La casa di Kikko (il mio blog)

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Il blog di Enrico Rotelli: la mia Rimini, appunti, viaggi, racconti, articoli, libri e qualche foto…
Aggiornato: 4 giorni 3 ore fa

Cara Viola

Mar, 08/04/2014 - 10:26

ci troviamo entrambi di fronte ad un curioso traguardo. Tu entri, per legge, nell'età degli adulti mentre io, tra poco, compio il mezzo secolo. E' come se attraversassimo entrambi una fase del giorno. Tu l'alba, quando la luce del mattino si insinua nel dormire delle cose, ne staglia nettamente i confini rendendole scintillanti e le proietta nel futuro con un'ombra deformata, tutta da decifrare. Io il pomeriggio, quando i colori trasecolano nel torpore. La luce dona alle cose l'incertezza suggestiva dei contorni, mentre la loro lunga ombra comincia a confondersi con l'ignoto della sera. E chissà cosa ci regalerà questa nostra passeggiata.

Aspettavi impaziente la maggiore età. Segna un passaggio che tutti abbiamo creduto una porta spalancata alla nostra splendida solitudine e alla nostra volontà di essere. Ci sarà una festa, i regali di parenti e amici, poi le pratiche per la patente... E' ora, invece, che comincia il difficile. Non l'impossibile, perché tutte le strade ti si offrono e tutte le puoi percorrere. Ma per affrontarle dovrai usare le tue armi. E mettere le tue capacità in quelle che ti vengono offerte. Dovrai imparare a sceglierle, ad utilizzarle o a rifiutarle, per capire prima i tuoi desideri, poi come concretizzarli in questo splendido panorama che la luce del mattino sta risvegliando per te.

Non so cosa tu voglia fare nella vita. A diciotto anni pochi lo sanno e quei pochi sono o fortunati oppure privi di coraggio. Perché questa è l'età nella quale si comincia ad annusare la vita, a vivere le esperienze per formare il carattere e le attitudini. E di tutte le armi di cui disponi per il tuo futuro credo che alcune siano più importanti. La prima è la curiosità. Sii curiosa della vita, delle persone, delle esperienze. Perché non si impara dalle vittorie, si impara dagli errori. E tanti più ne farai, tanto più imparerai. E tanto più sarai curiosa di vivere esperienze, tante più porte potrai trovare, aprire e poi richiudere. E questo, te ne accorgerai, cara Viola, lo dovrai fare da sola.

Non avere paura di misurati con le cose nuove, perché solo attraverso esse ci si mette alla prova, si matura, ci si stupisce delle proprie capacità e si diventa consci dei propri limiti. E si affinano le abilità per superarli. Perché i limiti sono posti sulla nostra vita per essere superati, non per essere accettati. E se qualcuno vuole importeli, non accettarli. Nemmeno se quel qualcuno sei tu.

L'altra arma che auguro non ti manchi mai è l'indipendenza. Cercala, con ostinazione, con tutte le tue forze. Non per bastare a te stessa, non solo almeno. Ma perché viaggia a braccetto con la curiosità nel tuo diventare donna. La dipendenza è un laccio che immobilizza, qualunque cosa, persona o idea la eserciti su di te. La dipendenza dalle cose genera bisogno, alimenta la superficialità e quando si svela l'unico dono che reca è il vuoto. La dipendenza dalle persone genera insicurezza, talvolta immobilismo e il suo dono è atroce: diventa rimpianto. Scegli di scegliere, liberamente, perché la strada è lunga e c'è un mondo da scoprire e abitare. Come lo desideri tu. E sarà più bello da percorrere con chi ti si affiancherà. Alla pari.

Non ci sono né madri né parenti né amici in questa passeggiata nel mattino della tua vita. O meglio, ci sono, sono di aiuto, ma pian piano ti renderai conto che non possono essere un vincolo che non ti consenta di esprimerti come desideri. Perché i legami che ora senti forti, indissolubili, pian piano si faranno meno presenti, anche se resteranno forti. Non aver paura di percorrere distanze in questa tua ricerca, perché le persone che ami resteranno vicino a te, anche nella lontananza. E se cadrai, non tarderanno ad aiutarti ad alzarti. Ma non abbandonare mai la tua ricerca, perché la posta in gioco è la pienezza di te e, in definitiva, la tua felicità.

Dopo tante parole sul futuro, ti lascio con un'immagine di te. Quella carezza che mi donasti, anni fa in libreria, quando mi avvisarono che la mia cara Stefania stava per morire. Un gesto d'amore che ti racchiude e ti rappresenterà finché avrò strada da percorrere.

Con amore,

zio Kikko

Argomenti: Persone:

Animal house in salsa veneta

Mer, 02/04/2014 - 21:54

La mia empatia, oggi si è fusa con il senso del ridicolo. Ed il malessere è cresciuto man mano che lo stillicidio di notizie si è sviluppato a partire dal Veneto. Dai secessionisti veneti. La foto del carro armato che campeggia su tutti i giornali, pure sul britannico The Guardian, già porta a pensare alla farsa: una ruspa trasformata in tank, con tanto di cannoncino. E sotto gli occhi implacabili dei carabinieri. Immagini registrate mentre questi saldavano e assemblavano lamiere per creare “l'arma finale” fai - da – te dell'irredentismo veneto. Chissà le risate che si sono fatti i militi, scorrendole in caserma. E ancora di più con le intercettazioni, mentre i congiurati ipotizzavano che una ruspa potesse donare loro la «credibilità» con la quale sollevare la popolazione.

Il mio subconscio ci ha provato a prenderli sul serio. Ha fatto affiorare alla memoria le pagine delle biografie dei Br Alberto Franceschini o Patrizio Peci, quando raccontavano di come si inventavano un addestramento in clandestinità sfogliando i libri dei tupamaros. Oppure le gesta della banda della Magliana, per un po' in simbiosi con i terroristi neri. Macché. I dettagli di questa storia hanno eclissato i tragici precursori mentre dalla memoria emergevano immagini più consone. Dapprima I soliti ignoti, di Mario Monicelli. Poi mentre raccontavo all'amico la notizia, Paolo mi illumina: «la macchina della morte di Animal house!!!». Che Belushi ci perdoni.

Argomenti: Luoghi:

Scrivere: Mathilda ne L'uomo dei cerchi azzurri, di Fred Vargas

Lun, 31/03/2014 - 19:44

- Sì, ma cosa? - disse ad alta voce alzandosi di colpo. - Scrivere cosa? E perché poi, scrivere?

Per raccontare la vita, rispose a se stessa.

Cazzate! Almeno sui pettorali hai qualcosa da raccontare che nessuno sa. Ma il resto? Perché scrivere? Per sedurre? E' così? Per sedurre gli sconosciuti, come se i conosciuti non ti bastassero? Per illudersi di raccogliere la quintessenza del mondo in poche pagine? Ma quale quintessenza, poi? Quale emozione del mondo? Che dire? Anche la storia del topolino pettirosso non è interessante da raccontare. Scrivere significa fallire.

Mathilda ne L'uomo dei cerchi azzurri, di Fred Vargas

Argomenti: Personaggi: Autori: Opere:

In morte di Giordano Gentilini

Sab, 08/03/2014 - 00:00

Ci sono persone di fronte alle quali ci si sente ragazzi. Possono scoccare i trenta come i cinqnant'anni, si possono avere i capelli bianchi o aver affrontato le prove più mature, ma egualmente ci fanno sentire così. Dei ragazzi che ancora hanno di fronte una strada che si può, si deve percorrere per raggiungerle- Badate, non è la sensazione che si vive di fronte ai “grandi”, agli irraggiungibili che vestono gli abiti sfavillanti del successo, tessuti dalla propria fortuna. Questi passano, le loro tracce si attenuano o si dissolvono man mano che si cresce. Coloro che ti fanno sentire ragazzo, con tutto il bello che racchiude la parola, sono pochi. E' la più nitida delle sensazioni che porto nel cuore, frequentando Giordano. La più chiara in un momento così confuso, nel quale mi sento smarrito.

Sì, smarrito. Ho perduto un amico che ha fatto da bussola nella mia crescita disordinata e tumultuosa nella politica. Nel quale mi sono imbattuto nel 1996, e che negli anni a seguire sapevo di poter consultare, tra le mura della sezione Tre Martiri, la sua seconda casa, o nello spazio tra la questura e piazza Cavour. Perché c'era sempre. Per me come per i tanti amici e compagni che si sono abbeverati al calice della Res Publica, nei tanti gusti che ci ha riservato. Anche i più amari.

Ha un sapore diverso oggi, questa nostra comune passione. Così distante da come l'abbiamo coltivata tra le mura della Tre Martiri, per me ancora naturale chiamarla Sezione anche se i tempi l'hanno mutata in circolo. L'assenza di Giordano acuisce lo stato di distacco che sento, aggiunge smarrimento al disincanto che provo, leggo, ascolto nel quotidiano, magari scuotendo la testa. La sua assenza è una cesura che mi costringe a riprendere in mano il filo spezzato per tesserlo in un altro modo. Come non lo so. So solo che per quanto mi senta distante o smarrito, ciò che ho appreso con lui è una parte inscindibile da me, inalienabile anche se i tempi che stiamo vivendo gridano il contrario.

Politica, partito, militanza, rappresentanza. Queste parole le abbiamo vissute intensamente, ciascuno nei mille rivoli che la Res Pubblica ci offre. Ma le abbiamo anche viste svuotare di significato, scientemente o inconsciamente. Le abbiamo viste piegate da mode, desideri, ambizioni, tutte centrifugate nel sordo furore che ci circonda. L'assenza di Giordano domenica mi ha riportato a queste quattro parole, perché per come l'ho frequentato e ascoltato, le ha rappresentate. Se devo indicare qualcuno che più di altri le ha fatte sentire reali, tangibili, ancora ricche di senso, non ho dubbi. Per questo voglio continuare a tenerle care. Come suo dono prezioso.

Argomenti: Luoghi: Persone: Società:

Una festa civile per Giordano e per tutti noi.

Mar, 04/03/2014 - 09:17

Giordano Gentilini ha scelto di lasciarci in silenzio, discreto come è sempre stato. Ma non credo si arrabbierà se troviamo un modo per ricordarlo. Un modo festoso perché ha lasciato a ciascuno una bella eredità di amore per la cosa pubblica e di passione per la vita civile. Credo che i compagni, della Tre Martiri come di tutti gli altri approdi del fare politico riminese, possano incontrarsi, in piazza Cavour, per ricordarlo, ciascuno nei modi che vorrà. Giovedì, prima del Consiglio cittadino, potrebbe essere un buon orario. Io sono disponibile.

Argomenti: Luoghi:

La statistica (sopratutto sul web) è quella cosa che se hai la testa nel forno e il culo nel frigo statisticamente stai bene

Ven, 28/02/2014 - 00:49

Qualche giorno fa, più o meno a quest'ora, ho postato il link su Facebook a un testo del mio blog. Una cosa personale che molti hanno apprezzato e diversi hanno condiviso su Facebook. Il che ovviamente mi ha fatto piacere. Fatto sta che il sito mi svela – a me e a me solo – un “successo” incredibile rispetto a tutti gli altri testi presenti: 784 letture nel giro di 48 ore. Dovete stare a fidarvi, è così. Però... C'è sempre un però nella Rete, se si scava più a fondo. E questo scavare viene dalle statistiche di accesso di Google Analytics. che ovviemente ho consultato, incuriosito da simili - e inusuali - numeri. Queste mi dicono che i visitatori vengono tutti da Facebook. Più di due terzi ha usato il telefonino o un device mobile. Ed il tempo medio di permanenza sulla pagina è stato di 13 secondi. L'equivalente della lettura di 4 righe. I lettori da pc invece, un terzo circa, sono meno rapidi: 48 secondi il tempo medio di permanenza, più o meno l'intera lunghezza del testo. In tempi di espulsioni (e di democrazia diretta) decretate via web, la cosa mi ha fatto pensare.

Argomenti: Media:

Roberto, terzo anniversario

Mar, 25/02/2014 - 23:18

…sai Roby, ora capita che guardo alla vita, anche alla mia, e agli essere umani, come entità a tempo. Ma non in modo disdicevole o truce. Tutt'altro. Mi sento semmai liberato. Da orpelli, dal greve che non si sa perché ho accumulato e stipato e ancora ammucchiato per non so più bene quale scopo. Osservo gli altri, guardo il loro camminare o correre come da bambini si osservava l'incessante camminare delle formiche dentro e fuori i loro buchi o le crepe della terra, in quelle secche giornate assolate in campagna nell'esilio del Montefeltro. Scorro il loro andirivieni sui giornali con parole pronunciate come fossero di pietra, ma che il giorno dopo già son polvere d'argilla. O lungo le strade, carichi di vestiti, dentro e fuori dagli uffici, tacchettando o trascinando, da soli o in gruppi chiassosi, lungo invisibili tracce che calpestano tutti uguali e tutti diversamente. Li guardo e poi, puf! un attimo e non ci sono più. Scomparsi in chissà quale cretto...

Argomenti:

Feynman, siamo finalmente in cassa integrazione. E' giusto però dare atto che...

Gio, 20/02/2014 - 14:25

Oggi abbiamo comunicato al Centro per l'Impiego il nostro essere in cassa integrazione. Fino al 30 marzo, rinnovabile fino al 30 giugno. L'accordo, siglato pochi giorni fa dalla cooperativa Feynman, Cgil e Cisl e Centro per l'Impiego , è stato perfezionato dall'azienda ed ora è una delle tante pratiche aperte che da un po' di tranquillità a 15 persone. Non è poco, in questo disastrato periodo. Almeno per noi. A cosa quasi fatta – manca un aspetto importante, la ricollocazione dei lavoratori, ma questa partita si gioca anche su altri tavoli aziendali – mi va di sottolineare alcuni aspetti che ho vissuto, seguendo la vicenda per conto dei colleghi e come delegato sindacale.

Innanzitutto l'atteggiamento dei segretari della Filt - Cgil, Fit - Cisl e Uil Trasporti, Ornella Giacomini, Gilberto Bellucci e Saverio Messina, che a fronte di un iniziale proposta della Feynman di licenziarci tutti tout court, hanno ravvisato invece la possibilità di accedere agli ammortizzatori sociali. E l'hanno spiegata in maniera convincente al presidente della cooperativa Feynman Alessandro Modugno e al suo consulente del lavoro Fabrizio Pierro. In una situazione in cui tutto per noi lavoratori sembrava precipitato, hanno tirato fuori dal cappello delle norme le giuste leve, come ho riportato in questo post. Ne deriva, ovviamente, l'atteggiamento più che positivo – e certamente non scontato, di questi tempi – di Alessandro Modugno e di Fabrizio Pierro, che non solo hanno siglato l'accordo, ma gli hanno dato corso per le pratiche necessarie in tempi direi più che rapidi. Disponibilità e celerità che ha trovato medesima eco negli uffici del Centro per l'Impiego di Rimini, che ha completato il quadro stilando un accordo soddisfacente per entrambe le parti. C'è inoltre l'interessamento dei parlamentari Emma Petitti e Tiziano Arlotti con un'interrogazione sulle questioni dei lavoratori stranieri. Un gesto che ora viaggia su binari legislativi, del quale speriamo in un'evoluzione positiva.

Per essere ancora più corretti, devo dare pubblicamente atto a Modugno di due altre cose, forse meno importanti rispetto alla vertenza, ma importanti per me e umanamente esemplificative. La prima, in ordine di tempo, è che si è scusato dell'sms inviato (il post dal quale è nata tutta questa serie), non privatamente ma pubblicamente, con tutti i colleghi. Ed io pubblicamente, gliene do atto. Poi, in sede di trattativa, si è mosso personalmente per risolvere un problema con uno dei 15 colleghi. Un gesto (sono vago per motivi di riservatezza, dovete stare sulla fiducia) che poteva tranquillamente, legalmente e ragionevolmente evitare, ma che ha ugualmente fatto. E perciò merita la mia stima.

Argomenti: Luoghi:

Delle scoperte meccaniche nella maturità. E del rimpianto, of course.

Mar, 18/02/2014 - 18:20

Scopri di non avere più vent'anni quando la batteria della macchina si scarica. E la macchina NON ha la manovella per rimetterla in moto, come invece la Dyane. E non è nemmeno leggera come le vecchie Citroen che tanto hai amato, per cui guardi l'immobile tonnellata di metallo, gomma e vetri e rimembri sconsolato, quando spingevi le prozie di lamiera, saltavi su al volo, infilavi la seconda e davi gas per ripartire. Tutto da solo. E non puoi nemmeno incazzarti. Perché sei tu lo stronzo che ha lasciato le luci accese due giorni prima.

Scopri di non avere più vent'anni quando ti appresti a smontare la batteria, portando fuori alla rinfusa chiavi fisse e chiavi a crick così alla buona. E vigliacca miseria se ne azzecchi una su 5. Ma prima di farlo devi scoprire come funzionano i nuovi sistemi di copertura della batteria, con il cappellotto globale, un piano intermedio e un altro fissaggio di un altro aggeggio che non hai mai visto prima, ma che sicuramente è elettrico: ci sono i fili.

Scopri di non avere più vent'anni quando ci metti un minuto a capire che la chiave a crick che hai usato con successo sul morsetto positivo sul morsetto negativo gira a vuoto. E devi tirare fuori la fissa dell'otto. E per sfilare la batteria devi usare un'altra chiave a crick, che non hai lì. E rientri a prenderla. Ma non hai vent'anni e l'occhio allenato. Non è quindi la 17 che hai preso, maledizione, nemmeno la 16 e la 15, neanche la 14. E' la 13. E le hai tutte in mano. Tutte. Ma non hai l'adattatore del cricchetto, e allora rientri e dove diavolo è finito in tutti questi anni? Maledetto... E allora usi una vecchia chiavetta del motorino che chissà perché c'è ancora nella cassetta degli attrezzi. In fondo.

Scopri di non avere più vent'anni quando devi aprire il bagagliaio per rimediare la cinghia. Una fottutissima cinghia per bagagli perché la batteria la devi fissare sulla bici e farla arrivare sana dall'elettrauto. Ma la batteria governa l'apertura centralizzata e il bagagliaio non si apre. E nemmeno la porta posteriore. E per raggiungere il bagagliaio devi smontare il sedile posteriore e quindi devi passare dal sedile anteriore al posteriore. Ma non hai vent'anni e devi deambulare nel pertugio con i tuoi 26 chili in più. Inadeguato alla situazione come quella maledetta tonnellata di lamiera gomma e vetri, inutile tecnologia senza una scintilla di energia.

Argomenti: Le cose:

L'Unità: 90 anni e sentirli tutti. Orgogliosamente.

Mer, 12/02/2014 - 11:45

Tanti auguri, cara Unità. E tanti grazie, per quel che mi hai dato in questi anni: l'orgoglio di vedere la mia firma – ogni tanto, è vero, non sono un giornalista molto prolifico – comparire sulle tue pagine. E per esserci stata nei momenti più importanti. So bene che il tuo valore ha ben altra portata e impatto nella nostra storia. Firma più blasonate lo stanno raccontando ovunque. E lo racconteranno, in tempi in cui storia del giornalismo e politica non saranno inquinate, come in questi, da chiacchiericcio garrulo e insipido. Oggi lo racconti con semplicità attraverso le tue prime pagine nell'inserto in edicola. So anche bene che dietro al tuo nome, Unità, non c'è solo Gramsci ma 90 anni di professionisti che hanno costruito e alimentato un'identità collettiva nella quale mi sento, orgogliosamente, ammesso, pur da cronista di provincia. Perché anche questo, mi hai permesso: il potermi misurare con una grande testata e un grande pubblico, diversi, più compositi e più esigenti di quello che normalmente a un giornalista è concesso nella nostra cittadina.

Hai accompagnato i miei primi passi quando, nel 1989, lasciai il mare per cominciare a scrivere. Fu Alessandro Agnoletti, allora corrispondente da Rimini, a darmi l'opportunità di scrivere nello spazio della redazione riminese, allora in via Sacconi: una stanzetta con due scrivanie e la macchinetta rumorosa per spedire le foto. C'eri ancora, con la redazione di Mattina a Rimini, quando Il Quotidiano di San Marino mi lasciò a piedi, con Onide Donati e Claudio Visani a dirigere un bel dorso locale nel quale fare palestra, scrivere, discutere e scontrarsi (pure quello). E dove anche sbagliare, come mi capitò su un pezzo di nera. Un peccato veniale, ma pur sempre uno smacco che ancora non mi perdono, la prima volta in tanti anni e spero resti l'ultima.

E ci sei stata negli anni della maturità, regalandomi occasioni preziose e sorprese incredibili, che neanche mi aspettavo di poter onorare. I pezzi in nazionale, qualche prima pagina e una volta, il 28 agosto 2008, il mio nome sotto il titolo d'apertura del giornale. O il mio nome citato da Concita de Gregorio nel suo fondo, per il pezzo dell'aggressione col fuoco al senzatetto. Occasioni di crescita che la Redazione di Bologna, Onide sempre al timone, con Gigi Marcucci e Andrea Bonzi a sollecitarmi i pezzi, mi hanno pazientemente dato. E che spero di aver onorato, anche quando la penna mi era sfuggita di mano. Ma più di tutte le volte, voglio ricordarmi un'intervista che Stefania Scateni mi commissionò a Miguel Benasayag. E che tenne da parte, qualche giorno, per aprirci le pagine della cultura il 25 ottobre 2008, quando uscì il giornale nel nuovo formato tabloid. La prima pagina recitava “Ci siamo”. La misi in tasca e pedalando la portai, ebbro di emozione, dove avevo cominciato il mio viaggio: le banchine del porto. Grazie Unità (e voi tutti che l'avete fatta così bella) per tutto questo e per i tuoi primi 90 anni.

Argomenti: Luoghi: Media:

Non è mai troppo tardi (per imparare)

Mer, 05/02/2014 - 22:46

Stanco di annose discussioni senza capo ne coda sui fatti quotidiani politici e non, ho deciso di fare un regalo agli amici (di destra): gli ho confezionato un corso di comunicazione. Un regalo interessato, fatto per limitare il proliferare di condivisioni di blog di emeriti signor nessuno o discussioni sul sesso degli angeli, mentre si parla di diavoli. Cose semplici, per avvicinarli alla complessità della comunicazione attuale: come si scrive un articolo, come si gestisce un sito, blog, i motori di ricerca questi sconosciuti, Facebook, LinkedIn e via discorrendo. Un quasi regalo da un amico quasi cassintegrato che ha un po' di tempo e qualche trucco nel cassetto, appreso dal mestiere.E invece di declinare frettolosamente i miei scriteriati amici hanno accettato: venerdì sera nell'ufficio del più casinista. Con due mogli al seguito, anche loro imprenditrici, perché male non fa.

Eccoli lì, quasi tutti schierati intorno alla scrivania della padrona di casa, curiosamente in anticipo. Non sembrano nemmeno la torma di sciammanati che mettono a soqquadro i ristoranti. La prima prova è, manco a dirlo, una “breve”. Salto a piè pari la storia del giornalismo e altre robe che se vogliono trovano su Internet e gli metto sotto il naso un comunicato stampa: riducetelo a 5 righe. Ciò che al Ponte ci facevano fare da garzoni. E questi, matita in mano, cominciano a cercare di raccapezzarci tra i “cos'è la notizia”, “chi-come-dove-quando-cosa” e altre amenità che abbiamo dovuto imparare a memoria per affrontare il grande pubblico (diciamo) nelle redazioni di provincia e non.

Dopo aver scritto il pezzo ciascuno lo legge e gli altri commentano (alla luce del compito, è sottinteso). Uno si inventa il titolo, bruciandosi l'attacco. Un'altra scrive un testo bellissimo, ma manca il dove e il quando e il cosa, un altro comincia “la festa parrocchiale in maschera” dalla coda e finisce con l'attacco. E non mette che anche “i preti si vestiranno da maschere” perché «è blasfemo». Ma c'è nel comunicato... «E' lo stesso». La parte dolente è il momento del commento. Comincia il primo a sinistra: «bello!». Non ci hai trovato nulla di sbagliato? «Nooo... Bello. L'avrei fatto così». Al terzo “Bello” io mangio al foglia: non giudicano per non essere giudicati. Ma anche il gruppo, dapprima compatto sulla difensiva, comincia a sfaldarsi. Uno bofonchia «manca il quando», il vicino si accoda, ma sempre sommessamente. Il ghiaccio si fa fatica a rompere, anche se la prima prova è più che dignitosa. Li aspetto al varco della seconda prova, quando dovranno fare il loro primo articolo...

Argomenti:

Emma Petitti, con Tiziano Arlotti, rispondono con un'interrogazione parlamentare alla mia lettera aperta sui lavoratori stranieri. Grazie.

Lun, 27/01/2014 - 15:04

La deputata riminese Emma Petitti, coinvolgendo il collega Tiziano Arlotti, ha risposto alla mia lettera aperta sui colleghi di lavoro stranieri che, perdendo il posto, potrebbero perdere, con i loro cari, i diritti al soggiorno. Maggiori dettagli li trovate in questo post. Per ora la risposta è un'interrogazione che verrà depositata alla Camera. Se poi si evolverà in normativa, beh, credo che civilmente sarà una cosa bella. Nata, peraltro, su un blog. Vi lascio al comunicato di Emma.

Petitti: "Immigrazione e lavoro, il caso Feynman impone di rivedere al più presto la normativa"

La parlamentare annuncia un'interrogazione alla Camera: "Modificare la durata dei permessi per rendere più stabile il soggiorno regolare e ridurre la precarietà indotta dalla perdita del lavoro"

Rimini, 27 gennaio 2013 - Il caso della cooperativa Feynman arriva in Parlamento. E' il deputato PD riminese Emma Petitti ad assicurare il proprio interessamento sulla vicenda, che coinvolge 15 lavoratori e lavoratrici italiani e stranieri messi in cassa integrazione dopo le trattative per evitare il licenziamento collettivo.

"Presenterò al più presto un'interrogazione al ministro del Lavoro Enrico Giovannini, sottoscritta anche dal collega Arlotti, e porterò il caso all'attenzione della Camera in occasione della discussione del Jobs act e del nuovo codice del lavoro - annuncia Petitti -. La vicenda della Feynman ha evidenziato infatti i numerosi limiti di un sistema normativo che non tutela adeguatamente i lavoratori quando si tratta di immigrati pur in regola con i permessi, che da anni vivono nel nostro paese e i cui figli frequentano la scuola. Per diversi addetti e addette stranieri della cooperativa, l'inizio delle trattative per evitare il licenziamento collettivo ha coinciso con il rinnovo del permesso di soggiorno. Se l'azienda li avesse licenziati, avrebbero invece perso il permesso e sarebbero diventati clandestini di fronte alla legge. E quello della Feynman non è un caso isolato, bensì uno dei tanti che in Italia riguardano migliaia di lavoratori stranieri integrati nelle nostre comunit à, che perdendo il posto rischiano di perdere anche i diritti".

Parallelamente alla riforma del lavoro occorre ripensare anche la disciplina sull'immigrazione e sulla condizione dello straniero, conclude la parlamentare. "Chiederò ai ministri e al Governo di intervenire. I lavoratori stranieri sono persone integrate nel nostro territorio, a cui va riconosciuta la piena dignità. C'è bisogno di una svolta culturale e legislativa, con una nuova legge quadro sull'immigrazione e sul diritto d'asilo e con la modifica dei termini di durata dei permessi, al fine di rendere più stabile il soggiorno regolare e sottrarre alla precarietà indotta dalla perdita del lavoro, consentendo di cercare una nuova occupazione. Una norma così sbagliata nei principi fa emergere tutti i suoi limiti proprio nei momenti di crisi, e ci impone di rimettere mano in tempi rapidi al complesso normativo sull'immigrazione".

Argomenti: Persone: Luoghi:

Dei lavoratori e dei clandestini: lettera aperta ai parlamentari Emma Petitti e Tiziano Arlotti

Dom, 26/01/2014 - 23:54

Cari Emma e Tiziano,

come forse avrete appreso da Fb o dai giornali, io e altre 14 persone potremmo usufruire, forse per tre mesi, della cassa integrazione. Come del resto sta accadendo a migliaia di altre persone. Vorrei però sollecitare il vostro interesse su un dettaglio secondo me di non poco conto. Inizialmente l'azienda voleva licenziarci. E questo avrebbe messo alcuni di noi, stranieri, nella scomoda condizione di perdere il permesso di soggiorno. Ovvero diventare clandestini.

Sto parlando, per capirci, di una donna ucraina, da 12 anni in Italia, con due figli grandi, che vanno nelle nostre scuole, uno credo alle medie, una in un istituto superiore. Un'altra vive qui da nove anni, ha un figlio di otto. E ce ne sono altri, più o meno, nella medesima situazione, familiare e di permanenza.

Per una di queste persone l'inizio delle trattative per evitare il licenziamento collettivo ha coinciso con il rinnovo del permesso di soggiorno. Per cui ha avviato le pratiche del permesso ufficialmente come dipendente. Per un pelo, come si dice da noi.

La maggior parte dei miei colleghi è straniera, più o meno tutti hanno figli che vanno a scuola qui, studiano la nostra lingua, la nostra storia, la nostra geografia. E come loro, chissà quanti si ritroveranno in questa medesima situazione in Italia. Rischiare di qualificarli civilmente come clandestini, non solo per come nell'immaginario collettivo è percepita questa parola, mi fa orrore.

E sono certo che lo fa anche a voi.

Confidando nelle vostre possibilità legislative, vi saluto caramente

Enrico Kikko Rotelli

Argomenti: Persone: Luoghi:

Un piccolo passo avanti nella vertenza Feynman

Mer, 22/01/2014 - 17:26

Il primo incontro tra la cooperativa Feynman e la delegazione sindacale di Cgil, Cisl e Uil ha segnato un piccolo passo in avanti per i 15 lavoratori, me compreso, coinvolti nella vertenza: l'azienda, che proponeva il licenziamento collettivo, ha accettato la proposta sindacale di richiedere la cassa integrazione in deroga per tre mesi, con decorrenza dal 1° gennaio. I segretari della Filt - Cgil, Fit - Cisl e Uil Trasporti, Ornella Giacomini, Gilberto Bellucci e Saverio Messina, verificato che sia la Feynman sia i precedenti datori di lavoro dei 15 operai coinvolti nell'appalto presso Opportunity versano i contributi per l'accesso agli ammortizzatori sociali, hanno ritenuto che ci siano i presupposti per vedere accolta positivamente dalla Provincia di Rimini la richiesta per la cassa integrazione in deroga, l'ammortizzatore previsto per le imprese cooperative. Richiesta che, visto l'accordo con la Feynman, sarà immediatamente sottoposta all'ente locale.

Argomenti: Luoghi:

Piccoli Moraldo invecchiano

Mar, 21/01/2014 - 23:37

Papà voleva che facessi come Moraldo, il protagonista del film I vitelloni, di Fellini. “Metti la testa fuori dalla caverna” mi diceva. Per questo mi propose di imbarcarmi sulle navi della Grande Compagnia Petrolifera. A me Moraldo piaceva. Soprattutto la scena di quando prende il treno e lascia la città a quei pataca dei suoi amici. Anche se all'epoca, pur avendo già visto il film, non l'avevo capito appieno. Forse perché non avevo capito Rimini così come la conosco ora. Non avevo la maturità, ma la curiosità sì. Presi il libretto di navigazione e mi imbarcai, tra la fine della scuola e il servizio militare. Poi però, dopo il militare, l'imbarco non c'era più: sbagliai le pratiche per lo sbarco a causa del militare e il posto non me l'avevano lasciato. E c'era la crisi. Come oggi.

Papà voleva sempre che mettessi la testa fuori dalla caverna e mi propose poi un imbarco su una nave Bp o non so di quale altra compagnia petrolifera. Nell'oceano Indiano. A dirla tutta non apprezzava nemmeno che facessi il marinaio sui pescherecci di Rimini, dopo il militare. Ma io di andare a fare il mozzo su una nave battente bandiera inglese, proprio non mi andava. Avevo visto come trattano gli stranieri sulle navi. Vieni dopo di tutti. Sul Ragno dovevo gestire io i filippini, quando eravamo nel Mare del nord, perché ero l'unico della cucina che parlava in inglese. Una sera li avevo lasciati liberi per finire io i lavoretti in cucina e il cambusiere si incazzò: te sei italiano, tu vai via, loro restano a fare il lavoro. Va bene. E avevo visto anche come discutevano le robe tra di loro: durante un litigio, mentre li stavo dividendo, uno di loro tirò fuori il coltello. Non è bello il primo piano di una lama. Per cui, di finire su una nave inglese, nell'oceano Indiano, con inglesi, filippini, indiani, pakistani e chi più ne ha più ne metta come ultima ruota del carro, mozzo appunto, beh, preferivo di no.

Però 'sto tarlo di Moraldo, papà a parte, ogni tanto tornava fuori. Solo che di andare in giro a fare l'operaio o il cameriere o il cuoco o non so cosa, non mi andava. Negli anni '80 si andava a Londra, tanto il lavoro si trovava. Ovviamente quello che gli inglesi non volevano fare: il cuoco, il cameriere ecc ecc. Come da noi oggi. Solo che noi arriviamo con 20 – 30 anni di ritardo. Ma loro non c'hanno quei coglioni della Lega, le stesse cose le fanno (senza dirle) con stile. Del resto, loro un impero coloniale lo hanno avuto sul serio, mica come noi che ci siamo fermati alle operette e ci sono venute pure male. E per questo saltai anche il gran tour – o la fuga di cervelli, come la chiamano ora - degli anni '80.

Qualche anno fa ero in giro per la Scozia. Mi venne in mente di andare a curiosare a Edinburgo per vedere se c'era qualcosa da fare lì di più interessante che controllare i resi dei librai a metà prezzo per la Grande Azienda di Distribuzione Libraria di Santarcangelo. Lì c'è una colonia nutrita di italiani, ma non era certo il mercato delle pizzerie che mi interessava. Per cui feci un giro informativo all'Istituto di Cultura Italiano. Così, per capire se per un giornalista c'era qualcosa da fare in quelle terre meravigliose ma decisamente freschine. Le impiegate erano gentili, ma poco collaborative in informazioni oltre alle pratiche che svolgevano. Non furono loro la causa dirimente dell'eclissi del sogno di Moraldo. Il colpo di grazia lo diede il tempo: sette giorni di pioggia e tre di coperto - in piena estate - su 10 furono letali.

Un'altra briscola non indifferente al povero Moraldo venne l'anno scorso. Dopo una settimana di dieta stretta anglosassone, fatta di sandwich o altri piatti immangiabili alla mensa dell'ospedale di Dundee, feci i salti di felicità divorando un piatto di spaghetti di riso presi al take away scoperto in qualche anfratto di un quartiere poco distante. Per non dire della liberazione quando con mia zia Rita armeggiammo nella coproduzione di un salvifico ragù intergenerazionale, per rinfrancarci da giorni di dolore e pasti informi. Noi, decisamente non razzisti in fatto di gastronomia. Forse sarò deludente dopo questo lungo panegirico - magari nemmeno bello – scritto dopo aver letto l'ennesimo resoconto pro o contro la fuga di cervelli, o più verosimilmente di braccia, all'estero. Ma mi piacerebbe pensarmi o sognarmi in un posto diverso - magari migliore, magari peggiore - se posso fare qualcosa, qualsiasi cosa, più interessante di ciò che faccio qui. Anche senza il ragù.

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Una porta piena di spifferi

Mer, 15/01/2014 - 16:05

Uno dice: beh, perdiamo il lavoro e pensa che sia finita lì. Si chiude una porta e si apre un portone, forse. E in qualche modo mi piacerebbe fosse così. E invece si scopre che si spalancano un sacco di feritoie da quella porta che si sta chiudendo, feritoie che occorre studiare, scrutare e poi tentare di aprire. Perché la porta che viene chiusa, forse, non è stata chiusa nel modo più corretto. Ma occorre dimostrarlo.

Me ne sono accorto oggi, quando siamo stati convocati per la penultima busta paga, quella relativa a a dicembre. La procedura è stata laboriosa: il presidente della cooperativa Feynman – il nome di un famoso fisico – ha esposto il suo profondo rammarico per l'epilogo e per la triste situazione in cui ci troviamo. Sottolineando che è anche la loro, una triste situazione. Gettando lì, en passant, che al tavolo delle trattative del prossimo 21 gennaio con le parti sindacali, avrebbe proposto il licenziamento collettivo.

Si è anche premurato di dirci a quali ammortizzatori potevamo accedere, escludendo subito mobilità e cassa integrazione. Due ore di colloquio, allungate da una costellazione di interventi vari dei colleghi, conditi dalle giuste preoccupazioni di chi ha responsabilità familiari maggiori. Un clima empatico che avrebbe commosso. Molti miei colleghi hanno partecipato a questo clima empatico, in modo più che dignitoso. Naturalmente nel tempo lasciato dal presidente. Altri ancora si sono preoccupati delle spettanze maturate e non ancora liquidate, nonostante se ne parli da tempo. Altri hanno preferito tacere. Sono stati per lo più gli stranieri, che non sempre riescono a seguire i dialoghi in italiano e le normative di un paese comunque straniero, «crazy but beautifull».

Ripeto: un clima empatico che avrebbe potuto commuovere. Se. Se non conosce abbastanza la legislazione vigente. Non si conoscono tutti i passi che hanno portato a questa prospettata conclusione. Se non si colgono i significati delle parole. Se non si mettono in fila gli impegni dichiarati. Se si accetta che restino dei meri enunciati. Se si da per scontato che l'empatia eluda in un colpo precise responsabilità. Ecco. E' stata in questa occasione che ho apprezzato la mia lunga militanza nella politica. Non so se potrà essere utile ai miei colleghi. Ma finita la riunione e tirate le somme tra di noi, ripercorrendo insieme quel che abbiamo sentito e quel che abbiamo visto in questo anno trascorso, quel clima empatico si è dissolto.

Argomenti: Luoghi:

Wanna Marchi mon amour

Mar, 14/01/2014 - 22:39

Ogni volta che leggo su Fb frasi del tipo “Clamorosa rivelazione”, “incredibile”, “prima che venga censurato”, “quello che non vedrete mai in televisione” mi vengono in mente certi personaggi, quando in televisione impazzavano gli urlatori nelle televendite. Robertino, mi pare si chiamasse uno, quello robustino, con i baffi, che sembrava sempre sull'orlo dell'infarto e in deficit d'ossigeno. Oppure la mitica Wanna Marchi, prima che le disavventure troncassero una gloriosa carriera di teleimbonitrice. E gli emuli? Una miriade, tutti a urlare a squarciagola nei tubi catodici di Telecampanile. Ecco, le tecniche di adescamento son sempre le stesse. Cambiano i prodotti che ti vogliono propinare. Solo che questi sono gratis, al massimo ti costano un voto.

Argomenti: Informatica:

Abbiamo perso il lavoro. Via sms.

Gio, 02/01/2014 - 14:14

Tutte le sere alle nove un sms mi avvertiva se avrei lavorato il pomeriggio dopo. Se non c'era lavoro, sarei stato a casa. Oggi, un sms mi ha confermato quel che già si ipotizzava: starò a casa a tempo indefinito. L'azienda presso la quale avevamo l'appalto ha disdetto il contratto causa cessione ramo d'azienda. E io e altre 16 persone non sappiamo quale sarà il nostro destino lavorativo. Tutto via sms. Per un anno ha funziona così: il messaggino mi diceva se c'erano dei libri da smistare ai vari ordini, inscatolare, impilare in bancali, sigillare e avviare alla spedizione. Parliamo di migliaia o decine di migliaia di libri. Funziona così in certe cooperative di logistica (perché formalmente è una cooperativa, ma il caposquadra chiamava il presidente “titolare”). Funziona così anche per chi è part time come me.

Dubito che “i milanesi” (come chiamo l'azienda del lavoro pomeridiano) ci chiederanno di trasferirci in un altro dei loro cantieri, a Milano – dove ha sede - o giù di lì. Magari però arriverà un sms: «nel dispiacerci per l'epilogo, l'informiamo con piacere che c'è pronto un posto per lei a Usmago, presso lo stabilimento XY, a partire dalle 7,30 di domattina». E' più probabile invece la cassa integrazione. L'ultima volta che li abbiamo sentiti – perché il disastro era nell'aria – ci hanno rassicurato: non sappiamo nulla, sappiamo solo che hanno venduto il settore dei libri a metà prezzo. Ma state tranquilli: c'è la cassa integrazione». Ho passato la vita sui libri, e gran parte delle cose che so me le hanno insegnate loro. Ora i libri mi regalano una nuova esperienza lavorativa: la cassa integrazione. Spero.

Argomenti: Luoghi:

E' passato pure l'ultimo tram chiamato Desiderio

Lun, 11/11/2013 - 23:14

Oggi era l'ultimo giorno utile per rinnovare la tessera Pd in vista del congresso. E non l'ho fatto. Tra le varie perplessità – che non sto a elencare perché non sono su un lettino da psicanalista anche se ci vorrebbe - non capisco perché dovrei rinnovare la tessera per scegliere i candidati, quando poi arriva uno sconosciuto che con me e il mio partito non c'entra nulla e decide, al mio pari, chi dovrà dirigerci. E ce ne sono. Qualche tempo fa ho cenato con uno che era dichiaratamente di destra, antieuropeista, vagheggiava il ritorno alla lira e – udite udite – la cancellazione della cassa integrazione ed altri ammortizzatori sociali. L'alternativa era un reddito di cittadinanza a scaglioni in base all'età, che tutti percepivano a partire da bambini. E i soldi? Bastava stamparli. Senza l'euro sarebbe stato più facile. Mi ha confessato di aver votato Renzi alle primarie. Poi però ha votato Berlusconi: «io volevo Renzi come candidato, ha vinto Bersani e io non lo volevo». Pensare che si permetterà a questo di decidere chi guiderà il mio partito - a parte che mi da il disgusto - mi fa seriamente riflettere sul senso di appartenenza a un partito. Come a un ricordo, ovvio.

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Solenne ottavario dei morti

Sab, 02/11/2013 - 19:11

Mi piaceva di più andare al cimitero a trovare mio fratello quando fumavo. Spostavo un ciaffo a forma di paperella che qualcuno – non so chi e non so perché – gli aveva lasciato di fianco all'immagine, mi sedevo al suo posto, rollavo la mia paglia e mi ritagliavo quelle poche boccate con lui. Qualche volta parlavo del più e del meno – sto imparando a gestire mamma, Viola mi sembra un po' smarrita, non riesco a darmi una radanata... - ma poi ho smesso: se c'è un aldilà, è probabile che sappia già tutto, se non c'è un aldilà, sono solo un altro matto che parla da solo. E così spipacchiando il mio tabacco passavo con lui una decina di minuti.

Ora che ho perso il vizio delle sigarette, il giro da Robi ha molto meno senso. La sua assenza è una presenza conclamata nei gesti quotidiani. I fiori non si possono portare perché non c'è modo, tra l'ulivo nano e i fiori nella terra e la composizione stagionale a centro tomba. E poi la cura delle spoglie è il consolatorio monopolio delegato alle sue due donne. C'è il piacevole del posto, calmo, tranquillo, con quell'affrettarsi di congiunti intenti alla cura dei marmi, delle foto, delle piante, il cui andirivieni ricorda il bottinare delle api, instancabile e immutabile liturgia del ricordo. Anzi, della pulizia del ricordo.

Oggi poi ha avuto ancora meno senso. O pregnanza, o interesse, o gusto? Il cimitero invaso dalle torme di congiunti agghindati nella festa, il baracchino dello Ior che ha preso il posto del rom che chiede l'elemosina (stesso rito, ma molta più professionalità, non trovate?), i vigili alla porta in alta uniforme, le anziane con il capello scolpito da grande occasione, con quel grigio che del tempo non ha nulla, anzi riluce di riflessante... Ecco, tutto quel che negli altri 364 giorni manca, rendendo il cimitero un luogo piacevole da percorrere.

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