Addio al prete dalla tonaca lisa. E' morto don Benzi, cordoglio in regione.

Don Oreste Benzi

“Nel momento in cui chiuderò gli occhi a questa terra, la gente che sarà vicino dirà: è morto. In realtà è una bugia. Sono morto per chi mi vede, per chi sta lì. Le mie mani saranno fredde, il mio occhio non potrà più vedere, ma in realtà la morte non esiste perché appena chiudo gli occhi a questa terra mi apro all’infinito di Dio[...]”.Don Oreste Benzi ha scritto questo commento biblico per il 2 novembre. Oggi, suona come l'estremo saluto a quanti lo hanno seguito camminando accanto agli “ultimi della terra”. Perché è vero che a Rimini è cresciuto - il seminario nel '37, sacerdote e cappellano alla chiesa di San Nicolò, al Porto nel '49, da anni alla Resurrezione, zona Grotta Rossa, dove è spirato per un attacco cardiaco la notte scorsa - come un qualunque parroco. Ma non era un prete “qualunque”. E il suo messaggio non è rimasto ancorato – o sepolto - nel disincanto della città del divertimento, anzi. Rimini come terreno di coltura dell'opera sociale:

educazione dei giovani, accoglienza degli esclusi, recupero dei tossicodipendenti, obiezione di coscienza, lotta alla prostituzione, solo per citare alcuni campi di intervento. Talvolta anche terreno di scontro, per esempio quando pregava fuori dalla villa Assunta, dove si praticavano gli aborti. O fuori dal Sant'Orsola, a Bologna. Era fatto così: “una straordinaria apertura sociale, di condivisione della vita, unita ad una rigorosa ortodossia dottrinale e morale”, dice Valerio Lessi, che lo intervisterà nel '92 creando il libro “Con questa tonaca lisa”, l'immagine che più gli resterà “attaccata”.

Ha iniziato con i giovani, con i quali voleva favorire “l'incontro simpatico con Cristo”. A San Nicolò era un mito, anche quando era contestato. Proibì una partita di calcio perché alcuni ragazzi erano andati a ballare: finì a sassate. Per tenerli lontani dalle feste dell'Unità, tutti in gita fuori porta, con damigiana di aranciata fatta con le bustine. Altra Italia, di ragazzi ora nonni. Ma quel rapporto con i giovani è rimasto. Mercoledì scorso, a Roma, si è sentito male, ma al ritorno non ha rinunciato a passare da Mercatino Conca, dancing Europa, per parlare a ragazzi in festa per Halloween. Anni prima ad Alba di Canazei, nella casa Madonna della Vetta: “Nel '71 avevo 14 anni, e 'sto matto di un prete mi porta con i ramponi sul ghiacciaio della Marmolada. Non avevo mai visto una montagna”, racconta Valerio Lessi. Matto, detto da un riminese, suona più o meno come eccezionale, fuori del comune. E Lessi lo intervistò per il libro nei viaggi in auto, la “vera” casa durante la settimana, oltre ai viaggi intercontinentali e la parrocchia della Resurrezione. Perché dal '72, quando fonda l'associazione Papa Giovanni XXIII, a ieri, ci sono in mezzo oltre 200 case famiglia, sparse in quasi tutti i continenti. E' stata una delle sue grandi intuizione: dare una famiglia ai bambini, soprattutto i più deboli, come i disabili. Con un padre, una madre, coppia “vera” o volontari, anche temporanea ma sempre presente perché, diceva, “Dio ha creato la famiglia, l'uomo l'istituzione”. Poi, negli anni '90, a Rimini la lotta alla prostituzione: pattuglie, il sindaco Chicchi che multa i clienti e don Benzi che scende in strada per “liberare le schiave dalla nuova tratta”. Mentre “di là”, nella Jugoslavia in dissoluzione, la Papa Giovanni interviene con volontari posti tra i due fronti combattenti. Un vulcano, insomma, che trascina e coinvolge, perché “era coerente con quel che diceva. I testimoni di oggi, spesso, dicono e non fanno”, spiega Stefano Vitali, a lungo suo segretario. Ma la sua opera, radicale e discussa, un segno l'ha lasciato. Lo testimoniano i messaggi arrivati da ovunque: il Papa, Prodi, il presidente della Regione Errani, il sindaco di Rimini Ravaioli, di Bologna Cofferati e soprattutto dagli “ultimi”. Insieme ai quali ha consumato la tonaca e, ieri, tutto il cuore.

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