L'immigrato sul pianerottolo

Il mio nome è Roberto, cuoco di professione e, per qualche anno, operatore del centro di prima accoglienza per extracomunitari di Rimini. Un cuoco prestato al mondo dell'immigrazione. Un mondo complesso, pieno di problemi, con il quale, assieme a don Luigi Tiberti, a tanti amici della Gioventù Operai Cristiana (Gioc) e altre persone che via via si sono unite a noi, abbiamo cercato id misurarci e confrontarci. Cercando anche di portare delle soluzioni ai mille problemi, spesso drammatici, del pianeta immigrazione. Da un approccio di semplice volontario, l'incontro con questo mondo per me è diventato il pane quotidiano. Alla fine del mio percorso come operatore nel mondo dell'immigrazione è stato naturale raccogliere e ordinare questi anni.

Non sono né assistente sociale né altro. Semplicemente, assieme ad alcuni militanti della Gioc, invece di gironzolare per l'estate riminese, nei momenti liberi andavo a Villa Ombrosa, una casa di Viserba di Rimini dove alloggiavano dei giovani senegalesi. Era il 1987 e spesso ci capitava di vedere in città questi ragazi di colore. Erano apparsi dal nulla, quasi, non avevano ancora monopolizzato le cronache dei giornali con la kermesse di titoloni, lettere più o meno allarmate di associazioni di categoria, cronaca nera, bianca, politica e sociologica. Erano solo dei nuovi vicini dei quali sapevamo poco o niente: abitavano vicini a noi, in una villa fatiscente, e giravano tutto il giorno vendendo cianfrusaglie, accendini, collanine, artigianato africano comprato a San Marino. Erano soltanto una macchia di colore scuro, folclore esotico sul litorale romagnolo.

Siamo riusciti a stabilire un contatto, un timido filo che ci ha portato a trascorrere alcune ore al giorno con questi ragazzi, stipati in venti in una casa di sei stanze, bagno e cucina compresi, parlando un po' a gesti, un po' in francese e un po' in dialetto romagnolo. Erano incontri semplici, un saluto, poche parole anche a causa del loro italiano pressoché nullo. Ma questo era sufficente per mostrarci le foto della loro famiglia, della loro terra, per invitarci a tavola. Spesso partecipavamo al rito del tè, una complessa liturgia divisa in tre fasi, con le foglioline messe a freddo nell'acqua e che liberano tutta la loro forza nella lunga ebollizione. Un tè dolcissimo, al quale ne segue un altro, con le stesse foglie ma molto meno forte come sapore, anche se appesantito dallo zucchero. Infine il terzo tè, molto più leggero, quasi allungato. Alla fine il congedo. E ogni volta ci ringraziavano calorosamente per la visita. E' una cosa che mi ha sempre colpito: avremmo dovuto essere noi a ringraziarli per il tè.

Questi nostri primi incontri non erano “perfetti”, non siamo riusciti a realizzare immediatamente una reciproca conoscenza. I ragazzi, chiamiamoli così anche se l'età media dei senegalesi in genere è oltre i trent'anni, non si aprivano come noi. In realtà, come mi sono reso conto in seguito, i senegalesi tendono a fare quadrato, a non dare troppa confidenza, forse perché sono diffidenti o forse, il rimanere distaccati può permettere loro di restare più legati alla propria cultura. Incide il fatto che l'età media, come dicevo, è piuttosto alta, e questo li porta certamente a restare sulle proprie posizioni culturali, ad allargare meno i loro orizzonti. Inoltre i senegalesi approdati a Rimini non sono omogenei come area geografica di provenienza, anche a causa della forte migrazione interna del Senegal. Così chi è nato a cresciuto a Dakar, la capitale, ha un approccio diverso con l'Italia e gli italiani. Chi invece proviene direttamente dal resto della nazione senegalese o ha appena terminato la sua migrazione interna verso Dakar, ha un atteggiamento molto più chiuso. Questi fattori comunque non ci hanno limitato nelle nostre visite, nella nostra tensione a conoscerli.

Il nostro primo approccio, dettato dalla curiosità, ben presto si è tramutato in un impegno, condito e alimentato dal legame di amicizia nato con Ass, Talla, Mbaye e tutti gli altri. Un impegno che pian piano ci ha portato a sensibilizzare la Rimini turistica, luccicante di lampadine, bar e discoteche nella quale “straniero” vuol dire soltanto turista. Volevamo far conoscere ai riminesi la realtà nella quale vivono gli immigrati che giungono in Riviera in cerca di fortuna. Questa idea è stata lo sbocco naturale dei nostri rapporti, anche perché man mano che li abbiamo portati avanti, man mano che abbiamo conosciuto meglio questi ragazzi e i loro problemi, ci siamo resi conto di come fosse poco chiara la loro situazione, di come i riminesi fossero all'oscuro di tutto ciò che li riguardava.

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