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Clochard a fuoco. Senza intercettazioni responsabili ancora sconosciuti

In principio era solo una frase, ascoltata in un bar in centro a Rimini: «te l'immagini dare fuoco al barbone?!». Riportata, pochi giorni dopo, agli inquirenti del rogo che ha avvolto la panchina del senzatetto Andrea Severi. Un'esile traccia investigativa, nulla di più: un dialogo e tre nomi, ma che ha permesso nel giro di 36 ore di mettersi in ascolto di cellulari e, attraverso le intercettazioni, ricostruire il puzzle criminale di quattro ragazzotti di provincia. Di individuarli tutti, braccarli, intrappolarli addirittura, e strappare, sempre attraverso le intercettazioni, quei riscontri che l'assenza dei testimoni sul luogo del rogo non consentivano. Un filo esile, che se passasse la riforma proposta dal Governo, non potrebbe più essere tirato. E forse, un caso simile, non potrebbe essere risolto. Non almeno nel giro di pochissime ore.

Sì perché il Pm Davide Ercolani, che coordinava il lavoro investigativo di polizia e carabinieri, ha potuto mettere sotto intercettazione i quattro sulla scorta di gravi indizi di reato, la frase del bar. Che ne sarebbe stato di questa indagine, con le intercettazioni limitate ai "gravi indizi di colpevolezza", come si prospetta? Come si sarebbe svolta la partita a scacchi tra investigatori riminesi e i 4 ragazzi, Alessandro Bruschi, barista, e Fabio Volanti, studente, entrambi di 20 anni, Enrico Giovanardi, perito chimico, e Matteo Pagliarani, elettricista, di 19 anni, che la notte tra il 10 e l'11 novembre hanno tentato di dare fuoco ad un clochard?

La frase di partenza il testimone l'ha sentita il 25 ottobre. Alessandro Bruschi e Matteo Pagliarani con un terzo commentano le loro scorribande per infastidire Andrea Severi, lanciandogli petardi dall'auto in corsa nella panchina alla Colonnella di Rimini che ha eletto a suo domicilio. Un controllo e si decide di battere la pista: mettere sotto intercettazione le utenze telefoniche di Bruschi e Pagliarani, poi di Enrico Giovanardi e, infine di Fabio Volanti. Sempre al telefono arrivano i primi riscontri, i quattro commentano: «e va a fuoco il barbone» dice uno, Matteo ride e poi aggiunge «ha detto che si è svegliato perché sentiva caldo». Un altro gli chiede se ha detto così e Matteo «Eeeey...».

Non è abbastanza per gli inquirenti. Organizzano la trappola: il 21 novembre ai giornali fanno filtrare due notizie, una giusta e una sbagliata: un testimone avrebbe visto un'auto scura, una opel (falso), con una «g» sulla targa (vero). Trappola che scatta: i quattro cominciano a preoccuparsi, ci sono telefonate concitate, Enrico legge la notizia su www.newsrimini.it e chiama Volanti, sbotta con un «Fabio, cioè c'han beccato». Poi chiama Alessandro Bruschi, gli dice «Ale non uscire con la Focus, dai» la macchina scura targata G che hanno usato. E Alessandro: «Dai stai zitto... stai zitto, va bene? Io faccio quel cazzo che mi pare».

Per tutto il giorno le telefonate sul tema auto si susseguiranno fino alle 23,13, quando Bruschi, con la fidanzata in auto, un'altra auto, ammette: «gli ho buttato tutta la benzina... che dormiva no... tutta intorno così... vaiiii ho visto il fuoco che si è alzato proprio sopra di me....». E pochi minuti dopo spiega alla ragazza che ad Andrea Severi «lo hanno spento subito.[...] Ma guarda, che cosa credi.... la fiammata data nel cemento dura un attimo he [...] Cioè non l'abbiamo fatto sulla panchina, l'abbiamo fatto nel cemento... in tre secondi era già finito [...] non era mia intenzione fargli quel poco di male che ha... che si è fatto, o può essere anche molto male ma non grave». E chiude così un'indagine, iniziata con un filo, teso da un «indizio di reato» sull'etere.

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