Il Pio Manzù secondo me: grazie Gerardo Filiberto Dasi

Gerardo Filiberto Dasi e Diana Spencer

E' stato un appuntamento per me foriero sempre di qualche novità, alcune incredibili, altre piacevoli. Se fai il cronista di campagna, per giunta saltuariamente come me, molti dei personaggi del Pio Manzù non solo faticheresti a incontrarli, ma non ne avresti nemmeno il sentore dell'esistenza. E Gerardo Filiberto Dasi di occasioni ne ha date. E qualcuna, grazie a Letizia Magnani, a chi l'ha preceduta nel ruolo e alle varie testate con cui collaboravo, prima Il Ponte, poi l'Unità, è diventata un fortunato pezzo che conservo nel cuore. Le giornate di studio del Pio Manzù erano occasione di pubbliche relazioni ad alti livelli, bel al di là dei personaggi di richiamo che Dasi faceva intervenire, Lady Di compresa. Talmente alti che probabilmente pochi in città ne hanno sentore, io meno degli altri. Però il mondo arabo si dava appuntamento qui insieme ai timonieri delle società di engineering nazionali, che con quel mondo dialogava in termini di progetti nel campo petrolifero, giusto per citare un periodo storico. Al quale ne sono seguiti tanti. E chissà quante altre sinapsi, nei disparati campi di applicazione dell'umano e del business le Giornate Internazionali hanno creato. Non credo che una simile capacità di operare come public relation man di tale livello sia una qualità che normalmente si incontra. Raro probabilmente è una parola che ne da un'idea per eccesso.

Non ho intenzione di fare un “coccodrillo”, oggi. Il coccodrillo è l'articolo grondante lacrime che si scrive in occasione della scomparsa di questo o quel personaggio, nel gergo giornalistico. Non lo conoscevo abbastanza e non mi piace parlare di chi non ho conosciuto bene. Posso parlare però di queste occasioni che lui ha creato, non certo avendo in mente me né i miei colleghi, ma delle quali ho un ricordo vivido, che serbo nel cuore. La prima, in ordine di tempo, era con il mio idolo giornalistico, Igor Man. Editorialista della Stampa, raccontava in presa di retta la prima intifada, quella dei ragazzini che tiravano le pietre e i soldati israeliani, di risposta, spaccavano loro le braccia. Raccontavano questo quotidianamente lui sul borghese La stampa e i compagni de Il manifesto. Altra traccia in Italia non c'era e il World Wide Web (WWW) sarebbe nato solo due anni dopo. Seguivo con passione Man e i temi del mondo arabo e gli scrissi una lettera – all'epoca usavamo le macchine da scrivere in redazione - alla quale non rispose. Quando venne a Rimini per il Pio Manzù acconsentì a concedermi una lunga intervista per il Ponte sugli scenari di quel mondo. In quell'occasione ebbi una grande lezione di stile. Gli ricordai la mia lettera senza risposta e lui, imperturbabile: «Ah, sì, la ricordo. Ma c'era scritto eccezionale con due zeta. Lei capisce, non potevo rispondere...».

Di Miguel Benasayag non sapevo nulla, e in pochi giorni ho dovuto farmi alla svelta una cultura, se volevo intervistarlo su input di Stefania Scateni dell'Unità. Ci misi quattro giorni, pochi per un simile personaggio, abbastanza per un lavoro dignitoso che apriva con onore la prima pagina della cultura della nuova Unità formato tabloid. Un numero storico. Mentre intervistavo questo intellettuale fuori dagli schemi passò Riccardo Gallini, fotografo ufficiale del Pio Manzù, per uno scatto a corredo del pezzo e Benasayag si mise in posa: con un naso da clown estratto dal taschino. Scatto che ovviamente pubblicammo.

Non sapevo nulla nemmeno dell'infibulazione fino a che non incontrai la modella e scrittrice somala naturalizzata austriaca Waris Dirie, che combatte questa barbara pratica sulle bambine in tutto il mondo attraverso la Desert flower fundation. Poi ce ne sono stati altri di incontri, e anche addii. Stufo dei tiranneggiamenti di un personaggio quando lavoravo per una tv forlivese, registrai le mie dimissioni al termine di un pezzo, con il cameraman esterrefatto. E anche una gustosa quanto imbarazzante querelle dietro le quinte della quale siamo testimoni solo io e Alessandra Lotti, che ci darà occasione di ridere ancora per molti anni a venire. Discussioni tra amici che, purtroppo, non potranno mai più accadere. Buon viaggio, Dasi.