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«Io non credo nella pubblicità»

Irma la dolce, film di Billy Wilder

In queste ore Marco starà armeggiando con i primi clienti del suo albergo. Apre la struttura nella classica “ridente località di villeggiatura” a Pasqua e continuerà fino alla fine della stagione. In un dopopranzo domenicale mi racconta che a metà della stagione, mentre il suo hotel è quasi sempre pieno, incontrerà il suo dirimpettaio per il rito di scambiarsi le impressioni di imprenditori del turismo. Li immagino, pallidi come immancabilmente sono pallidi gli albergatori della Riviera romagnola, all'ombra di un pino, con il suo interlocutore a indagare i segreti del mestiere: «Ma te come fai ad avere l'albergo sempre pieno»? E Marco invariabilmente gli risponde: «io faccio molta pubblicità». Al che l'altro lo guarda e replica: «Io non credo nella pubblicità». A quel punto Marco lo guarda e tace. Quel che pensa alla fine dell'incontro di metà estate lo confida a me e agli amici, dopo una lasagna e un carciofino pugliese: «cosa puoi dire a uno che ti replica così? Niente».

A noi, che albergatori a caccia di segreti non siamo, mentre digeriamo la lasagna (e il carciofino pugliese) Marco spiega la sua ricetta, che considera normale. «Ogni anno io stabilisco un budget per camera e lo investo in pubblicità». Web? «Non solo. Ho il mio sito, uso i social network, certo. Ma con la crisi che c'è la pubblicità sui giornali è scesa molto e non è così costoso acquistare spazi». Il suo lavoro invernale è tutto qui: il commerciale. Pianifica le campagne, sceglie i mezzi di informazione – giornali locali in territori ben definiti, settimanali di grande tiratura per un pubblico ben chiaro - e quando arriva un nuovo cliente chiede su quale mezzo ha conosciuto il suo hotel. E in base ai risultati rinnova o cambia i mezzi di informazione l'anno seguente. Il budget può essere più o meno consistente, ma da come racconta, in maniera tranquilla e lineare, senza sussulti di orgoglio, appare ben amministrato.

Ci sono anche scelte sul prodotto, ma questo non è un blog di turismo, e non mi sembra neanche giusto divulgare il mestiere di imprenditore che ha affinato in anni di lavoro e che, come racconta, lo porta a scelte non condivise dai suoi colleghi ma apprezzate, invece, tanto dai suoi clienti quanto dalle tendenze del mercato. Non c'è bisogno di grandi particolari per farci capire l'ambiente in cui si muove: la categoria degli albergatori, dalle nostre parti, è ben conosciuta per la diffidenza e per la riottosità al cambiamento. E il siparietto con il dirimpettaio probabilmente si rinnoverà tra qualche mese con lo stesso copione: il pallido albergatore che cercherà di carpire chissà quale ricetta segreta che gli schiuda il pienone dell'albergo: «ma te come fai ad avere l'albergo sempre pieno»? Il lavoro di un inverno racchiuso in una risposta quasi banale: «faccio molta pubblicità». E la replica del diffidente: «Io non credo nella pubblicità». Auguri.

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