restaurare l’ordine della disattenzione istituzionale alla gestione dei fenomeni complessi che caratterizzano questo ambito di intervento sociosanitario.

In un batter d’occhio, infatti, è stata approvata pochi giorni fa una legge di riordino del sistema sanitario regionale che vede la soppressione delle Zone Territoriali e la configurazione della gestione del territorio della regione in cinque Aree Vaste.

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La Teoria del vincolo: Marta De Brasi al seminario della Josè Blégher

Gio, 28/04/2011 - 21:24

La teoria del Vincolo: sarà la dottoressa Marta De Brasi l'ospite del seminario organizzato dalla Scuola di prevenzione Josè Blégher di Rimini. Da Buenos Aires, Marta De Brasi è autrice di numerose pubblicazioni e, tra l'altro, ha curato "Psichiatria sociale e Psicoigiene", 1992, pp.140, testo che ha inaugurato la collana "I sintomi della salute", a cura della Scuola di Prevenzione Josè Bléger, per i tipi di Pitagora editrice, Bologna. Il seminario, aperto al pubblico e gratuito, si terrà dalle 16 alle 19 di venerdì 27 maggio  presso l'Hotel Imperial Beach, via Toscanelli, 19, Rimini.

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