Reporter a rischio

“I recenti morti e feriti tra i giornalisti in Iraq dimostrano come le truppe Usa stiano andando al di fuori di ogni autorità”. E' il britannico Guardian a lanciare l'accusa dal suo fascicolo dedicato ai mezzi di informazione, MediaGuardian. Nell'esordio del nuovo formato - il “Berliner”, più piccolo del tabloid, che in Gran Bretagna contraddistingue negativamente la stampa “popolare” - Rory Carroll da Baghdad dedica un lungo servizio agli operatori dei media caduti per “fuoco amico”. Con poche eccezioni, iracheni.

Ultimo è Waleed Khaled, tecnico del suono Reuters, mentre il cameraman accanto, Haider Kadhem, è stato ferito e arrestato poiché, spiega il giornalista, oltre a sparare ai colleghi iracheni “le forze Usa di prassi li arrestano senza formalizzare accuse”.

Per Reporters senza frontiere sono stati uccisi più giornalisti in Iraq in due anni che durante i 20 di conflitto in Vietnam, ma è sangue in gran parte iracheno: i giornalisti stranieri, infatti, possono muoversi discretamente a Baghdad o al seguito delle truppe, facendo assegnamento sui colleghi locali per le informazioni dal territorio.

“E' diventato impossibile mandare fuori i reporter perché non sappiamo cosa può accadergli”, dice Richard Engel, Nbc, mentre l'International Federation of Giournalist accusa le truppe Usa di “incompetence, reckless soldiering and cinical disregard” per le vite dei giornalisti. Le inchieste vengono condotte dagli ufficiali dell'unità che ha aperto il fuoco, riporta il quotidiano, e “invariabilmente chi spara è assolto e le vittime sono colpevoli”.

Tipico il caso di Khaled: tre giorni di indagini per ricostruire che l'auto “correva troppo, è stata fermata e che lui, o il cameraman Kadhem, è uscito con qualcosa che appariva un'arma”. Per altri, le “forti prove” dimostrano che il giornalista è un rivoluzionario sotto copertura. Il tutto dopo un processo segreto.

“Non c'è un accordo unanime su tanta ostilità sui media indipendenti – riporta Carroll – per qualcuno è la rozzezza di un esercito coinvolto in una guerriglia”. Ma la diffidenza c'è, alimentata dall'uso dei mezzi di informazione da parte dei rivoltosi, con “cameraman rivoluzionari che accompagnano i combattenti e immagini di attacchi che finiscono su Internet”.

Un clima che porta le truppe Usa a credere che, se una troupe arriva durante un attacco o subito dopo, è perché qualcuno la ha avvertita. Per i network è un “urban myth”, una leggenda metropolitana, pericolosa quando un nome “affermato” come la Cnn viene cambiato in Comunist News Network.

Comunque, “ci sono prove insufficienti che le truppe americane abbiano come obbiettivo la stampa, a differenza dei soldati israeliani nel West Bank o a Gaza. Ma un comandante che vede l'Iraq come una guerra d'informazione ha interesse a bloccare immagini che possono essere dannose”.

Pubblicato sul sito del premio Ilaria Alpi

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