Ad ogni conferenza stampa il suo tempo. Breve, per favore.

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Forse sono un purista rompiscatole, ma faccio fatica a concepire una conferenza stampa che duri più di mezz'ora. Non concepisco nemmeno una conferenza stampa con persone che devono fare “pubblico”, come spesso accade. Forse la confusione nasce dal fatto che noi la chiamiamo conferenza stampa, mutuata da «press confererence». Ma troppo spesso ci dimentichiamo la seconda parola, «stampa». E quindi una conferenza dedicata ai mezzi di informazione, non al pubblico. Perché invitarlo quindi? Per fare numero? Mah.

Quando si organizza una conferenza stampa si presume si debba affrontare un argomento che non può essere lasciato ad un mero comunicato. Che ha comunque la sua efficacia, se è fatto bene. Si presume che il tema sia complesso, particolare, va da sé interessante, o quantomeno che meriti un incontro con la stampa. Ecco, questa per me è la definizione più giusta: incontro con la stampa. Si invitano i giornalisti e gli si offre l'opportunità di ascoltare ma anche interagire. Nel bene come nel male, domande scomode comprese. Se non si hanno in mente questi obbiettivi allora forse l'incontro con la stampa è meglio non farlo.

Il tempo non è un dettaglio. L'incontro con la stampa è un momento complesso, come sa bene chi li organizza. Un appuntamento che ha un prima, un durante e un dopo. E tutte tre le fasi sono delicate. I giornalisti devono essere stanati dalle loro redazioni, dove sono sempre pochi, per la mole di informazioni che arrivano, e distanti dalla sede dell'incontro. Tutti fattori che non aiutano. Quindi c'è da mettere in conto il tempo per gli spostamenti, il ritardo (inevitabile) di inizio dei giornalisti della carta stampata e delle tv. Ciascuno con i loro tempi. Sempre stretti. Vogliamo calcolare un'ora tra andata, ritorno e chiacchiere varie? Beh, ce n'è di roba che si poteva "passare" in redazione, eccome.

Poi ci sono i relatori che parlano. E non sempre sono abituati o all'altezza. O, peggio ancora, usano la conferenza stampa come un palcoscenico. Effimero, ma «l'attore» spesso non lo capisce e il suo addetto stampa, purtroppo, abbozza. Perché troppo spesso il leit motiv è: si attacca l'asino dove vuole il padrone. Ma in mezz'ora se ne possono dire di cose, sopratutto se si ha l'accortezza di stare “sul pezzo”. Perché un conto è approfondire, un conto è aggiungere dettagli che comunque in una articolo – quello che scriveranno gli altri – non ci possono stare. Semmai troppi dettagli generano confusione, sviano dai contenuti principali che si vogliono far passare. E, peggio, annoiano. E se avete voluto incontrare i giornalisti è per raccontare qualcosa di interessante per loro e per i l pubblico che volete raggiungere, non cose noiose.

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