La casa di Kikko (il mio blog)

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Il blog di Enrico Rotelli: la mia Rimini, appunti, viaggi, racconti, articoli, libri e qualche foto…
Aggiornato: 6 giorni 22 ore fa

Erich Priebke: una pietra sopra

Mar, 15/10/2013 - 00:37

Non è per niente facile chiudere questa maledetta vicenda di Erich Piebke, gravata com'è da un bel po' di sovrastrutture che non andranno mai in pensione. Né quelle a carico del boia delle Ardeatine – e ci mancherebbe altro!!! - né quelle a discarico. Purtroppo, aggiungo. Ma una pietra sopra comunque va messa. Un po' per evitare altri imbecilli che scrivano con mano tremolante frasi insulse e macabri segni. Ma sopratutto perché credo fermamente sia necessario, per chi si riconosce nelle ragioni dell'accusa all'ex capitano delle Ss, marcare la differenza tra “uomini e no”.

Per questo non sono d'accordo con chi gli vuol negare la sepoltura. La pietà per un morto, innanzi tutto. Magari spererei che la famiglia, come ha fatto notare il Governo tedesco, decida per una tumulazione all'estero. Siamo pieni di idioti che indossano fez o anfibi inscenando macchiette nostalgiche sulle tombe di illustri assassini. Riportare le spoglie di Priebke nella sua terra natia, oltre a dissuadere odiose sceneggiate e conseguenti contromanifestazioni, sarebbe soprattutto un gesto di rispetto per le sue vittime e per una terra che egli ha insanguinato e che solo in parte è riuscita a punirlo per l'efferatezza del suo delitto. Ma temo, dopo aver letto la provocazione del figlio – “seppellitelo in Israele” - sia difficile un atto di buon senso. Eppure, di questo abbiamo bisogno. Solo di questo e di un po' di pace.

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Il Cuore di Rimini batte ma non ha fiuto per la pecunia calcistica

Gio, 12/09/2013 - 23:49

Non mi reputo bacchettone, credo nella legalizzazione delle droghe leggere, non ho figli, ma quando ho letto che uno sponsor della giovanile di calcio di Rimini è il Cocoricò ho storto il naso. Perché credo che il Cocco stia all'educazione calcistica come una dama di carità sta alla solidarietà. E ancora di più l'ho storto leggendo i commenti di chi invece quei soldi “pochi, maledetti e subito” (l'ho messo tra virgolette per ironia, ovvio) li apprezza, li brama e se ne frega da dove vengono.

Non è peregrino il paragone della dama di carità di ottocentesca memoria. Credo infatti che un simile binomio, se anche porta nelle esangui casse del vivaio calcistico un po' di soldi, valga per un locale chiuso per problemi attinenti alla droga come una patacca di buone intenzioni da appuntarsi sul petto. Roba di marketing buona quanto un'operazione di ricostruzione dell'imene alla vigilia del matrimonio. Intendiamoci, non ho elementi per ricondurre direttamente il Cocco ad abusi di stupefacenti. Non mi interessa nemmeno farlo. La decisione è stata presa da organi dello Stato in base a delle leggi e a degli atti che le contravvenivano. E' un fatto, e basta. E in materia di droghe leggere – sottolineo leggere, ovvero i derivati dalla cannabis - sono io il primo a non essere d'accordo con le patrie leggi. Ma questo è un altro discorso.

E' un fatto però che le parole Cocco e abusi formino una rappresentazione scolpita nell'immaginario di generazione e generazioni di frequentatori di discoteche, dai più giovani agli attuali genitori. Chiunque lo percepisce. Sono molti meno quelli che conoscono il Cocco come qualcosa di più, quale è infatti. Il Cocoricò è un fenomeno di costume, è un locale dove le culture giovanili sono cresciute e diventate tendenze, è un luogo di lavoro, un'icona, un brand che attira altri brand. E' speciale, magari bellissimo. Ma non c'entra nulla con i valori dell'educazione sportiva.

Questo brand, oltre ai soldi, non porta un valore aggiunto al vivaio calcistico del Rimini. E' il vivaio calcistico del Rimini che porta qualcosa al locale. Lo aiuta a ricostruire la sua verginità come faro delle giovani generazioni, non solo legato al ballo e ai riti della notte. Una verginità perduta irrimediabilmente nell'immaginario collettivo e, recentemente, nei provvedimenti di pubblica sicurezza.

C'è chi ha ben chiaro che non è, tutto sommato, un affare d'oro il connubio calcistico – educativo con il nome del locale riccionese. E chi invece preferisce seguire l'adagio del “pecunia non olet”. Anzi, visto che uno dei contrari e Stefano Vitali, la nenia principale che viene intonata è “Non ci sono alternative e comunque dove sono le istituzioni, cosa fanno e cosa propongono?” Stefano difende da sé le proprie idee, io posso dire che diversi gli hanno risposto con solenni patacate. Qualcosa di più di una patacata invece è il comunicato di  Cuore di Rimini, la piccola lista civica presentatasi alle scorse elezioni e, da come si dimena, mi sa anche alle prossime. In un lungo comunicato di non facile lettura Emanuale Pironi, - con il quale condivido occasionalmente un calice di vino e quattro chiacchiere, entrambi piacevolmente, all'enoteca del Teatro – traccia al pubblico i perché sì dei civisti. Tralascio gran parte del testo, leggetevelo sul sito di Cuore di Rimini.  Sottolineo solo due passaggi. Il primo : «... se posti di fronte ad uno sponsor eticamente e legalmente impresentabile, allora si che lo stigmatizzare diventa opera non solo accettabile, ma ineludibile e doverosa». E' chiaro che un locale chiuso per problemi connessi allo spaccio, per la lista civica non rientra nella fattispecie.

Vi lascio chiosando dopo con il passaggio seguente: «E bandendo l’ipocrisia, se possibile, quale sarebbe lo sponsor ideale? Quello senza macchia? Quello che non urterebbe nessuna sensibilità? Siamo sicuri che tutto andrebbe bene per tutti, se lo sponsor fosse un ente benefico che gira solo il 17% circa di ciò che incassa per tutelare i soggetti del proprio oggetto sociale? O se fosse una ditta che raffina il petrolio? O che produce il famoso abbigliamento in paesi poveri semmai sfruttando bambini? O se fosse un’industria che sopravvive solo con aiuti di stato ed infischiandosene dei diritti dei lavoratori? O se fosse il magnate straniero, dai dubbi affari in casa propria?» Chiaro il concetto? Le perplessità sulla situazione legale dello sponsor sono solo ipocrisia e, pare di capire leggendo la brillante rassegna delle ipotesi più astratte, con qualunque sponsor ci sarebbero state delle polemiche. Per cui va bene così. E meno male che parliamo di educazione sportiva.

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Prima uscita da Giocatore Abilitato: bye bye driver

Gio, 15/08/2013 - 21:17

Ieri ho raggiunto il battesimo del campo: le mie prime nove buche. Ufficiali. Essì, perché in realtà ero già sceso su un golf course, in Scozia. Lì, nessuno mi ha chiesto nulla. Qui, in Italia, invece, dopo esserti affiliato alla Federazione Italiana Golf, la trafila è decisamente diversa, come puoi leggere qui: prima diventi giocatore non abilitato (Na). Poi un istruttore o una commissione ti abilita al campo e diventi Giocatore Abilitato (GA), e puoi giocare sui golf course. Poi dai l'esame delle regole e diventi Non Classificato (N.C.), ovvero senza handicap, poi giochi nelle gare per N.C e ti danno l'handicap... Insomma, la storia si fa lunga e... «Non di questo mi sono messo a raccontare» :-)

Anche se in quest'ultimo anno mi sono “sfinito” a giocare sul campo executive di Villa Verucchio, Rimini, il traguardo di scendere su un vero campo è comunque emozionante. U po' perché le buche sono molto più lunghe (e il mio drive è decisamente in fase di affinamento), un po' perché comunque ti misuri con chi ti precede e chi ti segue. E tra palle perse, slice ed errori vari, il gioco si prevede lento. Per cui, tra l'emozione e le preoccupazioni, già si parte con un bell'handicap. Per fortuna, mentre mi apprestavo al tee giallo della buca Uno, un giocatore – Carlo, un NC come me ma già in odore di classificazione – si è proposto come compagno di debutto. Il che, se da una parte sfalsa il mio gioco – ogni volta che gioco con qualcuno, si risveglia il competitor che dorme in me e.... sbaglio l'insbagliabile – dopo pochi colpi è stato un toccasana. Poiché non solo mi ha illustrato il campo sul quale stavo giocando, a me del tutto sconosciuto, ma ha reso piacevole e talvolta didattico un tour altrimenti impegnativo, a paragone del campo executive.

Intanto, già dal primo colpo, ho abbandonato il driver n. 1. La prima buca al golf course di Villa Verucchio è un par 5 di 440 metri, con un percorso a sinistra che, costeggiando un laghetto, disegna una U. Con, in più, un piccolo ostacolo d'acqua proprio nel mezzo. Già al primo slice opti per ridimensionare i tuoi sogni di potenza. Con un legno tre o un rescue, proseguendo nel gioco, sono riuscito ad ottenere gli stessi risultati (che speravo di ottenere) restando più o meno nel fairway o poco distante. Qualche volta ho perso anche la palla, sia chiaro. E' vero che i primi colpi hanno risentito del giocare con uno sconosciuto: dalla psiche emerge prepotente quello spirito competitivo capace di soffocare l'adagio del primo maestro: «nice and easy, nice and easy». Ma nel prosieguo, grazie al compagno di gioco sportivo e illuminante e ad una maggiore calma, ho notato che un po' meno desideri di distanza e un po' più di precisione ti consente di puntare a stare nel par. Puntare, beninteso... Senza contare che il percorso riminese è lungo e ricco di ostacoli: se non si è ragionevolmente padroni dei propri colpi, meglio una sana prudenza. Il risultato è stato un percorso buche 1 – 9 davvero piacevole, che stimola a continuare, sperando tra qualche tempo ad affrontare il più impegnativo percorso 9 – 18 riminese.

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Tra il libro e il moschetto

Sab, 27/07/2013 - 19:15

C'è qualcosa di autolesionistico nella politica comunicativa dei Nuovi Balilla. Loro ci provano a mostrare i muscoli come gli “antenati”, fieri e impettiti nel nuovo look fatto di camicie immacolate e bandiere garrenti. E fin qui, gli va bene. Se scatti una foto senza indugiare nei particolari dei volti, magari possono essere pure equiparati ai combattivi nonni (se a loro fa piacere...). Il problema è quando lasciano il libro e, prima di imbracciare il moschetto, si impratichiscono di altre armi. E qui il neobalilla, ahimè, scivola. Stavolta sulla classica buccia di banana.

Ne hanno dato una dimostrazione gli aderenti a CasaPound il 21 giugno, a Solferino, Mantova. Arrivano per manifestare contro la privatizzazione – secondo loro – della Croce Rossa e cosa ti combinano? Con le torce che brandivano hanno dato fuoco alle sterpaglie, costringendosi ad una precipitosa fuga.

Non è andata meglio a Cervia, l'altro giorno, quando un altro neobalilla, di altra formazione, ha tentato di sfruttare l'assist (mediatico) di Calderoli, lanciando alcuni frutti all'indirizzo del ministro Cècile Kyenge. Posto che alle feste dell'Unità folle oceaniche si notano solo alla balera, il neobalilla è arrivato appena alla prima e seconda fila, meritandosi l'ironico sfottò del ministro Cècile Kyenge – che sarà ormai stufa di misurarsi con decerebrati – e persino di disconoscimento dalla locale squadretta di Forza Nuova. Il che, è tutto dire.

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Qualcosa da difendere. Ovvero, una Citroën Dyane, Mutonia e le giovanili “visioni” cyberpunk.

Lun, 08/07/2013 - 10:15

Il primo amore a quattro ruote fu la Citroën Dyane 6. Gialla. Anche il secondo. Rosso fiammante. E quando raggiunse i limiti di età, non portai la mia Dyane dallo sfasciacarrozze. La portai alla Mutoid Waste company, a Santarcangelo Perché sapevo che quegli artisti squinternati le avrebbero dato una seconda vita. Il che mi piaceva assai. Erano già parcheggiati da qualche anno a Santarcangelo, usciti da un film di Mad Max proiettato nel centro di Londra. E alle colorate creste che i loro colleghi londinesi mostravano per foto da cartolina, loro aggiungevano un'arte meravigliosa, ridare vita artistica ad oggetti che la civiltà-così-come-la-conosciamo gettava via. Dai ramificati tentacoli culturali e tematici della letteratura cyberpunk – integrazione uomo–macchina, degrado ambientale da industrializzazione selvaggia, denuncia di un'economia aggressiva e democraticida – arrivano questi qua in una cava dismessa lungo il Marecchia, archeologia della rapina ambientale.

Magari a questi non gliene fregava niente di William Gibson o J.C. Ballard, Mad Max è stata un'occasione per fare qualche opera, forse si preoccupavano di fare qualche spettacolo e festa e basta... Non lo so, chi guarda un'opera di solito ci trova tante di quelle robe che l'autore manco ci pensa. Ma la loro presenza per me ha significato qualcosa. Al confine di un mondo che guardava all'effimero e che rapinava l'ambiente come se non ci fosse domani, che vestiva i panni della rivolta solo perché li preferiva a quelli dell'omologazione, i Mutoid erano una ventata che spazzava via tutti gli alibi provinciali, un pezzo di contemporaneità culturale inverata nel quotidiano, la lievità e la naturalezza del vivere un'idea piuttosto che indossarla sulla passerella del proprio ego.

Ecco, pensare che il boxer bicilindrico e lo chassis della mia Dyane sarebbe diventato un mezzo che impennavano nel mezzo degli spettacoli, la scorta al loro drago sputafuoco, mi riempiva in qualche modo di orgoglio. Oggi, quel gesto ha il potere di far passare in secondo piano anni e anni di ciarpame da me prodotto, ovvero il mio contributo alla civiltà-così-come-la-conosciamo.

Io non so perché si è giunti a questo”sfratto” della comunità dalla cava dove vivono da 20 anni. Se per un cavillo da azzeccagarbugli insondabile o per insipienza. Se a Santarcangelo si guardava veramente ai Mutoid come una risorsa, di sicuro avrebbero dovuto “blindare” anche amministrativamente la presenza della comunità. Ma verrà il tempo di valutare eventuali responsabilità politiche. Questo è il tempo di dare atto di ciò che ha prodotto un innesto culturale e di difenderlo.

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La stanza accanto

Lun, 13/05/2013 - 17:10

Death is nothing at all. It does not count. I have only slipped away into the next room. Nothing has happened. Everything remains exactly as it was. I am I, and you are you, and the old life that we lived so fondly together is untouched, unchanged. Whatever we were to each other, that we are still. Call me by the old familiar name. Speak of me in the easy way which you always used. Put no difference into your tone. Wear no forced air of solemnity or sorrow. Laugh as we always laughed at the little jokes that we enjoyed together. Play, smile, think of me, pray for me. Let my name be ever the household word that it always was. Let it be spoken without an effort, without the ghost of a shadow upon it. Life means all that it ever meant. It is the same as it ever was. There is absolute and unbroken continuity. What is this death but a negligible accident? Why should I be out of mind because I am out of sight? I am but waiting for you, for an interval, somewhere very near, just round the corner. All is well. Nothing is hurt; nothing is lost. One brief moment and all will be as it was before. How we shall laugh at the trouble of parting when we meet again!

Henry Scott Holland

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Il pane, il circo e non so bene cosa

Ven, 26/04/2013 - 15:43

Sto scoprendo una curiosa assonanza tra i miei stati d'animo e la panificazione casalinga. Quelle robe strane per cui se ti girano i maroni perché i grandi elettori del Pd suicidano una classe dirigente e sé stessi bruciando un presidente decente, i neogiacobini propongono trucchetti per guadagnare altro consenso senza fare un cavolo e i cugini delle nipotina di Mubarack gongolano, il pane e la pizza e la spianata ti vengono da schifo.

Ho provato a cercare altre cause nella debacle panificatoria della settimana scorsa. Giuro, ci ho provato. Ma il veleno che ha ammorbato i miei farinacei è facilmente individuabile nel big bang che si è consumato a Montecitorio. Perché al pane, mi sto accorgendo, ci sto dando un senso. Anzi, molto più di uno. E' come se mi stesse smuovendo qualche tappo ancestrale, liberando cose che non riesco a cogliere nella loro interezza. Ecco, se vogliamo usare un'immagine, sono il mostro di Frankenstein Junior quando suonano il violino: agito le mani per afferrare la musica. Ma inesorabilmente sfugge.

So solo che, forse contaminato da una moda passeggera, forse coinvolto in un flusso carsico di desideri primari che depurino i nostri bisogni inquinati, ho posto nella panificazione casalinga un gesto di comunanza. Devo andare a mangiare dalle mie nipoti? Cucino il pane. Vengono gli zii da Milano? Porto il pane. L'amico smette il maiale e invita al baccanale? Impasto il pane. Le due parenti hanno litigato e non si parlano? Porto a entrambe un pezzo della stessa pagnotta. Fatta da me.

Ho cominciato per caso. Anzi, ricominciato. Perché da garzone, nelle cucine dei mercantili, il panettiere mi aveva insegnato a fare il pane, esattamente 30 anni fa. Naturalmente non mi ricordo nulla. Mi ha incuriosito tutto questo gran parlare di pane o lievito madre che attraversa web, vita e reparti elettrodomestici dei centri commerciali. Poi. Mia cugina fa il pane in casa: butta tutto dentro una macchinetta e questa sforna pagnotte. Il commercialista dinoccolato fa il pane. La tipa-che-si-iscrive-a-tutti-i-corsi fa il pane in casa. Messe di informazioni frammentarie alimentano blog eleganti - la cucina sta andando di moda, mi sa che soppianta la fotografia quest'anno - e forum. Li ho letti, ma insoddisfatto ho tampinato un'amica compiacente che ha generosamente concesso le sue nozioni, indicandomi il centro macrobiotico come luogo di spaccio per un po' di pasta madre. Dove mi sono recato. E questo, da solo, merita un siparietto.

- Buongiorno, vorrei del lievito madre

- Un attimo che viene la signora, è lei che se ne occupa, mi dice un ragazzotto dietro il bancone dei pani, biscotti, crostate e via così.

Esce una signora dal laboratorio e ripeto la domanda. E questa:

- Ma lei ha fatto i nostri corsi per gestire il lievito madre?

- No

- Li ha fatti sua moglie?

Evito di spiegarle che sono zitello e dico No.

- Perché – continua – sa che ci sono delle procedure da fare per gestire la pasta madre...

- Sì, sono al corrente, me l'ha spiegato un'amica che ha già esperienza che va rinfrescato con la stessa quantità di farina e la metà dell'acqua..

- A bene, perché sa, non è che lo vendiamo così... Poi non è facile, sarebbe meglio fare il corso, ma se sapete già cosa fare...

La risposta sulle tecniche è quanto di più evasiva si potesse immaginare, ,ma io insisto: - usate farina Manitoba (farina adatta a panificare che ingloba molta acqua, ottima per pane, pan brioche, panettoni e colombe pasquali)?

E questa si chiude a riccio: - A no, noi usiamo solo farine di grano antico, non usiamo queste farine moderne...

Apparteilfatto che la farina Manitoba viene dall'omonima regione canadese e la usavano i nativi americani... Ma insomma, un quarto d'ora di terzo grado per darmi un po' di poltiglia in un barattolino di vetro, con la quale cominciare i miei esperimenti...

Due giorni dopo provavo a fare il pane. Due giorni dopo e un assaggio scoprivo che era altamente acido, oltre a non essere lievitato. Quattro giorni dopo ho provato a fare la pizza, acida e piatta come una tavola. Due settimane dopo facevo un corso per panificare con il lievito madre, ma con una tecnica diversa, tenuto da Paolo Bissaro. Un mese e diversi pani bianchi e di segale e pizze dopo continuo a panificare con la pasta madre solida ma ho buttato nel water la poltiglia del centro macrobiotico.

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Visto da vicino, nessuno è normale

Gio, 25/04/2013 - 01:15

... Alba crebbe con l'idea che la normalità fosse un dono divino. Ne discusse con sua nonna.

- In quasi tutte le famiglie c'è qualche rimbambito o pazzo, figliola - assicurò Clara [...] - Talvolta non li si nota perché li nascondono come se fosse una vergogna. Li chiudono nelle stanze più isolate, affinché non li vedano quando ci sono visite. Ma in realtà non c'è di che vergognarsene, anche loro sono opera di Dio.

- Ma nella nostra famiglia non ce ne sono, nonna - replicò Alba.

- No. Qui la follia è divisa fra tutti e non ne è avanzata per avere il nostro matto da legare.

La casa degli spiriti, Isabel Allende

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Come una goccia di petrolio nel mare

Ven, 05/04/2013 - 00:30

Sono tre giorni che il mio pc ha gravi problemi: non parte. Parte solo e soltanto grazie a un live cd (un sistema operativo in un cd che fa funzionare la macchina). Succede. Potrei maledire openSuse - linux (colpa sua). Potrei incazzarmi per averlo aggiornato (tutte le volte c'è una magagna che spunta). E invece... Non mi affaccendo più di tanto sui forum. Non accorro al suo capezzale smanettando in file di configurazione. Aspetto pazientemente i consigli di chi ne sa più di me, che arrivano puntuali alla mattina, per metterli in pratica solo alla sera, quando ho tempo e con molta calma. Insomma, mi trovo a godermi una pausa relativa nella relazione morbosa con il mio personal computer. Troppo morbosa. continuo ad aspettarmi troppo da lui. Continuo ad aspettarmi troppo dalla Rete, dai social media. E' come se da questo strumento dovesse giungere qualcosa o qualcuno di messianico, capace di rivoluzionare davvero la mia vita. Percepisco l'ansia di aggiornare i sistemi, aggiornare le pagine che visito, aggiornare gli stati che incessantemente migliaia di amici, conoscenti, semiconoscenti e sconosciuti vomitano nel più feroce frullatore di umani umori mai inventato. Più percepisco e alimento l'ansia, la simultaneità e l'ubiquità digitali e più le energie precipitano e le parole sfuggono. Si spandono come una goccia di petrolio su un mare piatto, che ammanta di colore la sua tossicità.

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Roberto, secondo anniversario

Lun, 25/02/2013 - 13:38

… decisi che in quella famiglia disgregata, sfasciata, lacerata, io e mio fratello dovevamo essere diversi. Decisi che non potevamo essere come i nostri genitori, dilaniati da una guerra infinita della quale eravamo ostaggi e non meri spettatori. Deposi le armi. Con un gesto unilaterale cessai ogni scontro, per quanto piccolo e naturale tra fratelli giovani. Ciò che più mi ha stupito, negli anni che seguirono, è che non ci fu bisogno di dirlo. Mio fratello mi seguì su quella strada. O la percorse con me, non ce lo siamo mai detti. So solo che nei nostri rapporti, per quanto cresciuti diversi, distanti, in ambienti, contesti, esperienze profondamente lontane, ci riconoscevamo, ci rispettavamo, ci amavamo. Quando morì, capisco ora, è morto l'ultimo legame con una famiglia così come l'avevamo conosciuta. Non potevo ricostruirla a partire dalle macerie abbandonate sul terreno, dovevo crearne una nuova. Nonostante le macerie.

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Tra il detto e il non scritto: primarie, il mio appello per Elisa Marchioni

Sab, 29/12/2012 - 20:26

Domani sarò uno dei tanti iscritti che voterà alle primarie per i parlamentari, così come ho scelto il mio leader, Pieluigi Bersani. E so anche chi votare, perché per 4 anni e mezzo ho visto, condiviso e raccontato il suo lavoro: Elisa Marchioni. Qualche dietrologo più cinico di me ci potrà leggere una scelta di opportunismo professionale. Il mio curriculum e la mia coscienza, che se ne fregano allegramente dei dietrologi (ma li conoscono), sono dalla parte delle ragioni che hanno sostenuto il suo operato in questi anni non facili e che la sostengono in questa ennesima prova – le primarie – anch'essa in salita. Le ragioni di un iscritto Pd abituato a scegliersi il suo team leader e il suo destino. Anche professionale.

Quando fu messa in lista Pd in posizione eleggibile alla Camera, l'Unità di Bologna titolò «Elisa la ragazza radio e chiesa che va a Roma». Meno diplomatici del giornale di Gramsci, altri la vedevano come una vispa Teresa un po' cresciutella, non so se aspettandosi il tritacarne di Montecitorio o solo sulla scorta di uno sguardo provincialotto che si elargisce a tutto e tutti, qui tra l'Ausa e il Marecchia. Si sbagliarono clamorosamente.

Ne sa qualcosa la Michela Vittoria Brambilla, ministro tanto procace quanto inconcludente che perse le staffe perché la nostra la martellava su come usava i fondi del ministero per compensare consulenti che – per caso – lavoravano a campagne elettorali del Pdl. Con annessa inchiesta della Corte dei Conti. Narrano di urla e improperi poco signorili all'indirizzo della riminese. Di sicuro non si presentò a rispondere in commissione. La focosa ministra ebbe grattacapi anche sul pozzo senza fondo che era il sito Italia.it. Oppure sulla gestione dell'Enit, accendendo un'ulteriore inchiesta parlamentare. A rendere inconcludente il suo mandato ci pensò la Corte Costituzionale: il codice del turismo Brambilla fu bocciato in 19 punti. Eppure la Vispa Teresa l'aveva avvertita...

Nel frattempo, dalle nostre parti, si consumava la guerra di logoramento tra Italia e San Marino, con Tremonti silente e il Titano dolente. Sappiamo cosa c'era in ballo, ma nel frattempo il silenzio del commercialista di Berlusconi permetteva a qualcuno di fare il pesce nel barile, ad altri – i frontalieri - di farsi triturare in un braccio di ferro logorante, mentre il ministro degli Esteri Franco Frattini diceva che per carità va tutto bene. Fino al 10 marzo 2011, quando nel question time Elisa Marchioni chiede a Tremonti di svelare le carte. E Sonia Viale, sottosegretaria, rivela finalmente cosa c'è che non va. Quisquilie tipo «controlli sulle banche e sulle società finanziarie sanmarinesi nonché sulle sanzioni per i comportamenti illegali», nessun accordo in materia di scambi fiscali, poca trasparenza. Insomma «la Repubblica di San Marino – dice a Montecitorio il sottosegretario - è sempre più rifugio per i capitali di origine illecita e, da ciò, deriva il timore che sia anche meta per la malavita organizzata, sia italiana che estera». La nostra vispa Teresa avea tra l'erbetta al volo sorpresa “gentil” farfalletta.

Io tralascerei il resto della legislatura. C'è un sito www.elisamarchioni.it che parla a chi vuole ascoltarlo con le proprie orecchie e giudicarlo secondo coscienza. Non la voterò solo per questo. E nemmeno perché so cosa si annida tra le righe degli appelli e quelle dei giornali. La voterò anche per le parole che ha scritto a una madre menomata del suo affetto più caro e che Elisa non ha dato in pasto ai media affamati. E per la sorellanza che quella donna che non conosceva le ha concesso, carezzandole le mani.

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Buon Natale 2012 (e tutto quel che segue)

Lun, 24/12/2012 - 23:16

Non è che sia un Natale particolarmente brillante: fuori fa freddo ed è pure umido, c'è la crisi, le sfighe si accumulano e per chi ha quella ulteriore di essere di sinistra ci sono pure le primarie, con il loro corollario di sorrisi davanti e coltelli di dietro. Ma c'è chi sta peggio. Per cui vi auguro che almeno il Natale sia sereno. E per il resto, ma proprio tutto il resto, c'è sempre l'adagio di Rossella O'Hara: «non ci posso pensare ora. Ci penserò domani». Auguri.

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Letterina di Natale

Sab, 08/12/2012 - 04:15

Davanti a me ho la lettera di licenziamento. Per conoscenza. Perché è indirizzata alla direzione territoriale del lavoro. La forma non è ancora raffinata nella cooperazione. Ma è solo questione di tempo, impareranno. E in fondo non ha importanza: lo sapevo. Me l'hanno detto in un colloquio. Tutti lo sapevamo. Era nell'aria. Abbiamo perso l'appalto e in genere questa è la trafila: si può passare alla coop che subentra. La Direzione Territoriale convoca il tavolo con le Parti e si definisce la trattativa. A fine mese si può scegliere. O si passa di là, all'altra cooperativa (non sociale) – e il lavoro riprende - o la disoccupazione. Poteva andare peggio. Molto peggio.

Il lavoro perduto dalla mia futura ex cooperativa sociale è la logistica (vedi wikipedia), in appalto da un'azienda leader (si dice così e in effetti lo è) nella distribuzione di libri a prezzo intero e a metà prezzo. La quale esternalizza (outsourcing) parti della lavorazione. La logistica, appunto. Una volta si chiamava facchinaggio. La sede di lavoro è l'azienda appaltante. Per chi non sapesse cos'è una cooperativa sociale, è una forma di società di lavoro che prevede almeno il 30% dei dipendenti diversamente abili o di categorie protette. Tra i miei compagni ci sono (o c'erano, a seconda della scelta che farò) disabili psichici o con ritardi cognitivi, ex carcerati, ex tossicodipendenti, disabili fisici. Io non ho fatto ancora le pratiche, ma con l'infarto mi beccherei il 40% di disabilità. Prima o poi presenterò la documentazione. E comunque, visto da vicino, nessuno è normale. Per cui, sono e mi sento pienamente integrato.

Ho iniziato il 16 giugno 2010 occupandomi delle rese dei clienti del metà prezzo. Avevo il mio computer, uno scanner, come quelli del supermercato, e su un grande banco di lavoro ci passavo sopra i codici a barre dei libri. Ero le Rese, nome proprio di settore. Se il libro era stato acquistato lì, il programma (una robaccia in AS400) lo accreditava al cliente. Se no, no. Se il libro era integro, lo mettevo in un bancale di libri misti, ben ordinato con il dorso all'esterno, se era rotto nel bancale che andava al macero, se era un dizionario lo mettevo con i dizionari, se era un illustrato lo mettevo tra gli illustrati, se era un net price (mai capito cosa volesse dire) lo mettevo in uno dei tre tipi di net price e via così. Ero una specie di cassiera del supermercato che lavorava al contrario. Un privilegiato, rispetto agli altri nel capannone. Otto ore al giorno dalle 7,30, una pausa alle 10, una alle 11,30, una pausa pranzo di mezz'ora alle 12,30, una alle 14,30, fine turno alle 16.

Il caposquadra mi disse che dovevo lavorare 1800 libri al giorno per pagarmi lo stipendio. Calcolando un giorno di otto ore, ovvero 480 minuti, ovvero 28800 secondi fa un libro passato allo scanner ogni 16 secondi. Compresi naturalmente lo spostamento dei bancali – tra i 400 e i 600 kg - , la creazione dei file di pratiche nel computer, l'apertura delle scatole, il posizionamento dei libri in entrata sul bancone, quelli in uscita, l'ordinamento dei libri lavorati sul bancale, lo smistamento negli altri bancali se libri di tipo “speciale”. Più altre mansioni che rientravano nell'appalto per il settore Rese. Non era vero, ne bastavano 1650. Era solo un trucchetto per farmi aumentare la produttività. Roba imparata probabilmente alla scuola di Muccioli (sì, proprio quello della porcilaia). Niente in confronto a quello che gli ho visto fare.

Quando finivo tutte le rese (ci son voluti sei mesi: avevamo molto lavoro arretrato), andavo a dare una mano a quelli di là dal mio banco di lavoro, alle Lavorazioni (con la elle maiuscola, nome proprio di settore). Il che significava togliere le etichette dai libri a metà prezzo con un taglierino, attaccarne di nuove con stampigliato il prezzo e la promozione di cui facevano parte, confezionarli in confezioni. Parliamo di bancali, roba da Grande Distribuzione Organizzata, tipo iper – ultra - mega centri commerciali. Ognuno si metteva al proprio banco- faccia la muro -, un bancale di libri ai quali attingere, una pila sul banco, un nastro di etichette e via così ad attaccare, libro dopo libro, pila dopo pila, bancale dopo bancale, ordine dopo ordine. Otto ore al giorno. In piedi al freddo d'inverno – il capannone non è riscaldato – in piedi al caldo d'estate – il capannone non è refrigerato – la polvere del vicino cementificio tutto l'anno. Dopo un paio d'ore di sto stacca e attacca mi sbarluggicavano gli occhi e barcollavo. Per questo mi consideravo un privilegiato, dietro il mio computer.

Per i disabili psichici invece era un "toccasana". Il lavoro deve essere semplice e ripetitivo, devi dargli istruzioni chiare, devono poter lavorare sereni e quindi tutto fila liscio. Senno entrano in difficoltà. Ci sono persone che si preoccupano di questo in cooperativa, credo in tutte le cooperative sociali. Gente che si preoccupa di trovare le commesse adatte. E nella commessa il lavoro adatto. Che seguono i lavoratori fuori dal lavoro e che intervengono se danno segni di difficoltà, per permettergli di fare la loro parte. Di guadagnarsi il loro stipendio. Insieme ai colleghi, ovvio. Perché tutti hanno le loro magagne. E gestire il proprio lavoro non è facile, se sei uno “svantaggiato”. Gestire le cose, non è facile. Gestire i rapporti, non è facile. Se un amico mi dice «Sono preoccupato un po' per mio figlio, lo vedo irrequieto, ricorda me alla sua età» siamo nell'ordinaria amministrazione di padre di famiglia. Se me lo dice un collega che zoppica perché ha un tendine reciso dal proiettile di un rappresentante di gioielli, esploso mentre lo stava rapinando quando aveva l'età del figlio, beh, capisco il suo tono preoccupato. E siccome tutti hanno le loro magagne, il clima viaggia verso una solidale armonia. Con qualche piccolo scazzo e antipatia, chiaro. Se il clima non viaggia così, è perché qualcuno le proprie magagne non se le ricorda. O le nasconde dietro la sua “responsabilità”.

Quando ho iniziato a lavorare, il 16 giugno 2010, avevo paura. L'infarto mi aveva ridotto a pezzi. Tutto ciò che riguardava il mio vecchio lavoro connesso con la politica mi era proibitivo. Quando sul display del telefono compariva il nome del mio cliente sentivo una fitta alla sinistra del petto. Quando facevo un po' più di fatica sentivo la stessa fitta. Ero terrorizzato. Dopo l'elettrocadiogramma sotto sforzo, a due mesi dall'infarto, ho chiesto alla dottoressa a bruciapelo: «Ma io, che aspettativa di vita ho?». Mi ha guardato come se fossi matto. Matto non so, ma stupido sì: il cuore è sotto lo sterno, ben lontano da dove sentivo la fitta. Ma la psiche viaggia per cazzi suoi e finché non la incocci con una buona analisi, governa lei. Pure dopo, ma un po' meno. Anche l'affitto viaggia per cazzi suoi, come il supermercato e il benzinaio. E le uniche parole che stendevo sulla carta che avessero senso erano quelle per l'Unità. Le altre, non le riconoscevo. La gestione dei siti, l'Html, i Css, non esistevano più. Le entrate quindi erano un po' pochine per tutta quella roba che viaggiava. E avevo bisogno di lavorare. Mesi dopo, a un corso di formazione un cooperatore sociale ferrarese raccontava dei loro servizi di orientamento al lavoro per persone in difficoltà. Non roba da Ufficio di collocamento. Roba un po' più pesa. «Da noi vengono persone vinte. Vinte dalla vita». Parlava di me. Ero un vinto. Il mio cuore mi aveva sconfitto. E sapevo che anche lui era stato vinto. Da tutto il resto. Dovevo cambiare.

Continua

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Renzi e gli amici di destra che vogliono votare alle primarie

Gio, 22/11/2012 - 23:29

Ognuno ha gli amici che si merita. I miei erano berlusconiani. Prima. Ora sono accesi renziani. Non quello di borgo Marina. Quello di Firenze. E sono certo che ci sia un nesso, nel profondo del loro Io di destra. Ultra destra. Venerdì sera, canonica decompressione post lavorativa per soli uomini. All'ordine del giorno chiacchiere che, curiosamente, concedono poco al calcio e quasi tutto alla politica. Donne: niente. Son tutti sposati da anni, meno se ne parla e meglio è. Ma anche se ci fosse quest'ultimo ingrediente, sarebbe comunque una palla galattica perché A) son tutti di destra e quindi mi tocca fare o il sacco delle botte o lo spalanuvole (bella immagine, Niky, massimo rispetto) o il comunista; B) finita la mia striminzita birra mi devo cartonare il culo aspettando che si schiodino dalle loro triple medie con sgranocchiamento; C) devo sentire sproloqui sull'amministrazione della cosa pubblica senza che sappiano minimamente di cosa parlano. Per dirne una, Italo è ancora convinto che il nostro sia un sistema elettorale maggioritario. E invece è proporzionale. Ma sono amici veri e e non li cambierei per niente al mondo.

Ora il tormento è per le primarie. E Italo è saltato su che vuol venire a votare. Alla prima uscita ignoro. Tattica da vittima. Speri che il primo colpo sia estemporaneo. Non lo è. Ricolpisce. «Ah, ho deciso, io vado a votare Renzi». «Renzi?- sonnecchia Marco – vuoi andarlo a votare?» «Sì, io lo voterei». «Ma Italo – gli faccio – tu non sei un elettore del centrosinistra. Te sei di destra. Anzi, più che di destra, cosa vuoi venire a votare Renzi». «Io lo voterei, invece. Se fosse il candidato premier, io lo voterei». «Ma va là, te non c'entri niente con il centrosinistra, lo voteresti alle primarie, ma poi alle elezioni voteresti come al solito». Pigo, che sta maturando una verve più moderata, contraddice il fratello: «ma cosa vai a votare alle primarie del Pd, tu cosa c'entri?» «Io niente, ma Renzi lo voterei, ci vuole un po' di novità». «Ma sono le loro primarie, te non c'entri niente». «Perché, se sono le loro primarie io non posso votare?». ««Puoi votare – gli faccio – però devi registrarti all'albo degli elettori del centrosinistra. E te non sei un elettore del centrosinistra. Non lo sei mai stato e non lo sarai mai». «Ma io voglio votare Renzi anche se non sono del centrosinistra». «E Pigo: «Ma sono le loro primarie, te non c'entri niente. E' come se venissero in azienda da te e decidessero, chessò, cosa dovete fare. Te t'incazzeresti». «Cosa c'entra... Io voglio votare Renzi. Come si fa?». «E' semplice – faccio conciliante - te vai a iscriverti alle primarie e firmi che sei un elettore del centrosinistra. Sei disposto a firmare?» «Sì» «Che sei un elettore del centrosinistra?! Te?!». «Sì». «Ma non dire cazzate. Te non mi hai nemmeno votato quando ero candidato al consiglio di quartiere... Non ti ricordi più? Mi hai pure scritto una mail dicendomi che, di fronte alla scheda, hai visto il simbolo e non ce l'hai fatta. Un simbolo microscopico. Ed ero candidato ad una roba che non serviva a niente. Figurati se poi alle elezioni voti uno del Pd. A governare l'Italia».

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Internet banking (e social surf) protetto, una campagna belga

Mer, 07/11/2012 - 11:18

Il video fa parte di una campagna, Safe Internet banking (http://www.febelfin.be/en/safe-internetbanking), belga. Credo sia utile in temmpi di social network dilaganti. Cheers

Deinde filosofare

Mar, 16/10/2012 - 12:48

Tutti gli anni, tra la fine di settembre e queste ore, un tarlo microscopico comincia a rodere un angolo di cuore, là dove si intersecano desiderio, amor proprio e l'arteria che va alla ragione. C'è una piccola cicatrice che il tarlo va a intaccare: quando lasciai il breve impegno dell'università. Scienze Politiche, indirizzo internazionale. Che a sentirla così suona chissà cosa, anziché poca. Il tarlo allora se ne stette buono, aveva comunque di che essere contento, perché il mio diplomino, abbandonato per le scorribande giovanili nel lavoro, l'avevo preso. E quel poco che raccontavano i docenti forlivesi l'ho inseguito per altre vie. E poi,  Primum vivere, deinde filosofare. E allora se ne stette zitto. Forse perché rincantucciato vicino all'arteria che porta alla ragione. Ma da qualche anno rifaceva capolino, un po' discreto, un po' aggressivo... Stavolta l'ho zittito.

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Quel che resta sono solo vetri e petardi scoppiati

Dom, 30/09/2012 - 19:20

Se il risultato della contestazione alla manifestazione di Forza Nuova è stato un po' di gazzarra e due vetri rotti di un'auto dei carabinieri, credo che l'Anpi abbia fatto bene ad andare a “lustrare le targhe” (come ha più o meno scritto qualcuno), in tutt'altra parte della città. Perché ha segnato diverse misure sulle distanze che possono occorrere oggi tra fascisti e antifascisti e tra metodi che accomunano o distinguono i primi dai secondi.

Forza nuova è andata, comunque la si voglia vedere, ad una conta. Con un'azione dimostrativa su scala regionale e nazionale. Sul peso che ha a Rimini abbiamo già avuto prove evidenti della sua inconsistenza, così come della soglia di attenzione che raccoglie. Sono pochi e non riescono ad andare oltre la stanca litania di teorie ormai rese opaline dalla storia. Non parliamo della loro capacità organizzativa: qualche volantino e un tentativo maldestro finito in giudicato. Una minaccia risibile, insomma: il mascellone, se potesse, li avrebbe già rispediti tra i balilla. La manifestazione di ieri, anche se “organizzata” su scala regionale, non ha superato di molto quelle precedenti. E sì che siamo la terra natia del mascellone. Una ventina di agenti in tenuta antisomossa la dice lunga sulla reale preoccupazione che ha destato il numero dei militanti neri e dei loro contestatori. Il bilancio delle vittime, qualche petardo scoppiato e due vetri rotti, sintetizza il portato degli ideali che li animano. Evitare il terreno di “confronto” con gli uni e gli altri, andando altrove quindi, è stata la summa della filosofia cittadina: quando sei in strada, non parlare con i patacca, chi ti guarda da lontano non capisce la differenza.

Anche andare al parco Cervi ha significato in qualche modo andare alla conta. Intanto per chi si riconosce nell'eredità lasciata dagli antifascisti, quelli scomparsi o con i radi capelli bianchi che l'antifascismo l'hanno vissuto sulla propria pelle. Che, per chi non lo ricordasse, si riassume nella Carta Costituzionale. Ma ha significato anche andare alla conta di chi non sceglie un metodo: quello dei fascisti. E decide di non porsi né allo stesso livello né sulla medesima prospettiva, temporale e politica. Né, tantomeno, prestarsi ad un gioco delle parti che, alla fine, non paga. Ai monumenti di Morri la somma di chi ha ribadito la propria appartenenza mostra un saldo positivo che doppia i manifestanti e i loro interlocutori. E pur senza clamore, soffoca gli echi ormai sordi di parole d'ordine stantie. Non è poco. Anzi, è abbastanza per riflettere su come, almeno a Rimini e provincia, coltivare in futuro il terreno della cultura democratica.

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I robottini da cucina, (forse) il peggior investimento di un single

Ven, 28/09/2012 - 22:25

Tra gli utensili di cucina che POSSONO ASSOLUTAMENTE MANCARE ad un single, c'è sicuramente il robot da cucina. Può capitare che ne sentiate la mancanza, quando dovete preparare, chessò, il ragù in quantità industriali per poi congelarlo. Ed è comprensibile. A tritare la cipolla si fa presto: la tagliate a metà, poi fate quattro taglietti per quasi tutta la sua larghezza, poi la girate e la tagliate a fettine e il gioco è fatto. Il sedano è pure divertente, fa tutto lui: lo stendete, lo battete con il piatto del coltello schiacciandolo ben bene, poi lo tagliate a fettine, ci pensa la sua naturale venatura a far venire fuori i dadini piccoli. La vera tragedia sono le carote. Prima le tagliate a fettine per la lunghezza, poi le fettine le riducete a listarelle lunghe, poi le listarelle le riducete a cubettini. Insomma, una palla. Per fare cosa, poi? Buttarle nel tegame a rosolare con l'alloro in attesa della carne? E vedere scomparire il tutto dopo tre ore di cottura, a parte quei maledetti cubetti che ti hanno fatto perdere tanto tempo? Vabbé, forse però ne vale la pena. Alla prima forchettata :-)

Quando ci si appresta a tutto questo sano lavorio una tantum, è il pensiero delle carote che spinge il single a rimandare la preparazione e a cercare un negozio per investire in un robottino di cucina, magari piccolo perché lo spazio è tiranno. E fa la più grande cazzata della sua vita. Perché se lo prendi piccolo ci triti una cipolla alla volta. E non la triti, no, la rendi una purea. Il che, fa anche un po' schifo, quando vedi che olio e cipolla hanno la stessa consistenza. Non solo. Scopri che per tritarla devi tagliarla in tanti piccoli pezzi, perché senno la lama non fa il suo mestiere. E quindi ci metti più tempo a metterla nel robottino, a tritarla, a scolarla nella pentola che a lavorarla a coltello. Ed ecco che cominci a maledire l'investimento. Ti sollevi un po' quando viene il turno delle carote. Ma è al sedano che scopri quanto sei stronzo. Perché la lama ne trita una parte e i pezzi più grossi rimangono attaccati alle pareti. E non c'è niente da fare, più ti incaponisci e peggio è. Puoi solo consolarti di non averlo preso più grande, perché il risultato sarebbe stato una modica quantità tritata sul fondo ed il resto sparso per le pareti del robottone. Che poi dovrai lavare, prima di metterlo nella scatola e, poi, sul ripiano più alto della dispensa. Dove lo dimenticherai.

Per la cronaca, dopo aver rosolato le verdure, mettete la carne (manzo e maiale = 3 + 1), fate rosolare bene, quando si asciugano i liquidi una bella spruzzata di vino bianco, fate evaporare (bene senno il vino lascia l'acido), aggiungete il pomodoro (io metto i pelati frantumati) e fate cuocere a fuoco lento (due o tre ore).

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Precipoizi, Sòta la guaza, Annalisa Teodorani

Mar, 18/09/2012 - 13:16

Sta vóita che par precipóizi

l'à la spònda d'un lèt

o la róiva d'un pensìr.

(... Questa vita che per precipizio / ha la sponda di un letto / o la riva di un pensiero.)

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Il savoir faire del ciclista. Non quello che pedala, quello che vende le biciclette.

Mar, 28/08/2012 - 23:05

E' bello pedalare, andare al lavoro e tornare, e ricordarti, ogni volta, che fai prima su due ruote piuttosto che su 4. Perché Rimini è piccola. Centro – Gros 15 minuti appena. Gros - centro un po' di più, se – bum! - buchi alla Colonnella. Ma vuoi mettere camminare fino a San Giovanni, con le scarpe antinfortunistica... Vado da Martini, di fronte alla chiesa – ho una bici Martini, gli ho scucito 240 euro anni fa, due settimane dopo avergli scucito altri 240 euro per una bici poi rubata, mi aspetto che mi ripari la ruota - faccio per entrare mentre il titolare si congeda da una cliente e questi, il titolare, sulla porta, mi dice «Aspetti un momento». Aspetto. Sotto il sole. Sento che parla con un altro cliente di una corona da 44, o un pignone, non so. Aspetto. Sotto il sole. Lo congeda con calma – senza aver venduto niente - viene da me, sempre sotto il sole e mi dice «Dica». «Buongiorno». Capisce al volo e ripete «Buongiorno». «Mi è scoppiata una gomma» «Scoppiata o bucata?» «C'è differenza?» «Se è scoppiata tocca cambiare il copertone». «E' scoppiata ma non so se il copertone è da cambiare». «Ma ha fatto bum o ha fatto pssss?» «Ha fatto bum, direi». «Bisogna cambiare anche il copertone, allora». «Mah, vediamolo prima» dico io. «No, è sicuro, se ha fatto bum, tocca cambiare il copertone...» «Prima vediamo» insisto io. E questo mi alza la bici e mi fa controllare il copertone... Non ha strappi, almeno sul battistrada. «Venga domani a prenderla». «Guardi che io ci vado a lavorare con la bici» «Allora venga verso le 7 – 7,30. Sono le sei, vediamo se riesco a trovare un buco...» «Grazie». Nel frattempo, nonsopperché, il dialogo – «ha fatto bum o psss? Cambiamo il copertone» - mi fa venire in mente il meccanico di via Bertola, altro genio del savoir faire commerciale. In vetrina ha un cartello: si riparano solo le bici vendute. Il quale, per un tirante del freno spanato, (sì, quella stupida, piccola vite cava d'allumino che serve a regolare la guaina del cavo del freno) voleva cambiare entrambe le leve. Quattordici euro. Per la cronaca, il tirante l'ho comprato da Semprini per 50 centesimi. Alle 7,30 ritiro la bici, vedo da lontano la camera d'aria e il copertone sulla bici. Gentile – che strano - mi fa vedere il buco nella camera d'aria ma NON quello del copertone. Sbircio quello montato, che mi sembrava un po' tassellato per l'uso che ne faccio e mi dice: «visto che fa molta strada ne ho messo uno più robusto». «Quant'è?» «Venti euro». «Grazie».

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